Di Pier Franco Quaglieni / Voglio ricordare il 2 giugno rileggendo un grande libro dello storico Gianni Oliva dopo aver ricordato che in quella data nel 1946 si celebrò in Italia una grande partecipazione popolare e democratico con il suffragio universale allargato per la prima volta al voto femminile
Gianni Oliva ricostruisce nel suo libro – Gli ultimi giorni della Monarchia (Mondadori) – con assoluto rigore storico i mesi tra maggio e giugno 1946, quando si tenne la campagna elettorale e si concluse il referendum tra Monarchia e Repubblica che divise il Paese in due blocchi: 12.700.000 italiani favorevoli alla Repubblica contro poco meno di 11.000.000 che si pronunciarono per la Monarchia,come annunciò il Ministro degli Interni di allora, Giuseppe Romita. L’autore, che aveva già al suo attivo una pregevole biografia di Umberto II, mette in risalto il ruolo decisivo avuto da quello che con dileggio venne chiamato il “re di maggio”, anche se come luogotenente generale del Regno, dalla liberazione di Roma nel giugno 1944, Umberto aveva esercitato le funzioni di re per circa un anno.
Anche se lo storico non rinuncia ad una profonda convinzione repubblicana, un lettore che non conoscesse la sua storia politica, non la coglierebbe, come invece era accaduto in passato leggendo i libri di chi si era cimentato a raccontare quella vicenda. Come fa giustizia di certe vulgate repubblicane, spazza via anche certe vulgate monarchiche che sui risultati del referendum hanno sciupato troppo inchiostro. Se si poteva capire il Libro azzurro sul referendum scritto da Nicolò Rodolico e Vittorio Prunas Tola negli anni immediatamente successivi al referendum, si fa difficoltà a comprendere i lavoricchi pseudo-storici di chi in questi ultimi anni ha raffazzonato le tesi monarchiche sul referendum, non tanto per analizzare storicamente la fine della Monarchia quanto piuttosto per sostenere i presunti diritti dinastici del ramo Aosta della dinastia sabauda.
Lo storico torinese non tralascia di citare i toni polemici fortemente esagitati della parte repubblicana che finiva per coincidere con il governo di allora – se si escludono i ministri liberali -, anche se Alcide De Gasperi cercò di mantenere un minimo di apparente equidistanza tra le due parti. La verità che emerge dal libro di Oliva è che l’Italia andò al referendum, mancando dei presupposti necessari ad affrontarlo nel modo migliore. Nel giugno 1946 non era possibile fare diversamente e il ruolo del ministro Romita fu determinante: indisse elezioni amministrative poco tempo prima del referendum in città repubblicane come Milano e Bologna, ma non le indisse in città monarchiche come Napoli e Catania per condizionare l’opinione pubblica nazionale. Cercò di affrettare la data del referendum, consapevole che il luogotenente del Regno e nuovo re Umberto II stava conquistando il consenso di tanti italiani, senza mai entrare in una campagna elettorale che ritenne non compatibile con il suo ruolo super partes.
In Italia non si votava liberamente da tanti decenni perché già le elezioni del 1924 – i cui brogli erano stati denunciati da Giacomo Matteotti – erano state manipolate dai fascisti anche attraverso il sistema elettorale, assai poco democratico, adottato con la Legge Acerbo. Nel 1946 c’erano quindi tantissimi italiani non abituati a votare in una libera democrazia. Al di là del dubbio dei brogli da parte monarchica, mai documentati in modo convincente, Oliva mette in risalto che se errori, manchevolezze o altro ci furono, ciò fu dovuto anche ad una macchina elettorale non pronta a misurarsi con un referendum: ci fu chi segnalò che cittadini avevano votato due volte, chi lamentò di non aver ricevuto il certificato elettorale, ci fu chi, pur avendolo ricevuto, non poté votare perché non registrato al seggio e chi mise in dubbio l’imparzialità di qualche presidente di seggio.
Luigi Barzini junior, amico personale di Umberto – ricorda Oliva -, lasciò scritto con obiettività che «erano irregolarità monarchiche dove la maggioranza era monarchica ed erano irregolarità repubblicane dove la maggioranza era repubblicana». Va invece anche detto che Giuseppe Romita, considerato non a torto il padre della Repubblica, non esercitò con la dovuta imparzialità la sua funzione di Ministro degli Interni, facendo nettamente prevalere quasi in ogni atto, in primis la data del referendum, la sua forte passione repubblicana.
La stessa campagna elettorale si svolse in modo non sereno, almeno in alcune zone del Nord come Torino. La giovane contessa Buffa di Perrero venne percossa selvaggiamente mentre attaccava dei manifesti monarchici nella città sabauda: un’aggressione che le provocò un’invalidità permanente. I leader monarchici in tante città del Nord non ebbero modo di parlare. I giornali erano tutti schierati per la Repubblica: solo la Nuova Stampa diretta da Filippo Burzio alternava gli articoli filomonarchici del suo direttore con quelli repubblicani di Luigi Salvatorelli.
Le responsabilità della Monarchia relative al fascismo, alle leggi razziali, alla cosiddetta fuga di Pescara l’8 settembre 1943, avevano lasciato un segno indelebile e il clima che si respirava nel Centro-Nord era di odio e di assoluto rifiuto nei confronti dell’istituzione monarchica rappresentata da Casa Savoia. Si trattava di colpe che vennero gettate sulle spalle di Umberto, anche se a lui nulla di grave si poteva imputare. Se non si fece paracadutare al Nord durante la Resistenza (cosa che gli angloamericani non gli avrebbero consentito), partecipò in prima persona alle operazioni militari del risorto esercito italiano del Regno del Sud che contribuì significativamente alla Guerra di Liberazione. Oliva ricostruisce la figura di Umberto, riconoscendo il suo equilibrio e la sua assoluta correttezza istituzionale nell’anno in cui, di fatto, fu re.
Il deputato monarchico Enzo Selvaggi (recentemente tornato all’attenzione degli storici perché avrebbe tradito sotto tortura il colonnello Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, capo

del fronte clandestino a Roma durante la Resistenza, ammazzato dai tedeschi alle Fosse Ardeatine), come ricorda Oliva, presentò un ricorso sull’esito del referendum, appellandosi alla Corte di Cassazione cui spettava la proclamazione dell’esito referendario: il decreto istitutivo del referendum parlava di vittoria, ricorda Oliva, dello schieramento che avesse ottenuto «la maggioranza degli elettori votanti» e non della «maggioranza dei voti validi». Nel guazzabuglio di quel momento (nel quale furono esclusi dal voto gli interi territori delle province di Bolzano, Gorizia e Trieste e i prigionieri di guerra non rimpatriati) aveva un senso sollevare dei dubbi sull’esito elettorale perché il ministro Romita non aveva fornito indicazioni sulle schede bianche e nulle. Ma il ricorso alla Corte di Cassazione, di fatto, non venne mai discusso perché il governo, il 12 giugno, decise unilateralmente di nominare il presidente del Consiglio De Gasperi, Capo provvisorio dello Stato. In tutta la vicenda del referendum giocarono anche un ruolo di fondamentale importanza gli Alleati con l’Ammiraglio Stone.
Il Re venne posto di fronte ad una scelta: o accettare l’atto del governo o reagire, facendo scorrere altro sangue in una probabile, nuova guerra civile. Umberto II – al di là delle pressioni di alcuni suoi consiglieri che spesso si rivelarono poco avveduti politicamente e che invitavano il Re a resistere ricorrendo alle armi – scelse la via del volontario esilio, partendo per il Portogallo il 13 giugno 1946 dopo aver sciolto dal giuramento prestato al Re «coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso durissime prove». Nelle parole del proclama di Umberto lanciato agli italiani si denunciava il “gesto rivoluzionario del governo”, ma si evitarono i toni concitati. Il Re ascoltò soprattutto un magistrato torinese, Giovanni Colli, monarchico e uomo della Resistenza. Non diede ascolto invece ad altri che hanno poi vantato ruoli che in effetti non ebbero come Edgardo Sogno.
Una funzione determinante in tutto il periodo di regno di Umberto lo ebbe il Ministro della Real Casa: Falcone Lucifero, socialista matteottiano in gioventù, avvocato e Ministro dell’Agricoltura nel ministero Badoglio. Oliva mette in evidenza il lavoro diuturno compiuto da Lucifero tra il ’44 e il ’46. Lucifero per le sue origini socialiste non piacque a gran parte dei monarchici che scelsero, dopo il referendum, di collocarsi con Alfredo Covelli a destra dello schieramento politico repubblicano. Sta di fatto che la proclamazione vera e propria della Repubblica non avvenne mai perché il presidente della Cassazione Pagano si limitò il 10 giugno 1946 a leggere «tra lo sconcerto dei presenti», precisa Oliva, collegio per collegio i dati forniti dal Ministero degli Interni.
Scrive lo storico torinese: «La Repubblica nasce così tra ricorsi, sospetti, cavilli e pressioni, con la debolezza della politica da una parte e, dall’altra, la magistratura chiamata ad un ruolo improprio di supplenza». Come scrisse Vittorio Gorresio, allora capocronista del Risorgimento Liberale di Mario Pannunzio, «la folla in piazza Montecitorio chiedeva la bandiera, ma non ne fu esposta nessuna perché non si sapeva quale». La Repubblica nacque quindi nel peggiore dei modi possibili ed ebbe buon gioco il monarchico Giovannino Guareschi a scrivere di «Repubblica provvisoria» anche se alla prova dei fatti le sue origini si riscattarono ampiamente con l’Assemblea Costituente e la redazione di una Carta Costituzionale che ha garantito quasi 70 anni di libertà e di democrazia. Lo stesso Covelli che fu deputato alla Costituente e in molte legislature successive lo riconobbe. Il dato incontestabile è però che una Monarchia non avrebbe potuto reggersi con il consenso di poco più del 50 per cento degli italiani. La Dinastia che aveva fatto il Risorgimento e aveva ceduto (o era stata costretta a cedere) di fronte al fascismo scelse la via dell’esilio.
Oliva descrive con precisione le ultime ore romane di Umberto e la sua lucida pacatezza velata da qualche dubbio: con la partenza egli evitò lo scorrimento del sangue e questo resta un merito che gli va riconosciuto da tutti. Lo storico infatti riconosce esplicitamente al Re la sua scelta che lo portò a sacrificare le ragioni dinastiche rispetto a quelle relative alla nazione italiana che aveva bisogno di pace interna per affrontare la durissima ricostruzione dopo una guerra disastrosa durata cinque anni.
Gianni Oliva è stato da sempre lo storico che si è misurato sui temi più controversi o trascurati come le foibe e l’esodo giuliano-dalmata o la storia del Regno di Napoli. È un pesce che ha sempre
nuotato controcorrente senza mai scadere nel banale revisionismo che tenta di negare realtà anche assai evidenti e ha cercato di “sdoganare” il fascismo, ma non ha mai speso una parola per i Savoia. È uno storico che con questa opera rivela la sua maturità di studioso, così lontana dalle impostazioni ideologiche di un Quazza e di un Rochat. Quand’era un politico seppe portare nella politica l’equilibrio dello storico e, scrivendo di storia, non si è mai lasciato sedurre dalle sirene delle ideologie che Raimondo Luraghi considerava il veleno letale per la storiografia. Rileggere il suo libro sul referendum del 2 giugno e la fine della Monarchia è il modo migliore per ricordare un fatto storico senza enfasi e polemiche che oggi appiaono superate,ma divisero in due i nostri padri e i nostri nonni.
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Fino al prossimo mese di agosto, ingresso gratuito per gli operatori sanitari impegnati nei reparti Covid di tutta ItaliaLi hanno definiti “eroi”. E certo la definizione appare assolutamente adeguata, se si pensa all’impegno e al coraggio – insieme alle competenze e alla quotidiana pervicacia – con cui hanno combattuto “in trincea” ( fino al sacrificio per molti – troppi della loro stessa vita) contro la ferocia di una pandemia – “nemico invisibile” che ha lasciato sul campo, in tutto il pianeta, centinaia di migliaia di vite umane. Per questa ragione, in segno di una più che mai dovuta gratitudine, a tutti i medici, infermieri e OOSS che hanno lavorato e continuano a lavorare nei reparti Covid di tutta Italia, il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino offre l’ingresso gratuito, esteso anche ai loro accompagnatori, nei prossimi mesi di giugno, luglio ed agosto. Un bel modo, non c’è che dire, per il Museo di Palazzo Carignano (via Accademia delle Scienze, 5) per tornare a riaprire i battenti dopo il necessario lockdown imposto dall’emergenza Coronavirus. Cosa che accadrà il prossimo martedì 2 giugno, così come richiesto dalla Città di Torino a tutti i musei con l’intento di creare una giornata che sia una grande festa della cultura.
Negli articoli precedenti si è parlato del lato buono di Torino, ma nell’urbe augustea sappiamo che ci sono anche poli di energia negativa. Il “cuore nero” della città, com’è noto ai più, si trova in piazza Statuto, dalle parti di Valdocco, nome che può essere ricondotto a “vallis occisorum”, ossia il luogo dove avvenivano le esecuzioni capitali e si inumavano i cadaveri oppure a “vallis occasus”, cioè la direzione in cui il sole tramonta. “Nomen omen”, verrebbe da dire. In piazza Statuto si trova il monumento che commemora l’apertura del traforo del Frejus e i tre ingegneri che lo progettarono, Sebastiano Grandi, Severino Grattoni e Germano Sommeiller. Ai Torinesi tuttavia esso soprattutto ricorda i caduti durante la lavorazione, ben 48 morti tra i 4 mila operai (tra di essi 18 si spensero per un’epidemia di colera). Sul monumento spicca la statua di un angelo con una stella in fronte e una penna nella mano destra, che dovrebbe raffigurare il genio alato della scienza, ma tale figura è associata notoriamente a Lucifero. Se volete sapere come mai la statua sia stata assimilata all’immagine del Diavolo, potete rischiare di andare a chiederglielo di persona, perché all’interno del giardino che la circonda si trova un tombino, che pare non essere un comune scarico fognario, anzi sarebbe nientemeno che la porta degli Inferi. Va segnalato però, che la maggiore concentrazione di energie diaboliche si trova poco oltre l’estremità della piazza, al di là di corso Principe Oddone, dove vi è un giardino, non troppo curato, che passa quasi inosservato, al centro del quale svetta un piccolo obelisco sormontato da un astrolabio. Tuttavia questo non è l’unico luogo in cui si può respirare l’aria malsana di “Chiel là,” o di “ël Barabiciu”, per dirla con una credenza piemontese, per cui è meglio non pronunciare il nome del maligno, perché tutte le volte che qualcuno lo dice, lui si avvicina di sette passi. Potreste incontrare “Belzebù” anche in altri posti. C’è infatti un palazzo, da alcuni soprannominato “Ca dël Diav”, caratterizzato da dicerie per nulla lusinghiere e a dir poco terrificanti. Si tratta di Palazzo Trucchi di Levaldigi, edificato tra il 1673 e il 1677 dall’architetto Amedeo di Castellamonte (1613-1683), per il ministro delle Finanze Giovanni Battista Trucchi, conte di Levaldigi (1617-1698). La posizione del palazzo, tra via Alfieri e via XX Settembre, ne sottolinea il particolare taglio diagonale della facciata d’ingresso, caratterizzata dal rigoroso tracciato ortogonale della parete. L’aspetto complessivo dell’edificio è severo e imponente, come testimoniano le bugne del basamento, il ritmo delle lesene binate, i cornicioni marcapiano aggettanti e i timpani delle finestre. All’interno gli ambienti sono stati radicalmente rielaborati tra gli anni Dieci e Trenta del Novecento e riadattati alle nuove esigenze occupazionali. Dal 1939 l’edificio è sede della filiale della Banca Nazionale del Lavoro. La costruzione nasconde la sua leggenda di malvagità proprio all’interno di un particolare della struttura architettonica, precisamente nel portone, rimasto quello originario, montato nel 1675 e riccamente intagliato. Giovanni Trucchi non era nobile di nascita (la famiglia ottenne il titolo comitale – “comes” = “conte” per “concessione d’arma”), ma riuscì ad ottenere una carica che lo rendeva secondo solo al duca Carlo Emanuele I, egli riuscì infatti a rivestire la dignità di Presidente Generale delle Finanze Sabaude, ed era anche soprannominato il “Colbert piemontese”, con riferimento a Jean-Baptiste Colbert, (1619-1683), braccio destro del Re Sole.
Si mormorava molto sul denaro posseduto dal conte Trucchi, che sembrava non esaurirsi mai, e lo stesso conte, per burlarsi di tali dicerie, ordinò che il portone venisse montato in una sola notte e di nascosto. In questo modo la gente avrebbe iniziato a bisbigliare che fosse avvenuto un qualche sortilegio, se non proprio un vero patto satanico. Per far sì che non ci fossero dubbi in tal senso, il conte fece inserire al centro del portone un ornamento in bronzo con la forma della testa del demonio, dalla cui bocca – come si può ancora oggi ammirare – escono due serpenti che si intrecciano e formano il batacchio. Ma forse un po’ di malignità in quel luogo c’era sul serio, e lo dimostrano alcuni fatti. Nel 1790, durante una delle feste indette da Maria Anna Carolina di Savoia, una delle ballerine invitate al ricevimento venne uccisa a pugnalate. Successivamente, nel 1817, nel corso dell’occupazione francese, il capitano Du Perrì, che era in possesso di documenti segreti, cercò rifugio tra quelle stesse mura, ma scomparve all’interno del palazzo. Il corpo venne ritrovato vent’anni dopo, murato in un’intercapedine. Un altro punto cittadino in cui si annidano energie maligne è proprio all’interno di un edificio in cui tutto ci si aspetterebbe tranne che entrare in contatto con Satana o con qualcuno dei suoi seguaci. Si tratta del piccolo gioiello architettonico della chiesa di San Lorenzo edificata tra il 1668 e il 1687 su progetto di Guarino Guarini, per l’ordine monastico dei Teatini. L’edificio è a pianta centrale ottagonale, con i lati di forma convessa, con un presbiterio ellittico posto trasversalmente che introduce un asse principale nella composizione. Lo spazio, al livello inferiore, è definito dalla presenza di ampie serliane che delimitano le cappelle laterali, mentre la copertura è costituita da una cupola a costoloni che si intrecciano fino a formare l’ottagono sul quale poggia la lanterna. All’interno è voluto un gioco di contrasti tra luci ed ombre, per cui in basso domina l’oscurità, accentuata dalla mancanza di finestre, la luce, invece, aumenta man mano che ci si eleva. Si può anche notare che la chiesa è “affollata” da angeli, in tutto più di 400, sono forse così tanti per contrastare qualche altra presenza che è riuscita a insinuarsi tra le sacre pareti? E allora guardiamo con attenzione verso l’alto: tra i costoloni intrecciati è possibile scorgere delle grandi facce demoniache, che si delineano, nette, man mano che lo sguardo vi si fissa, vigile. Se vi è venuta un po’ di angoscia non temete, sono moltissimi i rimedi per scacciare colui che è meglio non nominare, non mettete in tavola mai il pane rovesciato, attenti a non entrare in casa con il piede sinistro, mettete un ferro di cavallo dietro la porta (ma nel verso in cui forma una U), e fate attenzione al sale, se cade siate pronti a lanciarvene un po’ dietro la spalla sinistra. E, soprattutto, se uno sconosciuto, losco e misterioso, vi si avvicina e vi chiede di fare un patto con lui, “daje dël ti al Diav e butlo fora ëd ca”!



