Al barachin

in LYFESTYLE

Al Barachin. Italianamente lo scalda vivande. Si
riscaldava in apposite vasche. Sotto, la minestra o la
pasta. Sopra, pietanza con contorno. Era diventato
anche i nomignolo degli operai. In particolare degli
operai Fiat. La mensa era conquistata nei primi anni
70, quando non era possibile dire di no ad operai e
sindacati. Anni 50: Vittorio Valetta vinceva su tutta la
linea. Negli anni 60 i rapporti di forza cambiarono. Con
la catena di montaggio arriva l’ operaio massa. Arrivava
prevalentemente dal Sud Italia.
Prima contadino, poi tanti ma tanti arrabbiati.
Cambiava tutto, cambiavano anche le vacanze, più
precisamente le ferie. Meritato riposo di 4 settimane
secche d’ Agosto. La città buttava via la chiave. Ci
si sarebbe rivisti a Settembre. Negozi zero apertura
e i supermercati manco esistevano. Prime partenze il
venerdì dopo la fine del primo turno. Ore 14,10 inizia
il grande esodo. I più fortunati avevano la moglie
che aveva la patente.
Così manco passavano da casa e con la tuta partivano.
Indubbiamente le ferie erano come una liberazione. Migliaia
di cinquecento con qualche 600 stipate con il
portabagagli carico all’inverosimile. Comparvero le
850 : una delle macchine più brutte del mondo. Per allora a
Torino era consentito comprare solo Fiat. Le Lancia
erano per benestanti.
Si intuiva appena l’esistenza di altre marche. Torino
Piacenza e Torino Milano.
Le tangenziali  verso la Val Susa non esistevano.
Obbiettivo : il Veneto e il mare .
Principalmente la Liguria. La riviera romagnola si
stava attrezzando.
L’apocalittico avveniva alla sera del venerdì e sabato
mattina. I treni del Sud letteralmente presi d’ assalto.
Tecniche d?abbordaggio: donne e figli in avanscoperta per occupare gli scompartimenti
del treno. Seconda fase:  issare da finestrini le
valigie. Si torna a casa. E Torino svuotata diventava
irreale. Solitarie le strade con il silenzio che la faceva
da padrone. Anche il sole era più sole. Caldo e
luminoso. E, appunto, comprarsi un kg
di pane o un litro di latte era  una vera impresa.
Si era più felici. I pochi che rimanevano ed i tanti che
scappavano contenti di scappare. Dopo quattro  settimane
il rientro per un un altro anno di lavoro (magari)
alla Feroce (la Fiat). Tutti ma proprio tutti lavoravano
per la Fiat. Direttamente o indirettamente. Non
tutto era rose e fiori.
Anzi decisamente opprimente . Il rumore della catena
di montaggio con i tempi decisi dalla produzione. O
le massaie che tutti i giorni andavano al mercato per
comprare l’indispensabile. Guai buttare qualcosa. Si
era più felici perché i nostri genitori avevano obiettivi
da raggiungere. E noi sempre in strada nel giuocare
e nel fantasticare. Pochi soldi e tanta fantasia. Le
vacanze a Viù in Val di Lanzo ancora me le ricordo.
Eppure sono passati quasi 60 anni. Mi ricordo della
spensieratezza. Mi ricordo il branco di ragazzini
rifugiarsi in scorribande per prati e boschi. O della
pistola giocattolo dove i falsi proiettili che facevano
solo rumore dovevano bastare per tutto il mese di
agosto. 24, per l’esattezza e 6 per volta. Ovviamente
io cowboy. Già allora mi piaceva vincere sempre.
Eravamo felici perché c’ era un domani.
Ed il passato serviva solo nel dire quello che non
sarebbe dovuto più essere.
S’ intuiva e la speranza era connaturata nel nostro
dna. Ma  dopo 60 anni qualcosa si è rotto. Molto si è
spezzato di quel filo che ci indicava il futuro, il nostro
possibile e desiderato futuro. Per oggi non parlo
del mio. Parlo e mi preoccupo del futuro dei
miei figli, dei nostri figli.
Io che mi sento fortunato per ciò che ho fatto
e per quello che sono stato. Fortunato per due
splendide ed appaganti figlie. Ma non basta. Per
questo vorrei regalare il ricordo di quel caldo sole d’
Agosto ai nostri figli. Un rosso fuoco che rimbalzava
nelle strade di Torino come nei prati e boschi
delle montagne di Viù.
Il colore della speranza. So perfettamente che è
più facile dirlo che farlo. Sento che se non facessi
così non mi sentirei in pace con me stesso. Anche
se, ammetto, qualche errore la mia generazione
l’ ha fatto. Mi raccomando, cari figli e figlie, siate
migliori dei vostri padri.

 

Patrizio Tosetto