LIBRI / Massimo Novelli “Donne libere” Interlinea 18 euro

Massimo Novelli è uno dei migliori giornalisti torinesi della sua generazione, figlio dell’ indimenticabile Piero, grande firma della “Gazzetta del Popolo“. E ‘ stato firma autorevole di ”Repubblica“ ed oggi scrive sul “Mattino“. La sua città, come sempre capita ai grandi torinesi, non gli è stata finora sufficientemente grata. I maggiori riconoscimenti li ha avuti come scrittore non sotto la Mole, ma in tutta Italia. Novelli è un rarissimo esempio di giornalista con una vasta ed approfondita cultura storica. Di norma i giornalisti che scrivono di storia sono leggibili (pensiamo a Montanelli), ma poco approfonditi ed a volte poco attendibili. Cosa opposta si può dire per gli storici che seguono criteri metodologici più o meno rigorosi, ma sono riescono a raggiungere il vasto pubblico con il loro periodare trascurato ed a volte persino contorto (pensiamo a De Felice). Novelli riesce ad essere leggibile, pur affrontando i temi con rigore storico che lo rende un giornalista anomalo. In questo nuovo libro, l’ultimo di una lunga e fortunata serie, affronta un tema di particolare interesse: le donne dell’Eta’ dei lumi: amanti, patriote, eroine e pensatrici settecentesche in molti casi quasi del tutto sconosciute. L’autore ha sicuramente fatto un lungo e disagevole lavoro di ricerca per consentire ai lettori di conoscere un mondo femminile che fa parte dell’Illuminismo anche se non ha mai contato abbastanza . La Rivoluzione Francese che fu la fase che affermò i principi dell’Illuminismo e li tradì quando scelse il giacobinismo, non fu abbastanza attenta alla parità tra i due sessi perché i suoi protagonisti furono quasi interamente ed esclusivamente uomini. Il cammino della parità non è neppure concluso oggi a distanza di secoli. Le figure femminili che Novelli indaga sono state ignorate da una storia scritta al maschile. Anche un maestro come Franco Venturi che ha scritto pagine conclusive sul ”Settecento riformatore“ e sui diversi Illuminismo, malgrado la militanza politica della giovinezza in G.L., ha rivolto la sua attenzione ai Verri, ai Beccaria, al Passerano amato da Gobetti e a tanti altri personaggi maschili. Un illuminista sui generis, uomo controcorrente anche lui molto amato da Gobetti, il Baretti manifestò una incomprensione astiosa verso il mondo femminile, malgrado le aperture internazionali della sua vita e della sua cultura. Novelli sembra rispondere a Baretti dimostrando che l’universo femminile settecentesco che passa dai cicisbei e dalle parrucche incipriate alle ghigliottine e alle trichoteuses, è ricco di personalità diverse in tutta Europa che attraversano le classi sociali, rivelandosi protagoniste capaci di battersi per le loro idee. Novelli scrive di un amore del principe Eugenio di Savoia, di una margravia di Brandeburgo, dell’amica di Lord Byron, delle ballerine di Casanova, ma scrive anche di donne che non vivono di luce riflessa. La stessa moglie del Conte Passerano è un esempio di donna con una sua precisa e forte personalità. Ci sono donne di umili origini, cortigiane, persino soldatesse. Se l’Illuminismo fu una sfida ai pregiudizi, questa sfida andrebbe declinata soprattutto al femminile. E’ un libro obbligatoriamente da leggere da parte di chi chi ritiene il Secolo dei Lumi la grande stagione del rinnovamento civile e kantianamente lo sente come l’uscita dallo stato di minorità. Quello di Novelli è un libro che avrebbe dovuto scrivere Venturi o anche solo Ricuperati. Ma succede che gli storici trascurino elementi importanti e siano i giornalisti a colmare le lacune. Non voglio far arrabbiare l’autore, ma mi sia consentito di ricordare cosa scrisse il giornalista Pansa su temi ignorati dagli storici. Tra Pansa e Novelli c’è però una grande differenza : il primo non andò mai oltre il giornalismo , mentre Novelli si rivela corazzato di una cultura storica che gli consente di scrivere libri di significativo ed originale spessore storico.

Il volume è la realizzazione di un progetto che l’autrice coltivava da tempo, riprendendo il filo delle ricerche negli archivi storici e gli incontri con il geografo Massimo Quaini che fu suo professore all’Università di Genova. Scorrendo le pagine del libro si ripercorre la storia di questo ligure – nato a Montaretto, frazione di Bonassola (La Spezia)
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“Ormai siamo agli sgoccioli!”. Lo dice a pranzo, con un velo di malinconia, mia moglie. Eh, già. Domenica si parte. Si torna a Torino. Chissà perché? Ogni volta che parto da Torino per venire a Finale, rimpiango Torino. E ogni volta che parto da Finale per tornare a Torino, mi prende un groppo in gola per Finale. Cose che capitano anche per altre partenze e altri ritorni. Sempre più sovente. Sentimentalismi da tarda età! Però, é vero. Quest’anno la spiaggia di Finale, essendosi enormemente accentuata la mia totale incapacità di donarmi a prolungate docce solari così come a prolungati pediluvi (non andiamo oltre) marini, mi si è rivelata in una veste tutta nuova. Incredibile e suggestiva. Come un grande palcoscenico teatrale a cielo aperto. Il che capita non solo a Finale, ovviamente. Ma, credo, in qualsiasi altra spiaggia. Così stare ad osservare, senza pruriginosi intenti voyeuristici, bagnanti-attori che vi si muovono, gesticolano, corrono o camminano, vociando, ridendo o piangendo (quanti attori bambini) é stato per me come stare a teatro. Io e loro. Io e i bagnanti-attori, osservatore (in un gioco che spesso vede la fantasia vincere sulla realtà) rintanato nel mio bunker-ombrellone e al sicuro come in una trincea carsica al riparo dalle pallottole asburgiche, a godermi le mille pièces messe in scena a ritmo battuto. Che ti sfuggono nella vita reale e ti si esaltano dinanzi agli occhi nelle indifese “nudità” della spiaggia-teatro. E quanti personaggi ho scoperto e immaginato nel mio angolo di spiaggetta! Titoli da commedia. Dall’ “uomo che cammina tenendosi l’enorme pancia tra le mani” quasi dovesse, la pancia, cadergli ad ogni passo sulla sabbia, al bonario “signore con il naso più grande d’Europa” (definizione condivisa con mia figlia) fino all’ “io sono il vero Mister Bean”, copia spaccata del mitico personaggio imbranato e goffo creato dal geniale Rowan Atkinson. Personaggi in braghe corte. Surclassati però, senza pietà, dall’evergreen superpalestrato di razza. E tanto tanto tatuato. A lui, il Premio Oscar. É sempre lui il prim’attore. Età indefinita, al suo arrivo in spiaggia (mai rigorosamente prima delle 10, per lui prime luci dell’alba) la passerella in plastica che porta a riva pare tramutarsi in scintillante tappeto di sfilata per stars holliwoodiane. Aria assonnata. La nottata é stata lunga e faticosa! Questo almeno deve apparire. Un gesto di saluto roteante, simile a una sacrale bedizione. A tutti e a nessuno. Il corpo tatuato all’inverosimile, che pare gridar vendetta per la feroce colonizzazione di segni e forme (hold school, new school o tribal astratto) che sembrano non conoscere limiti e pause pacificanti. L’ andatura é felpata ma rocciosa e potente. Non come quella “da ricchi alla Luca di Montezemolo, insegnata da Matteo-Teocoli a Maurino-Di Francesco nell’esilarante “Abbronzatissimi” anni ’90. Maniglie dell’amore? Bestemmia! Sguardo benevole ma spietato. Di chi vede e non vede. Svestizione rapida e indolore. Il corpo é già abbondantemente spalmato di brillucicante olio solare. Un baffo, i poveri Bronzi di Riace. L’ adagiarsi sul lettino con tanto di Rayban ultimo grido é da applausi. Perfino il sole pare spostarsi tutto su di lui. Sul prim’attore. Tentazione. Il prossimo anno, mi dico, cerco di imitarlo. Un momento. Io palestrato? Obiettivo irraggiungibile. Tattoo? Forse uno o due tatuaggi all’ hennè. Ipotesi surreale. Mi rassegno. Si prosegua per le antiche strade. A Cesare quel ch’è di Cesare. Meglio per tutti.
Il libro d’esordio dell’autrice Maria Luisa Mosele che racconta l’appassionante storia di una giovane insegnante degli anni ‘80 che sceglie di insegnare in una scuola delle Vallette, zona di periferia della città di Torino. Marilena prova a cercare il vero spirito della scuola nei segni lasciati nell’anima di coloro che