
Due proposte da non perdere
Per la terza volta Saverio Marconi con la sua Compagnia della Rancia torna a visitare(all’Alfieri, sino a domenica, per la stagione di Torino Spettacoli) i toni frivoli e disperati insieme di Cabaret, film indimenticabile (1972) di Bob Fosse con Liza Minnelli nei panni di Sally Bowles e Joel Grey in quelli del Maestro di cerimonie, mostro impiastricciato tra sberleffi e doppi sensi, ambedue premiati con l’Oscar. Ma prima di tutto questo, alla radice, i racconti berlinesi di Christopher Isherwood, il testo teatrale di Van Druten ed il musical a Broadway del ’66. L’inizio degli anni Trenta, la repubblica di Weimar, la violenza e la presa di potere di Hitler, la persecuzione ebraica, la storia di ieri che si riflette in certe pieghe dell’attualità. Il Kit Kat Club, sfacciatamente ambiguo, tra le sue scie di fumo e le ballerinette che cercano con un mezzo o con l’altro di sbarcare il lunario, non è soltanto l’angolo del divertimento dentro cui abbandonare ansie e affanni, è pure il ritrovo di pezzi d’umanità in cerca di un futuro migliore, magari sognato al riparo di qualche compromesso, di Sally fragile e smaniosa, o di Cliff, giovane scrittore inglese che sogna il grande romanzo sotto il cielo di Berlino. Confezionato in una sorta di teatro nel teatro, tra teloni che aprono e nascondono il piccolo appartamento dei due ragazzi per dare spazio alle luci del locale e ai suoi numeri, Marconi ha ormai analizzato appieno i sentimenti e i drammi, il desiderio di divertimento e la vita autentica che stanno all’interno della storia, li accompagna piano piano, tassello dopo tassello, verso il finale, in un crescendo che fa presto dimenticare certe debolezze della prima parte: quando le pareti del Kit Kat si chiudono su se stesse per far posto al vagone di un treno, che porterà ad una destinazione ben nota chi fino a ieri viveva soltanto di risate e canzoni.
Restano ben fisse nella memoria di ogni spettatore le musiche di John Kander e le liriche di Fred Ebb, certi brani come “Wilkommen” o “Money” hanno fatto la storia della musica, non si può non sovrapporre le immagini del film con le parole di “Il domani appartiene a me” qui affidate completamente alla voce e all’interpretazione davvero raffinata di Giampiero Ingrassia. Sally ha la voce (lodevolissima) di Giulia Ottonello, forse ancora alla ricerca di qualche robustezza interpretativa. Il corpo di ballo e tutti gli altri raccolgono il successo della serata.
Ancora una cosa, se pensate di voler accettare un consiglio da parte di chi scrive. Non perdetevi in questo fine settimana, all’Erba, L’amore migliora la vita scritto e diretto da Angelo Longoni. Prima di tutto, perché finalmente ci troviamo davanti ad un testo italiano e ad una novità, imparando che a teatro non esistono soltanto i pur ineccepibili Pirandello e Shakespeare; in secondo luogo, perché il testo è ben scritto e ottimamente diretto, senza fronzoli, senza vuotaggini, all’insegna non sempre scontata del pane al pane e vino al vino, in una girandola di situazioni tutte in crescendo che fanno la gioia dello spettatore. Tema: l’omosessualità, anzi, ristretta in ambito familiare, l’omosessualità dei figli. Attualissimo. Lui e lui scoperti a scuola sotto la doccia, il desiderio di vivere e studiare insieme a Londra, frequentare il campo della moda, non aver paura delle chiacchiere della gente, eccetera eccetera. E’ chiaro che le due coppie di genitori, finora sconosciute le une alle altre, debbano inventarsi uno straccio di scusa per parlare della situazione, una cena (pensate di recente quanti script al cinema o a teatro scomodano un convivio per intavolare aggiustamenti quotidiani poi deflagranti), che nessuno auspica, che nessuno vuole, che ognuno di loro manderebbe a quel paese.
Tutto è messo in discussione, dalle presentazioni in poi tutto sta fuori del politicamente corretto, si srotola senza peli sulla lingua, il linguaggio si fa quanto mai esplicito, le coppie scoppiano anche soltanto per un attimo, quello che non s’è mai fatto o non è mai venuto a galla riempie la serata, sino al sermoncino finale dei ragazzi. Longoni, in un puro divertimento continuo, tra risate e battute che gli attori sono costretti a posticipare di qualche secondo per lasciare spazio ad applausi che non sembrano voler finire mai (il compassato pubblico sabaudo…), analizza, sconcerta, fa l’irriverente, l’immoralista e mai ha il predicozzo a portata di mano, squaderna i pregiudizi, dà sonore sferzate che potrebbero raddrizzare parecchia gente. Quello che ancora non esprimesse la cruda bellezza del testo, ci penserebbero gli attori, quattro, di razza, che si buttano a capofitto in un testo che, al di là del divertimento senza freni, dispensa pilloline di saggezza tra le proprie pieghe. Ettore Bassi, Gaia De Laurentiis, Eleonora Ivone e Giorgio Borghetti, eccezionalmente bravi, con un selfie finale accomunano nel successo il pubblico osannante.
Elio Rabbione


“Una pura formalità” kafkiana ha per protagonisti Glauco Mauri e Roberto Sturno
Al pari della Shoah (lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi di concentramento nazisti), durante la seconda guerra mondiale ci fu un altro genocidio. Quello dei rom e sinti, basato su analoghe teorie razziste
La libertà è come il vento, che può viaggiare continuamente da est a ovest e da nord a sud. Ma nel vento, dopo essere stati cremati nei lager, ci finirono a centinaia di migliaia. Furono, come già ricordato, almeno mezzo milione gli Zigeuner – usando il termine dispregiativo tedesco, cioè gli “zingari”– uccisi nei campi di sterminio nazisti dagli assassini con la croce uncinata. Oltre ventimila nel solo Zigeunerlager, il campo loro riservato dentro al campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, tra il febbraio 1943 e l’agosto 1944. A migliaia trovarono la morte Jasenovac, sulla sponda sinistra del fiume Sava, nel campo costruito nel 1941 dal regime ustascia di Ante Pavelic. Un regime nato il 10 aprile di quell’anno con il sostegno della Germania nazista e dell’Italia fascista. A quel tempo la Repubblica Indipendente di Croazia NDH, si estendeva dall’attuale territorio della Croazia – esclusa l’area occupata dall’esercito di Mussolini – alla Bosnia Erzegovina e parte della attuale Serbia. Dopo il 1945 altre persecuzioni sono seguite, con il mondo rimasto a guardare. Solo venti anni fa si è parlato di pulizia etnica in ex Jugoslavia, dall’altra parte dell’Adriatico, davanti a noi. E le cancellerie hanno lasciato fare, prima di intervenire. Il giorno della memoria, per essere utile, deve servire a scolpire in noi, nella nostra coscienza civile l’inaudita eredità della storia dietro di noi. Non dobbiamo mai abbassare la guardia sui nostri valori. Il rispetto di tutte le etnie, l’accoglienza, il loro diritto di cittadinanza, non possono essere parole vuote. Sono le nostre azioni concrete a dare senso a ciò in cui diciamo di credere. Sono i valori della nostra Costituzione, un testo bello e attuale che spesso qualcuno vuole peggiorare. Le semplificazioni del quotidiano invece, e spesso, ci allontanano dalla memoria di quel che è stato e ci inducono a sottovalutare i mai sopiti segnali di intolleranza verso le differenze. Ricordare tutte le deportazioni serve a far sì che le nostre città siano luoghi di accoglienza e rispetto di tutti. Ad ognuno di noi, per ciò che può e per ciò che deve, il compito di renderlo possibile.

L’assessore alla Sanità, Antonio Saitta, ha insediato il gruppo di lavoro tecnico trasversale, interno alla Regione Piemonte, incaricato di seguire direttamente l’attuazione dell’iter per la realizzazione del nuovo ospedale unico dell’asl TO5. Ne fanno parte dirigenti e funzionari delle Direzioni regionali Sanità, Ambiente, Pianificazione territoriale, Trasporti ed Opere pubbliche



Il 27 gennaio del 1945 cadeva di sabato. L’Armata Rossa, e più precisamente la 60ª Armata del Primo Fronte Ucraino, arrivò nella cittadina polacca di Oswieçim (in tedesco Auschwitz), a circa 60 km da Cracovia. Le avanguardie più veloci, al comando del maresciallo Konev, raggiunsero il complesso di Auschwitz-Birkenau-Monowitz nel pomeriggio e attorno alle 15.oo i soldati sovietici abbatterono i cancelli del campo di sterminio