Un innovatore, un genio, un “umile servitore” del Cinema

Alla Mole, sino al 5 ottobre, “My name is Orson Welles”

Un cadenzato biglietto da visita, il biglietto di presentazione della mostra. “My name is Orson Welles”, pienamente specificando “Sono un attore. Sono uno scrittore. Sono un produttore. Sono un mago. Mi esibisco sul palco e alla radio. Perché ci sono così tanti ‘me’ e così pochi ‘voi’?” Già, soprattutto quel “mago”, un uomo pronto alla trasformazione, non soltanto fisica – il viso di un ragazzino paffuto e dagli occhi scuri e profondi, poi, per la sua prima copertina, a ventitré anni, per “Time”, una grande barba e una gran massa di capelli ingrigita, gli occhi infossati e un gran naso posticcio – ma anche imprenditoriale, di vero metteur en scène, di quello che Godard avrebbe definito un “autentico auteur”, l’autore senza limiti e a tutto tondo, dell’uomo che nel mondo dello spettacolo è capace, con un respiro inarrestabile, di raccogliere attorno a sé un vero gruppo, di scrivere e dirigere e disegnar scene, di indicare le tracce delle musiche e d’istruire per un montaggio. Di sapersi reinventare, nella diversa complessità del proprio lavoro, tra un grande progetto e un film di poco conto o di infimo interesse. “Raccontare la storia di Welles – sottolinea Frédéric Bonnaud, direttore della Cinémathèque française e realizzatore di questa splendida mostra che dimentica le controversie all’epoca della mostra su James Cameron (sino al 5 ottobre nella Sala del Tempio del Museo del Cinema) e che allarga ampiamente lo sguardo su un cineasta “innovatore e rivoluzionario, fascinant”, su un artista “enorme” – significa raccontare la storia di un uomo del XX secolo, che merita una visione completa; non scrive un romanzo, non compone musica, non dipinge un quadro, per cui è obbligatoria una stanza e una solitudine, lui pensa in grande e in grande agisce.” Carlo Chatrian, direttore del Museo, in un articolo dei giorni scorsi nelle colonne della Stampa, parlando di “inno al trasformismo” ha scritto: “oggi che nessuna verità appare certa, i suoi film, i suoi racconti, le sue illusionistiche performance acquistano una dimensione profetica.”

Il primo articolo (1926) con cui ci si interessò di lui recitava: “poeta, artista, fumettista e attore all’età di dieci anni… Orson ha molte ambizioni. Per il momento, non sa ancora decidere cosa farà da grande”. Aveva undici anni e forse sapeva già benissimo quel che non voleva essere, un uomo e un artista di second’ordine, una vita da mediano gli sarebbe andata stretta. Anche attraverso – con le collezioni private – il cospicuo Fondo Orson Welles del Museo del Cinema, salendo la scala elicoidale di Confino, ti vengono incontro una vita e una carriera, spezzoni di capolavori, brani di interviste, fotografie, storyboard e sceneggiature, disegni (vivacissimi, colti sul retro di tante scatole dei suoi amati sigari) e una scultura (sì, perché era anche scultore: un omino barbuto e intabarrato, con due bastoni a mo’ di stampelle, immagine di un re Lear che non filmò mai), documenti di prima grandezza, invidiabili manifesti: partendo dal suo certificato di nascita, di quel 6 maggio 1915, nel Wisconsin, sulle sponde del lago Michigan. Dando ampio respiro inizialmente al giovanissimo interprete (e regista, incontrando in Roger “Skipper” Hill quel produttore e amico che dà vita ai sogni) di Shakespeare, un “Macbeth voodoo”, interpretato interamente da attori afroamericani, per il quale nell’aprile del ’36 si fa a botte pur di assistervi. Tutta New York parla di Welles. Come ci sono, tra le realizzazioni, Amleto e un “Giulio Cesare”, nel quale – con il timore addosso di un rigurgito negli States di quei fascismi che già avevano invaso Germania, Spagna e Italia – vivono atmosfere da camicie nere e affollati raduni, attualizzazione di grande scalpore per l’epoca. Timori e terrori che due anni dopo, la sera del 30 ottobre, il ventitreenne Orson porta in radio adattando “La guerra dei mondi” di Wells e spaventando gli americani con l’annuncio di una “realissima” invasione di astronavi marziane.

La mostra corre parallela al successo, anche con “ricostruzioni” scenografiche mai banali. Se Hollywood lo cerca, Welles risponde con “Quarto potere”, glorioso debutto, considerato da qualcuno il miglior film statunitense di sempre, ispirato (era il 1941) alla biografia del magnate dell’editoria William Hearst trasfigurato in Charles Foster Kane – e “Citizen Kane” fu il definitivo titolo originale, con una grandezza e una solitudine da ricostruire, con la sontuosità di Xanadu, con l’enigma di Rosebud, con le rivoluzioni visive che l’autore ebbe a inventare, nella piena libertà che aveva preteso dallo studio (clausola imposta dalla RKO e da rispettare era il non superare il budget di 800mila dollari), con il capo-operatore Gregg Toland che utilizza “degli obiettivi angolari con lenti molto grandi per riprendere l’immagine in profondità e posiziona la camera al di sotto del pavimento, immagini bizzarre e inquietanti” che sono entrate tra le leggende del Cinema. Ma il capolavoro (Sartre parlò di “attaque courageuse” in una sua critica qui esposta, mentre Aragon corre a rivederlo e sente di doverne riparlare, con altri occhi, con un altro cuore) si scontra con un debole successo commerciale, soprattutto con la stampa di Hearst (tra le chicche della mostra, con i bozzetti delle scenografie, una lettera dell’avvocato che mette in guardia Welles in merito a potenziali azioni legali del magnate) che lo boicotta per cui sono molte le sale che preferiscono non programmarlo: Welles deve fare i conti con la realtà, non può più permettersi di esclamare, entrando nei teatri di posa, “è il più bel trenino elettrico che un ragazzo possa sognare”, deve fare i conti con “un punto di svolta disastroso” (“It’s All True”), con i tagli che la RKO, in sua assenza, farà sull’”Orgoglio degli Amberson”, con l’FBI che comincia (lo farà sino al ’56, un dossier di 300 pagine) a tenerlo d’occhio in quanto simpatizzante comunista, con il matrimonio presto naufragato con Rita Hayworth (riusciranno a concludere “La donna di Shanghai”), con i progetti che gli sono bocciati o miseramente amputati (“L’infernale Quinlan”) o in altri, altrui, in cui si deve rifugiare, pur dando sempre prova della sua grandezza d’interprete (“Il terzo uomo”, diretto da Carol Reed, con le sue ombre sui muri di Vienna e le musiche di Anton Karas), con quei film e quelle pubblicità che gli danno quattrini e gli permettono di continuare. “Ha spremuto finché ha potuto gli studios”, ricorda con un sorriso Bonnaud, dopo anni guadagna con l’obbligo di reinvestire, s’affida alle produzioni indipendenti.

L’Europa è per lui un rifugio, ama la Spagna soprattutto, “poi l’Italia e soltanto in ultimo la Francia”, ancora dispiaciuto il direttore della Cinémathèque, ama unire le diverse culture attraverso l’oceano, gira con tempi lunghissimi “Otello” ma il film gli vale il Palmarès a Cannes nel 1952, è ancora celeberrimo se non appena mette piede in un raffinato ristorante l’orchestra s’interrompe per omaggiarlo con la musica del “Terzo uomo”. Nel capitolo italiano, lo circondano gli intellettuali italiani (non manca la foto famosa di Irving Penn del ‘48 nella sala del Caffè Greco a Roma, tra tredici celebrità, da Palazzeschi a Petrassi a Ennio Flaiano, da Carlo Levi a Brancati a Orfeo Tamburi), ha una breve liaison con Lea Padovani e negli anni successivi Pasolini lo chiamerà per “La ricotta” nelle vesti del regista straniero alle prese con Stracci, che nel doppiaggio troverà la voce di Giorgio Bassani. Guarderà ancora all’Europa con Karen Blixen (“Storia immortale”, 1968), a Rostand e al suo Cyrano, a Cervantes e al suo Don Chisciotte (“resta il film incompiuto che più ci manca”), a Kafka e al “Processo”del 1962 – al quale Roberto Perpignani, oggi ottantacinquenne, debuttante all’epoca nelle vesti di assistente al montaggio (sarebbe stato poi il collaboratore prezioso tra gli altri di Bertolucci e dei fratelli Taviani, di Marco Bellocchio e di Moretti, di Jancsò e di Francesca Archibugi), ha dedicato durante la presentazione della mostra un ampio ritratto, fatto di una “telecronaca” ampia e affascinante, tra gesti e posture e voci e ricchi frammenti che hanno ottenuto un vigoroso applauso.

Uno degli ultimi tableaux a salire, s’intitola “Un re senza regno”, è l’accenno a “The Other Side of the Wind” che solo nel 2018 verrà completato e distribuito, all’aiuto che alcuni suoi amici tentano di dargli, Peter Bogdanovich ad esempio, al non realizzato “The Big Brass Ring”, alle partecipazioni televisive, ai nuovi divi – Redford Eastwood Beatty – e alla New Hollywood che non credono in lui e gli hanno voltato le spalle. Tutti i progetti falliscono. Ma sopravvive e vive il genio, campeggia ancora una volta il mago, quello che continua a viaggiare per il mondo avendo come unico bagaglio cinepresa e moviola, qui ancora una volta si rende omaggio all’”atteggiamento morale di un artista di raffinata cultura che dedica anima e corpo alla più popolare delle arti dello spettacolo, superandone i limiti soffocanti.” Rimane il suo cinema – al cinema Massimo la retrospettiva dal 2 al 15 aprile – che ha avuto la fortuna di avere Welles come “umile servitore”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Foto con dedica, collezioni personali di Welles e Kodar, coll. Archivi di Stato- Šibenik, Croazia; un momento della conferenza stampa (al tavolo, Carlo Chatrian, Roberto Perpignani, Frédéric Bonnaud e l’interprete); “Citizen Kane” (1941) e Orson Welles e Rita Hayworth in “The Lady of Shanghai”, coll. Museo Nazionale del Cinema; una vetrina dell’allestimento.

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