CULTURA

Fondazione Garuzzo, Progetto di cooperazione culturale fra Italia e Senegal

“Dialogues avec les images” rappresenta un progetto di cooperazione culturale, didattica e formativa tra Italia e Senegal, che mette in relazione istituzioni accademiche, docenti e studenti di due Paesi attraverso la fotografia e le arti visive. Ideato e promosso dalla Fondazione Garuzzo, ente culturale senza scopo di lucro con sede a Torino che, dal 2005, opera nella diffusione in Italia e nel mondo dell’arte contemporanea, in collaborazione con l’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Urbino), l’Ambasciata d’Italia a Dakar e l’Istituto Italiano di Cultura a Dakar, il progetto prende avvio nelle prime settimane di luglio 2026, e costruisce un percorso condiviso di formazione e produzione artistica con l’obiettivo di avviare un dialogo strutturato e continuativo tra sistemi culturali accademici europei e africani.

L’iniziativa si inserisce in una fase di rafforzamento delle relazioni diplomatiche culturali tra Italia e Africa, oggi al centro di un ri notato dialogo strategico ch3 coinvolge cooperazione internazionale, formazione, mobilità accademica, sviluppo sostenibile e diplomazia culturale. In questo contesto la fotografia è intesa come un dispositivo di relazione e linguaggio operativo comune, capace di attivare pratiche di scambio che superino la dimensione espositiva per entrare nel campo della coproduzione il progetto si sviluppa attraverso fasi successive che intrecciano workshop, produzione di opere, esposizione pubblica, editoria e consolidamento istituzionale. La fase iniziale del progetto si svolge in Senegal, con due workshop tematici tra Dakar e Saint-Louis. I laboratori sono condotti congiuntamente da docenti dell’ISIA di Urbino e da docenti delle Istituzioni senegalesi partner, coinvolge do studenti selezionati dell’ISIA, dell’École des Arts di Dakar e dell’Università Gaston Berger di Saint-Louis.

Il gruppo di lavoro internazionale e interdisciplinare, opera in condivisione progettuale in cui la produzione fotografica nasce dall’interazione diretta tra pratiche didattiche e contesti culturali differenti. L’obiettivo non è la semplice documentazione, ma la costruzione di un corpus di immagini originali, sviluppato attraverso un processo di confronto continuo.

I primi risultati del workshop troveranno una prima restituzione pubblica nell’autunno del 2026, con una mostra collettiva allestita negli spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di Dakar. L’esposizione sarà inserita all’interno di Dak’Art OFF, programma collaterale della Biennale d’Arte di Dakar, che si svolgerà dal 19 novembre al 19 dicembre 2026 e rientrerà nel festival Partcours che, ogni anno, costruisce una rete diffusa di istituzioni, musei e spazi indipendenti nella città.

La Biennale di Dakar, tra le più importanti piattaforme dedicate all’arte contemporanea  africana e della diaspora, rappresenta, da oltre trent’anni, un punto ristoro riferimento internazionale per la ricerca artistica, il confronto culturale e la riflessione sulle trasformazioni sociali e politiche del presente. Fondata nel 1990, si distingue per la capacità di intrecciare pratiche artistiche e riflessione pubblica.

In occasione dell’inaugurazione verrà presentata una pubblicazione dedicata al progetto, accompagnata da un programma pubblico di incontri, talk, tavole rotonde e proiezioni con artisti, curatori e studiosi italiani e senegalesi. Il volume, pubblicato in italiano e in francese, è concepito come un dispositivo editoriale autonomo rispetto alla mostra: alle immagini si affiancano contributi scientifici che ampliano il campo di riflessione sul progetto e sui suoi processi di lavoro. Il progetto grafico è affidato a ISIA Urbino, mentre la pubblicazione è edita da Skinnerboox, realtà di riferimento internazionale nel panorama del libro fotografico.

Mara Martellotta

HIEROGLAM, al Museo Egizio di Torino un progetto espositivo e formativo

A cura di Accademia IUAD, tra creazioni ispirate all’antico Egitto

Al Museo Egizio di Torino, nella giornata di martedì 9 giugno, Accademia IUAD presenta un progetto espositivo finalizzato a valorizzare l’arte e la creatività emergenti tra visionarietà, moda contemporanea, simbolismo ancestrale e patrimonio culturale dell’antico Egitto. “HIEROGLAM” è il nome della mostra voluto dai suoi curatori, Pasquale Esposito e Francesco Maffei, che hanno coinvolto un gruppo di studenti delle sedi IUAD di Napoli e Milano per realizzare una sorta di “capsule collection” composta da circa trenta abiti ispirati all’estetica, ai rituali e alla potenza iconografica dell’universo egizio.
Si tratta di un percorso immersivo in cui l’abito muta in esperienza sensoriale, evocazione simbolica e dispositivo narrativo. La mostra accoglie inoltre una selezione di capi provenienti da Archivio di Ricerca Mazzini, luogo di riferimento internazionale per la ricerca e la conservazione della moda storica, con creazioni iconiche firmate da Issey Miyake, Gianfranco Ferré, Roberto Cavalli, Alexander McQueen e altri protagonisti della couture internazionale. HIEROGLAM rappresenta un esempio virtuoso di sinergia tra formazione, cultura e creatività contemporanea, una riflessione sulla necessità di dare senso, significati, identità e appartenenza attraverso la moda e il glamour, un progetto in cui antico e moderno si fondono in una chiave visiva e sensoriale capace di restituire alla moda il suo significato più profondo, quello di linguaggio simbolico, rito identitario e forma di trasformazione. Gli studenti IUAD rileggono l’immaginario dell’antico Egitto attraverso una sensibilità contemporanea, trasformando simboli rituali, armature, amuleti e iconografie divine in volumi scultorei, superfici luminose e tessuti stratificati. Ogni creazione diventa così una presenza evocativa, sospesa tra memoria archetipica e visione futuristica.

I giovani protagonisti dell’esposizione sono i designer Francesca Miniati, Anna Martinetti, Chiara Prearo, Davide Grasso, Chiara Corbo Tedesco, Chiara Stelluto, Chaia Michelle, Fabiana Parente, Salvatore Marigliano, Anita Cimmino, Nicole Sciamanna, Federica Lombardi, Sofia Vettorato, Giulia Gaeta, Alessia Russo, Carmela Alfieri, Francesca Esposito, Jara Apicella, Martina Bianco, Noemi Avallone, Antonio Di Matteo, Isidis Mercuri, Francesco Vitale, Aurora Vigevani, Michelangelo Tagliatela, Marianna Licciardi, Ludovica Capasso, Emiliana Pagliafora, Martina Sorvino, Salvatore Riccio, Simone Spera, Josè Samuel Lesta, Gaetano Pignatelli e Bautista Mary Chluie.

Ogni creazione in mostra diventa una meditazione visiva sull’archetipo: il sole, il serpente, l’occhio, la piramide, le divinità ibride e gli antichi codici spirituali riemergono in una nuova forma estetica, dove il ka e il ba (forza vitale e anima mobile) ispirano volumi fluidi, accessori rituali e palette che fondono oro solare, blu del Nilo, nero cosmico e rosso desertico.
Il visitatore entra così in uno spazio sospeso tra culto dell’immagine e potere del simbolo, nel quale ogni ambiente si trasforma in soglia, ogni abito in presenza evocativa: non solo una mostra, ma un’esperienza immersiva dove il corpo si fa mito e il tessuto diventa rivelazione.

Mara Martellotta

Vercelli tra risaie, arte e gastronomia

Il prezioso e singolare passaggio per il Piemonte.

E’ tra le città che Dante ha citato più spesso nella Divina Commedia ricordandola per la ricchezza del suo armonioso e suggestivo paesaggio, il Monte Rosa che la domina dall’alto, il “mare a quadretti” di risaie che orna i dintorni come un florido e umido tessuto, le ricchezze artistiche e architettoniche di coinvolgente bellezza.

Stiamo parlando di Vercelli, la porta di accesso al Piemonte dallavicina Lombardia, probabilmente celtica di origine,  Wehr-Celt il suo antico nome, deliziosa città densa di bellezze , di misurata e gentile atmosfera.

L’ho visitata di domenica, una gita in giornata da Torino per celebrare la fine del lockdown  e immergermi nuovamente in questa regione meravigliosa che è il Piemonte. La sensazione è stata di sospensione onirica, di una realtà d’altri tempi, forse per i suoi borghi silenziosi, per la sobrietà e l’eleganza che la caratterizzano, per la dovizia di tracce e  sigilli storici.

Oltre che per la sua piacevole frugalità Vercelli è nota per importanti impulsi sociali ed economici. L’appellativo di “citta delle 8 ore” le è stato conferito per il limite ad otto ore lavorativeche si concesse alle mondine sancito successivamente a  livello nazionale, è la capitale europea del riso, con una propria Borsa del Riso e  la Stazione Sperimentale di Risicoltura e delle Coltivazioni irrigue; viene inoltre gloriosamente chiamata “la città dei 7 scudetti” grazie alle conquiste sportive del Pro Vercelli tra il 1908 e il 1922.

Arrivando si intuisce subito che ci si addentra in un territorio unico e prezioso ma forse poco conosciuto e sottovalutato livello turistico cosa che credo si debba prontamente rettificare, Vercelli e i suoi dintorni sono certamente da visitare.

Come ci ha suggerito la guida ci dirigiamo subito a Piazza Cavour essenza del centro storico dalla forma a trapezio, luogo di incontri e del mercato bisettimanale, dedicata allo statista che fu uno dei maggiori promotori della risicoltura con la realizzazione di opere dedicate come il Canale Cavour e l’istituzione dell’Associazione Ovest-Sesia. Diversi sono i locali dove mangiare e godersi lo scenario urbano costituito dagli edifici più antichi della città, i portici e la leggendaria Torre dell’Angelo. Non lontano , a Via Foà, troviamo la Sinagoga, opera dell’architetto Giuseppe Locarni, una bellissima espressione di arte moresca in pietra arenaria decorata da merlature, torri e cupole a cipolla e la Chiesa di San Cristoforo, denominata la Cappella Sistina di Vercelli, che lascia senza fiato con i suoi meravigliosi dipinti del ‘500 di Gaudenzio Ferrari. A pochi passi Piazza di Palazzo Vecchio, conosciuta anche come Piazza dei Pesci per il mercato ittico che vi si teneva, ma soprattutto il “broletto” della città dove, nelMedioevo, si radunava il popolo.

Nella direzione opposta si trovano il Duomo dedicato al Patrono della città, Sant’Eusebio, che domina la verde e omonima piazza;più volte distrutto e ricostruito la struttura attuale è stata edificata tra il 1500 e il 1800,  l’importante campanile risale invece al XII secolo.   All’interno troviamo

un imponente crocifisso in legno e oro realizzato nell’anno mille e la cappella con le spoglie del santo. Uscendo dalla Cattedrale vale la pena di dare uno sguardo esterno al Castello Visconteo che fu residenza sabauda, alloggio militare, e attualmente tribunale e carcere.

A pochissimi passi spicca la Basilica di Sant’Andrea, meraviglioso esempio di architettura gotica e romanica completata nel 1227. Simbolo della città, ci meraviglia con la sua bellezza e maestosità; percorriamo il suo perimetro esterno e poi entriamo a visitare la chiesa e il pacifico chiostro. Uscendo troviamo il Salone Dugentesco ex ospedale militare che ospitava pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena, di cui Vercelli è la decima tappa fino a Robbio; sul lato esterno si può leggere la targa con un passo della Divina Commedia dedicato alla città.

A   Vërsèj, in dialetto piemontese, diversi sono i musei da visitare: sicuramente la Casa-Museo Borgogna, seconda pinacoteca della regione, che vanta numerose opere d’arte collezionate da AntonioBorgogna appunto, viaggiatore e amante dell’arte, Il piccolo Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Leone risalente ai primi del 1900 presso la Casa Alciati e il barocco Palazzo Langosco, cheospita una collezione varia: armi preistoriche, corredi di tombe egizie, vasi etruschi, mosaici medievali, porcellane, quadri di epoca moderna e il MAC – Museo Archeologico Civico L. Bruzzadove sono raccolti reperti archeologici “moderni” che ripercorrono il periodo dalle origini della città fino al Medioevo.Davvero interessante è l’Arca, un polo espositivo contemporaneoin vetro e acciaio collocato nella navata centrale della chiesa di San Marco.

Svariate sono le  visite che si potrebbero fare, anche nei dintorni, sostando più giorni.

Consigliato a più voci è il giro delle risaie in bici, soprattutto quando sono allagate in aprile e maggio, (sicuramente evitando l’estate piena per non godere della compagnia di numerose e fastidiose zanzare),  il Sacro Monte di Varallo, Valduggia e la chiesa di San Giorgio.

Un altro validissimo motivo per visitare questo luogo delizioso è l’arte culinaria. Fare un salto alla pasticceria Follis per comprare i bicciolani, i biscotti speziati, è una tappa obbligata come fare colazione o merenda alla Pasticceria Tarnuzzer per gustare la torta tartufata. Il piatto tipico di Vercelli è la Panissa, ma anche il risotto alla Gattinara, il vino che profuma di viola, è notevole! E ancora le patate masarai, la toma valsesiana e i fagioli rossi di Saluggia. Da bere? Dei buonissimi Gattinara, Bramaterra, Coste della Sesia ed Erbaluce.

Quando deciderete di visitare questa bellissima città e i suoi dintorni verificate gli orari di apertura e chiusura delle chiese, dei musei e delle attrazioni in genere, soprattutto nel weekend alcune di queste chiudono alle 12.

Per informazioni www.atlvalsesiavercelli.it

 

MARIA LA BARBERA

Alla scoperta della Villa “Il Passatempo” delle Dame di Verrua

Curiosità della storia. C’è un filo sottile che lega un’antica Villa di Chieri al celebre assedio turco di Vienna del 1683 che segnò la vittoria degli eserciti europei sulle forze ottomane che da due mesi accerchiavano la capitale degli Asburgo. In quello stesso anno il conte Giuseppe Augusto Scaglia di Verrua sposò la damigella Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, la famosa contessa di Verrua, e due anni dopo decise di edificare Villa Il Passatempo per villeggiatura e per deliziare la bella e giovane moglie francese che diventerà l’amante di Vittorio Amedeo II di Savoia. Nel grande salone, al piano nobile della dimora storica nota come la residenza delle “Dame di Verrua”, si staglia una preziosa e maestosa scultura lignea che illustra alcune scene della battaglia di Vienna.
Dalle alture della città assediata e ormai vicina alla resa, gli ussari alati comandati dal re polacco Jan Sobieski, fiancheggiati da un giovanissimo scalpitante principe Eugenio di Savoia, piombano come falchi sull’accampamento della Mezzaluna sbaragliando la grande armata turca del Gran Visir che minacciava l’intero continente. Era il 12 settembre del 1683. L’Europa era salva, Roma, cuore della Cristianità, poteva dormire sonni tranquilli. La notizia della vittoria cominciò lentamente a propagarsi dal campo di battaglia a tutta l’Europa occidentale. L’eco del fausto evento si diffuse in tutte le città europee provocando un’euforia generale e tumulti di gioia. In ogni chiesa riecheggiavano i Te Deum, le campane suonarono per ore e le tipografie fecero a gara per stampare documenti e manifesti sull’assedio e sull’eroe Giovanni Sobieski.
L’onda lunga dell’entusiasmo della vittoria cristiana sull’Islam ottomano raggiunse anche la piccola Chieri e a questo punto entrò in scena Villa Il Passatempo. Il conte Scaglia di Verrua, come detto, fece edificare l’edificio e incaricò un artista, rimasto anonimo, o forse più artisti, di realizzare un’opera che rendesse immortale la battaglia di Vienna. E così nacque l’altorilievo ligneo che abbellisce la parete di un grande salone. Solo una curiosità storica, piccola e grande al tempo stesso, una delle tante conservate in questa Villa di fine Seicento, alle porte di Chieri, in frazione Madonna della Scala, all’interno di un ampio parco, che gli attuali proprietari Carlo e Laura Folonari hanno aperto per la prima volta ai visitatori accompagnandoli tra saloni, arredi d’epoca e opere d’arte. Si vedono nel salone d’onore grandi vetrate che si affacciano sui giardini, un grande lampadario di cristallo, un camino ornato con ceramiche delle antiche manifatture piemontesi e tra gli oggetti esposti spiccano un servizio da tavola di Limoges regalato dai francesi alla regina Elisabetta d’Inghilterra negli anni Cinquanta, comprato dai Folonari in un mercatino d’antiquariato, una collezione di Samovar, i contenitori del tè usati in Medio Oriente e in Russia e fotografie di Pontefici con dediche originali. All’inizio del 1800 la Villa fu ristrutturata e abbellita al suo interno dal marchese Giovanni San Martino della Motta, sposo dell’ultima erede di casa Verrua.
Accanto alla villa spicca la cappella padronale, probabilmente coeva della villa secentesca. All’esterno un parco di piante secolari circonda la dimora con viali e sentieri che si snodano tra querce, olmi, platani, pioppi, cedri e specchi d’acqua. Con l’estinzione del casato dei San Martino della Motta la Villa Il Passatempo passò in eredità ai conti Balbo Bertone di Sambuy e nel 1894 alla famiglia degli attuali padroni di casa.                                               Filippo Re

Scatti fotografici per raccontare la “memoria”

Due mostre, a cura della cuneese “FormicaLab”, inaugurano il “Cultural Village” in Valle Grana

Sabato 13 e domenica 14 giugno

Pradleves / Monterosso Grana (Cuneo)

“Gli occhi della valle” sono gli occhi di “Arianna”, occhi scuri e intensi, che dentro si portano la forza e il coraggio della sua gente e della sua millenaria Valle. Fissi, silenti, muti ma capaci, se solo volessero, di dire tanto, di raccontare “memorie” che si perdono nella notte dei tempi e prendono forma lungo valli, montagne, sentieri, campi e fatiche che da sempre sono pura, instancabile resilienza e passione infinita per una terra unica al mondo. Una terra che, a vederla e a pensarla, ti smuove (proprio come succede ad Arianna) labbra e occhi in un flebile sorriso. Che é mistero di una vita. Passione. L’impossibilità, meglio “la non volontà”, di cambiarla con mille altre vite. Non a caso, mi é piaciuto citare, da subito, la foto dedicata ad “Arianna” (Valle Grana, 2025) a firma del fotografo romano Graziano Panfili, per illustrare una delle due mostre che, sabato 13 e domenica 14 giugno prossimi, si terranno, a cura dell’Associazione “FormicaLab” di Cuneo, all’interno del Progetto “Cultural Village” (iniziativa di “rigenerazione culturale del paesaggio, attraverso l’unione di tradizioni occitane ed innovazione”) finanziato dal “PNRR”, nei Comuni di Pradleves e Monterosso Grana, piccoli Centri di una Valle meravigliosa, dalle origini preromane, sita fra le “Alpi Cozie” e le “Marittime”. Ed ecco allora Arianna, la forte dolcezza del suo sguardo, in cui si riassume, alla perfezione, il titolo della prima rassegna, “Gli occhi della valle” a firma appunto di Graziano Panfili, che sarà inaugurata sabato 13 giugno prossimo (alle 11,30) a Pradleves, in Borgata Ciancia 36; mentre, alle 15,30, dello stesso giorno, presso la “Cappella di San Sebastiano” a Monterosso Grana, si taglierà il nastro di “Filò”, rassegna dedicata all’artista, anch’essa romana, Valentina Vannicola. La mostra di Graziano Panfili sarà visitabile a Pradleves nel giorno dell’inaugurazione, prima di spostarsi in una nuova location all’interno del “Valle Grana Cultural Village”. Il lavoro di Valentina Vannicola sarà invece fruibile anche domenica 14 giugno dalle 10 alle 18, e in altre date, sempre presso la “Cappella San Sebastiano” di Monterosso Grana. L’ingresso è libero, per maggiori informazioni scrivere a: formicalabaps@gmail.com .

Classe ’71, originario di Frosinone, Graziano Panfili è fotografo di gran stoffa e solide basi. Ha studiato “Reportage” presso la Scuola permanente di fotografia “Graffiti” a Roma, è stato testimonial della casa nipponica “Ricoh” ed é oggi rappresentato dalla prestigiosa Galleria “Donzella Ltd” di New York.

Nella sua “Gli occhi della valle”, ospitata a Pradleves, c’è tutto il desiderio di “scolpire” una “memoria collettiva” della “Valle Grana” attraverso i volti dei suoi abitanti. “L’intento – sottolineano gli organizzatori – non è soltanto documentare una comunità, ma restituire la presenza umana di un territorio che vive nei suoi silenzi, nelle sue trasformazioni e nella relazione profonda tra persone e paesaggio”. I suoi ritratti in bianco e nero, aggiungiamo noi, sono studiati alla perfezione prima di raccontare l’immagine. Sono pagine di narrativa “emozionale” prima che “descrittiva” in cui ogni minimo dettaglio può farsi segno intrigante o inquietante o doloroso o assolutamente sereno, capace di rincorrere e trattenere speranze, sogni ed emozioni. Le stesse che prova chi s’accosta ai suoi personalissimi scatti. Tanto più in un contesto di “installazione immersiva”, come quella di Pradleves, dove le immagini si uniscono ai suoni naturali – acqua, vento, pioggia, il cinguettio degli uccelli – creando alla perfezione “una dimensione sensoriale capace di evocare il tempo e l’atmosfera del luogo”.

Con “Filò” – termine che richiama le tradizionali, antiche veglie serali nelle stalle, fucine di racconti e leggende popolari – la romana Valentina Vannicola ci propone, invece, un “andar per immagini fotografiche” di tutt’altro segno. Fotografa, ma anche regista, costumista e scenografa, Valentina unisce genialmente la perfezione dell’atto fotografico con quello filmico e letterario, dei quali non riesce, volutamente, a liberarsi. E bene fa. I suoi scatti, riconducibili in tal senso alla “staged photography” (“fotografia scenica”) sono “tableaux vivant” – s’è detto – sempre in volo nell’alto di magiche e visionarie atmosfere, dove reale e surreale si fondono in un perfetto connubio di immaginifiche sensazioni. La sua attuale mostra a Monterosso Grana nasce dall’incontro con gli abitanti e il territorio di San Felice del Benaco, piccolo centro sulle sponde del Lago di Garda. Ed è proprio qui che la realtà si fa gioco scenico e fantastico. Nulla da stupirci dunque di quei due pescatori che (poveretti!) tentano, a fatica, di catturare – mani e corda – la luna per sottrarsi all’oscurità della pesca notturna né deve più di tanto allarmarci la dolce figura femminea “postata” su un piccolo isolotto terrestre, emersa forse dalle acque del lago e avvolta in una sacrale luce solare che ne fa immagine leggendaria dai contorni onirici e misteriosi. E noi lì, a guardare e ad interrogarci! Compiaciuti, ma senza plausibili risposte!

Per ulteriori info: “FormicaLab”, corso Dante 62/A, Cuneo; tel. 338/7619170 www.formicalab.net

Gianni Milani

Nelle foto: Graziano Panfili “Arianna”, Valle Grana, 2025; Graziano Panfili; Valentina Vannicola, Immagini da “Filò”

Archivissima conquista Torino

Archivissima si avvia domani alla conclusione della sua nona edizione confermando una crescita costante di pubblico e partecipazione. Nato come festival dedicato alla valorizzazione degli archivi, l’evento ha ormai assunto le dimensioni di una vera rassegna culturale diffusa, capace di coinvolgere tutta la città. Per l’edizione 2026 il cuore della manifestazione è stato ospitato alle Gallerie d’Italia di Torino, attorno alle quali si è sviluppato un programma che ha coinvolto numerosi altri spazi e istituzioni culturali, dal Circolo dei lettori al Polo del ‘900, dalla Pinacoteca Agnelli alle OGR Torino. Un percorso che ha trasformato gli archivi in un punto di partenza per riflettere sulla storia, sulla società e sulle forme della creatività contemporanea.


Il tema scelto per quest’anno, Quello che non c’è, ha offerto una chiave di lettura particolarmente ampia, capace di abbracciare tanto le grandi vicende collettive quanto le storie individuali, i documenti dimenticati e le memorie da ricostruire. Una versatilità ben rappresentata da due appuntamenti che, pur molto diversi tra loro, hanno mostrato alcune delle anime più interessanti del festival.
Alle Gallerie d’Italia la giornalista Marianna Aprile, in dialogo con Francesca Mancini, ha presentato La promessa, volume dedicato al lungo percorso che ha portato le donne italiane dal diritto di voto all’arrivo della prima donna a Palazzo Chigi, ottant’anni dopo il suffragio femminile. Un racconto che mette in luce non soltanto le conquiste raggiunte, ma anche le assenze che ancora attraversano la memoria collettiva: testimonianze dimenticate, dati mai verificati, parole rimaste inascoltate e storie lasciate ai margini della narrazione pubblica.
A precedere l’incontro è stata la proiezione del cortometraggio Anche per te, realizzato a partire dai materiali dell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, per la regia di Luca Ribuoli, l’AI direction di Andrea Tenna e la produzione di Cometa Studios. Attraverso l’uso dichiarato dell’intelligenza artificiale, le fotografie storiche vengono animate e ampliate oltre il perimetro dello scatto, immaginando ciò che l’obiettivo non ha potuto registrare. Al centro del racconto una donna anziana che il 2 giugno 1946 affronta un viaggio faticoso pur di esercitare per la prima volta il diritto di voto. Un lavoro che ha mostrato come le nuove tecnologie possano dialogare con il patrimonio archivistico senza sostituirlo, ma contribuendo a renderlo nuovamente vivo e accessibile.
Di tutt’altro segno, ma ugualmente coerente con il tema del festival, il laboratorio Non scrivi mai come stai davvero, condotto dall’illustratore Enea Brigatti nella sede di Promemoria Group, cuore organizzativo di Archivissima. Ospitata nella storica Palazzina di Porta Bava, oggi Palazzo Rossi di Montelera, la sede è stata aperta al pubblico grazie alla collaborazione con Open House Torino, offrendo l’occasione di entrare nei luoghi in cui il festival è nato e continua a prendere forma.
Ispirato a News from Home di Chantal Akerman, il laboratorio ha invitato i partecipanti a costruire cartoline provenienti da luoghi immaginari utilizzando immagini dell’archivio della Fondazione Fiera Milano degli anni Sessanta. Fotografie nate per documentare luoghi e persone reali sono state rielaborate attraverso il collage e accostate a frammenti delle lettere che la madre della regista inviava alla figlia durante il suo soggiorno a New York. Ne sono scaturiti paesaggi inesistenti ma plausibili, sospesi tra memoria e immaginazione, dove l’archivio smette di essere soltanto testimonianza del passato per diventare materia viva di nuove narrazioni.
Due appuntamenti che raccontano bene il volto multiforme di Archivissima: da una parte la riflessione storica e civile sul ruolo delle donne nella società italiana, dall’altra la sperimentazione artistica che trasforma documenti e immagini d’archivio in occasioni di creatività. Sempre partendo da ciò che manca, da ciò che è stato dimenticato o da ciò che attende ancora di essere raccontato.
Il festival si concluderà domani con un’ultima giornata ricca di incontri, laboratori e approfondimenti dedicati alla memoria, alla letteratura, al cinema e alla valorizzazione del patrimonio archivistico. Un’occasione per chi non ha ancora partecipato di scoprire una delle manifestazioni culturali più originali del panorama torinese.
Il programma completo degli appuntamenti è consultabile sul sito di Archivissima.

GIULIANA PRESTIPINO

Una visita alla scoperta del giardino a Sant’Antonio di Ranverso

 

Domenica 7 giugno, ore 15

 

Hortus Conclusus: dal punto di vista del giardino 

tema centrale delle cure dei monaci Antoniani

 

 

Il giardino come luogo di cura e chiave di lettura dell’architettura gotica: domenica 7 giugno la Precettoria di San’Antonio di Ranverso (TO) ospita “Hortus Conclusus”, un percorso che invita ad osservare il complesso monumentale da una prospettiva insolita, intrecciando storia, spiritualità e paesaggio.

L’iniziativa ripercorre idealmente l’antica via Francigena per accompagnare i visitatori alla scoperta della Precettoria attraverso i temi della cura, della natura e del rapporto tra spazio costruito e giardino. Dall’antico ospedale alla chiesa, il percorso culmina nell’Hortus Conclusus, luogo raccolto e simbolico in cui il punto di vista si ribalta: è dall’interno del giardino che l’architettura gotica rivela infatti la propria essenza, in un dialogo continuo tra pietra, luce e vegetazione. Le linee verticali dell’edificio, osservate da questo spazio protetto, guidano lo sguardo verso l’alto e trasformano il giardino in un luogo di immersione e contemplazione, dove il benessere del corpo e quello dello spirito si incontrano.

L’appuntamento è realizzato in collaborazione con APGI, Associazione Parchi e Giardini d’Italia.

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Domenica 7 giugno 2026, ore 15

Hortus Conclusus

Costo della visita: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria entro il venerdì

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

La visita dietro le quinte della Palazzina di Caccia di Stupinigi è Passepartout

Gli appuntamenti del mese di giugno di “Passepartout”  conducono il visitatore dietro le porte segrete della Palazzina di Caccia di Stupinigi, negli ambienti nascosti della servitù, tra corridoi, passaggi e collegamenti interni che venivano utilizzati per muoversi in modo discreto all’interno del complesso. Si tratta di un itinerario che permette di osservare la Palazzina da una prospettiva diversa, entrando in luoghi in cui prima si svolgeva il lavoro quotidiano necessario al funzionamento della corte.
La visita attraversa il dedalo di stanze e percorsi riservati che consentivano ai lavoratori e ai servitori di raggiungere discretamente le sale e gli appartamenti privati senza essere visti.
Tra gli elementi più curiosi del percorso figura anche il sistema di campanelli automatici che permetteva di richiamare la servitù delle diverse sale della residenza. La visita offre l’occasione di comprendere più da vicino l’organizzazione della vita di corte e la complessa macchina che rendeva possibile la gestione quotidiana di una residenza come Stupinigi.

Le visite sono in programma sabato 13, 20 e 27 giugno, alle 10.30, 12, 14.30 e 16 e avranno una durata di circa un’ora.
Vista la particolarità del luogo oggetto della visita, normalmente non accessibile al pubblico, i visitatori saranno dotati di caschetto di protezione e per questo motivo possono accedere soltanto gli adulti al di sopra dei 12 anni e i gruppi non devono superare le dieci persone.
È necessario indossare un abbigliamento comodo e calzature chiuse, scarpe da ginnastica o da trekking. È vietato l’ingresso con zaini e borse ingombranti. Il percorso non è agibile a persone con disabilità.

Il costo del biglietto è  di 22 euro, 12 euro + 10 euro di visita guidata, ridotto 18 euro. Per i possessori di Tessera Abbonamento Musei 10 euro con ingresso gratuito alla Palazzina.
La prenotazione è  obbligatoria a stupinigi@ordinemauriziano.it
MM

Info al numero 0116200601, dal martedì  al venerdì dalle 10 alle 17.30.

Palazzina di Caccia di Stupinigi

Piazza Amedeo 7 Stupinigi, Nichelino ( TO)

www.ordinemauriziano.it

Cresce il turismo lento della via Francigena, il Piemonte al centro

Cresce il turismo lento lungo la via Francigena, e il Piemonte si conferma una delle porte d’ingresso più suggestive del cammino europeo in Italia. Nel 2025 sono state distribuite quasi 20 mila Credenziali del Pellegrino lungo l’intero itinerario, con un incremento del 35,95% rispetto all’anno precedente e una presenza internazionale del 53%, secondo i dati forniti dall’Associazione Europea delle Vie Francigene (AEVF). Si tratta di un fenomeno che riflette una trasformazione più ampia delle abitudini di viaggio: aumentano le esperienze outdoor, i percorsi a tappe e i viaggi legati a borghi, paesaggi e territori meno battuti dal turismo di massa. Il cammino diventa così un modo per conoscere in profondità le comunità locali, le aree interne, le città d’arte e i paesaggi rurali. In questo contesto la via Francigena rappresenta uno degli itinerari più identitari del turismo lento europeo. La sua forza consiste nella possibilità di essere percorsa per alcuni tratti, secondo le stagioni e le tipologie di viaggiatori, da parte sia di chi cerchi spiritualità sia di chi scelga il trekking, il cicloturismo o un’esperienza culturale nei borghi.

Visit Italy è una piattaforma culturale indipendente di riferimento per la promozione del turismo italiano, e racconta oggi la via Francigena in modo nuovo, con il lancio internazionale della nuova campagna dedicata all’itinerario.

“La via Francigena è uno dei cammini più antichi e identitari d’Europa. In Piemonte attraverso paesaggi profondamente legati alla storia del pellegrinaggio, dalle vie che collegano le Alpi alla Pianura fino ai centri storici che per secoli hanno accolto viaggiatori e mercanti. Valorizzare questo territorio significa raccontare una delle grandi porte d’ingresso italiane di un unico viaggio culturale europeo – commenta Ruben Santopietro, CEO di Visit Italy”.

La via Francigena, dal passo del Gran San Bernardo, attraversa la Valle d’Aosta e raggiunge il Piemonte, dove il paesaggio cambia gradualmente dalle vallate alpine agli ampi orizzonti della pianura. È qui che il cammino assume il volto delle campagne storiche, delle risaie e dei centri urbani che per secoli hanno rappresentato punti di sosta per i pellegrini diretti a Roma. Il percorso attraversa il Canavese e raggiunge Ivrea, città industriale e Patrimonio dell’UNESCO, per poi proseguire verso Viverone e la Serra Morenica, una delle grandi formazioni glaciali d’Europa. Da qui, la Francigena entra nella pianura vercellese, attraversando le risaie, fino a Vercelli. Proseguendo verso Sud-Est, il percorso lascia il Piemonte per entrare in Lombardia, in direzione di Pavia e continuando il viaggio verso il centro della Penisola. Il tratto tra Ivrea e Viverone è più indicato per chi cerca un’esperienza in gradi di unire natura e storia, tra colline, laghi e piccoli borghi immersi nel verde, e una sezione ideale per chi desideri scoprire il patrimonio locale. L’area di Vercelli rappresenta il cuore storico della Francigena piemontese: le architetture medievali, le abbazie e le testimonianze del passato Pellegrino rendono questo tratto adatto a chi cerchi una dimensione più spirituale del cammino.

Le lunghe distese della pianura e delle risaie, con percorsi regolari e dislivelli contenuti, rendono il tratto piemontese accessibile anche a chi affronti un cammino a tappe o in bicicletta.

Mara Martellotta

C’è ancora qualcosa nel cassetto. L’archivio Barovero

Dal 4 al 14 giugno al Polo del ’900 la mostra


ISMEL porta alla luce una delle più significative storie d’impresa del novecento torinese attraverso la storia di Michele Barovero

Dal 4 al 14 giugno, nell’ambito di Archivissima 2026, ISMEL – Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, dell’Impresa e dei Diritti Sociali – presenta la mostra “C’è ancora qualcosa nel cassetto. L’archivio Barovero”, ospitata presso Palazzo San Celso al Polo del ‘900. L’inaugurazione è in programma il 4 giugno alle ore 16,30.

C’è un pezzo importante della storia industriale e sociale di Torino che continua a vivere tra documenti, fotografie, brevetti e oggetti custoditi negli archivi. È la storia di Michele Barovero, imprenditore visionario che nel secondo dopoguerra contribuì a trasformare il modo di concepire l’arredamento domestico, anticipando modelli e soluzioni che ancora oggi caratterizzano l’abitare contemporaneo.

L’esposizione nasce dalla volontà di riportare alla luce una vicenda imprenditoriale che ha segnato la storia economica e culturale della città. Fondata nel 1945, l’Industria Mobili Barovero seppe interpretare le esigenze di un Paese in piena ricostruzione, contribuendo a definire un nuovo modello di casa moderna, funzionale e accessibile. Un percorso che trova il suo simbolo nel Selex, il sistema modulare brevettato da Michele Barovero nel 1960: una soluzione innovativa basata su supporti metallici e scaffalature in legno che anticipò di decenni il concetto di arredamento componibile, destinato a entrare stabilmente nell’immaginario domestico degli anni sessanta e a influenzare il design contemporaneo.

Attraverso circa cinquanta unità archivistiche tra fotografie, brevetti, cataloghi, bozzetti, documenti aziendali e oggetti originali, il pubblico potrà ripercorrere non soltanto l’evoluzione dell’azienda, ma anche la storia personale di un imprenditore capace di coniugare competenza artigianale, visione industriale e innovazione progettuale. Tra i protagonisti della crescita del settore dell’arredamento italiano, Barovero fu inoltre tra i fondatori del Salone del Mobile di Milano, del quale divenne membro onorario nel 1970.

La mostra rappresenta anche un’importante occasione per conoscere il lavoro svolto da ISMEL nella tutela e valorizzazione del patrimonio archivistico piemontese. Il fondo Barovero, donato nel 2013 dalla famiglia dell’imprenditore, è stato oggetto di un lungo intervento di riordino, inventariazione e conservazione che ne ha permesso la trasformazione in un archivio d’impresa capace di restituire uno spaccato significativo della storia del lavoro, dell’industria e della società torinese del Novecento.

«L’archivio Barovero è uno degli esempi più significativi del lavoro che ISMEL svolge per conservare e valorizzare la memoria del mondo del lavoro e dell’impresa radicata nel territorio piemontese», sottolinea Diego Robotti, direttore di ISMEL. «Questa mostra racconta una storia imprenditoriale di successo, ma rappresenta anche il valore degli archivi come strumenti per comprendere il presente attraverso la conoscenza del passato. È inoltre un riconoscimento al lavoro di tutte le persone che negli anni hanno contribuito a preservare un patrimonio prezioso della storia industriale torinese».

Con la partecipazione ad Archivissima, ISMEL conferma il proprio ruolo di riferimento nella conservazione e nella divulgazione della memoria storica del lavoro, delle imprese e dei diritti sociali, promuovendo una lettura del passato capace di dialogare con le sfide del presente e del futuro.

Informazioni utili
4 al 14 giugno 2026 – Palazzo San Celso, Polo del ‘900, Torino – martedì/ venerdì, dalle 10.00 alle 18.00

Inaugurazione: 4 giugno 2026, ore 16.30
Ingresso: gratuito