Nel pomeriggio di ieri, al Circolo dei Lettori, nell’ambito di Cioccolatò, si è tornati a parlare di L’ottava vita (per Brilka), il grande romanzo di Nino Haratischwilipubblicato in Italia nel 2020 da Marsilio.
Non una presentazione di un libro nuovo, dunque, ma una riproposizione fortemente voluta all’interno del programma del festival, perché L’ottava vita intreccia uno dei suoi fili narrativi più simbolici proprio al cioccolato: una ricetta segreta, tramandata di generazione in generazione, capace di racchiudere memoria, potere e destino. L’incontro è stato un’immersione nella scrittura, nella memoria e nella storia, un’occasione per ascoltare l’autrice raccontare la genesi del romanzo, il lavoro di ricerca, la costruzione dei personaggi e il rapporto con la propria lingua e il teatro.
L’ottava vita racconta la saga di una famiglia georgiana attraverso le vite di sette donne, generazione dopo generazione. Al centro della storia c’è un segreto prezioso: una ricetta per una cioccolata calda speciale, simbolo di resistenza, promessa di felicità nei momenti bui. La storia intreccia la dimensione intima dei personaggi con la Storia con la S maiuscola, mostrando come le vicende individuali siano legate ai grandi eventi della Georgia e della Russia nel Novecento.
Haratischwili ha raccontato in dialogo con Francesca Mancini come la scrittura sia nata da una necessità profonda. “Quando ho scritto il libro vivevo in Germania da circa sette anni e mi sono resa conto che conoscevo la storia del Novecento quasi esclusivamente dal punto di vista occidentale. È assurdo pensare che provassi più emozioni e conoscenze riguardo al nazismo e al fascismo rispetto a tutto ciò che era successo nella mia parte di mondo. Raccontarla era per me fondamentale. Mi rendevo conto anche che, parlando con i miei amici, con persone della mia età che avevano vissuto gli anni Novanta, loro raccontavano spesso esperienze molto belle, mentre io mi trovavo sempre in difficoltà a spiegare com’era stata la mia esperienza. Raccontandola, mi sono resa conto che non era possibile iniziare dalla fine: dovevo tornare all’inizio.”
Per l’autrice era anche importante dare voce alle donne, spesso invisibili nella narrazione storica. “Quando pensiamo alla guerra, pensiamo agli uomini, agli eroi, ai soldati. Le donne restano sullo sfondo, eppure anche loro hanno subito sofferenze enormi. Raccontare la storia dal punto di vista femminile era un atto necessario”.
La memoria è stata un tema centrale. Haratischwili ha spiegato come i traumi e i ricordi cambino nel tempo: “Anche quando si subisce un trauma, quel trauma può trasformarsi. Per questo ho scelto Brilka come narratrice: attraverso di lei avevo la possibilità di unire fatti e immaginazione. La memoria non è mai del tutto affidabile: cambia con il tempo e con il punto di vista di chi ricorda. La letteratura permette di percepire l’esperienza umana in modo più profondo delle statistiche: ci fa sentire i personaggi, ci fa vivere ciò che è successo, crea empatia”.
La scrittura del libro è stata un percorso di scoperta continua. Haratischwili ha parlato delle sue ricerche: letture di storia sociale, approfondimenti sullo stalinismo, viaggi in Russia, consultazioni di archivi e numerose interviste. “Non avevo un’immagine completa di tutto ciò che avrei scoperto — ha detto — e forse sarebbe stato spaventoso se l’avessi avuta. Ho imparato strada facendo, scoprendo sempre cose nuove”.
L’autrice ha riflettuto sul ruolo delle donne e sul patriarcato ancora presente: “Quando il libro è uscito, molti hanno sottolineato il fatto che raccontassi donne forti. All’inizio ero felice, orgogliosa, ma poi ho iniziato a chiedermi perché fosse necessario evidenziarlo. Perché dovrei sottolineare che le donne sono forti, come se normalmente fossero deboli? È come se avessi scritto di alieni. Sfortunatamente, nonostante il lavoro incredibile fatto da moltissime scrittrici, tutto questo viene ancora percepito come speciale. E invece dovrebbe essere normale”.
Haratischwili ha ricordato la nonna, donna forte e scienziata, come modello di forza femminile. “Lei diceva che l’uomo è la testa e la donna è il collo. E il collo può portare la testa dove vuole, semplicemente girandola. Io non voglio essere il collo di nessuno. Voglio fare le cose per me”. L’autrice ha sottolineato come ancora oggi ci sia molto lavoro da fare in una società patriarcale.
Haratischwili ha parlato anche del suo percorso artistico: cresciuta in Georgia, ha vissuto il primo periodo della sua adolescenza durante il periodo sovietico, un tempo di guerre civili, violenze e crisi economica. In quel contesto, teatro e letteratura l’hanno aiutata: “L’arte parla alle persone. Non impedisce che succedano cose terribili, ma dà significato alla vita e aiuta a capire ciò che sta succedendo intorno a noi”. Si è formata nel teatro, e una volta trasferitasi in Germania ha potuto dedicarsi sia al teatro sia alla scrittura.
“La scrittura del romanzo è un lavoro molto solitario. È importante isolarsi, concentrarsi su quello che si sta facendo. Quando ho scritto questo libro, ci ho lavorato per quattro anni: per quattro anni mi sono dedicata completamente a quest’opera. Ed è stato anche difficile, perché rimanere da soli per così tanto tempo, è faticoso. Dopo quattro anni hai bisogno delle persone, del contatto umano. La mia fortuna, però, è stata poter combinare questa scrittura con il teatro. Il teatro è l’esatto opposto, perché è fondamentale il lavoro collettivo, il fare le cose insieme. Devo dire che la cosa migliore che ho scoperto è proprio questa combinazione. Io sono una persona abbastanza irrequieta e nella mia vita ho bisogno di questa doppia anima in modo da gestire energie diverse”.
Fin dall’inizio, Haratischwili ha scelto di scrivere in tedesco, lingua che aveva imparato da giovane in Georgia e che le ha permesso di avere distanza e prospettiva. “Il tedesco mi ha dato libertà e la possibilità di portare elementi della mia cultura nella scrittura. All’inizio pensavo di scrivere in georgiano e poi tradurre, ma alla fine ho sempre scritto direttamente in tedesco. Ormai è diventata la mia lingua letteraria”. Ha aggiunto che la lingua tedesca le permette di creare legami tra culture, di inserire elementi georgiani nella narrazione, e che la distanza offerta dalla lingua è fondamentale per lo stile e la prospettiva dei suoi romanzi.
Una parte affascinante della conversazione ha riguardato i personaggi. Haratischwili ama sfidarsi con figure lontane da sé: “Kitty è positiva e amata dai lettori, ma mi interessa esplorare l’ambivalenza. Giorgi Alania, per esempio, è complesso, ambiguo, fa cose terribili ma è anche custode di Kitty. Nella vita reale nulla è bianco o nero, e io voglio riflettere questa complessità nella scrittura”.
L’autrice ha poi ricordato i dubbi iniziali sulla lunghezza e sul tema del libro: “Tutti dicevano: ‘Oddio, chi lo leggerà?’. Un libro di mille pagine su una famiglia georgiana sembrava un azzardo. Invece il romanzo ha avuto successo, e mi ritengo fortunata”. Haratischwili ha ribadito il concetto che la scrittura nasce sempre da una necessità: doveva raccontare quella storia, scoprire le radici della sua famiglia, tornare indietro nel tempo. “Tutto ciò che scrivo è in qualche modo parte della mia esperienza, ma non nel senso diretto. Sono cresciuta in un periodo difficile e credo che siamo riusciti a superarlo grazie alle donne. Gli uomini erano in guerra o erano tornati devastati e avevano problemi di depressione, alcolismo, droga. Le donne invece dovevano reagire, continuare a vivere, improvvisare. Credo che l’improvvisazione sia una caratteristica femminile, non perché si nasce così, ma perché la vita ci ha obbligate a impararla”.
Anche i fatti reali hanno ispirato la scrittura. Il personaggio di Kitty, spesso giudicato troppo crudo, è basato su eventi realmente accaduti: “Non ho inventato nulla — ha detto —. Mi sono ispirata a fatti realmente avvenuti e alle ricerche negli archivi”.
L’incontro al Circolo dei Lettori è stato così un pomeriggio intenso, tra storia, memoria, letteratura e cioccolato, in cui il pubblico ha potuto ascoltare una voce autentica e appassionata, scoprire come una scrittura attenta e personale possa trasformare eventi storici e leggende familiari in un’opera intensa e memorabile.
GIULIANA PRESTIPINO
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