CULTURA

Re Umberto I, il conservatore che abolì la pena di morte

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo

Nel piazzale, davanti alla Basilica di Superga, si innalza imponente il monumento dedicato al Re Umberto I di Savoia. Su un basamento di marmo si erge un Allobrogo, guerriero capostipite dei piemontesi, con indosso un elmo alato, lunghe trecce, ascia e corno di guerra. Il guerriero tiene un braccio levato mentre con l’altro punta una spada sulla corona ferrea circondata dalle palme del martirio, in segno di fedeltà e con accanto uno scudo sabaudo lambito da due serpenti, simboli rispettivamente della dinastia reale e del tempo. Alle spalle del guerriero si trova un’ alta colonna corinzia di granito, il cui capitello in bronzo si prolunga in una figura d’aquila imperiosa ad ali spiegate, trafitta da una freccia; allegoria del re assassinato.

 

Umberto I nacque il 14 marzo 1844 a Torino, precisamente a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II (allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo) e da Maria Adelaide d’ Austria. Ebbe, come da tradizione sabauda, un’educazione essenzialmente militare e nel marzo del 1858 intrapreseproprio la carriera militare, cominciando con il rango di capitano; successivamente prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo.

Assunse, sul fronte della politica interna, una posizione rigida e autoritaria soprattutto in senso anti-parlamentare: le insurrezioni e i moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894), che minacciavano l’ordine interno e l’unità stessa dell’Italia, lo portarono a firmare provvedimenti come ad esempio lo Stato d’Assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti, si procedette, ad opera del governo Crispi,allo scioglimento del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Il suo regno fu contrassegnato da opinioni e sentimenti opposti, infatti se da alcuni venne elogiato per per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del1884 ( si prodigò personalmente nei soccorsi), o ad esempio per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che portò all’abolizione della pena di morte, da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo. Fu aspramente criticato dall’opposizione anarchico-socialista e repubblicana italiana, soprattutto per la decorazione del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che fece uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere, il 7 maggio 1898, i partecipanti alle manifestazioni di protesta scatenate dalla tassa sul macinato. Dopo esser sfuggito a due attentati, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

A pochi mesi di distanza dall’attentato di Monza, il vice-presidente dell’Unione Artisti ed Industriali di Torino, Alessio Capello, propose l’erezione di un monumento in memoria di Umberto I, con l’idea di farlo sorgere sul colle di Superga, presso le tombe degli avi di Casa Savoia. L’assemblea dell’Unione Artisti ed Industriali, presieduta da Giacomo Rava, acconsentì all’ iniziativa e venne immediatamente costituito un Comitato esecutivo che aprì una sottoscrizione e raccolse, nel giro di pochissimo tempo, una somma di 15.000 lire provenienti da oltre ottanta comuni piemontesi e da circa cento Associazioni. L’incarico di scolpire il monumento fu affidato allo scultore Tancredi Pozzi che concluse l’opera in poco più di un anno dall’approvazione del progetto. L’inaugurazione avvenne l’ 8 maggio del 1902 alla presenza del sindaco di Torino Severino Casana, del presidente del Comitato esecutivo Alberini e del canonico Amedeo Bonnet, prefetto della Basilica di Superga, che prese in custodia il monumento per conto della Casa Reale. 

 Simona Pili Stella

 

Foto Xavier Caré / Wikimedia Commons

Fondazione Crt, 55 nuovi restauri storico-artistici

 IN PIEMONTE E VALLE D’AOSTA CON IL BANDO “BeST – BENI SENZA TEMPO” 
Sono 55 i beni storico-artistici che potranno essere restaurati grazie a 1,5 milioni di euro messi a disposizione dalla Fondazione CRT nell’ambito della prima sessione del bando “BeST – Beni Senza Tempo“, l’iniziativa dedicata alla tutela, al recupero e alla valorizzazione del patrimonio storico, artistico e architettonico del Piemonte e della Valle d’Aosta.
BeST conferma la ricchezza e la varietà del patrimonio diffuso sul territorio. Tra gli interventi finanziati figurano il restauro delle Volte del Teatro dei Musei Reali di Torino, dell’organo della chiesa del Santuario di San Giovanni d’Andorno a Campiglia Cervo (BI), degli stendardi storici di Fontainemore (AO), del complesso campanario della Cattedrale di Alessandria e della facciata del Palazzo Comunale di Garessio (CN). Rientrano inoltre tra i progetti selezionati il recupero conservativo della Cappella del Santissimo Sacramento a Sasseglio (VB), il restauro delle superfici esterne della Casa Parrocchiale di Castelletto Sopra Ticino (NO), delle porte della Chiesa Parrocchiale di Sant’Agata e della Chiesa del Santo Rosario di Santhià (VC), oltre ai prospetti e alla copertura della chiesa parrocchiale di San Paolo Solbrito (AT).
Gli interventi selezionati puntano non solo alla conservazione del patrimonio, ma anche alla sua piena valorizzazione, favorendone la fruizione da parte delle comunità, l’inserimento nei circuiti culturali e turistici, la realizzazione di attività educative e sociali, la nascita di partenariati territoriali e il coinvolgimento dei cittadini. Il bando intende inoltre promuovere iniziative di raccolta fondi per la tutela del patrimonio culturale e sostenere il sistema delle competenze e delle maestranze specializzate nel restauro, eccellenza riconosciuta del territorio.
Prendersi cura del patrimonio significa prendersi cura delle comunità – dichiara Anna Maria Poggi, Presidente della Fondazione CRT –. Ogni intervento di restauro non restituisce soltanto un bene alla sua bellezza originaria, ma rafforza l’identità dei territori, crea occasioni di crescita culturale e sociale e valorizza competenze che rappresentano un’eccellenza del nostro Paese. È così che il patrimonio diventa una leva di sviluppo, capace di mettere in dialogo memoria e futuro”.
È aperta la seconda finestra del bando “BeST – Beni Senza Tempo”: le domande potranno essere presentate entro il 31 luglio 2026.
Foto Michele D’Ottavio

GIARDINI. L’arte di vivere la natura nel Settecento

Dal 15 luglio 2026 al 6 gennaio 2027

A cura di Clelia Arnaldi di Balme

Guardaroba e Piccolo Gabinetto Cinese

Piazza Castello, Torino

Apre al pubblico mercoledì 15 luglio l’esposizione Giardini. L’arte di vivere la natura nel Settecento, a cura di Clelia Arnaldi di Balme.

Antico o moderno, all’italiana o all’inglese: con i suoi colori, i suoi rumori e i suoi profumi, il giardino accompagna la vita dell’uomo e consente un rapporto quotidiano con la natura. Attraverso una selezione di disegni, tavole botaniche e incisioni, la mostra conduce il visitatore in una passeggiata ideale tra i giardini del Settecento, alla scoperta della loro storia e delle abitudini di chi li viveva giorno per giorno, per svago o per mestiere.

Il percorso si apre con una sezione dedicata al giardino “all’italiana”, nato nell’Italia centrale del Rinascimento e caratterizzato da aiuole disegnate con rigore geometrico, terrazzamenti, fontane e sculture. Il giardino di Boboli a Firenze viene declinato come modello in tutta l’Europa e gode di particolare fortuna come immagine del potere. Le incisioni di Antonio de Pienne per il volume delle Regie villae poetice descripte, stampato a Torino nel 1771, illustrano i parterre de broderie delle residenze reali sabaude, dove le siepi piantate a disegni geometrici creano veri e propri ricami vegetali, fissando i principi di grandiosità, rigore simmetrico e artificialità delle forme, che distinguono il giardino barocco.

L’esposizione prosegue con il giardino nel teatro del Settecento: qui lo spazio verde incarna l’artificio umano che si impone sulla natura, ed è sede ideale di intrattenimenti sociali non ufficiali, mentre la selva è luogo misterioso che produce smarrimento e il boschetto è luogo solitario adatto a confidenze. I disegni scenografici di Filippo Juvarra (Messina 1678 – Madrid 1736) e dei fratelli Bernardino e Fabrizio Galliari (Andorno 1707 – 1794 e 1709 – 1790) per i teatri di corte di Torino ci accompagnano alla scoperta delle valenze simboliche e letterarie dei giardini settecenteschi.

Anche il progetto di Filippo Juvarra per il giardino della villa di Luigi Mansi a Segromigno, nella Lucchesia, abbozzato dall’architetto messinese nel 1706 e completato più tardi, nel 1725, descrive parterre à broderie e fontane alla francese. Il risultato del lavoro di Juvarra si può ammirare anche nella veduta prospettica incisa nel 1790 su disegno dell’abate e geografo lucchese Giovanni Francesco Giusti.

Nel progettare il giardino, l’architetto deve considerare molteplici aspetti, dai livellamenti del pendio alle opere di ingegneria idraulica per il corretto funzionamento delle fontane. Juvarra concepisce tre giardini in uno: due zone con giochi d’acqua e aiuole geometriche, tra le quali si inserisce il prato con viale che conduce al loggiato di ingresso della villa. Dietro al palazzo un fondale scenografico a esedra, composto di edicole e tempietti, gruppi di sculture e piccole fontane.

Infine, le incisioni di Ignazio Sclopis (Torino 1727 – 1793), tra cui la veduta del parco di Stupinigi con i suoi viali a raggiera, approfondiscono le attività ricreative che si svolgono in giardino, dalle passeggiate all’ascolto della musica nei padiglioni dedicati ai concerti, dalle regate ai giochi di palla.

Il percorso si chiude con i giardini “all’inglese” e “all’orientale”, frutto di diverse visioni della natura, che figurano nei progetti di Francesco Bettini (Maderno 1737 – 1816), architetto e studioso di botanica, rientrato a Roma dopo aver vissuto lunghi periodi a Parigi e a Londra. Il giardino all’inglese nasce sulla base di suggestioni letterarie intorno al tema del sublime e del bello, elaborate in Inghilterra dalla metà del Settecento. Il sentimento scavalca ogni razionalità e aiuta a cogliere la dimensione infinita del paesaggio, l’immenso e la forza della natura. Il giardino non è più geometrico, si apre alla libertà della natura, con un aspetto più romantico.

Negli stessi anni, la letteratura di viaggio e le relazioni dei missionari fanno conoscere i giardini cinesi, che fino all’inizio del secolo erano noti solo attraverso le decorazioni di porcellane, tessuti e lacche. I giardini costruiti dagli imperatori della dinastia Quing (1644 – 1911) nelle residenze di Pechino e delle regioni settentrionali della Cina plasmano l’andamento del terreno e ricreano gli elementi naturali in modo artificiale. Nei giardini d’Europa, come in Cina, compaiono rocce, acqua, alberi e arbusti, pagode e piccoli edifici all’orientale disposti con apparente casualità su colline realizzate dall’uomo.

Un’ultima vetrina è infine dedicata ai due volumi di acquerelli botanici opera del conte Lorenzo Freylino (1754 – 1820), dal titolo “Francisci Laurentii Freylini … Hortus herbarii repertorium botanicae figuris ab eodem collectis delineatisque, excerptum, ac demonstratum”. Freylino allestisce un giardino botanico con piante rare e esotiche presso il suo palazzo a Buttigliera d’Asti e approfondisce i suoi interessi scientifici scambiando piante e semi con gli scienziati botanici italiani e stranieri più autorevoli del tempo. I due volumi raccolgono 123 tavole datate tra il 1773 e il 1813.
Il progetto grafico è a cura di Simona Alborno con la collaborazione di Giuseppe Salerno.
Ingresso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.

In occasione dell’apertura della mostra verrà riallestita anche la Sala Tessuti. Qui sarà riproposta l’esposizione Bianco al femminile, a cura di Paola Ruffino, che illustra la stretta connessione, materiale e simbolica, che lega il bianco, il colore naturale della seta e del lino, alla donna.
Cinquanta manufatti tessili custoditi dalle collezioni di Palazzo Madama: dal ricamo in lino medievale, ai merletti ad ago o a fuselli, al ricamo in bianco su bianco fino agli abiti da sposa: una storia secolare – tutta declinata al femminile – intrecciata nelle mussole di cotone, nelle garze di seta, nei rasi leggeri.

Il nuovo allestimento sarà visibile dal 15 luglio con il biglietto delle collezioni permanenti.

INFO UTILI

 

ORARI: lunedì e da mercoledì a domenica: 10 – 18. Martedì chiuso.

Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.

INFORMAZIONI

palazzomadama@fondazionetorinomusei.it  – t. 011 4433501 https://www.palazzomadamatorino.it/it/

A Chieri è “Festa del Piemonte”

Sarà una divertente “commedia” in stretta lingua piemontese e recitata al chiaro di luna ad accompagnare la quarta edizione dell’attesa “Festa”

Domenica 19 luglio, ore 21,15

Chieri (Torino)

L’appuntamento è presso l’ampio “Cortile del Municipio”, in via Palazzo di Città al civico 10. Sarà lì la Festa. Sarà lì che, domenica 19 luglioalle 21,15, per il quarto anno consecutivo, la Città di Chieri celebrerà, con un nuovo spettacolo comico in lingua piemontese e “en plein air” (si spera in una serata “amica” sotto le stelle e con un po’ di attesa brezza!) la sua amatissima “Festa del Piemonte”.

“Malavì d… Piemunteis!!!”, il titolo della divertente commedia, ambientata in uno studio medico. Attraverso brevi scenette saranno citati personaggi, modi di dire e tipiche ricette tradizionali, celebrando l’orgoglio di essere piemontesi con ironia e quotidianità. La messa in scena sarà affidata alla regia di Franca Aiassa e Bruno Masera, con la partecipazione di Franca Aiassa, Bruno Masera, Mario Pavesio e Beppe Bordone, e con interventi musicali di ‘I Quatr Rubatà’, Marco Lusso, Francesco Tosetto e Marco Ravizzotti, diretti dal Maestro Enrico Frezzato.

L’evento, a ingresso gratuito, è organizzato con il patrocinio del “Consiglio Regionale del Piemonte” e della “Città Metropolitana” di Torino (in caso di maltempo, ma si spera – ripeto – in una “serata amica”) lo spettacolo si terrà all’“Auditorium Leo Chiosso”).

La “Festa del Piemonte” è stata istituita con la legge regionale 15/2022 e si celebra, per l’appunto, il 19 luglio, anniversario della battaglia al “Colle dell’Assietta” (1747) tra i Francesi di Luigi XV e l’Esercito sabaudo di Carlo Emanuele III.

Ma, attenzione! E qui sta il bello, a favore della “Città collinare”: “Il 25 marzo del 2021 il ‘Consiglio comunale’ di Chieri approvava all’unanimità un Ordine del Giorno proposto dal consigliere Luigi Furgiuele, con cui si chiedeva alla Regione Piemonte di istituire una ‘Giornata della Lingua e della Letteratura Piemontese’ – ricordano il sindaco Alessandro Sicchiero e l’assessora alla Cultura Antonella Giordano – in quanto il patrimonio culturale, linguistico e letterario del nostro Piemonte deve essere tutelato, valorizzato e trasmesso alle nuove generazioni. In un certo senso siamo stati, dunque, anticipatori della decisione della ‘Regione Piemonte’, che un anno dopo con apposita legge ha reintrodotto la ‘Festa del Piemonte’ allo scopo di favorire la conoscenza della storia del Piemonte, la conservazione, la salvaguardia e la valorizzazione dell’originale patrimonio culturale regionale e di diffondere la conoscenza dello ‘Statuto’ e dei simboli della Regione”.

Il 2023 è stato il primo anno di realizzazione ufficiale della “Festa del Piemonte” a Chieri, e in quell’occasione è stato presentato, accompagnato da letture di poesie, il “più antico documento” in lingua piemontese custodito nell’“Archivio storico” della Città. Nel 2024, la seconda edizione ha visto protagonisti le coppie del Circolo Torinese della “Federazione Nazionale Società di Danza”, per una rievocazione delle danze tipiche dell’800 e uno “spettacolo teatrale” con gli artisti Franca AiassaGiuseppe Bordone e Mario Pavesio, accompagnato da musiche in dialetto del gruppo “Ij Sinch Broch”Nell’edizione 2025 è andato in scena uno “spettacolo teatrale” in lingua piemontese, scritto e diretto, come per l’anno precedente, dagli artisti Franca Aiassa e Giuseppe Bordone con Mario Pavesio. E anche in quel caso, le musiche sono state curate dal gruppo ‘Ij Sinch Broch’”.

Aggiunge l’assessora alla Cultura Antonella Giordano“Gli appuntamenti degli anni passati hanno registrato un’ottima partecipazione da parte della cittadinanza, affascinata dalla ricostruzione puntuale della ‘piemontesità’. La ‘Festa del Piemonte’, infatti, desidera coinvolgere un pubblico eterogeneo, rendendo la ‘lingua piemontese’ accessibile e vivace e unendo momenti musicali a scene teatrali. La serata del 19 luglio è stata inserita nel calendario ufficiale degli eventi patrocinati dal ‘Consiglio regionale del Piemonte’, e si collega ad altre iniziative culturali della ‘Città di Chieri’ volte a valorizzare lingua, radici e tradizioni piemontesi, come la ‘Vijà’ a settembre”.

G.m.

Nelle foto: Presentazione “Festa del Piemonte” in “Consiglio Regionale”, al centro l’assessora Antonella Giordano con Bruno Masera e Franca Aiassa; Franca Aiassa e Bruno Masera; ‘I Quatr Rubatà

La rinascita del Castello di Castiglione Falletto

Domenica 12 luglio alle ore 18, nelle antiche scuderie del castello di Castiglione Falletto (CN), in occasione della presentazione del libro “Beraudo di Pralormo e Silvio Pellico. Storia di un’amicizia”, scritto da Angelo Toppino, Andrea Carnino e Paola Arnaldi e pubblicato da Gondour edizioni del Centro Studi Silvio Pellico, è stato presentato il restauro del maniero castiglionese, effettuato dalla famiglia Cavallotto. Grazie a questi importanti lavori, iniziati nel 2019, il castello, simbolo non sono del Comune, ma di tutto il territorio circostante, è tornato agli antichi splendori.

Ma qual è la storia di questo maniero e chi lo abitò?

Uno dei primi documenti in cui venne citato il castello fu l’infeudazione di Bertoldo Falletti nel 1225 ad opera della Marchesa reggente del Monferrato Alasia di Saluzzo, anche se l’effettiva presenza fisica dei Falletti a Castiglione è attestata a partire da metà Trecento, quando essi fecero ristrutturare il maniero dandogli la sua forma quasi attuale. Si trattava di un ramo originatosi da quello di Barolo.
Nel 1439 il paese venne denominato per la prima volta “Castiglione dei Falletti”, ma nel secolo successivo le loro proprietà iniziarono a frammentarsi e in questo feudo arrivarono diverse nobili famiglie, tra i quali i Ruffino, i Santi e gli Incisa, questi ultimi per via della dote di Andreina Falletti. Nel Seicento i Falletti, pur possedendo solo più il castello e 1/4 del feudo (il 50% era dei Santi, un’altra quota cospicua era dei Ruffino, il resto di altre casate), continuarono ad essere sempre presenti e ad aiutare la popolazione quando era in difficoltà. Essi prestavano denaro e se lo facevano restituire in grano o vino, facevano da mediatori con i Savoia e quando bisognava pagare tante imposte allo Stato, intervenivano chiedendo un alleggerimento di questo impegno. Si rifiutarono inoltre di far partecipare i castiglionesi alle numerose guerre dell’epoca.
L’ultimo loro esponente fu il Conte Alessandro, il quale non avendo avuto figli maschi, alla sua morte avvenuta a Bra nel 1709 a casa del nipote Giovanni Tommaso Brizio, lasciò a quest’ultimo in eredità il Castello di Castiglione Falletto e tutte le proprietà a condizione che lui e i suoi discendenti prendessero il cognome Brizio Falletti.
I Brizio Falletti, tutt’oggi esistenti, cedettero il maniero castiglionese ai Conti Patrizio di Scagnello, originari di Barolo, diventati nobili ad inizio Seicento e presenti a Castiglione dal 1698. Il 5 settembre 1701 Giambattista Patrizio era stato investito della Signoria di Castiglione per successione alle quote assegnate precedentemente alla Casata dei Santi. I Patrizio di Scagnello acquistando tutte le proprietà dei vari eredi Falletti, riuscirono a ricomporre il patrimonio di quest’ultimi com’era nel Cinquecento. Nel maggio 1840 il giovane Conte Filippo Patrizio di Scagnello, diventato sindaco a soli 29 anni, volle come Consigliere comunale la Venerabile Juliette Colbert de Maulévrier, riconoscendone le indubbie capacità. La Marchesa di Barolo fu la prima donna a ricoprire tale carica a Castiglione e questa nomina rappresentò uno dei primi casi di emancipazione politica femminile in Piemonte. Il Cav. Ernesto, secondogenito del Conte Filippo Patrizio di Scagnello, il 28 novembre 1871 cedette il maniero ai Vassallo di Dogliani. L’ultima esponente di questa famiglia sposò un Reviglio della Venaria e i loro discendenti sono ancora oggi proprietari della costruzione settecentesca facente parte del complesso del castello, mentre il resto del maniero appartiene alla famiglia Cavallotto, la quale, come sopraccitato, nel 2019 ha avviato i lavori di ristrutturazione.

La cerimonia di domenica 12 luglio 2026 e l’illustrazione dei lavori effettuati

L’evento di domenica 12 luglio 2026 è stato aperto dai saluti di Dario Destefanis, Consigliere Comunale di Castiglione delegato agli eventi, esperto di storia locale, Sindaco dal 1995 al 2004 e co-autore di eccellenti libri storici, tra i quali “Castiglione Falletto, dai Saluzzo ai Savoia attraverso tre diocesi” e “Castiglione Falletto. Da Regione San Michele a Pugnane. Siti storici, toponimi e cascine nel versante ad ovest del territorio“.
Egli nel suo intervento ha affermato di essere “
onorato quest’oggi di fare da moderatore, soprattutto perché stiamo parlando di un amico, Andrea Carnino, che da qualche anno frequenta Castiglione Falletto e con lui abbiamo già avuto buone collaborazioni due anni fa a Barolo e l’anno scorso qui a Castiglione su argomenti storici che riteniamo importanti e lo ringraziamo. Siamo anche felici di essere qui oggi a fare questa presentazione in castello perché è la prima volta che questi locali vengono usati per un evento pubblico. Rappresentano la prima parte di un restauro in corso, erano le stalle, la scuderia ed oggi sono diventati un ambiente idoneo ad usi molto più importanti”.
Ha preso quindi la parola Piero Eirale, Sindaco di Castiglione Falletto, il quale ha ringraziato la famiglia Cavallotto “una famiglia di persone molto intelligenti, colte e raffinate, rappresentata qui da Alfio e da Laura, che alcuni anni fa si sono imbarcati in un’avventura non da poco (…) stanno riportando alla luce quello che è il simbolo di Castiglione e del territorio facendo un lavoro unico di cui la mia amministrazione e quelle che verranno dopo gli saranno grate (…) la famiglia Cavallotto come lo dimostra ha anche intenzione, compatibilmente con le sue esigenze, di concedere questo castello a manifestazioni pubbliche e per noi è un grande onore”.
Dopo i saluti di Ettore Secco, Sindaco di Bosia e Paolo Cittadino, Consigliere Comunale di Neive, Alfio Cavallotto, contitolare della Tenuta Cavallotto e comproprietario del castello, ha illustrato al pubblico i lavori di restauro, iniziati nel 2019 e rallentati dal Covid-19.
I rifacimenti già terminati riguardano le scuderie, le cucine medievali militari e il palatium, adibito a zona degustazione, mentre quelli ancora in corso interessano il giardino e la torre centrale. Per quanto riguarda quest’ultima, trattandosi di una torre a sfioro, senza merlature e un parapetto, per non rovinare la sua estetica si è optato per barriere che elettronicamente si alzano e si abbassano. Prima dell’uscita del pubblico sulla sommità queste barriere si alzeranno e una volta terminata la visita si riabbasseranno e la torre riprenderà il suo aspetto di sempre.
All’interno sono state posizionate scale in ferro in quanto quelle originali medievali erano andate bruciate secoli fa. Sono stati inoltre riprodotti i due soppalchi da dove i militari tramite botole e scale a pioli salivano in cima. L’ingresso ufficiale della torre è a 8 metri d’altezza, ma una curiosità riguarda la parte bassa della costruzione: finito il periodo militare, intorno al 1600, venne svuotata dalla terra per ricavare un magazzino e fu quindi ricavata un’apertura, cosa rara per l’epoca.
E’ seguita la presentazione del libro
“Beraudo di Pralormo e Silvio Pellico. Storia di un’amicizia” durante la quale Angelo Toppino ha raccontato molte curiosità sul volume, Paola Arnaldi ha letto alcune pagine dell’opera e lo scrivente ha raccontato alle numerosissime persone presenti la storia del Castello di Pralormo, la vita del Conte Carlo Beraudo e quella della Venerabile Giulia di Barolo.
All’evento erano presenti anche
Don Antonello Pelisseri, Parroco di Castiglione Falletto; Fabrizio Fabiani, Presidente del Gruppo Storico di Clavesana; il giornalista e divulgatore culturale Marco Margrita e lo scrittore Claudio Cantore.
La presentazione è stata impreziosita dalla presenza della Venerabile Giulia di Barolo, impersonata da Monica Todi, Presidente del Gruppo Storico “Della Fenice” di Pianezza. La marchesa era accompagnata dalla sua dama di compagnia Orsola Barbero.

ANDREA CARNINO

Nasce la sinergia tra la Fondazione  Circolo dei Lettori e la Città di Stresa

Il Circolo dei Lettori e delle Lettrici di Torino approda a Stresa. A partire da questa estate, infatti, la Fondazione Circolo dei Lettori e la Città di Stresa si legano al fine di costruire momenti culturali a partire dalle storie, i libri, i romanzi per dare vita a spazi di comunità intorno alla lettura e ai racconti.
Tra luglio e settembre tra i giardini della Villa Ducale Centro Studi Rosminiani, negli spazi del Regina Hotel, del Palazzo dei Congressi e in altri luoghi iconici di Stresa e dintorni, la programmazione della Fondazione ospita autrici e autori, proiezioni di film, reading di musica “A libro aperto”, “Il Book Party del Circolo” e altri appuntamenti capaci di potenziare l’offerta culturale dell’estate di Stresa e del lago Maggiore.

“Con Stresa prosegue il percorso di crescita del Circolo dei Lettori e delle Lettrici – dichiara Marina Chiarelli, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte – che continua ad ampliarsi sul territorio piemontese. La nostra ambizione è  quella di rafforzare un’istituzione culturale sempre più  regionale, capace di essere presente nei territori  e di costruire reti con le comunità locali. Non è un caso che questo progetto prenda avvio dal lago Maggiore, uno dei luoghi più rappresentativi della cultura piemontese dove, da anni, si intrecciano letteratura, musica, cinema e grandi eventi internazionali.
Il programma di questa estate unisce libri e cinema e conferma questa vocazione, proponendo un percorso culturale capace di dialogare con pubblici diversi, valorizzando il territorio e le sue eccellenze.
La Regione Piemonte investe in progetti capaci di porre in connessione istituzioni, amministrazioni, operatori culturali, rafforzando le industrie culturali e creative e facendo della cultura un motore di sviluppo, attrattività e crescita per l’intero Piemonte. L’obiettivo non è  quello di sostituire esperienze esistenti, ma di rafforzarle e far crescere la presenza del Circolo in tutto il Piemonte, mettendo in rete i territori  e valorizzandone le specificità “.

“È una grande opportunità culturale per la città di Stresa e per tutto il Verbano Cusio Ossola. Le proposte del Circolo dei Lettori e delle Lettrici arricchiscono la già ampia offerta culturale della nostra città. Siamo molto soddisfatti di questo accordo con la Fondazione” sottolinea Luca Gemelli, Sindaco di Stresa.

“Più  volte ho ribadito che il “Circolo dei Lettori” va oltre il “Circolo” e questa nuova collaborazione ne è un esempio significativo. La Fondazione,  realtà interamente partecipata dalla Regione Piemonte, coglie l’opportunità  fortemente voluta dall’assessore alla Cultura Marina Chiarelli, di avviare una sinergia con la città di Stresa, sul lago Maggiore – ha dichiarato Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei Lettori.

“Siamo felici e onorati di avviare questa collaborazione con il Comune di Stresa e di condividere con l’amministrazione cittadina l’inizio di un percorso culturale in un luogo meraviglioso, ricco di bellezze naturali e architettoniche, amato da tutti coloro che hanno la fortuna di viverci o trascorrere le vacanze e dove, tra l’altro, ogni anno si tiene il Premio Stresa, a testimonianza dell’interesse che contraddistingue questo territorio nei confronti della narrativa e della cultura – racconta Giuseppe Culicchia, direttore della Fondazione Circolo dei Lettori.

Ad aprire il programma culturale sarà  venerdì 17 luglio prossimo  il reading tratto da Moby Dick di Herman Melville proprio con Giuseppe Culicchia, che darà  voce al grande classico della letteratura americana e Giorgio Li Calzi ad accompagnare con le note e sonorizzazioni inedite una rilettura del romanzo nella traduzione di Cesare Pavese.
Domenica 19 luglio l’appuntamento sarà con il cinema con Enrico Verra che introdurrà  la proiezione su grande schermo di ‘Taxi Driver’ in lingua originale, il capolavoro di Martin Scorsese con Robert De Niro, racconto dell’alienazione urbana attraverso la figura di Travis Bickle, che darà  inizio al ciclo di proiezioni curato in collaborazione con Aiace Torino.
Ritorno alla letteratura venerdì 24 luglio con lo scrittore e traduttore Paolo Nori e il suo monologo dedicato alla figura e all’opera di Anton Cechov, una lectio che racconta con curiosità aneddotica la vita e le opere di uno degli autori più  straordinari della letteratura russa. La programmazione del fine settimana di luglio si concluderà domenica 26 luglio, nuovamente con Giuseppe Culicchia che introdurrà “Once upon a time in Hollywood”, il film con cui Quentin Tarantino rilegge gli ultimi anni della Hollywood degli anni Sessanta, intrecciando realtà e finzione. Il calendario proseguirà poi anche ad agosto con avvio lunedì 3 agosto con Enrico Verra, che tratteggerà il ritratto di Marie Antoinette, attraverso il film che Sofia Coppola ha dedicato alla giovane regina di Francia.

Mara Martellotta

Trasferta pugliese per il nostro Salone del Libro

Nuova edizione a Bari di “Lungomare di Libri”, sesta puntata organizzata come sempre dal “Salone Internazionale del Libro” di Torino

Da venerdì 17 a domenica 19 luglio

Bari

Una grande “Libreria” a cielo aperto, affacciata sul mare. Sulla “strada costiera della città”, che si dice essere il “lungomare” più “lungo” d’Italia e d’Europa (inaugurato nel 1927, con oltre 15 chilometri di passeggiata e ben 197 lampioni in ghisa nera contati uno per uno) che unisce il “porto” alla “Bari vecchia” e alla spiaggia cittadina  dal bel nome di “Pane e Pomodoro”. Libri, tanti libri in bella mostra e poi incontri, dibattiti, presentazioni e convegni; il tutto seguendo “Le trame del mondo”, i quotidiani intrecci di storie, narrazioni, culture e geografie in continuo, perenne mutamento. “Le trame del mondo”: è questo, infatti, il “fil rouge” della sesta edizione di “Lungomare di libri”, Fiera dell’ “editoria indipendente” pugliese (30 gli “editori” regionali e 29 le “librerie” baresi coinvolte) , in programma a Bari, dal prossimo venerdì 17 a domenica 19 luglio.

Organizzata dal “Salone Internazionale del Libro” di Torino e promossa dalla “Città di Bari” con l’Associazione “I Presidi del Libro” ed il sostegno di “Regione Puglia”, la manifestazione (ispirata alla fortunata formula subalpina di “Portici di Carta”) intende porre al centro della tre giorni “l’idea del ‘libro’ come strumento essenziale – spiegano gli organizzatori – per orientarsi nella realtà, mappa indispensabile per decifrare il presente, attraverso l’intreccio di racconti, riflessioni, analisi e prospettive. ‘Librai’ ed ‘Editori’, indispensabili tessitori di storie, contribuiscono a rendere il ‘Festival’ un luogo di scoperta e condivisione, uno spazio vivo di incontro e confronto e, soprattutto, un presidio di ‘resistenza culturale’, dove il libro diventa un bene comune”.

Decisamente suggestivo ed emblematico anche il “visual” che introduce all’edizione 2026 e che, attraverso l’immagine di un “faro” che illumina il mondo, vuol farsi “metafora del viaggio”, richiamando direttamente il tema dell’edizione e la vocazione di “Lungomare di Libri” come “spazio di scoperta, dialogo e connessione”.

Nel capoluogo pugliese (la città più popolosa affacciata sull’Adriatico), l’evento si snoderà, come da tradizione, lungo la celebre “Muraglia sul mare” (via Venezia – l’antica via sopra le Mura che proteggeva la “città vecchia”) e nei “luoghi simbolo” della città, dove troveranno spazio librerie, case editrici e le aree dedicate agli appuntamenti : da Piazza del Ferrarese al Fortino Sant’Antonio, fino a Largo Vito Maurogiovanni, dall’ex Mercato del Pesce allo Spazio Murat, con la novità del “Teatro Margherita”. Diverse le tipologie di incontri. Dialoghi, presentazioni editoriali, reading, momenti di approfondimento, attività per bambine e bambini e consigli di lettura si alterneranno nell’arco di tre giorni, dal pomeriggio alla sera inoltrata, per proposte che traggono ispirazione non solo dal tema “Le trame del mondo”, ma anche dalle “più recenti novità editoriali” di saggistica e narrativa.

Fresca novità di quest’anno il progetto podcast “Marea. Storie di librerie a Bari”, realizzato in collaborazione con “Ticket to Read”, “podcast” italiano itinerante realizzato dal 2018 dall’autrice (conduttrice radiofonica e curatrice di eventi culturali) Margherita Schirmacher, che utilizza i “viaggi in camper” come “trait d’union” fra “libri e musica”. La prima stagione sarà composta da 26 episodi della durata di circa 15 minuti ciascuno: un viaggio tra le librerie di “Lungomare di libri”, alla scoperta delle particolarità che le contraddistinguono, tra storie, aneddoti e consigli di lettura. Le puntate saranno disponibili gratuitamente su “Spotify” e su tutte le piattaforme di streaming a partire dal mese di luglio.

Dopo il successo dell’anno scorso, “Il Post” (noto quotidiano “online” fondato nel 2010 da Luca Sofri) tornerà a “Lungomare”, con un incontro dedicato alla politica e alla società, quest’anno con Valerio Valentini, autore della newsletter “Montecit” e Nicola Ghittoni, conduttore di “Morning”, fra le rassegne stampa più seguite a livello nazionale.

Per ulteriori info e programma dettagliato: www.lungomarelibri.it o www.salonelibro.it o www.comune.bari.it

Gianni Milani

Nelle foto: immagini di repertorio e “visual” manifestazione

L’estate nella Conca di Bardonecchia tra cultura, tradizioni, arte e folklore locale

A Melezet i fine settimana di Luglio diventano appuntamenti imperdibili

Per chi sceglie l’ Alta Val di Susa come luogo d’elezione per questa estate 2026, per chi intende trascorrervi un tempo, Bardonecchia e la sua Conca offre una programmazione estremamente interessante e varia che spazia tra proposte teatrali, musicali, sportive, enogastronomiche e tanto altro da scoprire e da vivere. Una stagione ricca di eventi, svago, divertimento ma anche un’occasione imperdibile alla riscoperta di un mondo  che affonda le sue radici nella tradizione popolare, nella ricchezza di una memoria storica da conoscere e tramandare, negli antichi mestieri da ritrovare, nella riscoperta della sacralità di luoghi dove la solidarietà del villaggio era basilare, dove il rispetto del territorio era profondamente radicato, dove le tradizioni devozionali erano fondate sulla partecipazione e sulla solidarietà. Un calendario di eventi quindi per questo tempo estivo, per questi fine settimana di Luglio, che parla ancora oggi l’antica lingua occitana che titola la rassegna “ Dran k’la sie tro tar “ della stagione di Melezet, quell’angolo di mondo stupendo, il punto più a nord – ovest del nostro Paese dove il tempo pare non aver ancora preso la rincorsa, dove l’amore per il territorio è ancora una realtà palpabile nel rispetto dei suoi elementi essenziali ieri come oggi, la pietra, il legno, le sue erbe, i suoi profumi, i suoi secoli, la sua storia, dove l’attenzione alle tradizioni è ancora viva ed è un valore aggiunto alla bellezza della natura.

Un mese quello di Luglio, decisamente intenso che ha preso le mosse Domenica 12, presso la sede dell’Assomont, dalla mostra fotografica a cura di Riccardo Topazio con l’esposizione delle attrezzature di montagna cui è seguita un’interessante conferenza dal titolo “ 1956 – 2026, una valle, quattro sci alpinisti, una storia “, 70 anni dalla prima traversata delle Alpi che unì Bonatti, Longo, Guy, Dematteis e Bardonecchia, dove nella Conca della Perla delle Alpi si parlava la lingua dell’ambiente alpino fatto di volontà di superare ostacoli e limiti, di traguardi ed anche di fatica estrema.

Per il fine settimana del 18 e 19 Luglio Melezet ospiterà una serie di eventi da non perdere, patrocinati dal Comune di Bardonecchia  e dalla Città Metropolitana di Torino, che orbitano attorno ad un appuntamento importante per la comunità locale e che si tramanda nel tempo, profondamente radicato nel cuore di chi quella terra la abita da generazioni ma anche semplicemente di chi la ama, tra musiche e folklore, mercatini enogastronomici e artigianali, mostre e dibattiti.  E’ l’antica festa dello Scapolaire che inizia con la funzione religiosa nella seicentesca Parrocchiale di S. Antonio Abate, uno scrigno di bellezza dove l’antica tradizione locale dell’intaglio ligneo trova la sua massima espressione nelle opere interne che si fanno arredi sacri per la decorazione degli altari con i famosi “grappoli del Melezet ”. Una giornata tra devozione e divertimento con il mercatino agricolo ed artigianale nei vicoli del borgo e degustazione di prodotti locali e vini valsusini, con l’assaggio delle famose Gofre su prenotazione, le cialde tipiche della tradizione alpina, momenti di rievocazioni con la presenza del  gruppo storico di Bardonecchia con i suoi antichi abiti tipici al suono della musica itinerante della tradizione popolare dei “ Parenaperde “. Non mancherà l’angolo del Patois, quello dei giochi antichi per grandi e piccoli, il famoso torneo di bocce quadrate e tanto altro tra cui la degustazione di vini tipici dell’Azienda Martina di Giaglione, su prenotazione . Da visitare il Museo di Arte religiosa alpina che ha trovato sede nell’ affascinante cappella della Madonna del Carmine cui è strettamente collegata la festa dello Scapolaire che ospita al suo interno la mostra “ L’Arte dei metalli preziosi “a cura dei volontari dell’Associazione Jonas.  Le origini di questa festa vanno ricercate nella devozione alla Madonna del Carmine e lo scapolaire veniva indossato dai membri della Confraternita ed era formato da quadrati in seta trattenuti da nastri da posizionare sul petto e sulle scapole.

Sempre nella mattinata di sabato 18 sarà possibile partecipare con il Maestro di arte bianca Andrea Perino, su prenotazione presso l’Ufficio del Turismo di Bardonecchia, ad un evento molto coinvolgente, il rito della panificazione collettiva che racchiude il senso più autentico della comunità quando il pane veniva prodotto in loco oltre a tutto il necessario per sopravvivere e la segale era l’oro di questi luoghi perché merce preziosa. Verrà quindi percorsa la storia di quello che è un gesto da riscoprire per comprendere il valore sociale che il pane racchiude, questo alimento essenziale per l’umanità intera anche inteso come veicolo culturale, nel recupero del valore dei grani locali che raccontano il legame diretto con il territorio.

Un fine settimana veramente ricchissimo di proposte che si concluderà Domenica 19 con uno spettacolo teatrale itinerante, “ Febbre d’alta quota “ dedicato al dottor Secondo Laura, fondatore dell’Ospedale torinese Regina Margherita per l’infanzia, cui verrà intitolata la piazza antistante la chiesa. La storia della sua vita si intreccia profondamente con l’Alta Valle dove venne inviato in servizio. Siamo  alla fine dell’Ottocento e per la comunità di Bardonecchia furono anni difficili per l’epidemia di febbre tifoide che la colpì duramente e che venne superata grazie anche a quel giovane medico, alle sue cure, alla sua dedizione. Lo spettacolo è scritto, diretto ed interpretato da Roberto Micali e Renato Sibille dell’Associazione ArTeMuDa.

Infine a conclusione degli appuntamenti del mese di Luglio, nella serata di sabato 25 nella suggestiva Parrocchiale di Melezet sarà la volta di un appuntamento canoro tra natura, musica e tradizione con il Coro Alpi Cozie Valsusa, nato dalla fusione di due formazioni corali già presenti negli anni Sessanta e formato da chi la Valle la conosce e la ama, uniti attraverso le tradizioni del territorio che raccontano con le loro voci.                                                                                                                               

 Patrizia Foresto

 

Per informazioni e prenotazioni:

Ufficio del Turismo di Bardonecchia

Palazzo delle Feste – Piazza Valle Stretta 4

0122 – 99032

Per il monumento ai Cavalieri il Canonica lavorò gratis

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi

 

Ed eccoci nuovamente giunti al nostro consueto appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Cari amici lettori e lettrici, oggi andremo alla scoperta di uno dei monumenti presenti in una delle piazze più “frequentate” della città: sto parlando di Piazza Castello e del monumento ai Cavalieri d’Italia. (Essepiesse)

 

 

La statua è collocata in Piazza Castello sul lato destro di Palazzo Madama, rivolta verso via Lagrange. Il monumento rappresenta un soldato a cavallo su un piedistallo di granito,che poggia su un basamento a gradoni. Il cavaliere dall’aria vigile, scruta l’orizzonte volgendo lo sguardo alla sua destra mentre con il fucile in spalla, con una mano tiene le redini e con l’altra uno stendardo; la posa del destriero e del suo cavaliere è rilassata, lontana dalle immagini stereotipate di nobili cavalieri che caricano al galoppo. Di contorno al basamento vi sono una serie di alto rilievi con fregi militari.

 

Con il termine Cavalleria si è soliti indicare le unità militari montate a cavallo. Essa ebbe origini molto antiche, venne infatti da sempre impiegata per l’esplorazione dei territori, per azioni in battaglia dove venisse richiesta molta mobilità e velocità nell’attacco e fu anche strategicamente determinante in alcune battaglie. In seguito cominciò ad evidenziare i suoi limiti con il perfezionamento delle armi da fuoco e l’avvento dei treni e degli autoveicoli.

Riformata all’interno dell’Esercito Sardo sin dal 1850, la Cavalleria venne impiegata con l’esercito francese prima in Crimea ed in seguito contro gli Austriaci, ai confini della Lombardia all’inizio della II Guerra di Indipendenza. L’ Arma si conquistò così la fiducia e la stima degli alleati francesi. I Reggimenti combatterono, guadagnando numerose medaglie al Valor Militare, sia a Montebello che successivamente a Palestro e Borgo Vercelli; le battaglie più famose di questa guerra, quella di Solferino e di San Martino (alle porte del Veneto), si combattono con i francesi impegnati a Solferino e i sardo-piemontesi a S. Martino. Dopo il 1861, il Regio Esercito Sardo divenne Esercito Italiano e negli anni seguenti, tutto l’esercito venne riformato e uniformato. La Cavalleria, a partire dagli anni ’70, venne impiegata in Africa, dove furono formati Reggimenti di Cavalleria indigena, ed anche nella guerra italo-turca del 1911-1912.

In seguito il primo conflitto mondiale impose alla Cavalleria l’abbandono del cavallo in modo da adeguarsi alla guerra di posizione, in trincea, dove reticolati e mitragliatrici rendevano impossibile l’uso dell’animale. Verso la fine del conflitto però, la Cavalleria venne nuovamente rimessa in sella: nel 1917 fu impiegata a protezione delle forze che ripiegavano sul Piave, dopo la sconfitta di Caporetto. Verso la fine della Prima guerra mondiale, la II Brigata di Cavalleria coprì la ritirata della II e della III Armata, comandata dal generale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, ed il 16 giugno 1918 fermò il nemico sul Piave. Questa data fu così importante per gli esiti del conflitto mondiale, che ancora oggi viene celebrata come festa della Cavalleria.

Per ricordare e onorare il valore dell’Arma, nel 1922 a Roma si istituì il Comitato generale per le onoranze ai Cavalieri d’Italia con l’intento di elevare un monumento equestre. Pochi giorni dopo il comitato, presieduto dal Re e dal senatore Filippo Colonna, propose alla Città di Torino di collocare l’opera in piazza Castello, dove era già ricordato il soldato dell’Esercito Sardo; questa proposta venne accolta con orgoglio ed onore dalla Giunta e dal Consiglio Comunale. La realizzazione del monumento venne affidata a Pietro Canonica che si offrì di lavorare gratuitamente, mentre il bronzo (materiale utilizzato per la costruzione dell’opera) fu offerto dal Ministero della Guerra.

Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi. Nel 2008 il monumento ai Cavalieri d’Italia è stato restaurato ed il lavoro di pulitura del bronzo ha riportato finalmente alla luce l’originaria colorazione tendente al verde, una patina data come finitura dallo stesso scultore Canonica.

 

Simona Pili Stella

Il re “galantuomo” guarda Torino dall’alto

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Vittorio Emanuele II, nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”

Situato proprio nell’intersezione tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris, la statua che vede come protagonista re Vittorio Emanuele II, si eleva sopra un’area quadrata ad angoli smussati su cui poggia il basamento rivestito da blocchi e lastroni di granito della Balma. Tale basamento si compone di due serie di gradini la cui seconda è interrotta, in corrispondenza degli angoli, da quattro blocchi prismatici su cui sono scolpite le date a ricordo delle guerre per l’Unità d’ Italia: 1848-1859-1866-1870. Questi blocchi fungono a loro volta da sostegno alle quattro aquile in bronzo sostenenti gli stemmi sabaudi.

Sopra le due serie suddette di gradini si eleva il piedistallo sul cui attico stanno,in posizione seduta, quattro grandi statue in bronzo di figure allegoriche tra cui la Pace, la Libertà, l’Indipendenza e l’ Unità (molto dubbia la quarta figura allegorica). Le quattro statue trovano a loro volta appoggio fra i vani delle quattro colonne in stile dorico di granito rosso che sostengono, superiormente, una trabeazione completa con architrave, fregio, triglifi e cornice; sopra questa trabeazione è disteso il grande tappeto in bronzo sul quale si eleva la grande statua del Re.Vittorio Emanuele II è raffigurato in piedi e a testa scoperta: lo sguardo fiero, solenne, rivolto lontano con nella mano sinistra una spada in atto di vigorosa fermezza.

 

Primogenito di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e di Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, Vittorio Emanuele II di Savoia nacque a Torino (precisamente a Palazzo Carignano) il 14 marzo 1820. Va curiosamente fatto presente che alcuni storici moderni hanno dato credito all’ipotesi, data la scarsa somiglianza con i genitori e in base ad altre vicende, che Vittorio Emanuele non fosse il vero figlio della coppia reale, bensì un bimbo d’origine popolana sostituito al vero primogenito di Carlo Alberto morto, ancora in fasce, in un incendio nella residenza del nonno a Firenze. La maggior parte degli storici invece esprime dubbi sull’autenticità della vicenda e la confina nell’ambito del pettegolezzo facendo perdere qualsiasi credibilità all’ipotesi dello scambio.

Ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e primo re d’Italia (dal 1861 al 1878), fu anche Principe di Piemonte, Duca di Savoia e Duca di Genova.Dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto, si iniziò a definire Vittorio Emanuele II il re galantuomo o re gentiluomo (appellativo con cui è ricordato ancora oggi), che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di abolire lo Statuto albertino. Nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”.

Vittorio Emanuele II morì improvvisamente, a causa di una polmonite, il 9 gennaio del 1878 all’età di cinquantasette anni. La sua morte suscitò il profondo cordoglio sia della borghesia colta e politicizzata (che aveva partecipato all’avventura risorgimentale), sia dell’esercito di cui il “Re Galantuomo” era stato il capo pragmatico e largamente amato. Con cinque guerre combattute, ventinove anni di regno e uno stato unificato alle spalle, Vittorio Emanuele II fu il simbolo aggregante del Risorgimento italiano, in un paese ancora troppo fragile per sopportare il vuoto istituzionale venutosi a creare con la sua scomparsa.

Il monumento in suo onore fu voluto direttamente da Umberto I che, per riparare alla mancata sepoltura della salma del padre nella basilica di Superga a favore del Pantheon di Roma, comunicò, in una lettera indirizzata alla cittadinanza, l’intenzione di affidare “alla religiosa devozione” dei torinesi “i segni del valore” che il Re aveva conquistato “combattendo per l’unità e l’indipendenza della patria”. Nella stessa lettera Umberto I espresse il desiderio di erigere un monumento che eternasse la memoria del Primo Re d’Italia stanziando, per tale iniziativa, la cospicua somma di un milione di lire.

Venne subito istituita una Commissione tecnica incaricata di promuovere varie iniziative tra cui stilare il Programma di Concorso per il Monumento al “primo re”; il 28 marzo del 1879 la Commissione tecnica, incaricata di esaminare i progetti presentati al concorso, decreta vincitore lo scultore Pietro Costa. Tale decisione suscitò tuttavia, numerose polemiche che si conclusero con una petizione sottoscritta da cinquantadue firme dei maggiori rappresentanti delle Accademie di Belle Arti d’Italia che appoggiarono completamente la scelta della Commissione.

Ma se in meno di diciotto mesi si chiuse l’itinerario che aveva portato alla scelta del progetto, la fase successiva, quella della costruzione, durò circa vent’anni tra disguidi, ripicche e liti che finirono in tribunale. Il 23 novembre del 1896, a quattordici anni di distanza dalla stipula del contratto, Costa scrisse al Sindaco di Torino per giustificarsi dall’accusa “d’essere pigro e negligente” oltreché fortemente in ritardo nella consegna del monumento;nonostante ciò l’artista venne condannato al risarcimento dei danni per inadempienza contrattuale.

Il 15 gennaio del 1898, finalmente la città di Torino entrò in possesso del monumento. Ultimato per le parti bronzee dall’ Officine Costruzione d’Artiglieria di Torino e dall’ ingegnere Prinetti, il monumento venne inaugurato il 9 settembre del 1899 alla presenza dei sovrani, delle autorità cittadine dei principali comuni italiani, nonché degli esponenti della politica nazionale, dell’esercito e dei veterani del 1848. Ci furono tre giorni di festeggiamenti durante i quali Torino ritornò ad essere patriottica e risorgimentale, quasi nostalgica di essere stata (un tempo) capitale d’Italia.

Per quanto riguarda il luogo di collocazione del monumento, va fatto presente che la scelta di posizionarlo nel centro del piazzale, sull’incontro del corso consacrato a Vittorio Emanuele II e corso Siccardi (oggi corso Galileo Ferraris), è stato frutto della Commissione per un ricordo storico nazionale al re “gentiluomo”. L’area circostante il monumento era, nella seconda metà dell’ottocento, una zona in espansione a tipologia residenziale, pronta a recepire gli spunti di una volontà politica che mirava ad attirare a sé il ceto dei notabili e la piccola borghesia emergente. L’operato della Commissione rientrava nell’ambito di quella politica nazionale di costruzione del mito di Vittorio Emanuele II che, facendo ricorso ad attività di propaganda e di educazione “per fare gli italiani” (come disse D’Azeglio), intervenne anche in opere di rimaneggiamento degli spazi urbani e cambiamenti della toponomastica.

Oggi, la statua del Re, sovrasta ancora i tetti delle case dei torinesi dominando con lo sguardo tutto l’arco alpino fino alla magnifica Superga. 

(Foto: il Torinese)

Simona Pili stella