abitare con stile

Dalle fabbriche ai Loft: l’eleganza metropolitana dell’abitare contemporaneo

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Dopo aver esplorato le radici storiche dell’eleganza e le linee essenziali del contemporaneo, il nostro viaggio tra gli stili dell’abitare entra nel cuore della città. Negli ultimi anni, infatti, sono proprio i quartieri urbani a raccontare le trasformazioni più interessanti, non solo dal punto di vista immobiliare ma anche culturale.

Gli stili urbani e metropolitani nascono da un cambiamento reale: la riconversione degli spazi produttivi. Ex fabbriche, officine, magazzini, laboratori artigianali diventano case, studi creativi, showroom. L’architettura non viene cancellata, viene reinterpretata.

A Torino questo processo è evidente.

Barriera di Milano, per esempio, è uno dei quartieri che più ha vissuto questa metamorfosi. Capannoni e spazi industriali dismessi si sono trasformati in loft con doppi volumi, grandi vetrate, soppalchi in ferro e legno. Qui lo stile industriale non è un’imitazione estetica: è memoria autentica. Mattoni a vista, travi metalliche, cemento, tubazioni lasciate visibili non sono decorazione, ma tracce della storia produttiva del luogo.

L’industrial nasce così: materico, urbano, sincero. I colori sono neutri e profondi – grigi, ruggine, nero, legno naturale – gli arredi mescolano metallo e superfici grezze. È uno stile che piace a chi ama spazi aperti, fluidi, non convenzionali. Richiede equilibrio: l’eccesso può renderlo freddo, ma dosato con luce e materiali caldi diventa estremamente affascinante.

Un’evoluzione più raffinata è l’Urban Chic.

Qui l’anima industriale incontra dettagli più sofisticati: superfici pulite, elementi di design, finiture eleganti. Il mattone dialoga con il velluto, il metallo con il marmo, la struttura originaria con arredi contemporanei. È uno stile che interpreta la città con maggiore misura, mantenendo il carattere metropolitano ma alleggerendolo.

Anche Aurora racconta molto di questa trasformazione. L’area, per anni percepita come marginale, ha cambiato volto grazie a interventi di riqualificazione importanti come la nascita del complesso della Nuvola Lavazza, che ha portato nuova energia, servizi e qualità architettonica. Attorno a questi poli si sono sviluppati nuovi spazi creativi, coworking, residenze ristrutturate con un linguaggio urbano contemporaneo.

Lo stile metropolitano, in fondo, è questo: capacità di leggere il contesto e trasformarlo in identità. Non si tratta solo di lasciare un muro in mattoni o inserire una lampada industriale. Si tratta di comprendere la vocazione dello spazio, il suo passato e il suo potenziale.

In una città come Torino, con una forte eredità industriale, questi linguaggi non sono una tendenza passeggera. Sono parte del suo DNA. E raccontano un modo nuovo di abitare: più libero, più creativo, più connesso alla trasformazione della città stessa.

Perché quando cambia un quartiere, cambia anche il modo in cui lo abitiamo. E lo stile, ancora una volta, diventa il riflesso di un’evoluzione urbana prima ancora che estetica.

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L’eleganza della sottrazione: moderno, minimal e contemporaneo

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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La scorsa settimana abbiamo attraversato i secoli attraverso immagini di ambienti dall’eleganza solenne degli stili d’ispirazione storica, è quindi naturale oggi fare un passo in avanti nel tempo.

Se il Classico, il Neoclassico e il Barocco raccontano la casa come rappresentazione, gli stili contemporanei e minimal raccontano la casa come scelta consapevole.

Meno scenografia, più intenzione.
Meno decorazione, più funzione.

Con il Novecento e poi con il nuovo millennio, l’abitare cambia profondamente: si riducono le superfici, si semplificano i nuclei familiari, si cercano luce, fluidità, praticità. Lo spazio non deve più dimostrare, ma funzionare. E possibilmente farlo con eleganza.

Dobbiamo dunque distinguere tra stile moderno , minimale e contemporaneo che spesso vengono confusi tra loro:

Stile Moderno

Lo stile moderno nasce con il razionalismo e con l’idea che la forma debba seguire la funzione. Linee pulite, geometrie chiare, volumi netti. Gli arredi si alleggeriscono, le superfici diventano lisce, i materiali industriali – vetro, acciaio, cemento – entrano nella quotidianità domestica.

I colori sono spesso neutri, con contrasti calibrati tra chiari e scuri. Non c’è spazio per l’ornamento superfluo: ogni elemento deve avere una ragione. È uno stile che comunica ordine mentale prima ancora che estetico.

A Torino lo si ritrova spesso nelle nuove costruzioni, negli appartamenti ristrutturati con taglio contemporaneo, nelle case di chi desidera pulizia visiva e rigore.

Stile Minimal

Il minimalismo è un passo ulteriore. Non è solo riduzione, è sottrazione.
“Less is more” non è uno slogan, ma un principio progettuale.

Gli ambienti minimal sono ariosi, essenziali, quasi silenziosi. Le palette cromatiche si muovono tra bianco, beige, grigi chiari, talvolta interrotti da un unico accento deciso. Gli arredi sono pochi, selezionati, spesso integrati nell’architettura stessa.

Il rischio del minimal è la freddezza; la sua forza è la purezza. Funziona quando è accompagnato da materiali di qualità, luce naturale ben studiata e proporzioni corrette. Non è povertà decorativa: è disciplina.

Stile Contemporaneo

Spesso confuso con il moderno, lo stile contemporaneo è in realtà più fluido. Non si lega a un’epoca precisa ma interpreta il presente, accogliendo innovazioni tecnologiche, nuove sensibilità ambientali e contaminazioni.

Linee pulite sì, ma con maggiore morbidezza. Spazi aperti, cucina e living integrati, attenzione alla sostenibilità dei materiali. Le palette restano neutre, ma possono accogliere nuance calde, texture materiche, elementi di design iconico.

È lo stile più diffuso oggi nelle abitazioni urbane: rassicurante, elegante, adattabile. Permette di mescolare con equilibrio pezzi moderni e dettagli più personali.

Il filo conduttore

Ciò che accomuna moderno, minimal e contemporaneo è una nuova idea di abitare: la casa non come vetrina, ma come organismo funzionale. Un luogo che deve semplificare la vita, non complicarla.

In un momento storico in cui i metri quadri si riducono e la qualità dello spazio diventa centrale, questi linguaggi rispondono a un bisogno reale: ordine, luce, proporzione, leggerezza.

Eppure, anche qui, la differenza non la fa l’etichetta. La fa il progetto.
Un minimal improvvisato può diventare anonimo. Un contemporaneo mal calibrato può risultare impersonale. È sempre la misura a determinare l’eleganza.

Nel prossimo appuntamento della rubrica continueremo questo viaggio attraversando gli stili urbani e naturali, quelli che mescolano industriale e materia, Nord Europa e Mediterraneo. Perché conoscere i linguaggi dell’arredo non serve a catalogare le case, ma a comprendere quale spazio ci rappresenta davvero.

L’eleganza che nasce dalla storia: viaggio tra gli stili classici d’arredo

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Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Entrare in una casa, in qualunque parte del mondo, significa entrare in una visione a volte personale. Ogni abitazione racconta una scelta estetica, una memoria culturale, un modo preciso di intendere lo spazio e il vivere quotidiano.

C’è chi si riconosce nell’eleganza senza tempo del classico, chi cerca la pulizia razionale del moderno, chi ama l’essenzialità del minimal o il calore luminoso dello stile scandinavo. Alcuni si lasciano sedurre dall’anima urbana dell’industrial, altri dalla delicatezza romantica dello shabby chic o dal fascino stratificato del boho. C’è chi predilige il rigore geometrico dell’Art Déco, chi l’armonia organica del mid-century modern, chi le atmosfere mediterranee, provenzali o marocchine. E poi le tendenze più recenti: l’organic modern, il wabi-sabi, il ritorno alla materia, alla luce, all’imperfezione consapevole.

Gli stili d’arredo non sono semplici etichette decorative. Sono linguaggi. Parlano di epoche, di geografie, di società. Raccontano ciò che consideriamo bello, funzionale, rassicurante o aspirazionale. E spesso, senza che ce ne accorgiamo, parlano anche di noi.

Per questo ho deciso di dedicare le prossime settimane della rubrica a un viaggio tra gli stili che caratterizzano le abitazioni di tutto il mondo. Non una lista tecnica, ma un percorso per comprenderne l’origine, l’evoluzione e il significato contemporaneo.

Si parte dalle radici. Questa settimana ci immergiamo negli stili di ispirazione storica: il Classico, il Neoclassico e il Barocco/Rococò. Tre espressioni diverse di eleganza, accomunate da una forte identità culturale e da un senso profondo di rappresentanza dello spazio.

Approfondiremo cosa definisce davvero uno stile classico oltre i cliché, come il neoclassico riesca a dialogare con l’abitare contemporaneo, e perché il barocco e il rococò, con la loro teatralità decorativa, continuino ancora oggi a influenzare l’immaginario dell’abitare di prestigio.

Perché comprendere uno stile non significa copiarlo, ma imparare a leggerlo. E solo quando sappiamo leggere uno spazio possiamo davvero iniziare ad abitarlo con consapevolezza.

Se vogliamo comprendere davvero gli stili di ispirazione storica, dobbiamo guardarli non come semplici scelte decorative, ma come espressioni di un’idea precisa di bellezza e di società. Il Classico, il Neoclassico e il Barocco/Rococò nascono in epoche diverse, ma condividono un principio fondamentale: lo spazio non è solo funzionale, è rappresentazione.

Stile Classico

Lo stile classico affonda le radici nella tradizione europea, ispirandosi all’armonia dell’architettura greco-romana e alle dimore aristocratiche tra Rinascimento e Ottocento. La parola chiave è equilibrio.

Gli ambienti sono impostati su simmetrie rigorose, proporzioni studiate, assi visivi centrali. Le boiserie incorniciano le pareti, i soffitti possono essere decorati con cornici e rosoni, i pavimenti spesso in marmo o parquet posato con disegni tradizionali. I colori tendono ai toni caldi e neutri – avorio, crema, tortora – arricchiti da dettagli dorati o bronzati.

L’arredo è importante ma mai casuale: mobili in legno massello, intarsi, tessuti preziosi come seta o velluto. È uno stile che comunica solidità, continuità, prestigio. In una città come Torino, con i suoi palazzi storici e i piani nobili affacciati su cortili interni eleganti, il classico non è una moda: è una memoria ancora viva.

Stile Neoclassico

Il neoclassico nasce come reinterpretazione più misurata e razionale del linguaggio classico. Mantiene l’ordine e la simmetria, ma alleggerisce l’apparato decorativo. È meno opulento, più raffinato, più contemporaneo nella percezione.

Le modanature sono presenti ma più sottili, i colori si schiariscono ulteriormente – grigi chiari, bianchi luminosi, beige delicati – e l’oro lascia spazio a finiture più discrete. Le linee degli arredi diventano più pulite, pur conservando un’eleganza formale.

È uno stile che dialoga molto bene con l’abitare di oggi, soprattutto negli appartamenti d’epoca ristrutturati con sensibilità. Permette di conservare l’anima storica di uno spazio inserendo elementi moderni con equilibrio. Non è nostalgia: è reinterpretazione consapevole.

Barocco e Rococò

Con il Barocco e, successivamente, con il Rococò, l’equilibrio lascia spazio alla teatralità. Qui lo spazio diventa scenografia.

Il barocco è potenza visiva: curve, dorature, stucchi ricchi, contrasti forti tra luce e ombra. I volumi sono dinamici, le decorazioni abbondanti, i materiali preziosi. È uno stile che nasce per stupire, per affermare grandezza e autorità.

Il rococò, evoluzione più leggera e intima del barocco, introduce maggiore grazia e movimento sinuoso. I colori si fanno più chiari – cipria, verde salvia, azzurro polvere – le decorazioni diventano più minute e decorative. È meno monumentale, più raffinato, ma altrettanto scenografico.

Oggi questi linguaggi sono raramente riprodotti in modo integrale, ma continuano a influenzare l’idea di lusso, soprattutto in contesti dove l’impatto visivo è parte dell’esperienza. Inseriti con misura, possono trasformare un ambiente in un luogo fortemente identitario.

Comprendere questi tre stili significa riconoscere che l’abitare non è mai neutro. È sempre una scelta culturale. E conoscere le radici storiche dell’arredo ci aiuta a non confondere l’eleganza con l’eccesso, la tradizione con la replica, il prestigio con l’ostentazione.

Nelle prossime settimane continueremo questo viaggio, attraversando stili più contemporanei e ibridi. Perché ogni casa, prima di essere arredata, va capita. E ogni stile, prima di essere scelto, va interpretato.

Edifici “liberati” e restituiti alla città

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Negli ultimi giorni si parla molto di edifici liberati, di spazi restituiti, di immobili che tornano finalmente visibili dopo anni di abbandono. Al di là delle cronache e delle letture contingenti, il tema apre una riflessione più ampia e necessaria: che cosa significa oggi recuperare l’esistente, soprattutto quando un edificio porta con sé un valore storico, artistico o socioculturale?

Abitare con stile non riguarda solo l’interno di una casa o la qualità di un progetto d’arredo. Riguarda il modo in cui una città sceglie di prendersi cura dei propri spazi, della propria memoria e delle trasformazioni future.

Recuperare un edificio non significa semplicemente ristrutturarlo. Significa reinterpretarne il ruolo, comprenderne la vocazione, inserirlo nuovamente nel tessuto urbano con una funzione viva, sostenibile e coerente con il contesto. È un atto culturale prima ancora che edilizio.

Torino, in questo senso, è un laboratorio straordinario.

Città industriale per eccellenza, ha attraversato profonde trasformazioni economiche e sociali, lasciando dietro di sé grandi contenitori vuoti: fabbriche, complessi militari, edifici pubblici dismessi. Proprio da questi vuoti sono nati alcuni dei più interessanti esempi di rigenerazione urbana.

Un caso emblematico è la Cavallerizza Reale. Un complesso monumentale di enorme valore storico, rimasto a lungo in una condizione sospesa, oggi al centro di un percorso di recupero che punta a restituirlo alla città come spazio culturale, creativo e pubblico. Qui il progetto non cancella la memoria, ma la amplifica: l’architettura storica diventa contenitore di nuove funzioni, dialogando con il presente senza perdere identità.

Un altro esempio significativo è quello delle OGR Torino. Le Officine Grandi Riparazioni, un tempo cuore pulsante dell’industria ferroviaria, sono oggi uno dei poli culturali e innovativi più dinamici della città. Il recupero ha mantenuto la forza spaziale originaria, reinterpretandola per ospitare arte, musica, ricerca e impresa. Un intervento che dimostra come anche l’archeologia industriale possa diventare motore di nuova vitalità urbana.

Lo stesso vale per Parco Dora, dove le strutture industriali non sono state cancellate, ma integrate nel paesaggio. Pilastri, travi e volumi preesistenti convivono con il verde, creando uno spazio pubblico unico, identitario, profondamente contemporaneo. Un esempio virtuoso di come il recupero possa essere anche paesaggio, esperienza, qualità della vita.

Accanto ai grandi progetti simbolici, esistono poi interventi più silenziosi ma altrettanto rilevanti: ex aree produttive trasformate in residenze, edifici abbandonati riconvertiti in spazi abitativi, culturali o di servizio. Qui il recupero dell’esistente diventa anche risposta concreta al bisogno di nuove case, di quartieri più equilibrati, di una città che cresce senza consumare nuovo suolo.

Il valore di questi progetti non sta solo nel risultato architettonico, ma nel metodo. Recuperare significa lavorare sull’identità dei luoghi, sulla sostenibilità ambientale, sull’equilibrio tra memoria e innovazione. Significa progettare con responsabilità, evitando soluzioni standardizzate e puntando su interventi sartoriali, calibrati sul contesto.

In un momento storico in cui le città sono chiamate a ripensarsi, il recupero degli edifici esistenti rappresenta una delle risposte più intelligenti e lungimiranti. Non solo per preservare il passato, ma per costruire un futuro urbano più consapevole, inclusivo e autentico.

Abitare con stile, oggi, passa anche da qui: dalla capacità di leggere ciò che esiste, valorizzarlo e trasformarlo in una nuova opportunità di vita, di relazione e di bellezza.

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Cit Turin: dove il Liberty incontra la Torino che cambia

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Cit Turin è il quartiere più piccolo di Torino per estensione, ma uno dei più densi di identità, storia e qualità urbana. Un microcosmo elegante e coerente, incastonato tra il centro e l’asse ovest della città, che nel tempo ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria anima.

Le origini di Cit Turin risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, quando l’area iniziò a svilupparsi come quartiere residenziale borghese, destinato a professionisti, imprenditori e famiglie benestanti. Il nome stesso, “Cit Turin”, ovvero “piccola Torino” in piemontese, racconta la sua natura raccolta e ordinata, quasi un centro nel centro. Fin da subito il quartiere si distingue per un impianto urbanistico razionale, strade ampie, alberate, e una forte attenzione alla qualità architettonica degli edifici.

È proprio qui che si concentra una delle più alte densità di palazzi Liberty della città. Tra fine Ottocento e primi del Novecento, Cit Turin diventa un vero laboratorio di sperimentazione architettonica: facciate decorate, ferri battuti, bow-window, mosaici, motivi floreali e geometrici. Edifici iconici come Casa Fenoglio-Lafleur, Casa La Fleur, Casa Tasca o Casa Masino non sono solo esempi di stile, ma vere e proprie opere d’arte abitate, che ancora oggi definiscono il carattere distintivo del quartiere. A questo si affiancano palazzi eclettici e primi esempi di razionalismo, creando un tessuto urbano colto, stratificato e sorprendentemente armonico.

Per molti anni Cit Turin ha mantenuto una dimensione quasi sospesa nel tempo, protetta dalla sua natura prevalentemente residenziale. La svolta arriva con la grande trasformazione urbana legata alla riqualificazione di Porta Susa. L’interramento della linea ferroviaria e la nascita della nuova stazione hanno ridisegnato completamente l’assetto dell’area, creando uno dei principali nodi di mobilità del Nord Italia. Da qui prende forma il cosiddetto “triangolo” urbano che connette centro, Cit Turin e la zona direzionale ovest, rafforzando il ruolo strategico del quartiere.

La nuova Porta Susa non è stata solo un’infrastruttura, ma un catalizzatore di cambiamento: spazi pubblici rinnovati, nuove funzioni direzionali, servizi, uffici, hotel, e un miglioramento complessivo della qualità urbana. Cit Turin, pur restando fedele alla propria identità elegante e residenziale, entra così in una fase di evoluzione moderna, diventando sempre più attrattiva per chi cerca una posizione centrale, ben collegata, ma lontana dalla frenesia del centro storico.

Oggi il quartiere è al centro di nuovi investimenti immobiliari mirati e selettivi, spesso legati a interventi di riqualificazione dell’esistente e a nuove costruzioni di alto livello, pensate per dialogare con il contesto storico. La presenza della metropolitana, già attiva e destinata ad ampliarsi con le future linee, rafforza ulteriormente l’accessibilità dell’area, rendendola strategica sia per la residenza di qualità sia per investimenti a medio-lungo termine.

Il futuro di Cit Turin si gioca su un equilibrio delicato ma virtuoso: conservare il patrimonio architettonico e l’atmosfera raffinata che lo rendono unico, integrando al contempo innovazione, sostenibilità e nuove infrastrutture. Un quartiere piccolo solo nelle dimensioni, ma grande per valore culturale, qualità abitativa e visione urbana. Un luogo che racconta bene come Torino sappia evolvere senza rinnegare se stessa.

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Affitti brevi: quando il progetto fa la differenza

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Negli ultimi anni il tema degli affitti brevi è diventato uno dei più dibattuti nelle grandi città e nei territori a forte vocazione turistica. Da un lato rappresentano un’importante opportunità economica per i proprietari, dall’altro vengono spesso indicati come una delle cause della crescente difficoltà nel reperire alloggi destinati alla residenza stabile.

La realtà, come spesso accade, è più complessa e merita uno sguardo meno ideologico e più progettuale.

Il nodo centrale non è tanto l’esistenza degli affitti brevi, quanto come vengono gestiti, regolati e inseriti nel tessuto urbano. Un’abitazione destinata alla locazione turistica non è, di per sé, un elemento di disturbo: lo diventa quando è improvvisata, concentrata in modo eccessivo, scollegata dal contesto e priva di una visione di lungo periodo.

Negli ultimi mesi il dibattito si è riacceso anche sul piano normativo, con un’attenzione crescente da parte dei Comuni al tema dell’equilibrio tra turismo e residenzialità. È un segnale chiaro: la città non è solo un contenitore di flussi, ma un organismo delicato, fatto di relazioni sociali, servizi, tempi e ritmi che vanno rispettati.

Tuttavia, il rischio è affrontare la questione per categorie rigide – affitto breve contro affitto lungo – che non rispecchiano il funzionamento reale del mercato immobiliare.

Molti proprietari oggi utilizzano i propri immobili in modo flessibile e intelligente: locazioni turistiche per alcuni periodi dell’anno, affitti di medio termine per professionisti o studenti, e momenti di utilizzo diretto dell’abitazione. Una flessibilità che, se ben regolata, può diventare una risorsa e non una distorsione.

Il vero tema, quindi, non è vietare o demonizzare, ma progettare.

Progettare un affitto breve significa:

  • pensare all’immobile non solo come fonte di reddito, ma come parte della città;

  • curare la qualità degli spazi, dell’arredo e della manutenzione;

  • selezionare il target giusto, evitando un turismo “mordi e fuggi” poco rispettoso;

  • affidarsi a una gestione professionale che garantisca regole, controllo e continuità.

Un alloggio ben progettato e ben gestito riduce l’impatto sul contesto, valorizza il patrimonio edilizio esistente e contribuisce alla qualità complessiva dell’offerta abitativa. Al contrario, una gestione approssimativa genera conflitti, degrado e alimenta la percezione negativa che oggi grava su questo settore.

C’è poi un altro aspetto spesso trascurato: l’impatto ambientale e sociale. Non è scontato che un’abitazione occupata stabilmente produca meno consumo di risorse rispetto a un alloggio turistico utilizzato in modo saltuario. Senza dati e analisi puntuali, il rischio è costruire politiche basate su percezioni più che su numeri reali.

Per questo, il futuro degli affitti brevi passa da una parola chiave: responsabilità.

Responsabilità dei proprietari, chiamati a fare scelte consapevoli.

Responsabilità dei professionisti, che devono guidare e strutturare il processo.

Responsabilità delle amministrazioni, che dovrebbero favorire modelli equilibrati anziché soluzioni drastiche.

Abitare con stile, oggi, significa anche questo: saper conciliare redditività e rispetto del territorio, interesse privato e bene collettivo, flessibilità e visione urbana.

Gli affitti brevi possono continuare a essere una risorsa preziosa – per chi investe e per le città – solo se smettono di essere improvvisazione e diventano progetto.

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Il Po e i suoi quartieri: anime diverse lungo lo stesso fiume

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In una Torino spesso raccontata attraverso le sue architetture monumentali e la sua anima industriale, il Po rappresenta la dimensione più intima e contemplativa della città. Un confine morbido tra natura e tessuto urbano, tra movimento e quiete, capace di offrire una lettura diversa dell’abitare contemporaneo.

Il Po scorre lento, silenzioso, mai invadente, eppure imprime un carattere preciso a tutto ciò che lo circonda. Vivere vicino al fiume non è soltanto una scelta abitativa, ma un vero e proprio stile di vita: significa abitare la città senza subirla, trovare uno spazio di respiro all’interno del ritmo urbano, ristabilire un rapporto quotidiano con il paesaggio.

L’acqua, in città, ha un valore che va ben oltre l’estetica. È luce che cambia durante il giorno, riflettendo il cielo e ammorbidendo i volumi architettonici. È aria che si muove e respira, un microclima naturale, uno scenario che rende gli spazi più vivibili, più umani. Abitare lungo il Po significa convivere con un paesaggio che non è mai statico: le stagioni si leggono nei colori delle rive, nei riflessi invernali o nelle ombre lunghe delle sere estive. Una presenza discreta ma costante, che accompagna la quotidianità senza sovrastarla.

Il Po come filo urbano

Il Po non attraversa Torino in modo neutro. La accompagna, la sfiora, la modella. E, nel farlo, incontra quartieri molto diversi tra loro, restituendo a ciascuno un’identità distinta. Vivere lungo il fiume significa scegliere non solo una vista privilegiata, ma un’atmosfera, un ritmo, un modo specifico di abitare la città.

Gran Madre: il salotto elegante sul fiume

Il tratto del Po che incontra Gran Madre è forse il più iconico. Qui il fiume dialoga con la monumentalità della chiesa, con i viali alberati e con una dimensione urbana composta, borghese, quasi parigina.

Abitare in questa zona significa vivere il Po come estensione naturale del proprio spazio domestico: una passeggiata mattutina lungo il fiume, una corsa al tramonto, uno sguardo che si posa sull’acqua prima di rientrare a casa. È il quartiere di chi cerca equilibrio, centralità e bellezza senza eccessi.

Crimea: residenzialità alta e silenzio

Poco più in alto, il Po lambisce la Crimea, una delle zone residenziali più riservate e prestigiose della città. Qui il fiume non è protagonista scenografico, ma presenza discreta, quasi protettiva.

Ville, palazzi immersi nel verde, strade tranquille: il Po diventa elemento di valore ambientale e simbolico. È il quartiere di chi sceglie la qualità della vita come priorità assoluta, lontano dal rumore ma perfettamente connesso al centro urbano.

Borgo Po e Cavoretto: tra città e collina

Nel tratto che accompagna Borgo Po e sale verso Cavoretto, il fiume dialoga con la collina. Qui l’abitare si fa più intimo, quasi sospeso tra piano e panorama.

È una zona di passaggio e di connessione: tra città e natura, tra il quotidiano e la dimensione più contemplativa. Il Po accompagna questa transizione, rafforzando l’idea di un vivere “a misura”, dove architettura e paesaggio convivono con naturalezza.

Il Valentino e San Salvario: il Po come spazio pubblico

Scendendo verso sud, il fiume incontra il Parco del Valentino e lambisce il quartiere di San Salvario. In questo tratto il Po diventa spazio pubblico, vissuto, attraversato, condiviso.

Il parco restituisce al fiume una dimensione sociale e culturale: studenti, famiglie, sportivi, cittadini di ogni età. È il volto più dinamico del Po, quello che racconta una città viva, in movimento, capace di mescolare energie e funzioni diverse.

I Murazzi: memoria e trasformazione

Infine, i Murazzi del Po. Un luogo che per anni ha incarnato la notte torinese, la movida, l’eccesso, ma che oggi si prepara a una nuova identità. Qui il Po è stato confine e movimento; oggi diventa opportunità di rigenerazione urbana.

Per lungo tempo i Murazzi hanno rappresentato l’altra faccia del fiume: rumorosa, informale, notturna. Una stagione intensa che ha lasciato il segno, ma che ha anche mostrato criticità legate al degrado e alla convivenza con il contesto residenziale. Oggi, però, il racconto sta cambiando.

Il progetto di riqualificazione annunciato dal Comune di Torino segna un passaggio simbolico importante: non una semplice riapertura, ma una ridefinizione profonda del rapporto tra città e fiume.

L’obiettivo è restituire i Murazzi come spazio pubblico continuo, vissuto durante tutto l’arco della giornata. Meno concentrazione di locali notturni, più funzioni ibride: attività culturali, ristorazione di qualità, botteghe creative, spazi per lo sport leggero e il tempo libero. Il fiume torna così a essere paesaggio urbano, non semplice sfondo.

Un nuovo modo di abitare il lungo Po

Questa trasformazione ha un impatto diretto sull’abitare. I quartieri affacciati sul Po — da Gran Madre alla Crimea — vedono rafforzarsi la loro vocazione residenziale di pregio, sempre più legata alla qualità dello spazio urbano e al benessere quotidiano.

I Murazzi diventano una cerniera tra centro e natura, tra memoria storica e progetto contemporaneo, tra vita sociale e quiete residenziale. Una visione più matura, più europea, che guarda ai waterfront urbani come infrastrutture culturali e ambientali.

Vivere vicino al fiume significa scegliere una relazione diversa con la città: più profonda, più armonica, più autentica.

C’è anche un valore simbolico, quasi archetipico. L’acqua è passaggio, trasformazione, continuità. Non a caso le città più affascinanti si sono sviluppate lungo i fiumi. Il Po, in questo senso, è memoria viva: ha visto cambiare Torino, ne ha accompagnato le trasformazioni, restando fedele a se stesso.

Il Po non uniforma: distingue. Attraversa la città come una linea continua che cambia voce a ogni quartiere. Ed è proprio questa la sua forza: offrire molte possibilità di abitare senza perdere coerenza. In una Torino che riscopre il valore dei suoi spazi d’acqua, il Po continua a essere non solo un elemento geografico, ma un vero luogo dell’anima urbana.

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Architettura che resta: quando il progetto diventa memoria urbana

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L’articolo della rubrica di oggi è dedicato alla figura dell’architetto, a quel ruolo spesso silenzioso ma determinante che nel tempo modella le città, ne rispetta la storia e ne accompagna le trasformazioni. In particolare, vogliamo soffermarci su una professionista che si è distinta nel panorama torinese per rigore, sensibilità e visione: Ornella Vignolo Lutati.

Torino è una città fatta di stratificazioni: barocco, liberty, neoclassico convivono in un equilibrio delicato, che richiede competenza e misura ogni volta che si interviene sul patrimonio costruito. In questo contesto, l’architettura non è mai solo tecnica, ma un atto culturale. È proprio su questa linea sottile — conservare senza congelare, trasformare senza tradire — che si è mosso per oltre quarant’anni il lavoro di Vignolo Lutati.

Fedele al principio del “conservare per valorizzare”, ha dedicato la sua attività al recupero e al riuso di edifici storici, affrontando il progetto con un’attenzione quasi maniacale per materiali, finiture e proporzioni. Un approccio che non cercava protagonismi, ma continuità: far dialogare il passato con le esigenze dell’abitare contemporaneo, senza mai forzare l’identità originaria degli spazi.

Tra gli interventi che meglio raccontano questo metodo spiccano alcuni palazzi storici di via della Rocca e via Mazzini, luoghi emblematici del centro torinese. Qui il progetto diventa esercizio di equilibrio: recuperare decori, strutture e volumi storici restituendo agli edifici una funzione attuale, viva, capace di inserirsi nel tessuto urbano senza stonature. Non semplici restauri, ma operazioni di rigenerazione colta, in cui ogni scelta progettuale è frutto di studio, rispetto e misura.

Il contributo di Ornella Vignolo Lutati va letto proprio in questa chiave: non nell’eccezionalità dell’oggetto architettonico, ma nella qualità diffusa del paesaggio urbano che ha contribuito a preservare. Un’architettura che non si impone, ma accompagna; che non cancella, ma interpreta.

Raccontare oggi il suo lavoro significa ricordare quanto sia fondamentale il ruolo dell’architetto nella costruzione della memoria collettiva di una città. Perché Torino non è solo fatta di grandi opere o nuovi interventi, ma anche — e soprattutto — di chi ha saputo prendersi cura dei suoi edifici storici con competenza, rigore e profondo senso civico. Un’architettura che resta, perché capace di attraversare il tempo.

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Casa 2026: tendenze che durano e mode da lasciar andare

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

Il 2025 ha confermato una direzione chiara: meno clamore, più sostanza. L’arredo ha rallentato, ha smesso di stupire per forza e ha iniziato a rassicurare. Il 2026 non rompe questo percorso: lo affina. Vediamo cosa resta, cosa evolve e cosa – con elegante nonchalance – possiamo salutare.

I protagonisti del 2025

Il colore simbolo è stato Mocha Mousse, una tonalità calda e avvolgente che ha segnato il ritorno ai neutri “emotivi”: marroni morbidi, sabbia, beige evoluti, greige. Colori che non stancano e dialogano bene con la luce naturale, amatissimi nei contesti urbani eleganti – sì, anche nei palazzi torinesi di fine ’800.

Accanto:

  • verdi salvia e oliva

  • terracotta desaturati

  • blu polverosi

Cosa ritroveremo nel 2026

Questi colori non spariscono, ma diventano più profondi:

  • il beige vira verso il tortora caldo

  • il verde si fa bosco

  • il blu diventa notte

Il colore smette di essere protagonista assoluto e diventa struttura, usato per definire spazi, quinte, nicchie.

Le vere novità

  • Accenti bruciati (ruggine, cacao, carbone caldo)

  • Gialli sporchi e minerali, molto sofisticati

  • Ritorno controllato del bordeaux, usato come segno grafico, non come total look

Fuori: colori iper saturi, pastelli “instagrammabili” senza profondità. Bellissimi in foto, stancanti nella vita reale.

Materiali: ritorni autentici e addii silenziosi

Il 2025 ha sancito una verità semplice: i materiali finti non convincono più.

Quelli che restano (e crescono)

  • Legno vero, anche imperfetto, con venature visibili

  • Pietra naturale (travertino, pietra di Luserna, ceppo)

  • Metalli caldi: bronzo, ottone brunito, ferro cerato

  • Tessuti materici: lino, lana, bouclé compatto

I grandi ritorni

  • Vetro lavorato e cannettato

  • Ceramiche artigianali

  • Intonaci materici e calce naturale

Materiali che invecchiano bene. E questo, nel 2026, è lusso puro.

Cosa sparisce

  • Effetti marmo troppo lucidi

  • Superfici iper tecniche ma fredde

  • Arredi “tutti uguali”, replicabili ovunque

Mode passeggere vs scelte intelligenti

Moda è cambiare cucina ogni 5 anni.
Scelta intelligente è progettare una base neutra, flessibile, che si aggiorna con pochi gesti.

Nel 2026 vince:

  • l’arredo su misura

  • la progettazione degli spazi (più della decorazione)

  • la casa pensata per essere vissuta, non mostrata

Torino, con la sua anima borghese e colta, questo lo sa da sempre.

Il nuovo lusso: sobrio, colto, silenzioso

Il lusso del 2026:

  • non ostenta

  • non luccica

  • non segue trend urlati

È fatto di:

  • proporzioni giuste

  • materiali autentici

  • colori che durano

  • spazi che funzionano

Una casa elegante oggi non dice “guardami”, ma “resta”.

Il 2026 non chiede rivoluzioni, ma scelte consapevoli.
Chi progetta (e chi abita) guarda meno ai trend e più alla qualità del tempo che passerà tra quelle mura.

E forse è proprio questa la tendenza più torinese di tutte:
fare bene, una volta sola.

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Decluttering: fare spazio in casa (e nella testa) prima delle feste

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
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Con l’arrivo delle feste natalizie succede sempre la stessa cosa: ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che la casa è piena. Piena di oggetti, di accumuli silenziosi, di cose che non usiamo più ma che continuiamo a spostare da un mobile all’altro. Fare ordine diventa quasi una necessità pratica – per accogliere ospiti, decorazioni, nuovi acquisti – ma anche un gesto simbolico: lasciare andare ciò che non serve più per fare spazio all’anno che verrà.

È proprio in questo contesto che torna spesso a galla una parola diventata ormai familiare: decluttering. Un termine che abbiamo imparato a conoscere grazie a Marie Kondo, la celebre consulente giapponese del riordino diventata popolare con la sua serie Netflix. Ma il decluttering non è solo una moda né una sequenza di piegature perfette: è un cambio di prospettiva sul nostro modo di abitare gli spazi.

Decluttering significa, letteralmente, liberarsi dal superfluo. Non organizzare meglio ciò che abbiamo, ma chiederci se tutto quello che possediamo abbia ancora un senso nella nostra vita. Le case in cui viviamo da anni – o quelle ereditate, cariche di memoria – tendono a trasformarsi in archivi emotivi: oggetti dimenticati, scatole mai aperte, stanze che diventano depositi più che luoghi da vivere. E spesso il disordine materiale è solo il riflesso di un sovraccarico più profondo.

Il metodo KonMari parte proprio da qui. Non propone semplicemente di “riordinare”, ma di scartare. Secondo Marie Kondo, meno oggetti possediamo, più è facile mantenere ordine nel tempo. Ed è una questione prima di tutto mentale: il decluttering efficace non è quello che facciamo una volta ogni tanto, ma quello che cambia il nostro rapporto con le cose.

Uno degli aspetti più interessanti – e anche più discussi – del metodo è l’idea che il riordino debba essere un evento unico, quasi straordinario, e non una routine quotidiana. Fare tutto in una volta, sostiene Kondo, serve a spezzare definitivamente il legame con le vecchie abitudini. È un approccio radicale, che non tutti sentono proprio. Per qualcuno può funzionare meglio un decluttering graduale, settimanale, più morbido e sostenibile.

Altro punto chiave: non si riordina per stanze, ma per categorie. Vestiti, libri, documenti, oggetti vari e infine i ricordi. Questo perché spesso lo stesso tipo di oggetto è sparso in più punti della casa e riordinarlo “a pezzi” non fa che spostare il problema altrove. Il cuore del metodo, però, sta in una domanda tanto semplice quanto spiazzante: “Questo oggetto mi suscita gioia?”

Se la risposta è sì, resta. Se è no, va lasciato andare.

Qui il decluttering si fa più personale, quasi intimo. Perché non si tratta di decidere cosa buttare, ma cosa scegliere di tenere. E questo richiede una visione: immaginare la vita che vogliamo vivere nella nostra casa, oggi. Non quella di dieci anni fa, non quella che “potrebbe servire”, ma quella reale, presente.

Il metodo KonMari ha anche lati estremi e non sempre condivisibili – come l’invito a ridurre drasticamente libri, fotografie e documenti – e una componente spirituale molto marcata, fatta di rituali di commiato e dialoghi simbolici con la casa. Elementi che possono affascinare o lasciare perplessi. Personalmente, confesso che su certi punti faccio volentieri un passo indietro: alcune cose non devono per forza “scatenare gioia”, ma raccontano chi siamo stati e fanno parte della nostra storia.

Ed è forse questo il punto più importante: non esiste un decluttering giusto in assoluto. Esiste quello giusto per noi, per il nostro modo di abitare, per il momento della vita che stiamo attraversando. L’obiettivo non è avere una casa perfetta, ma una casa più leggera, più funzionale, più allineata a chi siamo oggi.

Le feste possono essere l’occasione ideale per iniziare. Non per stravolgere tutto, ma per fare spazio. Spazio per accogliere, per respirare, per iniziare il nuovo anno con meno peso addosso.

Perché, in fondo, come recita una frase diventata ormai un mantra:

“All you need is less.”

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