La pièce teatrale in programma martedì 3 febbraio prossimo, alle ore 21, è tratta dai testi del Macbeth di Shakespeare e dal melodramma Macbeth, su testo del librettista Francesco Maria Chiave e musiche di Giuseppe Verdi. L’ideazione e l’elaborazione del testo sono di Chiara Muti. Si tratta di una produzione di Teatro Piemonte Europa in collaborazione con il Teatro Regio di Torino, in occasione della messa in scena del Macbeth di Giuseppe Verdi dal 24 febbraio al 7 marzo prossimi.
Macbeth e Lady Macbeth, coppia infertile di luce e generatrice di oscurità, duettano alternando tragedia in prosa e libretto d’opera immersi in uno spazio sonoro che lascia intuire tutta la modernità dell’opera verdiana. Con schiacciante e rivoluzionaria teatralità, la musica riesce a dar voce e spessore alle cupe allucinazioni dell’incubo della tragedia. Con questo tema di un uomo perso nel reale e nell’immaginario, nella realtà e nella finzione, Shakespeare e Verdi, rispettivamente nel 1606 e nel 1847, anticipano, con grande forza creativa, le teorie sull’inconscio della psiche umana, le cui tesi, tra soglia di visibile e invisibile, sogno e realtà, daranno vita a una nuova coscienza dell’umana natura dal Novecento ai giorni nostri. Si tratta di un testo che indaga la discesa agli Inferi di un prode cavaliere che, galvanizzato da una battaglia perduta e vinta, corroso dall’ambizione di volere più di quel che può, racconta a se stesso di aver udito, nel mormorio del vento, di meritare il trono per volere profetico.
Per sfuggire al sibilo di un pensiero di morte, all’idea fissa del regicidio che si dibatte in lui, torturandolo, e alla paura di non riuscire nell’azione a fare ciò che può nel desiderio, confuso dalla foga d’agire di una moglie castratrice e manipolatrice, che lo induce a confondere la rettitudine morale che lo trattiene in codarda ipocrisia, compie il delitto.
Finisce così per ritrovarsi di fronte all’abisso della propria coscienza sporco che, come uno specchio dell’anima, gli rimanda l’immagine smascherata della sua vera identità: quella di un traditore, di un usurpatore, di un assassino. Il demone della resa dei conti lo fissa, ne aspira il sonno dei giusti e ne corrode i sensi, condannandolo per sempre alla solitidine di un’esistenza che, svuotata di valori, finisce per non aver più significato. Nessuno sfugge al proprio senso di colpa. Hugo ricordava nel suo poema “La conscience” che “l’occhio era nella tomba e fissava Caino”, vale a dire che l’occhio impietoso del carnefice per sempre rispecchierà se stesso nella disarmata luce dell’iride della sua vittima, quale abbagliante e terribile sentenza del giudizio divino. In questo modo, in “Anatomia di un assassinio” sono a confronto due giganti: Shakespeare incontra Verdi in una rielaborazione della tragedia del Macbeth, in un’immersione nelle dinamiche psicologiche del testo shakespeariano, cui fanno eco gli accenti pulsanti e il cupo fraseggio della partitura verdiana.
Mara Martellotta
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