Al teatro Astra è protagonista della rilettura del testo di Antigone di Jean Anouilh il regista, attore e performer Roberto Latini, che ha voluto in scena, insieme a lui, quattro donne per rivisitare la tragedia mescolando i generi. Sono Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann e Francesca Mazza. La pièce andrà in scena dal 27 gennaio fino al 1⁰ febbraio 2026. Le leggi dovrebbe regolare il vivere o la vita dovrebbe regolare le leggi che la regolano? La domanda che Antigone ci pone rappresenta uno dei modelli archetipici che ci accompagnano per scindere la nostra storia, cultura, visione e religione. Si tratta di una filosofia scesa intorno a noi, che ci cammina accanto, che ci chiede e ci ascolta. È una delle prove del nostro essere umani, una delle poche che abbiamo scelto di portare con noi attraverso i secoli, per affermarsi e riconoscerci, per consolarci, promettendo a noi stessi di aver e cura.
“Antigone è nel destino del teatro di ogni tempo – spiega il regista Roberto Latini – è uno dei modelli archetipi in che ci accompagnano a prescindere dalla nostra storia, cultura, visione e religione. È filosofia scesa intorno a noi, che ci cammina accanto, che ci chiede e ci ascolta”.
“È una delle prove del nostro essere umani, una delle poche che abbiamo scelto di portarci attraverso i secoli per riconoscerci. L’abbiamo evocata, immaginata, misurata al nostro poco. L’abbiamo trattenuta, pregata e liberata nel cuore, raccontata ogni volta che abbiamo potuto e riscritta con parole nuove, che abbiamo imparato vivendo, sapendo che ogni variazione è già Teatro. Come quando lo spettacolo incontra un altro palcoscenico, oltre quello del debutto, la messa in scena si conclama dallo spazio successivo a quello della prima. Le parole sono in movimento, avanti e indietro, intorno al punto di percezione di quando siamo spettatori, come quando lo spettacolo incontra un’altra platea diversa da quella del debutto. Il dono che portiamo è una promessa, l’Antigone ci parla da così vicino che quasi potremmo abbracciarlo. La sentiamo dire di noi in tutte le lingue, e capiamo tutto: paura, silenzio e respiro. Anouilh dell’Antigone non ha riscritto le parole, ha scritto la voce, ‘Antigone la disputa della ragione o delle ragioni’, di quelle trasversali, dimesse dall’identità individuale a favore di un corpo coro che le comprende tutte. Oltre all’appartenenza, l’anagrafica e il genere, sono parole che vengono da noi stessi, e che ascoltiamo nella nostra stessa voce , siamo Antigone è Creonte insieme, e lo siamo stati più volte, di più in certi fasi della vita, viceversa o in alternanza. Le leggi devono regolare la vita o la vita dovrebbe regolare le leggi che regolano la vita? Uno di fronte all’altro, a farsi carico di una ragione giusta, incontriamo noi di fronte a noi, a infilarci le domande da infilare nelle tasche del tempo, dell’età e della speranza, ad aspettare le risposte che il tempo, guardandoci, sceglierà di farci dire”
“Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci – continua Roberto Latini – una confessione intima e segreta nella verità, scomoda, incapace e parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a ognuno di noi, perché sappiamo che quel corpo insepolto siamo ancora noi, ancora vivi. Anche per questo ho distribuito i ruoli in modi diversi e complementari: alcuni personaggi corrispondo a sé stessi, altri al proprio riflesso. Antigone è Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone nel riflesso di Creonte? Chi è Creonte nel riflesso di Antigone? A teatro parliamo anche di questo, dell’essere uomini e dell’essere umani”.
Mara Martellotta
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