La ricerca di una quarta superiore del liceo economico sociale del Curie Vittorini di Grugliasco
Noi studenti di una quarta superiore del liceo economico sociale, del Curie Vittorini di Grugliasco, abbiamo svolto il ruolo di ricercatori sociali per analizzare il benessere all’interno delle aule delle scuole di Torino. I partecipanti si sono riuniti per analizzare tutti i dati ricevuti, tramite un questionario. Grazie al nostro impegno e costanza siamo riusciti a esaminare tutte le risposte e a mettere a confronto i risultati. Secondo la nostra ricerca, per quanto riguarda la nostra scuola, il Curie Vittorini, il punto di vista dei docenti nella scuola ci mostra che: da una parte emerge una forte passione per l’insegnamento, dall’altra numerose difficoltà quotidiane.
Tra i principali problemi vengono segnalati il peso della burocrazia, considerata un ostacolo dal 78% degli insegnanti, e la gestione della classe, spesso fonte di stress. Il bullismo rappresenta una delle maggiori criticità: il 75% dei docenti lo ritiene presente nella propria scuola e molti hanno affrontato direttamente episodi di questo tipo, intervenendo attraverso il dialogo con gli studenti e la collaborazione con i colleghi. Nonostante le difficoltà, gli insegnanti continuano a cercare nuovi metodi per coinvolgere i ragazzi, come lezioni partecipative e attività di problem solving. La maggior parte dei docenti ritiene di riuscire a mantenere un ambiente rispettoso in classe e apprezza l’uso degli strumenti digitali nella didattica.

La ricerca evidenzia però anche alcune difficoltà nei rapporti tra colleghi e nella percezione del rispetto ricevuto dagli studenti. Tuttavia, il rapporto educativo resta una fonte di crescita: molti insegnanti dichiarano di aver imparato dai ragazzi valori fondamentali come ascolto, dialogo, pazienza e rispetto reciproco. Anche dal punto di vista degli studenti, l’ambiente scolastico presenta criticità e aspetti positivi. Il 55% ritiene che il carico di studio non è sempre sostenibile, con una distribuzione poco equilibrata. Circa un terzo degli alunni percepisce una mancanza di stimoli e supporto da parte dei docenti, e molti chiedono una scuola più moderna, con attività pratiche, lavori di gruppo e potenziamento di lingue ed educazione sessuale.
Pur tenendo conto degli aspetti che si sono registrati finora, si registra anche un miglioramento nel rapporto con i professori, considerati più disponibili. Nonostante ciò, il 72% degli studenti giudica le regole scolastiche troppo rigide, soprattutto su ritardi e assenze. Tra gli aspetti positivi, invece, prevale un forte senso di sicurezza e la quasi assenza di episodi di bullismo. Restano però criticità negli spazi scolastici: oltre la metà degli studenti li ritiene inadeguati.
Risultati simili per quanto riguarda la gestione scolastica abbiamo riportato dati simili, mentre emergono differenze nella frequenza delle lezioni. Infatti i questionari delineano una scuola accogliente, sicura e ben organizzata, capace di soddisfare le aspettative del 86% degli studenti, e soprattutto capace di prepararli efficacemente al mondo del lavoro. Il punto di forza è l’area tecnico-pratica: i laboratori sono considerati sicuri al 100% e molto all’avanguardia, e le esperienze di stage ritenute soddisfacenti dalla maggior parte dei ragazzi, con un ottimo collegamento tra teoria e pratica.
Anche il clima relazionale è molto positivo e collaborativo (93%), sebbene la metà degli studenti abbia assistito a episodi di esclusione, prontamente segnalati ai professori. Sul piano didattico, pur essendoci una buona percezione del supporto dei docenti e dell’attenzione allo stress, emergono i principali margini di miglioramento: i ragazzi chiedono infatti una maggiore motivazione per il proprio futuro professionale e, soprattutto, un migliore bilanciamento del carico di lavoro tra studio e attività pratiche, giudicato equilibrato solo dal 35,7% degli intervistati. Quest’esperienza ci ha permesso non solo di capire la situazione nelle scuole, ma soprattutto ci ha dato la possibilità di acquisire nuove competenze, in un campo per noi non del tutto conosciuto.
Gabriele Taliano
Ilaria Di Tella
Antonia Di Tella
Alice Mattina
Alice Toscano
Rebeca Strajeru
Meryem El Gharbi
Matteo Lenta
Antonino Marsiglione
Chamvie Lembi
Federica Albarella

Non si trattava solo dell’eco del movimento studentesco e della percezione, quasi palpabile, del montante malessere operaio che sarebbe poi esploso nell’autunno caldo. A scuotere le fronde del partito che Luigi Longo aveva ereditato da Togliatti era un certo venticello di dissenso che già si era manifestato con alcune battaglie per la democrazia interna al partito e una diversa idea sul “modello di sviluppo“, mosso da un gruppo di compagni più a sinistra, vicini a Pietro Ingrao, in contrapposizione alla componente più “moderata” del partito, capeggiata da Giorgio Amendola. Da poco era uscita una rivista mensile, diretta da Lucio Magri e da Rossana Rossanda: “Il Manifesto”. Il contrasto con la linea del partito diventò piuttosto forte, al punto che il PCI ne chiese la sospensione delle pubblicazioni. Ma ormai il treno de Il Manifesto era in piena corsa e non poteva più essere fermato. Così, durante una drammatica riunione del Comitato Centrale, in una fredda giornata di fine di novembre del 1969 , il gruppo dirigente comunista deliberò la radiazione per Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di “frazionismo“. Nei confronti di Lucio Magri venne adottato solo un provvedimento amministrativo mentre a Massimo Caprara (che dal 1944 e per vent’anni era stato il segretario personale di Togliatti), Valentino Parlato e Luciana Castellina non venne rinnovata la tessera. Ciò che si muoveva dentro e attorno al giornale, che diventò successivamente un “quotidiano comunista”, si trasformò in breve in formazione politica autonoma alla sinistra del PCI. Anche in Val d’Ossola la battaglia politica generò scontri molto duri, dividendo e mettendo gli uni contro gli altri compagni e amici da lunga data. Per i due fratelli Bentinelli di Villadossola si trattò di un vero dramma famigliare. Da una parte Libero, il maggiore tra i due, militante severo e indisponibile a critiche e compromessi, e dall’altra Nandino, un pò più giovane, testardo come un mulo e “scaldatissimo” nel sostenere le ragioni del dissenso. Tanto tuonò che piovve e così anche il più giovane dei Bentinelli si trovò espulso da quella che era la sua seconda famiglia. I due fratelli arrivarono al punto d’ignorarsi e se proprio capitava che si trovassero uno di fronte all’altro, facevano finta di non conoscersi. Per alcuni mesi andarono avanti così, ignorandosi e tenendosi il broncio.Libero continuava a frequentare le riunioni della sezione del Pci, alla Lucciola.Nandino, a parte qualche serata con due o tre compagni di Domodossola e Varzo che condividevano le stesse idee, usciva raramente da casa. Con il tempo però la nostalgia per quelle discussioni che infiammavano le serate tra le quattro mura della sede per poi trasferirsi alla Casa del Popolo o al bar “Monte Rosa” si fece sentire. A Libero rodeva l’anima pensare ai suoi ormai ex-compagni che si riunivano anche due volte alla settimana, mentre lui era lì, solo con il suo orgoglio che non gli consentiva di recedere dalle posizioni che aveva preso anche se non era poi del tutto convinto di aver fatto la scelta giusta. Il dubbio s’insinuava e l’umore ne risentiva. Ogni giorno che passava Nandino s’adombrava sempre più, assumendo l’atteggiamento scontroso di chi aveva, come s’usava dire, “le balle girate” e questo lo rendeva quasi irriconoscibile anche agli occhi di chi gli era più vicino .Libero, interpellato da sua cognata sulla possibilità del rientro del fratello nelle file del partito, rispose che la cosa era fattibile ma che occorreva da parte di Nandino una “bella autocritica”, per dare ragione dell’errore fatto e del conseguente ravvedimento.Il fratello però non ne voleva sapere di cospargersi il capo di cenere. “Piuttosto che ammettere l’errore vado da Don Gaspare ad offrirmi come sacrestano”,diceva rosso in volto, alzando il tono della voce. E l’esempio, per un mangiacristiani come lui, doveva bastare a tacitare ogni supplica di ravvedimento. Ma ben presto la nostalgia si trasformò in invidia e quel tarlo si mise a lavorare nella sua testa finché decise che era giunto il momento di agire.Una sera di metà luglio, armato di cacciavite, s’avvicinò allo stabile della Lucciola senza farsi notare. Nel caseggiato che ospitava il magazzino delle attrezzature della Festa de L’Unità e al piano superiore la sezione del Pci, era in corso la riunione settimanale. Nello spiazzo erano posteggiate sette o otto auto, un paio di Vespe e la bicicletta di Libero. Nandino, avvelenato da un misto d’invidia e rancore per il fatto che “quelli” si riunivano mentre a lui toccava rimaner fuori, decise di bucar loro tutte le gomme. L’aria della sera era ancora calda e le finestre della sezione aperte. Renato, affacciatosi per fumare una sigaretta, udì degli strani fischi provenire dal basso. Si sporse un po’ di più e, intravvedendo un’ombra aggirarsi tra le auto, avvertì gli altri. “C’è qualcosa che non va di sotto. Ho sentito dei rumori strani e mi è parso di vedere qualcuno”, disse allarmato. Scesero rapidamente le scale e lo spettacolo che si presentò agli occhi dei militanti del Pci lasciò tutti senza parole: le auto avevano le gomme a terra, bucate dal cacciavite. E così anche le Vespe. Nandino, colto alla sprovvista, si era nascosto nella siepe ma venne scovato quasi subito. Condotto sotto il porticato, finì con il trovarsi proprio davanti al fratello e non trovando niente di meglio da dire per giustificarsi gli sussurrò con voce affranta “A te la bici però non l’ho neanche toccata”. Una bugia che mostrò subito d’avere le gambe corte poiché la vecchia Atala di Libero aveva subito la stessa sorte, con entrambe le gomme sgonfie, tristemente afflosciate. Solo l’autorevolezza del fratello maggiore impedì a Nandino di buscarsi un sacco di legnate. E la spiegazione che accompagnò il risarcimento dei danni, placò gli animi. In fondo l’invidia di Nandino, figlia dell’orgoglio e della sua testa dura, era frutto di un disperato bisogno di stare con gli altri, con i suoi compagni di sempre e non trovando il modo giusto per tornare sui suoi passi senza rimetterci la faccia,aveva pensato di “punirli” con quella bravata. La storia finì con il ritorno del “figliol prodigo” per il quale non venne sacrificato il vitello più grasso ma assegnato il compito gravoso di fare i turni di vigilanza notturna all’imminente Festa de L’Unità. Così avrebbe avuto modo di pensare a ciò che aveva fatto e, già che c’era, far buona guardia affinchè nessuno – a mani nude o con qualche cacciavite- potesse aveve la tentazione di giocare qualche brutto scherzo.
