Un weekend ricco di appuntamenti culturali e del tempo libero
I Musei Reali di Torino rimangono aperti a Pasqua e Pasquetta, con un’offerta di mostre che non è mai stata così ricca come in questo ponte: oltre agli abituali percorsi di visita, il pubblico non avrà che l’imbarazzo della scelta con esposizioni temporanee che vanno dalla fotografia alla scultura, dai dipinti ad antichi reperti archeologici.

Le Sale Chiablese ospitano la retrospettiva dedicata a uno dei più grandi maestri viventi di fotografia: Frank Horvat. Storia di un fotografo. Settant’anni di carriera tra moda, cronaca e vita sono raccontati nei 210 scatti dell’artista, esposti insieme a trenta opere provenienti dalla sua collezione personale.
Gli amanti della fotografia non vorranno perdersi le mostre in corso alla Galleria Sabauda, ospitate rispettivamente all’interno dello Spazio Scoperte e dello Spazio Confronti: con Frammenti di un bestiario amoroso la reporter Marilaide Ghigliano esplora il legame affettivo che da sempre caratterizza il rapporto tra uomo e animale; mentre prosegue Confronti 4/Carol Rama e Carlo Mollino. Due acquisizioni per la Galleria Sabauda e immagini di Bepi Ghiotti, dedicata a due artisti torinesi che hanno sviluppato la propria arte seguendo percorsi non convenzionali e realizzando creazioni inimitabili.
Al piano terreno della Galleria Sabauda, ultimi giorni per visitare la mostra Piranesi. La fabbrica dell’utopia, aperta al pubblico fino a lunedì 2 aprile. Il percorso fra le sue opere più celebri vede quindi esposte le grandi Vedute di Roma, dalle amplificate prospettive architettoniche, i fantasiosi Capricci eseguiti ancora sotto l’influsso di Tiepolo, le celeberrime e suggestive visioni delle Carceri.
Tra Palazzo Reale e il primo piano della Galleria Sabauda si snoda la mostra Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo: dai rilievi assiri, all’arte cipriota e romana fino alla pittura di Rogier van der Weyden. Storie di reimpieghi, distruzioni o saccheggi, si intrecciano con nuovi contesti di forma e di significato, identità perdute, smembramenti e lunghi viaggi: uno scenario attuale sulle logiche di mercato che, ieri come oggi, hanno regolato l’ingresso dei beni culturali nelle grandi raccolte dinastiche prima e nelle collezioni dei più noti musei occidentali poi.
Il Museo di Antichità ospita l’esposizione recentemente inaugurata Carlo Alberto archeologo in Sardegna: attraverso 150 opere viene raccontato un lato inedito del sovrano a partire dalla sua passione per l’archeologia, che tra il 1829 e il 1843 lo spinse a partecipare personalmente ad attività di
scavo nell’isola.
Tra una mostra e l’altra, i visitatori dei Musei potranno concedersi una pausa nel verde, passeggiando nel Boschetto dei Giardini Reali, recentemente ridisegnato dall’architetto Paolo Pejrone. Con l’innesto di diciottomila piante e arbusti, il Boschetto risplende ora di una nuova luce ed è inoltre stato dotato di nuovi servizi, panchine e illuminazione. Al centro degli spazi verdi, cittadini e turisti potranno ammirare l’installazione permanente Pietre preziose di Giulio Paolini.
PASQUA E PASQUETTA DA MESSER TULIPANO
Il Parco del Castello di Pralormo, che inaugura sabato 31 marzo la XIX edizione di “Messer Tulipano”, è pronto ad accogliere gli amanti dei fiori e delle passeggiate nel verde e all’aria aperta sino al 1° maggio. Nel parco i tulipani stanno iniziando a sbocciare, in attesa della grande fioritura i visitatori saranno accolti da narcisi, primule, rose, violette e margherite.
Domenica 1° aprile sarà possibile partecipare alle degustazioni a cura dei Maestri Del Gusto di Torino e Provincia, assistere alle dimostrazioni di intaglio del legno, a cura di Dino Negro, e di pittura naturalistica, a cura di Dario Cornero. Per i bambini una zona ludica, a cura di New Holland, con trattori a pedali e altre animazioni per i piccoli agricoltori. Durante la giornata, inoltre, potranno partecipare alle attività proposte dalla libreria La Farfalla di Snipe.

Lunedì 2 aprile, per festeggiare al meglio la Pasquetta, i prati della tenuta saranno la location ideale per un pic-nic con tutta la famiglia, compresi gli amici a quattro zampe che troveranno il loro Dog Bar con ciotole di acqua fresca, croccantini di alta qualità, giochi e una cuccia per riposare. Come da tradizione, i più piccoli potranno partecipare alla scatenata CACCIA ALLE UOVA di cioccolato nel Parco del Castello. Gli investigatori in erba dovranno prenotarsi in segreteria, all’ingresso del castello, per una delle cacce della giornata: alle ore 11:30, alle 15:00 e alle 16:00 (Segreteria Messer Tulipano: 011.884870-8140981;messertulipano@gmail.com)
AL CASTELLO DI RACCONIGI
Il Castello di Racconigi rimarrà aperto durante le festività pasquali: domenica 1, lunedì 2 e martedì 3 aprile osserverà l’orario 9-19 con ultimo ingresso alle ore 18. Il parco, per una piacevole passeggiata tra alberi secolari e primavera in arrivo, sarà aperto dalle ore 10 alle ore 19. Per festeggiare la Pasqua in modo un po’ diverso, domenica 1 aprile si potrà accedere gratuitamente al complesso di Racconigi come da tradizione della prima domenica del mese; gli amanti del pic nic di pasquetta potranno organizzarlo nel parco del Castello, che lunedì 2 aprile metterà a disposizione i propri spazi per accogliere le famiglie e gruppi di amici. Il complesso di Racconigi osserverà il giorno di riposo settimanale mercoledì 4 aprile.

Fino al 10 giugno il Castello di Racconigi sarà teatro della mostra “Sovrane Eleganze. Le Residenze Sabaude tra arte e moda”, le cui protagoniste indiscusse sono le figure femminili di Casa Savoia, icone di stile e di eleganza e personalità chiave della dinastia sabauda in un arco temporale di mille anni, dal Medioevo al XX Secolo.
Fino all’8 aprile si potrà inoltre visitare di “Di castello in castello”: in concomitanza con la mostra “Sovrane Eleganze. Le Residenze Sabaude tra arte e moda” allestita negli spazi di rappresentanza del Castello, le sale espositive ospiteranno la mostra off “Di castello in castello”. La mostra prevede l’esposizione dei modellini realizzati dall’Associazione Modellistica Racconigese delle principali dimore di casa Savoia riprodotte nei minimi particolari e manifesta l’impegno dell’Associazione nella valorizzazione di un patrimonio culturale comune. In mostra anche il modellino del Castello di Racconigi che l’Associazione ha realizzato e donato nel 2017 alla residenza racconigese e che viene attualmente utilizzato per le attività didattiche a favore di non vedenti e ipovedenti.
La mostra è visitabile martedì, mercoledì e giovedì su prenotazione; venerdì, sabato e domenica dalle 9.30 alle 12.30, dalle 15.00 alle 19.30. Ingresso gratuito previo pagamento del biglietto del parco (€ 2) o del castello (€ 5) salvo riduzioni o esenzioni consultabili sul sito: http://polomusealepiemonte.beniculturali.it/index.php/musei-e-luoghi-della-cultura/castello-di-racconigi/visita-il-castello-di-racconigi. Visite guidate teatralizzate su prenotazione a cura di Daniela Caratto con la partecipazione di Cristina Deregibus sabato 31 marzo e sanato 7 aprile (partenze ogni ora dalle 14.00 alle 18.00; costo € 10.00 a persona). Per informazioni: 3478925966, mario.bombara@racconigi.info
A MONDOVICINO OUTLET VILLAGE LA PASQUA E’ SOLIDALE

Comprando un uovo di Pasqua si potrà contribuire al progetto ConFido: quattro zampe in corsia. Il 31 marzo e il 1-2 aprile Happy Easter per acquisti super convenienti
Quest’anno la Pasqua ha un gusto diverso, a Mondovicino Outlet Village sono arrivate le uova solidali! Al latte o al cioccolato, le uova Bodrato permettono di sostenere ConFido: quattro zampe in corsia, il primo progetto scientifico di pet therapy per i malati di SLA realizzato in collaborazione con la Fondazione Vialli e Mauro, l’Associazione Assea Onlus e il Centro Clinico Nemo di Arenzano. Le uova saranno disponibili all’Infopoint dell’outlet e consentiranno di rendere la Pasqua più dolce per i pazienti affetti da SLA. A sostegno del progetto ConFido: quattro zampe in corsia ci sono anche un braccialetto in argento di Amen Gioielli con un ciondolo che richiama la zampa del cane (20 euro) e una T-shirt con un’opera dell’artista Natino Chirico (15 euro). Con l’acquisto di un uovo, un braccialetto e una T-shirt si potrà regalare una seduta completa di Pet-Therapy ad un paziente. Il ricavato sarà interamente devoluto a favore di ConFido. Le T-shirt e i braccialetti sono disponibili tutti i giorni all’Infopoint di Mondovicino Outlet Village e in alcune boutiques dell’outlet (Bric’s, Fratelli Rossetti e Massimo Rebecchi). E con la promozione Happy Easter sabato 31 marzo, domenica 1 aprile e lunedì 2 aprile si potranno cogliere tante occasioni per acquisti convenienti nelle boutiques aderenti all’iniziativa.
PASQUETTA AL CASTELLO DI MASINO
Castello e Parco di Masino, Caravino (TO) lunedì 2 aprile 2018, dalle ore 10 alle 18

Per il Lunedì dell’Angelo il Castello e Parco di Masino, Bene del FAI – Fondo Ambiente Italiano a Caravino (TO), i visitatori avranno l’opportunità di trascorrere una divertente giornata all’aria aperta immersi nel parco ottocentesco.
Lunedì 2 aprile, dalle ore 10 alle 18, protagonisti della giornata saranno i giochi a squadre come palla prigioniera, rubabandiera e la corsa con i sacchi che culmineranno, nel pomeriggio, con il grande tiro alla fune. Dopo il successo della precedente edizione, sarà inoltre riproposta la caccia alle uova. Un mercatino di prodotti tipici e stand gastronomici offriranno la possibilità di assaggiare piatti e prodotti del territorio come i plin e i primi caldi, la carne di razza piemontese, i formaggi freschi di cascina, salumi, il tradizionale ‘salampatata’, i grissini salati e al cioccolato, le ‘miasse’ farcite, il gelato artigianale oppure sarà possibile pranzare sulle panoramiche terrazze del caffè Masino in castello. Durante l’evento i visitatori avranno la possibilità di scoprire la dimora millenaria, i giardini storici e il secondo labirinto più grande d’Italia: 1200 metri di siepi di carpino. I bambini, fra i 4 e i 14 anni, potranno cimentarsi, affiancati da esperti animatori, nella costruzione di girandole a farfalla, animaletti pasquali e uova pazze e scoprire l’equitazione cavalcando piccoli pony guidati da esperti
istruttori. Con il Patrocinio di Regione Piemonte, Città metropolitana di Torino, Comune di Caravino e Città d’Ivrea. Il calendario “Eventi nei beni del FAI 2018”, è reso possibile grazie al significativo sostegno di Ferrarelle, partner degli eventi istituzionali e acqua ufficiale del FAI, e al prezioso contributo di PIRELLI che conferma per il sesto anno consecutivo la sua storica vicinanza alla Fondazione. Si aggiunge quest’anno la prestigiosa presenza di Radio Monte Carlo in qualità di Media Partner.
*****
CASTELLO E PARCO DI MASINO, CARAVINO (TO)
Giorno e orario: lunedì 2 aprile, dalle ore 10 alle 18 Ingresso (comprende visita libera al castello): Intero: 11 €; Ridotto (4-14 anni) 5 €; Iscritti FAI e residenti del comune di Caravino: 4 €; Famiglia (2 adulti + 4 bambini) 27 € Per informazioni: Castello di Masino, Caravino (TO) tel. 0125.778100; faimasino@fondoambiente.it Per maggiori informazioni sul FAI consultare il sito www.fondoambiente.it
scrosciare delle acque si trasforma in un estenuante lamento confuso, sono ambientazioni perfette per fiabe e racconti fantastici, antri misteriosi in cui dame, cavalieri, fantasmi e strane creature possono vivere indisturbati, al confine tra la tradizione popolare e la voglia di fantasia. Questi luoghi a metà tra il reale e l’immaginario si trovano attorno a noi, appena oltre la frenesia delle nostre vite abitudinarie. Questa piccola raccolta di articoli vuole essere un pretesto per raccontare delle storie, un po’ di fantasia e un po’ reali, senza che venga chiarito il confine tra le due dimensioni; luoghi esistenti, fatti di mattoni, di sassi e di cemento, che, nel tentativo di resistere all’oblio, trasformano la propria fine in una storia che non si può sgretolare. (ac)
illumina la casa di una luce eccessivamente diretta, sulla facciata principale i segni del tempo sembrano graffi di artigli. La villa è enorme, circa 1300 m2 che si espandono su due piani, tutto intorno vi è un cortile di quasi 2000 m2. La osservo con stupore e ho l’impressione che dalle finestre vuote la villa ricambi il mio sguardo. Fingo indifferenza, studio un’inquadratura con la mia reflex, ma, nel fare ciò, mi accorgo dello sbiadire dell’erba, così verde sotto i miei piedi e quasi bruciata vicino alle mura scrostate. Noto anche altri dettagli: nessun uccello decide di riposarsi sull’ampio tetto dell’edificio, nemmeno gli insetti osano avvicinarsi, su tutto grava un silenzio corposo, che immobilizza gli alberi e rende ovattato il rumore delle auto, che sfrecciano volutamente indifferenti, a pochi metri da noi. Ora, la villa pare sogghignare. Decidiamo di avvicinarci e di camminare lungo il perimetro esterno, alcune finestre sono state murate, altre si affacciano minacciose prive di balconi e adornate di vetri rotti, c’è un unico ingresso, al piano terra, un antro buio dal quale provengono degli sbuffi di aria fredda. Vicinissimo alla casa c’è un albero morto, nodoso, sembra un artiglio di qualche mostro che tenta di uscire dal terreno. Alle spalle dell’edificio il giardino continua ma poi si trasforma in uno stretto umido sentiero, i colori della natura si fanno più cupi e la sterpaglia si annoda ad oggetti che testimoniano il passaggio di altri visitatori, decisamente non educati come noi. Non c’è molto da vedere lì dietro e finiamo il giro velocemente, ritrovandoci al punto di partenza. Sono di nuovo davanti a quell’enorme casa vuota, che un tempo aveva accolto tra le sue mura balli, sfarzi, incontri segreti, dame e re, ma non posso dimenticare anche altre voci, ripugnanti, che raccontano di riti occulti e sanguinari. Mentre penso a quest’ultimo aspetto mi rendo conto del profondo senso di inquietudine che mi pervade. Il senso di disagio supera quello della curiosità, così propongo di andare via, i miei accompagnatori, però, non mi danno ascolto e si accingono ad entrare, io con uno scatto fulmineo li seguo: non voglio rimanere sola.
agglomerato di sporcizie e rifiuti, le pareti sono del tutto scrostate ed imbrattate, i soffitti impregnati di umidità e consunti dall’abbandono. Un po’ di luce naturale riesce ad insinuarsi in quello che forse era il salone principale, ma su tutto prevale il buio cieco dell’ombra che inghiottisce le altre stanze. Arriviamo ad uno scalone che conduce al piano superiore, all’apice di esso una grande finestra, priva di balcone e a picco sul cortile, ed attraversata da impietosi raggi di sole. Una vecchia tenda bordeaux si sforza di rimanere impigliata in un angolo e mi fa pensare a un grumo di sangue rappreso. La luce taglia l’ombra di netto, si scontra con i gradini della scala e ne esalta la durezza del marmo. Alle pareti graffiti e parole di ogni genere sono l’attuale tappezzeria. Il primo piano è esattamente come quello appena visitato: spaventosamente disastrato. Di villa Capriglio ormai è rimasto solo lo scheletro. Decidiamo di ridiscendere ed è nel nostro viaggio a ritroso che storia si fa inquietante. Noto dei resti di candele in alcuni angoli, vicino a qualcosa che è stato bruciato. Mi stupisco di non essermene accorta prima. Qua e là ci sono molti resti di piccoli altari improvvisati: li seguiamo inconsciamente, come presi da un’improvvisa caccia al tesoro, fino ad arrivare ad un passaggio che prima nessuno di noi aveva notato. Capisco di trovarmi di fronte a tracce di un tetro passato che ancora perdura. All’improvviso un sordo rumore. È la casa che ci avvisa che non siamo più ospiti graditi, forse perché, come un’antica dama settecentesca, si deve preparare per il suo cadenzato viaggio nello spazio e nel tempo. Dopo tutto questa è una notte di luna piena.
30 MARZO – 30 APRILE 2018
volanti, scimmiette in livrea e maliziosi diavoletti con le ali, un coloratissimo bestiario, quasi umano, che ci proietta in un mondo magico, capace di comunicare al bambino nascosto dentro ognuno di noi. “Siamo orgogliosi di ospitare per la prima volta a Torino una mostra personale di Patrick Moya, artista molto popolare e visibile nella vicina Costa Azzurra e presente in diverse iniziative culturali di prestigio organizzate sul territorio francese” commenta Enrico Debandi, responsabile artistico degli spazi di Palazzo Saluzzo Paesana e curatore della mostra Dolly Mon Amour. “Dal vastissimo repertorio di produzione di Moya, abbiamo scelto di concentrarci sui mille travestimenti del personaggio rappresentato dalla pecora Dolly che, con il suo sguardo ammiccante e con la sua espressione curiosa e irriverente, inaugura la stagione espositiva del Teatro Paesana in concomitanza con la primavera ed il periodo Pasquale”. La mostra sarà, con la sua bizzarria lisergica, un divertente omaggio artistico ad una delle icone della Pasqua.
C’est la vie – Prendila come viene – Commedia. Regia di Eric Toledano e Olivier Nakache, con Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Hélène Vincent e Suzanne Clément. Gli artefici del fenomeno “Quasi amici” promettono risate a valanga e il successone in patria dovrebbe calamitare anche il pubblico di casa nostra. I due sposini Pierre ed Hélène hanno deciso di sposarsi e quel giorno deve davvero essere il più bello della loro vita. Nella cornice di un castello del XVII secolo, poco lontano da Parigi, si sono affidati a Max e al suo team, ad un uomo che ha fatto della sua professione di wedding planner una missione, che organizza e pianifica, che sa gestire i suoi uomini, che sa mettere ordine nel caos più supremo, che per ogni problema sa trovare la giusta risoluzione… Più o meno: perché quella giornata sarà molto ma molto lunga, ricca di sorpresa e di colpi di scena. Ma soprattutto di enormi, fragorose risate! Durata 115 minuti. (Romano sala 3)
factotum che di nome fa virgilianamente Anchise, passeggiate e discussioni, corse in bicicletta, ritrovamenti di statue in fondo al lago, nuotate in piccoli spazi d’acqua, felici intimità, in una delicatezza cinematografica (la macchina da presa pronta ad allontanarsi velocemente da qualsiasi eccessivo imbarazzo) che assorbe nei temi (“Io ballo da sola”) e nei luoghi (i paesini, i casali, la calura di “Novecento”) il passato di Bertolucci o guarda al “Teorema” pasoliniano. L’ultima opera di un regista (“Io sono l’amore”, “A bigger splash”) che con la critica di casa nostra non ha mai avuto rapporti troppo cordiali, osannato all’estero. La sceneggiatura firmata da James Ivory e tratta dal romanzo di André Aciman ha conquistato meritatamente l’Oscar. Durata130 minuti. (Eliseo blu)
Contromano – Commedia. Regia di e con Antonio Albanese. Il signor Mario, milanese doc e proprietario di un negozio di maglieria, ordinatissimo come ordinata è la sua vita, vede i suoi principi e le abitudini sconvolte dall’arrivo, chiaramente davanti alla “sua” vetrina, di un giovane senegalese che si mettere a vendere calzini a prezzi stracciati alle signore di passaggio. Che fare? Aiutarli sì ma a casa loro, è la parola d’ordine. E allora ecco che il signor Mario rapisce Oba, legandolo e mettendoselo in macchina, con l’intenzione di riportarlo in Africa. Ma i bastoni in mezzo alle ruote del progetto arrivano in tempi più che brevi, uno per tutti la presenza della sorella (?) di Oba. E allora, umanità o idee di ferro? Durata 102 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Lux sala 3, Reposi, The Space, Uci)
La forma dell’acqua – The shape of water – Fantasy. Regia di Guillermo del Toro, con Sally Hawkins, Doug Jones, Octavia Spencer, Michael Stulhbarg e Michael Shannon. Leone d’oro a Venezia, tredici candidature agli Oscar, arriva l’attesissima storia del mostro richiuso in una gabbia di vetro all’interno di un laboratorio governativo ad alta sicurezza (siamo negli States, in piena guerra fredda, il 1962) e del suo incontro con una giovane donna delle pulizie, Elisa, orfana e muta, dei tentativi di questa di salvarlo dalla cupidigia dei cattivi. Avrà l’aiuto degli amici (il disegnatore gay, lo scienziato russo pieno di ideali, la collega di colore), cancellando la solitudine e alimentando i sogni, in un’atmosfera che si culla sulle musiche di Alexandre Desplat, contaminate da quelle dei grandi del jazz degli anni Sessanta. Durata 123 minuti. (Ambrosio sala 3, Massaua, Eliseo Rosso, Reposi, Uci)
Hostiles – Ostili – Western. Regia di Scott Cooper, con Christian Bale, Rosamund Pike e Wes Studi. Nel 1892, due anni dopo il massacro di Wounded Knee, non ancora consolidata la pace tra indiani e visi pallidi, al capitano Joseph Blocker viene affidato l’incarico non facile di riportare nelle terre del Montana il vecchio capo Cheyenne Yellow Hawk, proprio il responsabile delle morti di molti soldati del capitano. Durante il lungo percorso molti fatti verranno a mutare i rapporti tra i due uomini, non ultimo la presenza di una donna cui gli indiani hanno distrutto l’intera famiglia. Paesaggi, personaggi che sanno d’antico, un genere che ha avuto vita gloriosa e che oggi, più che raramente, vede qualche debole accenno: gli appassionati non se lo lascino sfuggire. Durata 127 minuti. (Ideal, Lux sala 1, The Space, Uci)
pure di quanto sia pesante la mannaia delle tasse. Perché allora non seguire l’esempio delle suorine del palazzo di fronte che con l’ospitalità a poveri e bisognosi vari si sono ritagliate un bell’angolo esentasse? Leo, anche coautore della sceneggiatura, studia allora di farne un centro religioso e volendo esagerare creare una nuova religione, lo Ionismo, un egocentrismo alle stelle, una piena responsabilità slacciata da ogni cosa o Ente che sappia di celestiale: risultato, un considerevole gruppo di adepti. Potrà funzionare? Durata 100 minuti. (Massaua, Greenwich sala 3, Reposi, The Space, Uci)
Maria Maddalena – Drammatico. Regia di Garth Davis, con Rooney Mara, Joaquin Phoenix e Chiwetel Ejiofor. Una visione nuova nei confronti di una Maddalena vista come la peccatrice e la prostituta, figura alimentata per secoli. Il regista australiano (che tuttavia ha scoperto gli ambienti adatti in Sicilia) vede questa donna come un esempio di femminismo ante litteram, colei che sfugge ai compiti di moglie e madre che la società del tempo inevitabilmente le impone, colei che stabilisce di seguire il Maestro e di abbracciarne in modo completo la dottrina: quella che tra i tanti discepoli è scelta dal Maestro ad assistere alla sua Resurrezione. Guardando anche alle figure di Giuda e di Pietro, messi di fronte ad un messaggio che sconvolgerà il mondo ma incapaci di assumerne l’esatta interpretazione. Durata 120 minuti. (Ambrosio sala 3, Ideal, Reposi, Uci)
bella restauratrice, con un paio di aiutanti al seguito, che vive grazie alla pensione della nonna visto che lo Stato tarda a riconoscerle i quattrini che le deve per tutto il lavoro che ha svolto. E se la vegliarda passa a miglior vita? Spetterà alla ragazza ingegnarsi per la sopravvivenza, l’elettrodomestico del titolo fa al caso suo, le amiche un piccolo aiuto non lo negano e la pensione della nonna si potrà continuare a percepire. Durata 100 minuti. (Greenwich sala 2, Reposi, The Space, Uci)
L’ora più buia – Drammatico. Regia di Joe Wright, con Gary Oldman, Kristin Scott Thomas, Lily James e Ben Mendelsohn. L’acclamato autore di “Espiazione “ e “Anna Karenina” guarda adesso al secondo conflitto mondiale, all’ora decisiva del primo anno di guerra, alla figura del primo ministro inglese Winston Churchill. Nel maggio del ’40, dimessosi Chamberlain e da poco eletto lui alla carica, inviso al partito opposto e neppure in grado di poter contare sui suoi colleghi di partito e sul re che lo tollera, mentre le truppe tedesche hanno iniziato a invadere i territori europei, Churchill combatte in una difficile quanto decisiva scelta, se concludere un armistizio con la Germania dopo la repentina caduta della Francia oppure avventurarsi nell’intervento di un conflitto armato. Mentre si prepara l’invasione della Gran Bretagna, si deve pensare alla salvezza del paese, grazie ad una pace anche temporanea, o l’affermazione con una strenua lotta degli ideali di libertà: una delle prime mosse fu il recupero dei soldati intrappolati sulle spiagge di Dunkerque (come già ad inizio stagione ci ha insegnato lo stupendo film di Christopher Nolan). Oldman s’è visto per il ruolo assegnare un Globe, ha meritatamente conquistato poche sere fa l’Oscar, un’interpretazione che colpisce per la concretezza, per gli scatti d’ira e per quel tanto di cocciutaggine e lungimiranza britannica che in quell’occasione s’impose. Uno sguardo al trucco dell’interprete: un secondo Oscar al film, premio agli artefici e alle tante ore di perfezione ogni giorno di lavorazione cui l’attore s’è sottoposto. Durata 125 minuti. (Greenwich sala 2)
terra è un luogo di guerre e povertà, l’unica felice evasione è il mondo virtuale di Oasis, legato ai fantasiosi anni Ottanta e ricco di scenari iperrealistici in cui è facile accedere. Lo scomparso James Halliday ha deciso di lasciare a chi lo ritroverà il prezioso Easter Egg: sarà il giovane Wade, da sempre alla ricerca di notizie sulla vita e l’attività del miliardario, si metterà attraverso l’avatar Parzival alla ricerca dell’oggetto e lo ritroverà, dovendo pure fare i conti con i potenti nemici di una multinazionale, concorrenti senza alcuno scrupolo. Durata 140 minuti. (Centrale V.O., Massaua, F.lli Marx sala Harpo, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space, Uci anche in 3D)
La terra buona – Commedia drammatica. Regia di Emanuele Caruso, con Fabrizio Ferracane, Giulio Brogi, Lorenzo Pedrotti e Viola Sartoretto. Tre storie che s’intrecciano per confluire insieme in un angolo di serenità. La giovane Gea, malata terminale, all’insaputa della famiglia si rifugia con un amico, forse innamorato di lei, in una valle piemontese al confine con il territorio svizzero. Là, in una borgata antica, fatta di case di pietra, dimenticata, vivono un vecchio frate eremita che ha raccolto negli anni una ricchissima biblioteca e un medico, in cerca di medicamenti alternativi, senza risposte certe, e per questo cacciato dalla civiltà che lo ha giudicato e condannato. Un’altra scommessa vincente per l’autore che tre anni fa con “E fu sera e fu mattina” divenne un caso cinematografico, ovvero budget ridotto all’osso e grande successo per i cinefili doc: anche adesso, con un amichevole passaparola, il film, accompagnato con amore dal suo autore, si sta dimostrando, anche se imperfetto, un invidiabile successo. Durata 110 minuti. (Reposi)
madre anaffettiva come quella disegnata dalla Janney, Oscar come migliore attrice non protagonista, sposata ad un uomo senza quattrini e parecchia violenza in corpo, lei gran temperamento focoso, grande carriera e grandi scandali. Come quello che la colpiì a metà degli anni Novanta, allorché la sua antagonistaNancy Kerrigan, alla vigilia dei campionati nazionali Usa, venne colpita alle gambe da un uomo, poi identificato, pronto a confessare di aver agito perché istruito e istigato dal marito della Harding. La creazione di un mito, la difficoltà a considerarla una donna e una campionessa in cui il pubblico non soltanto femminile si potesse riconoscere, il ritratto di un’America dove ognuno vuole emergere, in qualsiasi modo. Durata 121 minuti. (Ambrosio sala 1, Eliseo Grande, F.lli Marx sala Groucho, The Space, Uci)
e di “incitamento” diretti a William Willoughby, il venerato capo della polizia, onesto e vulnerabile, malato di cancro. Coinvolgendo in seguito nella sua lotta anche il vicesceriffo Dixon, uomo immaturo dal comportamento violento e aggressivo, la donna finisce con l’essere un pericolo per l’intera comunità, mal sopportata, quella che da vittima si trasforma velocemente in minaccia: ogni cosa essendo immersa nella descrizione di una provincia americana che coltiva il razzismo, grumi di violenza e corruzione. Oscar strameritati per la protagonista e per il poliziotto mammone e fuori di testa di Rockwell. Durata 132 minuti. (Greenwich sala 1)
privi di manutenzione se non quella minima, indispensabile per evitare crolli, si rilevava la vetustas, cioè l’antichità, l’uso occasionale per le feste del santo titolare, una volta l’anno, e la lontananza dai centri abitati. Fu proprio l’isolamento, messo in evidenza già nelle relazioni del tempo, a consentire la perfetta conservazione di queste chiese che, non dovendo più servire nella maggior parte dei casi come parrocchie, non vennero mai modificate, ampliate o ritoccate nel loro aspetto architettonico, mantenendo la purezza delle forme romaniche. L’isolamento, però, non deve ingannare perché non è una condizione originaria di questi edifici sacri, che si trovavano invece, all’epoca della loro costruzione, nel mezzo di villaggi e centri abitati. In seguito, a partire dal XIV secolo, per ragioni legate al decremento demografico dovuto al comparire delle pestilenze, alle feroci razzie compiute dalle compagnie di venturieri ed al mutare del quadro politico, questi villaggi scomparvero, lasciando le chiese, costruite in muratura, come unica traccia materiale superstite, mentre le abitazioni, non più curate, andarono in rovina, affogate nella vegetazione e inghiottite dall’inesorabile fluire del tempo. Queste chiesette, ora immerse nella quiete campestre, presero forma tra IX e XI secolo, talvolta innestandosi su edifici più antichi in legno, strutturandosi come pievi di villaggio, dove per pieve s’intende una chiesa
avente diritto di battesimo e di sepoltura e centro fisico del piviere, l’unità territoriale di base dell’antica organizzazione ecclesiastica del territorio o, in certi casi, come oratorii e tituli, chiese minori dipendenti da una pieve. Nei dintorni di Montechiaro d’Asti, tra le valli Rilate e Versa, sorgono due preziosi esempi di romanico astigiano, la pieve di Santa Maria Assunta di Pisenzana, a nord dell’abitato, e la chiesa dei Santi Nazario e Celso, in località Castel Mairano.
secolo, portarono alla modifica della cartina dell’insediamento umano nel Piemonte medievale, così come nel resto d’Europa. Tra XII e XIII secolo i Comuni più potenti, come Asti, estesero la sfera d’influenza sul contado, in competizione con signori rurali e principati territoriali, elaborando strategie di “colonizzazione” come la fondazione di nuovi aggregati, borghi franchi o villenove, talora derivanti dalla fusione di più villaggi preesistenti. Fu proprio per iniziativa del Comune di Asti che, nel 1200, i signori di Mairano, Pisenzana, Maresco e Cortanze, seguiti dalla popolazione, si aggregarono fondando la villanova di Montechiaro. Lo spopolamento delle sedi originarie, con l’eccezione di Cortanze, non compromise però la sopravvivenza delle pievi di villaggio che, per un certo periodo, continuarono ad esercitare le loro funzioni o comunque a servire come luoghi di sepoltura. Mentre la pieve di Pisenzana, tra le più antiche dell’Astigiano, è poco discosta dall’abitato di Montechiaro e appare ancora circondata da alcune lastre tombali dell’antico cimitero, la chiesa dei Santi Nazario e Celso sorge isolata nella campagna e si raggiunge lasciando l’auto alle pendici del Bric San Nazario per poi salire a piedi in cima all’altura. L’edificio, riparato nella zona absidale e ai lati da un boschetto cresciuto sul ciglio della vetta, lasciando libero solo lo spiazzo di fronte all’ingresso, colpisce per la sproporzione tra l’alto
campanile, di quattro piani fuori terra, e l’impianto della chiesa, ad aula unica e con facciata a capanna. La tessitura muraria si caratterizza per l’armonico alternarsi di file di mattoni e di blocchi di pietra arenaria, che conferisce all’insieme quell’effetto coloristico tipico del romanico astigiano. Qui si nota meno l’esuberanza dell’apparato ornamentale e scultoreo, più evidente in altri casi, però spicca la bellezza delle cornici dell’arco sopra il portale, con file di cornucopie, antico simbolo di abbondanza, e decorazioni a nastri intrecciati e a “dente di lupo”. A una manciata di chilometri da Montechiaro d’Asti, in val Rilate, sorge poi la splendida chiesa di San Secondo di Cortazzone, che si trova in località Mongiglietto, in cima a un bricco prospiciente il paese di Cortazzone, per molti anni feudo della potente famiglia astese dei Pelletta e ancor oggi dominato dalla massiccia mole del castello, più volte rimaneggiato nei secoli. Il nome della località, Mongiglietto, evoca radici pagane; se ne ipotizza la derivazione da Mons Jovis, monte di Giove, ma altri collegano il toponimo al francese antico Mont-joie e alle “mongioie”, cumuli di pietra che venivano posti già in età celtica lungo le strade come segnavia e anche per ragioni cultuali, propiziatrici del viaggio. La facciata, in parte alterata nel Seicento con una sopraelevazione in mattoni culminante in un campaniletto a vela, mostra un elegante portale d’ingresso sovrastato da una cornice orizzontale in cui s’inserisce come decorazione una fila di conchiglie, segno evidente che indica la chiesa come luogo di sosta per i pellegrini lungo quel fascio di percorsi che componevano la Via Francigena. Ciò che maggiormente sorprende nella visita di questo edificio, che fu dipendenza del vescovo di Asti e poi dal 1345 della pieve di Montechiaro, è il ricco apparato scultoreo. Esternamente è il lato sud a colpire non solo per la varietà di decorazioni, che rispecchiano il repertorio del romanico astigiano, dalla cornice a “damier” alle file di archetti pensili poggianti su mensole con decori a motivi vegetali e geometrici, ma anche per la singolarità di certe figure scolpite che paiono poco consone a un luogo di culto. Tra queste risalta, nella parte alta della navata centrale, una scena di accoppiamento che, rifacendosi a schemi ancestrali, pare un richiamo ad antichi riti propiziatori della fertilità o anche leggibile come una sorta di ex voto per parti difficili. L’interno, suddiviso in
tre navate terminanti in absidi, invita all’esercizio della fantasia, con una vera e propria foresta di figure zoomorfe, antropomorfe, fantastiche, ibride e chimeriche, che popolano i capitelli e che, in perfetta sintonia con la passione medioevale per i simboli, evocano principi e concetti non sempre intellegibili per l’uomo di oggi. Compaiono varie figure, come la lepre, che esemplifica bene l’ambiguità e ambivalenza del simbolo, richiamando sia il concetto di lussuria, evocato dalla nota prolificità dell’animale, sia la caducità della vita, data la sua proverbiale rapidità di movimento, ma anche scene più articolate, con volatili con un’unica unica testa intenti a beccare, cavalli con le zampe curiosamente morsicate da teste bovine, gruppi di sirene con coda bipartita o coda ad arco “tenuta da ambo le mani”. Infine i tre capitelli disadorni, lasciati allo stato grezzo, paiono rivelare nella loro incompiutezza il senso della finitezza umana dinnanzi all’onnipotenza e perfezione di Dio. Osservando i caratteri stilistici delle chiese romaniche astigiane si riscontrano evidenti affinità, che indussero il Porter e altri studiosi a teorizzare l’esistenza di una vera e propria “Scuola del Monferrato”, nata da una commistione di influssi padani, borgognoni e provenzali, accostati a tratti originali: l’effetto coloristico dato dall’alternanza nella tessitura muraria di conci di pietra e mattoni; l’assenza di cupole e transetto; la sopraelevazione della zona presbiteriale; l’esuberanza dell’apparato scultoreo e ornamentale, con decorazioni a “dente di lupo”, “dente di sega”, “damier”; la presenza di elementi forse rivelanti influssi orientali, come l’arco falcato e oltrepassato; le paraste angolari delle facciate, che rafforzano lo spigolo e delimitano i volumi; la composizione delle absidi, con la superficie esterna suddivisa in campiture da due o tre lesene, che poggiano su un basamento e portano serie di archetti pensili.
principessa Mafalda celebrate nella dimora cuneese. Ma ora l’attenzione è focalizzata sulle dame della grande famiglia dei Savoia. Il Castello Reale di Racconigi ha ospitato sovrani, principi, regine, capi di Stato e di governo e oggi è un museo molto frequentato all’interno del circuito delle residenze sabaude del Piemonte con un numero di visitatori che negli ultimi due anni è balzato da 80.000 a 140.000. Per celebrare i trent’anni dell’apertura al pubblico del Castello è iniziata, lo scorso anno, una lunga festa con mostre, iniziative ed eventi che proseguono adesso
nei saloni del maniero con la rassegna “Sovrane eleganze: al castello di Racconigi protagoniste le donne di Casa Savoia”, inaugurata dalla principessa Maria Gabriella di Savoia, che fino al 10 giugno ripercorre dieci secoli di storia della dinastia attraverso l’arte, la moda e lo stile. Al centro della mostra spiccano le figure di Adelaide di Susa, che nell’XI secolo sposò Oddone di Savoia, Maria Cristina di Francia, la prima Madama Reale nel Seicento, Anna Maria d’Orléans, prima regina di Sardegna, moglie di Vittorio Amedeo II e nipote del Re Sole, mecenate di artisti nel Settecento, Margherita di Savoia, consorte di re Umberto I e prima regina d’Italia, Elena del Montenegro, moglie di Vittorio Emanuele III e Maria José del Belgio, la “regina di maggio”. Non solo proprietarie di terreni e immensi patrimoni ma donne ricche culturalmente, studiose di arte, letteratura e musica, attente a proteggere gli artisti e i letterati, esempi di bellezza ed eleganza. Personaggi femminili visti e apprezzati attraverso i ritratti delle collezioni del Castello di Racconigi insieme agli abiti storici, ai vestiti da cerimonia con gioielli e pettinature che seguivano la moda dell’epoca, con costumi provenienti dalla Sartoria Tirelli e dalla Fondazione Tirelli Trappetti e con abiti vintage e contemporanei degli stilisti internazionali più famosi . Un’occasione preziosa per rivivere le vicende e lo stile di vita della Casa regnante attraverso un itinerario espositivo in cui scopriremo, tra l’altro, come i Savoia furono sedotti dal fascino per l’Oriente allestendo vere e proprie “sale
cinesi” in varie residenze sabaude come a Racconigi e nelle stanze di Villa della Regina a Torino. Una mostra con due percorsi, secondo Riccardo Vitale, direttore del Castello di Racconigi. “Nel primo le figure femminili di Casa Savoia sono la voce narrante della dinastia, celebrate come icone di stile ed eleganza, nel secondo il Castello di Racconigi si lega a doppio nodo con la storia dell’architettura e dell’estetica, mettendo in luce, sala per sala, in un grande museo diffuso, i suoi legami con le altre Residenze Sabaude”. Storia, arte, architettura e moda si fondono con l’impegno politico e sociale, l’amore per l’arte e la cultura di regine, contesse e duchesse di Casa
Savoia e per la loro determinazione come mogli, madri e reggenti. “La piramide dei poteri dinastici si è sempre fondata sulle armi, sulle arti e sui matrimoni. Ma dell’importanza straordinaria del ruolo femminile si è parlato spesso con superficialità, ha osservato Umberto Pecchini, ideatore della mostra con Loredana De Robertis, questa esposizione ribalta l’approccio e tra Corte, cultura, diplomazia, arte e moda pone la donna al centro di una rilettura innovativa. Donne sabaude fissate nella solennità del ritratto e nella storicità di un abito che è rappresentazione del loro tempo; ma anche reinterpretate nella rivisitazione contemporanea di quel gusto attraverso i modelli delle più note collezioni della sartoria italiana”. La sensazione che ho avuto visitando i saloni, ha aggiunto Alessandro Lai, curatore della mostra, percorrendo corridoi, scale, gallerie e entrando nelle varie stanze, è che si trattasse di una residenza abitata fino a poco tempo prima. “Da subito ho quasi percepito le presenze di chi l’ha vissuta ed è proprio questa semplice sensazione che ha messo in moto la mia immaginazione ispirando un allestimento fatto di “presenze”. Ecco definirsi allora le riproduzioni leggere dei quadri piemontesi delle donne di Casa Savoia e i costumi della Sartoria Tirelli che li ricordano o che, nel caso di Margherita di Savoia, sono stati ricostruiti nei dettagli”. La mostra è organizzata dall’Associazione Terre dei Savoia e dal Castello di Racconigi. È aperta al pubblico fino al 10 giugno, da martedì a domenica con orario 9.00-17,30. Sono possibili visite guidate, telefono 0172/ 86472 – info@leterredeisavoia.it
indagine con tanto di lente d’ingrandimento appiccicata all’occhio, provate a ripensare alla Verità sul caso D. scritto a sei mani con la complicità di Charles Dickens) all’horror, dal teatro alla traduzione, visitando Borges e Beckett, Stevenson e Verne -, praticando in un unico battito l’arte di costruire storie con intelligenza sempre e con piacevolezza. Attraverso le pagine di I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti e la voce di Gabriele Lavia (a Torino in una pausa del Padre di Stridberg, uno degli spettacoli di più forte personalità dell’annata teatrale), con l’introduzione di Domenico Scarpa, saranno essi, stasera alle 21 nell’Auditorium del grattacielo di corso Inghilterra, a raccontarci quale è stato il segreto per portare al successo il loro tandem, si disse l’abitudine a scambiarsi l’un l’altro quel capitolo che in precedenza e in solitudine ognuno di loro aveva scritto, la cultura coltivata in ogni angolo, l’estrema complicità, il confrontarsi ad ogni istante, la sottile ironia e la leggerezza che alimentava ogni loro parola. Chissà. Fu proprio Domenico Scarpa a rintracciare e a rimettere in ordine in volume – ben lontano dalle intenzioni dei due autori “la tentazione di mettere insieme una loro teoria letteraria” – quanto negli anni avevano disseminato, volontariamente o no, in prefazioni e schede, in quarte di
copertina e introduzioni, ovvero personalissimi pensieri, insegnamenti, consigli. Nacque I ferri del mestiere che subito il New York Review of Books paragonò agli Aspetti del romanzo di Foster o alle “Prefaces” di Henry James. Fu scritto: “Il bilancio di una lunga e allegra carriera, ma soprattutto un manuale imprescindibile (benché preterintenzionale) di scrittura creativa, di cui nessun aspirante scrittore (né lettore consapevole) dovrebbe fare a meno”. Mercoledì 4 aprile, sempre alle 21, Licia Maglietta proporrà brani della Donna della domenica, i tanti angoli di Torino, Anna Carla e Santamaria, l’architetto Lamberto Garrone e l’americanista Bonetto, i fratelli Zavattaro marmisti, Massimo Campi e Lello, le sorelle Tabusso, Boston o Bàston, il Balôn che non hanno bisogno di parole di presentazione: con l’aiuto filmico di Comencini, chi non ha ben impressi nella memoria fatti e persone, quelle ben “informate sui fatti?”. Ingresso libero, prenotazione obbligatoria sul sito
FINO AL 21 APRILE
lavorare con certosina maniacalità di segno e colore, ma anche di straniarsi dai vincoli del quotidiano per depurarlo dai limiti del contingente, giocando, fantasticando e pur anche ironizzando con sogni, memorie e magie di libertà interpretativa di grande fascino e suggestione. A dirla lunga sul peso e sul singolare significato che nell’arte del Novecento ebbe l’opera del Maestro astigiano, basti citarne la presenza a ben cinque Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma, senza dimenticare il primo premio “Città di Torino” conquistato nel ’50 alla Promotrice e la partecipazione a svariate mostre (la prima importante a “La Bussola” di Torino nel ’52 con presentazione di Italo Cremona), tutte corredate da un gran successo di pubblico e di critica.
Immagini” di Torino e nel ’91 un’antologica a “La Finestrella” di Canelli, seguita da altre due, nel 2001 e nel 2012, organizzate al “Palazzo Crova” di Nizza Monferrato e alla “Casa del Conte Verde” di Rivoli. Da allora, ci pare che, soprattutto a livello pubblico – torinese e piemontese – qualcosina in più si sarebbe potuto e dovuto fare per tenere viva la memoria del “nostro” Terzolo. Un plauso, dunque, all’iniziativa della Fondazione Bottari-Lattes di omaggiare l’artista con una contenuta ma significativa mostra organizzata allo “Spazio Don Chisciotte”, in via della Rocca, fino al prossimo 21 aprile. Perfetto quel titolo allusivo alla “realtà immaginata”, la retrospettiva è amorevolmente curata dai figli Luca e Paolo, in collaborazione con Vincenzo Gatti, e presenta sedici opere (in prevalenza oli su tela) accanto a una dozzina di disegni, schizzi rapidi e bozzetti preparatori realizzati “al volo” su taccuini o fogli sparsi per essere poi analizzati e ricomposti in studio sotto forma di opere ben definite e compiute. Visioni di una realtà sempre occhieggiante ad “altro”, in cui la narrazione “viene scissa e ricomposta – scrivono i curatori – secondo logiche interne solo alla logica dell’opera stessa”. Fatto
salvo un rigorosissimo dipinto del ’24, “I pini di Natale” appartenente alla collezione di Mario Lattes, tutti gli altri sono stati realizzati dai primi anni Sessanta e scelti attraverso una scrupolosa selezione tematica che ha imposto il sacrificio di opere iconiche, come quelle dei grandi paesaggi, delle cascine o delle fornaci. Al posto d’onore (solo per disposizione dei quadri) l’“Interno” del ’59: un tavolino in primo piano su cui poggiano un cono, una trottola e uno specchio che riflette una “realtà immaginata”, il fiume e la collina torinese che proprio non si vedevano dallo studio del pittore (già di Umberto Mastroianni), al civico 4 di via Perrone. Dietro appare a metà anche una figura femminile che sembra restia (o infastidita?) a rinunciare alla propria privacy. Ironia. Curiosità. Voglia di gioco e di evasione. Tutto ciò che troviamo anche nella “Ragazza con le galline” del ’75, unica opera in mostra senza firma. L’artista morì prima di ultimarla. E chissà se a quella fanciulla che corre impacciata nel tentativo d’acchiappare il pennuto ribelle, sotto gli occhi di un
bimbo con la palla in mano e l’indifferenza di un micio che si crogiola e si stiracchia sul muretto, Terzolo avrebbe voluto aggiungere qualcosa in più? Resta il dubbio, che non sminuisce la briosità dell’atmosfera. Come nel delizioso “La scelta della cartolina” del ’69, con tanto di cartoline realmente illustrate una a una, l’uomo con giacca a spalla e bretelle indeciso nella scelta, il cagnolino paziente in attesa e, sullo sfondo di un angolo della riviera ligure che parrebbe Noli, il roccioso isolotto che parrebbe l’isolotto di Bergeggi. Flash visivi. Piacevolissimi. Ma anche scombussolamenti della memoria. Di quell’antica infanzia rurale – con i carradori, i pozzi a bricola, le ruote, i tricicli da trasporto, lo schiacciasassi, le scale nell’aia sempre pronte all’uso e la vecchia bicicletta appoggiata al muro del cascinale – che tanto l’avrà legato all’amico Cesare Pavese, conosciuto nell’adolescenza a Reaglie, dove le famiglie furono per un buon periodo vicine di casa.
FINO AL 27 MAGGIO
ritroviamo in una delle tante versioni de “Il Trovatore” (questa di Rivoli é del ’22 e molto attenta ai simbolismi dello svizzero Arnold Bocklin) per arrivare all’assoluta purezza metafisica de “Il saluto degli Argonauti partenti” (1920), di netta impronta classico-rinascimentale, con la marcata fisicità di nudi alla Luca Signorelli e “nel cielo la raffinata memoria dell’arte di Mantegna e Bellini“. Proseguendo ci si imbatte nel tema dell’autoritratto (tanto caro a de Chirico che ne eseguì più di cento), nodo centrale che pone in relazione “Autoritratto con la propria ombra” (ca. 1920) con l’imponente “L’architettura dello specchio”, eseguita nel ’90 da Pistoletto e che “abbraccia la molteplicità del reale, accogliendone l’inarrestabile mutevolezza”. A seguire il gruppo degli “interni”: “Interno metafisico” (ca. 1918), aperto al contrasto con le architetture immaginifiche di Ackermann, così come la “Composizione metafisica” del ’16 che dialoga con i meccanismi dell’immaginario collettivo evidenziati da Mauri e come l’altro “Interno metafisico” del ’17 affiancato, nell’attenzione per la semplicità degli oggetti d’uso comune, alla “quotidiana banalità” delle opere di Boetti. A completare il percorso l’interrelazione fra i “Due cavalli” (altro soggetto particolarmente amato da de Chirico) realizzati nel ’27 e “Novecento” (1997) di Cattelan, secondo un dialogo “nel quale l’impeto dionisiaco del maestro della Metafisica incontra la cinica e
sconsolata visione dell’artista contemporaneo relativamente al secolo appena trascorso”. Assonanze. Contraddizioni. Rimandi di immagini e pensieri capaci di rincorrersi e riproporsi oltre le mode e oltre il tempo. Con la potenza di gesti trasfiguranti che stanno anche alla base dell’altra mostra ospitata sempre al Castello di Rivoli, nella Manica Lunga, fino al 24 giugno, dal titolo “Metamorfosi. Lasciate che tutto vi accada”. Curata da Chus Martìnez, la rassegna intende proporre l’esperienza della metamorfosi nell’arte contemporanea attraverso le opere inedite – installazioni, sculture, azioni performative, dipinti e video – di sette promettenti artisti internazionali.