Martedì 17 febbraio, alle ore 18, lo spazio incontri del Polo del ‘900 di Torino ospiterà la presentazione del libro di Fabrizio Rondolino “Elena. Storia di Elena Colombo. Una bambina sola nella Shoah”. L’evento è promosso dalla sezione Anpi “Giambone” di Torino Centro in collaborazione con Istoreto e Unione Culturale Antonicelli. Nell’occasione dialogherà con l’autore la direttrice dell’Istoreto, Barbara Berruti. La storia narrata nel libro rappresenta un caso particolare che ebbe inizio il 9 dicembre 1943 con l’arresto della famiglia Colombo a Forno Canavese dove si era rifugiata in seguito all’8 settembre e alla spietata caccia all’ebreo messa in atto da nazisti e fascisti. Ma mentre i genitori, Sandro e Wanda, vengono immediatamente trasferiti in carcere a Torino, la figlia Elena, una bambina di dieci anni ( ne avrebbe compiuti undici a giugno) venne affidata dalle SS a una famiglia di amici, i De Munari. “Un caso pressoché unico nella storia della deportazione italiana – come sottolinea Rondolino – poiché le famiglie erano sempre arrestate e deportate in blocco, dai nonni ai neonati. Quel giorno a Torino accadde qualcosa di incredibile. Elena si separa dai genitori convinta di rivederli presto, Sandro e Wanda la salutano convinti di averla messa in salvo”. Ma il destino sarà ben diverso: i genitori vengono infatti inviati ad Auschwitz dove arrivano il 6 febbraio 1944. Wanda è fra le quasi trecento donne che, caricate sui camion, sono subito condotte alle camere a gas di Birkenau. Sandro invece muore il 25 marzo 1944, cinquanta giorni dopo l’arrivo ad Auschwitz: era stato portato a Birkenau per essere ucciso il giorno stesso nelle camere a gas. La piccola Elena rimase invece a Torino e visse per tre mesi e mezzo con quella famiglia. Il 9 marzo i tedeschi la prelevarono, portandola all’Istituto Charitas dove venne arrestata dalle SS il 25 marzo 1944, esattamente lo stesso giorno in cui suo padre veniva spinto nella camera a gas. Il giorno successivo venne caricata su un treno e portata nel campo di concentramento di Fossoli (Modena) dove rimase fino al 5 aprile 1944 quando partì per il suo ultimo viaggio verso Auschwitz. Morì sola, “sostenuta dalla speranza, alimentata dai suoi carnefici, di rivedere la mamma e il papà”. Molti anni dopo, Fabrizio Rondolino ricevette una e-mail dal Museo Diffuso della Resistenza di Torino: stavano preparando la posa di alcune pietre d’inciampo e avevano ritrovato, tra le carte della Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, una lettera scritta nel maggio 1946 da Marcella Colombo. Era una richiesta di aiuto per avere informazioni sulla sorte di suo fratello Sandro, di sua moglie Wanda e della loro figlia perché, scriveva, che non avevano mai più avuto notizie della bambina. Fabrizio Rondolino è partito da lì per ricostruire la breve vita di Elena, cugina prima di suo padre, l’unica bambina ebrea italiana che – come apprese durante le indagini – ha affrontato da sola l’arresto, la detenzione e la deportazione. È un percorso che attraversa archivi, testimonianze, vecchie foto, nomi quasi dimenticati. Un viaggio dentro la propria storia familiare alla ricerca di ciò che del passato continua a vivere, fosse anche solo un nome da ricordare. Oltre al libro, la memoria di Elena è impressa nel selciato al numero tre di via Piazzi a Torino dove sono state poste tre pietre d’inciampo per lei e i genitori; a Forno Canavese, dove le è stata intitolata la scuola primaria, e a Rivarolo Canavese dove è un’ area giochi a portare il suo nome.
Marco Travaglini


Il Giorno del ricordo che venne istituito nel 2004 con legge votata a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano e con il voto del PDS e il sostegno di Luciano Violante, sara’ celebrato in modo solenne dall’ANVGD e dal Comune di Torino. Il Giorno del ricordo si tiene il 10 febbraio, anniversario del Trattato di pace che tolse all’Italia le terre del confine orientale: Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, Fiume. Esso intende ricordare gli infoibati italiani da parte dei partigiani di Tito e l’esodo a cui furono costretti oltre 300mila Italiani per sfuggire alla furia titina.
La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.







Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo
Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile