IL COMMENTO Di Pier Franco Quaglieni
Un gran brutto evento quello che precede di pochi giorni la festa della Liberazione, ancora una volta guastata da polemiche tanto feroci quanto inutili. Il monologo sul 25 aprile di Antonio Scurati – scrittore che ha avuto notorietà solo quando si è paradossalmente dedicato al suo demone Benito Mussolini, senza avere la benché minima competenza storica, scrivendo anche cose inesatte e imprecise, come dimostrò Galli della Loggia – andava letto e riletto, direi tutti i giorni come un mantra per una settimana o almeno per un triduo a reti unificate, come stanno facendo oggi in modo ossessivo, dopo lo stupido divieto della Rai, giornali e Tv. Così tutti avrebbero capito e oggi possono egualmente capire che il suo non è un discorso storico, ma meramente politico e di bassa politica pre elettorale. De Felice ci ha fatto capire Mussolini, Oliva ci ha fatto comprendere l’antifascismo, Scurati invece ha confermato di essere un “antifascista fascista” come disse Ennio Flaiano. Sembrava una genia scomparsa e invece sopravvive in Scurati e anche negli anziani professori di Bari che si dilettano a scrivere di storia contemporanea invece di dedicarsi all’antichità classica dove furono maestri. Di questi cultori del fascismo antifascista o antifascismo fascista sono pieni anche i social dove il messaggino di Scurati è stato ripreso e commentato come una pagina di vangelo. Invece la stessa interpretazione di un unicum fascista dal 1924 al 1944 e’ una trovata priva di fondamento storico, una sparata politica ad effetto pubblicitario. L’omicidio di Matteotti e le stragi nazifasciste del ‘44, dimenticando ovviamente via Rasella, sono cose diverse che vanno studiate analiticamente. Sarebbe un discorso che ci porterebbe lontano perché bisognerebbe partire dal biennio rosso successivo alla Grande Guerra per giungere alla Rsi e all’occupazione tedesca del 43/45. Il monologo non si addice comunque agli storici perché la ricerca storica è fondata sul dialogo, sul confronto e soprattutto sulla ricerca distaccata che è l’esatto opposto della dogmatizzazione ideologica che lo storico partigiano Raimondo Luraghi considerava un veleno mortale che uccide la ricerca storica. Ma Scurati non sa nulla di Luraghi, probabilmente non ha neppure letto la storia dell’Italia contemporanea di Federico Chabod, partigiano valdostano e maestro di studi storici, che parlava e scriveva nel 1950 con distacco critico del fascismo, come fece Croce in una lezione sulla storia contemporanea, tenuta ai giovani dell’ istituto di studi storici di Napoli da lui fondato e ripubblicata dal Centro Pannunzio con prefazione di Sergio Romano che si dichiarò un revisionista. Scurati pare un “galoppino elettorale” che un uomo serio come Togliatti non avrebbe neppure considerato per un qualsivoglia incarico nel PCI. Alle Frattocchie non l’avrebbero mai accolto come discente, figurarsi come docente insieme a maestri come Ernesto Ragionieri. Il monologo di Scurati, zeppo di aggettivi eclatanti e di ammennicoli ideologici, non aggiunge nulla all’antifascismo che è stato ed è plurale: cattolici, ebrei, valdesi, laici, comunisti, anticomunisti, liberali, azionisti, anarchici, socialisti, monarchici e repubblicani, militari e civili, semplicemente democratici e quindi anti-autoritari non a senso unico, stranieri di diverse nazionalità che combatterono per Liberazione dell’Italia insieme al risorto Regio Esercito del Sud e ai partigiani del Nord. Il vero 25 aprile è un 25 aprile tricolore in cui le bandiere di partito hanno un ruolo secondario. C’è anche chi vorrebbe sfilare con altre bandiere come quelle della NATO che nulla c’entrano con la Resistenza per ragioni di visibilità personale e narcisisticamente divisiva o vuole impedire a Milano alla Brigata ebraica di usare il suo striscione. Questi sono usi strumentali della Resistenza che rispecchiano lo squallore dei tempi. Non meritano di essere considerati perché in fondo dimostrano che il rimasuglio di un certo “fascismo” è rimasto nel modo di pensare anche di alcuni antifascisti che pretendono di avere l’esclusiva della Resistenza. Anche questo fascismo va considerato perché dimostra che anche Umberto Eco parlando di “Fascismo eterno” aveva le sue buone ragioni anche se diverse da quelle che hanno motivato il suo librino che forse Scurati ha studiato a memoria, senza comprendere che ad un genio come Eco tutto è consentito perché il semiologico alessandrino non era un dogmatico e non pretendeva mai di imporre una sua verità. Forse ci sarebbe anche da domandarsi chi abbia avuto l’idea di chiedere il monologo a Scurati per la Rai che deve rispettare il pluralismo. Avrei capito invitare Gianni Oliva, non certo Scurati che non ha titoli per intervenire, malgrado i libri scritti, anzi soprattutto perché ha scritto tre volumi su “M” e si accinge a pubblicarne un quarto.

Il manifesto “liberale” torinese ha creato un po’ di confusione a livello locale e nulla di più. Miei amici romani con cui sono stato, non ne sapevano nulla.

A Carcare dopo il convegno di ieri, tenuto nei locali della scuola media, su chi scrisse per davvero l’Inno nazionale (Mameli o padre Cannata) il Comune corre ai ripari e affida ad una borsa di studio offerta agli studenti dell’Università di Genova la ricerca relativa all’autore dell’inno nazionale. Il relatore unico del convegno, l’ottuagenario e prestigioso prof. Aldo Alessandro Mola di Torre San Giorgio, accademico e senatore del regno, non deve aver molto convinto con la sua tesi, vecchia di trent’anni, su padre Cannata, lo scolopo che sarebbe stato il vero autore dei versi (per altro orribili) dell’inno musicato da Novar . Si tratta di una tesi senza reali prove, fondata sul pettegolezzo di paese, che non ha mai trovato riscontri e che offende la memoria di Mameli morto eroicamente nella disperata difesa della Repubblica romana. L’esito della tesi esposta a Carcare ha portato il Comune ad affidarsi a degli studenti. Un esito incredibile, anche se forse abbastanza prevedibile. Per evitare di infierire non riporto cosa mi disse il pro . Umberto Levra ordinario di Storia del Risorgimento a Torino e presidente del Museo nazionale del Risorgimento su quella tesi bizzarra.
