Torna l’appuntamento con Operæ, il primo festival in Italia dedicato al design indipendente che si svolge a Torino, quest’anno presso Palazzo Cisterna dal 3 al 6 novembre. L’accurata selezione di designer emergenti sul panorama internazionale, il focus sul design contemporaneo da collezione, la valorizzazione della qualità manifatturiera artigianale, la creazione di concrete occasioni per l’apertura di collaborazioni professionali sono i tratti distintivi della manifestazione che si presenta come una piattaforma in cui design, artigianato, gallerie, aziende e istituzioni si incontrano. Operæ è un progetto di Bold con il supporto della Regione Piemonte, della Compagnia di San Paolo, della Camera di commercio di Torino, di Creative Industries Fund NL e del Consolato Generale dei Paesi Bassi a Milano.

Da un’idea dell’Associazione Torino Design Week. Per l’edizione 2016, le fondatrici di Operæ – Sara Fortunati e Paola Zini – hanno scelto di affidare la curatela ad Annalisa Rosso, giornalista indipendente di design e architettura, che ha individuato nel tema Designing the future la chiave di lettura per la selezione dei partecipanti alla manifestazione. Un appello al coraggio e alla consapevolezza di chi progetta oggi per determinare il nostro domani. Due le sezioni in cui si articola la fiera: la Sezione Designer e – novità dell’edizione 2016 – la Sezione Gallerie. La Sezione Designer presenta 33 progettisti internazionali selezionati tra i tanti che hanno risposto alla chiamata di Designing the future. Eterogenei per background formativo, provenienze (arrivano da Italia, Paesi Bassi, Francia, Belgio, Taiwan, Russia, Giappone, Regno Unito), approccio alla ricerca, estetica, finalità. In comune, l’indipendenza con cui hanno sviluppato i progetti presentati, agendo su diverse frontiere del design contemporaneo: dal rapporto con l’artigianato, alla collaborazione con altre discipline (soprattutto scientifiche), fino all’esplorazione sempre più radicale con materiali vecchi e nuovi. Con la Sezione Gallerie, Operæ dedica per la prima volta un focus al design da collezione per interrogarsi su significati e prospettive di questo tema di grande attualità. Collezionare design contemporaneo significa rendersi parte di una ricerca e una sensibilità che appartengono profondamente al tempo presente. La gallerie specializzate stanno attraversando un momento di grande interesse. Consentendo ai designer tempi e modi di sperimentazione unici, stanno diventando punti di riferimento imprescindibili per il settore. L’edizione 2016 del progetto speciale Piemonte Handmade vede la sinergia di artigiani locali, designer e gallerie di design contemporaneo, insieme per produrre un progetto unico che verrà presentato per la prima volta durante il Festival. Considerando il collezionismo come sbocco naturale per edizioni limitate e pezzi unici realizzati con lavorazioni d’eccellenza, Operæ ha voluto puntare l’attenzione sul sodalizio che vede la creatività dei designer e il know-how degli artigiani impegnati in un dialogo reciprocamente fruttuoso, senza dimenticare di interfacciarsi con il mercato di settore grazie alla figura delle gallerie specializzate, che si occuperanno di inserire gli oggetti prodotti nel mondo del collezionismo internazionale. Il progetto Piemonte Handmade è realizzato grazie al contributo della Regione Piemonte. Operæ da tempo lavora su un tema cardine dell’attualità come quello del futuro per l’artigianato ed è proprio da qui che muove il progetto speciale Trecentottanta. Appunti sull’Antica Università dei Minusieri. Nel 1636, a Torino è stata fondata l’Università dei Minusieri, Ebanisti e Mastri di Carrozza. Una realtà unica dedicata alla lavorazione magistrale del legno che compie 380 anni, ma risale a un’epoca ancora precedente. Operæ ha chiesto a Zaven di restituire questo mondo antico al tempo presente. Il duo di designer veneziani ha saputo tradurre il linguaggio dei Minusieri in un alfabeto contemporaneo, accessibile e di grande ispirazione, oltre che traslare le suggestioni dell’epoca in una nuova produzione di oggetti d’arredo. Il progetto è sviluppato grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo che da anni accompagna Operæ nel costruire un dialogo produttivo – culturale e materiale – tra passato e futuro. L’esplorazione del tema di Operæ 2016 si arricchisce anche della presenza di rappresentanti del mondo del design – e non solo – chiamati a raccontare la loro esperienza all’interno delle talk che si articolano lungo i giorni di Operæ: dalla curatrice Maria Cristina Didero all’architetto Cino Zucchi, dall’economista Stefano Micelli al direttore della Design Parade di Hyères e Tolone JeanPierre Blanc, dal direttore artistico della Beijing Design Week Beatrice Leanza alla designer olandese Marlene Huissoud fino all’architetto Joseph Grima. Due workshop dedicati ai professionisti approfondiscono la conoscenza ed esplorano le possibilità di due ambiti di grande interesse per i progettisti: quello del legno che verrà affrontato scoprendo pezzi di legni unici provenienti da tutto il mondo e loro proprietà, sentendone i profumi, per arrivare perfino a degustarli (a cura di Slow Wood) e quello delle fragranze, imparando a riconoscere gli odori sintetici da quelli naturali e le varie caratteristiche dei profumi in base agli elementi che lo compongono (a cura di Tonatto Profumi). Infine, due laboratori per bambini dai 6 ai 10 anni Re-make a cura di: Xkè? Il laboratorio della curiosità e DEAR – Design Around, destinati ad avvicinare i più piccoli al mondo della progettazione. Sabato 5 novembre, per la notte delle Arti Contemporanee, dalla collaborazione con ClubToClub, prende vita il dj set degli Stump Valley nel cortile di Palazzo Cisterna dalle 19.00 alle 21.30. All’interno della Sala Marmi del Palazzo invece, dalle 21.00 alle 22.00, andrà in scena la performance Foroba Yelen. Trasformare l’ombra dell’albero in luce, a cura di Matteo Ferroni e in collaborazione con la Fondazione per l’architettura. A integrazione dell’esposizione e in continuità con l’attenzione che da sempre Operæ riserva al confronto tra ricerca e mercato, la Camera di commercio di Torino, nell’ambito delle attività della rete EEN – Enterprise Europe Network, in collaborazione con Unioncamere Piemonte, organizza To Design Meetings, occasione per mettere in contatto imprese manifatturiere e designer. A Palazzo Birago, sede della Camera di commercio, sono attesi 122 partecipanti, tra cui 67 designer e 36 aziende, con un’agenda di oltre 320 incontri btob previsti, con una significativa rappresentanza di operatori stranieri provenienti da 16 Paesi europei. L’iniziativa si rinnova ogni anno, ottenendo riscontri e risultati sempre più positivi, con numerosi accordi già siglati, a conferma dell’esigenza di trasferire le idee e le innovazioni presenti nei percorsi indipendenti in processi industriali. In linea con questi obiettivi, l’edizione 2016 di Operæ si avvale della collaborazione di LAGO per gli allestimenti negli spazi dedicati agli incontri Business to Business, oltre che nell’area di caffetteria. Operæ è anche l’occasione per vedere in anteprima Dora, il quarto prodotto che fa parte di MARCA, il progetto promosso dalla Camera di commercio di Torino, in collaborazione con Ceipiemonte, a cura di Barbara Brondi & Marco Rainò, che dà vita ad una collezione di oggetti d’uso quotidiano, mettendo in relazione un progettista e un’azienda manifatturiera torinesi. Dora è un tappeto, nato dalla collaborazione tra lo studio di design tutto al femminile Serienumerica e la storica ditta Battilossi.
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OPERÆ 2016 Palazzo Cisterna, via Maria Vittoria 12 e via Carlo Alberto 23 – Torino orari 3 novembre 2016: dalle ore 19 alle 23 4 novembre 2016: dalle ore 10 alle 20 5 novembre 2016: dalle 10 alle 23 6 novembre 2016: dalle ore 10 alle 20 biglietti Intero: 5 euro Ridotto: 3 euro per universitari, designer, architetti, Amici della Fondazione, titolari del biglietto di Artissima, titolari del biglietto d’ingresso alle mostre allestite alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo durante i giorni di Operæ, possessori della “Torino+Piemonte Contemporary Card”. L’ingresso gratuito è riservato a ragazzi fino ai 18 anni, a disabili e accompagnatori Presentando al desk accrediti il tesserino dell’Ordine Architetti di Torino o la tessera di Amici della Fondazione per l’architettura / Torino e firmando l’apposito registro, sarà riconosciuto 1 credito formativo per architetti, complessivo per la partecipazione alla manifestazione. INFORMAZIONI http://operae.biz/ – info@operae.biz / tel: +39 011 5611337
Martedì 8 novembre, a Torino, la seconda delle otto tappe nelle principali città italiane
American Pastoral – Drammatico. Regia di Ewan McGregor, con Ewan McGregor, Jennifer Connelly e Dakota Fenning. Tratto dal romanzo di Philip Roth, è la storia di Seymour Levov, detto “lo svedese”, un uomo cui la vita ha regalato tutto, il successo non soltanto sportivo, una fortunata carriera come imprenditore, una moglie ex reginetta di bellezza, una famiglia di cui andare fieri. Il classico americano self-made man. Fino al giorno in cui questo mondo perfetto – siamo nel 1968 – scoppia e va in frantumi, allorché la figlia sedicenne, che appartiene ad un gruppo terroristico, fa esplodere un ufficio governativo procurando la morte di un uomo. Durata 108 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Massimo sala 2)
Café Society – Commedia. Regia di Woody Allen, con Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carrell e Blake Lively. Bobby, trentenne neyworkese e rampollo di una squinternata famiglia ebraica, dove circolano pure componenti malavitosi, corre a Hollywood per entrare a servizio dello zio, apprezzato agente di divi e divette. Si innamorerà della giovane segretaria di studio. Ma c’è già un altro nel suo cuore e le cose inevitabilmente si ingarbuglieranno. Uno sguardo al vecchio cinema, gli amori, le battute che piovono come se piovesse, tutto secondo i canoni di Woody, giunto bulimicamente al suo 47° film. Durata 97 minuti. (Romano sala 1)
Frantz – Drammatico. Regia di François Ozon, con Pierre Niney e Paula Beer. All’origine un testo teatrale, cui seguì nel ’32 un film di Lubitsch; oggi l’autore di “8 donne e un mistero” e di “Potiche” riprende il tema sottolineando le pagine del pacifismo. In un piccolo villaggio della Germania appena uscita dalla Grande Guerra, il giovane Adrien si reca in visita alla famiglia del ragazzo del titolo per chiedere a tutti il perdono per la morte che lui stesso ha causato in guerra. Non ne ha il coraggio, ma la presenza della fidanzata del defunto (la Beer è stata premiata a Venezia con il “Mastroianni” per questa interpretazione) lo spingerà verso una confessione: spetterà ad Anna accettare o no un nuovo futuro. Anche un omaggio all’antico bianco e nero. Eccellente la prova degli attori, ma sono soprattutto la delicatezza e l’esattezza che Ozon mette in ogni momento della storia a incantare. Durata 113 minuti. (Romano sala 3, Massimo sala 3 V.O.)
Hanks/Robert Langdon, prezioso professore di simbologia ad Harvard che invecchia con saggezza sono una vera garanzia. A tutto questo s’aggiungano le cornici di Firenze Venezia Istanbul, gli enigmi che hanno inizio con la Sala dei Cinquecento e con l’affresco del Vasari, il capolavoro del Poeta, gli amici e i nemici che indossano differenti maschere, un virus letale di cui vorrebbe servirsi un pazzo per dare un taglio netto alla sovrappopolazione: molto, moltissimo materiale perché il pubblico, già prodigo verso il “Codice da Vinci” e “Angeli e demoni”, corra al cinema. Durata 121 minuti. (Ideal, Lux sala 1, Massaua, The Space, Uci)
Jack Reacher – Punto di non ritorno – Regia di Edward Zieck, con Tom Cruise e Robert Duvall. Personaggio inventato dallo scrittore Lee Child (il cinema aveva già considerato quattro anni fa “La prova decisiva”), Reacher è un ex maggiore della polizia militare, fuori di ogni inquadramento. Una nuova vicenda, questa volta tra Afghanistan e le gerarchie militari di Washington che hanno affibiato una accusa di spionaggio alla collega Susan Turner, colpevole d’aver messo il naso in certe questioni poco pulite. Durata 118 minuti. (Ideal, Uci)
Neruda – Drammatico. Regia di Pablo Larraìn, con Luis Gnocco, Alfredo Castro e Gael Garcìa Bernal. Il governo di Videla, nel Cile del 1948, incarica un poliziotto di inseguire e catturare lo scrittore Pablo Neruda, in fuga con la moglie. Tra realtà e poesia, un’opera che pone ancora una volta l’attenzione sul talento dell’autore di “Tony Manero”, del “Club” e del prossimo “Jackie”, presentato e premiato a Venezia. Durata 107 minuti. (Nazionale sala 2)
Salemme, Manuela Arcuri e Stefania Rocca. La guerra di un comune cittadino contro un politico disonesto, Antonio contro Simone. Una denuncia non servirebbe a nulla, si sa, la burocrazia, gli intrallazzi, gli appoggi: allora Antonio mette su una piccola banda di cittadini fregati come lui ed escogita, una volta scoperto il conto in Svizzera dell’avversario, una bella truffa ai suoi danni. Durata 93 minuti. (Massaua, Reposi, The Space, Uci)
Bennett e Rebecca Ferguson. Ricavato dal bestseller di Paula Hawkins, mutato il panorama di periferia essendoci trasportati da Londra a New York, come chi ha letto l’avvincente romanzo ben sa (con la propria diversa triplice visuale femminile, con la sua bella dose di andirivieni temporali che ingarbugliano all’inizio ma che poi spianano una felice – per il lettore – strada alla conclusione) è la storia di Rachel, divorziata e alcolista, che ogni mattina, nella finzione di continuare ad avere un lavoro, passa con il treno dinanzi ad una casa in cui vive una coppia, da lei subito idealizzata. Poi c’è Anna, per cui Rachel è stata lasciata, che ora vive con Tom, l’ex di Rachel, non lontano da quella casa, e ancora Megan, la donna idealizzata ma forse da riconsiderare, che un giorno scompare. Rachel è legata a quella vicenda di tradimenti, amnesie, sparizioni e crudeltà più di quanto non immagini. Durata 112 minuti. (Ambrosio sala 1, Massaua, F.lli Mark sala Chico, Greenwich sala 3, Reposi, The Space, Uci)
7 minuti – Drammatico. Regia di Michele Placido, con Ottavia Piccolo, Ambra Angiolini, Violante Placido e Fiorella Mannoia. Tratto dal testo teatrale di Stefano Massini, il film narra del passaggio di un’azienda tessile italiana nelle mani di una nuova proprietà estera, che esclude i licenziamenti ma pone un’unica richiesta: quanti lavorano all’interno della fabbrica dovranno rinunciare a sette minuti della pausa pranzo. Toccherà al consiglio di fabbrica avallare o no la richiesta. Durata 92 minuti. (Eliseo rosso, Greenwich sala 2, The Space, Uci)
The Accountant – Thriller. Regia di Gavin O’Connor, con Ben Affleck, Anna Kendrich e J.K. Simmons. Christian Wolff, genio matematico, lavora sotto copertura in un piccolo studio come contabile per il crimine organizzato. Accetta di seguire gli affari di un nuovo cliente, una società di robotica dove si sono scoperti ammanchi per milioni di dollari. Non appena Christian inizia a intravedere i responsabili e la soluzione, parecchie persone sono tragicamente coinvolte. Durata 128 minuti. (Greenwich sala 1, Ideal, Reposi, The Space, Uci)
Doppio appuntamento canavesano, l’11 e 12 novembre, con il film “Andrea Doria. I passeggeri sono in salvo?”. A 60 anni dal tragico affondamento del transatlantico che rappresentava l’orgoglio della marina italiana,
proiezione sarà riservata agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado. Il giorno dopo, 12 novembre, alle 21, nel salone comunale di San Martino Canavese il film verrà proposto alla cittadinanza del piccolo comune dove – nella frazione di Pranzalito – è nata Pierette Domenica Simpson, produttrice del docu-film, che proprio da lì era partita ( quando aveva, all’epoca, nove anni e mezzo) per intraprendere con i nonni il viaggio verso l’America, dove – nella città di Detroit – oggi vive e lavora. Entrambe gli eventi saranno gratuiti. Alle proiezioni sarà presente la vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte che ha sottolineato il significato di questa iniziativa: “ Ripercorrere questa parte della nostra storia, che ha visto protagonista una bambina di allora, nata nel Canavese, diventata successivamente in America docente di lingue e letteratura, significa tenere vivi i legami tra il nostro Piemonte e i territori d’oltre Oceano, terra di immigrazione italiana negli ultimi secoli”. Il film offre il racconto di quella sciagura nella quale persero la vita oltre cinquanta persone e, grazie al paziente e minuzioso lavoro dell’autrice, riscatta l’impegno dei membri dell’equipaggio, come il comandante Piero Calamai – costretto a forza dal suo equipaggio a lasciare la nave quando ormai a bordo non c’era più nessuno da salvare – ingiustamente incolpati per la fatale collisione con la prua del rompighiaccio svedese Stockholm. Ma ci sono anche le storie, passioni e speranze degli immigrati che cercavano oltre oceano qu
ella fortuna che era loro negata nelle campagne e nei paesi del Piemonte e di tante altre regioni. Le operazioni di soccorso dell’Andrea Doria da parte del transatlantico “Île de France” e di tutti gli altri mezzi navali a disposizione, vista la rapidità e il modo in cui si svolsero, fecero del disastro di quel “grattacielo viaggiante”, con 700 cabine distribuite su 11 livelli e 1.706 persone a bordo, la più grande operazione di soccorso della storia marittima dell’epoca. Il relitto dell’Andrea Doria, mai recuperato, giace tuttora posato sul fianco di dritta a una profondità di 75 metri.
Nell’ambito delle attività per il centenario della prima guerra mondiale, l’associazione culturale Amici dell’Archivio di Stato di Verbania propone una mostra documentaria sulle fortificazioni del settore Toce-Verbano
Il sistema di fortificazioni che si estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale
lavori difensivi, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto. Da quasi mezzo secolo erano stati redatti studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche. E non si era stati con le mani in mano: a partire dal 1911 erano state erette le fortificazioni sul Montorfano, a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore, e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola, tra le prealpi varesine e la comasca Val d’Intelvi. Anche la Svizzera, dal canto suo, intensificò i lavori di fortificazione al confine con l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medaglia, nel canton Ticino. In realtà,tornando alla Linea Cadorna,quest’opera, nella terminologia militare dell’epoca, era definita come ” Frontiera Nord” o, per esteso, “sistema difensivo italiano alla Frontiera Nordverso la Svizzera”. E, ad onor del vero, più che una fortificazione collocata a ridosso della frontiera si tratta di una linea difensiva costruita in località più arretrate rispetto al confine, con lo scopo di presidiare i punti nevralgici. Un’impresa mastodontica. Basta scorrere, in sintesi, la consistenza dei lavori eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva – Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con
elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15-20000 operai ( con punte fino a trentamila, nel 1916, Ndr) che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni”. Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle materie prime,recuperate sul territorio. Si aprirono cave di sabbia, venne drenata la ghiaia negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci e furono adottati ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque. Gli scalpellini ricavarono il pietrame, boscaioli e falegnami il legname da opera, e così via. I requisiti per poter essere arruolati come manodopera, in quegli anni di fame e miseria, consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i necessari certificati sanitari. L’età non doveva essere inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta e, in più, occorreva che i lavoratori fossero muniti di indumenti ed oggetti personali. A dire il vero, in ragione della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi con meno di 15 anni, addetti a mansioni di manovalanza, di guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri o di addetti alle pulizie delle baracche. La manodopera femminile, definita con apposito contratto, veniva reclutata nei paesi vicini per consentire alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Il contratto era diverso a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private. Quello militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto ( il rancio) uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale. Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra. L’orario di lavoro era impegnativo e prevedeva dalle
6 alle 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana. Delle paventate truppe d’invasione che, come orde fameliche, valicando le Alpi, sarebbero dilagate nella pianura padana, non si vide neppure l’ombra. Così, senza il nemico e senza la necessità di sparare un colpo, con la fine della guerra, le fortificazioni vennero dismesse. Quelle strutture, negli anni del primo dopoguerra, furono in parte riutilizzate per le esercitazioni militari e , negli anni trenta, inserite in blocco e d’ufficio nell’ambizioso progetto del “Vallo Alpino”, la linea difensiva che avrebbe dovuto – come una sorta di “grande muraglia” – rendere inviolabili gli oltre 1800 chilometri di confine dello Stato italiano. Un’impresa titanica, da far tremare le vene ai polsi che, forse proprio perché troppo ardita, in realtà, non giunse mai a compimento. Anche nella seconda guerra mondiale, la Linea Cadorna non conobbe operazioni belliche, se si escludono i due tratti del Monte San Martino (nel varesotto, tra la Valcuvia e il lago Maggiore) e lungo la Val d’Ossola dove, per brevi periodi , durante la Resistenza, furono utilizzati dalle formazioni partigiane. Infine, come tutte le fortificazioni italiane non smantellate dal Trattato di pace siglato a Parigi nel febbraio 1947, a partire dai primi d’aprile del 1949, anche la “linea di difesa alla frontiera nord” entrò a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico ai tempi della “guerra fredda”. Volendo stabilire una data in cui ritenere conclusa la storia della Linea Cadorna, almeno dal punto di vista militare, quest’ultima può essere fissata con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Da allora in poi, le trincee, le fortificazioni e le mulattiere sono state interessate da interventi di restauro conservativo realizzati dagli enti pubblici che hanno permesso di recuperarne gran parte alla fruizione turistica, lungo gli itinerari segnalati. La “Cadorna” si offre oggi ai visitatori come una vera
e propria “Maginot italiana”, un gigante inviolato, in grado di presentarsi senza aloni drammatici, come un sito archeologico dove è possibile vedere e studiare reperti che hanno subito l’ingiuria degli uomini e del tempo ma non quella dirompente della guerra. Tralasciando la parte lombarda che si estende fino alla Valtellina e restando in territorio piemontese, sono visitabili diversi percorsi, dal forte di Bara – sopra Migiandone, nel punto più stretto del fondovalle ossolano – alle trincee del Montorfano, dalle postazioni in caverna del Monte Morissolo al fitto reticolo di trincee e postazioni di tiro dello Spalavera ( la sua vetta è uno splendido belvedere sul Lago Maggiore e le grandi Alpi), dalle trincee circolari con i camminamenti e la grande postazione per obici e mortai del Monte Bavarione fino alle linee difensive del Vadà e del monte Carza, per terminare con quelle della “regina del Verbano”, un monte la cui vetta oltre i duemila metri, viene ostentatamente declinata al femminile dagli alpigiani: “la Zeda”.


muore una volta per venire al mondo, poi cambia 
