













Fino alla sua morte fu il responsabile dell’ospedale che, dopo la conquista cristiana della città nel 1099, ripartì con più forza ed energia. È rimasto poco di lui a Scala, solo una via con il suo nome, via fra’ Gerardo Sasso, che porta alle rovine della sua casa e alla chiesetta di San Pietro dove è immortalato in un quadro con il mantello nero dei Cavalieri e la croce di Malta mentre assiste un malato. La fondazione del Regno di Gerusalemme alla fine della Prima Crociata costrinse l’Ordine ad assumere nuovi compiti, in particolare quello di difendere con le armi il Regno latino, proteggere i pellegrini, le strade di collegamento e le strutture mediche. Il frate diventa cavaliere e d’ora in poi combatterà con i crociati. Come detto, Scala con tutta probabilità ha dato i natali a Gerardo anche se in Provenza e nell’astigiano la pensano diversamente. A Tonco d’Asti per esempio giurano di averlo visto in paese, almeno come figurante, durante la tradizionale festa del Pitu. Alcuni storici locali contestano l’origine amalfitana di Gerardo e sostengono che il fondatore dell’Ordine nacque in questo borgo come Gerardo, signore di Tonco Monferrato. L’Ordine di Malta, bisogna ricordarlo, non è mai scomparso, ancora oggi è vivo e attivo, anche se con mansioni diverse. É presente con le ambulanze dell’Ordine con la croce di Malta e la scritta “Giovanniti” nei teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, e anche nelle strade delle nostre città al servizio dei cittadini. Oggi conta su 13.000 membri, 100.000 volontari e 52.000 tra medici, infermieri e paramedici in più di 120 Stati. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina l’Ordine ha fornito aiuti umanitari a oltre quattro milioni di ucraini. Filippo ReLa vacanza comincia ancora prima di scendere dal treno
Qualche volta il viaggio comincia proprio dalle stazioni alcune, infatti, sono cosi’ belle che possono essere considerate la prima vera tappa del tour. Spesso le attraversiamo senza nemmeno alzare lo sguardo, ma in realta’ molte di queste meritano una sosta perché raccontano la storia di una città, il gusto di un’epoca e il fascino del viaggio lento. In Piemonte ne esistono alcune che conservano ancora questa magia: edifici monumentali, sale d’attesa ottocentesche, eleganti facciate e panorami che sembrano dare il benvenuto al viaggiatore.
Non possiamo non partire da Torino Porta Nuova, una delle grandi stazioni monumentali italiane. Inaugurata negli anni in cui Torino era la prima capitale del Regno d’Italia, fu concepita come il biglietto da visita della città. Progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti e dall’architetto Carlo Cappi nel 1861, la sua imponente facciata domina piazza Carlo Felice, mentre all’interno si nasconde un autentico gioiello: la Sala Gonin, realizzata per la famiglia reale e decorata dal pittore Francesco Gonin con raffinati affreschi, stucchi e illusioni prospettiche. Ancora oggi attraversare Porta Nuova significa entrare in un luogo dove il viaggio conserva il fascino dell’Ottocento, pur essendo uno dei principali nodi ferroviari italiani.
Completamente diversa è l’atmosfera della stazione di Stresa, forse la più romantica del Piemonte. Disegnata dell’architetto Luigi Boffi, fu assimilata come stile a quello degli altri edifici adiacenti. Tra i materiali si scelse la pietra locale: il granito di Baveno. L’edificio fu arricchito, inoltre, con timpani, mensole e ornamenti in legno. Qui il treno rallenta e il Lago Maggiore compare davanti agli occhi con le sue acque tranquille e le Isole Borromee sullo sfondo. Per oltre un secolo questa è stata la porta d’ingresso del turismo internazionale sul lago: aristocratici inglesi, musicisti, scrittori e viaggiatori del Grand Tour arrivavano proprio qui, iniziando una vacanza che aveva il sapore dell’eleganza e della Belle Époque.
Anche Novara possiede una stazione degna di pausa. Austera ed elegante, c merita di essere osservata con calma. In funzione dal 1854, e’ stata progettata dall’architetto Paolo Rivolta; con le sue linee ottocentesche, rappresenta da oltre centocinquant’anni uno dei più importanti crocevia ferroviari del Nord Italia. Da qui si diramano i collegamenti verso Torino, Milano, il Lago Maggiore e la Svizzera. Affacciata su piazza Garibaldi, accoglie i viaggiatori con un atrio dove poggia il suo terrazzo. Nel 1886 venne realizzata proprio di fronte ad essa la statua di Giuseppe Garibaldi e ai primi del novecento il Monumento alla Mondina, simbolo della citta’.
Più raccolta, ma altrettanto affascinante è la stazione di Cuneo, attiva dal 1937. La facciata e’ in stile neo barocco e sono presenti elementi simili al granito rosa. Il visitatore e’ introdotta alla città dai suoi portici e dei viali alberati. Da qui partono le linee che si inoltrano nelle vallate alpine, regalando alcuni dei panorami ferroviari più suggestivi del Piemonte. Cesare Vinaj fu l’autore del faro monumentale, alto 54 metri, che domina il piazzale della stazione che fu realizzato in occasione dell’inaugurazione. Il cantautore Gianmaria Testa, oltre a coltivare la musica, fece il capostazione in questo scalo.
Infine c’è Savigliano, inaugurata nel 1853. E’ una delle stazioni piu’ antiche del Piemonte, una meta quasi obbligata per gli appassionati di storia ferroviaria; accanto alla stazione, infatti, si trova il Museo Ferroviario Piemontese, dove locomotive a vapore, carrozze storiche e antichi convogli raccontano oltre un secolo e mezzo di trasporti. Non è soltanto una raccolta di mezzi d’epoca, è la memoria di un Piemonte che ha costruito parte della propria crescita proprio lungo i binari. Non a caso la Regione ha scelto Savigliano come uno dei poli del futuro Museo diffuso del patrimonio ferroviario.
Visitare queste stazioni significa concedersi un modo diverso di viaggiare. Prima ancora di raggiungere una città d’arte, un lago o una valle alpina, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi sorprendere da ciò che ci circonda. Perché le stazioni non sono semplici luoghi di passaggio, sono il primo capitolo del viaggio. E, qualche volta, anche quello che resta più impresso nella memoria.
“L’architettura è un’arte di frontiera, che vive sul confine tra arte e scienza.” Renzo Piano
Maria La Barbera


Eretto nel XII secolo dalla famiglia dei conti San Martino nell’omonimo borgo, uno dei più famosi del canavese, fino al 1600 il Castello di Agliè mantenne l’aspetto di un forte con tanto di muraglia difensiva e fossato.

I primi interventi per renderlo dimora furono fatti a fine secolo dal Conte Filippo che affidò il progetto all’architetto Amedeo di Castellamonte: venne rivisitata la facciata interna, creata la cappella e le due gallerie. Nel 1764 fu venduto al re Carlo Emanuele III dando inizio così alla prima epoca sabauda e divenendo una delle residenze estive reali. Vengono ricavati nuovi appartamenti, edificata la chiesa parrocchiale della Madonna della Neve, collegata al castello così che i membri della famiglia potessero raggiungerla senza essere visti, ampliato il giardino in stile italiano, costruita la fontana dei Fiumi, Dora Baltea e Po, con le belle sculture dei fratelli Collino. Durante il governo di Napoleone venne ceduto perdendo così il tono regale e sontuoso e venendo utilizzato invece come ricovero per i poveri.
Carlo Felice a inizio del 1800 lo rivolle fortemente e gli ridiede un aspetto sfarzoso grazie anche all’intervento dell’architetto Michele Borda che introdusse gli arredi in stile Carlo X, costruì un teatro gioiello e inserì una bella collezione di opere d’arte. Nello stesso periodo vennero introdotti diversi reperti relativi a vari scavi archeologici che Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, aveva seguito personalmente nel Lazio.
Nel 1939 il castello fu venduto allo Stato con la gestione della Soprintendenza ai Monumenti e dei Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che ancora oggi si occupano del suo mantenimento e della sua salvaguardia. Dal 1997 è parte del Patrimonio Unesco e del circuito dei Castelli del Canavese.
Grazie alla sua bellezza ed eleganza i visitatori sono in costante aumento, la varietà di stili architettonici che si sono susseguiti storicamente e i diversi spazi interni ed esterni da visitare: i saloni, la biblioteca, il teatro, la cappella, i giardini pieni di alberi secolari e serre, attraggono turisti e curiosi da tutta Europa.
Al Castello di Agliè furono dedicati alcuni versi dal poeta Guido Gozzano che durante le sue vacanze di bambino giocava sul piazzale antistante ed è stato un meraviglioso sfondo cinematografico dove sono state ambientate alcune fiction come Elisa di Rivombrosa e Maria José, un luogo dunque dove la magia dell’arte, le storie legate alle famiglie reali, la grandiosità architettonica e la bellezza nella natura si intrecciano conferendogli lo status di meraviglia non solo piemontese ma del mondo intero.
Maria La Barbera

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.
Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli
La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.
Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.
Alessia Cagnotto