Il senso del 25 aprile

in prima pagina

di Marco Travaglini

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Il giorno della Liberazione, che si celebra quest’anno per la 74° volta, è una ricorrenza importante. Ha rappresentato per l’Italia il momento della rinascita. La mia generazione è stata fortunata

Ha potuto apprendere da chi l’aveva vissuto in prima persona lo “spirito del tempo” di quell’epoca drammatica: la tragedia della dittatura fascista, la guerra, l’armistizio dell’8 settembre ’43, l’occupazione tedesca e la Repubblica di Salò, le imprese coraggiose e spesso disperate della Resistenza fino all’arrivo degli alleati e alla Liberazione. Quel 25 aprile rappresentò un momento catartico di rabbia e gioia, di orgoglio, forza e riconquistata dignità. Le testimonianze dirette di coloro che hanno scritto pagine importanti di quel periodo storico, di persone note e meno note che hanno restituito la libertà e la dignità al nostro Paese ci hanno consentito, più dei libri, di conoscere e di assorbire quella grande lezione di speranza e volontà di rinascita. Questa ricorrenza che, negli ultimi anni sembra aver assunto i caratteri ludici di una festa svuotata dai valori veri, ci deve, invece, parlare del sacrificio di tanti uomini e donne, di tanti giovani che ebbero la forza di dire “no” al regime totalitario che stava distruggendo l’Italia, ci deve evocare piccole e grandi storie di persone semplici che diedero la vita per la libertà. La Resistenza si espresse in molti modi. Ne furono protagonisti gli operai che scesero in campo contro la dittatura nel marzo del ’43, astenendosi dal lavoro; i militari che, dopo l’8 settembre si opposero alle forze che volevano sopraffarli e i civili che, in tante città, decisero di unirsi a loro attraverso mille forme di sostegno, solidarietà e appoggio. Fu Resistenza quella di centinaia di migliaia di militari deportati che preferirono una durissima prigionia al ritorno in Italia al servizio della dittatura. Fu Resistenza la spontanea mobilitazione di  gran parte della popolazione e, in particolare, di quella femminile, tesa a salvare e proteggere militari e civili alla macchia, prigionieri alleati evasi dai campi di prigionia, ebrei perseguitati e minacciati di sterminio. E fu punta avanzata della Resistenza la lotta armata delle unità partigiane nelle città, nelle pianure, sulle colline e sulle montagne.
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Il Piemonte racchiude in sé tante di queste storie. Non a caso il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito alla Regione Piemonte la medaglia d’oro al Merito civile per gli esempi di solidarietà umana mostrati dalla popolazione piemontese all’epoca della guerra di Liberazione. Una motivazione importante, che rende onore ai piemontesi: “Le comunità dell’attuale Regione Piemonte, nella loro profonda fede in un’Italia libera e democratica, sconvolte dalle feroci rappresaglie dell’oppressione nazi-fascista, con indomito spirito patriottico contribuirono, offrendo numerosi esempi di generoso spirito di solidarietà umana, alle vicende che, in particolare dopo l’8 settembre 1943, portarono alla liberazione e alla ricostruzione di quel territorio. Fulgido esempio di lotta comune, orientata alla conquista della libertà e della democrazia…”. Nelle città e nelle valli del Piemonte molti giovani rifiutarono di arruolarsi nell’esercito della Rsi ed entrarono a far parte delle brigate partigiane. Sarebbe giusto e importante che i nomi di quei ragazzi che persero la vita, di quei militari che non tradirono il giuramento d’onore, di quegli antifascisti che si opposero e che furono deportati non restassero soltanto segni incisi sulle lapidi e venissero ricordati, senza indulgere nella retorica, come un esempio per le generazioni future. Il passato, le nostre radici, le storie delle generazioni che ci hanno preceduto devono rappresentare un punto di partenza per affrontare le difficoltà del presente e le sfide del futuro, devono essere radici profonde che consentiranno ai giovani di continuare a lottare per un mondo più libero, più giusto che non discrimini nessuno e che conceda un’opportunità di riscatto a tutti. Spesso quella storia non viene rappresentata nel giusto modo, relegandola a un ricordo lontano nel tempo, sfocato e sbiadito come una vecchia foto. Eppure festeggiare il 25 aprile equivale a ribadire l’importanza della lotta di Liberazione come atto fondativo dell’Italia contemporanea, ricordando che i protagonisti di allora si batterono perché tutti potessero diventare e restare uomini e donne liberi.
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Il 25 aprile è un ricordo che può rimanere attuale a patto che si mantengano vivi, presenti e concreti i valori che animarono quella stagione di ribellione e impegno, a partire dai due fondamenti e cioè libertà e giustizia. Cosa sarebbe successo se in Italia non ci fosse stata la Resistenza – di qualsiasi tipo, civile e militare, attiva e passiva – e se la guerra di liberazione fosse stata condotta soltanto dall’esercito vittorioso degli alleati anglo-americani? La fine dell’incubo avrebbe avuto il sapore della disfatta, dell’umiliazione e della vergogna; vergogna della collaborazione, compartecipazione alla sconfitta, corresponsabilità collettiva all’orrore da parte di chi non ebbe il coraggio di opporsi, di protestare, di “scegliersi la parte”, per dirla con Beppe Fenoglio. Non ci sarebbe stato nulla da festeggiare, nessun valore da trasmettere,nessun esempio da mostrare.Invece ricordi e documenti riportano alla mente e agli occhi le immagini di quel 25 aprile del 1945: schiere di giovani, allegri e fieri, che rientravano nelle città convinti di avere riconquistato la patria e il futuro, di essersi riscattati dalla vergogna del regime, di essere tra i protagonisti, sul piano morale e simbolico, della liberazione. L’energia e la speranza caratterizzarono quel periodo, insieme alla voglia di ricostruire e all’orgoglio di potercela fare.
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Oggi, in Italia come in Europa, servono questi valori. Nessun revisionismo potrà mai cancellare le immagini di ragazzi in festa che hanno riconsegnato a tutti una Repubblica libera, lasciandoci in eredità l’orgoglio della nostra cittadinanza e della nostra carta Costituzionale, entrata in vigore nel gennaio del 1948 e universalmente riconosciuta come uno dei testi più belli e più alti sulla libertà e i diritti dell’individuo. Ai quattro angoli del mondo di oggi continuano a ripetersi episodi di violenza e a consumarsi  ingiustizie. Ci sono uomini che perseguitano, torturano, umiliano, uccidono altri uomini e questa è la dimostrazione che non si è imparato nulla dagli orrori e dai lutti del passato. La libertà, la giustizia e la democrazia non sono qualcosa di scontato. Di norma ci si accorge di quanto siano importanti nel momento stesso in cui vengono a mancare. Ecco perchè l’unico vero modo di festeggiare il 25 aprile è quello di ricordare sempre che la nostra possibilità di scegliere, di dire quello che pensiamo, di scrivere quello che sentiamo ci è stata regalata dal sacrificio e dal coraggio di chi seppe scegliere una parte anziché l’altra più di settant’anni fa. Siamo abituati a considerare le nostre libertà quotidiane come qualcosa di scontato, di naturale. In questo giorno denso di significati per il nostro Paese dovremmo fermarci, invece, a riflettere sul destino di coloro ai quali tutto questo è ancora negato, di chi rischia la vita per scrivere il suo “verso”, di chi, umiliato, offeso, schiacciato, ma non vinto, affronta il suo disperato viaggio della speranza per approdare in una terra libera.