CULTURA

A Saluzzo arrivano “I Patagarri” e Federico Buffa

Nell’antica capitale del “Marchesato”, l’estate di “Occit’amo Festival” porta due grandi appuntamenti

Mercoledì 22 e giovedì 23 luglio

Saluzzo (Cuneo)

Niente paura. Il nome potrebbe preoccupare. Ma è solo nome di “battaglia”. “Patagarri”, infatti, nient’altro è che un “omaggio umoristico” al celebre Trio comico milanese formato da “Aldo, Giovanni e Giacomo” preso in prestito dal loro famoso sketch teatrale de “Nico e i sardi”. Una sorta, dunque, di “slang” dialettale con cui si presentano al pubblico i sei componenti dell’attesa “irriverente” band milanese ospite, mercoledì prossimo 22 luglio (ore 21,30), dell’“Occit’amo Festival” (dedicato alle “Terre del Monviso” e alle “Valli Occitane”, promosso per tutta l’estate ed in primis dalla “Fondazione Amleto Bertoni”), presso “Il Quartiere” di piazza Montebello, a Saluzzo.

Grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale saluzzese “Ratatoj”“I Patagarri”, scoperti a “X Factor 2024”, porteranno sul palco dell’“Ex Caserma Musso” tutto il loro “gipsy jazz” gioioso e coinvolgente, atto a creare “un contrasto tra la voglia di fuggire dalla quotidianità e la durezza della vita che si affronta per inseguire il proprio sogno musicale”. Il loro “cavallo di battaglia”, “Caravan”, contenuto all’interno di “X Factor Mixtape 2024”, è infatti considerato come un alto “grido di libertà”, un invito a prendere in mano con consapevole forza la propria vita “senza paura di vivere ai margini”, se necessario. “Il ‘caravan’ – affermano – rappresenta un rifugio, un simbolo di resistenza alla cultura dominante, ma anche un veicolo di speranza e di sogni che non vogliono essere rinnegati”. Come dire: la vera ricchezza non è il “dané”, ma la forza della “passione”, della “creatività” e della “voglia di vivere rifuggendo i compromessi”. Per intanto, il loro “tour” estivo sta confermandosi come successo straordinario, tanto da segnare anche l’ingresso ( da 5 a 6) di un nuovo elemento nella band: Nicholas Guandalini al basso. Anno di grazia, il 2025, quando “I Patagarri” prendono parte al “Concertone del Primo Maggio” a Roma. Data storica, il 23 maggio 2025, allorché pubblicano l’album di esordio “L’ultima ruota del Carovan” (Warner Music Italy) e, a sorpresa, salgono sul palco del “MI AMI Festival” a Milano, tra i più importanti appuntamenti italiani dedicati alla “musica indipendente”. Seguono i “tour estivi” sui palchi di tutta Italia (40 date nel 2025), mentre è ormai in piena corsa il “tour 2026”, partito con 7 date europee ad inizio marzo per poi proseguire lungo tutto lo “stivale”. Attesissimi (non mancate!) alla serata saluzzese di “Occit’amo”, mercoledì prossimo 22 luglio. Da dove, il viaggio prosegue!

Anche per “Occit’amo”.

Giovedì 23 luglioalle 21, nuovo appuntamento, infatti, con “Olimpiadi tra guerra e pace”, lo spettacolo del noto storyteller, scrittore e telecronista sportivo milanese Federico Buffa, accompagnato al pianoforte da Alessandro Nidi, con una “riflessione sul potere simbolico dello sport come forma di riconciliazione”. Lo show, realizzato da Buffa con l’anconetano di Jesi Moris Gasparri (saggista tra sport, cultura e geopolitica, nonché Consigliere della “Divisione Calcio Femminile” della “Figc”) è una produzione di “International Music and Arts” ed è organizzato in collaborazione con “Borgate dal Vivo”. L’incontro, attraverso il racconto della storia delle “Olimpiadi”, nate come strumento di promozione della pace nel mondo, intende far emergere come esse spesso siano state influenzate e intrappolate, nei secoli (dalla fondazione a Parigi, passando per le guerre mondiali fino agli eventi più recenti) dalle tensioni e dai conflitti internazionali. Buffa non mancherà di far emergere il principio della “sacralità della competizione olimpica” ed il ruolo degli atleti come “ambasciatori di pace”. Tra questi, figure emblematiche come quelle di Pierre de Coubertin (pedagogo e storico francese, rifondatore dei “Giochi Olimpici” moderni nel 1894, creatore dei “Cinque Cerchi” simbolo di unione tra i cinque Continenti, nonché dei sei colori della bandiera – incluso lo sfondo bianco – presenti in tutte le bandiere del mondo), l’atleta etiope Abebe Bikila (vincitore della “maratona” alle “Olimpiadi” di Roma del 1960, correndo a piedi nudi), accanto agli eventi occorsi ai “Giochi di Tokio” del 1964, i primi a svolgersi in Asia, con la “fiamma olimpica” accesa da Yoshinori Sakai (giovane di Hiroshima nato il giorno stesso in cui la bomba atomica distrusse la città) e il dramma del maratoneta di casa Kokichi Tsuburaya suicida tre anni dopo, sopraffatto dal dolore per aver perso l’“argento” nella gara finale. Da parte di Buffa, alla luce di numerosi reali eventi, raccontati con competenza e forte empatia emozionale, non mancherà, dunque, la sollecitazione a riflettere sul significato profondo dello sport, “come strumento di speranza e cambiamento, pur consapevoli dei suoi limiti nel modificare la realtà che ci circonda”. E ben lo sappiamo, in un tempo come quello odierno, dove anche i valori più profondi dell’“Olimpismo decoubertiano” non ce la fanno a reggere e ad ostacolare le mire belliche dei “Grandi” padroni della Terra, assolutamente indifferenti al bene prezioso della fratellanza e della pace tra i popoli.

Gianni Milani

Nelle foto: “I Patagarri” (Ph. Simone Cecchetti); Federico Buffa

Così il Caval ‘d brons rimase senza fontane

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il re, dopo aver scartato un primo progetto nel quale Emanuele Filiberto a cavallo scavalca una palizzata, approvò, invece, un bozzetto di un ritratto equestre del Duca poggiante su un basamento, arricchito da quattro figure allegoriche sotto le quali trovavano posto quattro grandi vasche per altrettante fontane

 

Situata al centro della piazza, la statua in bronzo (detta Caval ‘ d brons) raffigura il Duca Emanuele Filiberto a cavallo, nell’atto di rinfoderare la spada dopo la battaglia di San Quintino (1557). Il basamento in granito è ornato su ogni lato dallo stemma sabaudo con la corona ducale e da due bassorilievi in bronzo che rappresentano il Duca mentre fa prigioniero il Montmorency, Gran Connestabile di Francia, e mentre legge i preliminari di pace per il trattato di Cateau-Cambrésis. L’annuncio ufficiale della realizzazione del monumento dedicato a Emanuele Filiberto di Savoia fu dato il 17 dicembre 1831 dalla Gazzetta PiemonteseL’opera venne commissionata da Carlo Alberto all’artista Carlo Marocchetti (stesso autore del monumento dedicato a Carlo Alberto), torinese di nascita ma formatosi in Francia dove risiedeva abitualmente. Il re, dopo aver scartato un primo progetto nel quale Emanuele Filiberto a cavallo scavalca una palizzata, approvò, invece, un bozzetto di un ritratto equestre del Duca poggiante su un basamento, arricchito da quattro figure allegoriche sotto le quali trovavano posto quattro grandi vasche per altrettante fontane. Prima di dare esecuzione al progetto lo scultore Carlo Marocchetti decise di erigere “un non intiero simulacro del monumento al centro della magnifica piazza”; una curiosa prova generale a cui assistette con grande soddisfazione anche “Sua Maestà con un corteggio di autorità”. Ma, pochi mesi dopo la simulazione in piazza, cominciò a circolare a Torino un opuscolo con “Osservazioni relative al Gran monumento” che condannò quasi per intero l’opera. La critica sortì il suo effetto e così un decreto del 24 settembre 1833, stabilì i fondi di L. 210.000 per una “statua equestre in bronzo, collocata sopra un piedistallo circondato da quattro statue allegoriche, il tutto in marmo”; scomparirono definitivamente le fontane. Nonostante le modifiche all’impianto monumentale le polemiche non si placarono, in particolare il critico francese Jean-Paul Ducros rimproverava che le quattro statue agli angoli del basamento apparivano “troppo simmetriche per essere considerate ornamenti architettonici”. 

Dopo innumerevoli contrasti tra Ducros e Marocchetti, la questione si concluse con l’approvazione, da parte dell’Accademia delle Belle Arti, del disegno originariamente concepito dallo scultore. Finalmente, dopo essere stato esposto per due mesi e con grande successo nel cortile del Louvre, il 4 novembre 1838 il monumento venne solennemente inaugurato. Carlo Alberto fu pienamente soddisfatto del monumento ed il Marocchetti ebbe il titolo di barone con in dono un gioiello di gran valore mentre, il fonditore Soyer, ricevette una medaglia d’oro con l’effigie del re. Un’opera, questa, considerata oltre che il capolavoro del Marocchetti, anche uno dei più significativi esempi di politica culturale di Carlo Alberto che, per celebrare l’avvento del suo regno, decise di erigere il primo monumento pubblico all’aperto dedicandolo al Duca Emanuele Filiberto. Dopo due rimozioni, nel 1943 per proteggerlo dai bombardamenti e nel 1979 per restaurarlo, nel 2006 sono inziati i lavori per un accurato restauro e nell’ottobre 2007, tolto il drappo rosso che lo copriva, i cittadini, che attendevano numerosi in piazza San Carlo, hanno potuto finalmente rivederlo. Il monumento, identificato con l’affettuoso nomignolo di “Caval ‘ d brons”, è ormai riconosciuto come uno dei simboli della città di Torino. Ma per poter conoscere il monumento equestre nella sua totalità bisogna anche tenere conto e “spendere qualche parola” per la magnifica piazza che lo ospita. Come ricordato prima, l’opera di Marocchetti a Emanuele Filiberto di Savoia, sorge nel mezzo della centralissima piazza San Carlo, uno spazio progettato da Carlo Castellamonte nel 1637 su un sito occupato prima dall’anfiteatro romano, poi da un tratto delle mura e della spianata della città cinquecentesca. La realizzazione si concluse nel 1650 e divenne il punto nodale del primo ampliamento meridionale della città seicentesca; divenne anche sede di spettacoli grandiosi, manifestazioni ufficiali e parate e la sua prima denominazione fu Place Royale. La realizzazione della piazza, impostata sull’asse della Contrada Nuova (oggi via Roma), rese necessaria prima la demolizione delle vecchie strutture fortificate, ed in seguito la delimitazione del contorno da un sistema di palazzi barocchi porticati, caratterizzati da eleganti facciate unitarie e continue.Per chiudere il lato meridionale vennero progettati i due lotti gemelli, donati, poi in seguito, ad ordini religiosi di stretta protezione ducale: gli Agostiniani Scalzi che fondarono la chiesa e il convento di S. Carlo Borromeo e le Carmelitane Scalze che costruirono la chiesa e il convento di Santa Cristina. Nel corso del tempo, a causa dei progressivi frazionamenti delle proprietà e dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, gli edifici originari sono in gran parte andati distrutti e sono stati ricostruiti nel dopoguerra.Fino al 2004, la piazza è stata percorribile dal traffico veicolare e occupata in prevalenza dalle auto in sosta. Con gli interventi di riqualificazione dell’area centrale storica, è stato restituito a piazza San Carlo il suo ruolo da protagonista nello straordinario scenario della Torino Barocca. Il progetto di riqualificazione ha riportato la piazza al suo originario uso esclusivamente pedonale, mantenendo nella pavimentazione il disegno e i materiali esistenti in precedenza. Sperando che questo “tuffo nel passato per conoscere il presente” sia stato di vostro gradimento, Il Torinese vi da appuntamento alla prossima settimana alla scoperta di un’altra meraviglia di Torino.

Simona Pili Stella

(Foto: il Torinese)

Il genio alato e i titani di piazza Statuto

Alla scoperta dei monumenti di Torino / La piramide di massi frana sotto i piedi di un Genio alato, simbolo della scienza trionfante, trascinando nella sua caduta sette titani, rappresentanti la forza bruta della natura

 

Ed eccoci nuovamente pronti alla scoperta delle meraviglie di Torino, con la nostra ormai consueta e spero piacevole, passeggiata “con il naso all’insù”. Questa volta, miei cari amici lettori, vorrei parlarvi di una delle opere tra le più “chiacchierate” della città, forse anche grazie all’alone di mistero che da sempre la circonda: sto parlando del monumento Al Traforo del Cenisio-Frejus. Collocata in testa a Piazza Statuto, sul lato ovest aperto verso l’imbocco di Corso Francia, l’opera si erge imponente, rappresentando la superiorità della scienza e della tecnologia contro la forza bruta della natura. Conosciuto più comunemente come “Monumento ai caduti del Frejus”, l’opera, pietrosa e frastagliata, si erge al centro di una vasca circolare che raccoglie l’acqua che zampilla tra i massi, simulando torrenti alpini che si aprono la via sul dorso di una montagna.

La piramide di massi frana sotto i piedi di un Genio alato, simbolo della scienza trionfante, trascinando nella sua caduta sette titani, rappresentanti la forza bruta della natura.  Il Genio si erge come la punta di un faro, dove converge lo sguardo di chi percorre via Garibaldi in direzione della piazza. Egli compare con una penna in mano, nell’atto di incidere sulla pietra, ad intramontabile memoria, i nomi dei tre ingegneri che resero possibile l’opera del Traforo. L’idea del monumento nacque nel settembre del 1871, precisamente all’indomani dei festeggiamenti per l’apertura della ferrovia che collegava (e collega ancora oggi) Italia e Francia attraverso il Traforo del Frejus; fu un opera di ingegneria compiuta in un brevissimo lasso di tempo e che sembrò realizzare i sogni di progresso e di comunione dei popoli. Grazie infatti al talento e alla collaborazione tra gli Ingegneri Sommelier, Grandis e Grattoni, il progetto della costruzione del traforo si avvalse dell’uso di perforatrici ad aria compressa, che ridussero le vittime e resero possibile la via di comunicazione transalpina nel giro di quattro anni.

L’entusiasmo per il successo tecnologico e per l’apertura di nuove e più veloci vie di comunicazione, spinse il conte Marcello Panissera da Veglio a proporre l’erezione di un monumento commemorativo. Quindi, su precise indicazioni riguardo al tema e alla metafora che il monumento doveva simboleggiare, venne indetto un concorso presso la Regia Accademia delle Belle Arti, che fu vinto da un giovane allievo dell’Accademia stessa, Luigi Belli. Il monumento (formato inizialmente da otto titani che poi si ridussero a sette e dal Genio alato che all’inizio doveva essere in marmo di Carrara e poi venne realizzato in bronzo), doveva rappresentare la Scienza (e quindi il progresso) vincitrice assoluta sulla natura. Associazioni operaie fecero immediatamente propria l’idea, interpretando l’intenzione del monumento, più che un elogio alla tecnologia, come un ricordo dei tanti lavoratori che parteciparono all’impresa della ferrovia e raccolsero (di loro iniziativa) fondi cospicui che fecero partire il progetto. (E’ interessante precisare come ancora oggi l’interpretazione “operaistica” sia condivisa da molti torinesi che cadendo nello stesso fraintendimento, definiscono il monumento un omaggio ai lavoratori caduti nell’edificazione della galleria del Frejus).

La sottoscrizione avviata dalle società Operaie trovò una controparte nell’analoga iniziativa capitanata dal commendatore Laclaire, che riunì la borghesia cittadina inquietata al pensiero di rimanere a guardare; infine anche la Città stanziò un fondo per la realizzazione dell’opera. I lavori cominciarono però solo nel 1874, coinvolgendo anche altri studenti dell’Accademia per l’esecuzione delle figure dei titani: sei allievi a titolo ufficialmente gratuito, prestarono la loro opera sotto la direzione dello scultore Odoardo Tabacchi e del professor Ardy, incaricati di occuparsi della statua del Genio e del concetto d’insieme dell’intero monumento. In seguito Luigi Belli, discordante con gli altri, verrà estromesso dalla realizzazione, tanto che disconoscerà l’opera giudicandola non fedele all’idea che l’aveva plasmata. Successivamente altri imprevisti e ad alcuni problemi di natura tecnica (nel 1877 ad esempio i lavori rimasero fermi per molto tempo a causa della costruzione del condotto idrico che collegava il monumento ai serbatoi del mattatoio comunale) ritardarono maggiormente l’esposizione dell’opera. Finalmente il 26 ottobre 1879, alla presenza di S.M. Re Umberto, di numerose delegazioni comunali italiane, di corpi dell’esercito, di alcune associazioni operaie e di una gran folla di privati cittadini, venne svelato il monumento, al grido magniloquente di “Volere è potere”.

L’accoglienza dell’opinione pubblica sembrò positiva, ma sui giornali dilagò immediatamente la polemica: il monumento venne giudicato sgraziato, ridicolo, pesante e grottesco. In suo soccorso subentrò però Carlo Felice Biscarra, della Regia Accademia Albertina di Belle Arti, che lo difese come opera innovativa e diversa, necessaria a svecchiare il paludato mondo cimiteriale della statuaria cittadina. L’opera è sicuramente una singolarità all’interno della città: non esiste altro monumento a Torino così mosso, così ricco e dall’apparenza così poco rifinita; se anche la piramide di sassi si distanzia molto dalle sembianze di una montagna vera, i titani esprimono con verosimiglianza la fatica e l’estromissione date da una forza più grande che è giunta a scalzarli. Anzi sono forse loro i veri protagonisti dell’intero monumento tanto che si può comprendere l’identificazione popolare tra questi titani abbattuti e gli operai schiacciati dal lavoro, sentite come vittime e a cui va l’empatia dell’osservatore. Per quanto il Genio alato sia di ottima fattura e rifinito nei minimi particolari (da notare accorgimento dei drappi che si gonfiano alle sue spalle e celano i rinforzi metallici che lo sostengono) il suo ruolo risulta piuttosto di finitura: è situato troppo in alto per poter essere ammirato per le sue qualità artistiche.

Parlando di questo monumento non si può non parlare dell’alone di mistero che da sempre lo circonda, dato dall’immaginario esoterico della Torino Magica che vede Piazza Statuto ed il monumento come deputati al male e alla confluenza di energie nefaste. La piazza, costruita sui resti della “valle occisorum” (vale a dire una necropoli romana), orientata verso occidente dove tramonta il sole ed essendo vicina al celebre rondò d’la furca (o rondò della forca), luogo un tempo predisposto per le condanne a morte, è ritenuta un punto di energie negative. In questo contesto, secondo gli esoteristi, il luogo di massima negatività sarebbe proprio il “Monumento ai caduti del Frejus” che rappresenterebbe proprio la porta dell’Inferno mentre il Genio alato non simboleggerebbe la scienza trionfante, bensì Lucifero, l’angelo ribelle, con la stella ad attestarne l’origine sovrannaturale e con lo sguardo rivolto a controllare Piazza Castello, punto di energia positiva.

Allontanandoci da questa suggestiva visione per così dire “magica” dell’opera, è interessante segnalare una piccola variazione avvenuta al monumento nel 1971 proprio in occasione del centenario dell’ideazione della ferrovia. In quell’occasione si è provveduto a far aggiungere una targa che rendesse il merito dovuto a Giuseppe Francesco Medail, l’imprenditore nativo di Bardonecchia che per primo sostenne la causa del Traforo e che morì senza veder realizzato il suo sogno. Così, se pur con clamoroso ritardo, si diede voce all’accorata protesta della sua vedova, che già all’indomani dell’inaugurazione, nel marzo del 1880, rimproverò l’amministrazione cittadina di non aver associato al monumento il nome del marito.

(Foto: il Torinese)

Simona Pili Stella

Nuovi organi delle Residenze reali e dei Musei nazionali del Piemonte

L’istituto completa il percorso verso la piena autonomia speciale

Con la recente nomina del Consiglio di Amministrazione, firmata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, le Residenze reali sabaude – Direzione regionale Musei nazionali del Piemonte completano il percorso di costituzione dei propri organi statutari e sono oggi pienamente operative nell’ambito dell’autonomia speciale prevista dalla riforma del Ministero della Cultura.

L’istituto, nato nel 2024, è ora dotato di Consiglio di Amministrazione, Comitato Scientifico e Collegio dei Revisori dei Conti, i tre organi che affiancheranno la Direzione nei prossimi anni, contribuendo all’indirizzo strategico, alla programmazione scientifica e alla gestione amministrativa.

I componenti sono stati individuati tra personalità di riconosciuta esperienza nel panorama culturale italiano e tra professionisti del settore.

Consiglio di Amministrazione Presidente: Filippo Masino Componenti: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, designata dal ministro della Cultura; Marco Magnifico Fracaro, designato dal ministro della Cultura; Carola Caldarelli, designata dal ministro della Cultura d’intesa con il ministro dell’Economia e delle Finanze; Chiara Teolato, designata dal Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici.

Comitato Scientifico Presidente: Filippo Masino Componenti: Daniela Brignone, designata dal ministro della Cultura; Paolo Cornaglia, designato dal Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici; Paolo Gerbaldo, designato dalla Regione Piemonte; Guido Curto, designato dal Comune di Torino.

Collegio dei Revisori dei Conti Presidente: Rosa Maria Sutera Componenti: Angelo Di Summa e Stefano Gilardenghi.

«Con queste nomine di altissimo profilo, per le quali sono riconoscente al signor Ministro, questo istituto è più forte – sostiene Filippo Masino, direttore delle Residenze reali sabaude e dei Musei nazionali Piemonte -. Non poteva esserci notizia migliore per affacciarsi alle nuove ambizioni e alle imprese che ci attendono». Le nomine arrivano in una fase di forte sviluppo dell’istituto, che negli ultimi due anni ha registrato una significativa crescita delle attività e della partecipazione del pubblico. Nel 2024 e nel 2025 le dodici sedi hanno visto aumentare i visitatori del 23,5% raggiungendo le 360.000 presenze, insieme al rafforzamento dell’offerta culturale, all’affermazione di rassegne ormai divenute appuntamenti stabili, al completamento nei tempi previsti dei progetti finanziati dal PNRR, all’apertura di nuovi spazi e alla ripresa delle campagne di scavo nelle tre aree archeologiche piemontesi affidate all’istituto. «Nelle nostre dodici sedi – aggiunge Masino – convivono ogni giorno ricerca, tutela, valorizzazione e partecipazione culturale. Il lavoro delle nostre équipe coniuga rigore scientifico, qualità dell’offerta e attenzione ai pubblici, che crescono e diventano sempre più diversificati. I risultati raggiunti confermano che la direzione intrapresa è quella giusta».   Nei prossimi mesi le Residenze reali sabaude presenteranno nuovi progetti destinati a rafforzare il ruolo delle proprie sedi sul territorio e a rinnovarne la fruizione, con interventi che interesseranno sia la valorizzazione del patrimonio sia il rapporto con le comunità e con i visitatori.

Tre grandi serate chiuderanno l’Evergreen Fest al Parco della Tesoriera

I Queen of Saba, Simone Bernini, Lele Roma, Xenia Ensemble e Federico Sirianni saranno gli artisti che chiuderanno l’undicesima edizione di Evergreen Fest con un’esplorazione intergenerazionale di musica e parole. Tutti gli appuntamenti si svolgeranno presso il Parco della Tesoriera di Torino, con ingresso libero e gratuito, a eccezione del concerto dei Queen of Saba, per cui è previsto un biglietto di 10 euro per l’accesso all’area spettacolo. Proprio il duo veneto, che vanta importanti collaborazioni con Big Mama e Willie Peyote, noto per affrontare temi riguardanti l’antimilitarismo e l’identità di genere, sarà protagonista della serata di venerdì 17 luglio prossimo, che inizierà alle 21.30. Il pubblico avrà l’occasione di ascoltare dal vivo alcuni brani dell’ultimo album dei Queen of Saba, uscito nel mese di giugno scorso e intitolato “Bricioline”.

Sabato 18 luglio, sempre alle 21.30, il giovane cantautore torinese Simone Bernini sarà il protagonista di una serata caratterizzata da musiche blues, rock e soul. Bernini, il cui ultimo singolo, dal titolo “Mephis”, è arrivato a registrare 1,5 milioni di stream e 16 milioni di visualizzazioni sui social, si è esibito anche al “105 Summer Festival” di Senigallia. Dopo il concerto, la serata proseguirà con l’energia di Lele Roma e della sua “Lele Land”, per un viaggio musicale, ascoltabile in modalità “silent”, attraverso cuffie wireless distribuite dall’organizzazione.

La chiusura di domenica 19 luglio sarà affidata alle sonorità del quartetto d’archi Xenia Ensemble, che si esibirà alle ore 11 in un concerto organizzato in collaborazione con il Coordinamento Associazioni Musicali di Torino, mentre alle 21.30 salirà sul palco Federico Sirianni, che quest’anno festeggia l’anniversario della sua carriera con 35 anni da “Outsider – Da De Andrè alla Felicità”. Il cantautore genovese racconta fra musica e parole la sua storia artistica: dall’incontro con Fabrizio De André alle diverse finali al Premio Tenco, fino alle tournée internazionali e alle prestigiose collaborazioni con musicisti del calibro di Greg Cohen, contrabbassista di Tom Waits, e Rafa Gayol, batterista di Leonard Cohen. Ad accompagnarlo su palco Elisabetta Bosio (violino), Veronica Perego (contrabbasso) e Valeria Quarta (voce e percussioni).

Il Festival est si congeda dal palco principale, ma la programmazione continuerà fino al 30 agosto con una serie di concerti di musica classica diffusi nel Parco della Tesoriera.

Evergreen Fest è organizzato da Tedacà, si inserisce nell’ambito del programma culturale “Che Bella Estate!”, un progetto della Città di Torino, in collaborazione con Fondazione per la Cultura Torino. Main sponsor Iren, con il sostegno di Regione Piemonte, Quarta Circoscrizione della Città di Torino e Fondazione CRT. Media Partner Radio Energy.

Il calendario completo, maggiori informazioni e prevendita dei biglietti sono disponibili sul sito www.evergreenfest.it.

Mara Martellotta

A Torino nasce il Festival del Paesaggio Fluviale


Arte contemporanea, ecologie radicali e ricerca internazionale lungo il Sangone
Dal 20 al 27 settembre 2026 prende vita a Mirafiori “Il fiume che ci attraversa”, la prima edizione di un nuovo festival internazionale che trasforma il torrente Sangone in un laboratorio di arte, ecologia e partecipazione. Tra gli ospiti ci sono l’artista portoghese Maja Escher, il collettivo berlinese Perperúna Ensemble, ricercatori, artisti e attivisti provenienti da tutta Europa.
A settembre Mirafiori ospita la prima edizione del Festival del Paesaggio Fluviale Il fiume che ci attraversa”, un nuovo progetto culturale dedicato alle relazioni tra arte contemporanea, paesaggio, ricerca scientifica e partecipazione civica. Laboratori, passeggiate, installazioni, attività per famiglie, incontri pubblici e momenti di ricerca aperti alla cittadinanza daranno vita a un programma diffuso lungo il Sangone. Il paesaggio fluviale si trasformerà così in uno spazio di sperimentazione condivisa, dove pratiche artistiche, ricerca scientifica e partecipazione civica si incontrano per immaginare nuove relazioni con il territorio.

Il Festival è ideato e curato da Licia Soldavini, Caterina Selva e Lorenza Manfredi e nasce per iniziativa della Fondazione della comunità di Mirafiori, in collaborazione con Orti Generali e Città di Torino, nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 ClimaGen – Climate, Imagination, Engagement. La partecipazione a tutte le attività è gratuita.

Nel panorama italiano delle manifestazioni dedicate al rapporto tra arte e ambiente, “Il fiume che ci attraversa” si distingue per un approccio fortemente interdisciplinare che mette in dialogo arte contemporanea, ricerca accademica, ecologia politica, progettazione del paesaggio e pratiche partecipative, assumendo il fiume non come semplice scenario naturale, ma come dispositivo culturale e infrastruttura civica capace di generare nuove forme di conoscenza e cura dei territori.

Il Festival nasce a Mirafiori sud, quartiere simbolo della storia industriale italiana, oggi protagonista di una profonda trasformazione urbana, sociale e ambientale, custode di un patrimonio culturale e paesaggistico spesso poco conosciuto: il torrente Sangone, Orti Generali, il Mausoleo della Bela Rosin, il Rifugio Antiaereo e un sistema di parchi e aree verdi, che raccontano un nuovo rapporto tra città e natura. Il Festival sceglie di partire da questo patrimonio per consolidare una nuova narrazione del quartiere, già avviata con l’Opera IDOLO di Mike Nelson, valorizzandone il ruolo di laboratorio di innovazione culturale, ecologica e civica. La cultura attiva così nuove relazioni, contribuendo a ridefinire l’identità di Mirafiori sud come uno dei luoghi più dinamici della sperimentazione sul paesaggio urbano in Italia.

L’inaugurazione ufficiale si svolge venerdì 25 settembre con interventi delle curatrici e delle Istituzioni, seguiti da momenti performativi. Da domenica 20 settembre sono previste attività “Verso il Festival”, come il laboratorio con materiali di recupero, Alghe Acquatiche, condotto dall’artista Stefano Fiorina, o l’escursione nel Parco Naturale Orsiera-Rocciavrè, nei luoghi attraversati alla sua nascita dal torrente Sangone.

Dal 22 al 25 settembre saranno in programma due workshops formativi per studentə. Incontri per un’altra cartografia lungo il torrente Sangone, sviluppato insieme al Politecnico di Torino in collaborazione con i Corsi di Laurea Magistrale in Pianificazione Urbanistica e Territoriale e Architettura del Paesaggio, e il workshop con studentə dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino dell’artista portoghese Maja Escher, tra le protagoniste di Manifesta 15 e finalista dell’EDP Art Award, che lavorerà al progetto dell’installazione partecipativa •Pietra•Radice•Serpente•, una Nature-Based Solution che interpreta il fiume come organismo vivente capace di connettere corpi, memorie e comunità.

Accanto a Escher, il programma del Festival riunisce alcune delle voci più interessanti della ricerca artistica contemporanea: Ifor Duncan, ricercatore dell’Università di Utrecht e del progetto ERC EcoViolence; studiosi come Federico BrogginiAlberto DorettoMarco Giardino e Sofia Beschi, insieme a performer, illustratori, geografi, architetti e collettivi interdisciplinari provenienti da diversi Paesi europei.

Tra gli appuntamenti più innovativi figurano inoltre Swamp Jam di Melma Crew, in collaborazione con Radio Banda Larga, che traduce in un’esperienza performativa le relazioni invisibili dell’ecosistema del Sangone attraverso microscopia e sound design dal vivo; la conversazione Alleanze più che umane, dedicata alle nuove ecologie politiche e al femminismo acquatico, una prospettiva di ricerca che, a partire dai corsi d’acqua intesi come infrastrutture ecologiche e affettive, ma anche come archivi di conflitti e disuguaglianze, mette in luce possibilità di riparazione e di immaginazione di altre forme di cura e coesistenza.
Dialoghi Inaspettati sono dispositivi partecipativi che superano il formato tradizionale del convegno o della mostra e che permettono un confronto tra cittadini, amministratori, artisti e ricercatori; le passeggiate geologiche, i laboratori dedicati alle famiglie, le performance di canti e racconti polifonici del Perperúna Ensemble di Berlino e la proiezione, tra altri, del documentario “I ricordi del fiume” dei fratelli De Serio.

Il fiume che ci attraversa” propone un nuovo paradigma culturale: leggere il paesaggio fluviale come archivio vivente di biodiversità, memoria, conflitti e possibilità, facendo della dimensione del festival uno strumento di ricerca, partecipazione e trasformazione dei territori.

Con questa prima edizione, Torino inaugura una manifestazione destinata a occupare uno spazio originale nel panorama italiano dei festival dedicati all’arte contemporanea e all’ecologia, proponendo il paesaggio fluviale come luogo privilegiato per sperimentare nuove alleanze tra discipline, istituzioni e comunità. Per Mirafiori sud significa avviare un progetto destinato a lasciare un’eredità concreta: nuove opere pubbliche, reti di collaborazione locali e internazionali, conoscenze condivise e una rinnovata consapevolezza del valore del Sangone come bene comune e infrastruttura culturale della città.

Informazioni utili:
La partecipazione alle attività è gratuita e libera (alcune attività sono a prenotazione obbligatoria, a partire dal 1° settembre 2026 a prenotazioni@fondazionemirafiori.it)

Scopri il programma su https://mirafioridopoilmito.it/fpf2026-programma-contenuti/
e su Instagram @mirafioridopoilmito

La “Rete Antonelliana” non si ferma

Dopo il successo delle attività estive, prende forma il percorso di sviluppo della rete dedicata ad Alessandro Antonelli. A settembre sarà presentata la seconda edizione con nuovi itinerari, nuovi partner e nuove progettualità.

 

La “Rete Antonelliana” non si ferma. Dopo i primi mesi di attività, il progetto promosso dalla Regione Piemonte e realizzato da Abbonamento Musei entra in una nuova fase di sviluppo, con l’obiettivo di rafforzare una rete stabile dedicata alla valorizzazione dell’eredità di Alessandro Antonelli e del patrimonio culturale piemontese.

 

I risultati della prima edizione confermano la risposta positiva del pubblico e dei territori: complessivamente sono state coinvolte oltre 1.000 persone nelle attività di progetto a partire dal lancio.

 

Le iniziative hanno interessato Torino, Novara, Boca, Ghemme, Maggiora e Romagnano Sesia, dando vita a un primo itinerario culturale diffuso dedicato ai luoghi antonelliani. Visite guidate, spettacoli teatrali, incontri divulgativi e tour in bus hanno coinvolto oltre 800 partecipanti, mentre sono quasi 1.000 le persone abbonate che hanno aderito al programma fedeltà di Abbonamento Musei “Architetture Magnifiche”, sviluppato in collaborazione con Fondazione per l’Architettura/Torino per celebrare le architetture piemontesi.

 

Ad accompagnare il progetto anche la mostra divulgativa allestita sulla cancellata della Mole Antonelliana, realizzata in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, che continuerà ad accogliere cittadini e turisti per tutta l’estate, contribuendo a raccontare uno dei più importanti protagonisti dell’architettura italiana.

 

La comunicazione sui canali di Abbonamento Musei ha inoltre raggiunto un pubblico di oltre 400.000 contatti, generando circa 10.000 interazioni, mentre la campagna promozionale ha interessato il Novarese con 258 affissioni e garantito la presenza sulle principali testate locali.

 

«La Rete Antonelliana dimostra che la cultura può diventare un motore di sviluppo dei territori quando istituzioni, musei e comunità lavorano insieme verso un obiettivo comune – dichiara l’assessore alla Cultura della Regione Piemonte Marina Chiarelli – La nostra volontà è trasformare questo progetto in un’infrastruttura culturale permanente capace di mettere in rete luoghi, competenze e opportunità. Alessandro Antonelli rappresenta un patrimonio identitario del Piemonte e oggi, grazie a questa iniziativa, diventa anche il filo conduttore di una nuova strategia di valorizzazione culturale e turistica che continuerà a crescere.»

 

«I risultati di questa prima fase confermano quanto il pubblico apprezzi esperienze culturali capaci di unire conoscenza, partecipazione e scoperta del territorio – afferma Simona Ricci, Direttrice di Abbonamento Musei – La risposta ricevuta ci incoraggia a proseguire ampliando ulteriormente il progetto e coinvolgendo nuovi luoghi e nuovi pubblici.»

 

I prossimi passi

 

Il lavoro sulla “Rete Antonelliana” prosegue già in queste settimane con la progettazione della seconda edizione, che vedrà l’ampliamento dei percorsi di visita, il coinvolgimento di nuovi partner e un calendario ancora più ricco di iniziative dedicate alle architetture antonelliane.

 

Nel mese di settembre saranno presentati i risultati complessivi della prima fase e le anticipazioni per la nuova annualità, con nuove esperienze culturali, itinerari tematici e attività rivolte a famiglie, scuole, appassionati e visitatori.

 

L’obiettivo è consolidare la Rete Antonelliana come un modello di valorizzazione integrata del patrimonio culturale piemontese, capace di connettere città, borghi, istituzioni e comunità in un unico racconto che guarda al futuro, partendo dall’eredità di uno dei più grandi architetti italiani.

Didascalie fotografie allegate: 6 giugno 2026, visita guidata a Ghemme; 27 giugno 2026, visita guidata alla Cupola di San Gaudenzio a Novara; 7 maggio 2026, press tour sul territorio del Novarese.

Ai Musei Reali “Torino crocevia di sonorità”

Ai Musei Reali “Torino Crocevia di sonorità – Ritratto a due voci”

Nella giornata di venerdì 17 luglio, i Musei Reali osservano un’apertura straordinaria, dalle 19.45 alle 23.30 (con ultimo ingresso alle ore 22.45), in occasione del concerto per voci e pianoforte intitolato “Torino Crocevia di sonorità – Ritratto a due voci”. L’evento, inserito nel programma della rassegna “Estate Reale 2026 – Una sera al museo”, che si svolge all’interno del Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale, alle ore 21, vede protagonisti sul palco il soprano Tamara Moldavchuk e il baritono Franco Celio Cioli, accompagnati da Marta Conte al pianoforte, in cui eseguono musiche che spaziano da Franz Schubert a Hugo Wolf, da Ludwig van Beethoven a Gabriel Fauré,da Henri Duparc a Claude Debussy, da Reynaldo Hahn a Robert Schumann. Il concerto è realizzato dai Musei Reali in collaborazione con il Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Verdi” di Torino.

La Caffetteria Reale rimane aperta fino all’inizio del concerto, alle ore 21.

Musei Reali – Palazzo Reale di Torino – Piazzetta Reale 1

Info biglietti: Intero: € 8,00 – gratuito fino agli 11 anni compiuti – gratuito per un accompagnatore di persona con disabilità. La vendita è disponibile online al link:https://museireali.midaticket.com/eventi/17-luglio-estate-reale-torino-crocevia-di-sonorita-concerto-e-apertura-serale-dei-musei-reali/?t=2026-07-17 e presso la biglietteria del museo la sera stessa.

Info e programma: https://museireali.beniculturali.it/ – mr-to.eventi@cultura.gov.it

Mara Martellotta

 

 

Venerdì 17 luglio 2026

TORINO CROCEVIA DI SONORITÀ

Ritratto a due voci

Concerto per voci e pianoforte. In collaborazione con il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino.

Musei Reali di Torino, Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale

 

Programma:

 

Franz Schubert (1797-1828)
Gesänge aus “Wilhelm Meister” op. 62 (Goethe)
1. Mignon und der Harfner
Gesänge des Harfners, D. 478 (Goethe)
1. Wer sich der Einsamkeit ergibt
2. Wer nie sein Brot mit Tränen ass
3. An die Türen will ich schleichen
Gesänge aus “Wilhelm Meister” op. 62 (Mignon-Lieder, Goethe)
2. Heiss mich nicht reden
3. So lasst mich scheinen

Hugo Wolf (1860-1903)
dai Mignon-Lieder, Goethe

Nur wer die Sehnsucht kennt
Kennst du das Land

 

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
An die ferne Geliebte (Jeitteles)

Gabriel Fauré (1845-1924)
Mandoline (Verlaine, Cinq Mélodies de Venise op. 58)

Henri Duparc (1848-1933)
Extase (Lahor)

Claude Debussy (1862-1918)
Chevaux de bois (Verlaine, Ariettes oubliées)

Reynaldo Hahn (1874-1947)
L’heur exquise (Verlaine, Chansons Grises)

Robert Schumann (1810-1856)
Tanzlied (Rückert, Vier Duette op. 78)

 

Orari

Visita libera al percorso museale: 19.45–23.30

Inizio concerto: 21.00

 

Percorso visitabile

Primo piano di Palazzo Reale

Armeria Reale

 

Caffetteria Reale

Aperta fino alle ore 21.00

 

Biglietti

Intero: € 8,00

Gratuito fino agli 11 anni compiuti

Gratuito per un accompagnatore di persona con disabilità

 

Biglietti disponibili online al link: https://museireali.midaticket.com/eventi/17-luglio-estate-reale-torino-crocevia-di-sonorita-concerto-e-apertura-serale-dei-musei-reali/?t=2026-07-17

e presso la biglietteria del museo la sera stessa.

 

Informazioni:

https://museireali.beniculturali.it/

mr-to.eventi@cultura.gov.it

 

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Re Umberto I, il conservatore che abolì la pena di morte

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo

Nel piazzale, davanti alla Basilica di Superga, si innalza imponente il monumento dedicato al Re Umberto I di Savoia. Su un basamento di marmo si erge un Allobrogo, guerriero capostipite dei piemontesi, con indosso un elmo alato, lunghe trecce, ascia e corno di guerra. Il guerriero tiene un braccio levato mentre con l’altro punta una spada sulla corona ferrea circondata dalle palme del martirio, in segno di fedeltà e con accanto uno scudo sabaudo lambito da due serpenti, simboli rispettivamente della dinastia reale e del tempo. Alle spalle del guerriero si trova un’ alta colonna corinzia di granito, il cui capitello in bronzo si prolunga in una figura d’aquila imperiosa ad ali spiegate, trafitta da una freccia; allegoria del re assassinato.

 

Umberto I nacque il 14 marzo 1844 a Torino, precisamente a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II (allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo) e da Maria Adelaide d’ Austria. Ebbe, come da tradizione sabauda, un’educazione essenzialmente militare e nel marzo del 1858 intrapreseproprio la carriera militare, cominciando con il rango di capitano; successivamente prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo.

Assunse, sul fronte della politica interna, una posizione rigida e autoritaria soprattutto in senso anti-parlamentare: le insurrezioni e i moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894), che minacciavano l’ordine interno e l’unità stessa dell’Italia, lo portarono a firmare provvedimenti come ad esempio lo Stato d’Assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti, si procedette, ad opera del governo Crispi,allo scioglimento del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Il suo regno fu contrassegnato da opinioni e sentimenti opposti, infatti se da alcuni venne elogiato per per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del1884 ( si prodigò personalmente nei soccorsi), o ad esempio per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che portò all’abolizione della pena di morte, da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo. Fu aspramente criticato dall’opposizione anarchico-socialista e repubblicana italiana, soprattutto per la decorazione del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che fece uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere, il 7 maggio 1898, i partecipanti alle manifestazioni di protesta scatenate dalla tassa sul macinato. Dopo esser sfuggito a due attentati, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

A pochi mesi di distanza dall’attentato di Monza, il vice-presidente dell’Unione Artisti ed Industriali di Torino, Alessio Capello, propose l’erezione di un monumento in memoria di Umberto I, con l’idea di farlo sorgere sul colle di Superga, presso le tombe degli avi di Casa Savoia. L’assemblea dell’Unione Artisti ed Industriali, presieduta da Giacomo Rava, acconsentì all’ iniziativa e venne immediatamente costituito un Comitato esecutivo che aprì una sottoscrizione e raccolse, nel giro di pochissimo tempo, una somma di 15.000 lire provenienti da oltre ottanta comuni piemontesi e da circa cento Associazioni. L’incarico di scolpire il monumento fu affidato allo scultore Tancredi Pozzi che concluse l’opera in poco più di un anno dall’approvazione del progetto. L’inaugurazione avvenne l’ 8 maggio del 1902 alla presenza del sindaco di Torino Severino Casana, del presidente del Comitato esecutivo Alberini e del canonico Amedeo Bonnet, prefetto della Basilica di Superga, che prese in custodia il monumento per conto della Casa Reale. 

 Simona Pili Stella

 

Foto Xavier Caré / Wikimedia Commons