STORIA- Pagina 2

Amedeo VII di Savoia: l’aviglianese che conquistò Nizza

Sabato 20 e domenica 21 giugno Avigliana tornerà nel medioevo con la 43° edizione del Palio Storico dei Borghi, manifestazione che ricorda il passaggio in città nel 1389 di Valentina Visconti. La nobildonna, figlia di Gian Galezzo, Signore di Milano e di Isabella di Valois, era diretta a Melun dove avrebbe incontrato il suo sposo Luigi di Valois-Orléans.
Il programma del fine settimana sarà molto ricco. Sabato 20 alle ore 17 nel Santuario della Madonna dei Laghi verrà celebrata la S. Messa al termine della quale ci sarà la benedizione delle bandiere dei borghi e del Palio, mentre alle ore 18 presso il campo CGA in Via Oronte Nota 3 il Primo Cittadino Andrea Archinà consegnerà le chiavi della città al Conte di Savoia Amedeo VII detto “il Conte rosso” e apriranno le taverne dei borghi, dove si potranno degustare menù conviviali di stampo medievale. Dopo la gara dei tamburini e quella di tiro alla fune e gli spettacoli dei gruppi “Asti Buhurt Club” e “Belly…ssime”, il fulcro della serata sarà la grande rievocazione “Filippo di Savoia, Principe d’Acaia, che dalla storia passò alla leggenda” organizzata dal gruppo storico “La Corte del Conte Rosso APS-ETS” in collaborazione con “La Terra dei Cavalli” di Giuseppe Raggi. Seguirà l’esibizione degli artisti del “Carro delle Illusioni”.
Domenica 21 alle ore 15 il corteo dei figuranti, guidato dalla Corte, partirà da Piazza del Popolo e raggiungerà il campo CGA in Via Oronte Nota 3, dove a partire dalle ore 16 si disputerà il Palio.
I sette borghi storici del paese: Borgo Drubiaglio, Borgo Nuovo, Borgo Paglierino, Borgo Pertusera, Borgo San Pietro, Borgo Sant’Agostino e Borgo Vecchio si sfideranno nella gara di tiro con l’arco. Dopo lo spettacolo del “Gruppo Sbandieratori e Musici della Città di Avigliana” ci sarà l’attesissima corsa dei cavalli, che decreterà il vincitore di quest’edizione del Palio.
La festa continuerà in Piazza Conte Rosso dove si terrà la cena “Al Banchetto del Conte Rosso”.
Alle ore 22,15 il corteo storico, partendo da Piazza Conte Rosso, percorrerà Via Cavalieri di Vittorio Veneto e raggiungerà Piazza del Popolo dove si terrà un grande spettacolo a sorpresa che lascerà tutti senza fiato.

Ma chi era il Conte di Savoia Amedeo VII e perché viene chiamato “Conte Rosso”?

Amedeo nacque nel Castello di Avigliana il 24 febbraio 1360, figlio primogenito del Conte di Savoia Amedeo VI, detto “il Conte Verde” per il colore con il quale amava abbigliarsi e della consorte Bona di Borbone. Il 18 gennaio 1377 al Palazzo Saint-Pol di Parigi, all’epoca la residenza del Re di Francia, sposò Bona di Berry, figlia di Giovanni di Valois, Duca di Berry, terzo figlio di Re Giovanni II di Francia. La sposa raggiunse la Savoia nel 1381 e i coniugi vissero al Castello di Ripaglia. Dalla loro unione nacquero tre figli: il futuro Amedeo VIII, che il 19 febbraio 1416 diventerà il primo Duca di Savoia; Bona, che andrà in sposa al cugino Ludovico, ultimo Principe di Savoia-Acaia e Giovanna, che impalmerà il Marchese Gian Giacomo del Monferrato, colui che nel 1434 sposterà la capitale del marchesato da Chivasso a Casale Monferrato.
Amedeo salì al trono il primo marzo 1383 in seguito alla morte di suo padre il Conte Amedeo VI, condividendo il potere con la madre, alla quale il sovrano defunto per via testamentaria riconobbe il diritto di governare e amministrare gli Stati di Savoia fin quando sarebbe stata in vita.
Nel settembre 1383, mentre era a Bourbourg, nelle Fiandre, in una campagna militare a sostegno del Duca di Borgogna, ricevette la notizia della nascita del suo primogenito e si dice che vestì abiti rossi per festeggiare, abbandonando così il lutto per la morte del padre, avvenuta sei mesi prima. Questo gli valse il soprannome di “Conte Rosso”.
Le sue residenze preferite erano i castelli di Chambéry, Ripaglia, Montmélian e Avigliana, città dove aveva sede la zecca, citata per la prima volta nel 1252.
Un suo grande uomo di fiducia era Giovanni Grimaldi, Barone di Boglio. Quest’ultimo era nipote di Andaro Grimaldi, il quale nel 1315 sposò Astorge Rostagno, figlia di Guglielmo, Signore di Boglio, dando così vita a questo ramo dei Grimaldi, che si estinguerà nel 1698. Ranieri I, fratello di Andaro, fu invece Signore di Monaco dall’8 gennaio 1297 al 10 aprile 1301 insieme al patrigno Francesco Grimaldi detto “Malizia” ed è l’antenato dell’attuale Principe sovrano S.A.S. Alberto II.
Giovanni, che governava uno dei feudi più grandi e importanti della Provenza, della quale era siniscalco, il 2 agosto 1388 fece omaggio al Conte di Savoia della sua baronia e di tutti i suoi possedimenti, ricevendoli in feudo. Amedeo VII, il cui padre nel 1382 aveva conquistato Cuneo, riuscì a realizzare il sogno dei suoi avi: quello di ridare alla Contea di Savoia l’agognato sbocco sul mare, perso dopo il 19 dicembre 1091 quando morì Adelaide di Torino. Il 28 settembre 1388 con un piccolo esercito, senza spargimento di sangue, fece un ingresso solenne a Nizza e lo stesso giorno venne firmata la dedizione della città alla Savoia. Nizza, insieme alle altre comunità della Provenza orientale, ubicate sulla sponda sinistra del fiume Var, andò a costituire la divisione amministrativa “Nuove terre di Provenza”, che nel 1526 prenderà il nome di Contea di Nizza. Questo territorio verrà ceduto al Secondo Impero Francese con il Trattato di Torino dal 24 febbraio 1860.
Il 30 ottobre 1388 Amedeo VII nominò Giovanni Grimaldi di Boglio Governatore di Nizza.
Il Conte Rosso nel 1389 scortò da Milano a Chambéry sua cugina Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo, Signore di Milano e poi duca a partire dal
5 settembre 1395.
La nobildonna, come sopraccitato, era diretta a Melun dove avrebbe conosciuto il suo sposo Luigi di Valois-Orléans, fratello minore del Re di Francia Carlo VI. Il corteo fece tappa ad Alessandria, Asti, Chieri, Torino, Rivoli, Avigliana ed arrivò a Melun il 17 agosto.
In occasione del passaggio di Valentina ad Avigliana Amedeo VII, insieme al cugino il Principe Amedeo di Savoia-Acaia, organizzò grandi festeggiamenti che durarono più giorni, videro la presenza di tutti i nobili della zona e si conclusero con un torneo di giochi ed un palio dei cavalli. Questo evento è ricordato ogni anno con il Palio Storico dei Borghi.
Il 21 agosto 1390 Amedeo VII era presente insieme a Ibleto di Challant, il più potente feudatario della Valle d’Aosta, all’inaugurazione del Castello di Verrès.
A fine ottobre 1391 mentre soggiornava a Ripaglia, durante una battuta di caccia al cinghiale cadde da cavallo e si ferì gravemente ad una gamba. Il giorno seguente fu affetto da tetano, infezione allora non conosciuta, si spense tre giorni dopo e venne sepolto nell’Abbazia Reale di Altacomba. Gli succedette il figlio Amedeo VIII sotto la reggenza della nonna paterna Bona di Borbone, definita la “Contessa Grande”, la quale venne accusata ingiustamente dell’avvelenamento del figlio. I feudatari si divisero però in due fazioni: una favorevole a Bona, la cui corte aveva sede al Castello di Chambéry e l’altra favorevole alla nuora Bona di Berry, detta “Madama la Giovane”, con corte a Montmélian.
L’intervento del Re di Francia Carlo VI scongiurò una guerra civile: la Contessa Grande mantenne la reggenza, cedendo alla nuora la Signoria di Faucigny. Questa reggenza durò fino alle nozze del giovane Amedeo VIII il 30 ottobre 1393 con Maria di Borgogna, in occasione delle quali il suocero Filippo II lo dichiarò maggiorenne.
Amedeo VIII iniziò ad occuparsi delle faccende di Stato dopo il 1400, aiutato dal suo tutore il Conte di Ginevra e Governatore di Nizza Oddone di Villars, dal suocero il Duca di Borgogna e da Luigi II, Duca di Borbone, che facevano parte del consiglio di reggenza.
Egli è l’antenato di S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia.

ANDREA CARNINO

Giulia di Barolo, la progressista della beneficenza e della compassione

Una straordinaria figura del nostro ‘800

Nata nel 1786 a Maulevrièr, in Francia, Juliette Françoise Victurnie Colbert discendente di una importante famiglia che aveva visto il padre Ministro delle Finanze del Re Luigi XIV, in seguito alla Rivoluzione Francese, dopo aver perso beni e parenti, si trasferi’ in Germania e in Olanda. Nel 1804, quando Napoleone Bonaparte si incorono’ imperatore dei francesi, Jiuliette, tornata in patria, divenne una delle dame di compagnia dell’imperatrice ed e’ proprio in questo rinnovato contesto che conobbe il suo futuro marito: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo appartenente ad una delle più importanti famiglie aristocratiche del Piemonte. Nonostante fu un matrimonio combinato, come si usava ai tempi, la loro unione si trasformo’ in un sodalizio molto forte dovuto sia alle loro affinita’ d’interessi, di cultura e ad una spiccata sensibilita’ per le questioni sociali, ma anche alla reciproca compensazione caratteriale, “più ardente, generosa e volitiva, intransigente nelle idee per temperamento e tradizione” lei ,” meno espansivo, più liberale e facilmente remissivo, ma non meno ricco di sentimento e di bontàlui.

Dopo il matrimonio si stabilirono nella Torino dei Savoia, ma anche di Cavour e di D’Azeglio, a Palazzo Barolo in via delle Orfane, dove iniziarono le loro attivita’ benefiche in una citta’ che soffriva molto di poverta’, vagabondaggio, criminalita’ e dove le carceri affollate versavano in terribili condizioni di igiene e invibilita’. Tutto comincio’ durante una passeggiata domenicale quando Jiuliette, oramai Giulia, incrocio’ una processione che portava il viatico ad un carcerato che ribellandosi disse che non voleva conforto, ma piuttosto del cibo. Giulia volle subito visitare le carceri, quelle maschili prima, le femminili dopo, che trovo’ in uno stato disumano. Questo terribile scenario la convinse subito a voler fare qualcosa e chiese al Re di poter insegnare loro a leggere e il catechismo, ma soprattutto di restituirgli una dignita’ oramai persa. Ci riusci’ e cosi’ comincio’ il suo percorso di supporto alle carcerate che divento’ un vero e proprio impegno istituzionale quando divento’ sovraintendente delle prigioni di Torino. Come prima cosa fece trasferire le “forzate” nelle Torri Palatine, un luogo piu’ luninoso e salutare, ma la cosa piu’ importante, per cui mise tutto il suo impegno, fu la riforma per le carceri piemontesi che si ispirava a quelle inglesi e danesi. Riusci’ a far commutare le pene in lavoro, accorcio’ i processi e trasformo’ le leggi discutendone prima con le detenute. Nacquero cosi’ dei “refugium peccatorum” dove si poteva lavorare, guadagnare, ma sopra ogni cosa era possibile essere reinserite all’interno della societa’. Dopo questi epocali cambiamenti che impattarono sul tessuto sociale i coniugi di Barolo crearono scuole e asili nido che affidarono alle suore di Sant’Anna, ma anche orfanotrofi, dove passava a dare la sua benedizione anche Don Bosco che collaboro’ molto con Giulia, e l’Ospedaletto per i bambini disabili. Per essere sicura che il suo impegno si protraesse anche quando non ci fosse stata piu’ istitui’ l’Opera Pia Barolo e fece costruire la chiesa di Santa Giulia, nel quartiere Vanchiglia, dove riposa dal 1899. Le sue iniziative, le sue idee, i progetti, ma anche i suoi pensieri sono raccolti in un diario da cui si evince la personalita’ di Giulia di Barolo, una donna straordinaria, romantica, generosa, una eroina di tutti i tempi.

E’ possibile rivivere la storia dei marchesi di Barolo visitando il Palazzo omonimo a Torino che fu il piu’ famoso salotto del Risorgimento di Torino e dove venne ospitato Silvio Pellico.

MARIA LA BARBERA

Callori e Gozzani. Antichi legami di sangue  

 

Le origini astigiane dell’antica casata Callori risalgono all’XI secolo. Trasferiti in Monferrato nel XVI secolo, furono insigniti del titolo nobiliare acquistando la contea di Vignale con l’antico castello e palazzo Callori, proprietà della Regione Piemonte dal 1976. Ai Callori appartenevano anche i feudi monferrini di Montemagno, Frassineto Po e i feudi torinesi di San Raffaele Cimena e Cavagnolo. La dinastia settecentesca di Giovanni Francesco Orazio, marito di Elena Mazzetti, diede origine al ramo nobiliare del primogenito conte Giulio Cesare Federico Callori, sindaco di Casale nel 1816 e maire di Vignale nel 1818, sposato con Eleonora Maria Ricci. Giulio ed Eleonora erano nipoti del primo marchese di Cereseto Francesco Antonio Ricci e Maria Maddalena, morta alla tenuta Vallara di San Germano proprietà del marito, figlia di Federico Callori e Violante Miroglio del conte Antonio di Moncestino. Il secondogenito di Elena e Orazio Callori fu Felice Camillo Maria del ramo cadetto escluso dal titolo, decurione e membro del Collegio Elettorale del Dipartimento che nel 1800 ereditò il castello di Moncestino dal ramo nobiliare.

Egli generò una linea di dieci figli con la casalese Maria Teresa Patrucco, più giovane di venticinque anni, sposata nel 1801 e morta di parto a soli 36 anni. Nella famiglia di Felice Camillo Maria Callori troviamo tre sindaci, l’avvocato Luigi nel 1842 e Giovanni nel biennio 1850-51 a Moncestino e Francesco a Ozzano nel 1849. La dodicenne madamigella Anna Maria Petronilla Callori, primogenita di Felice Camillo, nell’agosto del 1814 intraprese un viaggio per Torino partendo da Moncestino con la madre donna Maria Teresa Patrucco e Giovanni Battista Gozzani per assumere il grado di Maggiore del Reggimento di Cuneo, formatosi nella Cittadella di Torino e destinato alle Brigate di Saluzzo, Vigevano, Savona, Nizza e Alessandria, dove fu promosso colonnello. Nel 1808, in qualità di capitano al rientro della battaglia di Austerlitz a fianco di Napoleone, fu ospitato nel Forte strategico torinese di Verrua Savoia dallo zio governatore qui residente Paolo Gozzani, nobile cavaliere proprietario del feudo di Ponzano. Fino al 1812 Giovanni Battista abitò nel castello di Moncestino, accolto dal buon amico e cavaliere Felice Camillo Callori, futuro suocero, con una richiesta di 45 lire di affitto.
Nel 1813, mentre era ospite del liceo di Genova come capitano istruttore dove interveniva il cardinale Spinola, a Giovanni Battista fu offerto un matrimonio con una signora, vedova di un senatore. Egli rifiutò la proposta genovese ma accettò quella fatta da Anna Maria Petronilla con il consenso della famiglia Callori, matrimonio celebrato a Casale Monferrato il 26 maggio 1821. Gli sposi, stabiliti nel castello di Moncestino, ripartirono per Vercelli nel settembre del 1822 dove il Gozzani fu nominato Colonnello Comandante della città e della provincia vercellese con uno stipendio di 4800 lire, oltre ad una pensione di 600 lire ricevuta dalla Croce di San Lazzaro e Maurizio e una pensione di 981 franchi francesi dopo Austerlitz. I coniugi possedevano anche un reddito di 800 lire ricavato dagli affitti di alloggi, fossi e giardini del castello Callori di Moncestino. Dalla loro unione nacque Teresa Gozzani nel 1824 a Vercelli, già separata dal cavaliere Ferdinando von Schindler e sposata in seconde nozze con il cugino Giulio Cesare Langosco, improli, figlio di Luigi Teofilo e Giuseppina Callori di Giulio Cesare, primogenito del ramo nobiliare e cugino di primo grado con Fabrizio Gozani, primo marchese di San Giorgio.

La contessa di Serralunga di Crea Teresa Gozzani risiedeva nella villa Monromeo, l’antica abitazione della famiglia di Facino Cane ed in seguito dei coniugi Ginevra Sannazzaro e Curzio Magnocavallo, vittima del tremendo fatto d’armi del 1622. La villa fu acquistata dal nobile Francesco Gozzano di Cereseto per 4200 fiorini grazie al prestito del ricchissimo cugino marchese Giacomo Bartolomeo Gozzani di Treville, versato interamente al comune di Serralunga di Crea nel 1684. Il feudo fu ereditato da Francesco Bernardino Gozzano, bisnonno di Teresa e ultimo rappresentante della famiglia a lasciare Luzzogno, figlio del nobile Antonio notaio e regolatore dei libri del Maestrato Ducale di Casale. Questo ramo dei Gozzano, formato da alti ufficiali dell’esercito, costituisce una terza linea parallela ai marchesi Gozzani di San Giorgio e Treville, cugini di primo grado stabiliti a Casale nel XVI secolo provenienti da Luzzogno.

Il testamento dell’intera terza linea dei Gozzano è stato ritrovato nell’archivio parrocchiale di Cereseto e una importante testimonianza è rappresentata dal banco di preghiera nel Duomo di Casale intitolato al cavaliere e tenente colonnello Antonio Gozani, zio di Giovanni Battista e Petronilla Callori. Nel Duomo di Casale sono conservati altri banchi di preghiera, intitolati al conte Federico Callori e ai marchesi Gozzani di Treville. Una lapide del 1852 nel cimitero di Moncestino testimonia la posa delle ceneri del cavaliere Camillo Callori e del genero cavaliere Giovanni Battista Gozzani, cognato diletto dei quattro figli maschi di Camillo. Singolari le tradizioni dei coniugi Giovanni Battista Gozzani e Anna Maria Petronilla Callori appartenenti alle due casate nobiliari: l’impronta giuridica longobarda esercitata dai marchesi Gozzani che riconosceva i diritti patrimoniali anche alle donne, attribuita loro dal diploma di nobiltà dell’imperatore Franz I d’Austria nel 1817, e l’impronta patriarcale franca esercitata dai conti Callori che garantiva i diritti della primogenitura per evitare il frazionamento del patrimonio familiare.
(1-Continua)
Armano Luigi Gozzano 

Vittorio Amedeo III, il fermento culturale e scientifico sabaudo


Una giornata di studio alla Palazzina di Caccia di Stupinigi celebra il tricentenario della nascita del sovrano

 L’Accademia delle Scienze di Torino e l’Accademia di Agricoltura celebrano con un convegno il trecentesimo anniversario della nascita di Vittorio Amedeo III (1726–1796). Fu proprio Vittorio Amedeo III a concedere, nel 1783, le lettere patenti di fondazione della Reale Accademia delle Scienze e a favorire il clima che avrebbe portato, il 24 maggio 1785, alla nascita della Società Agraria, poi divenuta Accademia di Agricoltura. La vita culturale, scientifica e politica del secondo Settecento in Piemonte sarà al centro di una giornata di studio, lunedì 15 giugno 2026, a partire dalle ore 9:30, presso il Salone juvarriano della Palazzina di Caccia di Stupinigi, con ingresso libero e gratuito.

L’evento propone un percorso a più voci attraverso una delle stagioni più vivaci della storia subalpina: dalle origini dell’Accademia stessa alle trasformazioni del paesaggio agrario, dai tesori di Palazzo Reale ai rapporti tra il sovrano e Vittorio Alfieri, fino alle relazioni politiche e commerciali tra Piemonte e Liguria. I lavori saranno aperti dai saluti istituzionali di Marta Fusi, Direttrice della Palazzina di Caccia di Stupinigi; Marco Mezzalama, Presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino; Marco Devecchi, Presidente dell’Accademia di Agricoltura; Paola D’Agostino, Direttrice Generale dei Musei Reali di Torino e Giulia Carluccio, Presidente della Fondazione Centro di Studi Alfieriani.

Gli interventi scientifici vedranno la partecipazione di storici, storici dell’arte e studiosi di letteratura provenienti dagli atenei e dalle istituzioni culturali del territorio: Vincenzo Ferrone (Accademia delle Scienze di Torino) affronterà il tema delle origini dell’istituzione accademica nell’età di Vittorio Amedeo III; Paola Bianchi (Università di Torino) esplorerà le dinamiche di sociabilità e le realtà accademiche torinesi nel secondo Settecento; Carlo Tosco (Politecnico di Torino) analizzerà i catasti e il paesaggio agrario dell’epoca; Carla Eugenia Forno (Fondazione Centro di Studi Alfieriani) ricostruirà il complesso rapporto tra Alfieri e i Re di Sardegna; Lorenza Santa (Musei Reali di Torino) presenterà Vittorio Amedeo III al Palazzo Reale; Alessandro Carassale (Accademia di Agricoltura, Presidente CeSVin) e Luca Lo Basso (Università di Genova) chiuderanno con un approfondimento sui rapporti tra Liguria e Piemonte nell’età del sovrano.

La dimensione culturale della giornata sarà arricchita dagli interventi musicali dell’Accademia Corale Stefano Tempia, diretta da Luigi Cociglio con Francesco Cavaliere al pianoforte. Il programma prevede un prologo con musiche di Adriano Banchieri e, a chiusura dei lavori, un concerto con brani della tradizione vocale europea tra Rinascimento e Settecento, da Josquin Desprez a Bach, Mozart, Vivaldi e Haendel.

Corrado, il piemontese che salvò Tiro, oggi sotto le bombe da settimane

Ordinata l’evacuazione totale di Tiro, nel sud del Libano, sulla costa del Mediterraneo, a 20 km a nord dal confine con Israele. Tiro è la quinta città del Libano e per la prima volta nella storia è stato sgomberato anche lo storico quartiere cristiano-maronita. Rioni distrutti per intero e ospedali danneggiati. La guerra non si ferma. Da settimane la città è sotto pesanti bombardamenti israeliani mirati a colpire le postazioni degli Hezbollah. Millenaria metropoli fenicia, cuore del commercio marittimo, patrimonio dell’Umanità dal 1984, Tiro è custode di resti archeologici romani e bizantini di inestimabile valore. All’epoca delle Crociate, alla guida della città c’era il piemontese Corrado, marchese del Monferrato e cavaliere medioevale, che riuscì a resistere al Saladino e a respingerlo. Corrado (1146-1192) fu uno dei personaggi più avventurosi del Medioevo italiano. Cugino del Barbarossa, fu uno degli artefici della Terza Crociata in Terra Santa, sconfisse Saladino a Tiro e fu ucciso da due sicari della “Setta degli Assassini”. Il legame tra Corrado del Monferrato e la città di Tiro è molto forte. Tiro era praticamente l’ultima grande città crociata rimasta in mano cristiana. Corrado arrivò nella città nel 1187 e ne organizzò la difesa contro l’assedio di Saladino riuscendo a salvarla dalla conquista musulmana. Da Acri veleggiò verso il vicino porto di Tiro, l’ultima città-fortezza dopo la perdita della Città Santa, rimasta in mano cristiana e stracolma di profughi cristiani e cavalieri scampati alla disfatta di Hattin (4 luglio 1187). La città è sul punto di cadere, Rinaldo di Sidone ne sta trattando la resa al Saladino. Il 14 luglio le bandiere verdi dell’Islam sventolano già sulle torri della Cittadella. L’arrivo di Corrado galvanizzò gli assediati che decisero di resistere rafforzando il sistema difensivo della città. Il Marchese fece scavare un fossato che tagliava in due parti l’istmo su cui si snodava una strada rialzata costruita da Alessandro Magno. In questo modo, isolando la città, tolse agli arabi la possibilità di avvicinarsi con le macchine d’assedio. L’intervento di Corrado fu determinante ed evitò la caduta di Tiro nelle mani del Saladino il quale tentò un ultimo disperato tentativo per raddrizzare la situazione. Per costringere alla resa Corrado portò sotto le mura di Tiro suo padre, in catene, Guglielmo il Vecchio, catturato ad Hattin, minacciando di ucciderlo se Corrado non si fosse ritirato. Il marchese non gli diede ascolto, anzi disse che suo padre era molto anziano e aveva già vissuto abbastanza. E finì bene. Il capo dei guerrieri saraceni liberò Guglielmo che, come prigioniero, non serviva più. Nei primi giorni di gennaio del 1188 il sultano tolse l’assedio a Tiro e tornò ad Acri: il regno cristiano d’oltremare sopravvivrà per altri cent’anni e il crociato Corrado divenne il salvatore di Tiro. Grazie a questa impresa la città fu il centro del suo potere in Terra Santa.
In questo tratto della costa mediterranea orientale, tra Acri e Tiro, cominciò la straordinaria avventura di Corrado, el Markiz, come lo chiamavano gli arabi che lo temevano, odiavano e rispettavano, che respinse due volte l’assedio dell’esercito del Saladino. Il monferrino Corrado fu eletto re di Gerusalemme ma non fece in tempo a essere incoronato: venne colpito a morte dai pugnali della Setta degli Assassini, movimento dell’islam sciita ismailita, nato in Persia e diffusosi poi in Siria. É stato chiamato “il giallo” della Terra Santa. La scena si svolse proprio a Tiro. Corrado bussò alla casa del vescovo di Beauvais, che ben conosceva, chiedendo di cenare insieme a lui ma vide che il prelato aveva già finito di mangiare, allora salutò e se ne andò. Tornando a casa, dove la moglie lo aspettava, si accorse di essere inseguito da due individui. Si voltò di scatto, si rese conto di essere in pericolo ma non ebbe il tempo di difendersi e venne pugnalato a morte da due sicari della Setta degli Assassini. Il suo corpo fu sistemato nella Chiesa dei Cavalieri Ospitalieri e i due sicari, arrestati poco dopo, confessarono che il mandante dell’assassinio era nientemeno che il re d’Inghilterra, Riccardo Cuor di Leone. Finì così, in pochi attimi, la straordinaria vita di Corrado, marchese del Monferrato, re di Gerusalemme per pochi giorni, uno dei personaggi più illustri di tutta la storia delle Crociate. Era il 28 aprile 1192. Chi l’ha ucciso? Fu assassinato nei vicoli di Tiro dai fanatici islamici della Setta sciita degli Assassini, i primi terroristi musulmani della storia. Sicari al servizio di chi? Non si è mai saputo con precisione, le ipotesi sono diverse e i presunti mandanti sarebbero i grandi personaggi dell’epoca, sovrani o famosi condottieri. Il più sospettato fu il sovrano inglese Riccardo Cuor di Leone. Ritenendolo il mandante dell’omicidio, l’imperatore Enrico VI imprigionò Riccardo in Germania. Riccardo Cuor di Leone e il Saladino che interesse avevano di eliminarlo? È un appassionante intreccio levantino, una storia tutta vera, nulla di romanzato. Sono tante le ipotesi sui mandanti ma il mistero della sua morte rimarrà per sempre. Corrado resta il sire che salvò Tiro, costrinse l’armata del Saladino a battere in ritirata suscitando nel mondo cristiano una vampata di euforia e gran tripudio con lo stendardo del Monferrato che sventolava su minareti e città conquistate. A Versailles, nella Sala delle Crociate, sono conservati i ritratti ottocenteschi dei protagonisti delle Crociate e tra essi spicca la figura del nostro Corrado Marchese di Monferrato.
  Filippo Re

Vercelli tra risaie, arte e gastronomia

Il prezioso e singolare passaggio per il Piemonte.

E’ tra le città che Dante ha citato più spesso nella Divina Commedia ricordandola per la ricchezza del suo armonioso e suggestivo paesaggio, il Monte Rosa che la domina dall’alto, il “mare a quadretti” di risaie che orna i dintorni come un florido e umido tessuto, le ricchezze artistiche e architettoniche di coinvolgente bellezza.

Stiamo parlando di Vercelli, la porta di accesso al Piemonte dallavicina Lombardia, probabilmente celtica di origine,  Wehr-Celt il suo antico nome, deliziosa città densa di bellezze , di misurata e gentile atmosfera.

L’ho visitata di domenica, una gita in giornata da Torino per celebrare la fine del lockdown  e immergermi nuovamente in questa regione meravigliosa che è il Piemonte. La sensazione è stata di sospensione onirica, di una realtà d’altri tempi, forse per i suoi borghi silenziosi, per la sobrietà e l’eleganza che la caratterizzano, per la dovizia di tracce e  sigilli storici.

Oltre che per la sua piacevole frugalità Vercelli è nota per importanti impulsi sociali ed economici. L’appellativo di “citta delle 8 ore” le è stato conferito per il limite ad otto ore lavorativeche si concesse alle mondine sancito successivamente a  livello nazionale, è la capitale europea del riso, con una propria Borsa del Riso e  la Stazione Sperimentale di Risicoltura e delle Coltivazioni irrigue; viene inoltre gloriosamente chiamata “la città dei 7 scudetti” grazie alle conquiste sportive del Pro Vercelli tra il 1908 e il 1922.

Arrivando si intuisce subito che ci si addentra in un territorio unico e prezioso ma forse poco conosciuto e sottovalutato livello turistico cosa che credo si debba prontamente rettificare, Vercelli e i suoi dintorni sono certamente da visitare.

Come ci ha suggerito la guida ci dirigiamo subito a Piazza Cavour essenza del centro storico dalla forma a trapezio, luogo di incontri e del mercato bisettimanale, dedicata allo statista che fu uno dei maggiori promotori della risicoltura con la realizzazione di opere dedicate come il Canale Cavour e l’istituzione dell’Associazione Ovest-Sesia. Diversi sono i locali dove mangiare e godersi lo scenario urbano costituito dagli edifici più antichi della città, i portici e la leggendaria Torre dell’Angelo. Non lontano , a Via Foà, troviamo la Sinagoga, opera dell’architetto Giuseppe Locarni, una bellissima espressione di arte moresca in pietra arenaria decorata da merlature, torri e cupole a cipolla e la Chiesa di San Cristoforo, denominata la Cappella Sistina di Vercelli, che lascia senza fiato con i suoi meravigliosi dipinti del ‘500 di Gaudenzio Ferrari. A pochi passi Piazza di Palazzo Vecchio, conosciuta anche come Piazza dei Pesci per il mercato ittico che vi si teneva, ma soprattutto il “broletto” della città dove, nelMedioevo, si radunava il popolo.

Nella direzione opposta si trovano il Duomo dedicato al Patrono della città, Sant’Eusebio, che domina la verde e omonima piazza;più volte distrutto e ricostruito la struttura attuale è stata edificata tra il 1500 e il 1800,  l’importante campanile risale invece al XII secolo.   All’interno troviamo

un imponente crocifisso in legno e oro realizzato nell’anno mille e la cappella con le spoglie del santo. Uscendo dalla Cattedrale vale la pena di dare uno sguardo esterno al Castello Visconteo che fu residenza sabauda, alloggio militare, e attualmente tribunale e carcere.

A pochissimi passi spicca la Basilica di Sant’Andrea, meraviglioso esempio di architettura gotica e romanica completata nel 1227. Simbolo della città, ci meraviglia con la sua bellezza e maestosità; percorriamo il suo perimetro esterno e poi entriamo a visitare la chiesa e il pacifico chiostro. Uscendo troviamo il Salone Dugentesco ex ospedale militare che ospitava pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena, di cui Vercelli è la decima tappa fino a Robbio; sul lato esterno si può leggere la targa con un passo della Divina Commedia dedicato alla città.

A   Vërsèj, in dialetto piemontese, diversi sono i musei da visitare: sicuramente la Casa-Museo Borgogna, seconda pinacoteca della regione, che vanta numerose opere d’arte collezionate da AntonioBorgogna appunto, viaggiatore e amante dell’arte, Il piccolo Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Leone risalente ai primi del 1900 presso la Casa Alciati e il barocco Palazzo Langosco, cheospita una collezione varia: armi preistoriche, corredi di tombe egizie, vasi etruschi, mosaici medievali, porcellane, quadri di epoca moderna e il MAC – Museo Archeologico Civico L. Bruzzadove sono raccolti reperti archeologici “moderni” che ripercorrono il periodo dalle origini della città fino al Medioevo.Davvero interessante è l’Arca, un polo espositivo contemporaneoin vetro e acciaio collocato nella navata centrale della chiesa di San Marco.

Svariate sono le  visite che si potrebbero fare, anche nei dintorni, sostando più giorni.

Consigliato a più voci è il giro delle risaie in bici, soprattutto quando sono allagate in aprile e maggio, (sicuramente evitando l’estate piena per non godere della compagnia di numerose e fastidiose zanzare),  il Sacro Monte di Varallo, Valduggia e la chiesa di San Giorgio.

Un altro validissimo motivo per visitare questo luogo delizioso è l’arte culinaria. Fare un salto alla pasticceria Follis per comprare i bicciolani, i biscotti speziati, è una tappa obbligata come fare colazione o merenda alla Pasticceria Tarnuzzer per gustare la torta tartufata. Il piatto tipico di Vercelli è la Panissa, ma anche il risotto alla Gattinara, il vino che profuma di viola, è notevole! E ancora le patate masarai, la toma valsesiana e i fagioli rossi di Saluggia. Da bere? Dei buonissimi Gattinara, Bramaterra, Coste della Sesia ed Erbaluce.

Quando deciderete di visitare questa bellissima città e i suoi dintorni verificate gli orari di apertura e chiusura delle chiese, dei musei e delle attrazioni in genere, soprattutto nel weekend alcune di queste chiudono alle 12.

Per informazioni www.atlvalsesiavercelli.it

 

MARIA LA BARBERA

Alla scoperta della Villa “Il Passatempo” delle Dame di Verrua

Curiosità della storia. C’è un filo sottile che lega un’antica Villa di Chieri al celebre assedio turco di Vienna del 1683 che segnò la vittoria degli eserciti europei sulle forze ottomane che da due mesi accerchiavano la capitale degli Asburgo. In quello stesso anno il conte Giuseppe Augusto Scaglia di Verrua sposò la damigella Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, la famosa contessa di Verrua, e due anni dopo decise di edificare Villa Il Passatempo per villeggiatura e per deliziare la bella e giovane moglie francese che diventerà l’amante di Vittorio Amedeo II di Savoia. Nel grande salone, al piano nobile della dimora storica nota come la residenza delle “Dame di Verrua”, si staglia una preziosa e maestosa scultura lignea che illustra alcune scene della battaglia di Vienna.
Dalle alture della città assediata e ormai vicina alla resa, gli ussari alati comandati dal re polacco Jan Sobieski, fiancheggiati da un giovanissimo scalpitante principe Eugenio di Savoia, piombano come falchi sull’accampamento della Mezzaluna sbaragliando la grande armata turca del Gran Visir che minacciava l’intero continente. Era il 12 settembre del 1683. L’Europa era salva, Roma, cuore della Cristianità, poteva dormire sonni tranquilli. La notizia della vittoria cominciò lentamente a propagarsi dal campo di battaglia a tutta l’Europa occidentale. L’eco del fausto evento si diffuse in tutte le città europee provocando un’euforia generale e tumulti di gioia. In ogni chiesa riecheggiavano i Te Deum, le campane suonarono per ore e le tipografie fecero a gara per stampare documenti e manifesti sull’assedio e sull’eroe Giovanni Sobieski.
L’onda lunga dell’entusiasmo della vittoria cristiana sull’Islam ottomano raggiunse anche la piccola Chieri e a questo punto entrò in scena Villa Il Passatempo. Il conte Scaglia di Verrua, come detto, fece edificare l’edificio e incaricò un artista, rimasto anonimo, o forse più artisti, di realizzare un’opera che rendesse immortale la battaglia di Vienna. E così nacque l’altorilievo ligneo che abbellisce la parete di un grande salone. Solo una curiosità storica, piccola e grande al tempo stesso, una delle tante conservate in questa Villa di fine Seicento, alle porte di Chieri, in frazione Madonna della Scala, all’interno di un ampio parco, che gli attuali proprietari Carlo e Laura Folonari hanno aperto per la prima volta ai visitatori accompagnandoli tra saloni, arredi d’epoca e opere d’arte. Si vedono nel salone d’onore grandi vetrate che si affacciano sui giardini, un grande lampadario di cristallo, un camino ornato con ceramiche delle antiche manifatture piemontesi e tra gli oggetti esposti spiccano un servizio da tavola di Limoges regalato dai francesi alla regina Elisabetta d’Inghilterra negli anni Cinquanta, comprato dai Folonari in un mercatino d’antiquariato, una collezione di Samovar, i contenitori del tè usati in Medio Oriente e in Russia e fotografie di Pontefici con dediche originali. All’inizio del 1800 la Villa fu ristrutturata e abbellita al suo interno dal marchese Giovanni San Martino della Motta, sposo dell’ultima erede di casa Verrua.
Accanto alla villa spicca la cappella padronale, probabilmente coeva della villa secentesca. All’esterno un parco di piante secolari circonda la dimora con viali e sentieri che si snodano tra querce, olmi, platani, pioppi, cedri e specchi d’acqua. Con l’estinzione del casato dei San Martino della Motta la Villa Il Passatempo passò in eredità ai conti Balbo Bertone di Sambuy e nel 1894 alla famiglia degli attuali padroni di casa.                                               Filippo Re

Il tempo coniato. Il Medagliere di Palazzo Madama nell’era digitale

Presentazione del progetto di riordino, studio e digitalizzazione del Medagliere del Museo Civico d’Arte Antica

 

Lunedì 8 giugno 2026 ore 17

 

Palazzo Madama, Sala Feste

Piazza Castello, Torino

Il Medagliere di Palazzo Madama custodisce uno dei più importanti patrimoni numismatici pubblici italiani. Un autentico scrigno di storia composto da oltre 26.500 monete, 6.700 medaglie e centinaia di sigilli, gemme, gettoni, tessere, pesi monetari, placchette e altri manufatti che raccontano più di duemila anni di civiltà, dall’Antichità all’età contemporanea.

Le collezioni comprendono esemplari provenienti dal mondo greco e romano, da Bisanzio, dalle zecche longobarde e ostrogote, dal Medioevo e dall’età moderna, fino alle emissioni sabaude, pontificie e di numerose zecche italiane ed europee, oltre a oggetti provenienti da Thailandia, Cina, Argentina, Cile e America del nord. Formatosi grazie a importanti donazioni e acquisizioni, il Medagliere rappresenta oggi una fonte di straordinario valore per la ricerca storica e numismatica e costituisce una delle raccolte specialistiche più rilevanti a livello nazionale.

Nel corso dell’incontro sarà presentato il progetto di riordino, studio e digitalizzazione delle collezioni, avviato da Palazzo Madama con il sostegno dell’Associazione Amici della Fondazione Torino Musei. L’iniziativa si inserisce nel più ampio processo di trasformazione digitale del patrimonio culturale e ha l’obiettivo di rendere una raccolta in gran parte conservata nei depositi sempre più accessibile a studiosi, ricercatori e pubblico.

Il progetto prevede il completamento dell’inventariazione, la realizzazione di un database digitale, la digitalizzazione fotografica in alta definizione di circa 35.000 esemplari tra monete e medaglie e la promozione di nuove attività di ricerca e valorizzazione. Ad oggi sono già state censite e fotografate circa 6.000 monete appartenenti a venti zecche piemontesi, restituendo alla comunità scientifica e al pubblico un patrimonio finora noto solo in parte.

La digitalizzazione consentirà non solo di preservare e documentare le collezioni, ma anche di favorire nuove scoperte e approfondimenti. Tra le attività previste figurano inoltre collaborazioni con specialisti del settore e con il Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino per l’applicazione di analisi diagnostiche non invasive, capaci di offrire nuove informazioni sulla composizione e sulla storia degli esemplari conservati.

L’incontro sarà l’occasione per raccontare come la tecnologia possa contribuire a custodire e rendere fruibile un patrimonio unico, trasformando il Medagliere di Palazzo Madama in un laboratorio di ricerca, conoscenza e divulgazione aperto al futuro.

Ingresso libero.

Intervengono:

Tiziana Caserta, Documentalista di Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica

Luca Oddone, Consulente numismatico

Arte e sacro, la chiesa di San Dalmazzo a Torino

In centro citta’ un gioiello molto antico

Dopo un lungo periodo di chiusura, e’ di nuovo possibile visitare la chiesa di San Dalmazzo, situata tra via Garibaldi, una volta via Dora Grossa, e via delle Orfane.

Costruita nel lontano 1271 e destinata all’assistenza dei pellegrini e alla cura degli infermi, nel tempo la sua struttura subi’ un consistente deterioramento e fu cosi’ che nel 1573, periodo in cui fu affidata ai frati Barnabiti, si decise per una riedificazione. Qualche anno dopo per volere del cardinale Gerolamo della Rovere fu nuovamente restaurata e decorata, anche grazie alle numerose donazioni dei Savoia mentre alla fine dell’800 furono ripresi ulteriormente i lavori che la riportarono al suo stile originario. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata riportando seri danni al tetto e agli infissi, il suo ultimo restauro risale al 1959.

L’esterno e’ l’unica parte rimasta in stile Barocco con i suoi pilastri di ordine corinzio, i finestroni da cui entra la luce e un timpano semicircolare che avvolge un prezioso affresco. La chiesa, di medie dimensioni, trova la sua bellezza, oltre che nei suoi sorprendenti interni in stile neogotico che catturano subito l’occhio del visitatore, ma anche nella superficie proporzionata che la rende accogliente e affascinante.

Al suo interno lo sfondo e’ quello tipico dello stile gotico caratterizzato dallo slancio verticale, da vetrate colorate, da stucchi, dipinti neo-bizantini di Enrico Reffo e dorature. L’elemento che attira legittimamente l’attenzione e’ la fonte battesimale originale ereditata dalla vecchia chiesa di San Dalmazzo Martire. La struttura e’ a tre navate decorate da edicole, il bellissimo pulpito incorniciato da mosaici e il ciborio a baldacchino.

Spesso la chiesa di San Dalmazzo si fa scenario di concerti di musica, dal gospel alla musica da camera, il prossimo appuntamento? Domenica 15 Dicembre 2024 ore 17:00 TORINO CHAMBER MUSIC FESTIVAL, vibrazioni all’interno di un contesto suggestivo e incantevole.

Per informazioni sugli eventi

www.diocesi.torino.it

Maria La Barbera