Torino e Piemonte industriali, 2025 anno di svolta lenta
Il 2025 si chiude per l’industria piemontese con un bilancio fatto di prudenza, segnali di recupero e molte incognite ancora aperte. Dopo due anni di rallentamento, il sistema produttivo regionale ha cominciato a rimettersi in moto, ma senza ancora imprimere una vera accelerazione. Torino resta al centro di questa fase di riassestamento, tra la crisi dell’automotive tradizionale e la crescita dei comparti tecnologicamente più avanzati.
Nel corso dell’anno la produzione industriale ha mostrato una dinamica moderatamente positiva, con una crescita media che oscilla attorno all’1% e picchi superiori al 2% nei mesi centrali del 2025. A trainare il recupero sono stati soprattutto l’alimentare, l’aerospazio e parte della meccatronica, mentre la metalmeccanica legata alla filiera dell’auto continua a scontare un rallentamento strutturale. Il risultato è un quadro a macchia di leopardo: aziende in piena trasformazione tecnologica convivono con realtà ancora ferme in una fase di attesa.
Anche sul fronte dell’occupazione il segnale è di tenuta. Nei primi mesi dell’anno il saldo regionale ha superato le duemila nuove posizioni lavorative, con la Città metropolitana di Torino che ha concentrato la maggior parte delle assunzioni. Molte imprese hanno mantenuto organici stabili e una quota crescente ha avviato piani di inserimento di figure tecniche e digitali, segnale di una domanda di competenze che sta cambiando volto.
A sostenere questa fase sono anche gli investimenti, con circa un quarto delle imprese che ha programmato spese per rinnovare macchinari, digitalizzare processi e introdurre automazione. È una trasformazione silenziosa ma profonda, che sta ridisegnando il profilo industriale piemontese, sempre meno ancorato alla monocultura dell’auto e più orientato verso produzioni ad alto valore aggiunto.
Le prospettive per il 2026 restano improntate alla cautela, ma con un clima più fiducioso rispetto al recente passato. Le attese indicano una possibile crescita più strutturata, trainata dall’aerospazio, dalla manifattura green, dall’alimentare evoluto e dalla riconversione della filiera automotive verso l’elettrico e la mobilità intelligente. I rischi non mancano: mercati internazionali instabili, concorrenza asiatica e costi energetici ancora elevati continuano a pesare sulle strategie delle imprese.
Il 2026 potrebbe però segnare l’inizio di un nuovo ciclo industriale per Torino e il Piemonte: meno basato sui grandi volumi, più orientato all’innovazione, alla qualità e alle competenze. Una crescita lenta, ma potenzialmente più solida e duratura.
Da almeno dieci anni dico che l’aeroporto di Torino, una delle strutture, o Asset come si dice oggi, più importanti per lo sviluppo e la crescita della nostra economia cittadina e regionale, viaggia al di sotto delle sue potenzialità e quindi non dà alla nostra economia il contributo di PIL di cui avremmo bisogno visto che da venticinque anni cresciamo al di sotto delle prime città del nostro paese. Crescere di più vorrebbe dire creare nuovi posti di lavoro, vorrebbe dire dare una spinta a tutte le nostre attività commerciali, dagli alberghi ai negozi, ai taxi etc. Un aeroporto efficiente attira investimenti di nuove aziende etc.etc. Ma complici anche giornalisti e pubblicità si guarda sempre il dito cioè il numero dei passeggeri e dei voli senza guardare alla Luna e cioè alla classifica degli aeroporti italiani, nella quale Torino è solo tredicesima per numero di passeggeri, uno scandalo. Bologna ha due volte il numero di passeggeri.

Secondo uno studio della CGIA di Mestre il Piemonte dal 2019 al 2025 e’ in 12a posizione per crescita economica sulle 20 regioni italiane, ma le previsioni dicono che la crescita economica prevista nel 2026 dovremmo essere al 3* posto. Vediamo la luce in fondo al tunnel ? Non facciamo l’errore che fece il Governo Monti nel 2012 che prese lucciole ler lanterne anche sé quella previsione servi’ alla lista Monti, poi svanita pochi mesi che era entrata in Parlamento. Oggi ci dicono che i nostri brevetti, frutto della industria, sino calati quasi della metà. Con l’ottimismo dei titoli o delle interviste sui giornali purtroppo non si creano posti di lavoro e per molti tra cui molti giovani la precarietà è ancora un destino come ci ha ricordato il Cardinale Repole. Non a caso i primi dati sui saldi ci dicono che in periferia vanno molto meno bene del centro.