CULTURA

Apre temporaneamente la Sala Gonin della stazione di Porta Nuova

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Fondazione FS Italiane prosegue nel programma di valorizzazione delle sale storiche delle stazioni italiane. L’iniziativa prevede una serie di aperture straordinarie che consentiranno ai visitatori di riscoprire alcuni degli ambienti più prestigiosi e rappresentativi del patrimonio ferroviario nazionale.

A inaugurare il nuovo ciclo di aperture sarà la Sala Gonin della stazione di Torino Porta Nuova, eccezionalmente visitabile nei fine settimana del 4-5 e 11-12 luglio e del 19-20 settembre.

Accompagnati da esperti del patrimonio storico, i visitatori potranno approfondirne la storia, scoprirne le peculiarità architettoniche e comprenderne il ruolo nel contesto della stazione e nell’evoluzione del viaggio ferroviario nel nostro Paese. Realizzata nel 1864 come sala d’attesa riservata alla famiglia Savoia, la Sala Gonin deve il proprio nome a Francesco Gonin, autore degli affreschi e di parte delle decorazioni che impreziosiscono l’ambiente. Pareti e volte sono arricchite da un ciclo di pitture raffiguranti gli elementi naturali: la Natura, la Terra, l’Acqua e il Fuoco. Completano l’ambiente eleganti arredi d’epoca, rivestimenti pregiati di legno e un imponente lampadario in vetro di Murano, testimonianze del valore storico e artistico di uno spazio concepito per accogliere la famiglia reale sabauda in occasione dei viaggi ferroviari.

Per partecipare alle visite è richiesta la prenotazione anticipata sul sito www.vivaticket.it 15 giorni prima della data prescelta, fino a esaurimento dei posti disponibili. I bambini fino a 3 anni possono accedere gratuitamente, accompagnati da un genitore. Per informazioni e modalità di accesso per le persone con disabilità è possibile scrivere all’indirizzo salereali@fondazionefs.it.

Il calendario completo delle aperture e gli aggiornamenti sono disponibili sui canali ufficiali della Fondazione FS Italiane.

 

La cultura al centro: i fondi della Regione per rinnovare i musei piemontesi

3,1 MILIONI DI EURO PER INVESTIMENTI STRUTTURALI. FINANZIATI TUTTI GLI 85 PROGETTI AMMISSIBILI

Marina Chiarelli, assessore alla Cultura: «I musei non sono più luoghi da visitare in silenzio, ma spazi vivi dove crescono comunità, famiglie e nuove generazioni».

Dopo anni di attesa la Regione Piemonte riporta al centro gli investimenti strutturali destinati ai musei con un bando da 3,1 milioni di euro, che finanzierà tutti gli 85 progetti risultati ammissibili, ovvero tutte le domande che hanno raggiunto il punteggio minimo previsto dal bando.  Una misura che segna il ritorno di uno strumento strategico che rappresenta un cambio di passo nelle politiche culturali regionali. Una scelta che arriva in un momento in cui il sistema culturale piemontese dimostra tutta la propria vitalità: nel 2024 i musei della regione hanno raggiunto quasi gli 8 milioni di visitatori, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente, mentre il Piemonte ha registrato oltre 16,8 milioni di presenze turistiche, confermando come cultura e turismo siano oggi due leve strettamente connesse dello sviluppo regionale.

L’obiettivo del bando è rafforzare proprio una rete museale sempre più moderna, diffusa e capace di valorizzare tanto i grandi poli culturali quanto i musei dei territori, autentici presìdi di identità, memoria e partecipazione. Vogliamo musei più grandi, più accessibili, più innovativi e sempre più capaci di essere luoghi di aggregazione per famiglie e giovani. La cultura non è soltanto tutela del patrimonio, ma un investimento strategico che genera sviluppo, occupazione, turismo e qualità della vita nei nostri territori.

Gli interventi finanziati consentiranno di ampliare e riqualificare gli spazi museali, rinnovare gli allestimenti, migliorare l’accessibilità e la fruizione per tutti i cittadini, abbattere le barriere architettoniche, introdurre nuovi strumenti di visita attraverso QR Code, contenuti digitali e percorsi in Lingua dei Segni Italiana (LIS), oltre a realizzare opere di efficientamento energetico, conservazione del patrimonio e messa in sicurezza delle strutture.

«Con questo bando diamo concretezza a una nuova idea di museo. Vogliamo luoghi sempre più accessibili, innovativi e aperti, capaci di parlare alle persone e di diventare punti di riferimento per la vita delle comunità. Per noi il museo non è più uno spazio da attraversare in silenzio, ma un luogo vivo, dove si impara, ci si incontra, si condividono esperienze e si costruiscono relazioni. È uno spazio di aggregazione per le famiglie, un luogo di crescita per bambini e ragazzi, un presidio culturale che dialoga con le scuole, con il territorio e con il turismo. Investire nei musei significa investire nelle nuove generazioni. Significa offrire ai giovani luoghi in cui conoscere la propria storia, sviluppare senso di appartenenza e diventare protagonisti della vita culturale delle proprie comunità. È questa la visione politica che guida la Regione Piemonte: una cultura che non resta chiusa nelle sale espositive, ma esce, coinvolge, crea opportunità, genera sviluppo e migliora la qualità della vita dei cittadini. Il Piemonte possiede un patrimonio straordinario. Il nostro compito è metterlo nelle condizioni di innovarsi, crescere ed essere sempre più attrattivo. Ogni euro investito nella cultura produce valore, occupazione, turismo e futuro. È questa la direzione che abbiamo scelto e che continueremo a perseguire» dichiara Marina Chiarelli, assessore alla Cultura della Regione Piemonte.

La Regione Piemonte torna a investire nei musei con l’obiettivo di costruire luoghi sempre più capaci di parlare alle nuove generazioni, favorire la partecipazione dei giovani e rendere il patrimonio culturale uno strumento di crescita per l’intera comunità.

Si va in maratona… con Pinocchio!

A Torino, dal “Museo del Risorgimento via via fino al “Cinema Romano”, una “maratona di lettura” per celebrare il bicentenario della nascita di Collodi

Giovedì 2 luglio, dalle 10 alle 20,30

Una giornata di lettura che unisce “istituzioni culturali” e i tanti “aficionados”. Trentasei lettoriper trentasei capitoli. E un solo protagonista: Pinocchio, il burattino più famoso al mondo, il formidabile “burattino di legno” meravigliosamente trasformato in bambino in carne e ossa (simbolo del passaggio dall’irresponsabilità infantile alla maturità), con addosso una storia letteraria, ma anche cinematografica (dal classico Disney del 1940), teatrale e televisiva (indimenticabile lo sceneggiato del 1972 diretto da Luigi Comencini) che è tra le più tradotte (240 lingue) e lette e visionate in assoluto al mondo, autentico capolavoro della letteratura per ragazzi “che ha oltrepassato i confini nazionali per diventare icona universale di formazione e crescita”.

Suo geniale “papà” di penna, quel fantasioso Carlo Collodi (Firenze, 1826 – 1890), al secolo Carlo Lorenzo Filippo Giovanni Lorenzini, il cui nome d’arte deriva dal paese d’origine (Collodi, in provincia di Pistoia) della madre Angiolina Orzali – sarta e cameriera al servizio dei marchesi Ginori – per il quale, in occasione del bicentenario della nascita, è in programma a Torino, giovedì 2 luglio prossimo, la “Giornata-Maratona di lettura” dedicata proprio al suo “Le avventure di Pinocchio” (da qualcuno definito “la bibbia del cuore” e per il quale Benedetto Crocescrisse “il legno, in cui è tagliato Pinocchio, è l’umanità”) edito per la prima volta a Firenze nel febbraio 1883, dopo essere stato originariamente pubblicato a puntate , con il titolo “La storia di un burattino”, sul “Giornale per i bambini” a partire dal luglio del 1881. Quella di giovedì 2 lugliosarà una giornata di “letture e incontri” che porterà il pubblico “dentro le pagine del romanzo”, un percorso condiviso “che attraversa generazioni, linguaggi e spazi culturali diversi per riscoprire un classico della nostra più grande letteratura”.

Promossa dal “Museo Nazionale del Risorgimento Italiano”, in collaborazione con la “Fondazione Circolo dei lettori”, il “Festival SottoDiciotto”, la “Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori”, il “MUSLI – Museo della Scuola” e la “Libreria Internazionale Luxemburg”, la giornata prende il via proprio al “Museo Nazionale del Risorgimento Italiano” (ore 10, “Sala dei Codici”)  con la lectio di Pompeo Vagliani, dedicata alla storia e all’immaginario di Pinocchio.

Nello stesso spazio sarà possibile ammirare in “formato digitale” la mostra “Eccellenze Italiane. I vestiti nuovi di Pinocchio”, promossa e realizzata – con il patrocinio della “Fondazione Nazionale Carlo Collodi” e del “Comitato Nazionale” per le celebrazioni del bicentenario, con la curatela dell’ “Accademia Drosselmeier” – da “Bologna Children’s Book Fair” con la presentazione di 25 opere firmate da grandi maestri dell’illustrazione internazionale e 24 tavole vincitrici di un “contest” internazionale di “BCBF”, selezionate tra oltre 600 candidature.

La mattina si completerà (dalle 11,15 alle 13) con “laboratori” e “attività” per bambini e ragazzi organizzati sempre dal “Museo” di piazza Carlo Alberto e da “SottoDiciotto”.

Nel pomeriggio (ore 15,30 – 19,30) il testimone passerà ai protagonisti della “Maratona”: 36 lettori e lettrici si alterneranno tra il “Circolo dei lettori e delle lettrici” e la “Libreria Internazionale Luxemburg” per dare voce ai 36 capitoli del romanzo, accompagnando il pubblico dall’inizio alla fine attraverso le  avventure del celebre burattino.

Dopo una pausa aperitivo, a chiudere il percorso sarà il “Cinema Romano” (ore 20,30)  con la proiezione del film d’animazione “Pinocchio” del regista, scrittore e sceneggiatore napoletano Enzo D’Alò (2012, uscito in sala nel 2013 con i disegni di Lorenzo Mattotti e le musiche di Lucio Dalla), a testimonianza della straordinaria capacità dell’opera di Collodi di attraversare linguaggi, epoche e generazioni diverse. Dedicato alla memoria di Lucio Dalla (che, oltre a curarne la colonna sonora, diede anche voce al “Pescatore Verde”, per morire poco dopo la produzione a Montreux, in Svizzera), nel 2013, il film ottiene anche la “nomination” ai prestigiosi “EFA Awards”, Oscar del Cinema europei.

Per info: “Museo Nazionale del Risorgimento Italiano”, piazza Carlo Alberto 8, Torino; tel. 011/5621147 o www.museorisorgimentotorino.it

Gianni Milani

Nelle foto: Visual – Manifesto “Pinocchio” e “Circolo dei lettori e delle lettrici”

HAERETICA quando l’arte smette di essere immagine e diventa esperienza

Ci sono mostre che si osservano e mostre che, invece, sembrano osservare chi le attraversa. È proprio da questa suggestione nasce HAERETICA, il progetto espositivo curato da Gianluca Violino presso il Follow Studio di Torino, dove larte abbandona la semplice funzione estetica per trasformarsi in uno spazio di dialogo, riflessione e relazione.

Il titolo stesso della mostra richiama unidea di ricerca libera, capace di allontanarsi dai percorsi più prevedibili per interrogare il rapporto profondo tra immagine, identità e trasformazione. Una riflessione quanto mai attuale in unepoca in cui siamo continuamente circondati da immagini, ma raramente ci fermiamo a chiederci quale sia il loro autentico potere.

Attraverso linguaggi differenti pittura, collage, scultura e tecnologie interattive HAERETICA riunisce le sensibilità artistiche di Federica Rodella, Andrea Elvira Lillo e Daniele Accossato, tre percorsi autonomi che trovano una sorprendente armonia grazie alla visione curatoriale di Gianluca Violino.

Le opere di Andrea Elvira Lillo ribaltano il tradizionale rapporto tra osservatore e soggetto: il ritratto sembra restituire lo sguardo, trasformando chi guarda in parte integrante dellopera stessa. Limmagine non è più superficie, ma presenza viva, capace di generare un incontro.

Diversa, ma altrettanto intensa, la ricerca di Federica Rodella, che partendo dalla tecnica del collage apre un confronto con uno dei temi più discussi del nostro tempo: il rapporto tra creatività umana e intelligenza artificiale. Le sue opere invitano il visitatore a interrogarsi sul valore dellimmaginazione, sulle emozioni e su ciò che rende autenticamente umano latto creativo.

La materia diventa invece protagonista nelle sculture di Daniele Accossato, dove la forma fisica si trasforma progressivamente in simbolo. Le sue opere raccontano un equilibrio sottile tra presenza concreta e dimensione interiore, lasciando spazio allimmaginazione dello spettatore.

Ad amplificare ulteriormente il dialogo tra le arti è la performance dellattrice Elisa Macario Ban, autrice di un monologo originale ispirato ai temi della mostra, capace di creare un ponte tra parola, gesto e arti visive.

Il filo conduttore dellintero progetto risiede nella visione curatoriale di Gianluca Violino, che costruisce un percorso in cui le diverse poetiche non vengono uniformate, ma valorizzate nella loro identità. Il suo lavoro sembra nascere dalla convinzione che larte contemporanea non debba fornire risposte, bensì suscitare domande; non limitarsi a rappresentare il mondo, ma contribuire a trasformare il modo in cui lo osserviamo.

In questa prospettiva, il ruolo del curatore diventa quello di un tessitore di relazioni: tra artisti, opere e pubblico. È una scelta che rivela una dedizione autentica verso la cultura e una concezione dellarte come esperienza condivisa, prima ancora che come semplice evento espositivo.

HAERETICA non propone dunque un percorso da contemplare passivamente. Invita il visitatore a mettersi in discussione, a lasciarsi interrogare dalle immagini, a riconoscere come ogni opera trovi il proprio compimento soltanto nello sguardo di chi la incontra.

Perché, forse, la vera trasformazione non avviene sulla tela, nella materia o nella tecnologia, ma dentro chi, uscendo dalla mostra, scopre di guardare il mondo con occhi leggermente diversi.

(Per informazioni : scrivere a Gianluca Violino 335.6766910  o Studio Avv. Marangon : 011.0888312)

Monica Di Maria di Alleri Chiusano

Linea Cadorna, la Maginot italiana

Il sistema di fortificazioni che si  estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale

Linea Cadorna” è il nome con cui è conosciuto  il sistema di fortificazioni che si  estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale. Un’opera fortemente voluta dal generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito (originario di Pallanza, sul lago Maggiore), con lo scopo di contrastare una eventuale invasione austro-tedesca proveniente dalla Svizzera.

Lo scoppio della guerra – il 23 luglio del 1914 –  e gli avvenimenti successivi tra cui l’invasione del Belgio neutrale e i cambi di alleanze tra le varie potenze europee, accentuarono i dubbi sulla volontà del governo elvetico di far rispettare la neutralità del proprio territorio. Così, una volta che l’Italia entrò in guerra  contro l’Austria  – il 24 maggio 1915 – , il generale Cadorna, per non incorrere in amare sorprese, ordinò di avviare i lavori difensivi, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto. Da quasi mezzo secolo erano stati redatti studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche. E non si era stati con le mani in mano: a partire dal 1911 erano state erette le fortificazioni sul Montorfano, a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore,  e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola, tra le prealpi varesine e la comasca Val d’Intelvi. Anche la Svizzera, dal canto suo,  intensificò i lavori di fortificazione al confine con l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medaglia, nel canton Ticino. In realtà,tornando alla Linea Cadorna,quest’opera, nella terminologia militare dell’epoca, era definita come ” Frontiera Nord” o, per esteso, “sistema difensivo italiano alla Frontiera Nordverso la Svizzera”. E, ad onor del vero, più che una fortificazione collocata a ridosso della frontiera si tratta di una linea difensiva costruita in località più arretrate rispetto al confine, con lo scopo di presidiare  i punti nevralgici. Un’impresa mastodontica.

 

Basta scorrere, in sintesi,  la consistenza dei lavori eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva – Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15-20000 operai ( con punte fino a trentamila, nel 1916, Ndr) che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni”. Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle materie prime,recuperate sul territorio. Si aprirono cave di sabbia, venne drenata la ghiaia negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci e furono adottati ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque. Gli scalpellini ricavarono il  pietrame, boscaioli e falegnami il legname da opera, e così via. I requisiti per poter essere arruolati come manodopera, in quegli anni di fame e miseria, consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i necessari certificati sanitari. L’età non doveva essere inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta e, in più, occorreva che i lavoratori fossero muniti di indumenti ed oggetti personali. A dire il vero, in ragione della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi con meno di 15 anni, addetti a mansioni di manovalanza, di guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri o di addetti alle pulizie delle baracche.  La manodopera femminile, definita con apposito contratto, veniva reclutata nei paesi vicini per consentire alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Il contratto era diverso a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private.

 

Quello militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto ( il rancio)  uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale. Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra. L’orario di lavoro era impegnativo e  prevedeva dalle 6 alle 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana. Delle paventate truppe d’invasione che, come orde fameliche, valicando le Alpi, sarebbero dilagate nella pianura padana, non si vide neppure l’ombra. Così, senza il nemico e senza la necessità di sparare un colpo, con la fine della guerra,  le fortificazioni vennero dismesse. Quelle strutture, negli anni del primo dopoguerra, furono in parte riutilizzate per le esercitazioni militari e , negli anni trenta, inserite in blocco e d’ufficio nell’ambizioso  progetto del “Vallo Alpino”, la linea difensiva che avrebbe dovuto – come una sorta di “grande muraglia” –  rendere inviolabili gli oltre 1800 chilometri di confine dello Stato italiano. Un’impresa titanica, da far tremare le vene ai polsi che, forse proprio perché troppo ardita, in realtà, non giunse mai a compimento. Anche nella seconda guerra mondiale, la Linea Cadorna non conobbe operazioni  belliche, se si escludono i due tratti del Monte San Martino (nel varesotto, tra la Valcuvia e il lago Maggiore) e lungo la Val d’Ossola dove, per brevi periodi , durante la Resistenza, furono utilizzati dalle formazioni partigiane. Infine, come tutte le fortificazioni italiane non smantellate dal Trattato di pace siglato a Parigi nel febbraio 1947, a partire dai primi d’aprile del 1949, anche la “linea di difesa alla frontiera nord” entrò a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico ai tempi della “guerra fredda”. Volendo stabilire una data in cui ritenere conclusa la storia della Linea Cadorna, almeno dal punto di vista militare, quest’ultima può essere fissata con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989.

 

Da allora in poi, le trincee, le fortificazioni e le mulattiere sono state interessate da interventi di restauro conservativo realizzati dagli enti pubblici che hanno permesso di recuperarne gran parte  alla fruizione turistica, lungo gli itinerari segnalati. La “Cadorna” si offre oggi ai visitatori come una  vera e propria “Maginot italiana”,  un gigante inviolato, in grado di presentarsi senza aloni drammatici, come un sito archeologico dove è possibile vedere e studiare reperti che hanno subito l’ingiuria degli uomini e del tempo ma non quella dirompente della guerra. Tralasciando la parte lombarda che si estende fino alla Valtellina e restando in territorio piemontese, sono visitabili diversi percorsi, dal forte di Bara  – sopra Migiandone, nel punto più stretto del fondovalle ossolano –  alle trincee del Montorfano, dalle postazioni in caverna del Monte Morissolo al fitto reticolo di trincee e postazioni di tiro dello Spalavera  ( la sua vetta è uno splendido belvedere sul Lago Maggiore e le grandi Alpi), dalle trincee circolari con i camminamenti e la grande postazione per obici e mortai del Monte Bavarione fino alle linee difensive del Vadà e del monte Carza, per terminare con quelle  della “regina del Verbano”, un monte la cui vetta oltre i duemila metri, viene ostentatamente declinata al femminile dagli alpigiani: “la Zeda”.

Marco Travaglini

Quegli antichi “ricordi” trasformati in opere d’arte dai detenuti di Fossano

Insieme, sotto il segno dell’arte e della solidarietà, i detenuti della Casa di Reclusione fossanese e della “RSA – La Corte” di Dogliani

Ceva (Cuneo)

“Dalle parole alla ceramica”. Ovvero: quando la memoria, i ricordi di una vita, raccontati a chi vuole ascoltarti, a chi ti è vicino (non solo fisicamente), ma anche con il cuore e l’anima, riescono a trasformarsi e a prendere corpo vivo offrendo spunti significativi per la lingua universale dell’arte. E’ davvero un piccolo grande “prodigio”! Tanto più se i due “mondi” a confronto non possono essere più lontani tra loro di una “Casa di Reclusione” e di una “Residenza Sanitaria Assistenziale – Casa di Riposo”, dedicata principalmente a persone anziane, per le quali il “motore dei ricordi” gira spesso a ruota libera, generando pallidi lievi sorrisi ma spesso anche tanta sofferenza e amarezza. Un piccolo grande “prodigio”! Realizzatosi attraverso il progetto dal titolo (di cui sopra) “Dalle parole alla ceramica” e magnificamente conclusosi, nei giorni scorsi, sotto la grande, mai abbastanza encomiabile, regia della “Fondazione Azzoaglio ETS” – ente no profit nato per iniziativa dello storico cebano “Banco Azzoaglio” (fondato nel 1879 da Paolo Azzoaglio) – per “generare valore condiviso e promuovere progetti educativi, culturali e sociali nelle comunità del territorio”. Al suo fianco la “Cooperativa Perla” operante con la Direzione del Carcere di Fossano per la realizzazione di attività lavorative dentro e fuori le mura dell’Istituto e la “Residenza La Corte” di Dogliani. Frutto del meraviglioso lavoro delle tre Associazioni, la consegna di una serie di “piastrelle artistiche in ceramica”, realizzate dai detenuti all’interno del “Laboratorio” attivo presso la “Casa di Reclusione” fossanese. Una vera “Meraviglia”: le ceramiche e il “gesto condiviso” che ha portato alla loro realizzazione, attraverso un percorso iniziato presso la “Residenza La Corte” di Dogliani, dove educatori e arteterapeuti della “Fondazione Azzoaglio” hanno condotto un “laboratorio” dedicato “all’ascolto e alla raccolta delle memorie” degli ospiti. Le risposte e le testimonianze raccolte sono state poi condivise con il “Laboratorio di Ceramica” della “Cooperativa Perla” presso la “Casa di Reclusione” di Fossano. Qui i detenuti hanno lavorato alla progettazione e alla realizzazione delle “piastrelle”trasformando racconti e ricordi in manufatti artistici destinati a tornare agli stessi protagonisti delle narrazioni. Il risultato è una raccolta di “opere uniche che custodiscono e restituiscono le parole degli anziani, trasformandole in un patrimonio tangibile di memoria e relazione”.

Un cerchio “virtuoso”, in grado di unire mondi così diversi tra loro! Ad accomunarli, una sola piccola grande parola: “Solidarietà!”. Tante mani tese in grado di farsi preziosi “scrigni” di antiche memorie, di amori mai finiti, di strade percorse in senso errato ma capaci di svoltare per recuperare i giusti sentieri un tempo ignorati.

Sottolinea, in proposito, Valentina Macchioni, titolare della “Cooperativa Perla”: “All’interno del nostro ‘Laboratorio di ceramica’ osserviamo ogni giorno quanto sia importante che il lavoro realizzato dalle persone detenute possa avere una destinazione concreta e un valore per la Comunità. Questo percorso, compiuto con la Residenza ‘La Corte’, ha permesso ai partecipanti di confrontarsi con storie autentiche, sviluppando competenze professionali, ma soprattutto consapevolezza, responsabilità e capacità di relazione”. E alla Macchioni fa eco Deborah Divulsi, direttrice de “La Corte” di Dogliani: “Per i nostri ospiti è stata un’esperienza molto significativa. Essere ascoltati, raccontare la propria vita e vedere quelle loro parole trasformate in opere concrete, ha generato emozione e positiva partecipazione”.

“Iniziative come questa – concludono Erica Simone Azzoaglio, rispettivamente vicepresidente e Consigliere di Amministrazione, nonché entrambi fondatori, della ‘Fondazione’ – dimostrano che la collaborazione tra mondi diversi può generare opportunità concrete di crescita e di incontro. Attraverso la memoria degli anziani, il lavoro delle persone detenute e l’impegno degli operatori coinvolti, si crea una comunità più consapevole e più capace di riconoscere il valore di ogni persona. Crediamo che il ruolo di una ‘Fondazione’ sia anche quello di favorire queste sinergie, mettendo in rete competenze, esperienze e sensibilità diverse per generare percorsi che producano valore sociale e culturale per il territorio”.

Lo crediamo anche noi. Additando l’evento quale esempio concreto di rara (purtroppo, di questi tempi!) fruttuosa solidarietà, di cui prendere atto e farne prezioso stimolo per un’ ancor più ampia e coinvolgente condivisione.

Gianni Milani

Nelle foto: le “operatrici” coinvolte, in mano alcune “piastrelle in ceramica”; Simone ed Erica Azzoaglio

Al Sermig il Premio Odisseo incontrerà pittori e scultori 

Il 1⁰ luglio il Premio Odisseo incontrerà  pittori e scultori al Sermig alle ore 20.
Si è giunti all’edizione 2026 del Premio Odisseo, la prestigiosa manifestazione organizzata dal Club Dirigenti Vendite & Marketing dell’Unione Industriali di Torino ( CDVM ) dal lontano 2005 per premiare  l’eccellenza di impresa intesa come espressione della creatività, dell’innovazione e della sostenibilità economica, ambientale e sociale.
La premiazione delle imprese eccellenti avverrà nel mese di novembre 2026 al termine di un percorso  che vedrà coinvolte imprese, realtà culturali e istituzionali di Piemonte, Liguria e valle d’Aosta.
Il mondo dell’arte ha da sempre sostenuto il Premio Odisseo e anche in questa edizione pittori e scultori partecipano all’organizzazione dell’evento, donando le proprie opere alle imprese eccellenti e creative, vincitrici del Premio.
Il 1⁰ luglio al Sermig, in occasione della cena sociale estiva del CDVM, il Premio Odisseo incontrerà pittori e scultori. Saranno presenti gli artisti Lorenzo Avico, Mariella Bogliacino, Francesco Di Lernia, Paola Gandini, Fernando Montà, Alberto Reviglio e Luisa Valentini, per la condivisione di un percorso comune tra impresa, arte e solidarietà.

Mara Martellotta

Quelle montagne … così com’erano

Una mostra al sabaudo “Forte di Bard” per raccontare le “metamorfosi” del paesaggio alpino in oltre un secolo di storia

Fino a domenica 1° novembre

Bard (Aosta)

Dalla “Veduta della ghiacciaia della Brenva dietro il Monte Bianco” (olio su tela, 1825-’27) a firma del “regio pittore in paesaggi e boscareccie”, il “vedutista” Angelo Antonio Cignaroli (Torino 1761 – 1841), per passare ai circa 4.500 metri di altitudine della magnifica candida e innevata (allora sì!) “estrema punta piramidale” de “Il Cervino”, opera del “peintre – alpinista” Angelo Abrate (Torino 1900 – Sallanches, 1985), cui si devono anche centinaia di dipinti raffiguranti il “Monte Bianco” – suo incontestabile cavallo di battaglia – spesso realizzati direttamente in quota, fino (solo per citarne alcuni) al “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela del 1930 ca. del bolognese, torinese di adozione, Giuseppe Gheduzzi, scuola all’“Accademia Albertina” di Torino e collaboratore del padre Ugo nella realizzazione delle scenografie del subalpino “Teatro Regio”  o, facendo un passo indietro, alla minuta, rigorosa ma di Anonimo “Caccia del re Vittorio Emanuele II di Savoia in Val Salvaranche” (1860 ca.): sono oltre 70 (tra le 400 e passa individuate ed appartenenti ad istituzioni pubbliche e a privati collezionisti), articolate in sei sezioni, le opere stilisticamente eterogenee e “racconto corale del mondo alpino” – dai dipinti ai disegni ai manifesti – raccolte nella generosa e suggestiva rassegna “Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”, inaugurata nei giorni scorsi al “Forte di Bard” e lì ospitata, negli alloggiamenti del “Museo delle Alpi” fino a domenica 1° novembre.

Curata da Aldo Audisio e promossa nell’ambito del progetto “DAHU – Développement et Adaptation des occupations Humaines en montagne” (che coinvolge la “Regione autonoma Valle d’Aosta”, il “Comune di Issime”, il “Forte di Bard”, il “Dipartimento dell’Alta Savoia” e la “Comunità dei Comuni della Valle di Chamonix Mont-Blanc”), l’iniziativa “declina le finalità sotto il profilo artistico esplorando, invece, l’evoluzione del paesaggio montano tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo, offrendo una visione arricchita da un approccio scientifico che spazia dalla storia dell’arte all’archeologia”. Il tutto sul lungo filo di una ricerca e di una narrazione espositiva, studiata ad hoc, frutto di una pluralità di sguardi – di artisti, scienziati e alpinisti – cha va, a grandi balzi, dalle iconografie legate alla vita pastorale e agli elementi naturali, fino alle nuove forme di “antropizzazione” legate al turismo e agli sport invernali, “evidenziando i profondi mutamenti climatici e paesaggistici avvenuti nel corso dei decenni”. Tema, per altro, al centro delle attenzioni del “Forte” valdostano già nell’arco degli ultimi anni (ancora in corso, fino al 27 settembre in proposito, e proprio incentrata sul drammatico argomento in questione, la mostra fotografica “Ghiacciai” del grande reporter brasiliano Sebastião Salgado“attraverso progettualità che hanno avuto l’ambizione di contribuire alla diffusione della conoscenza e della comprensione di quanto sia fragile il mondo della montagna e di quanto sia importante approfondirne la conoscenza”. Parole della Presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery, che aggiunge: “La mostra è il risultato di una poderosa ricerca condotta negli archivi pubblici e privati della Valle d’Aosta e della Valle di Chamonix e dimostra proprio come l’evoluzione del paesaggio delle terre alte si sia realizzata nel corso dei secoli e come i cambiamenti siano stati influenzati (‘troppo spesso negativamente’ aggiungiamo noi) dalla presenza dell’uomo”.

“Chi come noi – spiega, da parte sua, l’Assessore regionale all’‘Istruzione, Cultura e Politiche Identitarie’, Erik Lavevaz – ha a cuore il futuro della Valle d’Aosta, intesa tanto come territorio quanto come comunità, non può non interrogarsi sul futuro dell’ambiente alpino provando ad allontanarsi dalla retorica e dagli allarmismi, ma sviluppando una coscienza che ancora può essere autentica. Queste terre sono chiaramente un laboratorio a cielo aperto in cui la cultura non è un orpello intellettuale, ma un modo fondamentale per comprendere noi stessi e proiettarci in avanti”. Oggi più che mai. Sulla scia di quanto “auspicato” dal celeberrimo Manifesto (presente in mostra) “Val d’Aosta. Sport invernali” disegnato attorno al 1940 dal noto disegnatore barese Gino Boccasile (Bari, 1901 – Milano, 1952), inneggiante, pur negli anni bui dell’inizio della Secondo conflitto Mondiale, alla montagna come “meta glamour e accessibile”, luogo di divertimento, sport, gioia e incontro per tutti. Anche attraverso il sorriso radioso di una smagliante figura femminile (un “classico” del Boccasile) icona ideale di uno stile di vita che ha cavalcato i tempi. E messo oggi seriamente a rischio!

Gianni Milani

“Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 1° novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Angelo Abrate “Il Cervino”, olio su tela, 1934; Giuseppe Gheduzzi “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela, 1930 ca.; Gino Boccasile “Val d’Aosta. Sport invernali”, Offset a colori su carta, 1940

Margherita Podestà Heir vince il Premio Lattes per la traduzion

Il circuito delle Dimore Storiche del Pinerolese apre la stagione di visite estive

Prima apertura della stagione estiva per le Dimore Storiche del Pinerolese iscritte all’Associazione “dimore storiche italiane”, indicativamente dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 18, aprono le porte ai visitatori per offrire spunti di visita originali ed adatti a tutta la famiglia, nonché l’opportunità di entrare in sintonia con la storia locale e cogliere le peculiarità di palazzi ed antiche proprietà di epoche e stili diversi fra loro, che preservano il fascino e le suggestioni tramandate di generazione in generazione. Le viste a pagamento riguardano proprietà breve distanza fra loro, così da invitare a visitare più d’una. L’itinerario intende valorizzare sotto il profilo turistico e culturale una zona del Piemonte che fu strategica per l’associazione, l’arte e l’economia della regione e della stessa capitale. Le prossime aperture estive sono previste per il 27 luglio e 30 agosto.

prima apertura della stagione estiva per le Dimore Storiche del Pinerolese iscritte all’ A.D.S.I (Associazione dimore storiche Italiane). Domenica  28 giugno –  indicativamente dalle 10 alle 12.30/13 e  dalle 14.30 fino alle 17.30/18 – aprono le porte ai visitatori per offrire spunti di visita originali ed adatti a tutta la famiglia, nonché l’opportunità di entrare in sintonia con la storia locale e cogliere le peculiarità di palazzi ed antiche proprietà di epoche e stili diversi fra loro che preservano il fascino e le suggestioni tramandate e custodite da generazioni.

La visite (a pagamento) riguardano proprietà a breve distanza fra loro, così da invitare  a visitarne più di una L’itinerario intende valorizzare sotto un profilo turistico – culturale una zona del Piemonte che fu strategica per la storia, l’arte e l’economia della regione e della stessa Capitale. LE PROSSIME APERTURE ESTIVE SONO FISSATE PER  IL 27  LUGLIO E IL  30 AGOSTO, IN BASE ALLE INDICAZIONI SOTTO RIPORTATE

Ecco l’elenco delle dimore aperte domenica 28 giugno e i relativi contatti.

1.     BricherasioPalazzo Conti di Bricherasio , ricco di affreschi e memorie della famiglia , ebbe un ruolo importante nella storia dell’industria italiana
Visite su prenotazione:  28/6 – 26/7 – 30/8 – 

2.     Bricherasio, Palazzo Ricca di Castelvecchio, nel centro del borgo è un palazzo di interessante valore artistico e culturale, Eretto sui ruderi dell’antico castello di Bricherasio, fu più volte ampliato, l’ultima nel 1910 in stile liberty
Visite su prenotazione:  28/6 – 26/7 – 

3.     PineroloVilla Le Peschierel’ottocentesca villa Bertea detta “Le Peschiere” è contigua ad un’ampia cascina a pianta rettangolare di stampo settecentesco ed all’annesso parco.

Visite su prenotazione: 28/6 – 26/7 – 30/8

4.     Pinerolo, Cascina Losetta e Tenuta del Colombretto una delle più significative e meglio preservate testimonianze di insediamento rurale settecentesco dell’intero territorio pinerolese

Visite su prenotazione: – 28/6 – 26/7 – 30/8 –

5.     PineroloIl Torrionevilla neoclassica di campagna circondata d27/9 – 25/10

6.     Piobesi T.seVilla La Paesana raffinata residenza circondata da giardini e alberi secolari, un tempo legata alle riserve di caccia dei boschi di Stupinigi.
Visite su prenotazione: 28/6 – 26/7 –

7.     Piossasco, Casa Lajolo armoniosa dimora patrizia circondata da giardini storici e da un suggestivo orto-giardino che dialoga con il paesaggio circostante
Visite su prenotazione: – 28/6 – 26/7 

        *Oltre alla consueta visite, domenica 28 giugno, sarà possibile sguire il Concerto del Quartetto Eas ( ore 19, prenotazioni su sito istituzionale)In luglio, all’appuntamento di fine mese, si aggiunge – il 15 – l’evento “Assaggi nell’orto”, visita dell’orto e aperitivo finger food con bevande,( € 30 a persona, prenotazioni sul sito istituzionale)

8.     S. Secondo di Pinerolo, Castello di Miradolo polo culturale ed espositivo circondato da uno dei parchi storici più affascinanti della zona e oggi sede di mostre, eventi e attività culturali.
Date libere, prenotazione non necessaria

9.    Villafranca P.teCastello di Marchierù, complesso fortificato dei Savoia Acaja (XII secolo), dal ‘700 è una dimora residenziale circondata da un grande parco ottocentesco. E ancora oggi è abitata dalla famiglia proprietaria.

Visite su prenotazione: 28/6 – 26/7 – 30/8 

 

10      Virle, Castello dei Conti Asinari di Piossasco, dimora del XVIII secolo, situata al centro del paese, ospita oggi l’Istituto San Vincenzo de’ Paoli. È noto per il giardino, gli affreschi barocchi e l’architettura a ferro di cavallo

Visite su prenotazione: 31/5 – 28/6 – 27/9

         Sempre a  Virle, il Castello dei Marchesi Romagnanoracchiuso fra mura e torri angolari che rimandano alle sue originarie funzioni difensive medievali,apre solo per gruppi su prenotazione

 

11   VolveraPalazzotto Juva residenza inserita in un antico complesso agricolo oggi luogo di installazioni artistiche
Visite su prenotazione: 26/4 – 31/5 – 28/6 – 26/7 – 30/8 – 27/9 – 25/10

** Sulla pagina  https://www.dimorestoricheitaliane.it/pinerolese/, disponibile in italiano e in inglese, sono riportate tutte le dimore del circuito, con indicazioni su modalità di prenotazione (ove richiesta), accesso e curiosità del territorio

Mara Martellotta