torino tra le righe

Zeno e Nero: la meraviglia di crescere tra città, natura e nuove amicizie

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono autori che scrivono per i bambini e autori che riescono davvero a guardare il mondo attraverso i loro occhi. Angelo Petrosino appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Con Zeno e Nero, pubblicato da Einaudi Ragazzi e illustrato da Sara Not, lo scrittore torna a raccontare l’infanzia con quella sensibilità autentica che da oltre trent’anni lo rende uno dei nomi più amati della letteratura per ragazzi italiana.
Zeno ha ancora nel cuore la lunga estate trascorsa in campagna dalla nonna. Un’estate fatta di boschi, sentieri, animali e della speciale amicizia con l’asino Grigio, protagonista del precedente volume. Ma il ritorno in città non segna la fine delle avventure. Al contrario, per il giovane protagonista si apre un nuovo capitolo della vita: l’inizio della scuola, l’incontro con un maestro capace di trasformare ogni giornata in una scoperta, una nuova amica con cui condividere emozioni e segreti e, soprattutto, l’arrivo di Nero, un corvo curioso e intelligente che diventerà il suo inseparabile compagno di esplorazioni.
Petrosino costruisce una storia che parla di crescita senza mai perdere il senso della meraviglia. Le pagine scorrono leggere, ma affrontano temi profondi: il cambiamento, l’amicizia, la curiosità, il rispetto per gli animali e il desiderio di conoscere il mondo. La scuola viene raccontata come un luogo di scoperta e non soltanto di apprendimento, mentre il legame con la natura rimane vivo anche nel contesto cittadino.
Uno degli aspetti più apprezzati dai lettori è proprio la capacità dell’autore di trasformare la quotidianità in avventura. Non servono magie o eventi straordinari: basta uno sguardo curioso sul mondo per trovare qualcosa di sorprendente dietro ogni angolo. In questo senso, Zeno incarna perfettamente lo spirito dell’infanzia, fatto di domande, stupore e voglia di esplorare.
Ad arricchire il racconto contribuiscono le vivaci illustrazioni a colori di Sara Not, che accompagnano il lettore nelle avventure del protagonista creando un equilibrio armonioso tra parole e immagini.
La storia di Angelo Petrosino è legata anche al nostro territorio. Nato a Castellaneta nel 1949, dopo un’infanzia trascorsa tra Francia e Italia si è stabilito a Chivasso, dove vive tuttora. Per quasi quarant’anni ha insegnato nella scuola primaria alla periferia nord di Torino, esperienza che ha contribuito a renderlo uno straordinario osservatore del mondo dei bambini. Giornalista, traduttore, saggista e autore di circa duecento libri, è conosciuto soprattutto per la celebre serie di Valentina, che ha accompagnato generazioni di giovani lettori.
Nel corso della sua lunga carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Palma d’Argento al Festival Internazionale dell’Umorismo di Bordighera e il Premio Campiello Junior nel 2022. Ma il suo premio più importante resta probabilmente l’affetto di migliaia di bambini che, da oltre tre decenni, continuano a riconoscersi nei suoi personaggi.
Con Zeno e Nero, Petrosino conferma ancora una volta il proprio talento nel raccontare l’infanzia con semplicità, poesia e autenticità. Un libro che invita i giovani lettori a non smettere mai di osservare il mondo con curiosità, perché ogni giorno può nascondere una nuova avventura.
MARZIA ESTINI

Filomena Nitti, la scienziata dimenticata dietro un Nobel

TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono storie che la Storia racconta a metà. Storie in cui un nome rimane inciso nella memoria collettiva, mentre un altro, non meno importante, scivola lentamente nell’ombra. È il caso di Filomena Nitti e il Nobel negato, il libro della giornalista e scrittrice Carola Vai pubblicato da Rubbettino Editore.
Filomena Nitti fu una donna straordinaria. Ricercatrice, biochimica e pioniera della scienza italiana, visse un’esistenza intensa attraversando alcuni dei momenti più complessi del Novecento. Figlia di Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio e convinto antifascista, conobbe l’esilio, la fuga e la ricostruzione. Ma soprattutto dedicò la propria vita alla ricerca scientifica, perseguendo con determinazione una carriera che, per una donna del suo tempo, rappresentava una sfida tutt’altro che scontata.
Il libro di Carola Vai restituisce finalmente voce a una figura rimasta troppo a lungo ai margini del racconto ufficiale. Coetanea di Rita Levi-Montalcini, Filomena condivise con la celebre scienziata torinese talento, determinazione e passione per la ricerca, ma il destino riservò loro una diversa visibilità. Se Rita conquistò il Premio Nobel per la Medicina nel 1986, Filomena vide invece attribuire il massimo riconoscimento scientifico al marito e collega Daniel Bovet, insignito del Nobel nel 1957.
Eppure, i due lavoravano fianco a fianco. Firmavano insieme gli studi, conducevano le stesse ricerche e condividevano successi e risultati. Il contributo di Filomena fu determinante nei lavori che portarono a importanti scoperte nel campo della farmacologia moderna. A lei, insieme al fratello Federico Nitti e allo stesso Bovet, si devono ricerche fondamentali che aprirono la strada agli antistaminici e a nuovi approcci terapeutici destinati a cambiare la medicina del Novecento.
Ma allora perché il Nobel arrivò soltanto a Daniel Bovet?
È la domanda che attraversa l’intero volume. A cercare una risposta è Carola Vai, giornalista e scrittrice piemontese, già firma di importanti testate nazionali come La StampaLa Gazzetta del Popolo e l’AGI. Autrice della biografia Rita Levi-Montalcini. Una donna libera, grazie alla collaborazione di Maria Luisa Nitti, nipote della scienziata, ricostruisce per la prima volta l’intera esistenza di Filomena, restituendole il posto che merita nella storia della ricerca italiana. Il suo non è soltanto un lavoro biografico, ma una riflessione sul ruolo delle donne nella scienza del Novecento e sui riconoscimenti spesso negati a chi lavorava nell’ombra.
La biografia racconta anche la dimensione più privata di Filomena: madre di tre figli, moglie, ricercatrice, donna capace di affrontare lutti dolorosissimi senza rinunciare alla propria dignità. Una figura complessa e moderna, lontana dagli stereotipi, che scelse di vivere pienamente tutti i ruoli che la vita le offrì.
Particolarmente interessante è il parallelo con Rita Levi-Montalcini, altra protagonista del Novecento italiano e figura profondamente legata a Torino. Due donne diversissime, due percorsi opposti, ma unite dalla stessa passione per la conoscenza e dalla volontà di superare i limiti imposti dal loro tempo. Da una parte la scienziata che scelse di dedicarsi esclusivamente alla ricerca, dall’altra una donna che riuscì a conciliare il lavoro scientifico con la famiglia, senza mai rinunciare alle proprie ambizioni.
Con una scrittura accurata e documentata, Carola Vai restituisce dignità a una protagonista dimenticata della ricerca scientifica italiana, riportandola al posto che merita nella memoria collettiva. Perché la storia della scienza non è fatta soltanto di premi e riconoscimenti, ma anche di donne che hanno contribuito in modo decisivo al progresso senza ricevere gli onori che spettavano loro.
Filomena Nitti e il Nobel negato è molto più di una biografia: è un atto di giustizia storica e un invito a guardare oltre le versioni ufficiali dei fatti. Perché dietro ogni grande scoperta non c’è sempre un solo nome, e la memoria, talvolta, ha bisogno di qualcuno che riporti alla luce ciò che il tempo ha lasciato nell’ombra.
MARZIA ESTINI

La ragazza fantasma e il confine sottile tra vita e morte

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri per ragazzi che si limitano a raccontare un’avventura. E poi ci sono storie che riescono a fare qualcosa di più difficile: parlare della paura, della crescita e persino della morte con il linguaggio del mistero e della fantasia. La saga de Gli Invisibili di Giovanni Del Ponte appartiene decisamente a questa seconda categoria.
Anche in questo volume ritroviamo la celebre squadra degli Invisibili: Douglas, Crystal, Peter e Magica, adolescenti diversissimi tra loro ma uniti da un legame profondo e da esperienze al confine tra il reale e il soprannaturale. Stavolta tutto prende avvio da Douglas e dai suoi misteriosi “poteri di porta”, che lo conducono oltre la soglia tra la vita e la morte. È lì che incontra Nancy, una ragazza che non ricorda cosa le sia accaduto e che scoprirà, poco alla volta, di essere morta.
Da questo momento il romanzo si trasforma in un viaggio inquietante e affascinante, in cui gli Invisibili dovranno affrontare Testa di Morto, presenza oscura e terrificante che incarna paure profonde e ancestrali. E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti della scrittura di Del Ponte: la capacità di utilizzare elementi horror e paranormali non come semplice espediente narrativo, ma come metafora delle inquietudini adolescenziali. Crescere significa attraversare territori sconosciuti, confrontarsi con il dolore, con la perdita, con il senso di smarrimento. Gli Invisibili combattono mostri, ma in fondo combattono anche le fragilità della loro età.
L’autore costruisce una narrazione dal ritmo cinematografico, ricca di colpi di scena e atmosfere cupe, ma sempre alleggerita da momenti ironici e da dinamiche di amicizia autentiche. I protagonisti sembrano quasi una squadra di giovani supereroi: Peter è la mente razionale e strategica, Douglas l’impulsivo pronto a rischiare tutto, Crystal lotta con i propri poteri psichici, mentre Magica osserva da lontano ma continua a rappresentare un punto emotivo fondamentale per il gruppo.
Interessante anche il modo in cui Del Ponte intreccia suggestioni provenienti da mondi diversi: dalla narrativa fantastica ai fumetti, dal cinema horror ai classici romanzi d’avventura per ragazzi. Nelle atmosfere della saga si percepiscono echi di Stephen King, Neil Gaiman e dei grandi romanzi di formazione, ma il risultato mantiene comunque una forte identità personale.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio la sua capacità di parlare a pubblici differenti. Pur essendo pensata per giovani lettori, la saga riesce a coinvolgere anche gli adulti grazie ai temi affrontati e alla profondità emotiva che si nasconde dietro l’avventura. Non mancano infatti riflessioni sul bullismo, sul rapporto con i genitori, sulla solitudine e sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.
Torinese, Giovanni Del Ponte è da anni una delle voci più interessanti della narrativa italiana per ragazzi. Nei suoi libri il mistero non è mai fine a sé stesso: diventa uno strumento per esplorare emozioni profonde e per accompagnare il lettore in quel territorio fragile e complicato che separa l’infanzia dall’età adulta. Ed è forse proprio questo il segreto della forza degli Invisibili: ricordarci che le paure, quando vengono condivise, fanno un po’ meno paura.
MARZIA ESTINI

La bellezza di ciò che non suona perfetto, nel nuovo libro di Alessandro Baricco

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che parlano di musica, e poi ci sono libri che, mentre raccontano la musica, finiscono per raccontare noi.
Con Breve storia eretica della musica classica, Alessandro Baricco torna a fare ciò che gli riesce meglio: prendere ciò che crediamo di conoscere e spostarlo leggermente, quel tanto che basta per farci vedere tutto da un’altra prospettiva.
Torinese, autore tradotto in tutto il mondo, Baricco è noto per la sua capacità di muoversi tra narrativa e saggistica con uno stile riconoscibile e profondamente evocativo. Fondatore della Scuola Holden, ha sempre raccontato storie che interrogano il presente, mantenendo uno sguardo libero e mai convenzionale.
Breve storia eretica della musica classica non è un saggio nel senso tradizionale del termine. Non è una linea ordinata di date, correnti e compositori. È, piuttosto, un attraversamento. Un viaggio che parte da un tempo in cui il suono era ancora mistero – eco del divino, vibrazione primordiale – e arriva fino a noi, alle nostre playlist, ai nostri modi di ascoltare distratti e veloci.
Baricco racconta la musica come un tentativo umano, antico e ostinato, di dare forma al caos. Di costruire ordine là dove esiste solo rumore. Ma proprio qui introduce la sua “eresia”: quell’ordine, così necessario, porta con sé una perdita. Perché nel momento in cui il suono si organizza, qualcosa del suo disordine originario – e quindi della sua vitalità – si dissolve.
E allora il punto non è più solo la musica.
È l’essere umano.
Tra i passaggi più intensi, quello dedicato all’Opera segna una svolta emotiva. È lì che la musica, secondo Baricco, decide di uscire da sé stessa per incontrare il corpo, la voce, la collettività. Non più solo forma, ma carne. Non più solo perfezione, ma tremore. Il teatro d’opera diventa il luogo in cui la distanza tra chi crea e chi ascolta si accorcia, fino quasi a scomparire.
In questo percorso, i grandi nomi della storia musicale – da Bach a Beethoven, fino a Mahler – non sono trattati come icone lontane, ma come protagonisti di una narrazione viva, quasi epica. Non mancano sguardi spiazzanti: alcuni compositori diventano “agricoltori di suoni”, altri stilisti raffinati, altri ancora rivoluzionari capaci di liberare e, allo stesso tempo, imporre nuove regole.
È una storia che non segue una linea retta.
È una mappa.
Una mappa fatta di tappe evocative: dalla musica sacra e monodica, alla complessità della polifonia, fino al “Big Bang” delle forme classiche e alla frammentazione contemporanea, dove tutto si mescola, si contamina, si trasforma. Una diaspora sonora che somiglia molto al nostro tempo.
Il termine “eretica”, allora, non è provocazione fine a sé stessa. È una dichiarazione di libertà. È la scelta di stare ai margini, di non accettare una narrazione unica, di ascoltare anche ciò che solitamente viene escluso. E in questo gesto c’è qualcosa che va ben oltre la musica: c’è una riflessione profonda sulla nostra necessità di uscire dagli schemi, anche mentali.
Leggendo, viene naturale pensare alla mente come a un’orchestra: capace di armonia, sì, ma fatta di strumenti diversi, tempi diversi, spesso in contrasto tra loro. E se la cultura tende a cercare la perfezione, l’accordo, la forma impeccabile, Baricco ci ricorda che anche la dissonanza ha un suo valore. Anzi, forse è proprio lì che nasce la possibilità di evolvere.
In un presente che ci chiede continuamente ordine, velocità, chiarezza, questo libro si muove in direzione opposta. Difende il diritto al disordine. E in questo c’è qualcosa di sorprendentemente liberatorio. Quasi terapeutico.
Non è, però, un libro per tutti. La scrittura, affascinante ma a tratti ellittica, richiede disponibilità ad abbandonarsi, più che a capire. Non è un manuale, né vuole esserlo. È un testo per chi accetta di perdersi, per poi – forse – ritrovarsi in un ascolto diverso.
Perché, in fondo, la domanda che resta non è “che cos’è la musica?”, ma:
perché continuiamo ad averne bisogno?
E forse la risposta sta proprio lì, in quelle imperfezioni che cerchiamo di correggere ogni giorno. In quelle stonature che vorremmo eliminare. Baricco sembra suggerirci di fare il contrario: ascoltarle. Accoglierle. Riconoscerle come parte viva di ciò che siamo.
Perché senza dissonanza, non esiste davvero armonia.
E senza un po’ di disordine, forse, non esiste nemmeno la vita.
MARZIA ESTINI

“1898. Una spy story nel Piemonte di fine Ottocento”

Tra intrighi, anarchici e verità scomode

TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono romanzi storici che si limitano a raccontare il passato e altri che riescono a farlo rivivere. 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento di Nanni Cristino appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ambientato nella Chieri di fine Ottocento, il romanzo trasporta il lettore in un’epoca attraversata da tensioni sociali, fermenti politici e profonde trasformazioni, restituendo con grande efficacia l’atmosfera di una città che, all’epoca, rappresentava uno dei più importanti centri tessili italiani.
La vicenda prende avvio nell’ottobre del 1898, durante il governo di Luigi Pelloux, in un momento particolarmente delicato della storia italiana. L’imminente visita del viceministro liberale Guido Meyer fa temere un attentato da parte di gruppi anarchici locali. Per questo motivo i servizi segreti del Regio Esercito inviano a Chieri il tenente Orso Falconeri, incaricato di infiltrarsi tra i sovversivi per scoprire la verità e sventare un possibile complotto.
Da questo spunto prende forma una narrazione che intreccia indagine, mistero e ricostruzione storica. Omicidi, evasioni, intrighi politici e incontri inattesi accompagnano il protagonista in un percorso che si sviluppa tra vicoli, osterie e piazze cittadine, fino a coinvolgere questioni che potrebbero cambiare il destino dell’intera nazione.
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è proprio il legame con il territorio. Cristino riporta in vita una Chieri scomparsa ma ancora riconoscibile nelle sue radici: le antiche carceri di Palazzo Opesso, l’albergo del Cavallo Bianco in piazza delle Erbe, l’Osteria Aiassa e numerosi altri luoghi realmente esistiti diventano scenari vivi e pulsanti. Grazie a un accurato lavoro di ricerca condotto attraverso documenti d’archivio, vecchi giornali, riviste dell’epoca e cartoline storiche, l’autore ricostruisce con precisione una città attraversata dalle contraddizioni della fine del secolo.
Ma 1898. Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento non è soltanto un romanzo storico. È anche una riflessione sul rapporto tra potere, informazione e verità. Sullo sfondo delle proteste popolari e delle tensioni che caratterizzarono gli anni successivi ai moti repressi dal generale Bava Beccaris, emerge un interrogativo sorprendentemente attuale: chi decide quali siano i colpevoli? E quanto può essere manipolata la percezione della realtà quando entrano in gioco interessi politici e strategie di potere?
Al centro della storia troviamo Orso Falconeri, protagonista lontano dagli stereotipi dell’eroe impeccabile. Ruvido, disilluso, spesso in bilico tra dovere e coscienza, Falconeri si muove in una zona grigia dove nulla è davvero come appare. È un personaggio che conquista pagina dopo pagina grazie alla sua umanità e alla capacità di osservare criticamente il mondo che lo circonda.
Ad arricchire ulteriormente la narrazione c’è una figura femminile affascinante e sfuggente, capace di lasciare il segno senza mai rivelarsi completamente. Una presenza che contribuisce a rendere il romanzo non soltanto un’indagine politica, ma anche una storia di passioni, ambiguità e scelte difficili.
Nanni Cristino, nato e residente a Chieri, è laureato in Storia del Risorgimento ed è autore di numerosi testi scolastici per i licei pubblicati da De Agostini. Già apprezzato autore di thriller e romanzi noir, con 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento. affronta per la prima volta il romanzo storico, mettendo a frutto la propria conoscenza del territorio e delle vicende dell’Italia post-unitaria. Il risultato è un’opera che unisce il ritmo del thriller alla solidità della ricostruzione storica.
Per chi ama le storie che sanno intrattenere e allo stesso tempo far riflettere, 1898 Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento rappresenta una lettura coinvolgente. Un viaggio nella Chieri di oltre un secolo fa che, tra complotti, segreti e tensioni sociali, finisce per parlare anche del nostro presente. Perché la storia cambia protagonisti e scenari, ma alcune domande continuano a tornare, ostinate, attraverso il tempo.

Agenti speciali, alieni o angeli custodi? Quando gli animali ci insegnano a vivere

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che si leggono con gli occhi. E poi ce ne sono altri che si attraversano con il cuore. Il libro di Paola Burzio appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
Torinese, libraia per passione e osservatrice sensibile della vita, Burzio costruisce un’opera composta da cinque racconti che si muovono sul filo sottile tra realtà e visione, tra quotidianità e mistero. Il titolo – Agenti speciali, alieni o angeli custodi? – non è una semplice suggestione, ma una chiave di lettura: quella che invita a guardare gli animali non solo per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano dentro di noi.
Al centro della narrazione c’è Paola, ma potrebbe essere chiunque abbia condiviso la propria vita con un animale. Attorno a lei si muove un piccolo “branco” fatto di presenze vive e indimenticabili: gatti e cani che non sono semplici compagni, ma veri e propri “agenti speciali”, coinvolti in una missione invisibile quanto essenziale, quella di salvare il cuore.
È proprio qui che il libro trova la sua forza più autentica. Non si limita a raccontare episodi di vita quotidiana – pur presenti, teneri e riconoscibili – ma scava più a fondo, interrogandosi sul senso degli incontri, su quella sottile trama che lega le nostre vite a quelle degli animali. Ogni arrivo, ogni presenza sembra rispondere a un bisogno preciso, a uno stato d’animo, come se nulla accadesse davvero per caso.
Nel corso degli anni, l’autrice ha condiviso la propria esistenza con un gruppo di animali che hanno lasciato un segno profondo. E quando, inevitabilmente, è arrivato il momento della separazione, il dolore si è rivelato potente, quasi spiazzante nella sua intensità. È da lì che nasce la necessità della scrittura, come forma di elaborazione, ma anche come ricerca di senso.
E allora entra in scena la fantasia, o forse qualcosa di più. Un’immagine lontana, quasi infantile, prende forma: quella di un’astronave. È una visione che consola, che apre uno spiraglio, che suggerisce una possibilità diversa. E se davvero i nostri animali non se ne andassero del tutto? Se continuassero, in qualche modo, a vegliare su di noi?
Il confine tra immaginazione e verità, in queste pagine, si fa volutamente sfumato. Non interessa stabilire cosa sia reale e cosa no, quanto piuttosto lasciarsi attraversare da una prospettiva nuova, capace di alleggerire il dolore e restituire bellezza anche alla perdita.
C’è una costante che accompagna l’intero libro: un inno d’amore agli animali. Creature autentiche, mai ambigue, incapaci di finzione. In un mondo in cui spesso si indossano maschere, loro restano fedeli a una verità semplice e disarmante. Ed è forse questa la lezione più grande che lasciano.
Non manca, tra le righe, anche una riflessione più ampia sul valore della pet therapy, troppo a lungo sottovalutato. Oggi sappiamo quanto la presenza di un animale possa incidere positivamente sul benessere fisico e psicologico. Lo ricordava anche Enzo Jannacci, osservando come, in molti casi, l’affetto di un animale riesca ad arrivare dove le medicine non bastano.
Ma il libro di Paola Burzio va oltre la dimensione scientifica. Propone una visione più ampia, quasi spirituale: gli animali come guide silenziose, come presenze che accompagnano, insegnano, trasformano. Angeli custodi? Alieni? O semplicemente esseri capaci di amarci senza condizioni?
Forse la risposta non è così importante. Quello che conta è lo sguardo che questo libro riesce a generare. Perché, dopo averlo letto, sarà difficile osservare il proprio cane o il proprio gatto con gli stessi occhi di prima.
E in fondo, è proprio questo che fanno le storie più sincere: non cambiano il mondo, ma cambiano il modo in cui lo guardiamo.
MARZIA ESTINI

Il cielo delle domande: quando la filosofia torna a essere meraviglia

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono uno spazio. Uno spazio fatto di possibilità, di stupore, di domande che non cercano necessariamente una risposta, ma il piacere stesso di essere poste. Che cos’è il cielo? di Guia Risari è uno di questi.
Milanese di nascita e torinese di adozione, Guia Risari porta con sé un percorso intellettuale e umano che attraversa la filosofia, il giornalismo, il volontariato e la scrittura. Laureata in Filosofia morale con una tesi su Jean Améry, ha approfondito gli studi sull’antisemitismo e vissuto a lungo tra Italia e Francia, costruendo nel tempo una voce capace di parlare ai bambini senza mai semplificare il pensiero. Anzi, restituendogli tutta la sua libertà.
Ed è proprio questa libertà il cuore pulsante di Che cos’è il cielo?: un albo che raccoglie ventiquattro domande tanto semplici quanto vertiginose, accompagnate da risposte poetiche, ironiche, spiazzanti.
“Perché si nasce? Per curiosità.”
“Perché esistono i perché? Per dare soddisfazione ai punti di domanda.”
Non c’è alcuna volontà di spiegare il mondo. Al contrario: il libro lo apre. Ogni pagina è una soglia, un invito a guardare oltre ciò che pensiamo di sapere, a sostare nel dubbio, a lasciare spazio all’immaginazione. È filosofia che ha deciso di restare bambina, non per ingenuità, ma per fedeltà alla sua origine più autentica: la meraviglia.
A rendere ancora più potente questo viaggio è il dialogo tra linguaggi diversi. Le fotografie di Fabio Gervasoni si intrecciano con le illustrazioni di Marianna Balducci, creando immagini ibride, sorprendenti, capaci di trasformare frammenti di realtà in piccoli universi visionari. Non semplici accompagnamenti al testo, ma veri e propri varchi che ampliano il senso, moltiplicano le possibilità, invitano lo sguardo a giocare.
Il risultato è un libro che non si legge soltanto: si attraversa. Si può sfogliare lentamente, fermarsi su una pagina, lasciarsi ispirare da un’immagine, usare una domanda come punto di partenza per una conversazione o per un racconto. È un’esperienza condivisa, che mette sullo stesso piano adulti e bambini, restituendo ai primi qualcosa che spesso si perde crescendo: il coraggio di non avere tutte le risposte.
In questo senso, Che cos’è il cielo? è perfettamente in sintonia con quello spirito curioso e stratificato che appartiene anche a Torino, città capace di tenere insieme razionalità e mistero, scienza e immaginazione. Non è un caso che Guia Risari abbia trovato qui una delle sue case: perché Torino, come questo libro, non smette mai di farsi domande.
E forse è proprio questo il dono più grande di questo albo: ricordarci che le domande non sono vuoti da riempire, ma spazi da abitare. Che non serve sempre arrivare a una risposta, se il percorso continua ad accendere il pensiero.
Perché, in fondo, il cielo non è solo sopra di noi.
È ogni volta che scegliamo di guardare il mondo con occhi nuovi.
Marzia Estini

Le ottanta domande di Atena Ferraris: quando capire se stessi è il mistero più difficile

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 Torino tra le righe

Ci sono romanzi che si leggono per scoprire come va a finire. E poi ci sono storie come Le ottanta domande di Atena Ferraris di Alice Basso, che si leggono per restare dentro una mente, un modo di vedere il mondo, una voce che continua a farti compagnia anche dopo l’ultima pagina.
Atena Ferraris non è una protagonista qualsiasi. È una di quelle persone che osservano tutto, analizzano, cercano risposte dove gli altri si accontentano di intuizioni. Le domande, per lei, non sono un vezzo: sono una necessità. E quando le risposte non arrivano, il mondo diventa un luogo ancora più difficile da abitare.
Nel cuore di una Torino contemporanea, fatta di relazioni, lavoro e fragili equilibri quotidiani, Atena si muove con cautela, cercando di decifrare non solo un mistero – quello di una lettera minatoria che coinvolge una sua amica – ma soprattutto se stessa. Perché, in fondo, il vero enigma non è mai quello che sembra.
Autrice amatissima da librai e lettori, Alice Basso è nata a Milano ma vive e lavora a Torino, città che spesso fa da sfondo alle sue storie. Dopo il grande successo della serie dedicata a Vani Sarca, ha saputo conquistare ancora una volta il pubblico con il personaggio di Atena Ferraris, confermando una cifra stilistica riconoscibile: ironia intelligente, personaggi profondi e una straordinaria capacità di raccontare le relazioni umane senza mai appesantirle.
Alice Basso costruisce attorno ad Atena un microcosmo vivo, fatto di personaggi che non sono semplici comparse, ma presenze reali, con un peso emotivo preciso. Tra questi, spicca Jacopo: non un eroe ingombrante, non un salvatore, ma una presenza. E in un panorama narrativo spesso dominato da figure maschili eclatanti, è proprio questa sua discrezione a renderlo interessante. Jacopo non invade, non travolge: resta. E, restando, cambia le cose.
La forza del romanzo sta tutta qui: nella capacità di raccontare relazioni autentiche senza mai scivolare nel melodramma. L’ironia sottile di Atena alleggerisce anche i momenti più complessi, trasformando la leggerezza in una vera e propria strategia di sopravvivenza. Si ride, sì, ma mai per distrazione: si ride per restare in piedi.
E mentre il “giallo” scorre in sottofondo, quasi come una trama parallela, emerge con sempre più forza il cuore del libro: la ricerca di un’identità. Le famose “ottanta domande” diventano il simbolo di un bisogno profondissimo – quello di definirsi, di trovare un ordine, una spiegazione, forse persino un’etichetta. Ma cosa succede quando quella definizione rischia di diventare una gabbia?
Atena lo sa bene: dare un nome alle cose può aiutare, ma può anche limitare. E allora la vera sfida non è trovare tutte le risposte, ma imparare a convivere con le domande.
Lo stile di Alice Basso è, ancora una volta, una certezza: fluido, ironico, mai banale. I dialoghi scorrono con naturalezza, come frammenti rubati alla vita reale, e la narrazione riesce a essere insieme intelligente ed emotiva, senza mai risultare forzata. È una scrittura che accoglie il lettore, lo accompagna, e poi – quasi senza che se ne accorga – lo porta a riflettere.
Le ottanta domande di Atena Ferraris è un romanzo che intrattiene, certo, ma soprattutto fa qualcosa di più raro: fa compagnia. Perché nelle fragilità di Atena, nelle sue esitazioni, nelle sue paure di essere definita o fraintesa, è facile riconoscersi.
E forse è proprio questa la domanda che resta, una volta chiuso il libro:
abbiamo davvero bisogno di tutte le risposte… o possiamo imparare a vivere anche con qualche domanda in più?
MARZIE ESTINI

Crescere troppo in fretta: le “Anime scalze” di Fabio Geda

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono storie che parlano dell’adolescenza con una delicatezza capace di colpire nel profondo. Anime scalze di Fabio Geda, pubblicato da Einaudi nella collana Einaudi Stile Libero, è una di queste: un romanzo che racconta la fragilità, la fatica e insieme la sorprendente forza di chi si trova a diventare grande troppo presto.
La storia è ambientata a Torino, in particolare a Borgo Dora, e ha come protagonista Ercole, un ragazzo di quindici anni sensibile e impulsivo, come molti della sua età, attraversato dalle emozioni del primo amore per Viola. Ma Ercole non può concedersi davvero il tempo dei sogni adolescenziali. A casa, infatti, lui e la sorella Asia devono fare la parte degli adulti. La madre è scomparsa da tempo senza più dare notizie, mentre il padre è un uomo fragile e disorientato, incapace di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Così i due ragazzi cercano di arrangiarsi come possono, nascondendo la loro situazione anche ai servizi sociali, che potrebbero separarli. È soprattutto Asia a caricarsi sulle spalle il peso della sopravvivenza quotidiana, lavorando per mantenere la famiglia, ma anche Ercole prova a fare la sua parte: va a scuola, si impegna, cerca di restare un bravo ragazzo nonostante tutto. Forse non è un caso che il protagonista porti il nome di un eroe: per crescere da soli, a quindici anni, senza la protezione degli adulti, bisogna davvero avere qualcosa di eroico.
Quando Ercole scopre che la madre vive non lontano da lui, decide di cercarla. L’incontro con lei lo porta a conoscere anche Luca, un fratellino di cui ignorava l’esistenza. È proprio questo bambino a far nascere in lui un nuovo e ancora più forte senso di responsabilità, quasi a spingerlo definitivamente fuori dall’adolescenza. Una maturità precoce che, però, finirà per sfociare in risvolti drammatici.
La vicenda prende avvio da una scena intensa: Ercole è barricato sul tetto di un capannone, armato e circondato dalla polizia; accanto a lui c’è Luca, che ha solo sei anni. Come siano arrivati fin lì è ciò che il romanzo racconta, passo dopo passo, attraverso una storia fatta di affetti fragili, segreti e scelte difficili.
Il libro mette in luce una dinamica purtroppo sempre più presente nella società contemporanea: quella di adulti che faticano a comportarsi come tali e di ragazzi costretti a crescere troppo in fretta. Da una parte troviamo genitori che sembrano rimanere intrappolati in un’adolescenza prolungata, incapaci di assumersi pienamente il loro ruolo; dall’altra bambini e ragazzi che si ritrovano a dover gestire responsabilità troppo grandi per la loro età.
Nonostante la durezza della storia raccontata, la scrittura di Geda rimane limpida, scorrevole, quasi leggera. È una delle qualità che rendono i suoi libri così coinvolgenti: la capacità di affrontare temi profondi con uno stile semplice e diretto, senza mai perdere delicatezza. Leggendo Anime scalze si finisce per restare incollati alle pagine, accompagnando Ercole nel suo percorso e ritrovando, tra le righe, quella miscela di fragilità e forza che appartiene a ogni adolescente.
Fabio Geda, nato a Torino nel 1972, è uno degli autori italiani più apprezzati quando si tratta di raccontare il mondo dei ragazzi e delle fragilità contemporanee. Per anni ha lavorato come educatore con minori in difficoltà, un’esperienza che ha profondamente segnato il suo sguardo narrativo. Tra i suoi libri più noti figurano Nel mare ci sono i coccodrilli, straordinaria storia vera tradotta in numerosi Paesi, e diversi romanzi dedicati proprio all’età della crescita e della ricerca di sé.
Con Anime scalze, Geda torna ancora una volta a raccontare chi si affaccia alla vita con passo incerto ma determinato. Ragazzi che, pur camminando scalzi tra le difficoltà, imparano a lasciare il segno del proprio passaggio nel mondo.
MARZIA ESTINI

Rinascere tra le pagine: Una nuova me di Isabel Venuti

TORINO TRA LE RIGHE
Rinascere non è mai un gesto eclatante. Non è un’esplosione di forza, non è una dichiarazione pubblica. È qualcosa di più silenzioso, quasi impercettibile: un passo minuscolo fatto quando tutto dentro sembra crollato. Una nuova me di Isabel Venuti nasce proprio in quel punto fragile e potentissimo insieme.
Isabel Venuti, nata e cresciuta nel cuore di Torino, trae ispirazione dall’anima discreta della sua città, dalle storie che restano sottovoce tra i portici e dalle relazioni che si intrecciano nelle sue strade. Laureata in giurisprudenza, a trentanove anni ha scelto di affiancare alla razionalità degli studi una scrittura intima e diretta, mettendo al centro un tema che attraversa tutta la sua produzione: la fiducia nelle relazioni e il percorso, spesso doloroso, verso la consapevolezza.
Il suo esordio, Ho le prove, nasce dall’esperienza del tradimento vissuta in prima persona e affronta il bisogno di chiarezza quando i sospetti minano una relazione. ConAdesso scelgo me, l’autrice sposta l’attenzione sulle relazioni tossiche e sull’importanza di riconoscere i legami che svuotano anziché nutrire, accompagnando il lettore verso un primo atto di autodeterminazione. Una nuova me rappresenta il passaggio successivo e forse più maturo: non più soltanto capire o scegliere, ma rinascere. Non più interrogarsi su ciò che è accaduto, ma ricostruire ciò che resta. E soprattutto, ciò che può diventare.
È un cammino narrativo che procede per tappe — dal dolore alla consapevolezza, dalla scelta alla rinascita — e che riflette un’esperienza profondamente contemporanea: quella di chi impara, a volte dopo molte cadute, che l’amore non può prescindere dal rispetto di sé.
 “Ci sono ferite che non fanno rumore. Ci sono addii che ti spezzano in punti che nemmeno sapevi di avere.” Le parole dell’autrice entrano senza filtri in quel territorio conosciuto da molte donne: il momento in cui l’amore che sembrava casa diventa il luogo in cui ci si perde. È lì che il libro prende forma, nel buio in cui ci si sente sole, nell’istante in cui il cuore trema ancora e si ha la sensazione di essersi rotte per sempre.
E invece no. Non sei rotta. Stai cambiando.
Il volume raccoglie 101 lezioni emozionali, brevi, essenziali, pensate come piccole soste lungo un percorso di guarigione. Non è un manuale che promette soluzioni rapide, né un testo motivazionale che impone di essere forti a ogni costo. È piuttosto una mano tesa. Una voce che ricorda che si può capire il dolore senza esserne travolte, che si può lasciare andare ciò che non ci sceglie più, che si può ritrovare dignità e voce anche quando ci si sente svuotate.
Alcune lezioni colpiscono per la loro semplicità disarmante. “Sei già una donna che ha superato molto.” Una frase che invita a guardarsi indietro con onestà, a riconoscere le notti in cui si è rimaste in piedi per dovere, i giorni affrontati con il cuore pesante, i momenti in cui ci si è tenute insieme con mani che tremavano. La forza, suggerisce Venuti, non è nel non cadere, ma nel rialzarsi quando dentro si è stanche.
“Lasciare andare è un atto d’amore verso te stessa.” Non significa smettere di amare, ma smettere di farsi male per restare. Significa accorgersi che si sta stringendo qualcosa che non stringe più, che si sta dando troppo a ciò che lascia sempre con meno. E ancora: “Non tornare dove hai iniziato a svalutarti.” Un invito a ricordare non solo ciò che manca, ma ciò che costava rimanere. Fino ad arrivare alla lezione 99: “Sei ciò che scegli.” Non la caduta, non l’errore, non le parole che hanno ferito. Ma la scelta quotidiana di proteggersi, anche quando la nostalgia confonde e la strada conosciuta sembra più semplice.
Una nuova me si colloca in quella zona di confine tra scrittura intima e crescita personale che oggi intercetta un bisogno reale: sentirsi viste, comprese, nominate. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, ma da aprire nei giorni in cui non ci si basta e in quelli in cui, lentamente, si ricomincia a bastarsi. È un testo che parla alle donne che hanno amato troppo, che sono rimaste anche quando il cuore diceva “vai”, che ora vogliono riprendersi la vita — non quella di prima, ma una nuova, finalmente loro.
In una Torino elegante e riservata, capace di custodire fragilità dietro facciate austere, la voce di Isabel Venuti si inserisce con coerenza: discreta ma determinata, emotiva ma lucida. Perché la rinascita non avviene quando tutto è facile. Nasce quando tutto crolla e si sceglie, comunque, di rialzarsi.
E allora la domanda resta sospesa, tra le pagine e dentro chi legge: quante volte, nella nostra vita, abbiamo confuso la resistenza con l’amore… e quante volte, invece, scegliere noi stesse è stato il vero inizio?
MARZIA ESTINI
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