CULTURA

La Val Trebbia, piccoli canyon e acque cristalline

C’era una volta un monaco missionario irlandese che un giorno, tanto tempo fa, si allontanò dalla sua terra e non ci tornò più. Attraversò la Francia, la Svizzera e l’Italia del nord e si fermò a Bobbio in Valle Trebbia, nel piacentino, al confine con la provincia di Alessandria e la Liguria. Era il 614 dopo Cristo, il monaco, venerato come santo dalla Chiesa, si chiamava Colombano e fondò l’abbazia di Bobbio (o abbazia di San Colombano), uno dei più importanti centri monastici d’Europa che tra il VII e il XII secolo divenne una Montecassino dell’Italia settentrionale resa celebre dallo Scriptorium e dalla biblioteca con oltre 700 codici miniati e manoscritti che Colombano aveva portato dall’Irlanda celtica in terra longobarda. Il nord della penisola era infatti in mano ai Longobardi di Alboino e poi di Agilulfo e della regina Teodolinda, Colombano si affezionò talmente a Bobbio e al suo monastero che decise di concludere qui la sua vita.
E da allora, e di secoli ne sono passati tanti, il borgo e la sua abbazia lungo il corso del Trebbia sono diventati una meta assai frequentata da pellegrini, viandanti, cavalieri crociati, vescovi, sovrani, imperatori e…turisti. Tutto collocato in un paesaggio straordinario, di estrema bellezza, immerso nella storia, nell’arte e nella fede, che merita assolutamente una visita. Lungo la Val Trebbia, con le sue spiagge naturali e l’acqua limpidissima, verde e cristallina, che già Ernest Hemingway definì una delle Valli più belle del mondo, non c’è solo Bobbio da visitare (ahimè, dimenticavo di citare in paese il singolare Ponte Gobbo con undici archi dalla forma irregolare) ma tanti altri luoghi e paesini ricchi di storia medievale, castelli e panorami imperdibili sul fiume che ne fanno davvero una valle splendida. Ricordate Annibale? Ebbene, il condottiero cartaginese è passato anche da queste parti.
Seguendo il corso del fiume possiamo fermarci a Rivalta Trebbia, la località dove Annibale annientò nel 218 avanti Cristo le legioni romane del console Tiberio Longo. Prima di entrare a Piacenza sostiamo alla confluenza del Trebbia con il Po nell’antichissima Mansio di Cotrebbia dove i Templari erano di casa. E poi, oltre a Bobbio (3300 abitanti), da vedere Gazzola sulle rive del fiume con i suoi castelli, Travo, piccolo borgo molto frequentato d’estate e quel gioiello di Brugnello, minuscolo borgo medievale incastonato nella roccia, abitato da appena 11 persone, e che, da lassù a 464 metri, offre una vista mozzafiato al tal punto da essere chiamato il “Gran Canyon della Val Trebbia”. Ed è proprio così, vedere per credere! E questo è solo un pezzo della Val Trebbia che abbiamo percorso e descritto..
Filippo Re   (ha collaborato il piacentino Gianni Milani, giornalista del Torinese)
nelle foto, le spiagge della Val Trebbia e il borgo medievale di Bobbio con il ponte Gobbo

Liberty misterioso: Villa Scott

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È luomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nellarte 

Lespressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo luomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché  sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.

Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo.  Non furono da meno gli  autori delle Avanguardie del Novecento  che, con i propri lavori disperati, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto Secolo Breve.

Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di ricreare la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i ghirigori del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa ledera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di unarte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che larte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

Torino Liberty

1.  Il Liberty: la linea che invase l’Europa
2.  Torino, capitale italiana del Liberty
3.  Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
4.  Liberty misterioso: Villa Scott
5.  Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
6.  Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
7.  Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
8.  La Venaria Reale ospita il Liberty:  Mucha  e  Grasset
9.  La linea che veglia su chi è stato:  Il Liberty al Cimitero Monumentale
10.  Quando il Liberty va in vacanza: Villa  Grock

Articolo 4. Liberty misterioso: Villa Scott

Talvolta il cinema va in cerca di luoghi suggestivi e unici, per rendere la pellicola ancora più indimenticabile. Uno di questi ambienti da cellulosa si trova nella collina torineseuna villa silenziosaNascosta in un elegante “vedo non vedo” tra il verde degli alberil’abitazione si affaccia indifferente sul panorama torinese che si prostra poco più in  delle sue fondamenta. È Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, uno dei più fulgidi esempi dello stile floreale a livello nazionale. Il committente, Alfonso Scott, consigliere delegato della Società Torinese Automobili Rapid, nel 1901 acquista un appezzamento di terreno precollinare affidando l’incarico di costruire una villa per la propria famiglia all’ingegnere Fenoglioche allora aveva 36 anni

Fenoglio si impegna nella costruzionedando al  progetto caratteristiche architettoniche di alto pregio, con una chiara apertura al Liberty, e con prospetti caratterizzati da decorazioni floreali in litocemento e in ferro battutoAlla morte di Alfonso Scott, la villa passa alle Suore della Redenzioneche la utilizzano per ospitare un collegio femminilenoto con il nome di Villa Fatima. Fenoglioche lavora al progetto di Villa Scott in collaborazione con il collega Gottardo Gussonirisolve le difficoltà di realizzazione – dato che vi è un dislivello di ben 24 metri tra la villa e il cancello d’ingresso – con una scalinata e con l’inserimento di diversi corpi di fabbricaaccanto al complesso principale lievemente curvilineo della villa. Il volume della costruzione è arricchito da un apparato decorativo che trae vita anche dalla scala esternaL’edificio viene completato nel 1902, anno in cui Fenoglio si dedica anche alla palazzina Fenoglio-La Fleur di corso Francia angolo via Principi d’AcajaNel contesto dell’ampio spazio verde in cui è ubicata Villa Scott, si stagliano netti i due corpi laterali a torrettauno su quattro livelliun altro sutre, ma con un bovindo quadratocollegati da una veranda vetrata sormontata da una terrazza.  La pianta di Villa Scott è amabilmente articolata in un gioco di loggebovindivetrategli elementi litocementizi di finitura murariaripieni e turgidi con misura, quasi rinviano all’ultimo barocco, con radiosi richiami ecletticiLa fantasmagoria floreale, la fitta lavorazione del terrazzinogli ariosi loggia-ti laterali, la decorazione a stucchi e boiseries di color crema e oroil tutto perfettamente in armoniacon l’arredo interno, un mobilio apertamente ispirato a un fioritoLuigi XVI, ne fanno una dimora elegante e raffinata, e piuttosto suggestivatanto che il regista Dario Argento vi ha ambientato uno dei più celebri gialli italianiProfondo rosso, del 1975.

Villa Scott viene infatti scelta per essere la villa del bambino urlante e gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento della trama: è tra queste mura che si trova la soluzione del mistero. Tra gli appassionatialcuni indentificano la sfarzosa e terribile residenza del film giallo-horror con l’altrettanto celebre Villa Capriglioanch’essa situata in collina e nascosta tra la vegetazionesede inquietante di vicende 

orrorifichepurtroppo più veritiere rispetto a quelle altrettanto spaventose ma irreali di Villa Scott. 

Occorre ricordare che all’epoca delle riprese la villa era utilizzata come collegio femminile e abitata da suore e fanciulle che ovviamente non potevano rimanere  mentre veniva girato il film. La produzione dovette allora trovare un escamotagepoiché non si poteva abbandonare quella location così perfettamente suggestiva! Si decise dunque di offrire un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze del collegio, le quali non opposero alcuna obiezione e con la loro vacanza inaspettata contribuirono alla realizzazione di una delle pellicole horror più conosciute. Dopo un breve periodo di abbandono, la villa è stata  restaurata e adibita a residenza privata.

Alessia Cagnotto

La linea che veglia su chi è stato: il Cimitero Monumentale

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte

L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 9. La linea che veglia su chi è stato: il Cimitero Monumentale

Il Liberty al Cimitero Monumentale
Il Cimitero Monumentale, un tempo chiamato Cimitero Generale, si trova a Nord della città, in una zona non lontana dalla Dora Riparia, nell’area del Regio Parco. Nel 1827 la città di Torino ne deliberò l’edificazione decidendo di situarlo lontano dal centro abitato, in sostituzione del piccolo cimitero di San Pietro in Vincoli, nel quartiere Aurora. L’opera si poté attuare grazie alla donazione di 300 mila lire piemontesi del marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo. Aperto nel 1828, su progetto dell’architetto Gaetano Lombardi, con disegno a pianta quadrata dagli angoli smussati, il Monumentale fu presto ingrandito con una parte aggiunta a cura dell’architetto Carlo Sada Bellagio, collaboratore di Pelagio Palagi e vincitore del concorso per la realizzazione della chiesa dedicata al primo vescovo torinese, San Massimo. Seguirono poi necessari ampliamenti, e negli anni tra Ottocento e Novecento l’alta società borghese di Torino affidò a celebri scultori il mandato per la costruzione di imponenti edicole funerarie, a solenne affermazione del prestigio raggiunto dalle singole famiglie. Proprio l’estetica Liberty, sintesi raffinata di natura, tecnica e arte, riuscì ad interpretare il compianto pietoso verso il defunto, delineando il triste tema della morte attraverso pure ed efficaci metafore di una grande arte funeraria.

Tra le opere che possiamo visionare in rigoroso e rispettoso silenzio vi è il Monumento Porcheddu, dedicato al grande ingegnere Giovanni Antonio Porcheddu, che ha introdotto in Italia la tecnica delle costruzioni in cemento armato. Figura essenziale per l’imprenditoria torinese, alla sua impresa si devono imponenti opere, quali l’immenso Stadium del 1911 (demolito nel 1946), il progetto dello stabilimento Fiat Lingotto del 1922, il Ponte Risorgimento a Roma. Il monumento, realizzato dallo scultore Edoardo Rubino e dal decoratore Giulio Casanova, è composto da un semplice sacello marmoreo su cui è posto un corpo femminile, lievemente ricoperto da un lenzuolo che ne lascia scoperto il volto e che scivola appena oltre i bordi del sepolcro. Da una parte e dall’altra di questo, quattro figure femminili, due per ciascun lato, vegliano il feretro: quelle che stanno dal lato del capo porgono su questo le mani un poco rialzate come in segno di protezione, dall’altro lato una delle due donne veglia sul corpo con il capo reclino e l’altra alza il braccio sorreggendo una lampada. La compostezza delle figure lascia trasparire una sobrietà di sapore classico, nei gesti, nei panneggi, nella postura, mentre un delicato senso di pietas avvolge con intensità l’intera struttura compositiva. Sullo sfondo compare una particolare croce con tralci stilizzati di rose nella parte verticale e motivi dorati nel lato orizzontale. Al centro della croce una corona di rose bianche è posta intorno all’inquadratura dorata con la scritta “IHS” (sigla intesa come “Gesù salvatore degli uomini”, ma in realtà è la trascrizione latina abbreviata del nome greco di Gesù). Sulla volta del portico che accoglie il gruppo scultoreo, un cielo stellato d’oro mosaicato su fondo blu inquadra una grande croce.

Un’altra opera che richiama la mia attenzione in questo luogo di assordante silenzio è il Monumento Kuster, realizzato da Pietro Canonica nel 1921. Esso mostra una figura femminile con abito succinto che, inarcando la schiena, si solleva con il busto in posa quasi teatrale, ed emerge da un giaciglio posto di fronte ad una croce. I suoi lunghi capelli sono scompigliati dal vento che gonfia anche un drappo posto sulla croce e agita le foglie morbidamente rappresentate sulla bronzea stele verticale. Tra le note di tristezza e di intenso pathos, vi aleggia in primo piano la spettacolarità della scena, la figura si pone come la “divina” del cinema muto, la nuova arte che nei primi anni del Novecento andava affermandosi in città.La protagonista del Monumento Roggeri è una fanciulla inginocchiata e piegata dal dolore, le mani le coprono il volto, e i capelli fluenti e raccolti dietro il capo le scendono fin oltre la schiena. Il lungo abito, movimentato dal panneggio di morbide linee, scende e si posa sul basamento in travertino e in parte lo ricopre. La nota di un patire intenso e irrefrenabile è il messaggio che viene dalla donna che, inginocchiata e chiusa al mondo, sembra pregare, tormentata da un affanno senza fine. Su di un lato, si intravvede appena la firma di O.Tabacchi, allievo di Vincenzo Vela, al quale succederà nella cattedra di scultura presso l’Accademia Albertina di Torino.

È ancora un’altra fanciulla ad essere al centro della composizione funebre del Monumento Maganza, posta tra colonnine in marmo verde Roja, una giovane dal volto delicato, da cui traspare una espressione affranta; una sottile tunica le avvolge lieve il corpo esile, ha un’acconciatura alla moda, con i capelli corti, il volto, appena piegato e reclinato sulla mano sinistra, sembra voler trasmettere un messaggio di triste rimpianto. Alle spalle, marmorei tralci di fiori e, dietro, la croce. Soffermiamoci ancora sull’opera che si trova sulla sinistra, entrando dall’ingresso principale del Cimitero. Si tratta di un gruppo statuario che comprende una figura velata da un ampio panneggio, rappresentata mentre sta per avvolgere in un abbraccio simbolico una giovane figura femminile in piedi, con le braccia abbandonate lungo il corpo e il capo reclinato su una spalla. Dal basamento crescono steli e boccioli di rosa che paiono voler avvolgere i corpi sovrastanti: si tratta di una sintesi di decorazione Art Nouveau, completata dalla dedica dei committenti. L’opera fu eseguita da Cesare Redduzzi, scultore affermato e insegnante di scultura presso l’Accademia Albertina, più noto ai Torinesi come l’autore dei gruppi scultorei allegorici: l’arte, il lavoro, e l’industria, collocati nel 1909 a coronare le testate verso corso Moncalieri del ponte dedicato a Umberto I.
Moltissimi sono i monumenti funebri di squisito gusto Liberty davanti ai quali sarebbe opportuno soffermarsi, e numerose le figure femminili modellate con l’estetica della Nuova Arte, o che, con il loro atteggiamento da “dive” affrante del cinema muto, sorvegliano le anime di chi non c’è più e accompagnano silenziose gli sguardi di chi le va a trovare.

Alessia Cagnotto

Agosto tra castelli, fortezze e aree archeologiche

 Le Residenze reali sabaude e i Musei nazionali del Piemonte aprono luoghi nascosti e nuovi percorsi di visita

Agosto diventa il mese per scoprire i luoghi meno conosciuti e il patrimonio delle Residenze sabaude e dei Musei nazionali del Piemonte attraverso un programma di visite straordinarie, mostre, concerti e spettacoli. Tra gli appuntamenti, l’apertura degli appartamenti normalmente chiusi del Castello di Racconigi (CN), i nuovi percorsi del Forte di Gavi (AL), il Concerto al tramonto nell’area archeologica di Libarna (AL), le visite agli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano (TO), la stagione musicale del Castello di Agliè (TO) e gli appuntamenti dell’Abbazia di Vezzolano (AT). Al Castello di Racconigi il mese si apre con due appuntamenti del ciclo Il Castello nascosto: patrimoni da riscoprire, dedicato agli ambienti normalmente esclusi dal percorso di visita. Sabato 8 agosto sarà possibile accedere agli Appartamenti di Ponente e di Mezzogiorno, che conservano dipinti, arredi storici e preziosi manufatti delle collezioni sabaude, tra cui le monumentali vedute del progetto juvarriano per il Castello di Rivoli e lo scrigno donato dalla Città di Milano alla principessa Margherita di Savoia in occasione delle nozze con il futuro re Umberto I. Sabato 22 agosto il pubblico potrà visitare gli alloggi delle balie, spazi di servizio che raccontano la dimensione più privata della vita della famiglia reale e l’educazione dei figli di Vittorio Emanuele III ed Elena del Montenegro. Tra i due appuntamenti, domenica 16 agosto, il protagonista sarà invece il Parco con Storie di giardini e di giardinieri, una visita naturalistica della rassegna Effimera dedicata agli alberi, alle trasformazioni del Giardino dei Principini e al lavoro di chi, nel tempo, ne ha custodito il patrimonio botanico, seguita da un pic-nic all’aria aperta. Il mese si concluderà domenica 30 agosto con un altro appuntamento di Effimera: Ma piantala lì!, reading teatrale curato da Onda Larsen con Alessandro Barbaglia dedicato al mondo delle piante, ospitato alla Margaria e accompagnato dalla possibilità di percorrere il rinnovato collegamento tra il Castello e il complesso neogotico, recentemente riaperto al pubblico. A Palazzo Carignano proseguono le visite agli Appartamenti dei Principi, un percorso che conduce alla scoperta del genio di Guarino Guarini, dal suggestivo cortile allo scenografico scalone monumentale fino all’elegante Appartamento di Mezzogiorno. La visita comprende anche il Belisario chiede l’elemosina del Legnanino, il dipinto commissionato dal principe Emanuele Filiberto alla fine del Seicento, tornato a Palazzo Carignano dopo oltre tre secoli di assenza. Al Castello di Agliè prosegue, fino al 27 settembre, la mostra Vitae. Il sentimento della Natura di Jessica R. Carroll e la stagione musicale con i concerti della rassegna AURA, organizzata da Orium APS in collaborazione con Telemasterclass e con la direzione artistica di Marina Scalafiotti e la stagione Ri-Generazione del Contrametric Ensemble, che affiancano la visita della residenza con appuntamenti dedicati alla musica classica e contemporanea. L’appuntamento con Marina Scalafiotti, sul palco con l’Orchestra AURA, sarà domenica 16 agosto, seguito il 29 agosto dall’Ensemble “Le Chatelier” con musiche di Bach. Per Ri-Generazione sabato 1 agosto il duo violoncello e arpa interpreterà musiche di Schubert, De Falla, Renié e Debussy; sabato 8 agosto un quintetto composto da flauto, arpa, violino, viola e violoncello con pagine di Piernè, Roussel e Cras; per chiudere sabato 22 agosto con i Solisti del Contrametric Ensemble nel crossover La storia della canzone inglese da Dowland a Radiohead. Al Forte di Gavi, riaperto al pubblico dopo il grande intervento di recupero, accessibilità e valorizzazione realizzato nel 400esimo anniversario dell’avvio della fortezza moderna, agosto offre l’occasione di visitare i nuovi spazi museali e i percorsi recentemente restituiti al pubblico, insieme alle esposizioni inaugurate per la stagione estiva. Prosegue infatti fino al 4 ottobre Fammi un quadro del sole. Omaggio a Emily Dickinson, mostra realizzata in collaborazione con l’Università di Torino che riunisce le opere di Matilde Domestico, Floriana Porta, Alberto Casiraghy e Nicolò Tomaini in un percorso dedicato alla poetessa americana, tra installazioni, libri d’artista, acquerelli e opere site specific. Sempre fino al 4 ottobre è visitabile anche la prima edizione di Fortissima Parade – Special Art, nuova rassegna dedicata ai linguaggi dell’arte contemporanea che presenta le installazioni di IDEM Studio, Truly Design e Maya Zignone, pensate per dialogare con gli spazi della fortezza e inaugurare un programma destinato a intrecciare arti visive, spettacolo e performance. Sabato 8 e 22 agosto sarà inoltre possibile partecipare alle visite, a cura dell’associazione Amici del Forte e di Gavi, dedicate all’Alto Forte, dopo gli interventi di restauro e messa in sicurezza. All’Area archeologica di Libarna, domenica 30 agosto, torna il tradizionale Concerto del tramonto alle ore 18. L’edizione 2026 rende omaggio alla grande commedia musicale italiana con Storia di un Teatro, interpretato da Gianluca Guidi, dai Solisti dell’Orchestra Classica di Alessandria e dalle Blue Dolls. Lo spettacolo sarà preceduto alle 16.30 da una passeggiata archeologica dedicata al teatro e all’anfiteatro dell’antica città romana, offrendo ai partecipanti l’occasione di scoprire i luoghi dello spettacolo di Libarna prima del concerto. La chiesa di Santa Maria di Vezzolano ospita due appuntamenti musicali di grande suggestione, tra sonorità internazionali e antiche tradizioni. Domenica 9 agosto il Duo Volver (Miriam Callegaro, mezzosoprano e Carla Tessari, chitarra) accompagnerà il pubblico in un viaggio attraverso le musiche dell’America Latina, mentre sabato 15 agosto il concerto Vengo a te, Madre Maria. La tradizione dei Libri d’Ore nel Piemonte tra XV e XVI secolo proporrà un percorso del repertorio rinascimentale interpretato dall’Ensemble Gli Invaghiti, preceduto da una visita guidata al complesso canonicale condotta da Maurizio Pistone dell’associazione La Cabalesta. All’Area archeologia di Industria proseguono per tutta l’estate le visite guidate gratuite dedicate alla scoperta dell’antica città romana, con appuntamenti speciali anche in occasione della prima domenica del mese. Inoltre, domenica 2 agosto torna #domenicalmuseo, l’iniziativa del Ministero della Cultura che prevede l’ingresso gratuito nei musei e nei luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. Nelle Residenze reali sabaude e nei Musei nazionali del Piemonte l’ingresso sarà gratuito in tutte le sedi, ad eccezione del Castello di Moncalieri, visitabile con biglietto intero e del Castello di Serralunga d’Alba dove sarà applicata la tariffa ridotta. Nel fine settimana di Ferragosto, inoltre, nonostante la festività, saranno in vigore i consueti orari di apertura a Palazzo Carignano (10-13 e 14.15-18.30), Villa della Regina (9.30-18), Castello di Moncalieri (10-18), Castello di Agliè (9-13 e 14-19), Castello di Racconigi (Castello 9-19, Parco 9.30-18.30), Abbazia di Vezzolano (10-18), Castello di Serralunga d’Alba (10.30-13.30 e 14.30-18.30), Forte di Gavi (9.30-17.30, solo sabato 15 agosto), Area Archeologica di Industria (9.30-12.30 e 17-20), Area Archeologica di Augusta Bagiennorum (8-20), Area Archeologica di Libarna (9.45-18.45, solo sabato 15 agosto).   Forte di Gavi

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI Gli orari e il programma completo, sempre aggiornato, sono disponibili sul sito web: https://museipiemonte.cultura.gov.it/

Torino geograficamente magica

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Torino: bellezza, magia e mistero  / Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Rol
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo1: Torino geograficamente magica

Città ammirata e oggetto di grande considerazione nel corso del tempo, Torino divenne nel XVII secolo una delle mete del Gran Tour, una moda in voga tra i ricchi esponenti dell’aristocrazia europea, che consisteva in viaggi dalla durata indefinita e a scopo didattico, attraverso i luoghi più celebri dell’Europa continentale. Parve allora opportuno ai Torinesi istituire un’organizzazione che si occupasse specificatamente di turismo, con tanto di distribuzione di opuscoli utili ai visitatori, contenenti indicazioni dettagliate per girare la città. Una delle prime guide turistiche è stata la “Guida de’ forestieri” nel 1753, redatta, per i trecento anni del miracolo del SS. Sacramento, dal libraio Gaspare Craveri. Sulla scia della fortuna del libello seguirono altre pubblicazioni, tra cui la “Nuova guida per la città di Torino” di Onorato Derossi edita nel 1781. Il fascino del capoluogo piemontese ha colpito l’attenzione di molte personalità, tra queste mi piace ricordare il filosofo Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che descrive il panorama visto dalla collina di Superga come: “ Lo spettacolo più bello che possa colpire l’occhio umano”, o ancora il grande architetto urbanista Le Courbusier (1887-1965), che la definisce “La città con la più bella posizione naturale del mondo”. E da buona torinese non posso che condividere il giudizio.  Eppure Torino non è solo bellezza e cultura. Molti turisti che intraprendono viaggi per venire a visitare la bella città che si adagia ai piedi del Monviso non si accontentano di acculturarsi visitando musei e opere architettoniche, essi piuttosto affrontano quello che viene definito “turismo esoterico”, ossia compiono gite e pellegrinaggi in luoghi considerati sacri o misteriosi del pianeta. Secondo le statistiche, negli ultimi anni la domanda per questo tipo di “vacanza” è aumentata del 25-30%. Sempre più persone paiono voler conoscere non solo l’arte e la cultura di paesi stranieri, ma desiderano scoprirne i rituali, le leggende, gli usi religiosi e tutte quelle sfaccettature mistiche e magiche che, in fondo, affascinano tutti quanti.


Tra le mete più richieste ecco proprio l’antica Augusta Taurinorum, città magica per eccellenza, dove “spiriti”, “diavoli” e “fantasmi” sembrano annidarsi lungo il tracciato delle belle vie che la compongono mentre poli di energia positiva controbilanciano flussi di negatività. Secondo gli esoteristi, sono molte le motivazioni che attestano e dimostrano questo peculiare aspetto di Torino, prima fra tutte la sua posizione geografica, che la vede vertice di due triangoli, uno positivo, connesso alla magia bianca, insieme a Praga e Lione, e l’altro negativo, collegato alla magia nera, con Londra e San Francisco. Non si deve pensare che queste capitali chiamate in causa siano state scelte a caso, al contrario, sono luoghi che hanno ciascuno una propria tradizione esoterica. Praga infatti, è la città del Vicolo d’Oro, in cui gli alchimisti di Rodolfo II cercavano di trasformare i metalli vili in oro, e dove Jehuda Low ben Bezalel creava i golem con l’argilla, animandoli e incidendo sulla loro fronte la parola ebraica emet, (“verità”), e, infine, è la stessa metropoli in cui è custodita la corona maledetta di san Venceslao, presso la cattedrale di San Vito. Per quel che riguarda Lione, patria del fondatore dello spiritismo moderno, meglio noto con l’appellativo Allan Kardec, il centro abitato ospita una vasta concentrazione di chiese, comunità religiose e società segrete.
Anche le società che compongono il secondo triangolo hanno una propria aurea mistica, sia Londra, celebre per i suoi spiriti, sia San Francisco, città in cui nel 1960 venne fondata, da Anton Szandor LaVey, la Chiesa di Satana. Questi triangoli sono ben noti anche a chi di esoterismo non si interessa, ma ce n’è ancora uno, meno conosciuto, che tuttavia va menzionato, quello ufologico. Esso vede unite tre città, Torino, Bergamo e La Spezia, come vertici di una zona all’interno della quale sono numerosissimi gli avvistamenti di oggetti volanti non identificabili. Unendo questi tre punti (Torino-Bergamo-La Spezia) compare un triangolo che a prima vista sembra isoscele. Di questo triangolo quasi isoscele i due angoli alla base differiscono più o meno di tre gradi e qualche primo. C’è chi pone questa differenza uguale a 3°14’, facendo comparire le cifre del “π”-“p greco”numero magico per eccellenza, che, tra l’altro, si trova alla base dello studio della costruzione della piramide di Cheope. Per quanto riguarda la questione “alieni” ricordiamo che a soli 20 Km da Torino svetta il Musinè, luogo misterioso, da anni al centro di studi paranormali, conosciuto soprattutto per essere zona di avvistamenti extra-terresti. Il caso più celebre avvenne nel 1978, quando due escursionisti sostennero di aver visto una luce accecante sulla sommità del monte. Uno dei due uomini raggiunse la luce e scomparve, per poi ricomparire in stato di shock; egli sostenne di aver visto una navicella spaziale a forma di pera, da cui erano usciti quattro alieni, uno dei quali lo avrebbe toccato, paralizzandolo per alcuni momenti. L’ultimo episodio paranormale risale al 1996, in cui pare sia stato avvistato un disco volante dalle estremità trasparenti, attraverso le quali si sporgevano sagome extra-terrestri.


Torniamo ora all’urbe augustea, la figura trilatera non è l’unica geometria che la riguarda, infatti essa è inscritta in un pentacolo, per fortuna posizionato “nel verso giusto”, ossia con una punta verso l’alto, simbologia che indica, in chiave esoterica, spiritualità, luce e aspirazione al bene. È stato l’architetto austriaco Peter Müller a sottolineare questa peculiarità urbanistica. Egli ha infatti notato come cinque edifici significativi per l’urbe, quali la Basilica di Superga, il Castello di Moncalieri, il Castello di Rivoli, la Palazzina di Stupinigi e la Venaria Reale, se collegati fra loro, formino una stella a cinque punte, che pare proprio contenere e proteggere i Torinesi. Secondo la teoria di Müller, l’accesso simbolico -anche inteso come “nascita” o “inizio”-alla stella, si trova tra Stupinigi e Moncalieri, poli opposti rispettivamente collegati al giorno e alla notte, al fuoco e all’acqua, al maschile e al femminile. Egli sostiene inoltre che il percorso prosegua verso Rivoli, punto indicante “il compimento della vita”, e prosegue poi per Venaria, punto estremo, indice di abbandono delle preoccupazioni e liberazione dello spirito, e termina a Superga, postazione “finale”.
Questa stessa tesi può essere anche letta in chiave alchemica, associando ai vertici del pentacolo gli elementi: Superga-terra, Moncalieri-metallo, Stupinigi-acqua e Veneria-fuoco.
Inoltre i luoghi citati hanno ognuno la propria aurea mistica, a partire dalla Basilica, che porta sfortuna alle coppie innamorate, per poi passare ai Castelli di Rivoli e Moncalieri in cui pare si aggirino gli spiriti della Bela Rosin e di Vittorio Emanuele II. Spesso ospite  alla Venaria, dietro le spoglie del così detto fantasma del ghersin, (grissino) era  Vittorio Amedeo II. La leggenda vuole che, tra le belle sale del palazzo, lo spirito del re si mostri ammantato in un nero mantello, con in una mano un grissino incandescente e nell’altra le redini di un cavallo bianco. Si narra che Vittorio, quando era ancora bambino, si ammalò gravemente, e il medico di corte, tale don Baldo Pecchio, ipotizzò un’intossicazione alimentare, causata dal pane mal cotto e cucinato senza alcuna norma igienica. Secondo la storia, pare che lo stesso medico avesse sofferto del male medesimo che attanagliava il giovane principe, e per questo motivo sapeva esattamente come curarlo. Il medico si rivolse al panettiere di corte, Antonio Brunero, esortandolo a cucinare delle “gherse” sottilissime e cilindriche, soprannominate poi “ghersin”. Questo “escamotage” salvò il principe e lo fece diventare goloso della nuova scoperta culinaria, al punto che anche nell’aldilà egli non se ne distacca. Assai numerose sono dunque le leggende che vedono protagonista la nostra Augusta Taurinorum; gli spiriti ed i fantasmi pullulano a Torino e dintorni, ogni singolo sanpietrino pare imbevuto di magia.  Ed è così che si va in giro per la città (almeno fino a prima della quarantena), con lo sguardo assorto tra le belle architetture e gli ombrosi alberi dei parchi, ognuno di noi con il pensiero rivolto alle nostre necessità quotidiane, eppure stando sempre tutti attenti a chi si potrebbe incontrare.

Alessia Cagnotto

Torino, la città più magica

 

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticcima ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Portapalazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

8.Torino, la città più magica

Torino è magica. Nel vero senso del termine.
Lo testimonia anche il celebre medicoe astrologo Michel de Nostredame: Nostradamus ha alloggiato qui, dove c’è il Paradiso, lInferno e il Purgatorio. Io mi chiamo la Vittoria, chi mi onora avrà la gloria, chi mi disprezza avrà la rovina intera.
Sembra infatti che il popolare uomo la cui fama lo precede tuttora, dal nome italianizzato in Michele di Nostradama, meglio noto con lo pseudonimo di Nostradamus, abbia soggiornato intorno al 1556 a Torino, presso Cascina Morozzo conosciuta anche come villa Vittoria, poiché proprietà della principessa Vittoria, della casata Savoia-.
Tali parole erano state incise su una lapide custodita presso lo stabile in cui l’uomo aveva pernotatto, quando la Villa viene demolita anche quest’unica testimonianza tangibile del passaggio di Nostradamus a Torino scompare nel nulla, fino al 1967, quando viene ritrovata e donata a Renuccio Boscolo, uno dei maggiori interpreti degli scritti del chiaroveggente, per essere custodita in sicurezza.
Secondo alcuni studiosi la “Vittoria” indicata dall’importante ospite sarebbe la principessa Savoia, anche se le interpretazioni rimangono aperte a differenti ipotesi.
Quello che non cambia è l’alone di mistero che avvolge l’affermazione, impressione che si ripresenta in realtà di fronte a tutte le sentenze espresse dal “sapeinte” francesce.

Daltronde il capoluogo pedemontano è così: insolito e curioso, a tratti misterioso.
La città dai diversi primati, ne colleziona ancora uno, dopo essere stata la prima capitale italiana, in seguito al riconoscimento ottenuto grazie allaltura della Mole Antonelliana, oltre allinvenzione del primo cioccolatino, ecco lulteriore record tutto nostrano da aggiungere allelenco: Torino è considerata una tra le metropoli più magiche del mondo, nel bene e nel male perdonatemi il gioco di parole.-
Secondo gli esperti in materia infatti confluiscono sul territorio cittadino i vertici di due triangoli esoterici, quello di magia bianca (insieme a Praga ed a Lione) e quello di magia nera (insieme a San Francisco e Londra), fatto che tramuta la località in una sorta di mappa energetica costellata di zone buonee altre dove non parrebbe consigliabile trascorrere troppo tempo.
Per non sbagliarci vediamo di scendere più nel dettaglio.

Iniziamo dai luoghi da evitare.
Il punto energeticamente più ostile della città è di sicuro Piazza Statuto: qui, secondo la tradizione esoterica, si trova la porta degli Inferi, un vero e proprio passaggio tra i due mondi, quello dei vivi e quello dei morti; il punto preciso è situato in corrispondenza dellantica porta Decumana, uno degli ingressi delloriginario accampamento romano e luogo ahimè– dedicato alla sepoltura dei cadaveri. Latmosfera inquieta della piazza è resa ancora più sinistra dalla presenza di due monumenti assai particolari: quello eretto per commemorare gli operai deceduti durante la costruzione del Traforo del Frejus e lObelisco Geodetico. Il primo rappresenta unimmensa piramide di massi, da essi spuntano alcuni corpi di titani abbattuti dallo stesso genio alato che svetta sulla sommità della piramide, egli ha sul capo una stella a cinque punte a cui sono attribuite diverse simbologie magico-rituali; invece, la seconda costruzione, nota anche come Guglia Beccaria, è sormontata da un astrolabio e si erge esattamente a 5.000 km dal Polo Nord ed altrettanti dallEquatore. Non stupisce che sempre nei dintorni della piazza si trovi lappena citata Domus Morozzo, decisamente ledificio più appropriato per accogliere un altrettanto losco figuro.
Altro sito da evitare è Palazzo Trucchi di Levaldigi, oggi sede della Banca Nazionale del Lavoro, stupendo edificio dalle finiture seicentesche che ospita su una delle sue facciate il cosiddetto Portone del Diavolo, il cui batacchio rappresenta niente meno che il volto di Lucifero.
Nel 1675 Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi, conte e generale delle Finanze di Carlo Emanuele II, richiede ad una manifattura di Parigi di realizzare un portale in legno e il risultato del lavoro è più che sbalorditivo: la soglia è riccamente intagliata e adorna di fiori, frutta, animali e amorini, ma ciò che stupisce gli spettatori è il batacchio centrale, un volto mostruoso che scruta minaccioso i visitatori che bussano alla porta. Ultimo dettaglio, la parte che viene presa in mano per battere è composta da due serpenti che si uniscono con la testa. Da questi dettagli derivano le storie spaventose ambientate in questo posto. Prima leggenda fra tutte è quella del mago insistente: si narra di uno stregone eccessivamente ostinato che provò ad invocare Satana, forse con troppa enfasi, difatti il povero Lucifero non propriamente noto per la dote della pazienza- infastidito dalla nenia incalzante, costruì un portone nel suddetto edificio, mise allinterno lincauto mago e lì lo imprigionò .
Altre vicende però contribuiscono a rendere questo stabile un luogo davvero misterioso. Si narra ad essempio di Melchiorre Du Perril, un soldato francese in possesso di documenti segreti che entrò allinterno dello stabile e non si ripresentò più al suo cocchiere; c’è poi la storia della ballerina che, invitata ad una delle tante feste volute da Marianna Carolina di Savoia, venne aggredita e assassinata allinterno di una delle sale della lussuosa palazzina.
Inoltre, ancor prima di tutte queste vicissitudini, nel 1600, ledificio viene scelto come sede di una fabbrica di tarocchi, e anche in questo caso le coincidenze non hanno fine: allepoca il numero civico del fabbricato era il 15, il medesimo numero dellarcano corrispondente alla carta del Diavolo.


E se proprio dovete raggiungere questa banca, indovinate il numero del tram da prendere?
Cari lettori, ma proprio qui dovete venire a prelevare?
Lasciamoci alle spalle i fantasmi che ovviamente si aggirano nei dintorni dellimmobile infernale e avviamoci in unaltra zona perturbante, ossia via Lascaris (angolo Via San Francesco dAssisi), a pochi passi da Piazza Solferino, dove ci si può imbattere nellennesimo dettaglio folklorìstico. Proprio ai piedi di un casamento – oggi sede di una banca, ma in passato dimora di una Loggia Massonica- si dischiudono a terra delle strane fessure a forma di occhi. Qualcuno ci osserva, ma per la serie mai una gioiaa tenerci sotto controllo non è un bellangelo alla Der Himmel über Berlin, bensì niente meno che il Principe delle Tenebre, da qui la dicitura di questi spiragli: gli occhi del Diavolo.
Bene, ora che abbiamo capito dove non fermarci per i prossimi pic-nic autunnali, vediamo insieme quali sono i luoghi in cui possiamo indugiare per una pausa rigenerativa.
Uno dei siti a più alta concentrazione di energia positiva della città è il luogo di confluenza tra il Po e la Dora Baltea, i due fiumi torinesi che rispettivamente simboleggiano il Sole e la Luna, lenergia maschile e quella femminile, il principio vitale e quello del sonno eterno.
Un altro posto consigliato è la Chiesa della Gran Madre, le cui statue erette allingresso della grande scalinata raffigurano la Fede e la Religione, due emblemi rassicuranti e potenti; le due personificazioni sono poste anche a guardia del Sacro Graal, una delle reliquie cristiane più ricercate di tutti i tempi e guarda caso- celata nei meandri dellenigmatica Torino, città dai mille volti.
Anche Piazza Castello è una località benevola, è opportuno passeggiarci soprattutto se si rasenta la cancellata di Palazzo Reale e ci si sofferma sotto le statue equestri dei Dioscuri, guardiani ufficiali posti al confine tra la zona di magia bianca e quella nera.
Se poi ci si sentisse particolarmente stanchi, è consigliabile dirigersi verso la Mole Antonelliana, Museo del Cinema per alcuni, per altri una grande antenna che irradia nel mondo energia positiva.
Gli intellettuali e i radical chic si appropinquino invece verso Piazza Solferino, nei pressi della Fontana Angelica, monumento pregno di simbologie nascoste: le statue della Primavera e dellEstate si contrappongono a quelle dellAutunno e dellInverno, mentre lacqua che scorre rappresenta il Sapere e la Conoscenza.
Che dire ancora? Alla fine è sempre la stessa storia, è leterna sfida tra il Bene e il male, che si tratti di Sith e di Jedi, di Merlino, di Morgana e della magia del fareo dellimpresa per sconfiggere Sauron la questione è resta la medesima: la scelta.
Cari lettori, e voi da che parte state?

ALESSIA CAGNOTTO

“Buona Fortuna Ribelli – Back To Mine” Nell’Alta Langa Cuneese

Torna la nuova edizione della mostra diffusa di “Arte Contemporanea” organizzata dalla Galleria “Lunetta 11”

Dal 27 giugno al 20 settembre

Mombarcaro (Cuneo)

“E’ l’anima – s’è scritto – più selvaggia e autentica delle Langhe”“Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO” dal 2014. Siamo nell’ampio territorio della cosiddetta “Alta Langa-Basso Piemonte”, in provincia di Cuneo. Territorio particolarmente sensibile (tra le sue mille preziose ricchezze naturali) alle multiformi voci, immagini e colori dell’“Arte Contemporanea” e pronto dunque anche quest’anno ad accogliere da sabato 27 giugno a domenica 20 settembre, la nuova edizione di “Buona Fortuna Ribelli – BFR”, la rassegna d’“Arte Contemporanea diffusa”, ideata e curata dalla Galleria “Lunetta 11” (Borgata Lunetta 11, Mombarcaro, Cuneo), che dal 2019 promuove lodevolmente (diamogliene ampiamente atto!) progetti artistici sul territorio aprendo Chiese, Cappelle, Giardini ed antichi Borghi ad installazioni e a mostre di indubbio interesse. Anche quest’anno, sarà dunque un inevitabile – ormai logicamente atteso – “Ritorno a casa mia” o “Back to mine”, come suggerisce il sottotitolo della rassegna, evocando il gusto di tornare a un luogo e a uno spazio intimo e personale, “popolato da immagini, gesti e attenzioni che definiscono il proprio modo di stare nel mondo” e coinvolgendo autori emergenti e più o meno affermati in esperienze strettamente legate all’integrazione di “arte”, “natura” e “paesaggio” dell’Alta Langa, in un’esperienza culturale fortemente partecipata.

Sottolinea in proposito Francesco Pistoi, tra gli ideatori della rassegna: “‘Buona Fortuna Ribelli’ mira a trasformare le Langhe in un laboratorio di ricerca e fruizione artistica. Nato come ‘concept’ che rivendica la sfrontatezza del fuori standard, ‘BFR’ si configura come un progetto curatoriale dedicato ai linguaggi più significativi dell’arte contemporanea, con una particolare attenzione alla qualità e alla ricerca artistica. Ogni anno la rassegna prende forma nei luoghi iconici dell’Alta Langa, attivando nuove prospettive tra opera, paesaggio e contesto, e contribuendo a collocare il territorio all’interno di una rete culturale di respiro globale”.

Cinque sono i paesi interessati in questa nuova edizione: Dogliani, Serralunga d’Alba, Mombarcaro, Paroldo e San Benedetto Belbo.

Dogliani, sarà la “Cappella del Ritiro” della “Sacra Famiglia” ad ospitare, fino a domenica 26 luglio, la personale di Sergio Ragalzi (Torino, 1951-2024), curata da Diletta Dogliani, una mostra dedicata al ciclo “Ombre atomiche”. Nato negli anni ’80 da una riflessione sulla tragedia di Hiroshima e Nagasaki, il lavoro racconta, in modo inquietante, come ebbe a scrivere Rudi Fuchs, di “figure che emergono dalla terra come corpi morti, neri come la Storia”. Un paesaggio estremo, dove l’uomo sopravvive come segno, immagine di quel “Gotico Industriale”, definizione del gallerista Franz Paludetto (saggio “mentore” di Ragalzi), che così definiva il gruppo di artisti di area torinese che pur appropriandosi dei materiali della produzione industriale, seppe tenersi distante dall’ “etica poverista”.

Serralunga d’Alba presso il “Boscareto Resort”, la Galleria “Lunetta11”, in collaborazione con la Galleria “NP-ArtLab” propone, da sabato 27 giugno a venerdì 17 luglio, una collettiva di “grandi firme” (da Carla Accardi ad Alberto Burrida Alighiero Boetti ad Aldo Mondino fino a Mario Schifano, Salvo, Maurizio Vetrugno e Sergio Ragalzi) insieme alle  ricerche più recenti del trentino Ismaele Nones e del cremasco Edoardo Manzoni, presente con installazioni essenziali – in cui la materia attinge all’oggettività del quotidiano – che si sviluppano dal suo “congenito” contesto rurale e navigano per sintesi “morandiane” di raro e suggestivo minimalismo strutturale. Sempre “Lunetta 11” a Mombarcaro, presenta, da sabato 27 giugno a domenica 20 settembre, la retrospettiva “Origini” dedicata ancora a Sergio Ragalzi e una personale incentrata sulle “positivamente stralunate” opere fotografiche, frutto fantasioso di un viaggio in Giappone (2024), della fotografa salentina di Nardò, Sara Scanderebech: mosaici e improbabili collages di mondi “altri” obbligati a convivere, attraverso “un lavoro digitale complesso, senza che il risultato sia per questo freddo o artificiale. Piacevolissima, nel giardino di “Lunetta11”, anche l’installazione – “Fairy Ring” – di Stefano Caimi, ispirata al micelio dove “natura e simbolo si incontrano in un luminoso cerchio poetico”. 

Ancora da segnalare, da sabato 27 giugno a domenica 26 luglio, nella “Cappella di San Sebastiano” a Paroldo, la chiesa più antica del paese, “L’Abri” – opera “tra storia e creatività”– dell’artista franco-italiano Matisse Mesnil e, nella mitica (per la “narrativa langarola”) “Censa di Placido” a San Benedetto Belboun’installazione inedita “video immersiva”, curata dalla “Fondazione Recontemporary ETS” di Nicole Oike, artista che “utilizza linguaggi audiovisivi per abbattere le barriere tra immagine, movimento e spazio, creando un’ ipnotica immersione sensoriale”.

Per ulteriori info, programma ed orari: www.lunetta11.com

Gianni Milani

Nelle foto: Sara Scanderebech, Courtesy dell’artista; Sergio Ragalzi “Ombre Atomiche”, Antirombo e vrnici, 1985; Edoardo Manzoni “Fioritura”, Alluminio, 2023; Stefano Caimi “Fairy Ring”, Courtesy dell’artista

Concorso “Pannunzio-Flaiano” Edizione 2026

Il Centro Pannunzio indice il concorso pluridisciplinare aperto a tutti

Scadenza invio elaborati: 30 settembre 2026

Premiazione: sabato 28 novembre 2026, ore 16 – Collegio San Giuseppe, Torino

Scrivere non basta, occorre farlo con rigore, spirito critico e libertà di giudizio. È lo slancio con cui il Centro Pannunzio di Torino rinnova l’invito a studiosi, giornalisti, narratori e poeti attraverso l’edizione 2026 del Concorso “Mario Pannunzio-Ennio Flaiano”. Il bando rimarca esplicitamente la lezione civile e letteraria di due figure che hanno fatto del pensiero indipendente il loro tratto distintivo. Oltre a Mario Pannunzio, anima fondante del settimanale “Il Mondo”, l’iniziativa è dedicata anche a Ennio Flaiano, scrittore e osservatore acutissimo dei vizi e delle contraddizioni del Novecento italiano. «D’altronde, entrambi hanno incarnato una tradizione intellettuale che rifiutava a spada tratta il conformismo, privilegiando il dubbio rispetto alle certezze ideologiche: “L’immaginazione al potere. Ma quale immaginazione accetterà di restarvi?”, si domandava Flaiano con la consueta ironia deflagrante, poiché considerava la letteratura uno spazio di responsabilità individuale prima ancora che un esercizio estetico», commenta il professor Pier Franco Quaglieni (foto), storico e fondatore del Centro Pannunzio.

A conferma di tale vocazione, il premio si apre a discipline diverse, articolandosi in quattro sezioni: poesia, narrativa, giornalismo e saggistica, tesi di laurea. Per ogni sezione saranno proclamati un primo, un secondo e un terzo classificato. Ai vincitori verranno conferite le tradizionali medaglie dei Dioscuri del Palazzo Reale di Torino, riconoscimento che sottolinea il legame con la città e con una visione della cultura quale patrimonio condiviso e duraturo. È possibile partecipare a più sezioni con elaborati editi o inediti, purché leggibili e non manoscritti. I testi dovranno essere firmati e accompagnati da dati personali, recapiti e un breve curriculum. Gli elaborati vanno inviati in una sola copia entro il 30 settembre 2026 (farà fede il timbro postale).

 

Invio via e-mail: info@centropannunzio.it.

Invio postale: Centro Pannunzio, Via Maria Vittoria 35, 10123 Torino.

È previsto un contributo di 25 euro per ogni sezione a cui si partecipa. La ricevuta del versamento dovrà essere allegata all’elaborato.

Sezione A – Poesia: massimo cinque liriche edite o inedite a tema libero.

Sezione B – Narrativa: massimo tre racconti o un romanzo, oppure tre novelle.

Sezione C – Giornalismo e saggistica: un articolo o un saggio critico, anche online.

Sezione D – Tesi di laurea: lavori discussi negli ultimi tre anni accademici.

La cerimonia di premiazione si terrà al Collegio San Giuseppe, in via San Francesco da Paola 23, a Torino. I nomi di premiati e finalisti saranno pubblicati sul sito www.centropannunzio.it.

Quelle regali “Sere d’Estate”!

Ritorna alla “Reggia di Venaria” la splendida magia delle “estive aperture serali”, con musica e performance realizzate in scenografiche ambientazioni

Dal 31 luglio al 5 settembre, dalle 18,30 alle 23

Venaria Reale (Torino)

Tutti i venerdì e sabatoda venerdì 31 luglio a sabato 5 settembre. A partire dal tramonto (ore 18,30) fino a tarda sera (ore 23). Tempo ce n’è per approfittarne! Eh sì, perché quanto promettono, anche quest’anno, le “Sere d’Estate” alla seicentesca “Venatio Regia”, come ebbe a definire la “Reggia di Venaria” (in quanto base per le battute di caccia) il duca Carlo Emanuele II di Savoia, è per davvero uno spettacolo scenografico di quelli rari (anche solo da immaginare!), con ambientazioni “al lume di 5mila candele” e una moltitudine di “luci d’arredo” di assoluta bellezza e incantevole magia. Promosse, come sempre dalla “Reggia – Residenza Sabauda” (dal 1997 “Patrimonio UNESCO”) in collaborazione con “Piemonte dal Vivo”, le “Sere d’Estate” tornano ad essere un ricco e appassionato “contenitore” di musica, spettacoli dal vivo, danze e dj-set ambientati en plein air nelle stupefacenti geometrie dei “Giardini” così come nel “Potager” o nel Cortile della “Cascina Medici”, ma pur anche negli eleganti spazi interni del “Piano Nobile”, delle “Sale delle Arti”, in cui sono ospitate (e visitabili) le “mostre” in corso (tra cui le “Regine in scena. L’arte del costume italiano tra cinema e teatro”), della “Galleria Grande” e delle “Scuderie”, per finire con gli juvarriani “appartamenti regali” del ‘700 e con quelli “ducali”, a firma di Amedeo di Catellamonte, del ‘600.

Curiosa “novità” di quest’anno, magari dopo un fresco “aperitivo” al tramonto, la possibilità di concedersi nei “punti ristoro” della “Cascina Medici” o nei “Giardini” un gradevole “pic-nic”, acquistando le pratiche, pensate all’uopo, “pic-nic box”. Bell’idea! Da sperimentare! E poi, e soprattutto, la ricca e variegata carrellata di “Spettacoli”, nella favolosa scenografia del “Potager Royal” o della “Fontana d’Ercole”, mentre il Cortile di “Cascina Medici del Vascello” diventa luogo di festa, musica, concerti, danza e lezioni di danza, dj set e serate tematiche sulle note dei più svariati generi musicali rigorosamente “suonati dal vivo”.

Quanto mai ricche le pagine di un’agenda che, tra gli “spettacoli” in programma, spazia ad ampio giro da “Le classique c’est chic!” – piattaforma progettuale tesa a “decolonizzare l’immaginario che riguarda la tecnica classica accademica, con la volontà di fornire a più persone possibili strumenti di comprensione e di riappropriazione del proprio corpo” – condotta dalla danzatrice Anna Basti (venerdì 31 luglio) fino al “You Too Can Tutu” della Compagnia londinese “Gandini Juggling”, celebre nel suo progetto di fusione della “danza” con la “giocoleria”, la “musica” ed il “teatro” (sabato 8 agosto). Il calendario accoglie inoltre le nuove creazioni di Davide TagliaviniElisa Sbaragli e dell’italo-brasiliano Rafael Candela (nomi di assoluto rilievo nell’ambito della “coreografia” e della “danza” a livello internazionale), insieme a proposte che spaziano dal “tango” al “flamenco”, dalle “danze popolari” del Sud Italia alla “cultura swing”, dalla “musica techno” al “lindy hop”. E non solo.

Accanto agli spettacoli, la “Rassegna” propone inoltre eventi speciali dedicati ai linguaggi contemporanei e alla partecipazione del pubblico, tra cui le serate “Clubbing e Musical” realizzate con “Lost Movement” (nota “Compagnia di Danza” milanese) nel fine settimana di Ferragosto, la serata “Techno” di sabato 22 agosto e il coinvolgente “U.A.G. (Urban African Groove) DJ SET” di sabato 5 settembre.

Momento centrale della manifestazione sarà il “Gran Ballo” di venerdì 4 settembre, grande festa diffusa nei “Giardini” della Reggia che riunirà “performance”, “spettacoli” e momenti collettivi di “danza” in occasione della conclusione della “NID Platform 2026” o “Nuova Piattaforma della Danza Italiana”, la cui decima edizione si terrà, per l’appunto in Piemonte da martedì 1 a venerdì 4 settembre con spettacoli diffusi tra Torino, Collegno, Moncalieri e Venaria Reale, sotto il titolo di “Coreografie del possibile”.

Il tutto, studiato e progettato in modo tale da rendere davvero “unica” l’esperienza delle “Sere d’Estate” trascorse nella “Cattedrale” o “Reggia della Caccia” di Venaria Reale, aperte all’imbrunire dall’illuminazione fiabesca creata da migliaia di candele diffuse nel “Giardino a Fiori”, davanti alla Facciata della “Reggia” e chiuse, ogni venerdì e sabato con l’immancabile “spettacolo di luci e acqua” della “Fontana del Cervo”, che saluta i visitatori nella “Corte d’Onore” alle 23. Cinque ore, quasi, vissuti all’interno di un universo “da fiaba”, che magicamente ci accompagnerà nel tempo e nella memoria.

Per ulteriori info e programma dettagliato: “Reggia di Venaria”, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4992300 o www.lavenaria.it

Gianni Milani

Nelle foto: Immagini “Venaria Sere d’Estate” (Ph. Michele D’Ottavio)

Così il Caval ‘d brons rimase senza fontane

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il re, dopo aver scartato un primo progetto nel quale Emanuele Filiberto a cavallo scavalca una palizzata, approvò, invece, un bozzetto di un ritratto equestre del Duca poggiante su un basamento, arricchito da quattro figure allegoriche sotto le quali trovavano posto quattro grandi vasche per altrettante fontane

 

Situata al centro della piazza, la statua in bronzo (detta Caval ‘ d brons) raffigura il Duca Emanuele Filiberto a cavallo, nell’atto di rinfoderare la spada dopo la battaglia di San Quintino (1557). Il basamento in granito è ornato su ogni lato dallo stemma sabaudo con la corona ducale e da due bassorilievi in bronzo che rappresentano il Duca mentre fa prigioniero il Montmorency, Gran Connestabile di Francia, e mentre legge i preliminari di pace per il trattato di Cateau-Cambrésis. L’annuncio ufficiale della realizzazione del monumento dedicato a Emanuele Filiberto di Savoia fu dato il 17 dicembre 1831 dalla Gazzetta PiemonteseL’opera venne commissionata da Carlo Alberto all’artista Carlo Marocchetti (stesso autore del monumento dedicato a Carlo Alberto), torinese di nascita ma formatosi in Francia dove risiedeva abitualmente. Il re, dopo aver scartato un primo progetto nel quale Emanuele Filiberto a cavallo scavalca una palizzata, approvò, invece, un bozzetto di un ritratto equestre del Duca poggiante su un basamento, arricchito da quattro figure allegoriche sotto le quali trovavano posto quattro grandi vasche per altrettante fontane. Prima di dare esecuzione al progetto lo scultore Carlo Marocchetti decise di erigere “un non intiero simulacro del monumento al centro della magnifica piazza”; una curiosa prova generale a cui assistette con grande soddisfazione anche “Sua Maestà con un corteggio di autorità”. Ma, pochi mesi dopo la simulazione in piazza, cominciò a circolare a Torino un opuscolo con “Osservazioni relative al Gran monumento” che condannò quasi per intero l’opera. La critica sortì il suo effetto e così un decreto del 24 settembre 1833, stabilì i fondi di L. 210.000 per una “statua equestre in bronzo, collocata sopra un piedistallo circondato da quattro statue allegoriche, il tutto in marmo”; scomparirono definitivamente le fontane. Nonostante le modifiche all’impianto monumentale le polemiche non si placarono, in particolare il critico francese Jean-Paul Ducros rimproverava che le quattro statue agli angoli del basamento apparivano “troppo simmetriche per essere considerate ornamenti architettonici”. 

Dopo innumerevoli contrasti tra Ducros e Marocchetti, la questione si concluse con l’approvazione, da parte dell’Accademia delle Belle Arti, del disegno originariamente concepito dallo scultore. Finalmente, dopo essere stato esposto per due mesi e con grande successo nel cortile del Louvre, il 4 novembre 1838 il monumento venne solennemente inaugurato. Carlo Alberto fu pienamente soddisfatto del monumento ed il Marocchetti ebbe il titolo di barone con in dono un gioiello di gran valore mentre, il fonditore Soyer, ricevette una medaglia d’oro con l’effigie del re. Un’opera, questa, considerata oltre che il capolavoro del Marocchetti, anche uno dei più significativi esempi di politica culturale di Carlo Alberto che, per celebrare l’avvento del suo regno, decise di erigere il primo monumento pubblico all’aperto dedicandolo al Duca Emanuele Filiberto. Dopo due rimozioni, nel 1943 per proteggerlo dai bombardamenti e nel 1979 per restaurarlo, nel 2006 sono inziati i lavori per un accurato restauro e nell’ottobre 2007, tolto il drappo rosso che lo copriva, i cittadini, che attendevano numerosi in piazza San Carlo, hanno potuto finalmente rivederlo. Il monumento, identificato con l’affettuoso nomignolo di “Caval ‘ d brons”, è ormai riconosciuto come uno dei simboli della città di Torino. Ma per poter conoscere il monumento equestre nella sua totalità bisogna anche tenere conto e “spendere qualche parola” per la magnifica piazza che lo ospita. Come ricordato prima, l’opera di Marocchetti a Emanuele Filiberto di Savoia, sorge nel mezzo della centralissima piazza San Carlo, uno spazio progettato da Carlo Castellamonte nel 1637 su un sito occupato prima dall’anfiteatro romano, poi da un tratto delle mura e della spianata della città cinquecentesca. La realizzazione si concluse nel 1650 e divenne il punto nodale del primo ampliamento meridionale della città seicentesca; divenne anche sede di spettacoli grandiosi, manifestazioni ufficiali e parate e la sua prima denominazione fu Place Royale. La realizzazione della piazza, impostata sull’asse della Contrada Nuova (oggi via Roma), rese necessaria prima la demolizione delle vecchie strutture fortificate, ed in seguito la delimitazione del contorno da un sistema di palazzi barocchi porticati, caratterizzati da eleganti facciate unitarie e continue.Per chiudere il lato meridionale vennero progettati i due lotti gemelli, donati, poi in seguito, ad ordini religiosi di stretta protezione ducale: gli Agostiniani Scalzi che fondarono la chiesa e il convento di S. Carlo Borromeo e le Carmelitane Scalze che costruirono la chiesa e il convento di Santa Cristina. Nel corso del tempo, a causa dei progressivi frazionamenti delle proprietà e dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, gli edifici originari sono in gran parte andati distrutti e sono stati ricostruiti nel dopoguerra.Fino al 2004, la piazza è stata percorribile dal traffico veicolare e occupata in prevalenza dalle auto in sosta. Con gli interventi di riqualificazione dell’area centrale storica, è stato restituito a piazza San Carlo il suo ruolo da protagonista nello straordinario scenario della Torino Barocca. Il progetto di riqualificazione ha riportato la piazza al suo originario uso esclusivamente pedonale, mantenendo nella pavimentazione il disegno e i materiali esistenti in precedenza. Sperando che questo “tuffo nel passato per conoscere il presente” sia stato di vostro gradimento, Il Torinese vi da appuntamento alla prossima settimana alla scoperta di un’altra meraviglia di Torino.

Simona Pili Stella

(Foto: il Torinese)