Che “Sentimental value” corra verso i prossimi Oscar?
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Si lascia scoprire a poco a poco – in tempi e luoghi, in emozioni e scarnificazioni e chiusure sommerse in un mare tutto bergmaniano, al colmo di una tempesta – Sentimental value di Joachim Trier, già vincitore a Cannes del Grand Prix Speciale della Giuria e di un Golden Globe al suo magnifico interprete Stellan Skarsgård e di sei European Film Awards, oggi in attesa di chissà quali Oscar tra le nove nomination che già lo pongono sui gradini più alti. Si lascia scoprire a poco a poco, come fa quella macchina da presa che all’inizio – un inizio di memoria e bellissimo – attraversa e lambisce stanze e corridoi e scale di una vecchia abitazione, che ascolta la voce narrante ricordare di sé, Nora bambina, oggi affermata attrice di teatro, quando ebbe a scrivere in un tema assegnatole della sua casa, e a vivificarla rendendola se stessa: le voci e le discussioni dei genitori, gli intonaci rossi della facciata esterna, e le sue imperfezioni, pronti a imbianchirsi, le crepe dei muri che riflettono situazioni e l’intero dramma di una famiglia. Allora, quella stessa casa, appartata in un angolo sereno e tranquillo di Oslo, riporta alle successive generazioni e alle ristrutturazioni e ai cambiamenti che prendono sempre per mano con sé chi la abita, è reale e si farà finzione cinematografica, riporta alla casa di Settembre di Allen o di Here di Zemeckis, ancora la macchina da presa a inquadrarla per la quasi totalità della storia, incessantemente, quel nome, Nora, riporta all’eroina di Ibsen (anche i nomi hanno la loro importanza), alle debolezze – alle insicurezze d’attrice, al suo rinchiudersi e all’essere trascinata fuori del camerino, prima che lo spettacolo abbia inizio – e ai rapporti paterni e alla ribellione.
Durante i funerali della madre, psicoanalista, Nora e la sorella minore Agnes scoprono il ritorno silenzioso del padre Gustav, regista di successo ma da una quindicina d’anni incapace di dirigere, colpevole ai loro occhi di averle abbandonate ancora bambine. Gustav spiega il suo ritorno con il desiderio di dare il via a quel nuovo film che dovrà ridargli il successo, una storia che dovrà narrare con tratti d’autobiografia la figura di sua madre, delle esperienze durante l’occupazione nazista, di quel suo suicidio con cui ancora oggi Gustav si ritrova a dover guardar dentro, a superare. È tornato perché considera Nora perfetta per quella parte e vuole che accetti. Al rifiuto della figlia, durante una retrospettiva che un festival gli ha organizzato in terra di Francia, Gustav incontra una giovane attrice americana, Rachel Kemp, brava e altrettanto perfetta, grazie alla quale si può contare su Netflix e sul mercato inglese, è immediato coup de foudre tra regista e attrice, la parte sarà sua. In quell’affrettato gioco di sovrapposizioni (un particolare per tutti, Rachel abbandona i suoi capelli biondi per essere più simile a Nora con una tinta scura: ma il film è tutto un passaggio di visi e di espressioni e di tratti fisici che si mescolano, lo scoppio in un velocissimo sovrapporsi di immagini, del padre e delle due figlie), la nuova attrice comprendere di essere un’intrusa, un corpo estraneo, di falsare la storia e il personaggio e abbandona: solo quando Agnes leggerà la sceneggiatura saprà spingere la sorella ad accettare. Quella casa, “distrutta e riedificata”, diverrà il set, nelle sue pareti bianche e nell’arredamento spoglio, nelle battute che risalgono dalla vita per farsi eguale forma sullo schermo, nei leggerissimi sorrisi che forse stanno a significare l’anticamera della riconciliazione.
Quanto il film di Trier – giunto al suo sesto lungometraggio – ricordi le atmosfere del regista di Persona (altro titolo su cui soffermarsi) e di Fanny e Alexander si è detto, quanto il film sia “nordico”, soffocato e soffocante, privo di un soffio d’aria che lo rigeneri: ma in quella sua chiusura, nella estrema quanto viscerale compattezza – ogni più “insignificante” gesto, ogni parola, disperazione, coercizione, abbandono, egoismo, tutto è reso splendidamente da una sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista con Eskil Vogt, suo abituale collaboratore) controllata e quantomai significativa e importante – interrotta come per capitoli di una saga familiare da un attimo scuro di sospensione, nell’uso mai invadente della memoria, sta la sua grandezza. Spinge lo spettatore a cercare, a indagare, a soppesare ogni termine, non un cinema facile ma un cinema “costruttivo”. Cinema sul cinema, cinema sul teatro, carrelli e piani lontani, quinte e pubblico in piedi ad applaudire, uno smembramento eccezionale che direi ronconiano, per chi possa ricordare “Nora alla prova” del grande maestro di teatro, un’introspezione fatta con il bisturi. La descrizione dei sentimenti delle due sorelle come il loro sentirsi in una vita intera mancanti di qualche cosa, forse di ogni cosa, ragione il padre delle loro debolezze, di quell’affetto che porta Nora verso il piccolo di sua sorella (anche lui catturato dalla finzione), le colpe di un padre assente ed egoista e per molti versi sconosciuto ma pure segnale di fragilità e di sensi di colpa, tutto è pura profonda descrizione.
Inoltre, Sentimental value è il cinema di attori che non senti tanto personaggi e interpreti, ma delle persone, vive, umane, palpitanti, fatte di dolore e di carne e alla ricerca di un angolo di scappatoia per continuare a vivere. Skarsgård ha i tratti di una soffusa quanto pregnante perfezione, Renate Reinsve, che proprio con Trier ha iniziato la sua carriera cinematografica e con Trier già Palmarès a Cannes nel ’21 con La persona peggiore del mondo, calibra in ogni sguardo e nel silenzio più riposto il percorso della sua Nora, ne coglie sempre l’impercettibile laddove Inga Ibsdotter Lilleas non le rimane certo indietro pur nel minor sviluppo della sorella Agnes. A far par parte del quartetto d’eccezione non ha fatica Elle Fenning, anch’essa come i tre colleghi a sognare di impugnare la statuetta dei sogni di ogni attore. Chi vedrà il film – e lo raccomandiamo, non fatevi spaventare da tema e svolgimento -, metta con scrupolo l’orecchio alla colonna sonora di Hania Rani, splendidamente straniante.
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