Foto Michele Monasta Maggio Musicale Fiorentino

La forza rivoluzionaria del perdono nella “Cenerentola”

 

In scena al Teatro Regio 

Il 2026 si apre al teatro Regio nel segno di Rossini con uno dei capolavori più vivaci, sorprendenti e raffinati del compositore marchigiano, “La Cenerentola”, che andrà in scena sabato 17 gennaio alle ore 20. Lo spettacolo è riservato al pubblico under 30 e i biglietti sono disponibili on line e alla biglietteria fino a esaurimento dei posti disponibili.

Saranno tre i debutti di prestigio legati alla Cenerentola: Antonino Fogliati, tra i maggiori specialisti del repertorio belcantista e Ufficiale dell’Ordine  al Merito della Repubblica Italiana, che dirigerà l’Orchestra e il Coro del Teatro Regio; Manu Lalli, alla regia del fprtunatp e acclamato allestimento del Maggio Musicale Fiorentino; Vasilisa Berzhanskya, mezzosoprano di eccezionale estensione vocale, nel ruolo della protagonista.

Accanto a lei un cast di impronta squisitamente rossiniana, formato da Nico Darmanin,  Roberto De Candia, Carlo Lepore, Maharram Huseynov e le artiste del Regio Ensemble Albina Tonkikh e Martina Myskohlid, il Coro del Teatro Regio istruito dal maestro Piero Monti, che sostituisce temporaneamente il maestro Trabacchin.

Nell’allestimento firmato da Manu Lalli, la dimora di Don Magnifico è rappresentata da una casa dai caldi rimandi sett-ottocenteschi, con magnifiche scene dipinte ed elememti architettonici creati da Roberta Lazzeri. Qui Cenerentola corre senza sosta per soddisfare i capricci della famiglia, ma trova rifugio nei libri. Il suo amore per la lettura, volto dalla regia, tratteggia una figura determinata, vicina al pubblico contemporaneo e in netto contrasto con la vanità di Clorinda e Tisbe, eternamente alle prese con specchi e merletti. I costumi fantasiosi ed eloquenti di Gianna Poli disegnano una vivace galleria di caratteri, mentre le luci di Vincenzo Apicella, riprese da Valerio Tiberi, accompagnano la metamorfosi della protagonista, dalla penombra del focolare alla piena luminosità di Palazzo Reale. A sottolineare i tratti fiabeschi non mancano, grazie alla regia di Lalli, fate che danzano, una pioggia di stelline brillanti e la zucca che si trasforma in carrozza per condurre Cenerentola alla festa.

“La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo” fu composta in sole tre settimane e andò in scena per la prima volta al teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817, l’anno successivo al debutto del “Barbiere di Siviglia”. Rossini aggiunse alla sua vis comica, che gli aveva procurato successo in tutta Europa, nuove sfumature sentimentali. La fiaba di Perrault, adattata da Jacopo Ferretti con alcune varianti, su tutte la matrigna, che qui diventa patrigno, e la scarpetta che diventa braccialetto, gli offrì l’occasione di tingere i suoi “crescendo” di nuances malinconiche, di aprire i suoi ritmi forsennati a tocchi di poesia. Il risultato è un’opera dove i protagonisti, Cenerentola e il principe Don Ramiro, cantano i loro sentimenti fondendovi tutta la fragilità della giovinezza; gli antagonisti, il patrigno e le sorellastre, vi fanno da contraltare con un umorismo sapido e grottesco di derivazione napoletana, non dimentico della radice europea della fiaba di Cenerentola nella terra di Basile.

Gioacchino Rossini trasforma la fiaba di Perrault in uno scintillante melodramma giocoso, dove il gioco dei travestimenti esplora il team dell’identità capovolta: il principe si finge servitore, il servitore si spaccia per principe, mentre l’unica a restare sé stessa e Cenerentola. In questa versione la magia lascia il posto all’ingegno, e i simboli tradizionali della fiaba diventano personaggi e oggetti nuovi. La fata diventa il filosofo Alidoro, la matrigna diventa il patrigno, spassosissimo “Intendente dei bicchier e presidente al vendemmiar”, e la scarpetta si trasforma in quel braccialetto che svelerà l’identità della protagonista. Pur nella sua veste giocosa, “La Cenerentola” è un’opera dal forte valore simbolico. La protagonista incarna un ideale di bontà, che non si lascia contagiare dall’odio, ma lo disinnesca con il perdono e la scelta di non rispondere con la violenza alla violenza. In un mondo popolato da arrivismo da meschinità, Cenerentola assume il ruolo di pacificatrice, capace di ricucire i rapporti spezzati e di offrire una seconda possibilità a chi l’ha umiliata. La sua ascesa sociale non nasce da un incantesimo, ma da virtù quali pazienza, compassione e intelligenza; il vero riscatto non coincide con il matrimonio principesco, ma con la vittoria della conoscenza e della bontà su ogni forma di prepotenza. Si tratta di un messaggio rivolto anche al pubblico giovane: i  questa Cenerentola rossiniana il perdono non è debolezza, ma scelta radicale, capace di cambiare il destino dei personaggi e idealmente lo sguardo di chi ascolta.

Mara Martellotta

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