Sono in corso i lavori di trasferimento delle quattro monumentali statue allegoriche del Buon Governo – Giustizia, Liberalità, Magnanimità e Abbondanza – nella Galleria Carlo Emanuele I di Palazzo Madama, dove troveranno la loro nuova collocazione definitiva. La Galleria, ancora interessata dai lavori di musealizzazione e allestimento, sarà aperta al pubblico al termine dell’intervento complessivo. La movimentazione rappresenta una nuova tappa del grande progetto di restauro e valorizzazione di Palazzo Madama, uno degli interventi più significativi realizzati sull’edificio nella sua storia recente, oltre che uno dei progetti qualificanti del Piano Strategico della Fondazione Torino Musei. Il progetto è promosso dalla Fondazione Torino Musei con il sostegno determinante della Fondazione CRT, storico e principale sostenitore privato di Palazzo Madama, che ha accompagnato e finanziato il grande intervento di restauro e consolidamento della facciata juvarriana. Un programma che supera la dimensione del restauro monumentale e interviene sui percorsi museali, sulla fruizione e sull’apertura di nuovi spazi, con l’obiettivo di restituire piena leggibilità agli oltre duemila anni di storia racchiusi nel Palazzo e rafforzarne il ruolo di Museo della Città. La collocazione delle statue nella Galleria Carlo Emanuele I costituisce uno degli interventi qualificanti di questo percorso. Il Piano Strategico ha infatti individuato nella valorizzazione degli spazi e nella rigenerazione dei percorsi di visita uno degli assi fondamentali per il rilancio di Palazzo Madama, con l’obiettivo di costruire una lettura unitaria dell’edificio e delle sue straordinarie stratificazioni storiche. In questa prospettiva, la Galleria è destinata a diventare uno spazio strategico del futuro percorso museale, capace di mettere in relazione le origini romane della città, l’evoluzione del Palazzo e la nascita della Torino capitale. Con il completamento dei lavori di musealizzazione e di allestimento, la Galleria sarà quindi restituita al pubblico come nuovo spazio del museo, integrando le sculture originali nel racconto storico e architettonico del Palazzo. “Lo spostamento delle quattro statue rappresenta una tappa particolarmente significativa nel più ampio percorso di trasformazione e valorizzazione in corso a Palazzo Madama. Con il Piano Strategico la Fondazione ha deciso di investire su questo straordinario patrimonio simbolo della Città, non soltanto per conservarlo, ma per restituirgli pienamente la capacità di raccontare la storia di Torino e di aprirsi a nuove modalità di visita e di conoscenza. Il restauro della Galleria Carlo Emanuele I e la musealizzazione delle grandi statue acroteriali è parte di questa visione: mette in valore opere monumentali, recupera nuovi spazi del Palazzo e rafforza il legame tra architettura, collezioni e storia della città. Un complessivo progetto di questa portata, realizzato per lotti dalle facciate, alla Galleria Carlo I e alla meravigliosa terrazza panoramica, è reso possibile solo grazie all’impegno continuativo della Città di Torino e al fondamentale sostegno della Fondazione CRT, che desidero sentitamente ringraziare per l’accompagnamento della Fondazione Torino Musei in uno degli interventi più importanti realizzati nella storia recente di Palazzo Madama. È un percorso che restituisce progressivamente alla città un Palazzo più accessibile, leggibile e capace di affermarsi sempre più come Museo della Città e come uno dei luoghi simbolici dell’identità culturale di Torino», dichiara Massimo Broccio, Presidente della Fondazione Torino Musei.

Le quattro statue erano state rimosse dalla balaustra del corpo centrale della facciata juvarriana nel luglio 2022, durante una delle operazioni più complesse e spettacolari del grande cantiere di restauro. Alte oltre quattro metri e del peso di più di tre tonnellate ciascuna, furono sezionate, protette all’interno di apposite strutture e calate a terra mediante un complesso sistema di movimentazione da un’altezza di circa 27 metri. L’operazione fu condotta dalla Cooperativa Archeologia di Firenze e da Arte Restauro Conservazione di Cristina Maria Arlotto, sotto la direzione dell’architetto Gianfranco Gritella. Alla ditta Martina Service srl, che aveva già seguito nel 2022 la discesa delle statue dalla balaustra a terra, è stato affidato anche il loro trasferimento all’interno della Galleria Carlo Emanuele I. Ph Alessio Bergadano Realizzate dallo scultore carrarese Giovanni Baratta nel 1726, le opere sono scolpite in marmo di Brossasco e costituiscono uno degli elementi più riconoscibili dell’apparato monumentale della facciata juvarriana. La loro rimozione si rese necessaria a seguito delle condizioni conservative determinate dalla lunga esposizione agli agenti atmosferici e delle criticità emerse nel corso delle approfondite indagini diagnostiche che hanno preceduto l’intervento. Una volta a terra, le opere sono state sottoposte a un articolato intervento di restauro, consolidamento e messa in sicurezza, realizzato anche all’interno del padiglione trasparente appositamente allestito in piazza Castello, che ha consentito al pubblico di seguire da vicino le diverse fasi del lavoro. Anche questa fase di intervento è stata resa possibile grazie al sostegno mirato della Fondazione CRT e ha riguardato le superfici marmoree, il consolidamento delle parti maggiormente fragili e il recupero della leggibilità complessiva delle sculture, nel rispetto della materia originale. Il restauro delle statue si è inserito nel più ampio cantiere della facciata juvarriana, avviato nel 2022 e sviluppato attraverso fasi successive. Il primo intervento ha riguardato l’avancorpo centrale, con un complesso lavoro di consolidamento strutturale, restauro dei rivestimenti marmorei e recupero degli undici grandi serramenti barocchi; il progetto è quindi proseguito sui due settori laterali della facciata, completando progressivamente il recupero dell’intero fronte monumentale. La sequenza degli interventi ha consentito di affrontare in maniera organica conservazione, sicurezza strutturale e valorizzazione architettonica, restituendo piena leggibilità a uno degli elementi più iconici di Piazza Castello e dell’immagine stessa di Torino. Il recupero della facciata costituisce una delle componenti di un programma di trasformazione molto più ampio. Il Piano Strategico della Fondazione Torino Musei ha posto il rilancio complessivo di Palazzo Madama tra le proprie priorità, definendo un progetto unitario nel quale restauro monumentale, consolidamento strutturale, apertura di nuovi spazi, riallestimento e ridefinizione dei percorsi di visita concorrono a una visione complessiva di valorizzazione. Il programma si articola in diversi lotti funzionali che hanno interessato e interessano progressivamente le facciate, le strutture sommitali e la meravigliosa terrazza che sarà aperta al pubblico, gli spazi interni e i percorsi di visita, con l’obiettivo di restituire al pubblico un Palazzo più completo, attraversabile e comprensibile, nel quale la storia dell’edificio e le collezioni del Museo Civico d’Arte Antica possano dialogare all’interno di un racconto coerente e continuo. In questa prospettiva, Palazzo Madama rafforza il proprio ruolo di grande luogo identitario della città: non soltanto spazio di conservazione della memoria, ma museo capace di raccontare le origini, le trasformazioni e l’evoluzione di Torino, offrendo a cittadini e visitatori una chiave di lettura unica della sua storia e del suo rapporto con il presente. L’obiettivo è restituire al pubblico un Palazzo pienamente fruibile, da scoprire e conoscere, nel quale la storia dell’edificio e le collezioni del Museo Civico d’Arte Antica possano dialogare all’interno di un racconto coerente. Nel mese di ottobre il progetto proseguirà con il posizionamento sulla terrazza delle copie delle quattro statue, che consentiranno di restituire alla facciata la propria configurazione monumentale, garantendo al tempo stesso la migliore conservazione degli originali all’interno della Galleria.
Ph Alessio Bergadano









La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.
