CULTURA

Il “torinese” comandante Mark e i Lupi dell’Ontario

Le avventure, narrate nell’omonimo fumetto, sono nate più di cinquant’anni fa – nel 1966 – ad opera di un trio di autori torinesi che si facevano chiamare “EsseGesse”, già autori di personaggi famosi nel mondo dei fumetti come Il grande BlekCapitan MikiKinowa Alan Mistero

L’incubo dei soldati inglesi è un fortino su un isolotto, difeso dalle acque del lago Ontario. Lì vivono i Lupi dell’Ontario e il loro leggendario capo, il Comandante Mark. Le sue avventure, narrate nell’omonimo fumetto, sono nate più di cinquant’anni fa – nel 1966 – ad opera di un trio di autori torinesi. I tre ,che si facevano chiamare “EsseGesse”, erano Pietro Sartoris, Dario Guzzon e Giovanni Sinchetto, già autori di personaggi famosi nel mondo dei fumetti come Il grande BlekCapitan MikiKinowa Alan Mistero. Le avventure del Comandante Mark si svolgono in meno di un decennio, tra il 1773 e il 1781, nella zona del lago Ontario, al confine tra il Canada e quelli che sarebbero diventati gli Stati Uniti d’America, durante la Guerra di indipendenza americana. Mark è un comandante dei Lupi dell’Ontario, un gruppo di patrioti volontari che combatte contro le Giubbe rosse di Re Giorgio III d’Inghilterra. Rimasto orfano da bambino, Mark  –  cresciuto col padre adottivo in un villaggio di pellerossa –  abbraccia la causa dei patrioti americani quando scopre che suo padre, un capo dei “Figli della Liberta”, è stato impiccato dalle Giubbe Rosse. Quì irrompe la storia vera, poiché  Sons of Liberty ( i Figli della Libertà) erano i membri di una società segreta che si poneva l’obiettivo di combattere la madrepatria, dato che questa imponeva pesanti dazi sulla colonia d’oltremare, dallo zucchero alla stampa. Tra le loro azioni più clamorose ci fu quella al porto di Boston, quando alcuni di questi patrioti, travestiti da pellerossa, attaccarono una nave carica di tè , gettarono a mare l’intero prezioso carico. A dividere le peripezie con il Comandante ci sono diversi personaggi come il calvo e coraggioso Mister Bluff, con il volto incorniciato da una folta barba ispida, ex corsaro ed ex compagno di lotta del padre di Mark o El Gancho (un rude marinaio con un uncino alla mano destra). Discorso a parte merita Gufo Triste, capo indiano con l’indole del menagramo, sempre pronto a dispensare le massime del suo trisnonno stregone,  improntate al pessimismo e profetizzanti sciagure e guai. Da Gufo Triste e da Flok, il cane pelle, ossa e peli di Mister Bluff, nascono le migliori scenette della serie, essendo l’obiettivo preferito di questo cane ossuto  il sedere da addentare del capo delle tribù dei Grandi Laghi che, a sua volta, non perde occasione per rendere pan per focaccia al povero cane, tendendogli i più strampalati trabocchetti. Ciò non toglie che i due, al momento  opportuno, quando si tratta di combattere contro le odiate Giubbe Rosse inglesi, sfoderano un grandissimo coraggio. Infine, Betty: biondina dal viso acqua e sapone che incarna l’eterna fidanzata dei personaggi dei fumetti e, in questo caso, del Comandante Mark del quale è gelosissima. Fra i “cattivi” inglesi, il più delle volte sbaragliati dai Lupi dell’Ontario, un cenno va dedicato al crudele e spietato colonnello Sparrow e al maggiore Stoddard.  Nelle tavole che narrano le avventure dei nostri eroi non mancano i pirati, i contrabbandieri della peggior specie e gli indiani corrotti dall’acqua di fuoco,orribile intruglio dove al pessimo whisky si mescolavano gli ingredienti più disparati e nocivi. Le avventure del Comandante Mark sono state pubblicate nei 281 numeri della Nuova Collana Araldo, caratterizzandosi rispetto alle altre ( come ad esempio quelle di Tex o di Zagor) , per gli episodi sempre autoconclusivi e raramente a puntate. Storie a fumetti che, oltre tutto, si racchiudevano in 64 pagine rispetto alle 98 dello standard bonelliano, dedicando le restanti pagine ad altri personaggi della Essegesse come i già citati Alan Mistero e Il Grande Blek, oppure Kerry il Trapper. La ragione del successo di questa serie a fumetti è racchiusa  nella caratterizzazione dei personaggi. Il comandante Mark è il prototipo dell’eroe senza macchia e senza paura che lotta per gli ideali di libertà. E’ bello, giovane, aitante ed elegante, con la sua giubba e il berretto di castoro, oltre ad essere abilissimo nella scherma e dotato di una mira infallibile.La serie iniziata nel settembre del 1966 terminò nel gennaio del 1990 con il numero 281 ( “L’ultima vittoria” ) nel quale Mark e Betty si sposano e gli americani – guidati da  George Washington –  vincono sugli inglesi, ottenendo l’indipendenza dalla corona. Le avventure del Comandante Mark e dei suoi “lupi”,  per quanto agli occhi dei più critici possano apparire scontate, sono riuscite a mantenere il loro fascino proprio per essere fuori dal tempo e immutate negli anni. Ed è per questo che, leggendole ancora oggi, riescono a suscitare ancora delle piacevoli emozioni.

Marco Travaglini

 

Samba triste per Marilene. I Gozzano in Brasile 

“Sento una forte nostalgia sul petto, certezza di un nostro futuro incontro”. Con le parole tratte dal “Soneto da Saudade” del musicista e poeta brasiliano Vinicius de Moraes, creatore negli anni ’60 della bossanova con Antonio Carlos Jobim e Joao Gilberto, riaffiora la mancanza di Marilene Gliório Gozzano ad un anno dalla scomparsa avvenuta il 29 agosto 2025, mia corrispondente quotidiana con immagini familiari da Itu in Brasile, molto interessata alla storia della grande famiglia piemontese Gozzano sparsa nel

mondo. Marilene era moglie di Hamilton Gozzano, direttore scolastico ed in seguito avvocato, figlio di Octaviano ultimo capostipite di una famiglia originaria della provincia torinese trasferita in Brasile all’inizio del ‘900, periodo di grandi emigrazioni in Sud America in cerca di fortuna. Octaviano, nato in Brasile dal canavesano Giuseppe detto “il canonico”, proprietario con la moglie Nair de Siqueria della farmacia Santa Therezinha in Rua Hermelino Matarazzo di Sorocaba, ebbe due figli con i quali generò due gruppi di famiglie ancora ben presenti a Itu e Sorocaba, comuni storici e sedi industriali nell’entroterra ad Ovest dello Stato di

San Paolo. Con la nascita di Valério Gozzano, professore di fisica e statistica sposato con Maria Iraydes Alquezar, Octaviano creò la linea di Sorocaba. Importanti le professioni dei Gozzano esercitate in Brasile: nel campo medico titolari di una clinica chirurgica di odontoplastica, un centro medico di pneumologia, dottori in reumatologia, dermatologia, pedagogia, psicologia, ingegneri, insegnanti, avvocati, direttori scolastici e direttori eventi automobilistici.

Nel 1976, per la messa nel settimo giorno dalla sua morte, Octaviano volle pubblicare sul proprio ricordino una poesia dedicata a Nostra Signora di Fatima che termina con queste frasi: “Tu sei il conforto che lenisce la nostra sventura. Per questo Dio ti ha posto sulla fronte illuminata, più bella del sole, più amabile dell’aurora. La grazia di essere belli, il fascino di essere puri”.

Octaviano, molto devoto alla Vergine Maria, diede continuità alla devozione dei Gozzano in Piemonte che edificarono in Monferrato le chiese di San Giorgio, Odalengo Grande, Cereseto, Treville, Acqui e Luzzogno in provincia di Verbania, il Santuario dove il giorno 8 settembre si rinnova la festa della Natività della Beata Vergine Maria, costruito nel XVI secolo dalla intraprendente famiglia Gozzano che diventò la più ricca di sempre del Monferrato, in origine nobili non titolati poi conti ed in seguito marchesi di San

Giorgio e Treville che diedero lustro a Casale Monferrato costruendo gli splendidi palazzi in via Mameli. Negli anni ’80, la scomparsa centenaria Pina Gozzano fece visita ai parenti di Itu e Sorocaba, memoria storica che ha ricostruito integralmente l’emigrazione di queste famiglie nelle Americhe, incontrata in Canavese nel 2022 proveniente da New York. Dal suo racconto ricordiamo la visita effettuata negli anni ’60 ai cugini brasiliani di San Paolo e ai cugini americani del neuropsichiatra Mario Gozzano
con la moglie Walburga Bollendorf di Norimberga, nipoti materni del nonno del principe Maurizio Gonzaga, vivente a Roma classe 1938, discendente dai duchi di Mantova e Monferrato. Nel 1708 il territorio monferrino fu annesso al ducato di Savoia mentre la signoria di Mantova, dopo 400 anni, fu sottomessa alla dominazione austriaca.
Armano Luigi Gozzano 

La Regione investe sulla cultura. In un anno 10 milioni per sostenere più di 300 realtà sul territorio

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Marina Chiarelli, assessore alla Cultura: «Un sostegno concreto rivolto a tutte le realtà culturali che ne hanno fatto richiesta.  Dietro questi numeri ci sono persone e operatori del settore che ogni giorno fanno vivere la cultura nei grandi centri e nelle periferie».

 

Oltre 10 milioni di euro nel 2026 per sostenere 334 realtà culturali distribuite in tutte le province piemontesi: Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, per consentire e garantire continuità alla programmazione, ampliando la platea dei beneficiari, a sostegno dell’intero sistema culturale diffuso sul territorio regionale, ovverosia i settori del cinema, dello spettacolo dal vivo, delle attività espositive, della divulgazione culturale, della musica popolare amatoriale, delle rievocazioni storiche e dei carnevali e della promozione educativa.  È un risultato importante perché significa dare continuità e prospettiva a un patrimonio straordinario di associazioni, fondazioni, enti e operatori che ogni giorno fanno vivere la cultura, anche nei centri più piccoli, generando partecipazione, identità e occasioni di crescita per le comunità. Questo risultato è il frutto di un lavoro di ascolto, di dialogo e di confronto col mondo culturale ed anche di diffusione il più possibile capillare dei criteri e delle modalità di accesso ai contributi regionali.

In questo quadro si inserisce anche la collaborazione con CRT e con le altre importanti Fondazioni di origine bancaria piemontesi con cui Regione Piemonte ha siglato appositi protocolli, che hanno nel proprio statuto il sostegno di attività considerate utili per la comunità. Tra queste, la cultura ha un ruolo fondamentale e, nel concreto, significa finanziare musei, teatri, festival, biblioteche, restauri, associazioni culturali, progetti educativi e iniziative che valorizzano il patrimonio e rendono più viva la vita esperienziale dei territori.

«Questo è un sostegno concreto rivolto a tutte le realtà culturali che ne hanno fatto richiesta. – dichiara Marina Chiarelli, assessore alla Cultura della Regione Piemonte – Dietro questi numeri ci sono persone e operatori del settore che ogni giorno fanno vivere la cultura nei grandi centri e nelle periferie. Sostenere la cultura significa creare un ecosistema molto più ampio di un singolo evento, vuol dire patrimonio, conoscenza, creatività e partecipazione. Dentro ci stanno i musei, i teatri, la musica, il cinema, i libri, le biblioteche, gli archivi, le mostre, i festival, le tradizioni popolari, la tutela dei beni storici e artistici, ma anche i progetti educativi e le attività che aiutano una comunità a conoscere e valorizzare la propria identità. E che la creatività in Piemonte sia un fiore all’occhiello non lo diciamo noi lo dicono i numeri di chi la cultura la fa di mestiere e di chi la respira non solo nei luoghi a ciò deputati, ma nelle vie nei borghi e nelle piazze che raccontano la storia e l’evoluzione delle nostre comunità».

Bottero, il “papà” della Gazzetta del Popolo

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Alla scoperta dei monumenti di Torino / Oggi parleremo del monumento dedicato al giornalista e politico italiano Giovanni Battista Bottero, situato in Largo IV Marzo meglio conosciuta come piazzetta IV Marzo. (Essepiesse)

Su un ampio basamento in pietra al lato del giardino, verso il Duomo, si erge la figura in bronzo di Giovanni Battista Bottero. L’uomo è rappresentato in piedi con una redingote abbottonata (abbigliamento che il giornalista usava abitualmente nelle sue giornate di lavoro), mentre nella mano destra tiene una copia del giornale “La Gazzetta del Popolo” 

La statua poggia su un imponente basamento realizzato in prezioso marmo Botticino e sul cui fronte è posizionata una lastra con sopra delle epigrafi dedicatorie che, essendo posta alle spalle del monumento, funge da elemento architettonico di sfondo. In quest’opera è particolarmente ricercato l’effetto di contrasto tra la patina scura del bronzo e il bianco avorio del marmo del basamento.

Giovanni Battista Bottero nacque a Nizza il 16 dicembre del 1822. Dopo aver conseguito nel 1847 la laurea in medicina, decise di dedicarsi alla carriera giornalistica (sua passione fin da quando era ragazzo) e così il 16 giugno 1848 fondò a Torino, insieme allo scrittore Felice Goevan e al medico Alessandro Bottella, il quotidiano “La Gazzetta del Popolo”.Per Bottero gli anni che seguirono furono impregnati di grande passione politica: essendo il quotidiano più diffuso durante gli anni del Risorgimento, egli riuscì tramite il suo giornale a compiere azioni incredibili, come ad esempio far firmare (il 10 settembre 1849) il proclama agli elettori di Bobbio per la nomina a deputato di Giuseppe Garibaldi, oppure lanciare una sottoscrizione (il 14 gennaio 1850) per consegnare una spada d’onore sempre a Garibaldi che all’epoca si trovava in esilio.

Nel 1855, dopo diverse battaglie “mediatiche” portate a termine dal suo quotidiano, Bottero decise di entrare in politica e si presentò nel collegio elettorale di Nizza, dove vinse con 411 voti su 625 votanti; il 27 giugno 1855 entrò nel Parlamento subalpino. Nonostante si affermò come figura politica, nel 1870 decise di abbandonare la sua carriera all’interno del Parlamento per dedicarsi completamente al suo giornale.Prese la direzione del quotidiano nel maggio del 1861 (quando prese il posto di Govean) e mantenne tale posizione fino al 1897. In quegli anni “La Gazzetta del Popolo” fu un punto di incontro per personaggi di grande rilievo: in campo politico seguì un orientamento liberale, anticlericale e monarchico, appoggiando la politica di Cavour e il programma risorgimentale di unificazione italiana. Il quotidiano svolse inoltre una importante funzione sociale propulsiva e di coordinamento nei confronti dell’intero movimento delle società di mutuo soccorso dello Stato sardo.Giovanni Battista Bottero morì il 16 novembre del 1897 all’età di 75 anni.

A pochi giorni dalla sua morte un Comitato di cittadini presieduto da Tomaso Villa, si attivò per la realizzazione di un monumento alla sua memoria e grazie ad una sottoscrizione pubblica nazionale, vennero raccolti i fondi necessari e fu incaricato lo scultore Odoardo Tabacchi, che lavorò all’opera tra il 1898 e il 1899. Il monumento venne concluso nel settembre del 1899 e si decise di collocarlo proprio in Largo IV Marzo, dove vi era la sede della “Gazzetta del Popolo”; su consiglio di Odoardo Tabacchi e del Sovrintendente dei Giardini municipali, venne posizionato nella parte orientale dell’aiuola IV Marzo, proprio di fronte alla sede del quotidiano.Venne inaugurato e ceduto alla città, il 12 novembre del 1899 con una solenne cerimonia a cui parteciparono centinaia di persone.

Anche per oggi la nostra passeggiata “con il naso all’insù” termina qui. Vi aspetto per il prossimo appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere da scoprire.

 (Foto: www.museotorino.it)

Simona Pili Stella

Il linguaggio delle campane

A Torino la bellezza e la storia dei suoi campanili, sentinelle della citta’

Prima del telefono, della radio e dei social network, c’era un mezzo di comunicazione capace di raggiungere tutti: la campana. Il suo suono attraversava piazze, campagne e vallate e segnava il ritmo della vita collettiva. Non era soltanto un richiamo religioso, ma un vero strumento di comunicazione comunitaria: scandiva il tempo, accompagnava le celebrazioni, annunciava momenti importanti e, in determinate circostanze, poteva segnalare emergenze e pericoli. Collocare le campane in alto significava permettere al suono di propagarsi il più lontano possibile, tuttavia, il linguaggio non era però uguale ovunque: esistevano tecniche, ritmi e consuetudini locali. A suonare erano i campanari, persone che imparavano attraverso l’esperienza e la trasmissione diretta di gesti e conoscenze. È una tradizione che l’UNESCO ha riconosciuto nel 2024, inserendo l’arte campanaria nella lista rappresentativa del Patrimonio culturale dell’umanità. Il riconoscimento riguarda proprio l’insieme di conoscenze, tecniche, gesti e pratiche legati alle campane e al loro suono, considerati parte dell’identità delle comunità. Torino conserva un importante patrimonio campanario, e alcuni campanili raccontano storie molto diverse tra loro. Cominciamo da quello della Cattedrale di San Giovanni Battista, nel cuore della città, che è legato ad una tradizione ancora viva. Nel giugno 2026, durante la rassegna “Campane in festa”, le quattro campane della Cattedrale sono state suonate manualmente dalla cella campanaria con l’antica tecnica delle cordette, recuperando la tradizione della cosiddetta “suonata della vigilia”.

Il campanile della chiesa di Nostra Signora del Suffragio, nel quartiere San Donato, fu progettato da Francesco Faà di Bruno ed e’ una costruzione singolare che unisce architettura, tecnologia e astronomia. È uno dei campanili torinesi più curiosi e racconta bene quanto, nell’Ottocento, una torre potesse essere molto più di un semplice luogo destinato alle campane. Con 32 colonnine in ghisa, per una propagazione maggiore del suono delle campane, la sua sommita’ ospita l’Arcangelo Michele con la tromba. Faa’ di Bruno inseri’ anche un orologio e un osservatorio: era un matematico.

Un’altra storia interessante è quella della Basilica di Superga, dove i campanili, perfettamente simmetrici, fanno parte della scenografica architettura settecentesca progettata da Filippo Juvarra. La posizione sulla collina, a 670 metri di altezza, li rende anche uno degli elementi più riconoscibili del paesaggio torinese, piu’ che da ascoltare questi sono campanili da ammirare grazie anche allo scenario che li avvolge.

Sorprendente è il campanile del Santo Volto, nel nuovo paesaggio urbano di Parco Dora. Qui la memoria industriale incontra quella religiosa: il complesso progettato da Mario Botta conserva infatti il rapporto visivo con una delle grandi ciminiere, dove sono posizionate le campane, dell’ex area industriale, trasformando un elemento della Torino delle fabbriche in un segno architettonico contemporaneo; il suono, in questo caso, arriva dal basso.

Tra i campanili cittadini merita una attenzione particolare anche Maria Ausiliatrice, a Valdocco, nella Torino salesiana di Don Bosco. Le sue dodici campane sono state protagoniste, nel 2026, della rassegna “Campane in festa”, che ha coinvolto numerosi campanili torinesi.

Non si puo’ non raccontare del Carrillon delle venti campane di Maria Regina della Pace in Barriera di Milano, in Corso Giulio Cesare. I 20 bronzi di questo strumento sono stati rifusi nel 1952 dalla fonderia Crespi di Crema e formano una scala cromatica, non esistono solo per suonare i tradizionali rintocchi, possono eseguire vere e proprie melodie. La Diocesi di Torino lo definisce uno dei carillon più grandi d’Italia, una delle sue campane che pesa ben 970 chili.

Nella nostra bella citta’, inoltre, e’ presente anche una campana non legata alla tradizione ecclesiastica: la campana civica di della torre orientale di Palazzo Madama fusa nel 1670 da un orafo dei Savoia, che scandiva momenti importanti per la comunita’. La cosa forse più interessante è che questa non è soltanto una storia del passato. A Torino esiste ancora una comunità che studia, conserva e valorizza la tradizione campanaria: CampaneTO, Associazione amici della Sacra che nel 2026 la rassegna “Campane in festa per la Consolata e San Giovanni”, giunta alla decima edizione. Per l’occasione sono stati proposti concerti e suonate in numerosi campanili della città. E proprio qui sta il fascino delle campane: sono contemporaneamente strumenti musicali, oggetti storici e mezzi di comunicazione.

Maria La Barbera

Dalla storia al cinema: una torinese racconta l’eccidio di Otranto

Dietro la telecamera c’è Stefania Rocca, attrice torinese, che debutta con questo film nella regia cinematografica. La pellicola narra l’estate tragica del 1480 nel Salento, l’eccidio turco a Otranto, una vicenda poco conosciuta ma che rischiò di cambiare il corso della storia in Italia. Quando dal mare in tempesta spuntarono le nere vele dei turchi le mura di Otranto erano troppo deboli e crollarono sotto i colpi delle bombarde saracene nonostante l’accanita resistenza degli otrantini. Le scimitarre ottomane fecero strage uccidendo migliaia di persone. Ancora oggi, a distanza di oltre 500 anni, Otranto racconta quel che accadde nell’estate del 1480 e ogni anno, il 14 agosto, commemora l’eccidio e l’eroismo dei suoi martiri con cerimonie e solenni commemorazioni. Entro l’anno potremo vedere al cinema il sacco di Otranto ma prima è meglio leggere “L’ora di tutti” (1962), il libro di Maria Corti, uno dei romanzi storici più importanti del Novecento. Questa volta, come detto, la torinese Stefania Rocca indossa i panni della regista esordiente. La storia racconta l’assedio e la caduta di Otranto per mano dei turchi Ottomani. “Ho letto il libro anni fa, un’estate a Otranto, afferma Stefania Rocca, e in quel luogo la narrazione prendeva forma concreta. Alla storia si univano le leggende, la memoria degli otrantini che ancora oggi festeggiano i Santi martiri di Otranto che, in attesa di aiuti, furono costretti a combattere per difendere le proprie case e il proprio credo (intervista al Corriere della Sera, 16 novembre 2025).
Non è una storia così lontana. È una storia di invasione e oggi le invasioni sono all’ordine del giorno. Volevo raccontare chi non sceglie la guerra: gli otrantini si misero valorosamente in difesa della loro città”. Una storia tragica che pochi conoscono e che fa onore agli otrantini che preferirono morire piuttosto che rinnegare la loro fede. Molti furono trucidati e decapitati e le ossa di 800 otrantini sono conservate nella cattedrale di Otranto. I martiri furono canonizzati nel 2013 da Papa Francesco. Scrittrice, critica letteraria e filologa, Maria Corti, scomparsa nel 2002, invece di dare troppo spazio ai condottieri, si concentrò sulla gente comune di Otranto. E così troviamo, tra i vari personaggi descritti nel suo libro, un pescatore che assiste allo sbarco dei turchi nel porto, il governatore della città, un povero calzolaio, una giovane donna vedova, uomini che si rifiutano di rinnegare la propria religione e un sopravvissuto che descrive Otranto dopo il saccheggio degli invasori. Per le vie della cittadina salentina restano ancora oggi le tracce di quel drammatico evento di oltre cinque secoli fa. Le grandi palle di pietra che si vedono nelle viuzze bianche, su e giù per il centro storico, accanto a portoni ed edifici o ammucchiate nel cortile del castello sono proprio quelle che durante l’assedio volarono dalle navi turche e sfondarono le difese di Otranto. Alcune vie portano i nomi dei martiri mentre i resti umani di centinaia di otrantini, tra ossa e teschi, furono recuperati e sono ben visibili in cattedrale dall’inizio del Settecento in alcuni grandi armadi nella cappella al fondo della navata destra mentre sotto l’altare si trova il ceppo della decapitazione. Su un colle, poco sopra la città, una chiesetta votiva indica il luogo dove avvenne l’ultimo massacro con la decapitazione di 800 cittadini. È il 28 luglio 1480. Provenienti dal porto albanese di Valona quasi 20.000 turchi a bordo di 90 galee e 48 galeotte mettono piede sul litorale salentino scaricando dalle navi 1600 pezzi di artiglieria tra cui centinaia di bombarde, armi, munizioni e viveri.
All’interno delle mura di Otranto 20.000 cristiani, di cui solo 6000 armati, attendono l’assalto dell’armata ottomana guidata dall’ammiraglio dell’Impero Ottomano Gedik Ahmed Pascià, detto “lo sdentato”, il cui piano era molto ambizioso. Non si fermava alla conquista della Puglia ma prevedeva uno sbarco a Napoli, in Sicilia e in Sardegna per poi puntare a Roma. In sostanza si trattava di impadronirsi di gran parte della penisola. Le difese di Otranto sono deboli e vengono facilmente sfondate dai colpi della moderna artiglieria ottomana. La piccola guarnigione aragonese, a protezione della città, si ritira appena si rende conto della potenza dell’armata turca. Il 10 agosto i turchi sono già dentro le mura di Otranto e il muezzin sale in cima al campanile per chiamare i fedeli alla preghiera. Ahmed Pascià ordina di rastrellare tutti i superstiti maschi di età superiore ai 15 anni mentre le donne e i bambini sono ridotti in schiavitù. Il 13 agosto Otranto è un mucchio di cadaveri e rovine. Diecimila otrantini muoiono combattendo e alcune migliaia, in fuga, vengono uccisi per le vie della cittadina pugliese o fatti prigionieri e poi schiavi. La tragedia di Otranto è diventata leggenda per il valore con cui gli otrantini difesero la loro città e per il coraggio con cui respinsero la resa chiesta dal nemico. “L’ora di tutti, scrisse Maria Corti, è quell’ora che, prima o poi, capita a tutti nella vita, quell’ora in cui ognuno può dimostrare a se stesso e agli altri di valere qualcosa”. Ora aspettiamo il film.
Filippo Re
Stefania Rocca, attrice e regista
Nelle foto, quadro con la decapitazione degli otrantini da parte dei turchi
libro di Maria Corti, “L’ora di tutti”

Da Cavour alla Repubblica, Quaglieni a Bardonecchia

Mercoledì 12 agosto alle ore 17,30 nel Palazzo delle Feste di Bardonecchia Pier Franco Quaglieni in dialogo con Elisabetta Tolosano presenterà il libro “Da Cavour alla Repubblica. I rapporti tra Stato e Chiesa, laicità e laicismo nella storia d’Italia”, edito da Pedrini. La prefazione è di Giordano Bruno Guerri e la copertina opera dell’artista Ugo Nespolo.

Quaglieni è uno storico riconosciuto a livello nazionale ed internazionale sui temi della laicità dello Stato, a cui ha dedicato decenni di ricerca.

Pnrr, il Piemonte si trasforma: 2.419 interventi per 1,78 miliardi. E ci sono anche i giardini storici

I grandi interventi finanziati dal Pnrr cominciano a tradursi in opere e risultati concreti, raccontati attraverso le immagini e le testimonianze delle persone che li stanno realizzando. È questo l’obiettivo di “Racconti PNRR – Storie da un territorio in continua evoluzione”, il progetto multimediale istituzionale della Regione Piemonte che accompagna il pubblico alla scoperta delle principali iniziative realizzate grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Nel complesso, la Regione ha gestito 2.419 interventi, per un valore di 1,78 miliardi di euro, raggiungendo il 100% degli obiettivi programmati.

Tra i primi progetti raccontati c’è quello dedicato alla tutela dei parchi e dei giardini storici, un patrimonio verde formatosi nel corso dei secoli e oggi considerato parte integrante del patrimonio culturale e paesaggistico piemontese. L’intervento, inserito nella Missione 1, Componente 3 del Pnrr, ha un valore complessivo di 721 mila euro e punta a coniugare la conoscenza scientifica del paesaggio con la formazione di nuove professionalità specializzate nella cura dei giardini storici.

Una parte fondamentale del progetto è stata la realizzazione del censimento e della catalogazione di 400 parchi e giardini storici di particolare pregio. Le informazioni sono state raccolte attraverso schede georeferenziate elaborate con il contributo di esperti del mondo universitario. L’attività, sostenuta con 120 mila euro, rappresenta una base conoscitiva utile anche per future strategie di valorizzazione turistica e culturale.

La mappatura comprende alcuni dei luoghi più significativi del patrimonio piemontese: dall’Abbazia di Vezzolano – Giardino del Chiostro di Albugnano al Castello di Miasino, dalle Cascine e Serre del Castello di Racconigi al Giardino di Villa della Regina a Torino, fino al Giardino del Sacro Monte di Varallo, al Giardino di Villa Schneider a Biella, al Parco del Castello di Marengo ad Alessandria e a Villa San Remigio a Verbania.

Il progetto non si è però limitato alla conoscenza e alla catalogazione del patrimonio. Una quota significativa delle risorse Pnrr è stata destinata alla formazione di nuove figure professionali. Attraverso il sistema regionale delle agenzie formative accreditate sono stati infatti attivati otto percorsi specialistici, finanziati con oltre 600 mila euro, che hanno consentito a 111 persone di ottenere una qualificazione come giardinieri d’arte.

La formazione ha previsto una combinazione di lezioni teoriche e attività pratiche. Gli allievi hanno potuto affiancare maestri d’arte e tecnici specializzati, svolgendo centinaia di ore di tirocinio direttamente all’interno di alcune delle più importanti dimore storiche piemontesi.

«Valorizzare la professione dei giardinieri d’arte significa investire nella tutela di un patrimonio unico, trasformandolo in opportunità di sviluppo, occupazione qualificata e competenze altamente specialistiche – sottolineano il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e l’assessore alla Formazione Daniela Cameroni –. Per una Regione che ha scelto l’eccellenza come motore della propria crescita, formare professionalità dedicate anche alla cura della botanica storica significa fare del patrimonio culturale e paesaggistico una leva concreta per costruire il futuro».

Secondo Cirio e Cameroni, le Residenze Reali e più in generale il patrimonio storico, artistico e paesaggistico piemontese rappresentano un’importante risorsa per il turismo e per l’economia regionale, con ricadute sull’occupazione e sull’intera filiera della valorizzazione culturale. In questo sistema, spiegano, i giardinieri d’arte assumono un ruolo centrale nella conservazione di un patrimonio che appartiene all’identità del Piemonte.

La professione richiede infatti una preparazione specifica, perché intervenire su un giardino storico significa prendersi cura di un’opera che, a differenza di un bene architettonico, è composta anche da elementi viventi. La manutenzione di siepi secolari, alberi monumentali, fontane e specchi d’acqua richiede conoscenze botaniche, capacità tecniche e una particolare attenzione alle caratteristiche storiche e paesaggistiche del luogo.

Il racconto multimediale della Regione porta così il pubblico anche dietro le quinte delle attività di conservazione, mostrando attraverso fotografie e video il lavoro quotidiano degli operatori impegnati nella tutela del patrimonio verde.

«La scelta del linguaggio visivo ci consente di mostrare alla cittadinanza le azioni concrete delle istituzioni, offrendo uno sguardo diretto sul lavoro svolto tra rilievi tecnici e momenti di apprendimento quotidiano – concludono Cirio e Cameroni –. Il progetto dimostra l’efficacia di un intervento strategico: da un lato mappare e valorizzare con un rigore scientifico senza precedenti l’immenso patrimonio verde regionale, dall’altro investire sui giovani e sulle competenze, creando nuove opportunità di lavoro qualificato con la figura del giardiniere d’arte».

Un intervento che punta quindi a unire tutela del patrimonio, formazione e occupazione, trasformando la conservazione dei giardini storici in una concreta occasione di valorizzazione culturale ed economica per il Piemonte.

Wall Drawing, l’opera d’arte nelle Langhe firmata David Tremlett

A Coazzolo, piccolissimo comune in provincia di Asti, sorge una piccola chiesa costruita alla fine del Seicento, tuttora consacrata, che vanta una meravigliosa vista mozzafiato sulle colline.


Questa deliziosa cappella, la Beata Maria Vergine del Carmine, edificata tra i filari delle vigne del Moscato e già Patrimonio Unesco, è diventata, in seguito all’intervento di wall drawing dall’artista britannico David Tremlett, un bellissimo esempio di opera moderna pop.
La superfice, di 300 metri quadri circa, è stata dipinta dal pittore con tre colori dominanti: il giallo per il porticato, la terra di Siena per il corpo della chiesa e il verde oliva per la sacrestia e il basamento.
David Tremlett, molto apprezzato per i suoi dipinti murali, è innamorato del nostro paese, che considera, a ragione, la patria della pittura e che lo ha meravigliato con opere d’arte incredibili e potentissime come quelle di Michelangelo e Raffaello.  “Per imparare qualcosa devi lasciarti stupire e saper osservare”, afferma Tremlett, e lui per realizzare quest’opera lo ha fatto profondamente: ha osservato i vigneti, ha parlato con i contadini condividendone il lavoro, le giornate e il cibo.


Il risultato è arrivato dopo centinaia di disegni, forme geometriche e dettagli in cerca di un dialogo con la natura, tra tradizione e modernità. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più interessante e se vogliamo più sorprendente di questo progetto artistico, l’incontro tra il passato e il contemporaneo, l’unione tra la genuinità ed i valori di una comunità d’altri tempi con nuovi linguaggi artistici, la capacità di far coabitare una natura meravigliosa e portatrice di memorie e semplicità con l’ardire di un opera che si esprime attraverso un lessico innovativo.

 

Maria La Barbera

L’eclettismo culturale di Mario Soldati

Il 19 giugno del 1999 Mario Soldati moriva a Tellaro, piccolo borgo marinaro ligure. Nato a Torino nel novembre del 1906, Soldati è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano.

Scrittore, giornalista, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo, ha contribuito moltissimo alla cultura e al costume italiano. Intellettuale finissimo, regista di autentici capolavori come “Piccolo mondo antico” e “Malombra”, autore di romanzi come “America primo amore”, “Le lettere da Capri” (premio Strega nel 1954), “I racconti del maresciallo”, di reportage famosi come “Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”, Soldati ha lasciato un segno indelebile con la sua poliedrica attività artistica. Lo storico e saggista Pier Franco Quaglieni, l’ha ricordato con il libro “Mario Soldati. La gioia di vivere”, pubblicato nel ventennale della morte dello scrittore e regista torinese. Un testo di grande interesse aperto da un ampio saggio del direttore del Centro Pannunzio, amico personale di Soldati che fu uno dei fondatori del sodalizio culturale subalpino, presiedendolo per due decenni. Un altro grande amico di Soldati, il novarese Enrico Emanuelli, grande firma de La Stampa e del Corriere della Sera, ne tratteggiò così il profilo: “Soldati è scorbutico. Dicono che spesso lo sia per posa. E’ anche legato ad umori repentini, una cosa gli va o non gli va, un po’ a capriccio. Ma dietro a questi suoi estri, vi è una natura d’uomo indipendente, acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni”. Il brevissimo racconto che segue ( La camelia di Mario Soldati) è un piccolo omaggio alla sua memoria.

“Mario l’aveva portata da Tellaro a Corconio, dalla frazione più orientale del comune di Lerici, nello spezzino, dove aveva scelto di vivere i suoi ultimi anni, al luogo che, forse, più di altri, aveva lasciato un segno, una traccia indelebile nel suo animo, sulla collina che guarda il lago d’Orta. La “General Coletti” era una camelia bella,forte e rigogliosa, con i suoi grandi fiori doppi, a peonia, rosso ciliegia intenso chiazzato a macchie di un bianco candido, puro. L’aveva curata con le proprie mani, pazientemente, con l’attenzione necessaria che si presta ad una creatura apparentemente fragile e delicata. Così l’aveva portata con sè, sul lago d’Orta. Tornare in quel luogo dove aveva vissuto, con il suo più caro amico, “l’altro Mario”, un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936 quando il destino li appaiò, assecondandoli nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta, si era rivelata una buona idea. Anche portare in dono la camelia agli eredi delle due sorelle Rigotti, l’Angioletta e la Nitti, che all’epoca gestivano l’alberghetto dove dimorarono, era stata un’ottima e gradita intuizione. La locanda non c’era più e il suo posto era stato preso da un’abitazione privata che, però, aveva mantenuto intatta la fisionomia dello stabile. Lì, entrambi, quasi adottati da quella famiglia, misero radici e vissero intere stagioni alloggiando in “una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest”. I ricordi erano come un fiume in piena. Le lunghe chiacchierate davanti al fuoco del camino, mangiando castagne arrosto o bollite, bevendo il vino nuovo nelle ciotole, si accompagnavano alle pagine che vennero scritte, ai libri che presero forma, agli articoli e ai saggi critici che consentirono a entrambi di racimolare il necessario per poter vivere “da scrittori”. L’ambiente circostante si era offerto con generosità ai “due Mario”, Soldati e Bonfantini, ricompensando i loro sguardi con l’intensa bellezza del paesaggio da una sponda del lago all’altra; da Gozzano a Orta, fino ad Omegna e da lì verso Oira, Ronco, Pella e Lagna. Dal balconcino della casa di Corconio, il panorama era rimasto intatto. Mario guardava, ammirato, la camelia dai fiori color panna e fragola. Poi, chiusi gli occhi, annusando l’aria, immaginava i colori del lago. Mario dubitava di potervi tornare. L’età non consentiva grandi progetti e nemmeno di coltivare illusioni. Lo consolava il pensiero che la più bella delle sue camelie potesse rimaner lì, a dimora. Un gesto d’amore di un uomo che in quei luoghi aveva lasciato una parte del suo cuore”.

Marco Travaglini