ECONOMIA

Siccità, il conto per l’agricoltura torinese supera già i 30 milioni: il mais è la coltura più colpita

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La siccità presenta un conto sempre più pesante all’agricoltura torinese. Secondo le prime stime di Coldiretti Torino, i danni economici hanno già superato i 30 milioni di euro, una cifra destinata a crescere con l’avvicinarsi della trebbiatura se il quadro meteorologico non dovesse migliorare.

L’emergenza riguarda in particolare il mais, coltura simbolo del territorio provinciale. In condizioni ordinarie, il Torinese assicura circa un terzo dell’intera produzione piemontese, con oltre 4,85 milioni di quintali raccolti ogni anno da più di 4.600 aziende agricole su quasi 49 mila ettari. Quest’anno, però, la prolungata assenza di precipitazioni e le temperature eccezionalmente elevate stanno compromettendo sia le rese sia la qualità del raccolto.

Nelle superfici irrigate gli agricoltori stimano perdite produttive intorno al 30%. I sistemi irrigui, infatti, stanno progressivamente esaurendo le disponibilità d’acqua provenienti dai canali e dalle derivazioni, costringendo molte aziende a ricorrere al pompaggio dalle falde, con un forte incremento dei costi energetici. Ancora più critica la situazione nei terreni privi di irrigazione, dove le perdite potrebbero raggiungere il 70% e numerosi appezzamenti mostrano coltivazioni ormai compromesse.

Le pannocchie, dove riescono a svilupparsi, risultano spesso di dimensioni ridotte e con un numero inferiore di chicchi, mentre in molte aree le piante stanno disseccando prima della maturazione.

Il valore economico delle perdite è stato calcolato sulla base delle quotazioni attuali del mais alla Borsa Cereali di Torino. Tuttavia, il conto potrebbe ulteriormente aggravarsi sia per un eventuale aumento dei prezzi, influenzati anche dalle tensioni internazionali, sia per l’ulteriore riduzione delle produzioni nelle prossime settimane.

La crisi agricola si inserisce in un contesto climatico che interessa l’intero Piemonte. Secondo gli ultimi monitoraggi di Arpa Piemonte, all’inizio di luglio la regione presentava una situazione idrica complessivamente deficitaria, con condizioni di siccità severa nel bacino del Po a monte della Dora Baltea, oltre che nei bacini del Tanaro e dello Scrivia, livelli che non si registravano dal 2022.

Le precipitazioni continuano infatti a risultare molto inferiori alla norma. Nel bacino del Po, a giugno sono caduti mediamente appena 62 millimetri di pioggia, circa il 36% in meno rispetto alla media climatica del periodo 1991-2020, mentre anche la prima parte di luglio ha fatto segnare un deficit di circa il 50%. A peggiorare il quadro hanno contribuito anche i mesi primaverili, già caratterizzati da precipitazioni inferiori alla media e da temperature eccezionalmente elevate. Giugno 2026 è stato infatti uno dei più caldi mai registrati in Piemonte, con un’anomalia termica regionale di circa 3,5 gradi sopra la media, favorendo un’intensa evapotraspirazione e aggravando lo stress idrico dei terreni e delle colture.

Anche il Po, nel tratto torinese, sta risentendo della scarsità d’acqua, con portate inferiori alla norma che stanno mettendo sotto pressione il sistema irriguo regionale. La diminuzione della disponibilità idrica rischia di avere conseguenze non solo sull’agricoltura, ma anche sulla gestione delle risorse destinate agli altri usi civili e produttivi.

«Al di là della cifra già significativa (e siamo ancora lontani dalla trebbiatura) della perdita economica per le nostre aziende agricole – commenta il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici – vogliamo ricordare che oggi il mais è sempre più una coltura strategica, che non solo è alla base della produzione di alimenti da proteine animali, ma anche una materia prima al centro di molte produzioni industriali: dalle basi per preparazioni dell’industria alimentare fino all’amido per vari usi, dai dolcificanti alle bioplastiche compostabili per oggetti di uso comune».

La riduzione del raccolto locale, sottolinea Coldiretti, comporterà inevitabilmente un maggiore ricorso alle importazioni, con ripercussioni sull’intera filiera agroalimentare.

«È sempre più evidente – aggiunge il direttore Carlo Loffreda – che il problema della siccità che colpisce l’agricoltura non riguarda solo gli interessi del settore primario. Per questo è sempre più urgente mettere in campo misure strutturali per affrontare la siccità, a partire da un Piano per i piccoli invasi, un uso plurimo delle acque idroelettriche, misure di sostegno al risparmio idrico, sburocratizzazione e sostegno alla trivellazione di nuovi pozzi. Mentre dalla ricerca sulle Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA) chiediamo nuove varietà in grado di resistere alla siccità. Perché se gli agricoltori non producono, abbiamo un deficit di cibo e di materie prime che ha ripercussioni sull’intero sistema agroindustriale e sull’intero “sistema Paese”».

Piemonte, banche in ritirata: così interi territori rischiano di restare senza servizi

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C’è un silenzio che avanza nei piccoli centri del Piemonte. Non è quello delle piazze vuote, ma quello delle serrande abbassate degli sportelli bancari. Un fenomeno che procede da anni e che oggi assume i contorni di una vera emergenza economica e sociale. La cosiddetta desertificazione bancaria continua infatti a restringere la presenza degli istituti di credito, lasciando cittadini e imprese sempre più lontani da un servizio essenziale.

A fotografare questa trasformazione è un’indagine della CNA, che colloca il Piemonte tra le regioni italiane più colpite. Oltre sei Comuni su dieci non dispongono più di una banca. Un dato che racconta una realtà fatta di chilometri da percorrere per effettuare un’operazione allo sportello, ma soprattutto di un rapporto sempre più fragile tra il sistema creditizio e il tessuto produttivo locale.

A pagare il prezzo più alto sono le piccole imprese, ossatura dell’economia piemontese. Per un artigiano, un commerciante o una piccola azienda, la filiale non rappresenta soltanto un luogo dove eseguire operazioni bancarie, ma un interlocutore con cui confrontarsi per ottenere credito, finanziare investimenti o affrontare momenti di difficoltà. Quando quello sportello chiude, viene meno anche un punto di riferimento che difficilmente può essere sostituito da un’app o da una consulenza telefonica.

La provincia di Torino è quella che evidenzia con maggiore forza il problema, con il numero più elevato di imprese localizzate in Comuni ormai privi di una banca. Ma il fenomeno interessa l’intera regione. Anche territori tradizionalmente ben serviti, come Cuneo e Asti, vedono progressivamente ridursi la copertura: gli sportelli restano concentrati nei centri maggiori, mentre i paesi più piccoli vengono progressivamente esclusi dalla rete bancaria.

Il risultato è un doppio divario. Da una parte quello geografico, che obbliga cittadini e imprenditori a spostamenti sempre più lunghi; dall’altra quello digitale, perché non tutti possono o vogliono affidarsi esclusivamente ai servizi online. Anziani, attività commerciali e imprese continuano ad avere bisogno di un contatto diretto con il proprio istituto di credito.

Per la CNA il rischio è che la razionalizzazione delle filiali finisca per impoverire ulteriormente territori già alle prese con spopolamento e riduzione dei servizi pubblici. La banca, infatti, non è soltanto un’attività economica: rappresenta un presidio che contribuisce alla vitalità di una comunità e sostiene lo sviluppo del sistema produttivo locale.

Da qui l’appello dell’associazione a istituzioni e operatori del credito affinché la modernizzazione del settore non si traduca in un progressivo abbandono delle aree periferiche. Perché se è inevitabile che il sistema bancario cambi, è altrettanto necessario evitare che l’innovazione lasci indietro interi territori.

Stellantis torna in utile, ma a Torino il futuro di Mirafiori resta la vera sfida

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I conti di Stellantis tornano a dare segnali incoraggianti e il gruppo automobilistico sembra essersi lasciato alle spalle la fase più difficile attraversata nel 2025. La prima metà del 2026 evidenzia infatti un ritorno alla redditività, sostenuto dal recupero delle vendite e da un andamento più favorevole dei principali mercati internazionali.

Per gli azionisti è una buona notizia. A Torino, però, il clima resta improntato alla cautela. Perché se i risultati finanziari migliorano, il nodo del futuro produttivo di Mirafiori continua a essere tutt’altro che risolto.

Negli ultimi mesi lo storico stabilimento torinese ha beneficiato dell’avvio della produzione della nuova Fiat 500 ibrida, che ha riportato movimento sulle linee dopo un periodo caratterizzato da lunghi stop produttivi e dal ricorso agli ammortizzatori sociali. Il numero dei veicoli assemblati è cresciuto rispetto allo scorso anno, ma i livelli rimangono ancora molto lontani da quelli che hanno fatto di Mirafiori uno dei principali poli automobilistici europei.

È proprio questa la preoccupazione condivisa da lavoratori, sindacati e istituzioni locali. Il miglioramento registrato nel 2026 viene considerato un primo passo positivo, ma non ancora sufficiente a garantire prospettive solide nel medio periodo. La vera partita riguarda infatti l’assegnazione di nuove produzioni che possano assicurare continuità allo stabilimento anche negli anni successivi.

L’automotive europeo sta attraversando una trasformazione profonda. La transizione verso l’elettrico, la crescente concorrenza dei costruttori asiatici e la necessità di ridurre i costi stanno ridisegnando gli equilibri dell’intero settore. In questo scenario ogni scelta industriale assume un peso decisivo per i territori che ospitano gli impianti produttivi.

Torino guarda quindi ai risultati di Stellantis con un misto di soddisfazione e prudenza. Se da un lato il ritorno all’utile rafforza la capacità del gruppo di programmare nuovi investimenti, dall’altro resta aperta la questione del ruolo che Mirafiori sarà chiamata a svolgere nella strategia futura dell’azienda.

Anche la Regione Piemonte continua a seguire con attenzione il dossier. Negli ultimi giorni ha rilanciato la proposta di istituire le Aree di Accelerazione Industriale, uno strumento che potrebbe favorire nuovi investimenti attraverso procedure più snelle e incentivi dedicati ai comparti strategici. Tra gli obiettivi indicati c’è proprio quello di rafforzare il sistema automotive torinese e creare le condizioni per consolidare la presenza industriale del gruppo.

Il rilancio di Mirafiori, infatti, non riguarda soltanto Stellantis. Attorno allo stabilimento ruota una rete di centinaia di aziende della componentistica, migliaia di lavoratori e competenze costruite in oltre un secolo di storia dell’automobile. Per questo ogni decisione sul sito torinese ha ricadute che vanno ben oltre i cancelli della fabbrica.

Piemonte, la sfida per l’industria: così possono rinascere Mirafiori e la manifattura

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L’Europa vuole tornare a produrre. E il Piemonte punta a essere uno dei protagonisti di questa nuova stagione industriale.

La Regione ha infatti avviato il percorso che potrebbe portare alla nascita delle Aree di Accelerazione Industriale, uno strumento ispirato all’Industrial Accelerator Act promosso dall’Unione Europea per rafforzare la competitività del sistema manifatturiero e riportare nel continente produzioni strategiche oggi delocalizzate.

Il progetto è stato al centro del tavolo convocato a Roma dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, al quale hanno preso parte il vicepresidente della Regione Maurizio Marrone e l’assessore alle Attività Produttive Andrea Tronzano.

Per il Piemonte la partita è tutt’altro che teorica. È qui che batte uno dei cuori storici dell’automotive europeo e proprio qui si gioca una parte importante del futuro industriale italiano. L’obiettivo è creare aree nelle quali investimenti, infrastrutture, ricerca e procedure amministrative più snelle possano convivere, rendendo il territorio più attrattivo per nuove imprese e favorendo la trasformazione della filiera produttiva.

«Le aree ad accelerazione industriale possono costituire per il Nord quella leva di sviluppo industriale che le Zes hanno portato nelle Regioni del Sud Italia, aprendo a quelle medesime misure di sburocratizzazione che il mondo produttivo ci chiede con forza e con quel particolare focus sull’industria automobilistica necessario al rilancio di Mirafiori a Torino – dichiarano il presidente Alberto Cirio, il vicepresidente Marrone e l’assessore Tronzano – Raccoglieremo al più presto le proposte delle associazioni datoriali così come dei sindacati che siedono nel tavolo automotive, così da portare un contributo partecipato al cantiere normativo sulla nuova misura».

L’iniziativa si inserisce nella strategia europea per ricostruire la capacità manifatturiera del continente. Bruxelles si è posta un traguardo ambizioso: riportare entro il 2035 il peso dell’industria manifatturiera al 20% del Prodotto interno lordo europeo, rafforzando le filiere strategiche e riducendo la dipendenza tecnologica dai Paesi extraeuropei.

Tra tutti i comparti, quello dell’automobile è considerato il più delicato. Negli ultimi anni il settore ha subito una progressiva perdita di redditività e, tra il 2024 e il 2025, sono stati annunciati oltre centomila esuberi in Europa. Una crisi che ha spinto l’Unione Europea a varare, nel dicembre 2025, un pacchetto di misure dedicate alla produzione di veicoli elettrici accessibili realizzati in Europa, con incentivi riservati alle batterie e ai componenti prodotti all’interno dell’Unione.

Per il Piemonte questa potrebbe diventare un’occasione concreta per consolidare il ruolo di polo dell’innovazione industriale. Le future Aree di Accelerazione Industriale potranno infatti ospitare nuovi insediamenti produttivi, infrastrutture energetiche avanzate e centri di ricerca, creando un ecosistema capace di attrarre investimenti e accompagnare la riconversione dell’automotive.

La sfida è quella di trasformare un momento di profondo cambiamento in un’opportunità di rilancio. Se il progetto prenderà forma, il Piemonte potrebbe diventare uno dei primi laboratori italiani della nuova politica industriale europea, con l’ambizione di difendere competenze, occupazione e capacità produttiva e di restituire a territori simbolo come Mirafiori un ruolo centrale nella manifattura del futuro.

Assestamento di bilancio approvato in Consiglio regionale

“Il Consiglio regionale ha approvato l’assestamento di bilancio entro i termini previsti dalla legge. Il provvedimento aggiorna il bilancio di previsione alla luce dell’andamento della gestione finanziaria e conferma gli equilibri dell’ente, assicurando la continuità dei servizi, il sostegno agli investimenti e il rispetto degli impegni assunti con cittadini, imprese ed enti locali”: lo dichiarano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore al Bilancio Andrea Tronzano.

“Con questo assestamento – sottolineano – onoriamo gli impegni e teniamo i conti in equilibrio, senza tagliare servizi e senza aumentare le tasse. A marzo abbiamo temporaneamente utilizzato risorse provenienti da alcuni capitoli del bilancio regionale per rafforzare il finanziamento della sanità, che per noi è una priorità e per cui continuiamo a garantire servizi aggiuntivi rispetto a quelli coperti dal fondo sanitario nazionale, in attesa del rientro delle disponibilità che erano certificate e previste. Oggi quelle risorse sono rientrate nelle casse della Regione e, come ci eravamo impegnati a fare, vengono integralmente ricollocate nei loro capitoli. Inoltre, continuiamo a utilizzare in modo strategico le risorse europee, che rappresentano uno strumento fondamentale per rafforzare il bilancio regionale. Siamo in chiusura di programmazione e grazie alle perfomance virtuose sulla spesa dei fondi abbiamo delle premialità e l’Europa ci chiede, per esempio per la formazione e il lavoro, di utilizzare prioritariamente il Fondo sociale europeo. L’integrazione tra risorse regionali e fondi europei, infatti, rappresenta uno degli elementi qualificanti della nostra programmazione finanziaria, consentendo di individuare, di volta in volta, la fonte di finanziamento più efficace per ciascun intervento”.

L’assestamento del bilancio di previsione 2026-2028 prevede una variazione complessiva di 208 milioni di euro e rappresenta uno degli strumenti con cui la Regione aggiorna la propria programmazione finanziaria nel corso dell’esercizio. La manovra interviene sugli equilibri di bilancio e definisce le risorse necessarie a garantire la prosecuzione dei servizi, degli investimenti e degli interventi a favore dei comparti strategici del Piemonte.

Tra le principali misure è previsto il ripristino dei 101 milioni di euro che erano stati temporaneamente destinati al finanziamento di interventi urgenti in ambito sanitario e che vengono ora riassegnati ai capitoli originari, tra cui diritto allo studio universitario, welfare, trasporti e canoni idrici, consentendo la prosecuzione delle attività programmate.

L’assestamento prevede inoltre 7 milioni di euro per il settore della cultura, portando lo stanziamento in linea con quello del 2025 e adeguandolo alla progressione della spesa prevista per il secondo semestre dell’anno. Sono inoltre stanziati 1,7 milioni di euro a favore del comparto vitivinicolo, che si aggiungono ai circa 100 milioni già attivati attraverso la programmazione dei fondi europei, e un milione di euro per il commercio destinato al finanziamento dei distretti del commercio nelle aree urbane.

La manovra comprende anche lo stanziamento di 81 milioni di euro destinati al ripiano del disavanzo, nell’ambito del percorso di risanamento previsto dalla normativa, relativo al disavanzo regionale e al debito pregresso. La Corte dei Conti ha inoltre parificato il bilancio della Regione, rilevando il rispetto degli indicatori di equilibrio previsti.

Nell’assestamento è stato infine inserito, su proposta della Giunta, un emendamento che anticipa al 2028 la riduzione dell’aliquota Irpef per la fascia di reddito compresa tra 15.000 e 28.000 euro.

“Con il passaggio da 4 a 3 scaglioni è prevista una riduzione della pressione fiscale – ricorda l’assessore Tronzano – lo Stato ha rinviato il passaggio dal 2028 al 2029, ma noi abbiamo comunque voluto dare un segnale già sul 2028 per andare incontro alle famiglie. È un impegno che manteniamo perché una Regione con i conti in ordine deve poter restituire valore a famiglie e lavoratori, continuando al tempo stesso a garantire servizi, investimenti e sostegno allo sviluppo del Piemonte”.

Quanti errori nel costruire la TAV

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Quanti errori nel costruire la TAV, eppure è una infrastruttura importante per Torino e per il Paese. Se il Governo fosse una Spa, gli azionisti sarebbero molto urtati. Ora la Prefettura inizia a vietare i campeggi. La credibilità viene data dalla grande manifestazione SITAV di piazza Castello di quasi 8 anni fa.

Immaginiamo che Governo e Parlamento ragionassero e si muovessero nella logica delle aziende private con i cittadini azionisti della Italia Spa. Il primo progetto della TAV viene consegnato al Governo che lo gira alla Regione ai primi anni 2000. Il progetto è impattante, la Giunta Ghigo non ha assessori che capiscano di trasporti e logistica. In Valle non si riesce a presentare il progetto, tanto sono accese le contestazioni. A sinistra c’è molta contestazione. D’altronde il PCI aveva contestato le autostrade, si era opposto alle metropolitane, al traforo e all’autostrada per il Frejus.

Il blitz di Venaus, quando il Governo tentò di installare di notte il cantiere, fallisce. Gianni Letta istituisce l’Osservatorio a marzo 2006 e nomina Virano commissario. Virano fa la cosa più importante, rivede il progetto, lo rende meno invasivo. Nel 2010, quando si fanno i carotaggi, assalti notturni dei No Tav guidati ancora da personaggi locali e con alcuni esponenti della contestazione dura degli anni di piombo. Mi ricordo bene le notti al telefono col prefetto Padoin, uno molto bravo. Il 12 novembre 2011, ultimo giorno del Governo Berlusconi, illustro a tre Commissioni parlamentari la norma che prevedeva la difesa del cantiere di Chiomonte, strategico per capire cosa c’era nella montagna e per avere un tunnel di sicurezza a fianco del tunnel definitivo. Si concludono gli accordi con la Francia, nasce la TELT, ma i lavori dalla parte italiana non partono, mentre iniziano senza particolari contestazioni da parte francese. Il primo ministro Valls visita il cantiere, Virano mi invita e mi presenta come un grande sostenitore dell’opera.

Nel 2018 capita ciò che nessuno immaginava: le elezioni vengono vinte dai 5 Stelle. Il 2 giugno Di Maio e Salvini firmano l’accordo che prevede l’analisi costi-benefici. Capisco subito che la TAV sarebbe saltata e preparo una petizione SITAV che mi viene firmata anche da Francesco Forte. Una petizione che, grazie al suggerimento di mio figlio Lodovico, metto su Change.org, una petizione che sarà strategica perché serve a raccogliere adesioni che poi porteranno in piazza Castello, secondo la Questura, almeno trentamila persone, a cui si aggiungono i rappresentanti delle imprese, dei partiti, dei sindacati e delle Madamin. Quel giorno, il 10.11.2018, Berlusconi, Letta, Salvini e Conte erano davanti alla TV. Rixi mi mette in contatto con Salvini, che incontro al Viminale il 5.12.2018. Salvini si convince, mentre al mattino, a Palazzo Chigi, Conte aveva detto ai rappresentanti delle imprese che il Governo era contrario. Organizziamo altre due manifestazioni. Il 7 agosto 2019 il Senato, grazie al voto decisivo della Lega, boccia la mozione No Tav dei 5 Stelle. Tutto a posto. No, perché il Governo giallorosso tiene ferma l’opera, il PD non si oppone. Il Governo giallorosso, detto per inciso, in quei mesi farà un’altra cosa negativa: non mette il golden power sulla vendita della Fiat ai francesi. La TAV, lato Italia, rimane ferma; nel 2023 viene assegnata la gara del tunnel lato Italia, ma i lavori, se va bene, inizieranno nel 2027.

In questo periodo i No Tav fanno quello che vogliono. Come diceva Perino, loro decidevano di essere pacifici o di aizzare i violenti. Parte il Festival della Felicità, che è il cavallo di Troia per far arrivare giovani da tutta Italia che di notte vengono formati all’assalto al cantiere. Ogni volta la manifestazione del sabato o della domenica parte pacifica per trasformarsi, a un certo punto, nell’assalto al cantiere. Le nostre richieste di non autorizzare il campeggio cadono nel vuoto, perché c’era la convinzione che così facendo si limitassero i danni; intanto i lavori non partono. La magistratura è molto comprensiva. Lo Russo fa l’errore gravissimo di trattare con Askatasuna e così gli dà una parvenza di ragazzi per bene. Due o tre manifestazioni violente a Torino chiariscono chi sono quelli di Askatasuna, che nel frattempo si erano infilati nelle manifestazioni pro Pal e istruivano nuovi aderenti negli assalti con cui ogni manifestazione pro Pal si concludeva.

La settimana scorsa si sono superati tutti i limiti. Centoventi poliziotti feriti, si è sfiorato il morto. Arriva finalmente la Meloni, finalmente prende posizione il Presidente della Repubblica. Cade la distinzione dei sepolcri imbiancati, secondo cui il movimento No Tav è buono, i cattivi sono solo mille. In due conferenze stampa Fissore e Nicoletta Dosio, la rivoluzionaria, hanno detto: siamo tutti responsabili degli attacchi. Non è vero, perché sicuramente ragazzi per bene c’erano dentro la manifestazione di sabato, ma tant’è.

Ora? La TAV è in grave ritardo, la gestione dell’ordine pubblico non ha funzionato molto se 120 ragazzi delle Forze dell’Ordine sono rimasti feriti e, in ogni caso, si è traccheggiato. L’opera costa tre miliardi in più, i benefici che porterà vengono ulteriormente rimandati.

Se io avessi gestito un’operazione strategica per l’azienda che amministro in questo modo, mi avrebbero già mandato a casa. Qui invece tutti rimangono al loro posto. L’unica credibilità sull’importanza dell’opera l’abbiamo e la diamo noi che abbiamo saputo raccogliere in piazza tanta gente SITAV. I giornali torinesi ci supportarono molto per la prima manifestazione, poi hanno dimenticato la TAV, le amministrazioni locali l’hanno portata avanti con gravi limiti, incompetenze e contraddizioni, in particolare dentro il PD. La Città Metropolitana, presieduta da Lo Russo e gestita anche sulla TAV dal suo vice Jacopo Russo, No Tav.

Cavour si sarà mangiato le budella a vedere gestita così male un’opera che il Parlamento ha definito di interesse nazionale, senza che uno senta sulla coscienza i tanti operai e giovani disoccupati che aspettano i lavori del cantiere come la manna dal cielo. Torino, il Piemonte e il Paese avrebbero bisogno di un contributo alla crescita dell’economia che la TAV potrà dare insieme alle altre opere in costruzione. Pensare che nell’Ottocento i tre mitici ingegneri Sommeiller, Grandis e Grattoni avevano terminato i lavori del primo tunnel ferroviario alpino prima del tempo.

Domani noi SITAV, in una prima riunione, incominceremo a discutere come organizzare un’altra grande manifestazione come quella del 10.11.2018.

Mino Giachino

SITAV SI LAVORO

Siccità in Piemonte, la Regione pronta a dichiarare lo stato di emergenza

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Tavolo permanente per seguire l’evoluzione della crisi

La Regione Piemonte si prepara a dichiarare lo stato di emergenza regionale per la crisi idrica, applicando per la prima volta la normativa approvata lo scorso giugno per consentire interventi più rapidi nelle situazioni di particolare criticità. La decisione è maturata nel corso della riunione del Tavolo siccità convocata dall’assessore regionale all’Emergenza idrica, Matteo Marnati, alla quale hanno preso parte le Direzioni regionali competenti, Arpa Piemonte, Province, Prefetture, enti gestori del servizio idrico, Aree protette, Anbi Piemonte e rappresentanti del mondo agricolo.

«Alla luce dell’aggravarsi delle condizioni meteo-climatiche e dei dati tecnici emersi durante la riunione di oggi, che ha coinvolto enti locali, gestori del servizio idrico e rappresentanti del mondo agricolo, la Regione ha avviato le procedure per l’attivazione dello stato di emergenza regionale, che sarà all’ordine del giorno della Giunta di lunedì 3 agosto – hanno sostenuto il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, e gli assessori all’Emergenza idrica Matteo Marnati, alla Protezione civile Marco Gabusi e all’Agricoltura Paolo Bongioanni –. Abbiamo deciso di mantenere il tavolo convocato in maniera permanente, così da monitorare costantemente l’evolversi della situazione ed essere pronti ad adottare, se necessario, misure e interventi ancora più incisivi».

L’eventuale dichiarazione dello stato di emergenza consentirà al presidente della Regione di adottare ordinanze straordinarie per affrontare le situazioni più urgenti, attivando misure specifiche sia per garantire l’approvvigionamento idrico sia per fronteggiare le conseguenze della siccità, comprese quelle legate al rischio di incendi boschivi. Nelle ultime settimane il Piemonte è già stato interessato da numerosi roghi che hanno richiesto l’intervento del sistema regionale di Protezione civile, affiancato dal Dipartimento nazionale con il supporto della flotta aerea, incluso l’elicottero Erickson.

Dal monitoraggio effettuato emerge un quadro particolarmente delicato. Attualmente oltre settanta Comuni e frazioni vengono riforniti mediante autobotti. Dall’inizio dell’emergenza sono stati effettuati 581 trasporti d’acqua, con una spesa che supera i 400 mila euro. Parallelamente, 106 amministrazioni comunali hanno già emanato ordinanze o avvisi per limitare i consumi idrici e favorire il risparmio dell’acqua.

Le rilevazioni di Arpa Piemonte confermano inoltre un andamento meteorologico eccezionalmente sfavorevole. Il mese di luglio rientra tra i più aridi degli ultimi settant’anni, mentre negli ultimi tre mesi il deficit di precipitazioni ha raggiunto il 55%. Dopo un giugno che si è classificato come il secondo più caldo dal 2003, anche luglio ha registrato temperature superiori alla media, aggravando la situazione di fiumi, laghi e falde acquifere.

I bacini idrici si trovano ormai ai livelli minimi stagionali, mentre l’Osservatorio permanente del Distretto del Po e l’Autorità di bacino segnalano una condizione di severità elevata. Anche i monitoraggi regionali confermano che il Piemonte è entrato nella fascia di massima criticità sotto il profilo della disponibilità d’acqua.

Nel frattempo continuano a crescere i costi sostenuti per gli interventi d’emergenza e resta alta l’attenzione sul fronte degli incendi boschivi. Preoccupazione anche per il comparto agricolo: colture come mais e soia stanno attraversando la fase conclusiva del ciclo produttivo, mentre il riso è nel pieno della fioritura, periodo nel quale il fabbisogno idrico è particolarmente elevato.

Il Tavolo regionale sulla siccità resterà operativo in via permanente con l’obiettivo di aggiornare costantemente il quadro della situazione, raccogliere dati dai territori e valutare, qualora le condizioni dovessero ulteriormente peggiorare, l’attivazione di ulteriori misure di sostegno anche attraverso il fondo regionale di Protezione civile.

Confagricoltura piemonte: “Ortofrutta, servono misure straordinarie”

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Allasia: “Le aziende agricole non possono sostenere da sole l’aumento dei costi e l’instabilità dei mercati. Occorre intervenire subito per salvaguardare lavoro e investimenti”

 

L’ortofrutta piemontese sta attraversando una fase particolarmente complessa in cui gli effetti dei cambiamenti climatici si sommano all’aumento dei costi di produzione e alle tensioni sui mercati internazionali, mettendo a rischio la redditività delle imprese e la capacità di proseguire negli investimenti. In questo momento, tuttavia, i frutticoltori della nostra regione non sono solo preoccupati del rincaro dell’energia, dei fertilizzanti, della manodopera, della logistica, delle materie prime e dalla presenza di fitopatie sempre più invasive e difficili da controllare: infatti, proprio mentre la campagna di distacco delle pesche è cominciata, il mercato non sembra essere pronto ad accogliere la nuova offerta di prodotto.

“Spiace dover constatare – afferma Enrico Allasia, presidente di Confagricoltura Piemonte – come, a fronte di una produzione dalla qualità eccellente, la vendita delle pesche sia in affanno e piuttosto rallentata. Questo perché, probabilmente, con l’anticipo della raccolta di due settimane a causa dell’andamento climatico anomalo, il nostro prodotto subisce la concorrenza delle pesche provenienti da altri Paesi europei, in particolare Spagna e Grecia, tuttora presenti sul mercato italiano con quantitativi importanti”.

In altre parole, le imprese ortofrutticole stanno affrontando una fase molto delicata. Negli ultimi anni hanno investito per migliorare qualità, sostenibilità, innovazione e organizzazione commerciale, ma oggi devono fare i conti con costi produttivi in costante aumento e con uno scenario internazionale sempre più incerto.

“Pur confidando in un rapido e positivo evolversi della situazione di mercato, al momento, come detto, poco ricettivo – prosegue Allasia – sul comparto pesano questi nodi di non facile risoluzione, a fronte dei quali è indispensabile intervenire rapidamente affinché le aziende possano continuare a competere sui mercati e completare gli investimenti programmati”.

L’ortofrutta piemontese si distingue sui mercati per qualità, professionalità e capacità di innovazione. Perché questo patrimonio possa continuare a creare reddito, occupazione e valore nei territori è però indispensabile che le imprese dispongano di strumenti adeguati ad affrontare una fase economica eccezionalmente complessa.

Il Piemonte rappresenta una delle principali realtà ortofrutticole italiane. La sola provincia di Cuneo conta oltre 4.500 aziende frutticole che coltivano circa 14.000 ettari, di cui 2.400 ettari investiti a pesche e nettarine, su un totale regionale di circa 3.000 ettari. Accanto alla peschicoltura, il comparto regionale comprende produzioni di primo piano come mele, kiwi, nocciole, piccoli frutti e castagne, che contribuiscono in modo significativo al valore dell’agricoltura piemontese e all’occupazione nelle aree rurali.

Ecco perché Confagricoltura Piemonte ha sostenuto con convinzione la richiesta avanzata dalla Confederazione al Ministero dell’Agricoltura e alle istituzioni europee per l’attivazione di misure straordinarie a favore del comparto ortofrutticolo.

“Non chiediamo interventi assistenziali – conclude Allasia – ma strumenti che consentano alle imprese di superare una fase straordinaria senza compromettere la loro capacità di innovare e creare valore. L’ortofrutta è uno dei settori di punta della nostra agricoltura e rappresenta un patrimonio economico, sociale e occupazionale che deve essere preservato con decisioni rapide ed efficaci”.

Chieri aderisce al Distretto “Carne Bovina di Razza Piemontese”

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Sostegno al mondo agricolo, tutela del territorio, qualità della carne e benessere animale

Sicchiero e Carillo: “Grazie al Distretto sarà possibile sviluppare iniziative comuni, favorire la collaborazione tra gli operatori e cogliere opportunità di finanziamento e sviluppo”

 

Il Comune di Chieri ha aderito al Distretto del Cibo di prodotto “Carne Bovina di Razza Piemontese” e sottoscritto nella giornata di ieri, a Carmagnola, il relativo Accordo del Distretto, che consentirà di presentare la candidatura alla Regione Piemonte per il riconoscimento. Lo annunciano il Sindaco Alessandro Sicchiero e l’assessore al Commercio, Agricoltura e Cibo Biagio Fabrizio Carillo: «L’adesione del Comune di Chieri al Distretto del Cibo della filiera della carne bovina piemontese rappresenta una scelta strategica per valorizzare il nostro territorio, le nostre aziende agricole e una delle eccellenze agroalimentari più riconosciute del Piemonte: la carne della razza Piemontese, conosciuta anche come Fassona. Per Chieri questa adesione significa partecipare attivamente a un progetto di valorizzazione economica, ambientale e culturale del territorio, promuovendo il ruolo dell’agricoltura, sostenendo le aziende locali e favorendo una maggiore conoscenza del percorso che porta dalla produzione agricola al consumatore. La filiera della carne piemontese non rappresenta soltanto un prodotto di eccellenza, ma anche un patrimonio di competenze, paesaggio rurale e identità territoriale. Attraverso il Distretto sarà possibile sviluppare iniziative comuni, promuovere la qualità delle produzioni, favorire la collaborazione tra gli operatori e cogliere opportunità di finanziamento e sviluppo. Con questa adesione Chieri conferma la propria attenzione verso il mondo agricolo e il proprio impegno nel costruire un modello di sviluppo in cui tradizione, innovazione e sostenibilità possano convivere».

Il Distretto del Cibo, che ha come Comune capofila Carmagnola, nasce con l’obiettivo di creare una rete tra Comuni, allevatori, imprese agricole, operatori della trasformazione, della ristorazione e altri soggetti del territorio, lavorando insieme per rafforzare una filiera sostenibile, di qualità e legata alla tradizione locale.

Aggiunge l’assessore Biagio Fabrizio Carillo: «Particolare attenzione viene dedicata al benessere animale, perché la qualità della carne è strettamente legata alla qualità dell’allevamento. Ambienti adeguati, ricoveri e box correttamente progettati e gestiti, spazi sufficienti, alimentazione equilibrata e attenzione alla salute degli animali sono elementi fondamentali per garantire un percorso virtuoso che parte dall’allevamento e arriva fino al consumatore. Un animale allevato in modo attento contribuisce alla produzione di una carne più sicura e di qualità. Aderendo al Distretto Chieri vuole sostenere un modello agricolo che unisce tutela del territorio, attenzione all’ambiente e pratiche rispettose degli animali, rafforzando così il legame tra produttori locali e comunità».

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Piano Aria, Uncem: “Valorizzare energia biomasse”

“Sarebbe assurdo e poco lungimirante bloccare l’energia dal legno in Piemonte e in Italia, la più rinnovabile delle energie. Uncem fa e farà di tutto, anche con il Cluster Legno Piemonte neonato, per dare valore alle filiere e per valorizzare l’energia dal legno, nelle case, per i Comuni, nelle montagne e nei paesi. Il Piano della qualità dell’aria appena approvato dal Piemonte fa un percorso che andrà perfezionato, proprio sulle biomasse, ma gli emendamenti inseriti in fase di dibattito in Consiglio regionale sono interessanti. In particolare nel dare valore alle filiere corte. Attenzione però a non bloccare le stufe a quattro stelle, favorendo le migliori, come quelle ad accumulo, per una visione ideologica che però porterebbe i costi di un singolo apparecchio domestico oltre i 10mila euro. Uncem dice NO all’ideologia per gli impianti più efficienti d’Europa, a compensazione delle misure sul traffico. Il Piano piemontese evidenzia che in primavera apriranno i bandi, 12,4 milioni di euro, per la messa a norma delle canne fumarie, la sostituzione di stufe e camini con generatori ad alte prestazioni e l’installazione di sistemi filtranti sulle caldaie esistenti. Uncem lo ritiene positivo. Accanto a questo sono previsti 1,9 milioni per la manutenzione professionale degli impianti e per la riduzione dei fabbisogni energetici degli edifici riscaldati a biomassa, e incentivi per l’uso di combustibili provenienti da filiera locale e sostenibile. Le biomasse vanno favorite in particolare in montagna e in collina. Serve una azione che favorisca le filiere corte, chi opera sui territori, chi agisce per dare valore a 1 milione di ettari di bosco del Piemonte”.

Così Roberto Colombero, Presidente Uncem Piemonte e Presidente del Cluster Legno Piemonte.