Sicurezza, Buzzi Langhi (Forza Italia): « certezza della pena e collaborazione tra forze moderate»

 

«Sono orgoglioso di appartenere a un partito moderato, liberale e garantista come Forza Italia. Credo fermamente che tutti debbano avere diritti, anche chi commette i reati più gravi, così come chi scende in piazza per manifestare. Tuttavia, a Torino abbiamo assistito a episodi in cui i diritti di tanti cittadini sono stati calpestati».

Lo dichiara il consigliere regionale di Forza Italia Davide Buzzi Langhi, intervenendo nel dibattito sugli ordini del giorno relativi agli scontri avvenuti durante manifestazioni in città.

«Durante alcuni cortei – prosegue – gruppi organizzati hanno agito in modo violento e premeditato, colpendo persone e distruggendo beni. Le immagini del poliziotto a terra, circondato e colpito da più persone, rappresentano un fatto gravissimo che non può essere sottovalutato».

Buzzi Langhi richiama la necessità di una risposta politica condivisa sul tema sicurezza: «In Italia manca ancora la certezza della pena. Chi commette reati contro le persone deve scontare pene certe e adeguate. Senza questo principio, il rischio è che gli stessi soggetti tornino a colpire».

Il consigliere regionale lancia quindi un appello alle forze politiche moderate: «Chiedo alle forze del centrosinistra moderato di lavorare insieme su sicurezza e legalità, evitando contrapposizioni ideologiche quando si parla di misure per tutelare cittadini e forze dell’ordine».

Un passaggio è dedicato anche al ruolo della magistratura: «Chi commette reati violenti rappresenta un pericolo per la collettività e deve essere valutata con attenzione anche la custodia cautelare nei casi più gravi, per evitare nuove vittime».

Tra le proposte indicate dal consigliere figurano rafforzamento delle sanzioni, misure accessorie come Daspo e obblighi di firma per i soggetti violenti, oltre a strumenti amministrativi più incisivi contro chi mette a rischio la sicurezza pubblica.

«Forza Italia – conclude Buzzi Langhi – è pronta al dialogo con tutte le forze politiche moderate che vogliono migliorare la sicurezza nelle città e durante le manifestazioni pubbliche, con l’obiettivo di tutelare cittadini, lavoratori e forze dell’ordine».

Agnese Pini e il collettivo Scirò per Fondazione Mirafiore

Sabato 14 febbraio prossimo, alle ore 18.30, in occasione della XVI edizione del Laboratorio Permanente di Resistenza della Fondazione Mirafiore di Serralunga d’Alba, sarà protagonista Agnese Pini in un incontro dal titolo “L’etica del domandare”, dedicato al valore della verità e alla responsabilità di chi racconta il mondo. Direttrice di quotidiani come La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno, Agnese Pini è una delle grandi voci del giornalismo italiano, capace di coniugare rigore professionale, profondità di sguardo e attenzione alle persone. A partire dal suo libro intitolato “La verità è un fuoco” (Chiarelettere), l’incontro si concentra su una tematica contemporanea, quella riguardante il significato del cercare la verità in un’epoca segnata dalla sovrabbondanza delle informazioni, dalla velocità dei social e dalla crescente difficoltà di distinguere fatti, opinioni e narrazioni interessate. Nel suo racconto, Pini intreccia l’esperienza professionale a quella personale, riflettendo sulle sfide quotidiane del mestiere giornalistico: la pressione delle agende politiche ed economiche, la responsabilità nei confronti dei lettori, il rapporto tra informazione e potere, ma anche la necessità di mantenere uno sguardo umano, empatico e libero. L’etica del domandare diventa così non solo una pratica professionale, ma un esercizio civile che riguarda tutti: porre le domande esistenti significa aprire spazi di dialogo, difendere la complessità del reale e opporsi alle semplificazioni, perché, come suggerisce l’autrice, la verità non è mai un possesso definitivo, ma un fuoco da alimentare con coraggio, responsabilità e passione.

Domenica 15 febbraio, alle ore 16.30, la Fondazione Mirafiore aprirà le porte a bambini e famiglie con il terzo appuntamento della rassegna teatrale dedicata ai più piccoli, “Creature immaginarie e altre visioni-omaggio a Tim Burton”, uno spettacolo di Daniela Febino e del collettivo Scirò, che celebra il potere dell’immaginazione e della diversità. Che cosa accade quando il teatro incontra il mondo poetico, gotico e un po’ strampalato di Tim Burton ? Nasce un viaggio popolato da personaggi eccentrici, atmosfere surreali e mondi sospesi, in cui il fantastico diventa una lente per guardare la realtà da una nuova prospettiva. I bambini vengono accompagnati in un universo dove ciò che appare “strano” rivela spesso una sensibilità profonda, un talento inatteso, una luce speciale. Sul palco sono Marta Salomone e Rosita Pepe a dare vita a figure buffe, poetiche e sorprendenti, mentre la voce narrante di Daniela Febino guida il pubblico attraverso visioni in grado di incantare e far riflettere. Le scene sono curate dall’Atelier di Beppe Pepe, e ricreano l’atmosfera sognante e gotica tipica dei film di Burton, tra giochi di ombre, forme insolite e dettagli evocativi che diventano parte essenziale dell’esperienza teatrale.

Mara Martellotta

Torna il Carnevale di Carmagnola

Il Carnevale di Carmagnola 2026, organizzato dalla Pro Loco di Carmagnola APS in collaborazione con il Comune di Carmagnola, si svolgerà domenica 15 e martedì 17 febbraio. Si tratta di due giornate di festa, colori e allegria nel cuore della città pensate per coinvolgere famiglie, bambini e appassionati di tutte le età in un clima di condivisione e divertimento.

Domenica 15 febbraio dalle ore 15.30 presso il Salone Antichi Bastioni sarà la volta della Baby Dance animata da Madame Zorà, artista da anni impegnata in attività di intrattenimento dedicate ai bambini e alle famiglie. Sarà un pomeriggio all’insegna della musica, del movimento e del gioco, con momenti pensati per coinvolgere attivamente i più piccoli in un clima di partecipazione e di festa. A cura della Pro Loco di Carmagnola seguirà un Nutella Party aperto a tutti i bambini.

Martedì 17 febbraio il Carnevale raggiungerà il suo apice con la sfilata dei carri allegorici in programma a partire dalle 15, lungo un percorso che interesserà via Novara, via Bergamo, via Torino e via Savonarola, per poi concludersi nuovamente in via Novara.
Ad accompagnare la sfilata saranno le storiche maschere cittadine di Re Peperone e della Bela Provonera, l’uno interpretato da Lorenzo Piana , che incarna dal 1991 questa figura, l’altra da Karin Borga, nel ruolo della Bela Provonera.
La maschera di Re Peperone è  stata ideata nel 1952 dal fumettista Sebastiano Craveri e nel tempo è  divenuta uno dei simboli maggiormente riconoscibili della città di Carmagnola, anche grazie al legame con la Fiera Nazionale del Peperone.
Nel 2018 ha ottenuto la certificazione ufficiale con la registrazione del nome e del marchio e l’inserimento nel Registro delle Maschere italiane.

Saranno sette i gruppi provenienti da diversi Comuni che parteciperanno alla sfilata dei carri allegorici, Carmagnola, Bruere, Chieri, Nichelino, Piobesi Torinese, Roletto e Racconigi, offrendo al pubblico uno spettacolo diffuso e dinamico, un’occasione di festa collettiva, di animazione urbana e di condivisione culturale, capaci di unire generazioni e di valorizzare la partecipazione di realtà locali e cittadine.

La Pro Loco Carmagnola APS organizza eventi in collaborazione con il Comune di Carmagnola, con il sostegno di BTM Banca dei Territori del Monviso, e Reale Mutua Assicurazioni agenzia di Carmagnola.

Ufficio Manifestazioni Comune di Carmagnola tel 0119724270-379-
Email cultura@comune.carmagnola.to.it

Mara Martellotta

Torino fuori dai Giochi: l’Olimpiade mancata, una scelta che pesa

C’è un convitato di pietra nelle Olimpiadi invernali del 2026: Torino. Una città che aveva già dimostrato di saper ospitare i Giochi, che disponeva di impianti, competenze e memoria organizzativa, e che tuttavia è rimasta ai margini di Milano-Cortina. Col senno di poi, l’assenza di Torino è stata causata solo per una scelta politica a nostro avvisto sbagliata  e miope, dettata più da equilibri politici e da una visione ristretta del progetto olimpico che da una reale valutazione delle opportunità.

In origine, l’idea di un’Olimpiade a tre poli – Milano, Cortina e Torino –  rappresentava una soluzione coerente con l’evoluzione del modello olimpico: meno nuove costruzioni, più riuso, più territori coinvolti, maggiore distribuzione dei benefici. Una visione che, però, è stata progressivamente ridimensionata fino a lasciare Torino fuori dal perimetro ufficiale.

Una città già pronta

Torino non partiva da zero. Al contrario, partiva da un’eredità concreta: quella dei Giochi del 2006. Impianti funzionanti, professionalità consolidate, un sistema urbano abituato a gestire grandi eventi internazionali. Escluderla ha significato rinunciare a un patrimonio già disponibile, preferendo in alcuni casi soluzioni più costose o complesse.

Se Torino fosse stata inclusa, avrebbe potuto ospitare una parte rilevante delle discipline su ghiaccio indoor. L’Oval Lingotto, progettato proprio per il pattinaggio di velocità, avrebbe potuto tornare alla sua funzione originaria con interventi limitati. Il Palavela, simbolo del 2006, era ed è uno spazio ideale per il pattinaggio di figura e lo short track. Non ipotesi teoriche, ma opzioni realistiche, basate su strutture esistenti.

Anche sul fronte delle discipline di scivolamento, l’area olimpica torinese offriva una possibilità concreta. La pista di Cesana, oggi abbandonata, avrebbe potuto essere riqualificata e rimessa in funzione, evitando nuove costruzioni altrove e trasformando un’infrastruttura inutilizzata in una risorsa.

Un’Olimpiade più equilibrata e più nazionale

L’assenza di Torino ha contribuito a rendere Milano-Cortina un progetto fortemente sbilanciato. Milano come centro mediatico e finanziario, Cortina come vetrina alpina: due poli forti, ma anche due poli molto distanti tra loro, sia geograficamente sia simbolicamente. Torino avrebbe potuto rappresentare l’anello di congiunzione, il terzo pilastro di un’Olimpiade davvero nazionale.

Una candidatura a tre città avrebbe permesso di distribuire meglio flussi turistici, investimenti e visibilità internazionale. Avrebbe alleggerito la pressione su alcune località montane e rafforzato il ruolo delle Alpi occidentali, spesso rimaste in secondo piano rispetto a quelle orientali.

Comunicazione: un’occasione narrativa persa

Dal punto di vista della comunicazione, l’esclusione di Torino ha privato i Giochi di un racconto potente: quello della continuità olimpica. Torino è stata la prima città italiana a sperimentare con successo un’Olimpiade invernale diffusa, capace di trasformare il territorio e la propria immagine internazionale.

Inserirla nel progetto 2026 avrebbe consentito di costruire una narrazione a tre voci:

  • Milano, simbolo dell’innovazione e dell’economia contemporanea

  • Cortina, icona della montagna e dello sport invernale

  • Torino, capitale dell’eredità olimpica e della trasformazione urbana

Un racconto più ricco, più credibile e più attrattivo anche per il pubblico internazionale.

Logistica e infrastrutture: una sfida gestibile

È vero: coinvolgere Torino avrebbe richiesto una macchina organizzativa più complessa. Ma sarebbe stata una complessità governabile. I collegamenti ferroviari con Milano sono già una realtà, la città dispone di una ricettività ampia e di spazi adatti a ospitare atleti, media e delegazioni.

Torino avrebbe potuto diventare un hub logistico per le discipline su ghiaccio, un centro di produzione mediatica, un punto di riferimento per eventi culturali e cerimonie collaterali. Invece, si è scelto di concentrare tutto su altri territori, rinunciando a una distribuzione più equilibrata dei carichi organizzativi.

Una scelta miope, non inevitabile

L’esclusione di Torino non è stata una necessità tecnica, ma una decisione politica. Una decisione che ha guardato al breve periodo, trascurando il valore strategico di una città che aveva già dimostrato cosa significa ospitare i Giochi.

Oggi Torino resta spettatrice di un evento che avrebbe potuto coinvolgerla direttamente, rilanciando impianti, turismo e identità sportiva. Un’occasione persa che pesa non solo sulla città, ma sull’idea stessa di un’Olimpiade italiana davvero condivisa.

Milano-Cortina 2026 sarà comunque un grande evento. Ma con Torino sarebbe potuto essere qualcosa di più: un progetto più equilibrato, più sostenibile e più lungimirante.

Aggredita da uomo con machete: arrestato

La Polizia di Stato ha arrestato a Torino un trentacinquenne marocchino per tentata rapina aggravata.

Gli agenti dell’U.P.G.S.P. sono intervenuti in via Bologna a seguito della segnalazione di una rapina ai danni di una ragazza che, nel fare rientro a casa, era stata aggredita e minacciata da un uomo con un grosso coltello per farsi consegnare il suo smartphone.

Giunti sul posto, gli operatori hanno intercettato subito l’uomo che, alla vista della Volante, ha lasciato cadere il machete tra le auto parcheggiate, per poi darsi alla fuga. Dopo un breve inseguimento, gli agenti hanno bloccato il cittadino marocchino, recuperando lo smartphone sottratto alla ragazza, oltre che al coltello di cui aveva tentato di liberarsi poco prima.

Il Cuore di Fiori in piazza San Carlo e la scultura per chi “aspetta l’amore”

Dal 10 al 15 febbraio a Torino il Cuore di San Valentino si arricchisce di una nuova emozione


I fiorai di Ascom realizzano un cuore intrecciato con rami e fiori, arricchito dalla scultura di un uomo con una rosa che attende su una panchina. Per l’inaugurazione, i cittadini sono invitati a completare il cuore con fiori e un pensiero d’amore. E naturalmente, via alla ormai tradizionale ​ di selfie per quello che è ormai uno degli angoli più instagrammati di Torino.

Torino, 10 febbraio 2026 – Anche quest’anno il cuore dell’amore batte nel centro di Torino. Dal 10 al 15 febbraio, in piazza San Carlo, prende vita “Aspettando l’amore”, l’installazione floreale curata dall’Associazione Fiorai di AscomConfcommercio Torino e provincia, che celebra San Valentino con un nuovo messaggio: l’amore è desiderio, poesia, promessa.

Nel salotto buono di Torino, un cuore alto due metri e mezzo, realizzato da 15 fiorai con 2000 fiori, tutti coltivati in Italia, provenienti da Liguria, Toscana, Campania e Sicilia. All’esterno, una cornice di rametti rossi di betulla; all’interno, un trionfo di garofani, limonium, statice, lilium e sancarlini, in omaggio alla piazza. Accanto, la scultura di un uomo seduto sulla panchina con una rosa tra le mani: un gesto semplice, ma denso di significato. L’opera, firmata, come l’anno scorso, dal giardiniere-artista Rodolfo Marasciuolo, – racconta l’attesa dell’amore, un sentimento universale, senza età, che appartiene a tutti.

L’inaugurazione è in programma martedì 10 febbraio alle ore 10:30. In quel momento, il cuore non sarà ancora completo: la parte centrale resterà volutamente vuota, in attesa che cittadini e turisti innamorati vi aggiungano gli ultimi fiori. Un gesto simbolico e partecipativo, che segna l’inizio ufficiale dell’installazione e dà il via alla consueta sfilata di selfie, rendendo il Cuore di San Valentino uno degli scorci più instagrammati di Torino.

L’amore è anche attesa, pazienza, fiducia – sottolinea Maria Luisa Coppa, presidente di Ascom Confcommercio Torino e provincia –. Con questa nuova edizione rendiamo omaggio non solo all’amore vissuto, ma anche a quello che ancora si aspetta, si sogna, si immagina. Un’installazione che aggiunge bellezza alla città e invita a fermarsi, a sentire, a ricordare il valore di un sentimento che muove l’intero universo umano. Vogliamo anche ricordare l’importanza di regalare un fiore, che spesso vale più di mille parole. Per San Valentino i nostri fiorai hanno realizzato, come sempre, composizioni eleganti e profumate, capaci di esprimere sentimenti profondi con gusto e maestria. Donare un fiore è un modo semplice, ma indimenticabile, per dire: ‘ti penso, ci sono, ti voglio bene’.

Il Cuore di Piazza San Carlo, realizzato dall’Associazione Fiorai di Ascom Confcommercio Torino, è una vera e propria opera d’arte– commenta l’Assessore al Commercio della Città di Torino Paolo Chiavarino– un omaggio alla Città divenuto ormai tradizione, che non è solo un prezioso ornamento ma un vero e proprio contributo artistico che celebra compiutamente l’Amore attraverso il linguaggio universale dei fiori. All’Associazione va il sentito ringraziamento dell’Amministrazione”.

I fiori sono il modo più autentico per dire ciò che le parole spesso non riescono a esprimere – aggiunge Cecilia Serafino, presidente dell’Associazione Fiorai di Ascom –. Anche quest’anno abbiamo voluto creare un simbolo che unisse arte, natura ed emozione. Scegliere un fiore fresco, coltivato in Italia, significa sostenere la qualità e la bellezza della nostra tradizione. Ma soprattutto significa affidarsi a chi, dei fiori, conosce il linguaggio più profondo. I fiorai non offrono semplici prodotti: danno forma ai sentimenti. Ascoltano, immaginano, compongono. Un colore, una fragranza, una curva di petalo possono trasformare un’emozione in memoria, un gesto in qualcosa che resta”.

Un ringraziamento speciale va a: Scultura Fiori di Maria Cecilia Serafino; Dufour Fiori di Marco Bonisolo; Piantala di Daniela Volo; Martina Pelorinto; Carla Garelli; Fantasie Floreali di Barbara Bettarini; Petite Fleurs di Paola Zorloni; Flower Power di Monica Aghemo; Fiorile di Martina Geschwind; Marta Testa di Gisa Fiori, G.C.S. Florovivaistica di Camoletto Mario e Luca. Si ringrazia, inoltre, il Mercato Ingrosso Fiori per la disponibilità e la collaborazione nel ricercare e fornire fiori italiani.

L’iniziativa è parte dell’impegno di Ascom Confcommercio Torino e provincia per valorizzare il commercio locale, animare il centro cittadino e offrire esperienze culturali e sensoriali che rendano Torino una città sempre più accogliente e viva, anche nei momenti simbolici dell’anno. Il cuore di fiori è realizzato con il contributo della Camera di Commercio di Torino e il Patrocinio della Città di Torino.

Gianni Oliva, “45 milioni di antifascisti” Il voltafaccia di una nazione 

Il noto storico torinese Gianni Oliva, classe 1952 (laureatosi al tempo con Alessandro Galante Garrone, famoso studioso del Risorgimento), ha pubblicato nel 2024, con Mondadori, un libro coraggioso ed impegnativo, che tocca uno dei nervi scoperti della nostra giovane Repubblica e, proprio per questo, più che mai contemporaneo per le riflessioni che stimola.

Cosa successe nel nostro Paese fra il 1940 e il 1945 e, domanda ancora più complessa, quali furono le adesioni nei due fronti opposti fra il 1945 e la Liberazione? Chi fu Repubblichino, chi e per quale motivo entrò a far parte della Resistenza?

Questi interrogativi risalgono, ovviamente, ai vent’anni precedenti.

Un sarcastico Winston Churchill, riferendosi al nostro Paese, scrisse in un documento: “In Italia, fino al 25 luglio, c’erano 45 milioni di fascisti, ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti”. Il primo ministro inglese aveva toccato il tasto dolente di un’intera nazione, ed è necessario chiedersi come sia stato possibile si fosse già dimenticata di tutto questo quando, solo un pugno di anni prima, vi fu una proterva dichiarazione di guerra a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America.

La poca stima verso Roma da parte degli alleati derivava dalla sensazione che la guerra scatenata in Europa non appartenesse veramente alla volontà di un intero popolo, ma solo a quella di Benito Mussolini, dei suoi gerarchi e del Re.

Gianni Oliva non fa sconti e ammette che il Paese fu per lo più coeso con il regime: fedi sincere, ma anche opportunismo, accidia, impreparazione culturale, atavica indifferenza verso potenti che, nei secoli, contribuirono a formali ed egoistiche individualità.

Nel volume Oliva affronta anche il tema di una Repubblica Italiana, nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale, portandosi sulle spalle le macerie del Ventennio, quindi la fine di una monarchia, le leggi razziali e l’infausta alleanza con la Germania nazista. I recenti misfatti furono attenuati da un eccellente Alcide de Gasperi, che seppe esaltare la Guerra di Liberazione partigiana (anche se limitatissima, nei numeri complessivi) durante i trattati di Pace nel 1946. Questo fuoco luminoso non risultò, tuttavia, abbastanza intenso da nascondere l’oscurità rappresentata da un riciclaggio politico di stampo fascista in posti chiave della nascente democrazia, tra cui spicca quello di Gaetano Azzariti e di Ciro Verdiani, rispettivamente Presidente del Tribunale della Razza ( e dopo 20 anni Presidente della Corte Costituzione), e Capo dei Servizi di Sicurezza dell’Italia Liberale (in Polizia dal 1916), poi di quella Fascista ed infine di quella Repubblicana.

Questo fatto è da analizzare rivolgendo uno sguardo al recente passato: la nuova nazione aveva bisogno di figure con particolari competenze, e queste non potevano che essere lentamente cresciute e stabilizzate nei decenni antecedenti il 1948. Il veloce riciclaggio di uomini del Ventennio (anche ad opera di Togliatti e grandi nomi della Resistenza) ha impedito al nostro Paese di fare un salto, chiudere definitivamente con il passato dittatoriale e ripartire da zero. Un passato che risulterà non estraneo ai fatti riguardanti i decenni successivi, tra i quali figurano mancati colpi di Stato, gli anni di Piombo e lo stragismo.

Gianni Oliva, con il suo lungo lavoro, ha perfettamente inquadrato gli scenari che hanno creato l’Italia di oggi, la nostra incapacità di chiudere il libro del passato e aprire quello del presente. Nomi, incarichi, situazioni a lungo celate come le foibe, gli alibi della Resistenza, incredibili violenze perpetrate da ‘italiani brava gente’ implacabilmente descritte con attenzione alle fonti.

“45 milioni di antifascisti” ci fa capire i motivi per cui il nostro futuro sia ancora purtroppo intriso di antichi orrori, segreti innominabili, pene non comminate, vendette non ricostruite.
“Attendiamo quindi impazienti nuove generazioni per chiudere tanto passato della nostra pagina nazionale”, l’augurio più bello e importante.

Ferruccio Capra Quarelli

Gianni Oliva, “45 milioni di antifascisti – Il voltafaccia di una nazione che non ha fatto i conti con il ventennio” (Le Scie Mondadori, Milano, 2024)

Altri tre bimbi dalla Striscia di Gaza al Regina Margherita

Nella tarda serata di ieri sono giunti a Torino tre bambini provenienti dalla Striscia di Gaza, accompagnati dai loro familiari e affetti da gravi patologie che necessitano di cure altamente specialistiche. I piccoli pazienti sono stati ricoverati all’ospedale pediatrico Regina Margherita, dove sono stati immediatamente avviati i primi percorsi terapeutici.

Tra loro ci sono due sorelle, Salma H., di 18 anni, e Zaina H., di 11 anni, arrivate insieme ai genitori e a quattro fratelli. Entrambe sono affette da anemia di Fanconi, rara malattia genetica che richiede trattamenti complessi. La più piccola, Zaina, dovrà sottoporsi a un trapianto di midollo osseo, mentre la sorella Salma, già sottoposta in passato allo stesso intervento, affronterà ora un nuovo ciclo di terapie. È stata accolta a Torino anche Salima A., di appena 22 mesi, affetta da sordità e destinata a intraprendere un percorso di cura che prevede l’impianto cocleare. Con lei sono arrivati i genitori, uno zio e tre fratelli.

«Il Piemonte continua a dimostrare la sua grande tradizione di solidarietà e generosità, accogliendo altre tre bambini provenienti da Gaza, con le loro famiglie che qui troveranno assistenza e ospitalità. A dicembre abbiamo intitolato il Regina Magherita ai “bambini del mondo” e oggi abbiamo, ancora una volta, la conferma di questa profonda vocazione solidale e internaizonale: il sistema sanitario regionale , infatti, interviene con la propria professionalità e competenza medica per curare bambini che provengono da ogni zona del mondo e in particolare da quelle più difficili. Il nostro ringraziamento va ad Azienda Zero per il coordinamento logistico dell’accoglienza e, soprattutto, a tutti i medici, infermieri ed operatori sanitari dell’ospedale pediatrico Regina Margherita che in questi frangenti dimostrano la loro grande umanità e che sapranno curare questi bambini affinché possano tornare presto a sorridere e a vivere in un contesto di serenità e pace» affermano il presidente della Regione Alberto Cirio e gli assessori alla Sanità Federico Riboldi e alla Cooperazione internazionale, Maurizio Marrone.

L’intera operazione, dal primo arrivo notturno all’aeroporto di Linate con un volo militare fino al trasferimento a Torino e alla presa in carico sanitaria, è stata coordinata da Azienda Zero attraverso la Centrale Operativa del 118, che ha gestito il trasporto sanitario e il lavoro delle équipe mediche e infermieristiche impegnate nell’accoglienza e nell’affidamento dei bambini al Dipartimento di patologia e cura del bambino dell’Ospedale Regina Margherita, diretto dalla professoressa Franca Fagioli.

«Abbiamo accolto e assistito fin da subito tre bambini con le rispettive famiglie nell’ambito della missione “Food for Gaza” che ha il significato di creare un ponte tra l’ospedale Infantile Regina Margherita e i bambini di Gaza tramite l’intermediazione delle forze diplomatiche e dei sanitari israeliani e palestinesi. Fin dai primi accertamenti l’ospedale si è attivato con le sue eccellenze multidisciplinari nelle migliori cure. Ringraziamo la rete di associazioni del terzo settore, grazie alle quali sarà possibile accogliere le loro famiglie. Ancora una volta il Piemonte e l’ospedale Regina Margherita si confermano modello di cooperazione internazionale e di solidarietà» dichiarno la prfessoressa Franca Fagioli (Direttore Dipartimento Patologia e Cura del Bambino Regina Margherita) eil dottor Franco Ripa (Commissario OIRM).

«L’emergenza sanitaria richiede sempre risposte fondate su responsabilità, organizzazione e tutela delle persone più fragili. Anche in contesti di forte impatto umanitario, il 118 conferma il proprio ruolo di presidio pubblico affidabile. Come Azienda Zero siamo orgogliosi del lavoro svolto ogni giorno dalle professioniste e dai professionisti dell’emergenza», dichiara il Direttore generale di Azienda Zero, Adriano Leli.

Con questi nuovi arrivi salgono a 18 i nuclei familiari provenienti dalla Striscia di Gaza accolti al Regina Margherita, ai quali si aggiungono i 39 nuclei familiari provenienti dall’Ucraina. Negli ultimi tre anni l’ospedale ha accolto complessivamente oltre 100 bambini con i loro familiari provenienti dall’estero: circa un terzo dall’Europa dell’Est, un terzo dall’Asia e dal Medio Oriente e un terzo dall’Africa e dal Sud America. Numeri che confermano la dimensione internazionale del Regina Margherita e il suo costante impegno nell’offrire cure specialistiche, accoglienza e sostegno umano a bambini e famiglie che affrontano situazioni di particolare fragilità.

La Rete di Atena: ogni giorno accanto alle donne

 

Un bel gruppo di donne unite ed affiatate ha festeggiato al Centro Sabir di via Dego, alla Crocetta, i 15 anni dell’associazione “La Rete di Atena” che offre servizi di ascolto, aiuto e consulenza legale e psicologica.

“In particolare – racconta la coordinatrice Julia Marzocchi – ci siamo specializzate negli anni, nel supporto delle vittime del gaslighting, quell’insidiosa forma di violenza morale effettuata attraverso la manipolazione mentale della vittima con la quale si fa credere alla donna di vivere in una realtà diversa da quella effettiva; la si fa sentire sbagliata, mina le sue sicurezze e certezze esistenziali con forme che sfociano in alcuni casi in un vero e proprio lavaggio del cervello.” Contrasto, ascolto, consulenza e sostegno per maltrattamenti, violenze e fragilità sono le parole chiave delle numerose attività della Rete di Atena che ha sede in via Dego, al civico 6, presso il Centro Sabir: “cerchiamo ogni giorno di stare accanto alle donne che devono affrontare queste problematiche e per questo organizziamo con una certa cadenza eventi incontri di sensibilizzazione e informazione portando avanti anche progetti didattici alla legalità, ai diritti umani e alla parità di genere”.

Durante l’incontro al quale ha partecipato la Consigliera della Circoscrizione 1 Centro- Crocetta Grazia Poggio Sartori, sono stati inoltre ricordati e presentati perché molto richiesti e frequentati, i corsi di difesa personale e gestione del pericolo e quelli di yoga anche per le persone con disabilità.

Igino Macagno

Concorsi senza mobilità: il paradosso che svuota i reparti

 

Delli Carri (Nursing Up): «Così si perde un’intera generazione di infermieri e professionisti sanitari»

Torino, 10 febbraio 2026 – La sanità assume senza trattenere, recluta senza valorizzare. Ennesimo paradosso del sistema sanitario: mentre si bandiscono nuovi concorsi per infermieri e professionisti sanitari, la mobilità resta bloccata o fortemente limitata. Il risultato? Professionisti costretti a lavorare a centinaia di chilometri da casa, reparti che restano scoperti e una sanità sempre meno attrattiva.

«È una scelta incomprensibile – dichiara Claudio Delli Carri, segretario regionale Nursing Up Piemonte e Valle d’Aosta – continuare a fare concorsi senza prima sbloccare seriamente la mobilità. Abbiamo infermieri e professionisti sanitari che lavorano lontano dalle loro famiglie e che vorrebbero rientrare nei propri territori, ma non possono farlo, alimentando un circolo vizioso che non risolve nulla».

Sempre più professionisti sanitari rinunciano o cambiano strada perché costretti a una vita fatta di trasferimenti forzati, tutti massacranti e distanza dagli affetti.

«Così si sacrifica la motivazione -. prosegue Delli Carri – Non si può pretendere qualità dell’assistenza se si trattano gli infermieri e professionisti sanitari come pedine da spostare senza criterio. Questo è uno dei motivi della crisi vocazionale che tutti fingono di non vedere».

Il sindacato ribadisce la necessità di un cambio di rotta immediato: prima la mobilità, poi i concorsi.

«Gli infermieri, ma in generale tutto il personale sanitario, ha bisogno di un piano serio che permetta loro di rientrare a casa e che valorizzi chi già lavora nel servizio sanitario, invece di costringerlo a scegliere tra lavoro e vita privata. La sanità pubblica non si salva con i proclami ma con scelte concrete -. conclude Delli Carri – La prima è proprio rispettare chi ogni giorno manda avanti gli ospedali senza infermieri e professionisti motivati, il sistema semplicemente non regge».

Nursing Up