ECONOMIA

Crisi vino, le attese degli agricoltori

I tavoli regionali di consultazione sono importanti e utili, ma chi deve decidere è la politica. Il momento del vino è tale da non consentire più alcun tentennamento. Dopo aver ascoltato tutti, ci aspettiamo che l’assessore regionale all’Agricoltura decida, ben sapendo che non potrà dare ragione a tutti. Rispetto a un anno fa, nulla è cambiato, se non che la situazione è ulteriormente peggiorata, perché le vigne non hanno il rubinetto che si può chiudere per limitare i danni. Il momento non è facile per nessun settore, oltre a chiedere il comparto del vino deve saper assumere le proprie responsabilità.

È questa in estrema sintesi la posizione espressa dal Gruppo di interesse economico Viticoltura di Cia Agricoltori Italiani Piemonte e Valle d’Aosta dopo l’incontro di mercoledì pomeriggio con l’assessore regionale all’Agricoltura e Cibo, Paolo Bongioanni.

La rappresentanza dell’Organizzazione agricola regionale presieduta da Gabriele Carenini esorta la Regione a cogliere l’occasione della crisi per riprogrammare il comparto vitivinicolo, non soltanto in funzione dell’emergenza di oggi, ma guardando al futuro da qui ai prossimi dieci anni, tenendo conto dei tempi richiesti dalla natura per adeguarsi alle nuove esigenze produttive del settore.

Nell’immediato, l’indicazione è di utilizzare tutte le risorse disponibili per la vendemmia verde e di contingentare al massimo al 5 per cento i superi, se non abolirli. In sostanza, non diminuire le rese, ma togliere i superi.

Va detto, secondo i rappresentanti regionali del settore vitivinicolo di Cia Piemonte e Valle d’Aosta, che le criticità del settore non sono riscontrabili ovunque in Piemonte con la medesima gravità, però bisogna fermare e programmare estirpi e nuovi impianti secondo le necessità specifiche caso per caso.

Rimane un punto fermo per l’Organizzazione agricola la richiesta che le risorse pubbliche destinate all’agroindustria vengano indirizzate esclusivamente alle realtà che impiegano materie prime piemontesi. Analogamente, viene auspicato il rispetto di un “patto non scritto tra gentiluomini” che impegni i soggetti beneficiari degli aiuti pubblici a riconoscere ai loro conferitori un prezzo minimo delle uve non inferiore a 90 centesimi al chilo, per restituire dignità al lavoro del viticoltore, che non fa solo vino, ma è il perno di un sistema complesso di tutela dell’ambiente e della biodiversità, oltre che della promozione turistica, una componente sempre più rilevante per l’economia locale. Alla Regione, è stato inoltre richiesto uno sforzo per superare il momento di crisi relativo all’aumento delle giacenze.

Visto tutto il lavoro compiuto sulle Doc piemontesi (fascette, Sian, fascicolo, eccetera), sarebbe opportuno avere a disposizione dai Consorzi i dati dell’imbottigliato e del fascettato, perché dai dati si capiscono tante cose ed insieme si possono fare dei ragionamenti.

Clima sempre più estremo, agricoltura sotto pressione anche in Piemonte

Confagricoltura  chiede interventi strutturali

Dalle temperature eccezionalmente elevate registrate a maggio alle violente grandinate che hanno colpito il Piemonte nei primi giorni di giugno, il comparto agricolo regionale si trova ad affrontare una stagione segnata da eventi meteorologici sempre più intensi e imprevedibili. Per il presidente di Confagricoltura Piemonte, Enrico Allasia, è necessario accelerare sugli investimenti infrastrutturali e riconoscere concretamente il contributo che l’agricoltura può offrire nella lotta ai cambiamenti climatici.

I dati diffusi da ARPA Piemonte il 4 giugno evidenziano un quadro particolarmente anomalo. Maggio 2026 si è classificato come il settimo mese di maggio più caldo degli ultimi settant’anni. Nell’ultima parte del mese le temperature hanno superato le medie stagionali fino a 8-10 gradi, mentre lo zero termico è rimasto per diversi giorni oltre la quota dei 4.000 metri. In 57 stazioni meteorologiche della rete regionale sono stati registrati nuovi record di temperatura massima.

L’ondata di calore ha inoltre accelerato lo scioglimento della neve accumulata durante l’inverno, riducendo rapidamente le riserve idriche. A questo si è aggiunto un forte deficit di precipitazioni: nel mese di maggio è piovuto il 44% in meno rispetto ai valori storici di riferimento e la portata del Po, rilevata a Isola Sant’Antonio, è risultata inferiore del 46%.

Dopo settimane caratterizzate da caldo e siccità, il 2 giugno la situazione meteorologica è cambiata radicalmente. Temporali particolarmente violenti, accompagnati da grandine e forti raffiche di vento, hanno attraversato diverse aree del Piemonte, dal Torinese orientale al Chivassese, dal Vercellese al Monferrato, fino alle province di Asti e Alessandria. In alcune zone sono caduti chicchi di grandine fino a sei centimetri di diametro, mentre il vento ha raggiunto velocità prossime ai 100 chilometri orari.

Tra i territori più colpiti figura il Monregalese, dove i noccioleti di Farigliano, Dogliani, Piozzo e Clavesana hanno riportato danni molto pesanti. Le prime valutazioni indicano una perdita potenziale superiore al 50% della produzione. I tecnici di Confagricoltura stanno inoltre effettuando sopralluoghi per quantificare gli effetti delle precipitazioni violente su seminativi e colture orticole.

“Non si tratta più di anomalie: è la nuova normalità”, afferma il presidente di Confagricoltura Piemonte, Enrico Allasia. “Le nostre imprese subiscono una variabilità meteorologica senza precedenti, spesso senza strumenti adeguati. L’acqua c’era quest’inverno, ma non siamo riusciti a trattenerla: la questione degli invasi non può essere ancora rinviata. Al tempo stesso – aggiunge Allasia – vogliamo ricordare che l’agricoltura non è solo vittima di questo processo: le pratiche conservative, il sequestro di carbonio nei suoli, la produzione di energia con matrici vegetali fanno dell’impresa agricola un soggetto attivo nella risposta al cambiamento climatico. Questo ruolo deve essere riconosciuto con politiche concrete, a cominciare da strumenti assicurativi adeguati e infrastrutture idriche finalmente all’altezza dei tempi”.

Terna e PoliTo, fino all’8 settembre il bando per “innovazione sistemi per l’energia”

 MASTER DI II LIVELLO 
Iscrizioni aperte fino all’8 settembre per la seconda edizione del Master interamente finanziato da Terna
Al termine del percorso formativo i partecipanti conseguiranno il titolo di Master rilasciato congiuntamente dai Politecnici di Torino, Bari e Milano
L’iniziativa rientra nell’ambito del PoliTech Lab, la Rete Politecnica di Alta Competenza
- È stato pubblicato il bando della seconda edizione del Master di II Livello in “Innovazione nei Sistemi Elettrici per l’Energia”, promosso da Terna con i Politecnici di Torino, Bari e Milano nell’ambito del PoliTech Lab, la Rete Politecnica di Alta Competenza. La collaborazione strategica tra il Gruppo e i Politecnici promuove la ricerca, l’innovazione e la formazione avanzata a beneficio del sistema elettrico e del Paese.
Il 2 luglio il Politecnico di Torino ospiterà l’evento di presentazione della seconda edizione per illustrare ai neolaureati presenti o collegati in streaming l’offerta formativa, i dettagli delle materie previste, gli obiettivi dell’iniziativa e gli aspetti organizzativi.
Il Master formerà professioniste e professionisti chiamati a sviluppare e gestire la Rete di Trasmissione Nazionale dei prossimi decenni creando profili altamente specialistici: esperti di sistemi elettrici di potenza, di impianti e tecnologie, di gestione degli asset, mercati e regolazione. Al termine del percorso formativo i partecipanti conseguiranno il titolo di Master rilasciato congiuntamente dai Politecnici di Torino, Bari e Milano.
Per le candidate e i candidati in possesso di laurea magistrale in Ingegneria dell’Automazione, Elettrica, Elettronica, Energetica e Nucleare, Gestionale, Informatica e Meccanica, sarà possibile fino all’8 settembre presentare la domanda di ammissione al Master di durata annuale, che inizierà a novembre. L’impegno previsto per i 45 studenti selezionati, 15 per ciascun Ateneo, è di 1.500 ore per ottenere 60 crediti formativi. I costi di partecipazione saranno interamente sostenuti da Terna che assegnerà, a ogni candidato ammesso, una Borsa di studio. Al termine del percorso, i partecipanti al Master saranno inseriti nel Gruppo Terna.
Il programma prevede lezioni frontali, esercitazioni, laboratori, seminari integrativi, visite agli impianti e un’esperienza pratica finale in azienda. Il percorso formativo è in presenza e in lingua italiana, con un corpo docente multidisciplinare proveniente dal mondo della ricerca e dell’industria. Le attività didattiche si svolgeranno, in maniera integrata, non solo presso i tre Atenei ma anche nel Campus di Terna Academy a Roma.

Francia – Piemonte, un asse per l’innovazione industriale

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FOCUS SU INTELLIGENZA ARTIFICIALE, ROBOTICA, MODA, SPAZIO E MOBILITÀ

L’ambasciatrice transalpina Anne-Marie Descôtes a Torino per rafforzare il dialogo economico tra i due Paesi. Un rapporto che per il Piemonte vale un avanzo commerciale di 3,2 miliardi di euro. Analisi delle prospettive future, confronto tra imprese e istituzioni e sviluppo di nuove collaborazioni al centro dell’incontro ospitato dall’ESCP Business School.

Torino, 11 giugno 2026

Le relazioni economiche tra Italia e Francia continuano a mostrare segnali di crescita. Nel corso del 2025 il valore complessivo degli scambi commerciali tra i due Paesi ha raggiunto i 112 miliardi di euro, registrando un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. La Francia si conferma il secondo mercato di riferimento per l’Italia, mentre il nostro Paese rappresenta il terzo partner commerciale per l’economia francese. Il saldo degli scambi resta favorevole all’Italia, con un avanzo di 17,6 miliardi di euro.

Il Piemonte riveste un ruolo centrale in questo scenario. Anche nel 2025 la Francia si è confermata il principale interlocutore commerciale della regione, con una bilancia commerciale positiva pari a 3,2 miliardi di euro. Le importazioni piemontesi provenienti dalla Francia hanno raggiunto i 6 miliardi di euro, dei quali oltre 5,1 miliardi riferiti al comparto manifatturiero e circa 1,57 miliardi riconducibili ai mezzi di trasporto. Sul fronte delle esportazioni, il Piemonte ha venduto oltreconfine beni per 9,2 miliardi di euro, di cui quasi 9 miliardi appartenenti alla manifattura. Macchinari e veicoli rappresentano da soli circa 3,5 miliardi di euro del totale esportato.

Analizzando il dato provinciale, Torino evidenzia un volume di importazioni dalla Francia pari a 3,1 miliardi di euro e un export di 4,4 miliardi. Di questi ultimi, 4,3 miliardi riguardano prodotti manifatturieri, mentre il settore dei mezzi di trasporto pesa per circa 1,8 miliardi. Il saldo commerciale risulta quindi positivo per 582 milioni di euro.

La collaborazione economica tra i due Paesi non si limita tuttavia agli scambi commerciali. La Francia rappresenta infatti la principale destinazione degli investimenti italiani all’estero: tra il 2019 e il 2023 sono state realizzate 134 operazioni per un valore complessivo di circa 35 miliardi di euro, quasi un quarto dell’intero volume delle acquisizioni italiane oltreconfine nello stesso periodo. Parallelamente, con oltre 100 miliardi di euro di investimenti diretti accumulati, la Francia si conferma il primo investitore estero in Italia.

Secondo le elaborazioni della Camera di commercio di Torino, in Piemonte operano 2.568 imprenditori francesi, pari al 9,3% del totale nazionale. Di questi, 1.538 hanno sede nella provincia di Torino. Sul versante delle imprese, i dati dell’Osservatorio delle Multinazionali estere in Piemonte, realizzato da Camera di commercio di Torino e Unioncamere Piemonte, indicano per il 2023 la presenza di 222 multinazionali francesi, che rappresentano circa il 21% delle aziende estere presenti nella regione. Complessivamente queste realtà contano 783 sedi e unità operative e impiegano circa 37 mila addetti.

Partendo da questo quadro economico, l’Ambasciata di Francia in Italia e il Consolato generale di Francia a Milano, in collaborazione con CCI France Italie, Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino e la rete Enterprise Europe Network, hanno promosso nella sede torinese dell’ESCP Business School il forum “France-Piémont: un axe pour l’innovation industrielle”.

L’iniziativa si inserisce nel solco del Trattato del Quirinale, che attribuisce un ruolo prioritario alla cooperazione economica tra Italia e Francia. L’obiettivo dell’incontro è stato quello di approfondire l’andamento delle relazioni bilaterali, individuare nuove opportunità di sviluppo e valorizzare le collaborazioni tra territori confinanti. Ampio spazio è stato inoltre dedicato al rafforzamento delle partnership transfrontaliere e al confronto tra istituzioni, imprese, sistema camerale e mondo della formazione e della ricerca.

“Il forum economico Piemonte-Francia testimonia la profondità e la vitalità del partenariato italo-francese nel cuore dell’Europa. In un momento di profonde trasformazioni industriali, i nostri due Paesi hanno più che mai interesse a unire le proprie forze per innovare, investire e costruire insieme filiere europee più sovrane, sostenibili e competitive. Il Piemonte, per la sua storia industriale, la sua capacità di innovazione e i suoi legami storici con la Francia, rappresenta un territorio naturale di questa cooperazione. Mi rallegro che questo Forum riunisca imprese, ricercatori e attori chiave attorno ai settori strategici come l’intelligenza artificiale, lo spazio, la mobilità e il lusso” ha dichiarato l’Ambasciatrice di Francia in Italia, Anne-Marie Descôtes, inaugurando i lavori.

Alla sessione introduttiva sono intervenuti anche François Bonet, console generale di Francia a Milano, Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino, Anne-Manuelle Gaillet, vicepresidente di CCI France Italie, Francesco Profumo, presidente di ESCP, ed Emanuele Chieli, console onorario di Francia a Torino.

La giornata è poi proseguita con quattro tavoli tematici dedicati ai comparti considerati strategici per il futuro della cooperazione industriale tra Piemonte e Francia. Il primo incontro, focalizzato su intelligenza artificiale e manifattura ad alta automazione e coordinato da Antonio Calegari, direttore di AI4Industry, ha coinvolto rappresentanti di Capgemini, Comau, Dassault Systèmes, Michelin, Reply e Schneider Electric Italia.

Il secondo panel, dedicato a mobilità, innovazione e sostenibilità e moderato da Nicola Amati del Politecnico di Torino, ha visto confrontarsi esponenti di AVL Italia, Focoos AI, Iveco, Podium Advanced Tech, SNCF Voyages Italia e Stellantis.

Il tema della competitività internazionale del comparto moda è stato invece affrontato nel terzo tavolo, coordinato da Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda e amministratore delegato di Pattern. Al confronto hanno partecipato rappresentanti del Consorzio Magnolab, della Fédération de la Haute Couture et de la Mode, di H Moda, Hermès, L’Oréal e Mattioli.

L’ultimo focus è stato dedicato alla filiera aerospaziale e alle nuove opportunità offerte dalla space economy. L’incontro, moderato da Fulvia Quagliotti, direttore del Piemonte Aerospace Cluster, ha riunito esponenti di Aiko, Alpha Impulsion, Altec, Ecosmic, Thales Alenia Space, TEC e Tyvak.

Confagricoltura Torino denuncia i danni da grandine nel Canavese

Nella serata di martedì 9 giugno, una violenta grandinata, accompagnata da una super cella temporalesca, ha colpito diversi comuni del territorio, tra cui Rivarolo Canavese, Ozegna, Castellamonte, Agliè, San Giorgio Canavese, Cuorgnè, Strambino, Romano Canavese, Ivrea e Azeglio. I primi sopralluoghi effettuati dalle aziende agricole rivela danni diffusi alle coltivazioni, con situazioni particolarmente critiche nelle aree interessate dai chicchi di maggiore dimensioni. Le segnalazioni riguardano soprattutto il mais, dove alcune in alcune aree vi è stata una compromissione delle piante tale da rendere necessaria una risemina. Danni vengono rilevati anche a cereali Autunno Vernini, in particolare orzo e frumento, ormai prossimi alla raccolta, con perdite produttive che potranno essere quantificate con maggior precisione nei prossimi giorni. Preoccupazione anche per i vigneti. L’andamento climatico della primavera ha determinato un significato anticipo dello sviluppo vegetativo rispetto alla media stagionale, e molte ignoranza si trovano già in fase di crescita avanzata, con acini già formati. In questa fase fenologica, la grandine può lesinare i grappoli, favorire l’insorgenza di malattie e compromettere la qualità e la quantità della produzione.

“Siamo di fronte alla seconda gradinata di forte intensità che nel giro di pochi giorni colpisce la parte orientale della Provincia di Torino. Il 2 giugno un’altra e portale violento aveva interessato il Chivassese provocando danni significativi alle coltivazioni . Questi eventi – sottolinea il presidente di Confagricoltura Torino, Gian Luigi Orsolani – confermano come i fenomeni metereologici estremi stiano diventando sempre più frequenti e concentrati. L’agricoltura è tra i settori maggiormente maggiormente esposti agli effetti dei cambiamenti climatici, e le imprese si trovano ad affrontare rischi crescenti che incidono sul reddito aziendale e sulla programmazione produttiva”.

I tecnici di Confagricoltura Torino stanno effettuando le verifiche sul territorio per valutare l’entità complessiva dei danni. L’organizzazione invita tutte le aziende agricole colpite a segnalare tempestivamente i danni ai rispettivi comuni, passaggio necessario per consentire agli enti locali di raccogliere la documentazione utile all’eventuale avvio delle procedure per il riconoscimento dello stato di calamità naturale.

Mara Martellotta

Grave situazione prezzi del latte pagati agli allevatori: “Pronti alla mobilitazione”

Sempre più grave la situazione dei prezzi del latte per gli allevatori torinesi. Ormai il valore riconosciuto dagli industriali del settore lattiero-caseario è arrivato al di sotto dei costi di produzione con un crollo che ha portato, in alcuni casi, i prezzi alla soglia dei 40 centesimi al litro.

«Non possiamo continuare ad assistere in modo passivo al comportamento degli industriali del nostro territorio che non rispettano nemmeno l’accordo quadro nazionale del settore» commenta il presidente di Coldiretti Torino, Bruno Mecca Cici.

Per questo, Coldiretti Torino sta pensando ad azioni di mobilitazione sindacale degli allevatori.

«In questo momento in cui assistiamo ai rincari delle materie prime dovuti alle guerre e con il caldo estivo che impone agli animali una riduzione fisiologica del latte, viene ancora abbassato il valore riconosciuto ai produttori. Però, i consumatori pagano lo stesso prezzo o pure qualcosa in più formaggi, yogurt, probiotici, gelati. Per mangiare si paga di più ma gli industriali preferiscono importare latte e cagliate di scarsa qualità a basso costo dai Paesi che fanno concorrenza sleale alle nostre produzioni locali». Gli industriali, in molti casi, scelgono di comprare latte e cagliate dall’estero, magari da Paesi come la Francia o la Germania dove un litro di latte “spot”, cioè commercializzato senza una cornice contrattuale viene quotato appena oltre i 30 centesimi.

Ma per fare fronte alla perdita di produzione nei periodi estivi e alle necessità del benessere animale gli allevatori stanno attuando forti investimenti in sistemi computerizzati di raffrescamento delle stalle con ventole, doccette nebulizzate, asciugatrici, spazi di automungitura. Tutte migliorie che costano centinaia di migliaia di euro. In altri casi, devono essere recuperati costi di investimento in stalle moderne, investimenti necessari per stare sul mercato e per seguire le norme europee. «Con i prezzi ridicoli riconosciuti dai caseifici, gli allevatori rischiano l’insolvenza e la chiusura delle attività. Ma quando una stalla chiude è un intero sistema territoriale fatto di prodotti tipici, prodotti di qualità consumati a Km Zero, posti di lavoro, ad andare in crisi».

In provincia di Torino sono presenti oltre 800 allevamenti di mucche da latte con una presenza di oltre 120mila capi per una produzione di oltre 1.140.000 litri ogni giorno. Un settore, quello della zootecnia da latte torinese, che dà lavoro direttamente a oltre 1.350 addetti sparsi in tutti i 312 comuni della provincia (allevamenti sono presenti anche nel capoluogo), senza contare l’indotto.

Riduzione delle accise mentre il debito pubblico sale a 3.200 miliardi. Cattivi pensieri

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Di Carlo Manacorda

L’attrazione fatale del debito pubblico, andiamo verso i 3.200 miliardi, e vengono cattivi pensieri sulle riduzioni delle accise sui carburanti: non si restituiscono forse somme già pagate dai cittadini?

 

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Export, turismo e vendemmia: per il vino piemontese si prospetta un’ottima annata

La vendemmia 2026 si presenta nei prossimi mesi come un banco di prova importante per il comparto vitivinicolo piemontese, chiamato a confrontarsi con un contesto climatico sempre più complesso e con mercati internazionali in rapida evoluzione. Dopo alcune annate segnate da forti oscillazioni meteorologiche, il settore ha ormai compreso che il cambiamento climatico non rappresenta più un’eccezione, ma una nuova condizione strutturale con cui convivere. In questo scenario il Piemonte, una delle regioni vinicole più prestigiose d’Europa, sembra possedere gli strumenti per trasformare le difficoltà in opportunità.

Le condizioni osservate negli ultimi anni mostrano un progressivo aumento delle temperature medie, una maggiore frequenza di periodi siccitosi durante la stagione estiva e precipitazioni sempre più concentrate in eventi intensi e ravvicinati. Questi fenomeni hanno modificato il ciclo vegetativo della vite, anticipando spesso le fasi di maturazione e costringendo i produttori a ripensare pratiche agronomiche consolidate da decenni. Se il quadro meteorologico del 2026 dovesse confermare le tendenze recenti, è plausibile attendersi una raccolta leggermente anticipata rispetto alle medie storiche e una produzione quantitativamente contenuta ma caratterizzata da un elevato profilo qualitativo. In particolare, i grandi vitigni piemontesi, dal Nebbiolo al Cortese, dall’Arneis alla Barbera, potrebbero beneficiare di una maturazione tecnologica e fenolica particolarmente favorevole, a condizione che le riserve idriche accumulate durante la primavera risultino sufficienti ad affrontare eventuali ondate di calore estive.

Negli ultimi anni le aziende piemontesi hanno investito con crescente convinzione nell’innovazione. Sensori climatici, monitoraggio satellitare dei vigneti, gestione di precisione delle risorse idriche e tecniche agronomiche orientate alla conservazione dell’umidità del terreno stanno diventando strumenti sempre più diffusi. Questo processo di modernizzazione rappresenta una delle principali risposte del settore alle sfide ambientali e testimonia la capacità di adattamento di un comparto che continua a essere tra i più competitivi del panorama nazionale.

Sul piano economico il vino piemontese mantiene una posizione di assoluto rilievo. C’è preoccupazione per il calo del prezzo del uve ma il sistema vino è consolidato. Il valore della produzione regionale supera ormai il miliardo di euro e una quota significativa delle bottiglie prodotte trova sbocco oltre i confini italiani. Nonostante le incertezze che hanno caratterizzato il commercio mondiale negli ultimi anni, il Piemonte continua a distinguersi per la forte reputazione dei propri marchi territoriali e per la capacità di presidiare i segmenti premium del mercato internazionale. Le denominazioni più prestigiose, come Barolo, Barbaresco, Gavi, Roero e Alta Langa, conservano una forte attrattività presso consumatori e collezionisti, contribuendo a sostenere il valore medio delle esportazioni.

Le prospettive per questa seconda metà 2026 e per il successivo quinquennio indicano una trasformazione profonda del modello di sviluppo. La crescita futura non sarà trainata dall’aumento dei volumi ma dalla valorizzazione della qualità, dell’identità territoriale e della sostenibilità. In molti mercati maturi si osserva infatti una diminuzione dei consumi complessivi di vino, mentre cresce l’interesse verso etichette di fascia alta, produzioni certificate e vini capaci di raccontare una storia legata al territorio di origine. In questo contesto il Piemonte dispone di un vantaggio competitivo difficilmente replicabile, fondato sulla combinazione tra tradizione, paesaggio e notorietà internazionale.

Accanto all’export, un ruolo sempre più determinante viene svolto dal turismo enogastronomico. Negli ultimi anni il Piemonte ha registrato una crescita costante dei flussi turistici, superando i livelli precedenti alla pandemia e consolidando la propria immagine come destinazione d’eccellenza per chi ricerca esperienze autentiche legate al vino e alla cucina. Le colline delle Langhe, del Roero e del Monferrato rappresentano oggi uno dei principali poli dell’enoturismo europeo. Sempre più visitatori scelgono il territorio non soltanto per degustare vini di fama mondiale, ma per vivere un’esperienza completa fatta di paesaggi, cultura, ospitalità e tradizioni gastronomiche.

Il “grido di dolore” della montagna: “Quando arrivano i fondi?”

Pubblichiamo l’intervento del presidente Uncem, Marco Bussone

Siamo tutti in attesa di vedere ripartiti i milioni di euro del fondo montagna 2025 e dell’annualità 2026. Saranno meno della metà, probabilmente, dei 200 milioni di euro annui stanziati nel 2023 e nel 2024. Ma il riparto alle Regioni, dallo Stato, non c’è e non si capisce dove si sia inceppato il meccanismo. Le Regioni non sembravano essere d’accordo sui criteri proposti. Molte Regioni per la montagna investono poche briciole. Un buon criterio per il riparto del fondo nazionale montagna dovrebbe essere quello dell’impegno delle Regioni. Proprio come sui 30 milioni di euro annui per l’associazionismo comunale. Tu Regioni metti 5, l’anno successivo avrai 5 anche dallo Stato. Che così fa 10. E dunque si moltiplicano le risorse disponibili. Almeno raddoppiate. Lo avevamo già proposto, inascoltati, nella fase di costruzione parlamentare della legge. Sul riparto del fondo statale montagna 25 e 26, Uncem non è stata interpellata. E questo non fa bene al percorso. Siamo preoccupati. Non vorremmo che a forza di non spendere risorse economiche, ci sia qualcuno, anche di altri Ministeri, che ci metta gli occhi sopra. E li tolga a una montagna indebolita dalle conseguenze della ridefinizione dei criteri di montanità dell’ultima legge. Riclassificazione dei Comuni che ha messo tutti contro tutti. Riclassificazione della quale nessuno sentiva la necessità. E che oggi vede chi ha detto di Si fare giravolte e piroette per non scontentare i Comuni esclusi. Un gioco senza senso, senza futuro e senza destino. Che fa male alla montagna. Ma si sa che nel dividere, mettere dentro e fuori, c’è chi ha grandi benefici. La divisione è quanto più lontano e utile alla montagna”.

Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem.

Coldiretti: “Rallenta il depopolamento dei cinghiali”

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Appena la metà degli abbattimenti previsti. Di fronte al primo caso di PSA nel Cuneese c’è chi continua a non collaborare

 

«Con il primo caso di Peste Suina Africana in una carcassa di cinghiale in provincia di Cuneo, è ancora più urgente dare reale attuazione al piano di contenimento di questi animali. I nostri allevatori di suini, dai quali dipendono i consumi locali e quote importanti delle grandi Dop della salumeria italiana, non possono rischiare di avere le stalle chiuse e i capi abbattuti perché non si vuole limitare la proliferazione dei cinghiali». Ancora una volta, il presidente di Coldiretti Torino commenta così il mancato raggiungimento dei numeri di cinghiali abbattuti che erano stati decisi in sede regionale.

«Per l’agricoltura torinese è vitale riuscire a bloccare l’epidemia fuori dai distretti suinicoli del Chierese e del Pinerolese, oltre che da tutto il territorio provinciale e regionale. Gli allevatori fanno la loro parte nel rispettare le rigide misure igieniche e di profilassi obbligatorie, ma poi devono constatare che non c’è lo stesso impegno da parte degli organismi preposti al controllo dei cinghiali. Non possiamo permettere che si metta a rischio un comparto strategico per l’economia locale e nazionale».

Con l’entrata in servizio dei bioregolatori e dei tutor, che partono di notte per difendere le coltivazioni degli agricoltori, i numeri degli abbattimenti stavano iniziando a salire e i danni a diminuire. Ma se manca il contributo serio di ATC, CA e di molte Aree Protette, è impossibile garantire un adeguato depopolamento della specie.

Nel territorio della Città Metropolitana di Torino andrebbero abbattuti, ogni anno, almeno 15.000 cinghiali. Invece, nel 2025 ne sono stati prelevati meno della metà: 7.300. In questi primi mesi del 2026 ne sono stati abbattuti 1.900, di cui appena 470 arrivano dalla caccia negli ATC e CA alpini. Tra tutti gli “istituti” che devono contribuire al contenimento dei cinghiali, spiccano i numeri esigui realizzati in alcune Aree Protette anche dove i margari lamentano continui danni ai pascoli.