STORIA- Pagina 2

La Festa di San Giovanni

Il 24 giugno è da sempre un giorno carico di simbologia e tradizioni; in Italia ed in molte parti d’Europa si celebra la Festa di San Giovanni Battista, l’unico santo per il quale la Chiesa cattolica ricorda la nascita, avvenuta appunto il 24 giugno e la morte, il 29 agosto, onore riservato solo alla Beata Vergine Maria e a Gesù Cristo.
San Giovanni Battista, nato alla fine del I secolo a.C. ad Ain Karem, a circa sette km ad ovest di Gerusalemme, era figlio di Zaccaria ed Elisabetta, parente di Maria. Quando ebbe un’età conveniente si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, cibandosi di locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio, 28-29 d.C., iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, esortando alla conversione e predicando la penitenza. In segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del fiume coloro che accoglievano la sua parola e per questo rito, detto battesimo, venne soprannominato “Battista”. Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “
Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di esser battezzato da te e tu vieni da me?”. Quando compì il rito vide scendere lo Spirito Santo su di lui come una colomba, mentre una voce diceva: “questo è il mio figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”.
Con il battesimo Giovanni perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che a quell’epoca si facevano al tempio; tutto questo non era gradito ai sacerdoti e così Re Erode Antipa, sovrano accusato di adulterio da Giovanni per aver preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello, lo fece arrestare. Un giorno il monarca organizzò un banchetto per festeggiare il compleanno della sua amata e alla festa partecipò anche Salomè, figlia di primo letto di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa. La fanciulla danzò e l’esibizione piacque molto al re, il quale le disse: “
chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”. Salomè, consigliata dalla madre, chiese la testa di Battista ed Erode, pur rattristato, fu costretto ad esaudire tale desiderio. Giovanni Battista venne quindi decapitato tra il 29 e il 32 d.C.
Secondo la tradizione il capo del santo è conservato nella Chiesa di San Silvestro in Capite a Roma, mentre il piatto che lo avrebbe accolto è custodito nel Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Una parte delle reliquie è stata donata dai Doria all’Oratorio di San Giovanni Battista di Loano. Il suo braccio destro si trova invece nel Duomo di Siena, mentre una piccola quantità di sangue è custodita nella Chiesa di San Gregorio Armeno a Napoli.
La Festa di San Giovanni ha origini pagane ed i suoi rituali sono stati narrati da celebri scrittori, tra i quali Cesare Pavese nel romanzo “La luna e i falò”. La notte di San Giovanni è infatti quella dei fuochi ed ai tradizionali falò che rompono le tenebre nelle località di montagna e in campagna, si accompagnano i magnifici spettacoli pirotecnici in molte città, tra le quali Torino, capoluogo del quale Giovanni Battista è il Santo Patrono.
Questi falò hanno l’obiettivo di propiziare i raccolti e rafforzare il sole, che lentamente diventa sempre più debole. Il 24 giugno è infatti l’opposto del 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, quando i falò vengono accesi per rafforzare il sole, che dopo il solstizio d’inverno giorno dopo giorno diventa sempre più forte. Se il 17 gennaio segna l’apice delle tenebre e il lento allungarsi delle giornate, il 24 giugno al contrario rappresenta l’apice della luce e il lento progredire del buio.
La Festa di San Giovanni cade infatti pochi giorni dopo il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno.
Nell’antichità il 24 giugno si festeggiava la Dea Fortuna e si accendevano grandi falò con l’obiettivo di propiziare i raccolti. Il fuoco aveva una funzione purificatrice nelle persone che lo guardavano e serviva anche per cacciare le streghe, che si credeva si radunassero nella notte per danzare sotto i noci. Il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le feste pagane dedicate al solstizio d’estate e così la tradizione dei falò è giunta fino ai giorni nostri.
Giovanni è il santo che battezzava e secondo un’antica tradizione nella sua notte l’acqua si sposerebbe con il fuoco e la luna con il sole. In questo giorno il sole entra infatti nella costellazione del cancro che è dominata dalla luna.
Il 24 giugno è una festa molto sentita a Torino, il cui legame con San Giovanni Battista risale addirittura ai tempi di Agilulfo, Re dei Longobardi dal 591 al 616, il quale fece erigere una chiesa in suo onore. Risalgono invece al medioevo le diverse celebrazioni che coinvolgono anche gli abitanti delle zone limitrofe; il 24 giugno venivano organizzate la processione e l’ostensione delle reliquie del santo, provenienti dalla chiesa di Saint-Jean-de-Maurienne e non mancavano momenti conviviali come danze e canti e la corsa dei buoi nelle strade di Borgo Dora. Tradizione della vigilia era invece il falò serale in Piazza Castello: a dare fuoco alla grande catasta piramidale di legna era il figlio più giovane del sovrano e le persone cantavano e danzavano in cerchio attorno al fuoco. A guidare i festeggiamenti era Re Tamburlando, una figura che oggi può essere paragonata a quella di Gianduja.
In questo giorno in tutto il Piemonte per tradizione si bruciavano le vecchie erbe, si comprava l’aglio per avere un anno fortunato e si dava il via alla produzione casalinga del nocino, liquore che farebbe riacquistare forza nei momenti di necessità grazie all’intercessione del santo. Le noci venivano raccolte il giorno precedente e l’infuso ottenuto veniva lasciato alla luce fino al 15 agosto, quando veniva imbottigliato e tenuto al buio fino alla festa di Ognissanti, per poi berlo alla vigilia di Natale.
Alla mezzanotte del 23 si raccoglieva un rametto di felce, che conservato in casa per un anno sarebbe servito per aumentare il patrimonio.
Un’altra tradizione è quella dell’acqua di San Giovanni, preparata da molti ancora oggi. Il 23 al tramonto si raccolgono felci, artemisia, camomilla, gigli rossi ed iperico, che vengono messi in acqua per una notte. La mattina seguente questo liquido, molto profumato, viene usato per lavarsi e purificarsi. In Slovenia è invece tradizione utilizzare i sopraccitati fiori per creare ghirlande da far benedire ed appendere alle porte delle case. In questo modo San Giovanni proteggerebbe l’abitazione dagli spiriti maligni.
Nelle Langhe, oltre alla tradizione dei falò, c’era quella di raccogliere la rugiada prima dell’alba del 24 giugno, che nella tradizione cristiana rappresenta le lacrime di Salomè. Ella, pentita per la morte del Battista, coprì la sua testa di baci e lacrime e dalla bocca del morto uscì un vento fortissimo che spinse le lacrime in aria, dove restarono a vagare per l’eternità.
La tradizione vuole che la rugiada di San Giovanni abbia la capacità di avverare i desideri e di proteggere dalle malattie e dalle tempeste.
Secondo un’antica leggenda il 24 giugno la sfera solare sarebbe più luminosa del solito e si potrebbe vedere un cerchio di fuoco che gira. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.
L’erba protagonista di questa giornata è l’iperico, chiamato anche “erba di San Giovanni” perché fiorisce in questo periodo. Sotto forma di estratti si utilizza nelle depressioni lievi e moderate, in quanto ha proprietà sedative e analgesiche. Viene usato anche come antinfiammatorio nei casi di artrite, sciatica, fibromialgie e dolori reumatici. L’olio di iperico è un ottimo antinfiammatorio, antisettico e vulnerario per ferite, abrasioni, ulcere e scottature, che può essere utilizzato per ridurre il dolore di origine nervosa, come la sciatica e di origine muscolare.

ANDREA CARNINO

Margherita di Savoia, il paese della Puglia che porta il nome di una regina torinese

 

Dove l’oro bianco delle saline incontra il ricordo di una donna.

C’è un luogo in Puglia dove il nome di una regina nata a Torino continua a vivere ogni giorno. Lo si legge sui cartelli stradali, nelle insegne dei negozi e nei documenti ufficiali. È Margherita di Savoia, cittadina affacciata sull’Adriatico, famosa per le sue immense saline e per il singolare legame che la unisce alla monarchia italiana. Fino al 1879 il paese era conosciuto come Saline di Barletta. In quell’anno il comune decise di assumere il nome di Margherita di Savoia in onore della regina consorte di Umberto I. La scelta non fu casuale. La sovrana aveva mostrato interesse per questo territorio e per la sua principale ricchezza: il sale, una risorsa che per secoli aveva rappresentato una fonte di prosperità economica per l’intera area. Le saline sono ancora oggi il cuore identitario della città. Estese per circa venti chilometri lungo la costa, sono considerate tra le più grandi d’Europa. Già in epoca romana il sale estratto in questi bacini era una merce preziosa, tanto da essere definito “oro bianco”. Per secoli il controllo della sua produzione ha significato ricchezza, potere e sviluppo. Oggi, oltre a essere un importante sito produttivo, le saline costituiscono un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Migliaia di fenicotteri rosa vi sostano ogni anno durante le migrazioni e molti scelgono questi specchi d’acqua per nidificare. Il bianco del sale, il rosa degli uccelli e l’azzurro del mare disegnano un paesaggio unico che rende questo tratto di costa uno dei più suggestivi del Mezzogiorno.

Accanto alle saline si sviluppa anche un’importante attività termale. I fanghi e le acque madri provenienti dai bacini salanti vengono utilizzati per trattamenti terapeutici e di benessere, richiamando visitatori da tutta Italia. Per conoscere la storia di questo straordinario patrimonio è possibile visitare il Museo Storico delle Saline, che conserva documenti, fotografie e strumenti utilizzati nel lavoro di estrazione del sale.

La figura della regina Margherita continua a evocare curiosità e aneddoti. Donna colta e popolare, fu una delle personalità più amate dell’Italia di fine Ottocento. Il suo nome è legato anche a una delle specialità gastronomiche più conosciute al mondo: la pizza Margherita, che secondo la tradizione le sarebbe stata dedicata nel 1889 durante una visita a Napoli. Vera o meno che sia la leggenda, il nome della sovrana continua ancora oggi a unire luoghi e storie molto diversi tra loro.

Passeggiando per il centro di Margherita di Savoia si incontrano testimonianze di questo passato. Tra i monumenti più significativi spicca la Torre delle Saline, costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni provenienti dal mare. Simbolo della città, racconta il lungo rapporto tra gli abitanti e la produzione del sale.

Merita una visita anche la Chiesa Madre del Santissimo Salvatore, edificata tra il 1859 e il 1871 e dedicata al patrono cittadino. Poco distante si snoda Corso Vittorio Emanuele, elegante asse urbano fiancheggiato da edifici ottocenteschi, mentre il Lungomare Cristoforo Colombo offre una piacevole passeggiata con vista sull’Adriatico, particolarmente suggestiva nelle ore del tramonto.

A breve distanza dal paese si trova inoltre il sito archeologico di Canne della Battaglia, teatro nel 216 a.C. della celebre vittoria di Annibale sui Romani, una delle battaglie più studiate della storia militare.

Margherita di Savoia rappresenta così un singolare punto d’incontro tra Nord e Sud. Da una parte la memoria della dinastia sabauda e di una regina nata a Torino, dall’altra il paesaggio luminoso della Puglia, modellato dal mare e dal sale. Un legame inatteso che attraversa la storia dell’Italia unita e che continua a vivere in uno dei luoghi più affascinanti dell’Adriatico.

Non è un caso che questo sia uno dei rarissimi comuni italiani intitolati a una donna. A oltre un secolo dalla sua dedicazione, il nome di Margherita di Savoia continua a volare alto, proprio come i fenicotteri che ogni anno colorano di rosa le sue saline.

Di Maria La Barbera

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La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

Torino sul podio: primati e particolarità del capoluogo pedemontano

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticci ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Portapalazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

Non sono tuttora certa che valga anche per chi, come me, ha frequentato lAccademia Albertina anziché lUniversità di Palazzo Nuovo, ma nel dubbio – e dato che i titoli sono equipollenti- anche io non sono salita in cima alla Mole prima di aver conseguito la laurea specialistica. È quel pizzico di scaramanzia che si nasconde in molti: nessuno ci crede veramente ma intanto molti non appoggiano il cappello sul letto o prestano attenzione a come viene appoggiato il pane in tavola.
Questa diceria, legata alla credenza che gli studenti universitari che salgono in cima alla Mole prima di aver terminato gli studi poi non conseguano la tanto agognata Laurea, non è lunico mito che interessa ledificio simbolo di Torino, secondo alcuni, infatti, la costruzione sarebbe in realtà una gigantesca antennache irradia energia positiva sulla cittadinanza, fatto assai importante se si prende in considerazione la nomea di città magica, che il capoluogo si porta appresso, in quanto punta di entrambi i triangoli energetici di magia nera (con Londra e San Francisco) e di magia bianca (con Praga e Lione).

In ogni caso la Mole resta un edificio affascinante, peculiare e di largo interesse, non solo per la sua storia ma anche perché ospita al suo interno il Museo Nazionale del Cinema, uno dei pochi interamente dedicati al allargomento e uno dei più noti a livello europeo, nonché lunica galleria di questo genere in Italia. Per chi non lo avesse ancora visitato, sappiate che il sistema espositivo consta di postazioni multimediali e interattive, attrezzature e materiali provenienti da set cinematografici sia italiani che internazionali, una invidiabile collezione di film, libri, stampe, manifesti, locandine, apparecchiature specifiche antiche e moderne, costumi, pezzi di scenografie di film, dipinti e fotografie. Anche la struttura interna è assai caratteristica: una immensa scala a spirale che si attorciglia verso lalto e trasporta i visitatori attraverso la storia della Settima Arte, dalle origini ai giorni nostri, comprendendo non solo la collezione permanente, ma anche le diverse mostre temporanee che si susseguono con notorio successo.
A tal proposito non solo per mio proprio gusto- mi pare ingiusto non citare la recente personale dedicata al genio creativo di Tim Burton, svoltasi tra 11 ottobre e il 7 aprile 2024, per la prima volta in mostra in Italia proprio qui, al nostro Museo del Cinema. Il titolo non lasciava certo spazio a dubbi riguardo a che cosa il pubblico avrebbe osservato: IL MONDO DI TIM BURTON, un universo parallelo che si apriva al di là di una porta interna, appositamente realizzata a richiamo dellinimitabile, innovativo e visionario Nightmare Before Christmas, oltre la quale si veniva ingurgitati in un etere di innumerevoli bozzetti provenienti dal nucleo personale dellartista, ideazioni in nuce dei personaggi che hanno segnato linfanzia e ladolescenza di almeno un paio di generazioni.
Lesperienza non termina qui, è più che consigliabile infatti salire sullascensore panoramico, interamente realizzato in cristallo trasparente e che, in precisamente 59 secondi, raggiunge il tempiettodella Mole, posto a 85 metri di altezza, attraversando quella che è conosciuta come l’Aula del Tempio; una volti giunti sulla sommità il panorama è sbalorditivo, e potrete osservare Torino che si mostra nella sua totalità, fino alle Alpi che labbracciano.
Si dice poi che lo stesso Antonelli, ormai anziano, fosse solito farsi issare in vetta alla cupola su un ascensorino improvvisato, per verificare in prima persona lavanzare o meno dei lavori.


È pur tuttavia vero che leffettivo vanto del simbolo architettonico torinese sia tutto nella sua imponente altezza.
Nel 1888 la Mole raggiunge unaltezza record di 153 metri, che comunque non soddisfa il novantenne Antonelli, il quale decide di aggiungere sulla guglia una statua un Genio alato coronato da una stella a cinque punte, realizzato dallo scultore Celestino Fumagalli, alta cinque metri e pesante 300 kg.
Alcuni potrebbero pensarehybris, ed infatti in questottica non sorprende troppo la risposta di Madre Natura, la quale, alcuni anni dopo, scatenanel 1904- sul capoluogo torinese ed in risposta alla tracotanza antonelliana, un uragano che abbatte la colossale statua, che tuttavia non precipita a terra, ma rimane appesa ad un lato della guglia. Lavvertimento non sortisce del tutto il suo effetto, e nel 1906 la scultura viene sostituita da una più sommessa stella a 12 punte in rame dorato.
Sta di fatto che, con i suoi 167 metri totali daltezza, la Mole, all’epoca in cui viene costruita, è l’edificio in muratura tra i più alti del mondo, il nome stesso del monumento ricorda questo record, ormai tristemente superato.
La realizzazione del cantiere è comunque da considerarsi unimpresa faraonica, terminata nel 1897 da Costanzo, figlio di Alessandro Antonelli, dopo circa quarantanni di lavoro.
Linaugurazione avviene il 10 aprile 1889, a soli dieci giorni di distanza dai festeggiamenti dedicati ad un’altra torre-simbolo, la Tour Eiffel, avvenuta a Parigi il 31 marzo di quello stesso anno.
Com’è noto, nel 1848 ledificio torinese sorge inizialmente come sinagoga, in risposta a quanto indicato nello Statuto Albertino, documento che assicura libertà ufficiale di culto alle religioni non cattoliche: “Gli Ebrei sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, e a conseguire i gradi accademici”. LUniversità Israelitica celebra così la conquista dei pari diritti, commissionando al fantasticatore Alessandro Antonelli la costruzione di uno specifico luogo di culto.
Il progetto iniziale prevede una cupola di 47 metri, ma fin dagli inizi Antonelli introduce dettagli e variazioni che rendono ledificio molto più complesso e già alto 112 metri; mentre tutti sono concentrati sullaggravarsi dei lavori, nessuno si accorge che intanto i fondi si stanno esaurendo, e i lavori finiscono per essere interrotti. È poi il Comune di Torino a farsi carico, dieci anni più tardi, della conclusione del cantiere, anche se, a questo punto, la destinazione duso dello stabile muta, diventando sede, dal 1908, del Museo del Risorgimento. Antonelli riprende poi la direzione dei lavori, impreziosendo ulteriormente il progetto già ambizioso, e facendo lievitare nuovamente i costi. Questa volta -forse per sfinimento- lopera viene conclusa secondo la volontà dellarchitetto e rivestita con 2.064 lastre di pietra di Luserna.
Certo, decisamente meno iconica e romantica della parente parigina, la Mole si conquista in ogni caso il suo spazio nella numismatica, comparendo sui due centesimi di euro. A tal proposito è curioso un aneddoto: per un errore della Zecca dello Stato sono state coniate anche monete da un centesimo di euro, sulle quali appare proprio la nostra Mole al posto dell’immagine prevista, Castel del Monte. Tali monete vengono ritirate, ma alcuni esemplari sono sfuggiti e se ne contano ancora un centinaio in circolazione, il valore di questi centesimi “sbagliati” è stimato intorno ai 2mila euro, anche se, ad un’asta numismatica Bolaffi di Torino, un collezionista italiano ha sborsato ben 6.600 euro per aggiudicarsene un esemplare.
Quindi, cari lettori, imparate a non disdegnare i poveri centesimini, e già che ci siete controllate bene le tasche ed i resti, postreste anche imbattervi nei due euro edizione limitataconiati come moneta commemorativa nel 2006, in occasione della XX edizione dei Giochi Olimpici invernali, ce ne sono in circolazione 40 milioni: il calcolo combinatorio non è comunque dalla vostra parte, ma si sa, la fortuna è cieca!

ALESSIA CAGNOTTO

 

 

 

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

La chiesa Maramures

La deliziosa cappella scolpita in legno che  viaggiò dalla Transilvania a Moncalieri.

Costruita nell’omonima regione rumena del Maramures, al confine tra Ungheria e Ucraina, è  un raro gioiello realizzato in legno, uno dei pochi  e preziosi esempi di chiesa ortodossa cristiana del suo genere, in Italia ne esiste solo uno: a Moncalieri. Nessun chiodo, solamente incastri, hanno tramutato questo edificio in una struttura portatile e, a parte la Romania, dove questi luoghi di culto costruiti perlopiù tra il XVII e il XVIII secolo sono inseriti nella lista del Patrimonio Unesco, nel mondo se ne contano solo altri 5: in Venezuela, Cipro, Svizzera, Francia e Svizzera.

Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo e ricostruita come si farebbe con i moderni Lego, la speciale tecnica con cui è stata costruita è statasviluppata in conseguenza ad una regola emanata dalla Corona Ungherese che proibiva l’edificazione delle chiese in pietra, ma probabilmente anche per la necessità di far sparire gli edifici  di culto cristiani a causa delle persecuzioni religiose.

Dedicata ai Quaranta Martiri di Sebaste e inaugurata nel 2016, la chiesa Maramures  è a pianta rettangolare e affaccia sul sagrato esterno attraverso un sistema di portici che creano una “C”. La casa parrocchiale ospita l’appartamento del sacerdote, una sala polivalente e una foresteria, l’edificio è circondato da un bel giardino curato e piante di rose.

Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile alto 25 metri, il colore caldo  del legno, la forma tipica di queste impiantiarchitetturali vernacolari che utilizzano i materiali tipici secondo le tradizioni del luogo, in questo caso la Transilvania. Entrando dal cancello è naturale ammirare l’imponente portale ricco di intarsi, le arcate e le catene create da un pezzo unico di legno. L’interno invece, meno lavorato rispetto all’esterno, è delicatamente decorato con icone e immagini sacre su un fondo bianco e incorniciate dalle travi lignee.

Visitando questo luogo sacro si avrà la sensazione di fare un viaggio temporale, ci si sentirà in un’altra dimensione geografica, immersi in tradizioni etno-religiose diverse dalle nostre ma perfettamente integrate nel territorio.

MARIA LA BARBERA

I Signori del Piemonte. Ritratti e memorie di una grande dinastia europea

Palazzo Lascaris, dal 18 giugno al 20 luglio prossimo, in occasione delle celebrazioni per la Festa del Piemonte, ospita una mostra sui Savoia dal titolo “I Signori del Piemonte. Ritratti e memorie di una grande dinastia europea”.

L’esposizione prende spunto da 24 dipinti originali provenienti dalla collezione di Marco Albera, comprendente ritratti di duchi, principi e re della casata Savoia che hanno regnato sul territorio piemontese per nove secoli.

“Con questa mostra – ha sottolineato il presidente del Consiglio regionale Davide Nicco – diamo il via ai numerosi appuntamenti legati alla festa del Piemonte, che,  come ogni anno, celebriamo il 19 luglio. Si tratta  di cinquanta incontri  che coinvolgeranno tutto il territorio regionale delle otto province del Piemonte, da oggi fino a fine ottobre, una iniziativa che speriamo di allargare sempre più nei prossimi anni.

Sul tema della mostra il Presidente Nicco ha voluto rimarcare la grande collaborazione avuta con Marco Albera per il prestito dei dipinti che ne costituiscono il cuore. All’inaugurazione erano presenti la moglie e i figli del collezionista.

La galleria dei ritratti dei Savoia parte da Emanuele Filiberto detto “Testa di ferro”, colui che trasformò Torino in una capitale, spostando la sede del  suo ducato da Chambery nel 1563.

I dipinti risalgono per la maggior parte al periodo tra la seconda metà del Cinquecento e la fine dell’Ottocento,  non mancano le due Madame Reali che ressero il regno al posto dei figli minorenni e il piccolo Francesco Giacinto che visse soltanto sei anni tra il 1632 e il 1638.

Tra gli altri sono da segnalare il ritratto di Carlo Emanuele III realizzato dalla pittrice Maria Giovanna Clementi detta “La Clementina” e  i dodici ritratti della famiglia di Vittorio Amedeo III, dipinti da Carlo Sarmetti alla fine del Settecento.

Le riproduzioni delle mappe degli Stati sabaudi di Terraferma illustrano i possedimenti della casata subalpina, che arrivarono a comprendere anche la Liguria e la Sardegna.

All’interno di una teca è  conservato il volume “Famiglie celebri italiane”, preziosa raccolta sulla storia di 150 famiglie italiane, opera di Pompeo Litta Biumi (1781-1852), pubblicata a dispense tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

La mostra e il catalogo sono stati curati da Giorgio Enrico Cavallo e realizzati dal Consiglio regionale del Piemonte in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi. Il curatore Cavallo, durante l’inaugurazione, ha ricordato l’importanza della dinastia Savoia per la storia del Piemonte e le principali vicissitudini che l’hanno portata Cavalloicare l’Italia nel 1861.
MM
Gustavo Mola di Nomaglio e Albina Malerba, rispettivamente vicepresidente e direttore del Centro Studi Piemontese, hanno sottolineato la necessità storica di conoscere sempre meglio le vicende di casa Savoia.

La mostra intitolata “I Signori del Piemonte” rimarrà aperta  al pubblico in via Alfieri 15 a Torino

dal 18 giugno al 20 luglio prossimo, nelle tre sale della galleria Carla Spagnuolo , dal lunedì al venerdì  dalle 9 alle 17. Ingresso gratuito e catalogo in omaggio.

Mara Martellotta

Massimo Boario, tra le bande piemontesi e la stima di Pietro Mascagni


Dal Monferrato a Torino, il percorso di un musicista che trasformò la passione in un’opera di diffusione culturale.

Passeggiando per le vie centrali di Torino, mi sono imbattuta in una targa in via Bertola 24 che indicava che in quel palazzo aveva Massimo Boario, compositore ed editore musicale. Quel segno discreto, fotografato quasi per caso, ha acceso una curiosità che si è trasformata in un percorso di scoperta: la sua vita, la sua opera e il ruolo che ha avuto nello sviluppo della musica bandistica piemontese e italiana del Novecento. Un tassello di storia musicale che, ancora oggi, appare come motivo di orgoglio per la città e per il territorio. Nato a Murisengo, nel Monferrato, il 29 settembre 1880, Boario seppe trasformare una passione coltivata fin dall’infanzia in una lunga e intensa vicenda artistica e imprenditoriale.

Le condizioni economiche non gli permisero un percorso accademico regolare, ma non gli impedirono di dedicare l’intera esistenza alla musica, in particolare a quella popolare e bandistica, che considerava una vera scuola di cultura e socialità collettiva. Fin da giovanissimo mostrò un talento naturale. Studiò il clarinetto nella banda del paese e iniziò presto a comporre valzer, polke e mazurche, generi molto in voga all’epoca. La sua formazione fu essenzialmente autodidatta: determinazione e ascolto continuo lo portarono a sviluppare uno stile personale, fondato su melodie immediate, eleganti e di forte riconoscibilità. Dopo un periodo trascorso in Svizzera come musicista e direttore, rientrò in Piemonte arricchito da nuove esperienze professionali. La svolta decisiva arrivò nel 1924, quando si trasferì a Torino. Qui acquistò un negozio di strumenti musicali e fondò la Casa Editrice Musicale M. Boario, destinata a diventare un punto di riferimento per il mondo bandistico. Attraverso questa attività non si limitò a diffondere le proprie composizioni, ma contribuì anche alla circolazione del repertorio di molti altri autori.

La sua produzione è imponente: oltre cinquecento opere che comprendono marce, ballabili, pezzi da concerto, musica sacra e numerose composizioni per banda. Le sue musiche conquistarono direttori e musicisti per l’equilibrio tra semplicità espressiva e solidità tecnica, entrando stabilmente nel repertorio delle bande italiane ed europee e risuonando per decenni nelle piazze, nelle feste patronali e nelle celebrazioni pubbliche.

Il Cigno di Murisengo”, come veniva talvolta chiamato per la sua eleganza melodica, fu molto più di un compositore prolifico: fu un autentico divulgatore musicale. Era convinto che la musica dovesse essere accessibile a tutti e non riservata ai soli contesti elitari. Per questo motivo non cercò mai la carriera nei grandi teatri, ma preferì la dimensione viva delle bande, delle piazze e della partecipazione popolare. Mantenne sempre un legame profondo con le sue origini contadine e con il Piemonte, territorio che percorse a lungo insegnando, dirigendo complessi bandistici e sostenendo la nascita di nuove formazioni. Il suo lavoro contribuì in modo decisivo a rafforzare una tradizione che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri della cultura musicale locale e nazionale.

Quando morì a Torino il 2 agosto 1956, lasciò un patrimonio artistico e umano di grande valore. La sua eredità continua a vivere sia attraverso le composizioni ancora eseguite, sia attraverso l’attività editoriale che porta il suo nome e che ha contribuito a preservarne la memoria e la diffusione. A completare il profilo umano e professionale di Boario, Pietro Mascagni gli dedicò una formula di stima autografa, definendolo “Egregio Maestro”, segno di considerazione all’interno dell’ambiente musicale dell’epoca. Massimo Boario resta così l’esempio di un musicista che ha saputo trasformare il talento in servizio alla comunità, facendo della musica un linguaggio capace di unire persone, territori e generazioni.

Maria La Barbera

“I giorni di Margherita” a Stupinigi

Due giorni alla Corte di Margherita. La “Palazzina di Caccia” di Stupinigi celebra la Regina e il suo stretto legame con la Residenza

Sabato 20 e domenica 21 giugno, dalle 10 alle 18,30

Stupinigi – Nichelino (Torino)

Un viaggio nel primo Novecento, alla Corte della Regina Margherita di Savoia (Torino, 1851 – Bordighera, 1926) negli “interni” della regia Residenza di Stupinigi e nel “giardino storico” di quell’autentico capolavoro del Barocco, magistralmente progettato dallo Juvarra, che fu residenza ufficiale sabauda dedicata alle battute di caccia e ai grandi eventi cerimoniali del tempo, nonché dal 1997 “Patrimonio Universale dell’Umanità – UNESCO”. Parliamo ovviamente della “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, che, nel fine settimana, sabato 20 e domenica 21 giugno, dedica alla prima ed unica Regina d’Italia (al secolo Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia-Genova) una due giorni di coinvolgenti iniziative “in cui si intrecciano storia, costume e memoria” nel segno del profondo rapporto che la legò alla Residenza alle porte di Torino, dove Margherita ebbe a soggiornare a lungo, trasformandola in una delle sue dimore più amate. L’appuntamento si inserisce nel programma di celebrazioni per il centenario della morte della Regina e coincide con l’anniversario del suo arrivo a Stupinigi nel giugno del 1901.

Cuore dell’iniziativa sarà l’esposizione, per la prima volta al pubblico, dello “Strascico Reale della Regina Margherita”, proveniente dalla “Collezione Datrino” del “Castello di Torre Canavese”. Il prezioso manto, indossato dalla sovrana in occasione di una visita ufficiale in Vaticano e realizzato dalle maestranze torinesi al servizio della “Casa Reale” nei primi anni del Novecento, sarà presentato nel “Salone Centrale della Palazzina”. Lungo quattro metri e riccamente decorato con seta dorata, damasco, fili d’argento e il caratteristico “nodo Savoia” (o “nodo d’amore”) lungo il bordo di passamaneria, rappresenta una testimonianza dell’arte tessile e della cultura di corte dell’epoca.

Per l’occasione, sabato 20 giugno“Poste Italiane” attiverà anche un “servizio filatelico temporaneo con bollo speciale”, recante la dicitura “Centenario scomparsa Regina Margherita di Savoia”Dalle 10 alle 16 i visitatori e i collezionisti potranno far timbrare con l’“annullo commemorativo” le proprie corrispondenze nella postazione allestita nella “Palazzina” e, in seguito, il bollo confluirà nella collezione storico-postale del “Museo Storico della Comunicazione” di Roma.

Ad animare la “due giorni”, all’interno della Residenza, saranno le varie “rievocazioni storiche”, curate dall’Associazione “Le Vie del Tempo” con esperti “rievocatori” provenienti da più regioni d’Italia e dalla Francia, impegnati a far rivivere la “vita di corte” dei primi del Novecento, attraverso allestimenti, documenti e personaggi che vi gironzoleranno attorno agghindati in perfetti abiti d’epoca.

Nell’“Appartamento del Re”, il percorso La corte di inizio Novecento” mette in dialogo le “architetture rococò” e la moda della “Belle Époque” nello studio privato della marchesa Paola Pes di Villamarina, prima dama di compagnia della Regina Margherita. In esposizione abiti originali dal 1890 ai primi del ‘900, provenienti dalle Collezioni “Times Travel Italia”, insieme a documenti storici e originali lettere d’epoca. Nell’“Appartamento della Regina”, ecco invece “I Menù di Margherita”. Per l’occasione, l’anticamera dell’appartamento si trasformerà in uno spazio di accoglienza attraverso la ricostruzione della “tavola reale”, prendendo spunto dal “menù” preparato in occasione del battesimo di Aimone di Savoia e della cresima di Umberto Maria, Conte di Salemi del 3 dicembre 1900. Nei giardini, infine, “Scene di vita quotidiana” rievocherà l’atmosfera dei pomeriggi di svago e delle passeggiate all’aria aperta, tra racconti, aneddoti e incontri. Sempre nel “giardino storico”, si terrà anche “La promenade de la Reine”: “tour” di mezz’ora a bordo delle “Carrozze Landau”, con “Gli Amici di Pegasus”, a sostegno della “Fondazione Ospedale Regina Margherita” di Torino e di “Casa Breast” dell’Ospedale Cottolengo.

Per le famiglie ci sarà anche il laboratorio “Margherita, che Pizza!”, attività creativa che prende spunto da uno degli episodi più celebri legati alla sovrana: la nascita della celebre “pizza Margherita”, dedicata alla Regina nel 1889 dal pizzaiolo napoletano Raffaele Esposito.

Completano la due giorni i “percorsi espositivi”Le Stanze di Margherita” e la mostra Sulle Strade della Regina”, nella “Citroniera di Ponente”, dedicata all’evoluzione dei “mezzi di trasporto” dell’epoca, attraverso il confronto tra “automobili storiche” e “carrozze ottocentesche”. Sarà inoltre possibile visitare l’esposizione Giacomo Puccini: musica, cinema e storia”, inaugurata nella “Galleria di Levante”, in cui si racconta del legame tra la Regina Margherita e il compositore lucchese attraverso gli “abiti originali” realizzati per il film “Puccini” di Carmine Gallone del 1953 e materiali provenienti dall’“Archivio Luigi Rovere”. E infine, dulcis in fundo, ispirata alla personalità di Margherita, sarà presentata anche una “nuova fragranza”. Provarla, per credere!

Per ulteriori info: “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

g.m.

Nelle foto: La “Palazzina” di Stupinigi; Strascico Reale; Margherita e le macchine

Le Grottesche, i mascheroni satirici che guardano Torino

Dalle forme plastiche suggestive, narrano di una città inquieta e fantastica.

i muri della città parlano” diceva il barone de La Brède e di Montesquieu che giunse a Torino nel 1728. Effettivamente è così, ma oltre a raccontare una parte della storia della città queste sculture in pietra, che rivestono perlopiù gli edifici storici di Torino, osservano cose e persone con sguardi talvolta caustici ed altri minacciosi. Queste opere d’arte che si fanno notare per la loro plasticità, i loro particolari e la ricchezza che conferiscono ai palazzi che li ospitano, sono le Grottesche, anche conosciute come Mascheroni. Possono essere entità fantastiche o mostruose, mitologiche, animali, facce deformi o altre sagome e rimandano al quello straordinario periodo artistico che è stato Barocco europeo, ma anche a epoche seguenti come il Liberty. Nella nostra città sono molte e conturbanti e non furono scolpite unicamente come ricco ornamento, ma anche come veicolo potente di un linguaggio simbolico e satirico, un mezzo per raccontare ciò che non si poteva dire apertamente: l’instabilità del potere, la vanità della ricchezza, le paure del mondo e i desideri inconfessabili, il tutto scolpito su una base monocolore in pietra e di stucchi o simili a quelle di epoca romana, caratterizzate da una pittura multi-cromata, trovate nei resti sotterranei della Domus di Nerone (le “grotte” appunto)

A Torino le Grottesche non sono urlate come nella Capitale o a Firenze, sono più nascoste, meno protagoniste e per un occhio che le cerca e guarda con attenzione e curiosità, ma nonostante questa loro personalità sobria, in linea con il carattere culturale territoriale, riescono a farsi notare, risultano eloquenti ed affascinanti.

Qualche esempio più noto? A Palazzo Chiablese, affacciato su piazza San Giovanni, ospita uno dei cicli più importanti di grottesche della città, con affreschi che ornano volte e stanze laterali. Qui si incontrano tritoni, chimere, teste giganti con occhi vuoti, tra decori vegetali e medaglioni enigmatici. Palazzo Carignano, tra le meraviglie barocche del Guarini, conserva motivi grotteschi sia all’interno sia all’esterno, tra mascheroni scolpiti nei timpani delle finestre. I volti deformati sembrano rimproverare severamente chi guarda, belli ma inflessibili.

Passeggiando, inoltre, per via della Rocca, via Giolitti, via Bogino, via San Francesco da Paola, ma anche per le strade di Cit Turin, come corso Francia dove si trova il Palazzo delle Vittoria, si possono osservare mascheroni sui portoni in legno o sulle chiavi di volta degli archi. Spesso sono volti demoniaci, nasi adunchi, oppure caricature dalla forma animale posizionati come elementi apotropaici, protettivi, per allontanare il male.

Anche in alcune chiese della città si possono trovare elementi grotteschi di interesse artistico, come nei dettagli in stucco della Chiesa della Misericordia o nelle cappelle laterali di San Lorenzo, si tratta di putti deformi o di volti che sembrano fondersi con il fogliame.

Le Grottesche sono, dunque, una forma d’arte in conflitto con qualsiasi canone, non mirano alla perfezione o alla armonia, ma all’inquietudine.
Guardarle e ammirarle significa comprendere che l’arte, nei secoli si è occupata anche di incubi, di paure e sogni deformati. Torino, con la sua personalità solenne e lineare, nasconde, ma neanche tanto, un’anima caustica e magicamente teatrale, un lato sarcastico in contrasto con la geometria a e il rigore sabaudo, i mascheroni sono un esempio di questo carattere anticonformista che fa di questa città un luogo eccezionale e complesso.

Maria La Barbera

Valle Formazza, la “piccola repubblica” dei walser

Incuneata nel cuore della Alpi, fino al centro delle “Alpi Somme” da cui partono le acque nelle quattro direzioni dei venti, la valle Formazza ha una storia singolare e affascinante, irripetibile in qualsiasi altra valle dell’arco alpino

La prima e più importante delle colonie walser, il  “nido d’aquila” di questo grande popolo di montanari che disseminò di comunità i due versanti dell’arco alpino. Lo storico Enrico Rizzi, scrivendo per l’editore Grossi la “Storia della Valle Formazza” , ha consegnato ai lettori un lavoro monumentale, frutto di anni di certosine ricerche, raccogliendo documenti e testimonianze. Un’opera davvero completa che illustra la storia ricca e spesso imprevedibile della Valle Formazza. “ La nostra posizione strategica, quasi fosse un cuneo nel cuore delle alpi centrali – afferma la vulcanica sindaca di Formazza, Bruna Papa – ha consentito al nostro territorio di essere per secoli un’arteria di traffici mercantili, scambi e contatti con il nord delle Alpi più di qualsiasi altra vallata dell’eco alpino”. Una valle “sospesa tra sud e nord” a far da cerniera e punto d’incontro anche per motivi artistici, religiosi e civili. Il nodo dei passi attraversati nei secoli dai someggiatori lungo le vie europee del sale, del vino, dei formaggi, la sua eccezionale posizione strategica, hanno fatto della più antica colonia fondata dai Walser nel medioevo, una “piccola repubblica” sospesa tra la Lombardia e la Svizzera . Territorio conteso con agli Svizzeri che cercavano un altro sbocco verso il Mezzogiorno, allargando e rettificando il confine meridionale della Val Leventina, venne aggregato al ducato di Milano, e seguì le vicende di tutto il restante della Val d’Ossola rimanendo sotto la dominazione spagnola fino al 1714, e passando poi sotto le dominazioni austriaca (1714-48), sabauda (1748-97), francese (1797-1814) e italiana.Retta per secoli autonomamente, con il proprio tribunale valligiano e rustiche magistrature democratiche, Formazza  ha sempre coltivato la sua fiera indipendenza, la sua lingua, lo stile delle sue case di legno, le sue antiche tradizioni, un ricchissimo paesaggio naturale che ha nella superba Cascata della Toce il suo monumento più suggestivo, ammirato nei loro viaggi alpini da naturalisti e scienziati, poeti e artisti come Saussure, Dolomieu, Coolidge, Ermanno Olmi,Carlo Rubbia. Un luogo  che Mario Rigoni Stern  raccontò nel suo libro “L’ultima partita a carte”, descrivendo  il suo “corso sciatori” in alta Val Formazza nel gennaio del 1939 : “Mi ricordo ancora bene che vicino alla diga di Morasco avevamo fatto una gara sci-alpinistica partendo dalla Cascata del Toce. Nella neve si viveva e si moriva. Un aspirante che era con noi era rimasto sotto una valanga durante un allenamento. Noi sciavamo, bevevamo il vin brulé, vincevamo la coppa, ma poi, nel gennaio del 1943 eravamo andati a morire per il freddo, nella neve, in guerra”. Tornando al libro di Rizzi  va detto che lo storico delle Alpi e autore di molti libri sui Walser nelle 480 pagine di quest’opera straordinaria, corredata di foto e documenti, non tralascia nulla nel ricostruire la storia di questa bellissima valle.

Marco Travaglini