STORIA- Pagina 2

Torino, la grande storia in Galleria Subalpina con Pier Franco Quaglieni

 

La storia è protagonista alla Galleria Subalpina di Torino: Pier Franco Quaglieni presenta tre volumi delle Edizioni Pedrini. Infatti, domenica 29 marzo, alle ore 11:00, la suggestiva cornice della scalinata della Galleria Subalpina ospiterà un importante appuntamento culturale dedicato alla grande storia e al pensiero liberale italiano.

Lo storico Pier Franco Quaglieni presenterà tre volumi di rilievo pubblicati dalle Edizioni Pedrini“Doveri dell’Uomo”“Matteotti” e “Il liberale Pannunzio”. L’incontro si configura come un viaggio attraverso le figure e i valori che hanno segnato il percorso civile del nostro Paese, dal Risorgimento mazziniano alla strenua difesa della libertà.

A dialogare con l’autore sarà Nicola Gallino, firma del quotidiano la Repubblica. Il confronto tra lo storico e il giornalista offrirà l’occasione per approfondire l’attualità di questi testi e la rilevanza dei loro protagonisti nel panorama culturale odierno.

L’evento, aperto al pubblico, rappresenta un’occasione importante per riflettere sulla memoria storica e sull’impegno civile in uno dei luoghi più iconici del capoluogo piemontese.

Quando s’andava in tram da Intra a Omegna

Per più di tre decenni, dal 1910 al 1946, era possibile raggiungere il lago d’Orta dal lago Maggiore viaggiando comodamente in tram. Questo grazie alla tramvia Intra-Omegna, linea a scartamento normale  che copriva il tragitto di venti chilometri con nove fermate ed era gestita dalla Savte, la “Società Anonima Verbano per la Trazione Elettrica”. Il materiale rotabile era stato ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione del 1906 di Milano, che collegava – a sette metri d’altezza e per poco più di un chilometro e mezzo – le due aree principali: il Parco Sempione e la Piazza d’Armi (l’attuale zona Fiera). Infatti, terminata l’Esposizione che – in omaggio al traforo del Sempione, inaugurato l’anno prima – era stata dedicata ai trasporti, gran parte di quel  materiale venne acquisito dalla Savte che aveva in programma l’ambizioso progetto della tranvia tra i due principali centri del Cusio e del Verbano.

Impresa di tutto rispetto che, divisa in vari tronchi , si concretizzò  nel giro di alcuni anni. Il progetto iniziale prevedeva un collegamento tra la stazione ferroviaria di Fondotoce e la città svizzera di Locarno. Vari enti, tra cui la Banca Popolare di Intra, s’impegnarono dal punto di vista finanziario ma il progetto venne ripensato, realizzandolo solo parzialmente e con grande ritardo, tra Pallanza a Fondotoce. La tranvia fece il suo primo viaggio su questo tragitto il 16 Ottobre 1910. Ma si trattava , come scrissero i giornali dell’epoca, dell’attuazione “di una minima parte del grandioso programma che la Spett. Società Anonima Verbano ha tracciato e si ripromette di esaurire non oltre l’autunno prossimo“. In realtà, il secondo tratto fino ad Omegna fu aperto nel gennaio del 1913 e , successivamente, furono posati i binari per il proseguimento da Pallanza all’imbarcadero di Intra. L’ipotizzato prolungamento fino a  Cannobio, a ridosso del confine con l’elvetico Canton Ticino, non fu però mai realizzato. La giornata della tranvia era articolata con 22 coppie di corse tra i due capolinea e alcune limitate al segmento Gravellona – Omegna. Nel ’39 la Savte si rese conto della necessità di operare un restauro delle infrastrutture e dei tram, ma lo scoppio del secondo conflitto mondiale rese impossibile la fornitura dei materiali per la necessaria manutenzione. Terminata la guerra i problemi legati al funzionamento della tranvia si palesarono in tutta evidenza e la Savte immaginò di abbandonarla per privilegiare il trasporto su strada. Fu ipotizzata la trasformazione in filobus, ma la linea venne definitivamente chiusa nei primi anni’50, sostituendola “in via provvisoria” con il trasporto automobilistico. E, come tutte le cose provvisorie, la scelta della “gomma” diventò definitiva e segnò il tramonto della tranvia. Le uniche rotaie su cui sferragliarono ancora dei convogli fino ai primi anni ‘80, seguendo il vecchio tracciato per un breve tratto, collegarono la ferriera  omegnese della Pietra, ex Cobianchi, alla stazione ferroviaria di Crusinallo.

Marco Travaglini

Alla Palazzina di Stupinigi, torna a rivivere il Giardino Storico

Rievocata anche la famosa “Vasca di Fritz”!

Lavori finanziati dal “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, su Progetto sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”

Stupinigi – Nichelino (Torino)

L’ultimo intervento significativo risaliva all’inizio del Novecento quando Alessandro Scalarandis, già “Capo giardiniere” a Monza, ridisegnò il “Giardino fiorito di Levante” introducendo piante esotiche di alto fusto.

Nel tempo, la progressiva perdita della funzione di “Residenza Reale” della “Palazzina” di Stupinigi (piazza Principe Amedeo, 7) e una manutenzione alquanto discontinua hanno portato a una parziale perdita della “leggibilità” del disegno originario datato 1740, su progetto a firma del francese Michel Bernard (allora direttore dei “Reali Giardini”) e impostato secondo il modello del “giardino formale” di tradizione francese: un grande spazio immaginato e realizzato attorno al “tondo” retrostante la “Palazzina”, con viali radiali, “parterre” ornamentali e architetture vegetali che relazionavano l’edificio con il territorio adibito alle “rotte di caccia”. Sotto il dominio napoleonico il “Giardino” subì un totale impoverimento determinato dall’eliminazione di ogni struttura generante la perfetta “simmetria del verde”, cui posero in parte rimedio i fratelli torinesi – architetti del paesaggio – Marcellino e Giuseppe Roda con l’inserimento di elementi in “stile romantico” (boschetti inglesi, un lago artificiale e nuove specie esotiche) senza però alterare la struttura geometrica originaria di impostazione juvarriana.

A seguire, l’intervento (di cui sopra) di Alessandro Scalarandis, inficiato però  dall’inizio della Seconda guerra mondiale, quando la promozione della coltivazione di qualsiasi terreno da parte del governo fascista per far fronte ai razionamenti alimentari, fece sì che il “Giardino storico” venisse trasformato in un semplice “orto di guerra”, coltivato a pomodori, patate, fagioli e altri ortaggi che venivano in gran parte inviati all’“Ospedale Mauriziano” di Torino.

Da allora, poco o nulla di nuovo sotto il sole, fino all’attuale “benedetto” Progetto di Recupero, sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”, in collaborazione con la “Struttura Tecnica” dei “Giardini della Reggia” e il sostegno finanziario del “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, nell’ambito del Programma dedicato alla “Valorizzazione dei Parchi e dei Giardini Storici”.

Il “Progetto di Restauro”

Nato da un lavoro redatto nel 2022 grazie a un finanziamento della “Regione Piemonte” (che è servito a mettere in relazione lo stato attuale del “Giardino” con la “documentazione storica”), il primo lotto di interventi ha riguardato le aree più prossime alla “Palazzina” e in particolare il “recupero”, secondo i disegni del Settecento, delle “stanze di verzura”, gli “Apartaments verts”, le “gallerie vegetali laterali” costituite da 4 filari di alte siepi di carpino nero, perfettamente simmetriche e speculari, e luogo dove passeggiare e sostare su panchine all’ombra creata da piante di acero campestre e tiglio. Sono stati anche ricreati, secondo i disegni ottocenteschi, i due grandi “parterre erbosi”, che con la loro simmetrica regolarità si connettono e intersecano con il “Giardino” e il territorio circostante.

Il “Giardino di Levante”, primo spazio di accesso al “Giardino” dal percorso di visita, ha conservato la pregressa configurazione spaziale con l’inserimento di zone con specie vegetali arbustive perenni alternate a manti erbosi e alberi ad alto fusto, anche di specie esotiche, testimonianza degli interventi eseguiti in epoca ottocentesca in “stile paesaggistico inglese”. In quest’area è stata inoltre riproposta la suggestiva memoria della celebre “vasca di Fritz”, attraverso un intervento paesaggistico che restituisce un episodio della storia della Residenza legato alla presenza dell’“elefante” indiano donato nel 1827 dal Viceré d’Egitto a re Carlo Felice e ucciso nel 1852, poiché diventato troppo aggressivo dopo la morte del suo custode. I suoi resti sono oggi esposti al “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino.

Il progetto ha previsto anche l’installazione di un “impianto di irrigazione”, l’estensione dei “sistemi di videosorveglianza” e “wi-fi”, nonché la realizzazione di un “punto di erogazione” di acqua potabile e di “servizi igienici” dedicati ai visitatori. Una particolare attenzione  è stata riservata anche all’accessibilità per le persone con “disabilità motorie”, attraverso la messa a disposizione di “scooter elettrici” progettati per percorrere i viali “inghiaiati” del giardino.

Per stare al passo coi tempi, l’esperienza di visita sarà inoltre supportata da una “applicazione digitale” scaricabile gratuitamente, “SmartPark Experience”, che permetterà di ricevere informazioni sul giardino e indicazioni utili.

Per motivi di “tutela ambientale”, restano al di fuori di questo primo lotto dei lavori, alcune aree facenti parte di una “Zona Speciale di Conservazione” della “Rete Natura 2000”, presente nel “Parco”. In queste zone, però, sono già in corso studi finalizzati a conciliare la conservazione degli “habitat naturali” con la possibilità di una futura fruizione pubblica.

Per info e prenotazioni: tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

g.m.

Nelle foto: La “Palazzina” oggi e “Foto storiche”

Sulla scia di una gondola, veneti a Chieri

All’ingresso di Chieri, arrivando da Riva, un monumento a forma di gondola saluta i veneti del chierese. L’hanno eretto loro per ricordare la storia secolare dell’emigrazione dei veneti in quest’angolo del Piemonte. L’hanno chiamato “Sogno”, un sogno diventato realtà. Un’epopea che nasce all’inizio del Novecento, un lungo libro da sfogliare, pagina dopo pagina. Si parte e si lascia la terra natia poco più che bambini. Uno zaino in spalla con lo stretto necessario, due soldi in tasca e tanta voglia di partire alla ricerca di un lavoro, anche a costo di lasciare la famiglia per molto tempo. Verso luoghi lontani, in treno, su un camion, in bici. Accade così che negli anni Venti del secolo scorso decine di ragazzini, tra i 10 e i 15 anni, lasciano la campagna veneta tra Vicenza, Padova e Rovigo, attraversano la Pianura Padana e si trasferiscono nel chierese per lavorare nei campi, a mietere il grano con la falce, nelle stalle, nei pascoli, nei cantieri, almeno per qualche mese. Va tutto bene, tornano a casa e raccontano che a Chieri c’è lavoro. Era l’ardita avanguardia di un folto gruppo di migranti che tra gli anni Trenta e Quaranta si trasferirono con tutta la famiglia nelle cascine del chierese. Fu un vero e proprio esodo dal Veneto al Piemonte. La crisi agricola, la povertà dei campi, le campagne troppo popolate e le scarse opportunità nell’industria spinse molte famiglie venete a nord-ovest per trovare un’occupazione contribuendo alla crescita economica del territorio. Ma perché proprio nel chierese? Il territorio offriva la possibilità di lavorare nel tessile, già molto sviluppato nella zona, storicamente un vanto del chierese, un motore economico per secoli, e nelle attività manifatturiere e artigianali oltreché nell’edilizia. E così, nella città alle porte di Torino nacque la comunità veneta del chierese e oggi, su 36000 abitanti ben 12000 sono discendenti di veneti. Il libro “Sulla scia di una gondola”, di Adelino Mattarello, editrice il Punto, fresco di stampa, presentato alla biblioteca civica Francone a Chieri, ripercorre questa lunga vicenda. È una raccolta di biografie, aneddoti, racconti, 300 fotografie e mille curiosità sulla vita quotidiana, religiosa e associativa dei numerosi veneti che per necessità hanno dovuto lasciare la propria terra per ricominciare a vivere in altri luoghi. Un libro ricco di testimonianze, come quella di Mirto Bersani, direttore del Corriere di Chieri, con bisnonno padovano, che racconta la storia della migrazione dei veneti che iniziò cent’anni fa con quei ragazzi veneti mandati a lavorare nei campi del chierese. Lo stesso autore del libro, Mattarello, è nato ad Adria (Rovigo) e negli anni Sessanta si è trasferito a Chieri dove già si trovavano i cugini.
Un cammino di integrazione certamente lungo e duro ma anche entusiasmante da parte di migliaia di persone che non hanno mai dimenticato il paese natale e che attraverso l’Associazione Veneti si mantengono in contatto con la terra d’origine. I primi decenni nel chierese non furono affatto facili, c’era molta diffidenza verso i nuovi arrivati, considerati perfino ladri di lavoro. Fu una migrazione a tappe: la seconda generazione trovò lavoro nelle fabbriche e nel tessile, poi la tragica alluvione del Polesine nel 1951 spinse tanti altri veneti a trasferirsi nel torinese. Una migrazione che col tempo ebbe anche risvolti politici e amministrativi con l’elezione nel 1969 del primo sindaco veneto di Chieri, il padovano Egidio Olia. Il padre dell’attuale sindaco è veneto.
                                                                                           Filippo Re

“La Voce e il Tempo” compie 150 anni

Ci hanno scritto firme famose del giornalismo italiano, da Claudio Magris a Italo Alighiero Chiusano, da Giorgio Calcagno a Enzo Bianchi e tanti altri, Ferruccio Gard, Marco Travaglio, Mario Giordano. Molti giornalisti e scrittori hanno iniziato la propria carriera su “La Voce del Popolo”, il settimanale della Diocesi di Torino che oggi si chiama “La Voce e il Tempo” e che compie 150 anni, proprio come il grande Corriere della Sera. La testata nasce nel 1876 per volontà di Domenico Giraud, con il nome di “La Voce dell’Operaio” e tra i fondatori vi furono San Leonardo Murialdo e il suo collaboratore don Eugenio Reffo. Tra le opere più importanti del Murialdo, fondatore dei Giuseppini, ricorda Pier Giuseppe Accornero, storico collaboratore de “La Voce del Popolo”, ci fu proprio l’impegno nella stampa e 150 anni fa a Torino fondò il Bollettino delle Unioni Operaie Cattoliche, oggi il settimanale diocesano “La Voce e il Tempo”. Il primo numero sperimentale uscì il 15 marzo 1876 e quello ufficiale nel giugno dello stesso anno. Il regime fascista, osserva Accornero, mise tali e tanti bastoni che “La Voce dell’Operaio” fu costretta a sospendere le pubblicazioni per tre mesi (novembre 1926-gennaio 1927) e quando le riprese diventò “La Voce del Popolo”. Dal 1946 divenne la testata ufficiale dell’Arcidiocesi torinese. Ha sempre dedicato grande attenzione al rinnovamento della chiesa torinese e a questioni come le lotte sindacali e i problemi di integrazione dei numerosi immigrati provenienti dal sud Italia. Alla lunga direzione del sacerdote giornalista Franco Peradotto subentrò Marco Bonatti che diresse il giornale dal 1996 al 2013. Dal 2014 la responsabilità nella direzione del settimanale della chiesa torinese venne assunta Luca Rolandi. Dal 2016, dopo la fusione con l’altro storico bisettimanale torinese “Il Nostro Tempo”, la pubblicazione proseguì con il nome “La Voce e il Tempo” diretta da Alberto Riccadonna. La “Voce” è sempre stata, e lo è tuttora, una vera e propria palestra di giornalismo per tantissimi giovani che amano questo lavoro, non solo strumento di informazione ecclesiale locale ma anche luogo di formazione per la crescita professionale di tanti aspiranti giornalisti che hanno iniziato proprio lì, imparando sul campo il mestiere, nelle mitiche redazioni di corso Matteotti 11 e al Santo Volto.                          Filippo Re

I pittori che dipinsero gli Italiani all’indomani dell’Unità

Al castello di Novara, sino al 6 aprile

 

Adesso che s’era fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani. E ancora oggi sappiamo quanta fatica si porti appresso l’infinito di quel verbo. Prima c’erano state le “speranze e aspirazioni” di chi sognava un’Italia unita: c’erano stati alcuni prima, all’inizio di un lungo percorso, le giornate di Milano ma anche “la fatal”Novara che quelle aveva spazzato via, poi finalmente, il 17 marzo 1861, l’unione. Ma ancora molto rimaneva da fare – ma pure, “la storia poi è proseguita, certo tra mille difficoltà, tra eventi gloriosi e altri meno, ma una bellissima storia”. Anche l’arte e gli artisti vollero raccontare, come fedeli narratori, il cambiamento di questo popolo “nuovo” ripreso nei tanti aspetti piacevoli della sua quotidianità, ma anche il disincanto e la fatica del lavoro, la giustizia, l’istruzione, la condizione della donna, troppe volte avvilente: magari con lo sguardo dell’uomo rattristito e ferito, con una moglie e un figlio alle sue spalle, un misero bagaglio con sé, all’interno di un paesaggio roccioso, a osservare una terra che non vede il momento di raggiungere, protagonista dell’opera di Stefano Usai L’esule che dall’Alpe guarda l’Italia (1850). È il punto d’inizio della mostra L’Italia dei primi Italiani. Ritratto di una nazione appena nata, curata da Elisabetta Chiodini negli spazi del Castello di Novara, organizzata da Mets Percorsi d’Arte con il Comune di Novara e la Fondazione Castello di Novara, con l’apporto di importanti sponsor e visitabile sino al 6 aprile. ”Dovevamo offrire qualcosa che lasciasse il segno – dice Paolo Tacchini, presidente di Mets -, di cui si potesse conservare un ricordo indelebile e che fosse legato alla nostra terra e alle sue peculiarità. Qualcosa però che fosse coerente con la nostra specifica missione, divulgare l’arte di un periodo ben preciso.” Ovvero di quell’Ottocento che, ormai dal 2018, ha preso a invadere felicemente le sale del Castello, nei suoi aspetti più differenti e culturalmente validi, nei suoi percorsi più approfonditi, guardando al paesaggio e a Les Italiens à Paris, al Romanticismo per le strade di Milano e i canali veneziani, al Divisionismo e ai Macchiaioli, promettendo fin da ora il prossimo appuntamento Moda e costume nella società moderna, tre ritratti – Hayez Boldini Casorati – e oltre, a partire dal 31 ottobre prossimo.

Non un percorso legato al passaggio del tempo ma la visione dilatata di questo, settant’anni circa, sino agli anni Trenta del Novecento, e settanta opere in esposizione, provenienti da collezioni private e da importanti gallerie di Milano (Maspes ed Enrico, Quadreria dell’Ottocento e Mainetti), Torino (Aversa) e Pinerolo (Il Portico), dalla Fondazione Cariplo, da Novara (Galleria Giannoni) e dalla GAM torinese, attraverso sette sezioni: dal territorio variegato di pianure, valli e monti alle regioni bagnate dal mare con le loro attività, dai tanti volti delle città al tempo libero della borghesia, dall’arte declinata al femminile all’amore nella sua venalità alla vita nelle metropoli, dove lusso e miseria convivono, dove la medicina progredisce e i più o meno grandi soprusi crescono. Opere di grande importanza e nomi che abitano l’immaginario artistico collettivo (Lega e Signorini, Carcano e Fattori e Cosola, De Nittis e Morbelli e Maggi), opere preziose che ci portano anche a scoprire bellezze di autori forse immeritatamente tenuti lontani dai grandi appuntamenti (Eugenio Spreafico e Arnaldo Ferraguti, Stefano Bruzzi e Guglielmo Ciardi, Pio Joris (che in Circo Agonale del 1900 ritrae una piazza Navona nel suo dispiegarsi di popolani, venditori di frutta, religiosi in attesa, bambini ai primi passi, cani che giocano, il tutto raccontato in una affascinante ricchezza di abbigliamenti, affabulazioni, pettegolezzi di donne), Alberto Rossi e Carlo Cressini e Italo Nunes Vais (Ancora un bacio, 1885, una addio o un arrivederci sul predellino di un treno che sta per partire), Giovanni Sottocornola e il mirabile Francesco Netti, allievo di Domenico Morelli, con il suo In Corte d’Assise, un olio su tela del 1882, di importanti dimensioni (96 x 182 cm), proveniente dalla Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto di Bari. 

Dove racconta di una seduta del processo – lo potremmo definire il “primo mediatico” della storia, assai simile a quelli che circolano oggi – che doveva condannare i responsabili dell’omicidio del capitano Giovanni Fadda, eroe delle guerre risorgimentali in cui, il poveretto, aveva perduto la propria virilità, ovvero la moglie Raffaella Saraceni, particolarmente bella, e il suo amante, un giovane cavallerizzo che aveva tolto di mezzo quell’imbarazzante coniuge con 23 pugnalate. Processo nel ’79, ergastolo per lui e per lei, riconosciuta come mandante, condanna ai lavori forzati e a trent’anni di reclusione prima, ridotti poi per essere fatta uscire dopo soli dieci anni (con buona pace degli “scandali” attuali). A chi vorrà ancora visitare la mostra – e ve la consigliamo davvero in quest’ultimo scorcio – interesserà quella sorta di rituale che Nitti ci ha tramandato, quelle signore che tra abiti eleganti e cappellini alla moda, tra ventagli e tazzine distribuite di caffè e gioielli che il pittore ha posto in primo piano, talune comodamente sedute alla balaustra del piano superiore e altre costrette scomodamente a sporgersi per non perdere nulla della scena che al piano inferiore mostra l’imputata stretta in mezzo a una coppia di cappelluti carabinieri; come pure il testo di Carducci, dell’ottobre, quando il poeta, graffiante e acido cronista, nel suo A proposito del processo Fadda stigmatizzava signore e signorine che, con “gli occhi dilatati,/ le pupille in giù fitte,/ tra le labbra rosse/ contratte in fiero ghigno”, sgretolavano “i pasticcini/ tra il palco e la galera” mentre si cullavano nel sogno degli “abbracciamenti de’ cavallerizzi/ tra i colpi di pugnali.”

Ma non sono soltanto corti d’assise. C’è il continuo omaggio al paesaggio visto con gli occhi sperimentatori dei Macchiaioli, come delle Scuole, dall’uno all’altro capo della penisola, di Rivara e di Resina, tra l’Arno (Signorini) e Sur la route de Castellammare di De Nittis, c’è l’Italia rurale e la fatica del lavoro con Le risaiuole di Morbelli (1897) e La raccolta delle zucche di Michetti, il luminoso Alla sbianca di Spreafico del 1890 e Le lavandaie nell’Ema di Angiolo Tommasi, c’è il variare delle stagioni che permette o no questo o quel lavoro (Sole d’inverno di Tominetti e Prime giornate di bel tempo di Bruzzi), in un ampio scorcio di costa e di mare lavorano i Rappezzatori di reti a Castiglioncello di Fattori, forse il capolavoro lo si ritrova per l’eccellente realismo nei tre ragazzini che per raggranellare qualche soldo si dedicano alla Scelta delle moeche, che Leonardo Bazzarro ha dipinto nel 1900. C’è l’animazione dei mercati, non soltanto attraverso le povere cose di Joris ma altresì grazie a Vincenzo Migliaro che con Porta Capuana (1907) ti fa sentire tutta la sonorissima pubblicità che certi venditori, al centro di una indescrivibile folla che preme a ridosso della porta napoletana, fanno dei loro prodotti ittici, tutto e tutti illuminati da un sole che sta invadendo lo spiazzo; come c’è quello milanese di Filippo Carcano, del 1882, Il verziere alla vigilia della commemorazione delle Cinque Giornate, già le bandiere tricolori esposte ai balconi mentre di sotto è tutto un raggrupparsi di banchi e ombrelloni.

Il tempo libero occupa la quarta sezione, dove primeggia di Angelo Morbelli In battello sul lago Maggiore, del 1915, ancora un momento di calma prima che scoppi la bufera della guerra, uno scorcio fotograficamente interpretato a racchiudere in primissimo piano una signora che al riparo dal sole sta attraversando la distesa d’acqua, rappresentante di una nuova borghesia di rapida trasformazione alla ricerca dell’affermarsi di nuovi svaghi, come il viaggio e la vacanza che a poco a poco andavano a sostituire la villeggiatura trascorsa nelle proprietà di mare o di campagna. È la nascita della Belle Epoque, delle stazioni termali con gli hotel di lusso che si possono più facilmente raggiungere grazie ai moderni mezzi di trasporto. È l’epoca in cui la donna – alcune donne, quelle che appartengono alle classi più abbienti – cercano di ritagliare per se stesse un posto discreto ma ben definito all’interno della società e dei fermenti che l’accompagnano: s’affidano al loro gusto e con Carpanetto diventano Critici gentili forse a dare il loro assenso nello studio del pittore a un’opera che esse stesse hanno commissionato o con Lega, che ci tramanda il viso della modella e allieva Isolina Cecchini, tentano La pittura o scoprono il turismo con grande interesse per la scoperta dei tanti itinerari (Alberto Rossi, Il Baedeker, Venezia, non si sa se più ossequioso o critico). Mentre altre ci restituiscono infelicità e sfruttamento, debolezze e classi meno abbienti, prostituzione (una ricerca per Morbelli, tra il 1884 e l’87, un linguaggio fatto di severità e crudezza verso una denuncia che guarda a una dilagante realtà, forse disteso “in un racconto altrettanto drammatico, ma nel quale la raffinatezza tecnica divisionista e quindi la luce, caricano l’immagine di una valenza psicologicamente ed emotivamente più sottile e inquieta”) e lavoro minorile (di Longoni La piscinina, 1890, all’uscita da una sartoria per presentare alla signora l’abito ordinato), piaghe che erano un contraltare non indifferente a quell’aria di festa e di speranza che inevitabilmente circolava all’indomani dell’Unità. 

Ancora la figura femminile chiude la bellezza della mostra. Donne che, con Demetrio Cosola, accolgono la vaccinazione dei figli e la loro istruzione o si mescolano nei ricoveri per una scodella di minestra, magari ripensando a quegli anni antichi che non torneranno più (Pusterla e ancora Morbelli). Emozionante il sonno che ha catturato la giovanissima Venditrice di frutta che Spreafico dipinse nel 1888: anche in quella momentanea “sconfitta” sta il ritratto di buona parte di un popolo. 

Elio Rabbione

Nelle immagini, Francesco Netti, “In Corte d’Assise”, 1882, olio su tela, Bari, Pinacoteca; Pio Joris, “Circo Agonale (Piazza Navona)”, olio su tela, collezione privata; Angelo Morbelli – “In battello sul lago Maggiore”, 1915, olio su tela, collezione Fondazione Cariplo; Silvestro Lega – “La pittura (Isolina Cecchini)”, 1869, olio su tavola, collezione privata.

Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino

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Torino e la Scuola

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Brevissima storia della scuola dal Medioevo ad oggi
Le riforme e la scuola: strade parallele
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Studenti torinesi: Piero Angela all’Alfieri
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Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino
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Anche gli artisti studiano: l’equipollenza Albertina

 

7  Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino

C’era una volta una ragazzina che aveva capito che cosa le sarebbe piaciuto fare da grande. Un giorno la piccola tornò da scuola e disse ai genitori: “io voglio andare al liceo artistico!”, ma i due adulti presero la sua affermazione come una barzelletta, si misero a ridere e replicarono: “tanto tu andrai al classico”. Una storia breve, triste e autobiografica.
Difficile, se non impossibile, per me è scrivere questo articolo mantenendomi “narratore esterno”, senza raccontare della mia personale esperienza “giobertina” e senza ricordare gli aneddoti di quegli anni che, come mi è già capitato di dire, si vuole che passino in fretta mentre li si vive e li si rimpiange quando poi sono trascorsi.

Del “mio” Gioberti (ho conseguito la maturità classica nel 2009) ricordo le aule prive di LIM, odorose di gessetto da lavagna, rammento le pareti smunte, sulle tinte dell’ocra, i banchi rettangolari dotati di sottobanco, ossia quegli spazi perennemente ricolmi di fogli piegati, di carta delle merendine, di bigliettini dimenticati che mamma mia se fossero caduti all’improvviso! E poi l’armadio di classe, strabordante dei libri che non sempre riportavamo a casa e i grandi finestroni che si affacciavano sul cortile quadrato, che dall’alto mi ricordava quello di una prigione e ancora i lunghi corridoi e i caffè presi sul suono della campanella. “E”, “e”, “e” tante congiunzioni per un’infinità di momenti che non so se posso descrivere così apertamente.
Ma continuiamo con la storia della ragazzina inascoltata. La sventurata non rispose alla replica di mamma e papà, perché a tredici anni non è facile né essere presi sul serio, né rendersi conto di quanto sia importante la scelta della scuola superiore. L’ignara ragazzina obiettò che almeno voleva scegliere in quale liceo classico si sarebbe iscritta e, dopo qualche litigata, riuscì ad avere la meglio almeno su questo punto. Dopo un’attenta analisi di mercato l’inconsapevole tredicenne si convinse che il Gioberti sarebbe stata la sua opzione definitiva: scuola “politicizzata”, di fronte all’Università e le leggende che lo definivano “il più leggero tra i classici”, in cui si facevano autogestioni e manifestazioni a non finire. Così alla domanda: “Allora hai scelto il Gioberti?”, “la sventurata rispose”, e disse “si”.

Il liceo Gioberti è una delle più antiche istituzioni scolastiche presenti a Torino, la storia della scuola si intreccia non solo con quella del capoluogo piemontese ma anche con le trasformazioni politiche, sociali e legislative del Regno d’Italia. L’istituto nasce grazie alla politica sull’istruzione pubblica che prevede l’apertura di Ginnasi e Licei “governativi” o “regi”.
Per essere più precisi è utile ricordare la Legge Casati, che, nel 1859, codifica l’educazione umanistica in due successivi e distinti corsi di studi: il Ginnasio, corso inferiore della durata di cinque anni, detto di “Grammatica”, ed il Liceo, ossia un corso superiore triennale detto di “Filosofia”. Il 4 marzo 1865, sotto il Ministero Lamarmora, viene pubblicato il Regio Decreto n°229, con tale documento vengono istituiti i primi sessantotto licei classici del Regno d’Italia e ad ognuno di essi è assegnato il nome di un grande personaggio italiano. Tra questi sessantotto istituti compaiono il Liceo Cavour e il Liceo Gioberti, la cui denominazione celebra due eminenti protagonisti della nostra storia.

Le cose non accadono mai per caso: lo “spaventoso” Liceo Cavour nasce (almeno come titolazione) in contemporanea al Liceo Gioberti, un po’ come i “Sith” di Guerre Stellari che sono sempre in due.  La nascita dei Licei di Stato risponde al desiderio di favorire una convergenza di intellettuali intorno al nuovo Regno italiano; a sostegno di tale intento è anche istituita una “Festa Letteraria” da tenersi annualmente ogni 17 di marzo in tutti i Licei del Regno, con il nome di “Solennità Commemorativa degli illustri Scrittori e Pensatori Italiani.”
Una festa antica, forse col tempo caduta in disuso, almeno, da che ne so io, il 17 marzo noi “giobertini” non abbiamo mai festeggiato nulla, anzi, non ricordo che le feste fossero ammesse a scuola: comportano inutile dispersione d’energia e sottraggono tempo utile ai compiti in classe!

È opportuno precisare che le due istituzioni scolastiche prese in esame in realtà esistono già anche prima del 1865, ma sono conosciute con un altro nome. Il Liceo Gioberti è in origine il Regio Collegio di San Francesco da Paola, con sede nel complesso conventuale dei Frati Minimi, edificato a partire dal 1627 in Contrada Po, grazie alle ingenti donazioni di Maria Cristina di Borbone-Francia, (moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia), e diretto a partire dal 1821 dai Gesuiti. Il Cavour, invece, in origine conosciuto come Collegio dei Nobili, è un’istituzione risalente al XVI secolo un tempo situato presso il convento del Carmine. Tra i licei, secondo quanto riportato nei documenti storici, il Gioberti è sempre stato l’istituto più frequentato. Chissà se tale moltitudine di scolari ha commesso un “errore di valutazione” simile a quello iniziale della ragazzina? E chissà quanti ignari studenti ancora si lasceranno ingannare dalle malelingue, iscrivendosi ad una scuola che per anni -proprio quelli in cui l’ho frequentata io- è stata considerata pari al Liceo Cavour, emblema assoluto della severità e del rigore?
Vorrei altresì ricordare, prima di proseguire con la storia della nostra fanciulla, che nel 1969, proprio il Liceo Gioberti, è stato sede della prima “Commissione Fabbriche” mai costituita in una scuola superiore italiana, anche citata nel film “Vento dell’est” di Jean-Luc Godard.

Torniamo a noi. La ragazza ben presto si rese conto che quella scuola non le calzava proprio a pennello, ma era anche evidente che non le sarebbe stato permesso cambiare corso di studi, quindi era meglio rimboccarsi le maniche e tapparsi il naso. “Tyche” venne in soccorso della studentessa e la inserì nel miglior gruppo classe che avrebbe mai avuto anche in futuro. I compagni erano proprio quelli “giusti” per affrontare quell’avventura. Con il tempo l’amicizia e la complicità limarono gli sforzi dello studio e le risate sommesse – mai durante l’ora di greco- resero la prova sopportabile. Ma voi che siete lettori curiosi vorrete sapere qualche dettaglio in più. Da narratore onnisciente posso dirvi che c’era un’insegnate temutissima, che si mostrò per la primissima volta a noi studenti durante un intervallo, asserendo che già tutti dovevano sapere chi fosse e che il giorno dopo si sarebbero corretti i compiti delle vacanze. Va da sé che in quelle ore di lezione a stento si respirava. Vi era poi un’altra docente, tanto preparata ma non sempre precisa, che alla lavagna era solita scrivere “parola importante” anziché il termine o il nome che sarebbe stato meglio ricordare. Vi posso dire che alla spocchia del primo anno corrisposero altre interrogazioni svoltesi in clima più disteso, addirittura mangiando caramelle e “chupa-chups” oppure versioni così commentate: “bella storia ma non è quella che c’è scritta qui”.

Vi posso raccontare di un “maiale volante” appeso al soffitto, comprato grazie ad una colletta di classe proprio come “mascotte” porta fortuna. E quanto ci sarebbe ancora da dire. Quanti pianti fece la mattina la ragazzina mentre andava a scuola, quante notti passò a studiare per poi prendere talvolta solo delle misere sufficienze, quante sconfitte ma anche quante vittorie. E quante rinunce: inconciliabile con l’intensità dello studio la scuola di danza, che ha dovuto lasciare proprio quando stava imparando a ballare sulle punte. Le scarpette rosa rimasero un ricordo riposto in solaio.

Ma noi abbiamo anche un altro discorso da portare avanti, quello degli storici studenti torinesi: tra i tanti coraggiosi che affrontarono i temibili professori del Gioberti (allora Ginnasio San Francesco da Paola di Torino) ci fu niente meno che Giovanni Giolitti (1842-1928), il grande politico italiano, più volte Presidente del Consiglio dei Ministri.
Nel 1901, Vittorio Emanuele III affida l’incarico di formare il governo a Giuseppe Zanardelli, uno dei principali esponenti della Sinistra; nel 1903 Zanardelli, dopo aver concesso un’amnistia ai condannati politici e aver ristabilito una libertà di associazione, seppur limitata, si ritira dall’incarico a causa di una malattia. Nello stesso anno viene chiamato a capo del governo Giovanni Giolitti, ministro dell’interno; egli tiene la carica per quasi dieci anni, periodo comunemente definito “età giolittiana”. Giolitti, liberale ed esponente della Sinistra Costituzionale, si preoccupa di unire gli interessi dei proletari con quelli dei borghesi e degli operai, a tal proposito si dimostra abilissimo nel riuscire a trovare un neutrale equilibrio tra le varie forze in gioco, infatti da una parte favorisce l’industria e dall’altra promuove la legislazione sociale. Giolitti sostiene che lo Stato deve essere “super partes” rispetto agli interessi delle varie fazioni. Non a caso si può definire la parentesi giolittiana democratica e liberale.  L’intelligente perizia politica, nonché la dirittura morale, dello statista è testimoniata anche dall’ampio spazio che egli concede alla libertà di sciopero e dal modo in cui riesce a mantenere l’ordine pubblico durante le varie manifestazioni, in modo perentorio e vigilato, ma sempre evitando repressioni violente.

Nel corso del decennio dell’”età giolittiana”, egli perfeziona la legislazione in favore dei lavoratori più anziani e degli invalidi, emana nuove norme sul lavoro per le donne e per i lavoratori giovanissimi, inoltre estende l’obbligo dell’istruzione elementare fino al dodicesimo anno d’età. Giolitti favorisce poi l’attuazione di migliori retribuzioni stipendiarie, accrescendo così le possibilità di acquisto delle classi lavoratrici. Da ricordare anche gli interventi nel campo sanitario, come la distribuzione gratuita del chinino contro la malaria, e l’intenso programma di lavori pubblici, che comporta la nazionalizzazione della rete ferroviaria. Uno dei provvedimenti più importanti del governo Giolitti è l’estensione del diritto di voto: secondo la nuova legge del 1912 vengono ammessi al voto tutti i cittadini di sesso maschile purché abbiano compiuto 21 anni, se in grado di leggere e scrivere e con servizio militare svolto, o 30 anni, se analfabeti e non chiamati sotto le armi. Il numero degli elettori sale così da tre milioni e mezzo a otto milioni e mezzo su un totale di 36 milioni di persone.

Mi sento di poter dire che forse un po’ dell’integrità d’animo di Giolitti derivò sicuramente dai suoi studi liceali, anche se non fu proprio uno scolaro modello, come racconta egli stesso.
Ho voluto un po’ ironizzare in questo articolo che più di altri sento “mio”, ma ora siamo seri: la formazione che ho ricevuto è senza dubbio impareggiabile, quegli anni di duro lavoro, di sforzi e di rinunce e di crescita intellettuale mi hanno aiutato ad affrontare le prove successive e mi hanno effettivamente dato quella “formazione classica che apre tutte le porte”.
Com’è finita la storia della ragazzina? Beh ora la fanciulla (è ormai chiaro che sto parlando di me) è cresciuta, ha realizzato il suo sogno di frequentare l’Accademia di Belle Arti e ricorda un po’ in filigrana i bei momenti passati, quelli che l’hanno aiutata a superare le difficoltà che all’epoca sembravano così insormontabili. La ragazza ancora pensa a quel laboratorio liceale pomeridiano che l’ha portata a fare teatro di strada a Mentone e che in un qualche modo l’ha supportata nella scelta del percorso universitario. Pensa alla cara insegnante di educazione fisica che dirigeva il corso, che spesso sul palco la prendeva in braccio e la faceva volare come “Il Gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach. Il “mio” Gioberti è sempre lì, in centro, con le pareti tappezzate di manifesti politici rattrappiti dall’umidità, e ora ammetto che l’unico modo che ho trovato per superare i miei traumi adolescenziali è stato quello di intraprendere, a mia volta, la bella carriera di insegnante.

Alessia Cagnotto

Il museo delle torture e dei serial killer, per capire cosa non dovrebbe mai succedere

In tempi di guerra un museo che insegna la pace

 

Anche a Torino, come a Praga, Amsterdam, Chicago e’ arriva lo scorso dicembre il Museo delle Torture e dei Serial Killer alla Promotrice delle Belle Arti, in via Diego Balsamo Crivelli, 11 nel parco del Valentino. In un momento storico segnato da conflitti e tensioni internazionali, femminicidi, aggressività e violenza diffuse questa esposizione è uno strumento fondamentale per mostrare ciò che non dovrebbe mai più accadere. Millecinquecento metri quadrati di testimonianze vive, oggetti, documenti e narrazioni del tempo dell’Inquisizione segnati dal terribile violenza del frate domenicano spagnolo Tomás de Torquemada, noto per essere stato il primo e più famoso Grande Inquisitore della Spagna, ruolo che ha ricoperto dal 1483 al 1498. Famoso per aver perseguitato e bruciato migliaia di persone, il frate spagnolo ha autorizzato l’uso di terribili strumenti di tortura. Nel Museo ne sono esposti un centinaio fra cui la Ghigliottina, la Sedia Inquisitoria su cui l’imputato sedeva nudo mentre le cinghie lo stringevano lentamente e gli aculei gli penetravano nella carne, il Banco di Stiramento un tavolo su cui la vittima con i piedi e le mani legati agli argani viene appunto stirata fino alla dislocazione di spalle, gomiti, ginocchia.

 

Questi reperti provengono dal Museo del Martirio e della Tortura di Milano (che ha tanto interessato gli abitanti del capoluogo lombardo e continua a interessarli e dal Museo di Criminologia di San Giminiano (Siena). C’è poi la sezione gratuita dedicata ai più famosi Serial Killer della storia recente fra cui Ed Gein noto come il “Macellaio di Plainfield (Wisconsis) o Donato Bilancia condannato a 13 ergastoli per i suoi omicidi. il Museo è un’occasione per imparare che la storia non è un insieme di date, ma un patrimonio di esperienze che può guidare le scelte del presente. Dal punto di vista didattico, il museo rappresenta una risorsa unica per scuole e università: favorisce l’educazione civica, stimolando nei giovani un senso critico rispetto a temi come la pace, la giustizia e i diritti umani; Questo museo, dunque, non celebra la violenza, ma la denuncia perché solo comprendendo il passato possiamo costruire un futuro diverso.

 

Aperto fino a metà giugno

Promotrice delle Belle Arti

Via Diego Balsamo Crivelli 11

Torino

Info – Museo delle Torture dei Serial Killer, cell. 337300086

A Pinerolo la collezione dell’Associazione Amici di Italia ’61

Una mostra tricolore e di mille colori, un itinerario visivo nella collezione di memorabilia dell’Associazione Amici di Italia ’61 per ritrovare ed essere avvolti nella sorprendete ed unica atmosfera di Italia ’61, quando Torino divenne la città delle meraviglie. Era il 1961 e Torino ospitava la grande Esposizione Internazionale del Lavoro, Italia ’61, per festeggiare i Cento anni dell’Unità d’Italia e la città, che in pochi mesi, si trovò al centro del mondo.

Torino divenne “La Città delle Meraviglie”, per l’occasione un’intera zona della lungo il Po venne bonificata e qui venne costruito un quartiere della città e una serie di architetture iconiche come il Palazzo del Lavoro e il Palazzo a Vela Tra il 1° maggio e il 31 ottobre i visitatori furono oltre sei milioni.

Nel 65° anniversario da quell’evento unico, il Consorzio Vittone e il Centro Arti e Tradizioni Popolari del Pinerolese, coltivando l’omaggio al compianto Ezio Giaj, ideatore e realizzatore dello sviluppo culturale e turistico del territorio, hanno pensato di accogliere e presentare a Pinerolo la collezione dell’Associazione Amici di Italia ’61 di Torino, nata nel 2008 con l’obiettivo di mantenere viva la memoria su quella manifestazione internazionale, sulle trasformazioni che interessarono la città e l’atmosfera di evento fantastico, visionario, irripetibile.

Italia ’61 è stato un evento che ha fatto brillare la città di Torino. Ha sorpreso e colmato di bellezza le persone che l’hanno vista e sono state milioni. Ha mostrato il saper fare e la vita dell’Italia e degli italiani nelle cose che erano capaci di essere, nel lavoro e nella creatività, nell’ingegno e nell’artigianato.

Della visita ad Italia ’61 veramente in tanti conservano ricordi: il clima, la gente, i prodotti, le sale da vedere, gli allestimenti e le realizzazione innovative, create appositamente per l’occasione, e senz’altro la festa e l’eccitazione verso qualcosa di mai visto ed eccezionale. Spesso in casa di quella manifestazione sono conservati ancora oggetti ricordo, cartoline e biglietti.

Nei più piccoli e non solo, l’effetto wow si fece sentire. Ezio Giaj come migliaia di altri ragazzini dell’epoca andò a vedere l’Esposizione Internazionale del Lavoro di Italia ’61, voluta nella prima capitale d’Italia per festeggiare i 100 anni dell’Unità d’Italia. Ci andò con la mamma e ciò che più catturarono il suo interesse furono gli spazi che rappresentavano le regioni, mostra curata da Mario Soldati, un autentico viaggio nella penisola, tra le sue tipicità ed unicità, il Circarama Walt Disney, gli “ovetti” colorati che mettevano in collegamento la città con la collina e l’atmosfera effervescente. – dice Alessandra Maritano, continuatrice del progetto culturale di Ezio Giaj che ha voluto portare l’iniziativa in città -. Fu una giornata memorabile, in più occasioni tornò con la mente a quella gita speciale che negli anni a seguire ha coltivato praticando un piccolo collezionismo. Qualche oggetto, pieghevoli e riviste trovate in qualche mercatino hanno confermato l’interesse verso quell’evento e per Flor’61, ideata e realizzata da Giuseppe Ratti ed inclusa nella grande esposizione, un tripudio di colori e di profumi.”

L’incontro con Mario Abrate e Piero d’Alessandro dell’Associazione Amici di Italia ’61 qualche anno fa mise in moto in lui e anche in me il desiderio di presentare la loro collezione a Pinerolo. La mostra oggi viene esposta presso il Centro di Interpretazione del Territorio del Pinerolese, nel 65° anniversario dell’evento come omaggio alla Torino delle meraviglie ed è una promessa mantenuta del Centro Arti e Tradizioni Popolari del Pinerolese e del Consorzio Vittone, a Ezio, artefice di mille iniziative, felici di onorarla nella sua amata città.

Peñarol, il Piemonte d’Uruguay. Storie di calcio e di emigrazione

Il nome deriva da Pinerolo e lo si deve a Giovan Battista Crosa che nel 1765 arrivò a Montevideo e fondò – insieme ad altri conterranei – il quartiere che , storpiando il nome del comune situato allo sbocco in pianura della Val Chisone, nel tempo, è diventato il “barrio” Peñarol

Nel 2016 a Montevideo il Club Atletico Peñarol ha festeggiato l’inaugurazione del suo nuovo stadio: 43.000 posti a sedere, attrezzato, moderno e con un area-museo dedicata alla storia  del club più prestigioso dell’Uruguay. D’ora in poi l’Estadio Campeón del Siglo celebrerà le gesta dei calciatori i maglia giallo-nera, ricordando il legame tra questa  squadra, tra le più vincenti del sudamerica, e il Piemonte.

Il nome Peñarol , infatti, deriva da Pinerolo e lo si deve a Giovan Battista Crosa che nel 1765 arrivò a Montevideo e fondò- insieme ad altri conterranei – il quartiere che , storpiando il nome del comune situato allo sbocco in pianura della Val Chisone, nel tempo, è diventato il “barrio” Peñarol. Una storia che è diventata uno spettacolo teatrale, grazie al testo curato da Renzo Sicco e Darwin Pastorin che,  grazie ad Assemblea Teatro, anima le scene con il progetto ”Peñarol, il Piemonte d’Uruguay:storie di calcio e di emigrazione”. Pinerolo, Peñarol: due nomi identici che in due lati del mondo in continenti lontani raccontano di emigrazione, povertà, lavoro, rinascita ..e calcio! Bella storia, quella del club che assume i colori sociali giallo e nero, ispirati a quelli delle barriere delle strade ferrate, essendo molti dei suoi fondatori dei “musi neri”, macchinisti delle ferrovie uruguaiane, per lo più italiani. Un legame profondo, segnato dalle storie d’emigrazione dalle terre piemontesi verso il “nuovo mondo”, dove la passione per il calcio si confonde con la storia in una città, capitale d’Uruguay, dove nelle vene della metà dei tre milioni di abitanti, scorre sangue italiano. I pinerolesi, come tanti altri abitanti delle valli e della pianura, andavano a Genova per imbarcarsi, spesso senza conoscere l’effettiva destinazione, stipati in terza classe, a rischio di finire morti affogati quando i piroscafi cedevano alla rabbia dell’oceano, per cercare fortuna nelle “meriche”.

La passione per i “fotbaleur” , nel caso, ha fatto il resto.  Così, quello che nel 1891 era stato fondato a Montevideo come “Central Uruguay Railway Cricket Club” (CURCC), squadra di fùtbol della capitale uruguaiana,  nel 1913, cambia nome in “Club Atletico Peñarol”. In breve, questa “instituciòn deportiva” diventò presto la miglior squadra del Sudamerica, complice il ciclo del grande Uruguay che tra il 1930 ed il 1950 vinse due edizioni dei Mondiali. Quando la finale della Coppa del mondo venne giocata in Brasile, nella storica data del 16 luglio 1950, quando la “Celeste” nazionale uruguagia  sconfisse 2 a 1 la Seleção dei padroni di casa, sprofondando nella disperazione il Maracanà, il Peñarol aveva già conquistato 17 campionati d’Uruguay e forniva alla nazionale giocatori del calibro di Obdulio Varela e Juan Alberto Schiaffino, che poi venne a giocare in Italia, nel Milan. Nel biennio 1960-61 il Peñarol salì in vetta al mondo del pallone, vincendo due Coppe Libertadores (la Champions sudamericana) e una Coppa Intercontinentale. Così i “carboneros” entrarono nella storia del calcio. Nel 1966 arrivò la doppietta: Libertadores e Intercontinentale. Doppietta replicata sedici anni dopo, nel 1982. Nel frattempo arrivano altri 32 titoli nazionali, l’ultimo nel 2012-13.

Un palmares di successi impressionante, al punto da far sì che la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (IFFHS) nominasse il Peñarol “Club del XX° secolo del Sud America”. Ma non tutto si può ridurre ai dati numerici. La passione, la voglia di riscatto sociale, l’incrollabile fede nei colori del “Pinerolo d’Uruguay” , nel tempo, ha rappresentato un fenomeno davvero importante, legatoa  doppio filo con l’Italia. Nei primi grandi calciatori aurinegros ( gialloneri , per via del colore delle maglie) erano evidenti le tracce di italianità: le più grandi leggende del club erano figli o nipoti di italiani. Basta pensare alle prime due stelle, Lorenzo Mazzucco e Josè Piendibene Ferrari, entrambi avevano i genitori italiani. E poi Juan Alberto Schiaffino ( così scrisse di lui Eduardo Galeano: “con le sue giocate magistrali, organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando tutto il campo dalla più alta torre dello stadio”),il centrocampista Rafael Sansone, il difensore Ernesto Mascheroni , l’istriano di nascita Ernesto Vidal, centrocampista che aveva “tre patrie ma solo una gli regalò il tetto del mondo”, il portiere Roque Maspoli e tanti altri. Una storia di scatti, rincorse e calci al pallone che continua, sull’asse della memoria che unisce i due lati del mondo, da Pinerolo al “barrio” Peñarol.

Marco Travaglini