Da domani sugli schermi il nuovo film di Sorrentino
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Film d’intimità narrativa e di un amore conservato nel cuore che si rivelerà traditore, film alla costante ricerca della verità, film che si rincorre nella domanda “a chi appartengono i nostri giorni?”, film di riti e di trionfalismi nazionali e di piccoli sotterfugi – la vita preordinatamente quotidiana tra le stanze del Quirinale (torinesi le location, da palazzo Chiablese al Castello di Moncalieri al Lorusso e Cotugno, con grande spolvero della nostra Film Commission) e le Frecce Tricolori che attraversano lo schermo nei primi minuti, mentre alle immagini s’alternano i passaggi dell’articolo 87 della nostra Costituzione, “il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”, e la sigaretta fumata di nascosto, dal momento che anche un presidente della Repubblica deve sottostare alle premure e agli “ordini” di una figlia -, film che guarda ad un certo “hic manebimus optime” di radice democristiana e nello stesso tempo è spinto a tessere l’elogio del dubbio, ad allungare i tempi, a portare avanti le questioni, a eliminare e a segnalare per una modifica con un pennarello giallo quel che ancora non è chiaro, quel che ancora non è netto e definitivo. Film intimo, forse persino claustrofobico, ovattato e duro allo stesso tempo, “La grazia” di Paolo Sorrentino, film “diverso” del regista napoletano, che ha inaugurato l’ultima Mostra di Venezia e che ha giustamente riconosciuto a Toni Servillo, giunto alla sua settima collaborazione con il regista, con la vittoria della Coppa Volpi quale migliore interprete, il pieno riconoscimento di un’arte grandiosa, di un’interpretazione che procede nei suoi tanti momenti di sospensione e pacatamente s’infiamma, che vive di sottrazione, che racconta e soffre e si placa nella intervista improvvisata alla direttrice di un mensile di moda, di un uomo che ha abbandonato – se mai li ha indossati, sempre chiuso nei suoi completi blu, un po’ retro, un po’ annoianti – il pantalone bianco e la giacca rossa di Jep Gambardella e per anni ha coltivato la sua personale “grande bellezza” proprio in quei riti, nella stesura di un manuale di studi giuridici che qualcuno ha definito “Himalaya K3” per la sua assurda irraggiungibilità.
Il suo nome è Mariano De Santis, una probabile summa – tra vedovanza e figlia a latere e inflessioni napoletane e quant’altro – dei tanti presidenti più o meno recenti di questa nostra repubblica, da Scalfaro a Napolitano, da Ciampi a Leone allo stesso Mattarella, ancora diccì in quel nome e un monumento della scrittura e della letteratura italiana in quel cognome, seppur aggiustato, il suo distintivo, per tutti, durante l’intero settennato, è stato “cemento armato” (e in questa carambola di nomi, non va dimenticato che il nome della figlia (Anna Ferzetti, quanto mai calibrata nel costruire il proprio personaggio, deuteragonista essenziale), giurista pure lei, al suo più completo servizio, altro non è che Dorotea, che più diccì non potrebbe essere. De Santis è giunto al “semestre bianco”, sa che dovrà abbandonare a poco a poco l’ufficialità, con le guardie del corpo, le visite dei capi di stato, i tanti appuntamenti della giornata, per richiudersi nell’appartamento vicino a piazza di Spagna, magari prima assaporare quella passeggiata in piena libertà, non più con la protezione dell’automobile ma finalmente a piedi, che da sempre pregusta (perché non ripensare, dopo diciassette anni, a quella verso le prime luci dell’alba nella limpida e solitaria via del Corso dell’Andreotti del “Divo”, seppur non ancora fatta di libertà?), dovrà continuare a ospitare per la cena – “ma questa non è che un’ipotesi di cena”, avrà già esclamato l’affettuosa quanto cinica Coco Valori, critica d’arte e artefice di battute al vetriolo, del tipo Camilla Cederna o Natalia Aspesi, al tavolo del Quirinale, alla vista di quanto poco ci sia nel piatto, ma la dieta imposta da Dorotea è ferrea, uno dei tanti effervescenti e divertenti momenti e da grande attrice che Milvia Marigliano offre nel film – la vecchia amica dei banchi del liceo: tuttavia sul tavolo sono ferme alcune questioni che hanno bisogno di certezze, bisognerà decidere, prima del gong finale, se dare o no la grazia a due persone – “se non firmo sono un torturatore, se firmo sono un assassino” -, da un lato un uomo, un insegnante per tanti anni, che ha ucciso la moglie affetta da Alzheimer (lo spunto è nella cronaca ed è quello che ha dato a Sorrentino l’incipit per il film, nel 2016, la vicenda di Giancarlo Vergelli che strangolò nel sonno la moglie Nella) e dall’altro la storia di una donna, per anni maltrattata e segregata da un marito violento che avrebbe ucciso a coltellate. In un altro dossier, un’ipotesi di legge sull’eutanasia, che il parlamento sonnolento e distratto, pur avvertendosene da alcune parti la necessità, non ha ancora votato e che Mariano De Santis, appunto, vorrebbe firmare.
Ancora l’elogio del dubbio e delle incertezze, delle domande e del rigore messo al primo posto in una scala di valori, della pacatezza e della moralità più alta e cristallina, del mistero che incancrenisce una intera esistenza e dei confronti – non ultimo quello con il pontefice, di colore, che porta tranquillamente un codino rasta e che se ne parte via a bordo di uno scooter, che certo misura e lascia misurare le parole, non ultimi quelli costanti e a tratti contrastanti con Dorotea. È il mondo assai più vasto e filosoficamente inteso che guarda al pubblico, come “Il divo”, come “Loro”, il versante lontano di quella autobiografia che abbracciava “È stata la mano di Dio” scendendo nel privato degli affetti interrotti, è il mondo della simbologia – l’agonia del cavallo negli ampi spazi della scuderia -, è il film dove doverosamente confrontarsi con i vari significati e con il peso della parola “grazia”, è il film che forse, abbandonando il personaggio della figlia ma volendo ancora esprimere idee su idee, impressioni su impressioni, lascia la palma alla prima serrata parte e si prolunga nel finale, allargando le maglie della misura, sino alla battuta di chiusura a lanciare dallo schermo l’ultimo fuoco d’artificio. E Sorrentino abbandona quel dubbio in cui ci ha cresciuti e in cui ogni spettatore si è abbandonato.
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