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Ritorna “Scatta il tuo Natale”, il concorso fotografico per le scuole primarie

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Ritorna “Scatta il tuo Natale”, il concorso fotografico per le scuole primarie voluto dalla Regione per tenere vivo il sentimento delle tradizioni e riscoprire il significato delle radici del Piemonte.

Presepi, addobbi natalizi e lavoretti realizzati dai bambini hanno come vetrina d’eccezione il sito e i canali social della Regione, oltre ad una pagina apposita di Instagram dove vengono pubblicate le foto più belle.

Le immagini devono pervenire entro e non oltre il 10 gennaio 2022 a scattailtuonatale@regione.piemonte.it: a tutti i partecipanti sarà consegnato un attestato di partecipazione quale riconoscimento simbolico per impegno e creatività. Le tre classi che  avranno inviato l’immagine più significativa, selezionata da un’apposita commissione di valutazione, saranno premiate con una visita al Planetario di Pino Torinese da effettuarsi entro il 30 giugno 2022.

“Anche quest’anno abbiamo voluto proporre il concorso fotografico – evidenzia l’assessore all’Istruzione Elena Chiorino – per spiegare e ricordare, attraverso gli occhi dei più piccoli, l’importanza del Natale, cercando di tener vivo il sentimento delle tradizioni e scoprire insieme il significato profondo delle nostre radici. In un periodo particolarmente difficile come quello che stiamo vivendo, dove purtroppo anche l’atmosfera del Santo Natale rischia di essere compromessa dagli assalti di chi chiede di cancellare le nostre tradizioni, tentando di imporre un concetto di politicamente corretto che neghi la nostra cultura quando invece, proprio valorizzare il Presepio è il primo simbolo di inclusività”.

I “Discorsi per il Natale” di Olivetti

Discorsi per il Natale”, agile e interessante pubblicazione delle Edizioni di Comunità, raccoglie e propone tre testi di Adriano Olivetti scritti per le feste di fine anno tra il 1949 e il 1957

 

 I discorsi fotografano tre dei momenti più importanti della storia della fabbrica di Ivrea e rendono, in una mirabile sintesi, il profilo dell’autore che va annoverato – a tutti gli effetti – tra le figure più singolari e straordinarie del ‘900. Le idee innovative e comunitarie in campo sociale di questomprenditore e intellettuale  – ancor oggi  attualissime –  ne testimoniano pienamente la capacità visionaria. Adriano Olivetti fu  capace di portare l’ azienda di famiglia a competere alla pari con i giganti del mercato mondiale della sua epoca, trasformando la città del Castello “dalle rosse torri” nella capitale dell’informatica. Un sogno industriale, il suo, che logicamente mirava al successo e al profitto, ma proponeva anche un progetto sociale che implicava una relazione del tutto nuova e compartecipativa tra imprenditore e operai, oltre a un rapporto qualitativamente alto e molto stretto tra quella che era stata la “fabbrica in mattoni rossi” e la città, capoluogo del Canavese. Tornando al libro, nel primo discorso, datato 24 dicembre 1949, l’imprenditore racconta i primi anni del dopoguerra per condividere il sollievo e l’orgoglio della compiuta ripresa dell’azienda dopo la difficile esperienza del fascismo e del conflitto mondiale. Nel secondo, sei anni dopo, il 24 dicembre 1955, Adriano Olivetti rievoca proprio quel discorso per ripercorrere i nuovi traguardi della fabbrica, che ha assunto ormai una dimensione internazionale ma non ha mai perso di vista le proprie radici morali, memore degli insegnamenti del fondatore Camillo. E dice, tra le altre cose: “Tutta la mia vita e la mia opera testimoniano anche – io lo spero – la fedeltà a un ammonimento severo che mio padre quando incominciai il mio lavoro ebbe a farmi: “Ricordati” – mi disse – “che la disoccupazione è la malattia mortale della società moderna;perciò ti affido una consegna:devi lottare con ogni mezzo affinché gli operai di questa fabbrica non abbiano a subire il tragico peso dell’ozio forzato, della miseria avvilente che si accompagna alla perdita del lavoro”. Una grande lezione morale alla quale, nei fatti, accompagnò il suo agire concreto  di imprenditore illuminato. In questi discorsi di Natale emerge la volontà di ringraziare tutti i lavoratori della fabbrica per la loro partecipazione a qualcosa di più grande, a una comune dimensione di riscatto del lavoro che, per usare le stesse parole di Olivetti, “non si esaurisce semplicemente nell’indice dei profitti”. Nell’ultimo discorso della breve raccolta, pronunciato in occasione del Capodanno del 1957, alla vigilia del cinquantenario della fondazione della Olivetti ( datata ottobre 1908) l’augurio dell’imprenditore di Ivrea, ormai all’apice del successo, è quello di non perdere mai di vista, nell’anno e negli anni a venire, il senso di giustizia e di solidarietà umana che è alla base di ogni vero progresso e rappresenta il valore più profondo e ultimo di tutta l’esperienza olivettiana. Vi è l’orgoglio per quello che lui stesso definisce “lo spirito della fabbrica” e una potente visione di futuro. Resta, leggendo queste righe, il rammarico per ciò che potevano diventare l’Olivetti , l’industria italiana e il modello sociale del paese se l’utopia di Adriano non si fosse spenta dopo la sua improvvisa e tragica morte, nel febbraio del 1960, quando non aveva ancora compiuto sessant’anni.

Marco Travaglini

Il Natale delle (troppe) emergenze La politica che fa?

Altro che emergenza sanitaria. Qui siamo perennemente in emergenza, punto e basta.
Quarta ondata di Covid. Chi l’avrebbe detto. Ed ora scopriamo che ogni sei mesi dobbiamo vaccinarci  per avere il green pass.

Pazienza, ce ne faremo una ragione. Dove non ce ne facciamo una ragione è l’emergenza delle morti sul lavoro. Oltre mille morti sul lavoro. Mancano i controlli. Bassi i costi e dunque poca attenzione. Emergenza emigrazione. Continuano gli sbarchi e Continuano le assegnazioni di profughi. Non sappiamo come rigirarci. Cercare di salvarli qui a Torino come nel mare è un atto dovuto. Come i senza tetto. Oltre 2500 nella nostra Città e solo 800 posti per accoglierli. E fa freddo, tanto freddo. È Natale. Un altro motivo per cercare di resistere. L’emergenza produce paure, troppe paure che molte volte si trasformano in ansia ed angoscia. Ma è Natale , come non fare gli auguri ai volontari che assistono i senza tetto. Come non augurare Buon Natale ai medici e personale sanitario. In prima linea da due anni a questa parte. Persino Buon Natale ai no vax , dannosi a sé stessi e soprattutto agli altri. Che vengano fulminati sulla via di Damasco e ritrovino la ragione persa. NON Buon Natale a chi incentiva il lavoro nero. Tragica premessa per le morti sul lavoro. Con la speranza che paghino con la galera le loro colpe. Dunque a Natale tutti buoni. Almeno per 48 ore . Con la convinzione che la solidarietà ci ritornerà moltiplicata mille. Nessuno si salva da solo.
E buon Natale al Sindaco di Torino Stefano Lo Russo. E buon Natale  al presidente Alberto Cirio. Insomma Buon Natale a tutti . Tranne per i cattivi che, fortunatamente, continuano ad essere una minoranza. Buon Natale. Come quella canzone di Venditti: Quando verrà Natale tutto il Mondo cambierà. Ripetendosi. Quando verrà Natale tutto il mondo cambierà. Sappiamo che non è vero. Ma per 5 minuti amiamo crederlo. Un po’di speranza non guasta mai.

Patrizio Tosetto

Le notti degli zampognari

A cura di: https://crpiemonte.medium.com/

Con le loro Novene annunciavano la gioia del Natale

di Mario Bocchio
Se chiedete ad un inglese di una certa età, vi darà conferma che un tempo era usanza, nella notte di Natale, ascoltare musicisti che con la cornamusa suonavano nelle strade. Erano i cosiddetti Christmas waits.
Chi studia queste tradizioni, sostiene che si potrebbero considerare come una sorta di bande musicali. Ma ancora prima, la storia d’Oltremanica ha visto i suonatori di cornamusa in cima alle torri delle città e suonare per scandire il tempo.
Nella società mediterranea la zampogna era lo strumento musicale fabbricato soprattutto dai pastori dell’Italia centro-meridionale, custodi di una tradizione diffusa già ai tempi dei Romani, che a sua volta potrebbero averla ereditata dai Greci.
Erano soprattutto le legioni di Roma a marciare e ad ingaggiare battaglia al suono delle zampogne.

 

In epoca medioevale la presenza di questo strumento è testimoniata su libri, pitture, affreschi e bassorilievi. Chi ha sentito parlare di William Millin? È stato un militare scozzese, conosciuto anche come Piper Bill. Partecipò allo Sbarco in Normandia. La cornamusa era autorizzata dall’esercito britannico solo nelle retrovie. Lord Lovat, comandante della 1st Special Service Brigade, ignorò queste disposizioni e fece suonare a Millin The Road to the IslesHighland Laddie e Blue bonnets over the border, mentre i suoi compagni cadevano su Sword Beach.

 

Per la prima volta lo zampognaro venne ammesso nella sacra rappresentazione del Presepe vivente da San Francesco, il poverello di Assisi, all’incirca nella seconda decade del milleduecento, mentre nel 1720 alcuni missionari torinesi composero per il Convitto Ecclesiastico la Novena di Natale. Oltre ai testi anche la musica, così la Novena si diffuse in tutta Italia con presepi viventi e musiche di zampognari.

 

Le zone in cui è ben radicata la tradizione degli zampognari sono l’Abruzzo, il Molise e la Ciociaria. È da lì che, fedeli ad una tradizione tramandata di padre in figlio, gli zampognari salivano anche sino in Piemonte, spostandosi di paese in paese in una sorta di concerto itinerante. La gente quasi sempre offriva loro oboli in denaro ma anche cibo e vino.

 

La ricotta è sempre stata considerata cibo di re e di pastori, il suo nome deriva dal latino recocta, cotta due volte, poiché il siero del latte viene cotto due volte durante la lavorazione. La ricotta fresca, secondo la tradizione, arrivava in città il 25 novembre, giorno della festa di S. Caterina, sulle note di una pastorale. La portavano, dentro canestri di vimini, gli zampognari, scesi dai pascoli. Nei giorni che precedevano il Natale, gli zampognari al suono forte dei loro strumenti antichi – la zampogna e la ciaramella – nei loro abiti che parevano usciti da un presepio, con gli immancabili tabarri e le pelli di pecora, annunciavano a tutti che il Natale era finalmente alle porte.
La zampogna veniva suonata dal pastore più anziano. Risale al millesettecento la melodia napoletana “Quanno Nascette Ninno” scritta da Sant’Alfonso Maria de Liguori, antesignana del famosissimo “Tu scendi dalle stelle” .

Il bosco di Lucento

La manifestazione che è diventata una tradizione

Era il 2017 quando il Tavolo Culturale di Lucento (un gruppo informale di cittadini e associazioni) con le insegnanti delle scuole materne ed elementari della zona progettarono il Bosco degli Alberi di Natale, da esporre sulla cancellata delCentro Culturale Principessa Isabella, in Via Verolengo 212, per valorizzare il territorio e i lavori degli alunni.

Le sagome, realizzate con materiale di recupero, furono consegnate ai bambini e alle bambine delle scuole che le riconsegnarono decorate. All’inaugurazione, furono coinvolti anche gli allievi del CIOFS, che con la loro abilità di futuri addetti alla ristorazione distribuirono bevande e merendine.

Il successo fu tale che la manifestazione del 2018 fu inserita nel progetto NataLucento, proposto dall’associazione un Sogno per Tutti, coinvolgendo 350 bambini e bambine che crearono ben 70 alberi.

Nel 2019 il numero degli alberi esposti crebbe ulteriormente e ogni classe accolse le altre con una canzoncina di Natale.

 

Nel 2020, seguendo i protocolli anticovid, le sagome furonosanificate e consegnate alle scuole, dove mille mani si misero al lavoro. Gli alberi furono restituiti ai volontari che li disposerosulla cancellata della Principessa Isabella.

Quest’anno gli alberi esposti sono stati più di un centinaio ehanno coinvolto due scuole elementari, cinque scuole materne, una scuola professionale e varie associazioni del territorio. Alla manifestazione, che è ormai diventata una tradizione, hanno inoltre partecipato 92 esercizi commerciali che hanno esposto in vetrina un addobbo che richiama l’iniziativa de Il Bosco degli Alberi di Natale.

Ormai non è più insolito vedere dei bambini che si fanno fotografare dai genitori davanti alla cancellata dell’Isabella come se quello fosse diventato un posto speciale del Natale.

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Il Tavolo Culturale di Lucento

“Un sorriso per i bambini del Regina Margherita” grazie al Rotary Club Torino Lagrange,

Continua anche questo Natale l’iniziativa “Un sorriso per i bambini del Regina Margherita”: il Rotary Club Torino Lagrange, per il settimo anno consecutivo, mantiene una bella tradizione alla quale ormai si sente profondamente legato.  

Nonostante il momento particolare che tutti stiamo vivendo, i Soci del Rotary Club Torino Lagrange hanno cercato di conquistare qualche sorriso tra i bambini del Regina Margherita donando loro giochi e, si spera, qualche momento di spensieratezza.

Come succede dall’inizio della pandemia, anche quest’anno i doni sono stati consegnati ai medici del Dipartimento per la Salute del Bambino, diretto dalla Professoressa Franca Fagioli, che li consegneranno ai bambini.

Il Presidente Yohan Berkol ha commentato così l’iniziativa: “Il Service dei doni al Regina Margherita è sostenuto dal Club fino dalla sua Fondazione; un progetto che mi sta particolarmente a cuore, che abbatte qualsiasi preconcetto, la rappresentazione dell’altruismo. Tendere la mano verso il prossimo, a chi ha meno di noi, a chi è in difficoltà regalando semplicemente un magico istante. Il regalo più grande ed importante non siamo noi a farlo ma a riceverlo: il sorriso di bimbi che, nonostante la malattia e le mille domande sui perché, sono grati ed in quel magico istante vivono il valore del Natale.
Da padre e da Presidente del Club non posso che essere orgoglioso.”

Torino e il Natale: breve storia della festa più attesa dell’anno, tra dolci, affetti e censure

Arriva sempre, il Natale, arriva baldanzoso e ormai in costante anticipo sui nostri piani.

Sono passata dal centro in questi giorni, frettolosa come la folla torinese riversa per le vie, mi sono lasciata trasportare dalla corrente degli acquisti, dentro e fuori i negozi, ingurgitata dalla fiumana sorridente e sregolata. In via Roma c’era un chiosco di caldarroste, il profumo inebriava il vociare festoso, ho sorriso guardando l’uomo che quasi scompariva sotto la giacca voluminosa, ho desiderato una piccola e calda tregua da sbucciare, ma non si può arrestare il passo nella ressa, chi si ferma è perduto.

Il Natale è arrivato anche per i torinesi, per chi era già preparato e per chi invece è già in ritardo, il Natale è giunto per chi lo aspettava dall’anno scorso e per chi invece non vede l’ora che finisca.
Dopo aver annaspato nella corrente delle compere, armata di pacchetti e pacchettini, finalmente sono riuscita a rifugiarmi al Torino, ho ordinato un caffè con panna e ho osservato i miei vicini sconosciuti. L’interno elegante dello storico bar cittadino risplende delle decorazioni natalizie, palline rubiconde e brillantate si inerpicano sul mancorrente della scala interna, complici le ghirlande che si allungano come edere sinuose. Scambio un rapido sorriso con i tavolini a fianco, non ci conosciamo ma condividiamo questo prezioso momento dell’anno, un caloroso sospiro di pausa dalla quotidianità e per un attimo gli ostacoli ci paiono superabili. Mentre affondo il cucchiaino nella panna mi accorgo che ormai fuori è sera, le luminarie natalizie si accendono all’improvviso, e l’aria si tinge di colori al neon. Il Natale è arrivato anche a Torino. Le installazioni artistiche fanno ormai parte del paesaggio, le vetrine sono incorniciate da decorazioni sfavillanti, esse riluccicano negli occhi delle fanciulle e incupiscono gli sventurati accompagnatori, che temono di dover entrare nell’ennesimo negozio.
In piazza Vittorio troneggia l’appuntito albero della discordia, l’abete “i-tec” non sconfinfera l’intera cittadinanza, ma comunque fa festa e tutti, per un motivo o per un altro, lo utilizziamo come sfondo per il “selfie” di quest’anno. Anche stavolta la nostra bella città non si fa cogliere impreparata, e invita i suoi torinesi a partecipare a feste ed eventi, consiglia spettacoli, film e mostre, propone attività da svolgere insieme o in solitaria, affinché il periodo di vacanza non deluda nessuno. Il mio caffè è ormai finito, la panna sul fondo della tazzina mi impedisce di giocare a fare l’indovina. È ormai tempo di andare, cari concittadini, bisogna tornare a casa, prima che arrivino i nostri cari, e nascondere i regali appena acquistati negli armadi, per poi posizionarli sotto l’albero a tempo debito.
Mi rituffo nella bolgia in festa e penso:

Arriva sempre, per fortuna, il Natale. Arriva, e noi lo dobbiamo solo accogliere. C’è chi faceva il conto alla rovescia già da Ferragosto. I “social” pullulano di vignette e immagini inneggianti l’imminente festa che si passa “con i tuoi”. Eccolo dunque il giorno tanto atteso dai bambini, ma anche dai più grandi, quel giorno che la Coca-Cola ha tinto di rosso araldico e che assicura abbuffate spropositate in compagnia di amici e familiari. C’è chi lo ama particolarmente questo Natale e chi – come me – fa più la parte del Grinch e bofonchia e guarda di sottecchi chi invece eccede nell’ilarità. In ogni caso nessuno può esimersi dal lieto evento: tra il 24 e il 25 dicembre le case si faranno più calde per l’affetto dei parenti e le luci rimarranno accese a lungo, il buio della notte sarà giusto sufficiente per fa sì che Babbo Natale distribuisca i regali a tutti i bimbi buoni. Eppure abbiamo rischiato, cari lettori, che questa celebrazione venisse se non censurata, quanto meno livellata verso un grado basso d’importanza e svuotata della sua componente essenziale: l’augurio del “Buon Natale”. Ribadisco, mi sento il Grinch in questo periodo dell’anno, le persone che mi stanno accanto lo possono confermare, tuttavia anche se preferisco altre festività, ho trovato doveroso schierarmi dalla parte del termine “Natale”, perché si sa, le parole non sono mai “solo” parole. Esse nascondono significati e principi, esplicano i dettami morali che rendono l’uomo “cosa bella”, parafrasando Menandro. E se fatico ad abituarmi al tran-tran familiare del 24 e del 25 dicembre, non posso accettare che i miei giovani studenti crescano in una società che impedisca loro di conoscere a fondo le proprie tradizioni, che non li educhi al confronto e alla condivisione e che, al contrario, subdolamente li inganni, in nome di una omologazione priva di diritti e identità.
Per fortuna il provvedimento a cui mi riferisco non è stato approvato, ma il solo fatto che se ne sia parlato seriamente mi rende guardinga.
Ecco, cari lettori, perché mi soffermo su questo argomento, per difendere il Natale, per farne comprendere la bellezza e la complessità e, soprattutto, per sottolineare che se censuriamo quella che è la celebrazione degli affetti per eccellenza, allora come possiamo pretendere di educare i più giovani ad essere dei buoni cittadini?
“Quando comunichiamo possiamo inconsciamente finire per ricadere nell’uso di forme note di linguaggio che ritraggono chiunque si discosti da uno standard privilegiato come fosse in svantaggio o qualcosa di “altro””. Questo si legge nel documento a uso interno “Linee guida della Commissione europea per la comunicazione inclusiva”; parole più che giuste e condivisibili, fino a quando il principio non diventa ossessione e l’inclusione non trasmuta in censura.

Credo sia arrivato il momento di smettere di seguire il flusso consumistico e incessante di questo sistema che non ci lascia il tempo di pensare, credo sia il caso di fermarci e osservare la piega che il mondo sta prendendo, credo che quest’anno sarebbe cosa “buona e giusta” chiedere a Babbo Natale di distribuire un po’ di buon senso.
All’interno della suddetta indicazione vi sono diversi esempi di atteggiamenti “politicamente corretti” da adottare per non ferire la sensibilità di questi famigerati “altri”. Si legge, ad esempio, di non utilizzare il termine “colonizzazione”, poiché impregnato di “connotazioni negative”, oppure si sconsiglia di chiamare i nascituri con nomi riconducibili ad una religione specifica, come “Maria” o “Giovanni”.Da tali suggerimenti possiamo evincere allarmanti soluzioni: anziché perdere tempo a spiegare e contestualizzare il fenomeno del Colonialismo, presto cancelleremo tale capitolo dai libri di storia, perché ormai il nostro editore è il Signor Buonismo; allo stesso modo chiameremo i nostri pargoli “Sharon”, “Chantal”, “Bryan” e “Kevin”, così li salveremo dall’oscurantismo religioso, sacrificandoli alla Grande Madre Patria della Cultura Filoamericana. Sempre in tale guida si legge che sarebbe non opportuno utilizzare espressioni come “Buon Natale”, poiché i “non cristiani” potrebbero risentirsene, e dunque si invitano i gentili lettori a emulare l’atteggiamento anglosassone del “season’s greetings”, ossia portare “auguri di stagione”. Questo ultimo appunto seguirebbe la disposizione degli atti ufficiali europei che considera a tutti gli effetti la parola “Natale” sconveniente. La pochezza intellettuale di tali provvedimenti si commenta da sola e non tiene conto delle origini di tale celebrazione relegata alla cristianità, le quali affondano nel paganesimo più ancestrale e negli usi e costumi dell’Antica Roma, punto di riferimento indiscutibile per la nostra civiltà occidentale. Tutta questa smodata attenzione alla sensibilità altrui mi fa venire in mente quando il Concilio di Trento, nel 1564, giudicò “scandalosi” i nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina, condannando poi di riflesso il povero Daniele da Volterra a passare alla storia come “il Braghettone”. Esempio eccessivamente datato? Eccone un altro: 2016, a seguito della visita presso la Capitale italiana del presidente iraniano Hassan Rouhani, diversi nudi romani all’interno dei musei Capitolini (Roma) vengono nascosti dietro nivee scatole di cartone. Non voglio proporvi – per il momento- una rabbiosa storia della censura della cultura, rischierei di scivolare nell’utilizzo di espressioni non adeguate al periodo: dopo tutto è Natale, dobbiamo sforzarci di essere più buoni. E superiori a certe scempiaggini.

Quello che mi piacerebbe fare è, se me lo permettete, raccontarvi qualcosa di più riguardo a questa festività dibattuta e bistrattata, tanto antica quanto complessa, le cui simbologie si sovrappongono nel tempo, eppure sopravvivono, nella meravigliosa banalità dei gesti che tutt’oggi ancora compiamo, in questo preciso momento dell’anno.Non vi è una tradizione autorevole circa la data dell’istituzione del Natale, anche se si ritiene che le origini della festa vadano ricercate nell’antica Roma, quando, a partire dal III secolo, si celebrava, proprio il 25 dicembre, il natale del “Sole invitto”. In un secondo momento, i cristiani sovrappongono al culto pagano la nascita del “vero sole”, Cristo. In meno di un secolo, tale tradizione si diffonde in tutta la cristianità ed è adottata anche nelle Chiese Orientali. Al Natale è collegato il ciclo dell’anno liturgico, comprendente il periodo di preparazione, l’Avvento, il tempo effettivo del Natale – dal 24 dicembre al 5 gennaio – e, infine, l’Epifania, che va dal 6 al 13 gennaio. La festa di Natale si prolunga, secondo il rito cristiano, per otto giorni, quest’ultimo – il 1 gennaio – prende il nome di “Festum sanctae Dei Genetricis Mariae in octava Domini”. A livello popolare sopravvivono usanze e simbologie assai antiche, precedenti e annesse alle celebrazioni romane, legate al culto del solstizio d’inverno, quali il ceppo, l’accensione di fuochi e falò, l’addobbare un albero, generalmente un abete – il famigerato Albero di Natale – lo scambio di auguri e regali, soprattutto rivolti ai più piccoli e la costruzione del presepe, usanza tipica dell’Europa centro-settentrionale.
Va da sé, l’importantissimo compito di rendere felici i bambini è affidato a Sanctus Nicolaus, che parte da Bari e arriva in tutto il Mondo, disseminando gioia e risate bonarie. L’azione del donare affonda le radici nella celebrazione romana dei Saturnalia, ma si rifà anche all’episodio dei Magi, che portarono come presente a Gesù oro, incenso e mirra; non di meno il dogma cristiano stabilisce nel dare e nel ricevere doni il principio strutturale di quel preciso avvenimento, la nascita di Cristo, ricorrente ma unico: i Magi e il genere umano ricevono il dono di Dio mediante la rinnovata partecipazione dell’uomo alla vita divina.
Una vera e propria documentazione riguardo al Natale non c’è, ma quel che è certo è la natura magica di tale periodo. Le feste di Natale durano 13 giorni, decorso che deriva dall’intervallo che si crea affiancando i metodi di misurazione del tempo utilizzati dagli antichi: i cicli lunari e quelli solari. Tali calendarizzazioni hanno diversa durata e differiscono proprio di circa 13 giorni. Si crea così un tempo magico, in cui il mondo dei vivi e quello dei defunti si toccano. Tale momento si collega al 21 dicembre, il giorno più breve dell’anno, individuato dagli antichi come Solstizio d’Inverno.

In un periodo evolutivo in cui il genere umano è accomunato da una visione mistica e ritualistica del mondo, non stupisce che quasi tutti i popoli festeggiassero il solstizio con cerimonie il cui elemento centrale era il fuoco. Un fuoco che divampa nella notte più lunga dell’anno, illuminado gli alberi spogli e la terra arida, fiamme che sconfiggono la paura delle tenebre.
Roghi propiziatori che diventano luce, luce che diventa l’ancestrale simbologia della rinascita, la transizione tra il buio e la morte del vecchio anno e l’inizio della nuova stagione, segnato dall’incessante allungarsi dei giorni, fino al culminare nel Solstizio d’Estate (21 giugno).
Oggi, il “ritorno alla luce” non è più costituito dall’ardere di grossi ceppi, ma dall’accensione delle luminarie per le vie delle città, nonché dalle piccole e numerose lampadine che contribuiscono ad abbellire il nostro albero di Natale, elemento tradizionale derivante dal culto degli alberi, tipico dei popoli del Nord Europa, mescolatosi con i rituali dei falò e dei grossi ceppi.
Tali usanze vanno a confluire, con il passare del tempo, nelle feste pagane che i romani celebrano in onore di Saturno, i “Saturnalia”. Durante il periodo imperiale tali festività si svolgono tra il 17 e il 23 dicembre, sette giorni in cui si interrompono i lavori nei campi e persino schiavi e contadini possono godere di un periodo di riposo dalle fatiche quotidiane. I nobili invece si cimentano in banchetti pantagruelici, occasioni per far visita a parenti e amici e per scambiarsi l’augurio “ Saturnalia”, accompagnato da regali simbolici detti “strenne”.
Non è il rigore e la compostezza che caratterizza questi convivi, come dimostra l’iniziativa di Gaio Fannio Strabone, il quale nel 161 a.C. propone la “Lex Fannia”, con cui è fissato un limite di spesa (100 assi) per allestire tali banchetti.

 

Seppur per un breve periodo, durante i festeggiamenti l’ordine sociale viene sovvertito, costituendo una sorta di “mondo alla rovescia”; è eletto un “princeps”, inizialmente una figura caricaturale della classe nobile, su cui poi prevale la connotazione religiosa. Ed ecco che tale individuo, che indossa una maschera buffa e un vestito rosso, è la personificazione di Saturno, divinità infera, preposta alla custodia delle anime dei defunti ma anche protettore delle campagne e dei raccolti. I romani credono che in tale periodo le divinità del sottosuolo vaghino per la terra arida e secca, era quindi necessario offrire loro doni e organizzare festeggiamenti per indurli a ritornare nell’Aldilà e favorire la ricomparsa della stagione estiva.
È sempre in epoca romana che il 25 dicembre inizia a delinearsi come giorno peculiare, ma vediamo come mai e perché.
È il caso di dirlo, “diamo a Cesare quel che è di Cesare”. È proprio il celebre stratega Giulio Cesare che, non pago di aver “tratto il dado”, di aver oltrepassato il Rubicone e dato il via alla seconda guerra civile, decide, nel I secolo a.C. di riformare il calendario. Il compito viene affidato, grazie al suggerimento della bellissima Cleopatra, a Sosigene di Alessandria, celebre astronomo egizio. Viene così stabilito il “calendario giuliano” secondo il quale il solstizio d’inverno, detto “bruma”, cade proprio il 25 dicembre, giornata dedicata alla festa del “Natalis Solis Invicti”, celebrazione associata alla rinascita di Apollo, dio del sole.Il tempo passa e Roma in duecento anni diventa un Impero. L’Oriente entra in contatto con l’Occidente, nuove tradizioni e religioni si mescolano con quelle originali, e tra gli dei che riscuotono larga eco vi è Mitra, particolare divinità solare, la cui celebrazione avviene il 25 dicembre.
Il mitraismo è un’antica religione ellenistica, basata sulla venerazione di Mithras, di derivazione persiana e zoroastriana. Piace ai romani la concezione misteriosofica del culto, basata sull’idea dell’esistenza dell’anima e sulla sua possibilità di pervenire attraverso le sfere planetarie all’“aeternitas”. La commemorazione del dio Mitra si sovrappone e si mescola alle festività precedenti, portando sorvolabili differenze a livello di organizzazione di culto ma non modifica la simbologia alla base dell’avvenimento, che rimane legata alla rinascita del Sole nel giorno più breve dell’anno. Successivamente assistiamo alla diffusione del Cristianesimo. Come sappiamo, le vecchie abitudini sono dure a cancellarsi, così i Cristiani utilizzano il saggio stratagemma di sovrapporre le proprie usanze a quelle antecedenti: ed ecco che da una parte, là dove vi erano i templi eretti in onore delle divinità ora sorgono grandiose chiese dedicate al Dio Unico, dall’altra vengono sanciti legami indissolubili tra antico e odierno, tra pagano e cristiano, costituendo una matassa di tradizioni e vicende indistricabili.

Non c’è da stupirsi che il piccolo Gesù, la luce che porta alla verità e scaccia l’ignoranza del politeismo, nasca proprio in questo giorno, quando la Natura si prepara a fiorire nuovamente e il sole pare “ri-nascere”. Le Sacre Scritture, tuttavia, non forniscono indicazioni troppo precise a proposito della nascita del Redentore, nonostante ciò, durante il pontificato di Giulio I, viene stabilito che la nascita di Cristo avviene proprio il 25 dicembre; Papa Leone Magno, un secolo dopo, riconferma tale ricorrenza; nel 529 Giustiniano dichiara ufficialmente tale giornata festività dell’Impero.
Anche da un punto di vista artistico tale informazione viene presa per buona, come dimostra il primo presepe, risalente al 1223 e inscenante la prodigiosa nascita: la rappresentazione è ambientata nella notte di Natale, all’interno di una grotta, precisamente presso il Santuario di Greggio (nel Lazio). Ad oggi tale ricorrenza è accettata dalle Chiese Occidentali e dalla maggior parte delle Chiese Ortodosse. Ed eccoci arrivati al termine di questa breve storia del Natale. Una festa antica, ancestrale, potente, volta alla celebrazione della Luce, della Rinascita, segnata dalla convivialità e dallo scambio di doni, da sempre occasione di condivisione e vicinanza per tutti gli uomini. Dite, cari burocrati, cosa c’è di non inclusivo in tale ricorrenza? E chi potrebbe offendere, di preciso, questa giornata, durante la quale si sta vicini ad amici e parenti e si aspetta insieme il risveglio della natura? Festività e tradizioni non sono solo frammenti di carta evidenziata sul calendario, ma occasioni per meditare sui significati, spesso dimenticati, che motivano tali ricorrenze. Ancora una volta, è attraverso lo studio e la conoscenza che si ottengono il rispetto e l’accettazione degli individui e delle diverse culture che contraddistinguono i popoli.
Come possiamo pretendere di convivere fianco a fianco senza accettare reciprocamente le diversità che ci rendono unici?
Così ha commentato il cardinale Pietro Parolin la scampata censura del Natale: “la tendenza purtroppo è quella di omologare tutto, non sapendo rispettare le giuste differenze, alla fine si rischia di distruggere la persona”. Ma vi ho ho già rubato troppo tempo, gentili lettori, è ora che vi lasci andare a festeggiare con i vostri cari. Buon Natale, dunque e che “Dio ci benedica tutti quanti!” (Dickens, “Christmas Carol”).

Alessia Cagnotto

 

24 dicembre 1972: tutti in campo!

Sembra incredibile ma è vero:

🎄 la Serie A è scesa in campo il giorno della vigilia di Natale. Era il 24 dicembre 1972,4 squadre in lotta per lo scudetto,il Milan in vetta alla classifica con 18 punti, seguito da Inter, Juventus e Lazio, sorpresa del campionato, distaccate di un solo punto.Alla fine della stagione, è stata la Juventus,a vincere lo scudetto, con un solo punto di vantaggio sul Milan e due sulla Lazio. Da quel campionato, la Serie A non è mai più scesa in campo per la vigilia di Natale. E solo una volta c’è stata un’eccezione,all’inglese possiamo dire, nel 2018.Come da tradizione britannica, la Serie A scese in campo il giorno di Santo Stefano.Fu un trionfo di stadi pieni con tante famiglie presenti.Sarebbe ora che quell’eccezione diventi una regola,vero presidente Gravina?

Enzo Grassano

La gazza e il Natale a cucù

L’inverno non era ancora neve ma nell’aria si avvertiva da giorni la sua presenza. Da nord soffiava vigoroso un vento freddo e le nuvole, nel cielo ingrigito, si rincorrevano veloci. I boschi del Mottarone erano silenziosi. Solo qualche passero infreddolito cinguettava senza molta convinzione. Solo Mirella svolazzava tra i rami del vecchio albero sul piazzale della stazione ferroviaria. Saltellava sulle zampe come un’anima in pena.

Mirella era una gazza bella e furba. Bella, poiché possedeva un piumaggio iridescente che la rendeva del tutto particolare, come solo gli uccelli eleganti sanno di poter essere. A prima vista appariva bianconera ma, a seconda della luce, s’intravedevano nel piumaggio riflessi color verde metallico e grigio perla. Ne era consapevole e lo faceva pesare agli altri uccelli durante il volo, quando alternava veloci battiti d’ala a lunghe planate, inarcando il becco con aria altezzosa.

Anche quand’era a terra camminava e saltellava impettita, tenendo la coda sollevata. Si credeva molto furba e scaltra, abituata com’era a turlupinare il prossimo. In quanto gazza si distingueva dagli altri uccelli per un piccolo particolare: subiva il fascino degli oggetti luccicanti, era attratta da quelli particolarmente colorati che adorava rubare e nascondere. “Comunque”, teneva a precisare con gli altri pennuti, “andiamoci piano con le offese: io non sono una ladra. Diciamo che ho la tendenza ad appropriarmi delle cose belle anche se non sono mie. Ma non è un difetto, semmai una qualità. Mi piace il bello e di fronte al bello non resisto. Suvvia, e che sarà mai?“. Mirella andava presa così com’era. Si riteneva, nonostante il difettuccio, una gazza senza aggettivo. E pretendeva di esser chiamata esclusivamente con il nome proprio. Visto e considerato che, pur negandone l’evidenza, un po ladra lo era nei fatti, aveva accumulato un bel bottino nel nido che si era ricavata tra le travi del solaio della signora Brigida, l’anziana proprietaria della locanda del Lago. Lì, nel fitto intreccio di ramoscelli, brillavano gli oggetti racimolati durante le sue scorribande. Un bottone dorato, una spilla di latta, una fibbia argentata, alcuni tappi di metallo a corona, una moneta da cinquecento lire di quelle vecchie, con incise le tre Caravelle, il cappuccio di una stilografica. Tutte cose luccicanti e quindi di valore. Ma da un po’ di tempo Mirella aveva messo gli occhi sull’orologio del capostazione. Amleto Ballanzoni era un omone sulla sessantina, con il volto incorniciato da una folta barba bianca. I bambini, per questo, l’avevano ribattezzato Babbo Natale. D’indole buona, sorridente e pacioso, non se l’era mai presa. Anzi: la somiglianza con il caro e simpatico vecchietto gli garbava, strappandogli un sorriso. Da una trentina d’anni dirigeva con fischietto e paletta la stazione ferroviaria di Baveno, sulla linea Milano-Domodossola. Un tempo era una fermata importante, ora un po meno, ma il signor Amleto, con in testa il suo berretto da capostazione di prima classe in panno rosso e galloni dorati, non si scomponeva.

Il dovere era sempre il dovere. “I treni devono viaggiare in orario”, affermava compito scrutando orgoglioso il suo Perseo meccanico, a carica manuale, con la lucida locomotiva turca disegnata sulla cassa. Quest’orologio da tasca, fissato al panciotto con una catena d’argento, era il tratto distintivo del ferroviere, quasi un segno del comando. L’orologio assumeva un’importanza vitale e serviva a garantire l’assoluta precisione nel calcolo per regolare il traffico su rotaia. Tutto dipendeva dal tempo: tabelle, orari, coincidenze, scambi. E la sincronizzazione degli orologi era indispensabile. Quello in possesso di Amleto non è un orologio comune ma un modello costruito appositamente per le Ferrovie dello Stato e quindi era “l’Orologio”, quello con la “o” maiuscola. Preciso, infallibile, perfettamente funzionante. “L’orologio per noi è un po’ come l’Arma dei Carabinieri: nei secoli fedele”, sentenziava al bancone del Circolo Operaio il Ballanzoni, lisciandosi la barba. Magari non durava proprio dei secoli ma qualche decennio sì. E il suo Perseo era lì, testimone muto ma preciso, a confermarlo. Il destino del ferroviere e quello del suo orologio erano talmente indissolubili che, di norma, andavano in pensione insieme. Deposto il berretto e riconsegnati fischietto e paletta, l’orologio rimaneva di proprietà, quasi fosse una medaglia, un distintivo, un segno di riconoscimento per chi aveva fatto parte della grande famiglia dei ferrovieri. Proprio a quell’orologio mirava la gazza ladra. Per Mirella rappresentava l’oggetto del desiderio. Un lucente e ticchettante trofeo da aggiungere alla sua collezione, il pezzo più pregiato, la “chicca” della quale potersi vantare a destra e manca. Iniziò a svolazzare con aria indolente attorno alla stazione. Un battito d’ali così svagato non avrebbe destato i sospetti del capostazione che, tra l’altro, non pareva avere (così almeno pensava Mirella) grandi conoscenze in fatto di uccelli e quindi particolare timore nell’avvistare nei dintorni il volteggiare di una gazza. Così, in quei giorni che anticipavano l’avvio delle feste di fine anno, proprio mentre iniziò a nevicare, accadde il fatto più inatteso e terribile che l’Amleto Ballanzoni si sarebbe mai immaginato di vivere: il furto dell’orologio.

La cappa grigia del cielo si era rotta e la neve precipitava lieve, a larghe falde. Si rinnovava la magia che nasceva in ogni persona, bambini e adulti; una magia speciale, antica. I più piccoli giravano su se stessi con  le facce rivolte al cielo e le bocche aperte; ogni fiocco che si depositava  sulle lingue aveva un sapore particolare, emettendo una specie di lieve crepitio. Era uno dei suoni dell’infanzia, uno dei ricordi di attesa felice che non avrebbero mai dimenticato. Il capostazione era uscito a guardare il cielo e bastò un attimo di disattenzione, uno sguardo appena distolto dal prezioso oggetto che aveva momentaneamente appoggiato sulla scrivania dell’ufficio, dopo averlo staccato dalla catenella per lucidarlo. L’orologio sparì come d’incanto. Il disperato capostazione, non trovandolo al rientro in ufficio, frugò dappertutto in un crescendo di agitazione e sconforto. Niente. Il suo Perseo non c’era più. Era pur vero che aveva lasciato la porta aperta ma, Buon Dio, era  successo tutto così in fretta che non riusciva a farsene una ragione. Chi poteva essere stato? Il perché lo intuiva: era un signor orologio che poteva senz’altro far gola a qualche malintenzionato. Ma, nonostante si sforzasse di pensare chi potesse essere il colpevole, l’identità del ladro rimaneva un mistero. Si trattava di un furto con destrezza, senz’ombra di dubbio. Come se l’orologio si fosse volatilizzato. Non immaginava il pover’uomo di aver fatto centro con quella definizione. Sì, perché proprio su di un volatile andava concentrata l’attenzione e la conseguente ricerca della refurtiva. Amleto Ballanzoni, però, non s’intendeva per nulla d’uccelli. Sapeva distinguere un passero da un’aquila solo per le dimensioni. Era a conoscenza di tutto quanto concerneva il mondo delle rotaie ma di ornitologia capiva poco o nulla. Non sapendo distinguere un tordo da un merlo, una beccaccia da una poiana, immaginarsi cosa può sapere delle gazze e di quel loro vizietto. Così Mirella impreziosì la sua collezione e per un paio di giorni se ne stette buona a rimirare i suoi trofei senza sentire l’impellente bisogno di dedicarsi al furto, alla rapina, all’altrui alleggerimento. Al capostazione, con il morale a terra, non restò che arrangiarsi in qualche modo. Nell’attesa di comprarsi un orologio nuovo, pur con la consapevolezza che come il suo Perseo non ce ne sarebbe stato più di eguale, recuperò dalla soffitta il vecchio pendolo a cucù.Era un ricordo della zia Ermelinda che, a  sua volta, l’aveva ereditato dal signor Giustinetti, un impiegato alle poste svizzere di Martigny che d’estate e per molto tempo soggiornò in una camera d’affitto sul lago Maggiore.

Per ringraziare la zia delle gentilezze e di un certo qual affetto che la gentildonna aveva in qualche misura corrisposto, lasciò come pegno d’amicizia il simbolo più indicativo del tempo per uno svizzero: un orologio. Nella fattispecie, quell’orologio a cucù. L’oggetto, seppur impolverato e con la superficie tormentata da qualche scalfittura, manteneva un invidiabile funzionamento. Il meccanismo era in buono stato ma il merito del suo pieno recupero fu di Amleto che, con passione e curiosità, si dilettava a smontare e rimontare tutti i meccanismi che gli capitavano tra le mani. Si trattava di un pezzo veramente raro della produzione tedesca di orologi a cucù di fine ‘800 e doveva avere anche un discreto valore economico. Il frontale riproduceva, stilizzandola, una tipica stazione ferroviaria dell’epoca, in foggia neogotica. “Quasi un segno del destino”, commentò l’omone, piacevolmente sorpreso dalla scoperta. Il cucù se lo ricordava vagamente e vederlo ora come riproduzione del suo ambiente di lavoro e di vita gli fece momentaneamente passare  il magone per il furto subito. Il movimento, revisionato e sincronizzato, consentiva allo scoccare delle ore l’apertura di uno sportello dal quale usciva un uccellino che eseguiva un intonato canto del cuculo. Il piccolo volatile canterino sembra quasi vero. “Non è la mia cipolla”, borbottò Amleto, “ma non è neanche poi male e, in fondo, tiene bene il tempo che poi è giusto il mestiere che deve fare”. Così, in quei giorni che precedevano il Natale il pendolo a cucù prese servizio. La cosa non passò inosservata nemmeno a Mirella che, terminata la fase contemplativa, aveva ripreso i suoi giri. Al canto del cuculo si era precipitata a curiosare dalla finestra dell’ufficio della stazione. Ciò che vide la lasciò interdetta, con il becco spalancato. “Mamma mia, che fusto! Che melodia, che ugola intonata”, disse tra se, incantata davanti alla visione dell’uccelletto di legno che faceva capolino dal pendolo al battere dell’ora. Mirella ebbe un tuffo al cuore. Avvertì il fascino irresistibile del maschio canterino e, turbata, guardandolo con occhio languido, se ne innamorò così, su due zampe. Il classico colpo di fulmine, “le coupe de foudre”, come dicono gli svizzeri tra Losanna e Ginevra. Roba da rimarci stecchita, dimenticando d’essere ladra e immaginandosi stretta in un abbraccio a cinguettare appassionatamente con quell’esempio superbo di germanico volatile. Come fare ad attirarne l’attenzione? Come farsi vedere e trasmettere il piacevolissimo brivido che le intirizziva le piume? Aspettò rapita per ore, alternandosi in volo tra il davanzale della finestra e l’albero del piazzale della stazione. Ogni tanto il cuculo faceva la sua comparsa, cantava e poi si ritirava dietro l’anta di legno. Non pareva interessato alla presenza di Mirella. Quasi non l’avvertisse. La gazza era incredula.

Ma come? Non avverte, quel pennuto, il mio fascino? Non incrocia mai il mio sguardo. Anzi, mi pare che tenga sempre gli occhi fissi davanti a se… E quel suo rimanere lì, impettito come uno stoccafisso? E’ una mia idea o quello se la tira un po? “. Mirella, come tutte le gazze, era caratteriale, piuttosto scontrosa, scorbutica. Ma il fascino esercitato da quell’uccelletto del cucù era troppo forte e lei, nonostante tutto l’orgoglio, non poteva (e non voleva) resistergli. “Che sia sensibile ai regali?”, pensò Mirella. Forse subiva anche lui l’attrazione degli oggetti lucenti. Chissà che quell’uccello, forse per timidezza, non avendo il coraggio di volar via da quella strana casetta, non avesse bisogno di qualche incoraggiamento? Mirella volò al suo nido e, preso un bottone dorato, lo posò sulla mensola a fianco del pendolo a cucù. Allo scoccare dell’ora, puntualmente, l’uccelletto fece capolino cantando e, senza rivolgere lo sguardo né a destra né a sinistra, ritornò dietro l’uscio. Forse il bottone era poca e misera cosa, pensò la gazza, e poco per volta si privò di tutto il suo patrimonio, accumulato di furto in furto. Cedette anche il pezzo più pregiato: l’orologio sottratto al capostazione mettendo a segno il colpo più bello della sua vita. Era innamorata persa, la povera Mirella. Innamorata senza speranza, ignara del fatto che l’uccello di legno dell’orologio a cucù non poteva  corrisponderle l’affetto essendo un finto volatile, tutto legno e senza cuore. Così, dopo tutto quel gran darsi da fare senza ottenere in cambio nemmeno uno sguardo, con il cuore gonfio di amarezza, la gazza fece per riprendersi le sue cose ma, colmo della disperazione, oltre al bottone, ai tappi e alla spilla non trovò più l’orologio. Amleto Ballanzoni l’aveva visto sulla mensola e, incredulo, si era dato una gran manata in fronte: “Eccolo lì, il mio Perseo! Vecchio balordo, cominci a perdere i colpi! L’avevo davanti agli occhi e non riuscivo a vederlo da tanto ch’ero agitato. Meno male, va… D’ora in poi starò più attento a dove metto le cose”. Il capostazione, recuperato il prezioso orologio, decise di lasciare al suo posto anche il pendolo a cucù. Ormai faceva parte dell’arredamento. Funzionava bene e, per di più, era perfettamente in integrato con l’ambiente della stazione ferroviaria. L’unica modifica che Amleto decise di introdurre riguardava quel fastidioso cuculo che cantava, monotono, ogni ora. L’eliminazione avvenne senza troppe storie. Bastò spegnere il meccanismo della suoneria con l’apposita levetta e l’uccello restò, segregato e silenzioso, dentro la sua casetta trasformatasi in prigione. Mirella, ormai disperata, vedendo quella porticina sempre chiusa, decise di andarsene via, il più lontano possibile da quell’odioso uccello pieno di boria che chissà poi chi si credeva di essere. Volò via verso Loita dove conobbe, proprio la vigilia di Natale, una gazza maschio. Tra i due scoccò l’amore e di comune intesa, rastrellando oggetti in quattro e quattr’otto, abbellirono la loro dimora nel bosco che saliva verso Campino. Amleto Ballanzoni, intanto, fischiando e agitando la paletta all’arrivo e alla partenza dei treni nella sua stazione, con il berretto rosso in testa e l’orologio ben saldo alla catenella del panciotto, salutava i bambini che si sporgevano dai finestrini dei convogli gridando “E’ Babbo Natale! E’ Babbo Natale!”. L’uccelletto di legno riposò nella penombra della sua dimora in attesa di tornare a cantare allo scoccare di ogni ora. Può darsi che accadrà presto ma noi non lo sappiamo. Forse è anche già accaduto ma questa è un’altra storia.

Marco Travaglini

I Natali di Mario Rigoni Stern

L’alba del 25 dicembre 1943, dopo una notte quasi insonne e molto fredda, fu molto strana perché in quell’aria lattiginosa e gelata si udì d’un tratto un chiaro suono di campane. Forse quel suono veniva dal campanile di legno? O dagli altoparlanti del lager? O dalla mia immaginazione? Insomma erano pur sempre campane che suonavano a festa”.

libriMario Rigoni Stern racconta che “quel mattino divenne più silenzioso degli altri.. Mi alzai, accesi la stufa, scaldai l’acqua, con pazienza e con la lametta che non tagliava e con poca saponata mi tagliai la barba, e dopo, per quel giorno, mi passai sulle guance alcune gocce di acqua di colonia: pensando a quello che avrebbe dovuto essere il mio Natale, una settimana prima avevo scambiato con un marinaio di passaggio due lamette da barba nuove con un quarto di bottiglietta di acqua di colonia Prima di mezzogiorno la guardia venne a chiamarci per la zuppa; e fu allora che vidi scritto sulla neve lungo i reticolati, pestata con i piedi, questa frase.. Fröhliche Weihnachten (Buon Natale,ndr)”. E’ il secondo degli otto testi raccolti nel volumetto Quel Natale nella steppa, edito da Interlinea nella collana Nativitas. Scritti da Rigoni Stern tra il 1978 e il 2000, divisi in due parti ( Natali di guerra e Natali vecchi e nuovi) rappresentano una sintesi dei valori più autentici e genuini che il grande vecchio dell’altipiano di Asiago, il più grande scrittore di montagna del nostro secondo ‘900, attribuiva alla più importante delle festività di fine anno. Una sessantina di pagine dove la scrittura sobria, precisa e rigorosa di Rigoni Stern conduce il lettore alla scoperta o a un nuovo incontro con i valori di un mondo che sta irrimediabilmente scomparendo. L’intensità morale della sua narrazione trasforma la lucida testimonianza delle ultime disastrose guerre ( la ritirata di Russia, la prigionia nei lager) in una indimenticabile lezione civile, ricostruendo le ragioni profonde dell’essere uomini e dello stare insieme. Il Natale emerge come rappresentazione del mondo più autentico che l’autore porta con sé, custode di quei valori, delle tradizioni cerca di conservare e tramandare, e che rappresentano una formidabile e attualissima  chiave di lettura con cui leggere e interpretare la realtà di ogni giorno. La stessa breve autobiografia che chiude il libro riassume la sua straordinarietà e l’attualità di uno dei protagonisti del nostro migliore panorama culturale. Ha ragione da vendere lo storico Gianni Cerutti quando commenta che “resta la forza straordinaria, per chi li ha vissuti, di quei Natali bambini, trascorsi intorno a un focolare sempre acceso di legna secca, quando due mandarini, quattro datteri e un pezzo di cioccolata regalavano emozioni in grado di sorreggere una vita intera. La forza che questi racconti ci restituiscono, per accompagnarci nel nostro cammino”.

Marco Travaglini