Una straordinaria protagonista che promosse l’educazione per tutte le donne
L’auspicio e’ che sia solo l’inizio di una serie di riconoscimenti al femminile
Torino si prepara a rendere omaggio a una delle sue figure femminili più significative con un’iniziativa che ha un valore che va ben oltre la semplice celebrazione: la creazione di una statua dedicata a Giulia Colbert di Maulévrier, marchesa di Barolo. In una città in cui lo spazio pubblico è ancora occupato quasi esclusivamente da figure maschili, scegliere di ricordare una donna che ha inciso profondamente sulla storia sociale, educativa e civile di Torino significa compiere un atto culturale e politico insieme. Non si tratta solo di aggiungere un monumento, ma di riscrivere, almeno in parte, il racconto visibile della città.
Giulia di Barolo, nata in Francia nel 1785 e arrivata giovanissima a Torino dopo il matrimonio con Carlo Tancredi Falletti, fece della città la sua vera patria morale. Colta, europea, capace di guardare oltre i confini e le convenzioni del suo tempo, seppe trasformare il privilegio dell’aristocrazia in una responsabilità concreta. In un Piemonte attraversato da profonde trasformazioni sociali, Giulia non scelse la quiete dei salotti, ma l’impegno diretto. Non fu una semplice benefattrice: fu un’organizzatrice, una riformatrice, una donna che progettava, guidava e difendeva le sue iniziative con tenacia.
Le opere che portano il suo nome, scuole per ragazze povere, istituzioni per l’educazione e il recupero delle detenute, iniziative di assistenza e formazione, nascono da una visione che per l’epoca era radicale: la convinzione che la dignità delle persone non dipendesse dalla loro condizione sociale e che l’educazione fosse il primo strumento di emancipazione. In un tempo in cui le donne marginalizzate erano considerate perdute, Giulia di Barolo vide in loro delle possibilità. La sua idea di carità non era paternalistica, ma sociale: mirava a cambiare le condizioni che producono esclusione.
A rendere la sua figura ancora più moderna è il suo carattere. Giulia non fu una donna che chiedeva permesso. Trattava con ministri e autorità, discuteva con vescovi e funzionari, scriveva, insisteva, contrattava. In un mondo che voleva le donne discrete e silenziose, lei occupò lo spazio pubblico con autorevolezza. Difese le sue opere dagli attacchi e dalle diffidenze, consapevole che dietro ogni progetto sociale c’era una battaglia culturale da vincere.
Dedicare oggi una statua a Giulia di Barolo significa quindi molto più che celebrare una figura del passato. Significa interrogarsi su chi ha diritto di essere visibile nella città, su quali storie vengono raccontate attraverso le piazze, i monumenti, i luoghi simbolici. Le statue non sono solo memoria, ma modelli: indicano chi conta, chi ha lasciato un segno, chi è degno di essere ricordato.Torino è stata costruita anche dalle donne, educatrici, filantrope, intellettuali, lavoratrici, ma questo contributo raramente trova spazio nel paesaggio urbano. Restituire un volto a Giulia di Barolo significa cominciare a colmare questa assenza e offrire alle nuove generazioni l’immagine di una donna capace di incidere sulla realtà, di guidare il cambiamento, di unire visione e azione. La sua statua non sarebbe soltanto un monumento: sarebbe una dichiarazione civile, il segno che anche le donne hanno fatto la storia di Torino e continuano, ancora oggi, a interrogarci sul senso profondo della giustizia e della responsabilità collettiva. Speriamo sia la prima di una lunga serie di riconoscimenti alle donne importanti del nostro luogo del cuore: Torino, un museo dedicato a Rita Levi Montalcini, per esempio, e altre opere dedicate a straordinarie protagoniste di un luogo unico.
Di Maria La Barbera


