TORINO TRA LE RIGHE
Ci sono libri che non si scelgono: sono loro a chiamarci. Solo un ragazzo di Elena Varvello (Einaudi) è uno di questi. Incontrato quasi per caso, ha subito esercitato una forza silenziosa, nonostante una trama che, sulla carta, sembrava lontana dai miei territori di lettura. Giallo o romanzo di dolore? Nessuna delle due cose, eppure entrambe. Perché Solo un ragazzo vive in una zona obliqua, intraducibile con categorie nette, come avverte la stessa autrice: «Tutta la verità. Ma obliqua».
Il romanzo si apre con un’immagine perturbante. Siamo nel 2009: un gruppo di adolescenti si inoltra nel bosco, luogo proibito e carico di memoria. Scoprono una capanna: dentro, pochi oggetti – un cacciavite, una tazza, uno spazzolino – e un’aria inquieta, come se qualcuno fosse ancora lì, nascosto nel buio. È un inizio che non spiega, ma insinua. E da quell’ombra prende avvio una storia che affonda le radici vent’anni prima, nell’estate del 1989.
Sara e Pietro sono ormai anziani quando li incontriamo. Sono passati diciannove anni dalla perdita del figlio, ma il tempo non ha attenuato il dolore: lo ha solo trasformato. Pietro continua ad alzarsi ogni mattina pensando a ciò che avrebbe potuto dire o fare. Sara, invece, spesso non trova un motivo per alzarsi affatto. Il loro è un lutto vissuto in direzioni opposte, inconciliabili. Sara è un personaggio di una verità disarmante: dura, stanca, incapace di partecipare alla vita delle figlie, eppure attraversata da una luce ostinata, quella di un amore che perdona tutto. Per lei è sempre stato “solo un ragazzo”. Per Pietro, invece, quel figlio adolescente resta una presenza enigmatica, difficile da riconoscere, distante, con quel sorriso frequente e il freddo che non lo abbandona nemmeno d’estate.
Attorno a questo nucleo familiare, Varvello costruisce una coralità dolente. Le due figlie, Amelia e Angela, reagiscono al trauma in modo opposto: una cercando rifugio in una vita ordinata e in una religiosità rigida, l’altra scegliendo la fuga e l’autodistruzione. Nessuno resta davvero intatto. Il dolore si infiltra nelle relazioni, congela le esistenze, modifica per sempre i legami.
La domanda, inevitabile, accompagna il lettore per tutta la narrazione: cosa è successo davvero quell’estate? Perché nessuno ha capito cosa stava attraversando quel ragazzo? Perché entrava nelle case di nascosto, cosa cercava? Ma Solo un ragazzo non è un romanzo che offre risposte definitive. Varvello non indaga, non giudica, non spiega. Osserva. Lascia che siano le voci, i ricordi, i silenzi a raccontare. È una storia di non detti, di bugie, di solitudine portata “a compimento”, che diventa punto di non ritorno per un’intera comunità.
Uno degli elementi più potenti del romanzo è la lingua. Elena Varvello, poetessa, lavora sulle parole con precisione e sensibilità: il ritmo è asciutto, le immagini sono evocative, gli oggetti diventano simboli. Il bosco, che avvolge e nasconde, sembra non avere fine; eppure, anche nel fitto delle sue ombre, a tratti filtra una luce. È la luce dell’amore, della speranza ostinata, della possibilità – forse – di un’accettazione.
La struttura narrativa, fatta di continui avanti e indietro nel tempo e di cambi di punto di vista, non disorienta mai. Al contrario, accompagna il lettore in un percorso emotivo intenso, dove presente e passato spesso si confondono, come accade nella memoria di chi ha vissuto una perdita irreparabile. Le pagine scorrono velocissime, la tensione resta alta, non perché si cerchi un colpevole, ma perché si desidera comprendere, sentire, avvicinarsi.
Solo un ragazzo ha la potenza di un thriller senza esserlo e la forza di un romanzo di formazione senza esserlo. È una storia che passa “di bocca in bocca”, come un’ombra intravista, come un dubbio che resta. Un libro che non consola, ma accompagna. Che non spiega, ma scava. E che, una volta chiuso, lascia il desiderio di abbracciare tutti i suoi personaggi, nessuno escluso, e di sussurrare loro – forse a noi stessi – che sì, la vita è ingiusta, ma certe presenze non se ne vanno davvero.
Elena Varvello, torinese, classe 1971, poetessa e scrittrice, docente alla Scuola Holden, con questo romanzo conferma una voce unica nel panorama letterario contemporaneo. Perché, come sappiamo, non è il tema a fare la differenza, ma il modo in cui viene raccontato. E Solo un ragazzo è un libro che non si dimentica.
MARZIA ESTINI

