Riprende la programmazione della Fondazione Mirafiore con Iannacone

Il 2026 della Fondazione Mirafiore verrà aperto da Domenico Iannacone, con un appuntamento che inaugura il nuovo anno del Laboratorio di Resistenza Permanente all’insegna del racconto civile e dell’ascolto.
L’incontro, inizialmente previsto per il 24 gennaio, è stato spostato a domenica 25 alle 18 per impegni lavorativi del protagonista.
Giornalista e documentarista tra i più autorevoli del panorama Italiano, Iannacone ha costruito nel tempo una narrazione rigorosa e profondamente umana delle vite che restano ai margini del racconto dominante. Le sue inchieste e i suoi reportage hanno aperto una finestra su un’Italia spesso invisibile, restituendo dignità,  complessità e voce a persone  e territori raramente rappresentati.
Dopo gli esordi giovanissimo sulle testate regionali fino al ruolo di inviato per programmi simbolo dell’informazione televisiva, come Ballarò e Presa diretta, Iannacone ha condotto per sette edizioni I dieci comandamenti e dal 2019 è su Rai 3 con Che ci faccio qui, programmadi approfondimento diventato anche un progetto teatrale di grande impatto civile.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto, tra gli altri riconoscimenti, cinque Premi Ilaria Alpi, il Premio Paolo Borsellino, il Premio Goffredo Parise, il Premiolino e più recentemente  il premio Franco Cuomo per il giornalismo.
Che ci faccio qui – in scena dal 2024 rappresenta un esempio di teatro civile di narrazione, capace di trasformare il racconto televisivo in orazione pubblica, mantenendo intatta la forza documentaria e amplificando la relazione diretta con il pubblico.
Il suo lavoro fonde la migliore tradizione documentaristica italiana con l’eredità del cinema neorealista, ponendo al centro l’umanità dei protagonisti.
Nel corso dell’incontro alla Fondazione Mirafiore, Domenico Iannacone condividerà esperienze, testimonianze e incontri che hanno segnato il suo percorso professionale e umano. Il pubblico sarà accompagnato attraverso il racconto diretto e il supporto di materiali audiovisivi dentro storie che interrogano il nostro sguardo sul presente e sul ruolo dei media, mostrando come la televisione possa essere ancora uno strumento  di conoscenza e responsabilità.

MARA MARTELLOTTA

Il cinquantenario della medaglia olimpica di Claudia Giordani

Associazione “Sciatori d’Epoca”  

Ormai 50 anni fa, una ragazza poco più che ventenne, nata a Roma ma milanese d’adozione, cresciuta agonisticamente nelle file dello Sci Club Sestriere, conquistò la medaglia d’argento nello Slalom delle Olimpiadi Invernali di Innsbruck. Quella ragazza si chiama Claudia Giordani, figlia di due giocatori di basket, Francesca Cipriani e Aldo Giordani. Dopo essere stato un giocatore di ottimo livello, il papà di Claudia racconta le vicende del basket da molti anni sulla Gazzetta dello Sport, sul Guerin Sportivo e nelle telecronache della RAI. Claudia, invece, scelse lo sci e le piste di Sestriere e, dopo essersi rivelata a livello internazionale nel 1973, con le sue vittorie in Coppa del Mondo e la sua medaglia olimpica, diventò l’apripista di quella che pochi anni dopo sarebbe stata battezzata come la Valanga Rosa. Una squadra che, oltre a Claudia, ebbe tra le sue fila campionesse del calibro di Maria Rosa Quario, Daniela Zini e Paoletta Magoni. A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, la Valanga Rosa, nata insieme e accanto alla Valanga Azzurra maschile, rese il movimento dello sci alpino femminile italiano per la prima volta protagonista nel Circo Bianco della Coppa del Mondo. Proprio per i 50 anni della medaglia olimpica di Claudia Giordani, l’Associazione “Sciatori d’Epoca”, che riunisce in tutta Italia e anche all’estero decine di migliaia di cultori della storia dello sci, dedica un ricordo speciale, in programma a Sestriere sabato 24 gennaio, con il patrocinio della Città metropolitana di Torino e del Comune di Sestriere.

Il programma della giornata comprende una sciata con attrezzature d’epoca sulle piste della Vialattea e, alle 17,30 a Casa Olimpia, la celebrazione del cinquantenario della medaglia che Claudia Giordani conquistò, salendo sul podio insieme alla dominatrice quasi assoluta dello sci femminile in quei Giochi Olimpici, la tedesca Rosi Mittermaier. Per gli appassionati sarà un’occasione unica per avvicinare Claudia Giordani che, una volta terminata la carriera agonistica, è stata commentatrice televisiva e ha presieduto il Comitato regionale lombardo della Federazione Sport Invernali. Domenica 25 gennaio i due giorni dedicati alla storia dello sci si concluderanno a Sestriere con una gara di Gigante con sci, scarponi e abbigliamento d’epoca, patrocinata dalla Città metropolitana di Torino. I concorrenti dovranno utilizzare attrezzi realizzati con le sciancrature ridotte che caratterizzavano l’impostazione tecnica sino alla metà degli anni ‘90; attrezzi certamente non facili da manovrare per gli sciatori attuali, abituati ai “carving” che sembrano girare da soli. Le categorie in cui saranno suddivisi i concorrenti sono quattro: Pionieri (con utilizzo di sci in legno con solette non plastificate e scarponi in cuoio), Classici 1960-1975, Vintage e Telemark. Saranno premiati i concorrenti con l’abbigliamento più adeguato all’epoca di produzione dei loro sci e scarponi.

Tutte le informazioni e il modulo per le iscrizioni da inviare a sestrierevintageskirace@gmal.com  – link di riferimento:  www.sestriere.it/garasciepoca

Mara Martellotta

Fiorenzo, l’operaio che faceva “i baffi alle mosche”

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Quando ho conosciuto Fiorenzo – detto anche “stravacà-rundell” – era ormai in pensione ma il mio collega Rinaldo, più giovane di me, l’aveva avuto come “maestro” in fabbrica

Finita la scuola dell’obbligo, nonostante i buoni voti, Rinaldo aveva scelto – contro il parere dei genitori – di andare a lavorare in fabbrica. “Per studiare c’è sempre tempo“, si era detto. Un errore bello e buono che lui stesso, con il tempo, aveva ammesso. Sì, perché, come spesso accade, “ogni lasciata è persa“, e ciò che non si fa all’età giusta è ben difficile che si possa recuperare più avanti. Per sua fortuna Rinaldo aveva, come dire, “recuperato” ai tempi supplementari, da privatista, studiando di sera e lavorando di giorno. Era approdato alla Banca quando stava per festeggiare il suo venticinquesimo compleanno. Il signor Bruno, che aveva una fabbrichetta proprio sotto casa mia, lo diceva sempre anche a me: “Studia. Fat mia mangià i libar da la vaca“. Farsi mangiare i libri dalla vacca equivaleva, un tempo, a smettere di studiare per fare il contadino, imbracciando vanga, rastrello e falce al posto di penna, libro e quaderno. Quando non ce n’era necessità assoluta, era un peccato non “andare avanti” a scuola. Comunque, tornando a Rinaldo, non si mise certo a piangere sul latte versato. La fabbrica, un’azienda meccanica con una trentina di dipendenti, era poco distante da casa sua e venne assegnato come “bocia“, come apprendista,  alle “cure” di Fiorenzo. 

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“ Dovevi conoscerlo a quel tempo, amico mio. Era un operaio provetto, in grado di fare “i baffi alle mosche”. Tirava di fino con la lima, maneggiava con abilità il truschino per tracciare e il calibro per le misurazioni. Era un ottimo attrezzista, in grado di preparare uno stampo per la pressa ma s’intendeva bene anche di macchine come le fresatrici e i torni. Per non parlare poi della rettifica”. Con quella macchina utensile, si lavora sui millesimi, togliendoli dal pezzo in lavorazione con precisione chirurgica, grazie alla mola a grana fine e durissima che garantisce un alto grado di finitura. “ Sotto la sua guida ho imparato, in quegli anni, a lavorare sulle rettificatrici in tondo, senza centro e su quella tangenziale, per le superfici piane. A volte bisognava mettersi la mascherina, soprattutto quando si lavoravano i pezzi cromati: quelle nuvole di acqua e olio emulsionabile che abbattevano le polveri  e raffreddavano il “pezzo”, non erano per niente salubri”.  Nell’officina, a lavorare con Riccardo e Fiorenzo, erano in diversi. C’era un capo operaio che veniva dalla provincia di Varese, soprannominato “lampadina“, con la sua crapa pelata e la palandrana blu dalle tasche sfondate a forza s’infilarci gli attrezzi; Antonio, tornitore dall’aria austera che al solo guardarlo metteva in soggezione; Luìsin, una specie di factotum che s’occupava principalmente del magazzino; Silverio, abile e scaltro saldatore che si esprimeva per metafore mutuate dalle pubblicità di “Carosello“; Ansaldi, addetto ai trapani, compreso quello radiale che sembrava davvero un mostro con il suo pesante mandrino che stringeva ragguardevoli punte adatte a forare le lastre più grandi.

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Dal racconto di Riccardo pare proprio che si respirasse un clima di grande umanità in quei capannoni. Anche gli scherzi che toccavano alle “matricole“, non erano mai troppo pesanti. Se mandavano a prendere la “punta scarpina del 43“, il calcio nel sedere veniva quasi appoggiato alle chiappe, senza foga. Un “ricalchin“, niente di più. Chiedere al fresatore di poter ottenere un po’ “d’acqua d’os“, comportava una annaffiatura appena accennata con lo spruzzino a mano. In caso di necessità, richiesto con i dovuti modi, non mancava mai l’aiuto dei più esperti, segno di una disponibilità al giorno d’oggi quanto mai rara. “Un giorno Fiorenzo, soddisfacendo la mia  curiosità – racconta Riccardo   mi spiegò l’origine di quel soprannome  che s’era “guadagnato” da giovane, lavorando in una fabbrica un po’ più grande. Portando una cassa di rondelle di ferro verso il magazzino non aveva visto in tempo un buco nel pavimento ed il carrellino si era ribaltato, rovesciando sul pavimento l’intero contenuto”. Aveva impiegato una mezza giornata a scovarle, quelle maledette rondelle. Erano finite dappertutto: sotto le macchine e i banchi, nei cumuli di trucioli di ferro e tra la segatura che avevano buttato per terra sotto l’alesatrice per asciugare l’acqua che colava giù. “Da quel momento sono diventato lo “stravacà-rundell”. Poco importa se quella è stata l’unica volta che mi è capitato”, ammetteva, sorridendo, Fiorenzo. Personalmente l’ho conosciuto al circolo, una dozzina d’anni fa. Da quando gli era morta l’Adalgisa, sua moglie, veniva più spesso a fare quattro chiacchiere e una partita a carte insieme a noi. Raccontando degli episodi della fabbrica – che trovavano conferma nelle parole di Riccardo – emergevano altre figure, alcune esilaranti come nel caso di Igino e di Fedele. Entrambi avevano l’abitudine del bere che consideravano tale, rifiutando categoricamente che fosse “un vizio“. Igino lo conosco e me ho avuto prova quando,  insieme, siamo andati, una mattina di primavera, a pescare nel Selvaspessa, il torrente che dal Mottarone scende giù fino al lago Maggiore. Prima di raggiungermi sul greto del torrente, aveva fatto colazione “alla montanara“: pane, formaggio e una grossa tazza di caffè e grappa, dove la grappa prevaleva e di molto sul caffè. Dopo un’ora che si pescava, chiamandolo e non ricevendo risposta, lo trovai sdraiato su di un sasso, con i pantaloni arrotolati sopra il ginocchio e i piedi nudi nell’acqua corrente del fiume.

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L’acqua era gelata ma lui, sbadigliando sonoramente dopo le mie scrollate, mi disse che “aveva caldo ai piedi e un po’ di sonno“, e così ne aveva approfittato. Roba da matti, penserete ma vi assicuro che per Igino era la normalità. Aveva un fisico bestiale. Quando la domenica, indossata la maglia azzurra del Baveno, giocava a pallone, correva sulla fascia come una locomotiva per l’intera durata della partita, mostrando una riserva inesauribile di fiato. E a caccia di camosci era capace di stare delle ore immobile, nella neve, per mimetizzarsi. Fedele, invece, era più indolente e si muoveva sempre e solo sulla sua “Teresina”, una Vespa 125 del 1953, che teneva lustra e curata nemmeno fosse la sua morosa. Fiorenzo e Riccardo ricordavano il giorno in cui l’autista dell’azienda, con la sua “Bianchina“, stava tornando da una commissione. Lo videro in fondo al viale alberato, con la freccia pulsante a sinistra. Alle sue spalle c’era Fedele, sulla sua Vespa. L’auto procedeva a passo d’uomo ma non svoltò a sinistra al primo incrocio. Fedele gli stava dietro, tradendo una certa impazienza. La “Bianchina“, nonostante la freccia sempre inserita, non svoltò nemmeno in procinto delle altre due strade che gli avrebbero consentito la deviazione annunciata dall’indicatore luminoso . Ormai persuaso che la freccia era rimasta inserita per una dimenticanza dell’autista, Fedele accelerò per il sorpasso. Fu in quel momento che, giunta in prossimità del cancello della fabbrica, l’auto svoltò repentinamente e Fedele, con una sterzata disperata, evitò di un soffio la collisione , infilandosi nel bel mezzo di una siepe di rovi. “ Non ti dico in che stato era quando riuscì a liberarsi dalla morsa dei rami spinosi”, confessò Riccardo.

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Era uno strazio, con i vestiti strappati e il corpo coperto di graffi. Anche la sua  “125” era un graffio unico e soltanto la velocità, inaspettata quanto provvidenziale, del vecchio autista nel mettersi al riparo dalla sua furia – barricandosi nel gabinetto alla turca – impedì al motociclista di strozzarlo”. Quegli anni, certamente duri e non facili, venivano raccontati sia dall’anziano Fiorenzo che dal più giovane Riccardo come una specie di “formazione alla vita”.  “ Mi hanno aiutato a farmi la “scorza”, a capire come girano le cose e ad avere grande rispetto per il lavoro e per quelli che – quando hanno un impegno – non si tirano indietro, senza dimenticare che non costa nulla dare una mano a chi è in difficoltà e fatica a tenere il passo“, diceva Riccardo. Confidava di essere in debito con i suoi compagni di allora per tutte le cose che aveva appreso, “anche per quelle meno belle che- comunque – servono a volte più di quelle piacevoli”. Li aveva conosciuto Marcello, che voleva andare dal ginecologo perché “ghò mal ad un ginocc’.. ” e  De Maria, che conosceva a memoria la Divina Commedia; aveva lavorato gomito a gomito con Carmelo, una “testa fina” in grado di leggere i disegni tecnici più sofisticati che nemmeno un ingegnere avrebbe potuto “bagnargli il naso” e Morlacchini che, un giorno, si costruì una padella per le caldarroste talmente pesante che bisognava essere in due per far “ballare” le castagne sul fuoco. Tutti erano un po’ speciali e molto, molto umani. Forse – ne sono convinto anch’io che pure ho percorso una strada diversa – si dovrebbe andar tutti, anche per poco, a lavorare in fabbrica, in cava o in ambienti simili. Si capirebbero tante cose e si direbbero tante stupidaggini in meno.

 

Marco Travaglini

 

Protezione civile, la Regione Piemonte stanzia oltre 130 mila euro


La Regione Piemonte mette a disposizione del sistema della Protezione civile, dei gruppi di volontariato, del coordinamento regionale e di quelli comunali, oltre 130 mila euro per migliorare le dotazioni e rafforzare l’efficienza nella gestione delle emergenze.

Sono 19 i gruppi di Protezione civile piemontesi che potranno beneficiare dei 132.274 euro investiti complessivamente. È quanto stabilito da un provvedimento dell’Assessorato alla Protezione civile per l’acquisto di nuove divise, moderni dispositivi di protezione individuale, mezzi e attrezzature come motopompe, motoseghe e materiali tecnici, fondamentali per gli interventi sul territorio.

Queste le associazioni beneficiarie, provincia per provincia:


Alessandria:
Croce Rossa Italiana – Comitato Di Casale Monferrato
Gruppo Volontari Presidio Territoriale Di Alessandria Protezione Civile
Squadra Aib E Pc Della Valcerrina Odv “aldo Visca”

Asti:
Associazione Italiana Vigili Del Fuoco Volontari
Croce Rossa Italiana – Comitato Di Asti – Odv

Cuneo:
Associazione Di Volontariato Di Protezione Civile Di Casalgrasso – Odv
Squadra A.i.b. E Pc Di Martiniana Po
Squadra A.i.b. E Pc Di Priero Odv

Novara:
Squadra Aib E Pc Di Pogno Odv
Uverp Odv

Torino:
Associazione Nazionale Alpini Sezione Val Susa – Protezione Civile
C.b.stella Gruppo Di Protezione Civile-odv
Corpo Italiano Volontari Emergenze Soccorso E Solidarieta’ – Civess Odv
Croce Rossa Italiana – Comitato Di Torino Odv
Gruppo Subalpino Lavoro In Acqua Odv
Squadra Aib E Pc Di Coazze Odv
Squadra Aib E Pc Di Mattie Odv

Vercelli:
Associazione Protezione Civile Volontari Cinofili Odv
Croce Rossa Italiana – Comitato Di Gattinara Odv

«Negli ultimi anni – ha detto il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio – il sistema di Protezione civile della Regione Piemonte è sottoposto a emergenze complesse e spesso straordinarie, che si sono sommate a quelle più ricorrenti come le alluvioni e gli eventi meteorologici intensi. Ciò che non è mai venuto meno è stata la disponibilità, la competenza e la capacità operativa del sistema di protezione civile piemontese. Queste risorse servono per continuare a migliorarsi, garantendo dotazioni sempre più efficienti e sicure a chi opera ogni giorno per la tutela delle comunità».

L’assessore regionale alla Protezione civile, Marco Gabusi, ha concluso aggiungendo che «l’attenzione verso i volontari è per noi una priorità assoluta. Sono donne e uomini che mettono a disposizione tempo, professionalità ed esperienza al servizio dei cittadini. Come Regione lavoriamo costantemente per supportarli, ascoltarli e metterli nelle condizioni migliori per operare in sicurezza ed efficacia, perché investire sui volontari significa investire sulla sicurezza di tutto il Piemonte».

Ordine dei Commercialisti di Torino: Salvatore Regalbuto eletto presidente

Salvatore Regalbuto è stato eletto Presidente dell’Ordine dei Commercialisti e degli Esperti Contabili di Torino. Prende il testimone da Luca Asvisio, che dopo due mandati come Presidente non era più candidabile. 

Regalbuto capeggiava la lista “Modello Torino Continua”, che ha ottenuto 1.347 voti e 12 consiglieri. Oltre al presidente sono stati eletti Federica Balbo, Paola Aglietta, Ernesto Carrera, Paolo Vernero, Stefano Spina, Emanuela Barreri, Luca Ambroso, Mario Moiso, Simone Nepote, Alessandro Cian, Piera Braia, Erano in lizza altre due liste: “Insieme” (vicina alla lista vincente) che ha otternuto 720 voti voti e tre consiglieri – Carlo Regis, Luca Quer e Renato Remmert – e  “Metodo Torino”, che ha ottenuto 220 voti e nessun consigliere.

Alta l’affluenza alle urne: i votanti sono stati 2.302, il 60% degli aventi diritto al voto. 
Da sempre Regalbuto, che è titolare a Torino di uno studio specializzato in materie societarie e fiscali, si occupa delle vicende della professione e negli ultimi quattro anni è stato Tesoriere del Consiglio Nazionale dell’ Ordine, con delega alla fiscalità, occupandosi, fra l’altro, della riforma tributaria.  E’ stata un’elezione nel segno della continuità per proseguire nel percorso tracciato dal compianto presidente Aldo Milanese, scomparso nel 2018. 
L’Ordine dei Commercialisti di Torino conta circa 3.900 professionisti ed è il quarto d’Italia per numero di iscritti.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Barbero e l’Università – Foibe ad Albenga – Iran del ’79 e la scuola torinese – Lettere

Barbero e l’Università
L’onnipresente prof. Barbero, specialista in tuttologia storica, ha svelato il mistero: lui – ha dichiarato con vanto – non ha fatto l’ Università secondo i vecchi piani di studio contestati nel 1968, ma ha usufruito della liberalizzazione dei piani  che avrebbe finalmente  consentito, secondo lo studioso di Vercelli, ai  giovani studenti di scegliere liberamente quali materie studiare e di esercitare così la loro maturità  coartata da maestri come il medievista Tabacco o il modernista Venturi o l’archeologo Gullini.
Per Barbero  l’Università ideale era quella del fai da te. Ha perfino vantato di non aver sostenuto l’esame di Latino, materia che un medievista non può trascurare. Tante  superficialità sono così chiarite e anche il successo ottenuto presso un pubblico di bocca buona che finalmente capisce cosa dice uno storico fai-da -te. Non è il caso del  bravo Barbero che si laureò brillantemente con Tabacco (ma non ne fu successore in cattedra) , ma  io ricordo tanti miei compagni di Università che dovettero attendere  la liberalizzazione per eliminare materie in cui erano stati ripetutamente bocciati e sostituirle con qualche sociologia o psicologia da istituto magistrale . Solo così riuscirono a laurearsi. Poi ci fu anche di peggio: periti industriali iscritti a Lettere che finirono per insegnare Latino nelle scuole. L’abolizione del Latino dalla Media fu una necessità dovuta anche a prof. (più profumieri o profughi, come  diceva Bruno Segre) che non avevano mai studiato il Latino e forse conoscevano poco anche l’Italiano.
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Foibe  ad Albenga
Ad Albenga hanno invitato Erick Gobetti che si auto- definisce “storico free lance “a parlare di foibe che lui giustifica pienamente come una forma di legittimo antifascismo slavo, vanificando le ricerche di Gianni Oliva e anche molto più modestamente di chi scrive che si è occupato del tema dagli Anni 70 su stimolo della poetessa esule da Zara Liana De Luca e dello storico fiumano Leo Valiani. A fargli da spalla ad Albenga è stato un anziano prof. delle scuole locali il cui nome e’ incredibilmente quello di un mollusco. Ma il prof. Moscardini, al di là del cognome, è un vecchio coriaceo molto comunista che si accoppia molto bene con il nuovo piccolo Gobetti che non è neppure un lontano parente del più noto e illustre Piero.
Moscardini, autore di una pregevole storia albenganese, sembra essere diventato il nuovo nume tutelare della Città delle torri perché occupa le sue giornate in tante conferenze e lezioni sui temi più diversi. In questo senso si può considerare un seguace di Barbero, anche lui comunista con tessera firmata da Berlinguer. Forse il prof. albenganese può vantare la firma di Natta, se non quella dello stesso Togliatti che pure non amava i tuttologi. Parlai in passato ad Albenga di foibe con il presidente nazionale degli esuli Giuliano – Dalmati Lucio Thot, senatore della Dc. Venni invitato dall’avv. Chirivi’che ruppe il silenzio tombale sul tema delle foibe. Ad Albenga ad invitare Il duo Gobetti – Moscardini e’ stata l’Anpi di una frazione ingauna che magari considera gli esuli Fiumani, Giuliano – Dalmati dei fascisti. Oggi non è cosa così rara perché il giorno del ricordo del 10 febbraio non viene più rispettato dai comuni e dalle scuole, come prescrive una legge della Repubblica, voluta e sostenuta anche da Violante, da Fassino e dal PDS.
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Iran del 79  e la scuola torinese
Nel 1979 la caduta dello Scià e l’arrivo di Komeini furono un momento tragico della storia persiana. Lo Scià storicamente non è confrontabile con Komeini che ha riportato al Medio Evo l’Iran.
Fin da subito si rivelò un regime teocratico giacobino. Voglio ricordare un episodio emblematico anche se piccolo . Insegnavo allora in un liceo torinese di periferia ed arrivò come studente un profugo iraniano o almeno un sedicente profugo che in base ad accordi ministeriali incomprensibili venne ammesso al quarto anno degli studi  liceali italiani , pur non conoscendo neppure una parola di Italiano. Lo accolsi come tutti i miei colleghi con la massima disponibilità, cercai di farlo sentire a suo agio ed invece di parlare di storia , cercai  di dialogare con lui del suo paese. Feci una cosa simile  anni dopo al carcere delle Vallette quando andai ad esaminare un detenuto condannato a molti anni di reclusione  per ragioni di mafia che voleva redimersi con lo studio. Il giovane iraniano con mia somma sorpresa un giorno  preparò un testo scritto di poche righe che lesse in classe in cui esaltava la rivoluzione e Komeini.
Una specie di proclama, come pensai allora, simile ai comunicati delle Br. In quel liceo circolavano volantini delle Br e venne Caselli a parlare agli studenti. Il giovane iraniano si dedicò da subito alla politica e all’attivismo ante litteram, trascurò la scuola e non si impegnò affatto nello studio dell’Italiano, anche se io lo indirizzai alla “Dante Alighieri“ che organizzava già allora  corsi di Italiano per stranieri. Interrogarlo si rivelò impossibile perché, non sapendo la lingua, non era in grado né di leggere né tanto meno di studiare, malgrado l’aiuto degli altri studenti. Si arrivò alla fine dell’anno e alla scrutinio fui io solo a proporre la bocciatura perché il Preside e i colleghi erano timorosi di ritorsioni politiche e non solo. Temevano addirittura degli interventi ministeriali. Io – consigliato anche dall’ispettrice centrale Alda Barella che sposò  subito la mia tesi – non mollai la presa e stesi una dettagliata relazione di quattro pagine che illustrava il caso e che consegnai nelle mani del Provveditore agli studi  Pisani che ebbe la cortesia di ricevermi. Chiesi per iscritto  al Preside di mettere all’ordine del giorno la mia relazione e chiesi che essa venisse discussa e messa ai voti. Malgrado le resistenze faziose e persino isteriche di colleghi comunisti e addirittura extraparlamentari (ebbi il sospetto che alcuni fossero simpatizzanti delle Br) io sostenni imperterrito la tesi della bocciatura, chiedendo un’ispezione su tutti gli elaborati dello studente iraniano. Fu una proposta decisiva e soprattutto inaspettata  perchè i discorsi solidali dei colleghi vennero meno e la stessa valutazione cambiò. Ci sarebbero stati gli estremi per una denuncia penale per falso anche per valutazioni fasulle verbalizzate sui registri personali dei docenti, ma la decisione di bocciarlo perché non valutabile per mancanza di prove e anche di frequenza alle lezioni, evitò ulteriori azioni che non avrei esitato a fare. Ero già in contatto con il magistrato Attilio Rossi che mi aiutò con l’amicizia di sempre e con la competenza del giurista di grande  valore. Non so che  fine abbia fatto l’iraniano che esaltava Komeini e inveiva contro lo Scià; magari è rimasto in Italia e oggi parla un ottimo italiano. Mi auguro che non abbia avuto la pessima idea di tornare in Iran.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Cena in hotel
Sono stato a cena in un noto hotel di corso Vittorio Emanuele che in passato fu il glorioso Ambasciatori di Torino. Ho ricevuto per 58 euro di costo, cibo non adeguato, servizio scadente con giovani camerieri  scamiciati e distratti che non versano neppure una volta le bevande ai commensali. Peccato! Lo stile era assente e nessun direttore di sala è venuto a controllare. Doveva essere una bella serata allegra. Se fossimo andati in una trattoria periferica avremmo mangiato molto  meglio e speso di meno.    Gino Giulio
ristorante
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Capisco a che hotel si riferisce. Da anni è sconsigliabile come anche lo stesso hotel  di Napoli che con il suo grattacielo sfregiò il centro della città. Sono catene straniere che prendono personale non preparato. Mi stupisco che lei abbia pensato di trovare una situazione migliore. Ci andava sempre il mio amico Leo Valiani, ma solo perché c’era una cameriera che gli faceva l’iniezione dell’insulina. Credo che si limitasse all’iniezione, anche se il serioso Leo era un po’ libertino. Il diabetico Valiani voleva però  che lo invitassi  a cena fuori, soprattutto ai “Due lampioni“ e il vecchio senatore non sbagliava. Ma quel ristorante mitico di via Carlo Alberto non c‘è più da anni. Per una cena veloce tanti Lions e Rotary si servono dell’ hotel, ma sicuramente con prezzi calmierati, più simili alla mensa aziendale che al ristorante. Bisogna arrendersi. Torino non è mai stata una città turistica se non nel breve periodo olimpico del 2006.
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I Savoia oggi

Vedo che finalmente si è reso conto che la dinastia sabauda non può essere confusa con l’ultimo rampollo – cinquantenne latin lover – che è davvero inadeguato al ruolo di principe  e che si circonda da persone incredibili. La laurea per questi signori è un oggetto misterioso. (0missis). Ho visto con piacere la fotografia del duca Amedeo di Savoia che le dedicò  nel 1964: un vero reperto storico. Lei dovrebbe conoscere il principe Aimone figlio di Amedeo che ha dimostrato di saper lavorare come alto dirigente della Pirelli all’estero. E’ lui che tiene alto il nome e la storia dei Savoia. Lei che è uno storico doveva rendersene conto molto prima. Direi dopo la morte di Umberto II. Lei non ha mai fatto parte del beghinaggio sabaudo e mi ha deluso.   Felice Ghigo

Mi sono reso conto della situazione in ritardo. Lo riconosco. La mia malattia durata due anni mi ha obbligato a ridimensionare gli impegni e gli interessi e quindi non avevo più seguito le vicende sabaude. Ho privilegiato i miei studi e i miei scritti, trascurando il resto. Ho messo un omissis al suo testo in relazione  ai collaboratori del Principe Emanuele Filiberto che lei cita perché ritengo le cose che Lei scrive, se non  ingiuriose, almeno molto pettegole. Non basta,  ad esempio,  un biglietto da visita, in verità un po’ barocco,  a dimostrare l’uso di insegne cavalleresche non riconosciute e quindi vietate dalla legge italiana. Ma di queste cose ho scritto di recente nella rubrica e non mi ripeto. Mi spiace di averla delusa. Cercherò di recuperare  ma non le prometto nulla perché io sono un uomo libero e anche imprevedibile.
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Pacchetto di mischia
Ho letto di un politico che si vanta di appartenere al pacchetto di mischia, termine derivato dallo sport del rugby. Mi è sembrato un riferimento poco felice alla sudditanza  acritica del gregario pronto sempre a riportare la palla. Ho capito perché la politica è così degradata.     Antonio Delfino   Loano
La politica è fatta dai gregari e dai leaders, anche se  i leaders sono diventati una merce rara, rarissima. I gregari hanno un ruolo, ma oggi esistono anche i gregari infedeli e i gregari incapaci e affaristi, come nel passato. Gli attivisti  in particolare hanno una carica di fanatismo che li rende intollerabili. Io non starei mai in un partito  perché amo troppo l’indipendenza di giudizio e non concepisco la militanza. Votando mi ritengo impropriamente un cittadino sovrano perché la democrazia vera è oggi latitante. Ma non sto mai tuttavia  chiuso nella torre d’avorio e cerco di portare un contributo di idee sovente  inascoltate, sempre non richieste e non apprezzate dal potere. L’idea stessa di considerarsi un giocatore di rugby appare una ingenuità o un’astuzia banale. Speriamo che la politica abbia la capacità di riprendersi. Far parte per se’ stessi, per citare Dante, diventa oggi per un uomo di cultura un obbligo elementare. Come diceva Croce, l’Italia ha bisogno di intellettuali liberi: l’indipendenza è per un uomo di cultura qualcosa di simile al buon nome di una signora: un’idea un po’ vecchiotta, ma, nella sostanza, sempre valida per uomini e donne.

Uto Ughi per i giovani al Carignano

Dopo le tappe di Assisi, Cuneo e Milano, l’iniziativa  che ha l’intento educare i giovani a conoscere il patrimonio culturale della musica classica e trasmettere il valore fondamentale dell’arte e della cultura nella vita di ogni persona   Uto Ughi approda lunedì 19 gennaio a Torino al Teatro Carignano, coinvolgendo 400 studenti piemontesi.

Erede della tradizione che ha visto nascere e fiorire in Italia le prime grandi scuole violinistiche.
Uto Ughi ha mostrato uno straordinario talento fin dalla prima infanzia: all’età di sette anni si è esibito per la prima volta in pubblico eseguendo la Ciaccona dalla Partita n° 2 di Bach ed alcuni Capricci di Paganini. Ha eseguito gli studi sotto la guida di George Enescu, già maestro di Yehudi Menuhin. Quando era solo dodicenne e la critica scriveva: “Uto Ughi deve considerarsi un concertista artisticamente e tecnicamente maturo”.
Ha iniziato le sue grandi tournèes europee esibendosi nelle più importanti capitali europee. Da allora la sua carriera non ha conosciuto soste. Ha suonato infatti in tutto il mondo, nei principali Festivals con le più rinomate orchestre sinfoniche tra cui quella del Concertgebouw di Amsterdam, la Boston Symphony Orchestra, la Philadelphia Orchestra, la New York Philharmonic, la Washington Symphony Orchestra e molte altre, sotto la direzione di maestri quali: Barbirolli, Bychkov, Celibidache, Cluytens, Chung, Ceccato, Colon, Davis, Fruhbeck de Burgos, Gatti, Gergiev, Giulini, Kondrascin, Jansons, Leitner, Lu Jia, Inbal, Maazel, Masur, Mehta, Nagano, Penderecki, Pretre, Rostropovich, Sanderlin, Sargent, Sawallisch, Sinopoli, Slatkin, Spivakov, Temirkanov.
Uto Ughi non limita i suoi interessi alla sola musica, ma è in prima linea nella vita sociale del Paese e il suo impegno è volto soprattutto alla salvaguardia del patrimonio artistico nazionale.
In quest’ottica ha fondato il festival “Omaggio a Venezia”, al fine di segnalare e raccogliere fondi per il restauro dei monumenti storici della città lagunare. Ha inoltre fondato il festival “Uto Ughi per Roma” che ne raccoglie l’ideale eredità di impegno fattivo, mirando alla diffusione del grande patrimonio musicale internazionale; concerti per la valorizzazione dei giovani talenti formatisi nei conservatori italiani.
La Presidenza del Consiglio dei Ministri lo ha nominato Presidente della Commissione incaricata di studiare una campagna di comunicazione a favore della diffusione della musica classica presso il pubblico giovanile.
Il 4 settembre 1997 il Presidente della Repubblica gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce per i suoi meriti artistici.
Nell’Aprile 2002 gli è stata assegnata la Laurea Honoris Causa in Scienza delle Comunicazioni.
Intensa è la sua attività discografica con la BMG Ricordi S.p.A- per la quale ha registrato: i Concerti di Beethoven e Brahms con Sawallisch, il Concerto di Cajkovskij con Kurt Sanderling, Mendelssohn e Bruch con Prêtre, alcune Sonate di Beethoven con Sawallisch al pianoforte, l’integrale dei Concerti di Mozart, Viotti, Vivaldi, “Le Quattro Stagioni”, tre Concerti di Paganini nell’edizione inedita di direttore–solista, il Concerto di Dvorak con Leonard Slatkin e la Philarmonia Orchestra di Londra; le Sonate e Partite di Bach per violino solo.
Ultime incisioni sono: “Il Trillo del diavolo” (disco “live” dei più importanti pezzi virtuosistici per violino); il Concerto di Schumann diretto dal M° Sawallish con la Bayerischer Rundfunk; i Concerti di Vivaldi con i Filarmonici di Roma; la Sinfonia Spagnola di Lalo con l’Orchestra RAI di Torino e de Burgos; l’incisione discografica per Sony Classical, nel 2013, dal titolo “Violino Romantico”, una raccolta di pezzi emblematici del Romanticismo sul violino, con la partecipazione dell’Orchestra da Camera I Filarmonici di Roma.
Altro evento di particolare rilievo è la pubblicazione del libro “Quel Diavolo di un Trillo – note della mia vita”, avvenuta nel 2013, edito da Einaudi: la storia di una vita incredibile, interamente dedicata alla musica.
Uto Ughi suona con un violino Guarneri del Gesù del 1744, che possiede un suono caldo dal timbro scuro ed è forse uno dei più bei “Guarneri” esistenti, e con uno Stradivari del 1701 denominato “Kreutzer” perché appartenuto all’omonimo violinista a cui Beethoven aveva dedicato la famosa Sonata.
Nel 2014 due sono stati gli eventi di maggior prestigio che hanno visto coinvolto il M° Ughi nel progetto europeo “all’insegna di ciò’ che può unire e non dividere”: nel luglio ha tenuto un concerto al Teatro Bolshoi di Mosca, in occasione dell’apertura del semestre italiano in Europa;In occasione della Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea e della Giornata Internazionale della Musica, l’Ambasciata della Repubblica Italiana in Romania, insieme alla Filarmonica George Enescu, hanno organizzato un concerto del Maestro presso l’ateneo Romeno di Bucarest. In quella stessa occasione è stata conferita al M° Ughi una seconda Laurea Honoris Causa, dall’Ambasciatore di Bucarest, dando all’iniziativa un forte carattere culturale, oltre che politico legato alla presidenza italiana del semestre dell’UE.
Nel mese di febbraio è stato invitato dal Sistema venezuelano del Maestro Abreu per commemorare il Maestro Claudio Abbado nel primo anniversario della sua morte.
Nel 2015 l’Università di Palermo gli ha conferito la laurea magistrale ad honorem in “Scienze pedagogiche”.
Nel 2022 è stato nominato Direttore Artistico del centenario dell’Accademia chigiana di Siena.
Recentemente il Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, lo ha nominato membro del Consiglio Superiore per lo sviluppo dello spettacolo.

Il 20 ottobre 2023 nasce la Fondazione Uto Ughi.
Fonte di ispirazione del suddetto progetto il Maestro Uto Ughi; desideroso di condividere la propria esperienza maturata in decenni di carriera e con lo scopo di nuovi interventi culturali attivi e fattivi.
La Fondazione Uto Ughi ha l’obiettivo di salvaguardare il patrimonio artistico musicale e avvicinarlo alle nuove generazioni che ricevono in eredita’ questo grande valore culturale.

Nel 2025 la Fondazione Uto Ughi ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’istruzione e del Merito per rendere la musica sempre più presente nel percorso educativo e formativo delle nuove generazioni. In collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, ha ideato il progetto “Uto Ughi per i Giovani”, una nuova iniziativa dedicata all’educazione musicale e alla diffusione del patrimonio artistico classico. Il progetto prevede concerti itineranti in tutta Italia, con l’obiettivo di far conoscere i grandi capolavori della musica classica, coinvolgere attivamente i giovani attraverso percorsi di ascolto guidato, in dialogo con docenti e studenti, e sostenere la crescita e la valorizzazione dei giovani musicisti.

La Fondazione Uto Ughi è stata incaricata, attraverso il Maestro Ughi, di presiedere la sottocommissione Musica nell’ambito dei lavori per la definizione delle Indicazioni Nazionali, contribuendo alla valorizzazione dell’educazione musicale nei percorsi scolastici. Uto Ughi presiede inoltre il Comitato tecnico scientifico dell’Orchestra Nazionale dei Licei Musicali promossa dal Ministero dell’Istruzione e del Merito.

Si ferma la Juve!

 

Si interrompe all’Unipol Domus la rincorsa della Juventus, battuta 1-0 dal Cagliari al termine di una gara che i bianconeri hanno a lungo controllato senza però trovare il gol. La squadra di Spalletti costruisce, spinge e crea occasioni, ma paga ancora una volta la scarsa concretezza sotto porta.
Nel primo tempo il più vivace è Miretti, l’unico a dare continuità alla manovra offensiva juventina. Nella ripresa cresce Yildiz, che ci prova in più occasioni trovando però sempre un Caprile attento e reattivo. Il Cagliari resiste con ordine e colpisce quando conta: Mazzitelli inventa il gol decisivo su assist di Gaetano, gelando i bianconeri.
Nel finale è assedio Juve, ma l’unica vera chance è il palo colpito da Yildiz. Finisce così 1-0: la Juventus resta ferma a quota 39. Lo scudetto sembra ormai lontano, ma la corsa alla qualificazione in Champions League resta più che aperta.

Enzo Grassano

Prezzi al consumo a Torino: dicembre 2025 chiude con un aumento dell’1,1% su base annua

I prezzi al consumo per l’intera collettività a Torino segnano a dicembre 2025 un aumento dell’1,1% rispetto allo stesso mese del 2024 (tasso tendenziale), mentre rimangono stabili rispetto a novembre, attestandosi su un indice complessivo di 121,3 (base anno 2015=100).

Rispetto a dicembre 2024 i dati emersi dalle rilevazioni effettuate dall’Ufficio Statistica della Città evidenziano incrementi significativi nei servizi ricettivi e di ristorazione (+4,6%) – pur in calo del 3,7% rispetto a novembre 2025-, nei servizi sanitari e nelle spese per la salute (+2,1%) e nei prodotti alimentari e bevande analcoliche (+2%). In calo risultano invece i prezzi delle comunicazioni (-6,6%), delle abitazioni, acqua, energia e combustibili (-1,1%) e dei mobili, articoli e servizi per la casa (-0,4%). A registrare gli incrementi più significativi rispetto al mese precedente sono i trasporti con un + 1,7%, mentre diminuiscono i prezzi di bevande alcoliche e tabacchi (-0,2%) e dei servizi sanitari dello (-0,2%).

Analizzando i prodotti per frequenza d’acquisto, quelli ad alta frequenza (generi alimentari, bevande, tabacchi, spese per l’affitto, carburanti, trasporti urbani e servizi di ristorazione) segnano un +0,2% rispetto al mese precedente e +2,0% su dicembre 2024. I prodotti a media frequenza (abbigliamento, tariffe elettriche e idriche, medicinali, trasporti, servizi culturali e ricreativi) mostrano una variazione dello -0,2% rispetto a novembre e del +0,7% sull’anno precedente. Infine, i prodotti a bassa frequenza (elettrodomestici, servizi ospedalieri, mezzi di trasporto, apparecchi audiovisivi e sportivi) rimangono stabili rispetto al mese precedente e registrano un +0,1% su dicembre 2024.

Nel dettaglio, i beni alimentari crescono dello 0,1% su novembre e dell’1,8% su dicembre 2024, mentre i beni energetici segnano un +0,2% sul mese precedente ma un calo del 3,4% su base annua. I tabacchi restano invariati sul mese e aumentano del 3,2% sull’anno. Tra i servizi, aumenti significativi riguardano l’abitazione (+0,2% sul mese e +2,3% sull’anno) e i trasporti (+4,2% sul mese e +2,6% sull’anno), mentre calano i servizi di comunicazione (-0,2% sul mese e -0,9% sull’anno) e quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (-2,3% sul mese ma +3,6% sull’anno).

L’inflazione al netto degli energetici e degli alimentari freschi rimane stabile sul mese e registra un incremento dell’1,6% rispetto a dicembre 2024. Il 2025 si chiude con un tasso medio annuo dei prezzi in diminuzione per le comunicazioni (-6,9%), i trasporti (-0,4%) e mobili, articoli e servizi per la casa (-0,3%), e in aumento per i servizi ricettivi e di ristorazione (+4,7%), i prodotti alimentari e bevande analcoliche (+2,7%), l’istruzione (+2,7%), le bevande alcoliche e tabacchi (+1,7%) e abitazione, acqua, energia e combustibili (+1,7%).

L’indagine sui prezzi al consumo è stata effettuata secondo le disposizioni e le norme tecniche stabilite dall’ISTAT. I dati completi relativi a dicembre 2025 sono disponibili sul sito del Comune di Torino: http://www.comune.torino.it/statistica

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