Più di 300 iniziative che coinvolgeranno 78 scuole e laboratori – 31 biblioteche – 27 librerie 73 tra associazioni, musei, enti e luoghi vari Per celebrare la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore istituita dall’UNESCO, dal 16 al 23 aprile torna Torino che legge, la settimana della lettura, con reading, incontri con l’autore, conferenze, musica, cinema, teatro, spettacoli e iniziative rivolti a grandi e piccini. Giunta alla quarta edizione, la manifestazione coinvolgerà l’intera città, dal centro alle periferie, con oltre 300 appuntamenti in spazi pubblici e privati: biblioteche, librerie, scuole, musei, teatri, cinema, case del quartiere, enti, associazioni e fondazioni, circoli, piazze, corsi, giardini e tram storico. Torino che legge 2018 è organizzata dalla Città di Torino con le sue Biblioteche civiche e dal Forum del Libro, in collaborazione con le Circoscrizioni, la Fondazione per la Cultura Torino, partner Intesa Sanpaolo per il Progetto Tutta mia la città e con il contributo di Fondazione CRT. La manifestazione – che con una locandina dedicata sostiene una campagna annuale di promozione della lettura a favore di biblioteche e librerie – coinvolgerà una rete ampia di soggetti pubblici e privati, fra cui il Salone Internazionale del libro di Torino, il Circolo dei Lettori, la Scuola Holden, TorinoReteLibri, il Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia: un
grande laboratorio cittadino sulla lettura che pone in evidenza la forza della filiera del libro e la sua azione sinergica e ampia, leva fondamentale per promuovere e rafforzare una collaborazione continuativa fra i diversi soggetti ed enti culturali cittadini. “Alla sua quarta edizione Torino che legge è un appuntamento ormai consolidato che porta la lettura in tutta la città – afferma Francesca Leon, assessora alla cultura del Comune di Torino -. Si tratta di una preziosa occasione per valorizzare la vivacità e il fermento del tessuto culturale cittadino – continua l’assessora –. Torino che Legge nasce dall’esperienza maturata negli anni sul territorio grazie al lavoro capillare svolto quotidianamente dalla rete delle biblioteche civiche, dalle librerie, dalle scuole, dalle case del quartiere e dai numerosi centri culturali che operano con competenza e dedizione in questo settore. Iniziative come queste fanno del nostro capoluogo uno dei poli all’avanguardia nella promozione alla lettura”.
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Numerosi saranno gli ospiti in città durante la settimana letteraria, fra tutti ricordiamo: Gianrico Carofiglio, Giuseppe Culicchia, Sandra Petrignani, Margherita Oggero, Bruno Gambarotta, Maurizio De Giovanni, Enrico Pandiani, Tiziano Scarpa, Marco Balzano, Paolo Di Paolo, Enrico Remmert, Martino Lo Cascio, Giusi Marchetta, Marcello Simoni, Laura Pariani, Andrej Longo, Guido Quarzo, Sofia Gallo, Giua e Pier Mario Giovannone.
Torino, Biblioteca Nazionale Universitaria

tra Illinois ed Indiana e, tuttora, sembra che lì attorno “tutto” sia Chicago. Figuriamoci 50 anni fa… Anche allora poteva essere considerato originario della “Windy City” chiunque fosse nato a Calumet City o Hammond, al di là o al di qua del confine. Non facevano eccezione The Omens, band garage “meteora” tra il 1964 e il 1966, formatasi a Hammond (Indiana) eppure a lungo ritenuta originaria di Chicago. Come per molti altri gruppi nascenti, l’età media dei componenti (Don Revercomb, V, chit; Gene Cooper, chit; Larry Allen, b; Tim Jones, batt; Al Patka, org) era attorno ai 17 anni e il raggio d’azione insisteva particolarmente nell’ambito dei teen clubs o delle feste delle high schools della zona. Si esibirono specialmente tra Chicago, Gary, Blue Island, Calumet City, Hammond, Lake Station, Glen Park e Portage; in un concerto a Cedar Lake (Indiana) furono support band degli Yardbirds e in una “Battle of the Bands” ad Hammond affrontarono, senza fortuna, nientemeno che i futuri The Jackson 5. Come nel caso di tante altre bands “meteore” del garage rock, la produzione discografica fu ridottissima (due 45 giri dell’etichetta Cody records di Tom Cleary incisi entro l’autunno 1966), sebbene significativa del suono garage di quegli anni. Non a caso “Searching” [D. Revercomb – L. Allen] (Cody records C007; side B: “Girl Get Away”, luglio 1966) è diventato brano emblematico e quasi archetipico del genere, caratterizzato da un insistente riff introduttivo di chitarra che apre al succedersi di voci frenetiche e screamings, assolo di organo e i tipici effetti di chitarra ottenuti tramite l’allora diffusissimo Gibson Maestro Fuzztone. Non è raro scoprire che proprio in quel periodo nacquero brani “tipici” e caratterizzanti che, indipendentemente dalla notorietà o dalla longevità di una band, ebbero la forza di riemergere anche a distanza di anni, quando ormai di una band “meteora” si conserva a malapena qualche informazione biografica o discografica. L’altro 45 giri targato The Omens di etichetta Cody records, probabilmente inciso poco dopo il precedente, omaggia anche la “British Invasion” (come era d’altronde frequente). La cantante solista è Carol Buehler (allora fidanzata del band leader Don Revercomb) che esegue l’originale “September” [D. Revercomb – C. Provenzano] e la cover di As Tears Go By di Jagger-Richards; l’assenza di numero di catalogo del disco indica la natura essenzialmente promozionale dell’incisione. Dall’autunno 1966 gli impegni, gli studi, il rischio di licenziamento dal lavoro per gli eccessivi permessi e le dolci attese di fidanzate e future mogli chiusero la breve parentesi della band, che tuttavia nell’arco di un biennio seppe movimentare e scuotere il nord-ovest dell’Indiana e buona parte dell’area nord-est del “Prairie State”.
fiume, l’erba si muove sinuosa sotto le carezze ruffiane del vento. Dopo poco tempo troviamo un tavolino con panche di pietra posto vicino alla strapiombo della collina: addento il panino più panoramico che abbia mai mangiato. Finito il pranzo ci rimettiamo in marcia, seguiamo il frastuono dell’acqua che aumenta, oltrepassiamo una piccola chiesetta, chiusa ed abbandonata, fatta di pietroni e cemento; al suo interno si intravvede un affresco, imprigionato dietro delle grosse sbarre che impediscono l’accesso ai visitatori, e a lui di essere restaurato. Il sentiero aumenta l’inclinazione e per poco non inciampo sui miei stessi passi, distratta dal guardarmi attorno; mi ricompongo e finalmente vedo il ponte per cui abbiamo fatto tanta strada.
Lanzo e Torino, e permetteva di non passare attraverso territori all’epoca ostili, come Balangero, Mathi o Villanova, località governate dai principi d’Acaja, e nemmeno da Corio, in cui vigeva la giurisdizione dei marchesi del Monferrato. Nel 1564 venne ordinata, da parte del Consiglio di Credenza di Lanzo, la costruzione di una porta sul ponte, per controllare il passaggio dei forestieri, possibili portatori di peste, morbo che si era diffuso in quel periodo ad Avigliana e nelle zone limitrofe. Lo scorcio che sto guardando è davvero suggestivo, non a caso una ricerca condotta da “La Repubblica” colloca il ponte del Diavolo tra i trenta più belli d’Italia. I raggi del sole cadono a picco nell’acqua, il grigio cangiante dei ciottoli levigati lungo la riva risplende sotto il calpestio dei nostri passi, gli unici altri colori sono il marrone del terriccio e il verde degli alti e magri fili d’erba. Giochiamo a guardarci attorno, ci arrampichiamo per lo stretto sentiero che ci porta attraverso i roccioni limitrofi, quasi interamente ricoperti di lichene, di qui ci affacciamo a guardare le “Marmitte dei Giganti”, allunghiamo in giù il collo, come fanno i gatti quando stanno per fare un salto molto alto.
sua totalità-, la realizzazione del ponte fu molto difficoltosa, tanto che esso crollò due volte e la soluzione a tali problemi non veniva trovata. Fu il Diavolo ad intervenire. Egli promise che avrebbe costruito il ponte nel trascorrere della notte in cambio dell’anima del primo che lo avrebbe oltrepassato; alle prime luci del mattino il collegamento tra le due sponde era stato eretto e per non venir meno ai patti, il capomastro, decise di far oltrepassare il ponte ad un ignaro cagnolino. Il Diavolo si infuriò per essere stato ingannato, sbatté forte le sue zampe nel terreno e formò le ora caratteristiche “Marmitte dei Giganti”. Il sole sta calando e anche il fragore del fiume pare tranquillizzarsi, la giornata sta per volgere al termine ed è ora di andare via. Penso all’ingenua bellezza delle storie antiche, penso che mi piacciono sempre e che vorrei conoscerle tutte. Penso a chissà quanti altri luoghi che ho visitato hanno in sé storie che non conosco. Penso che un po’ di fantasia non può far male e scelgo di credere alla seconda versione di questa storia.Penso che, se il detto ha ragione, probabilmente a sovrintendere i lavori, sarà stata una donna.
Amleto: e si vede immediatamente messa allo scoperto l’ulcera tragicomica della divisione di un intero regno alle tre figlie, a Gonerilla e Regana che accompagnano l’offerta con parole di riconoscente amore che dovrebbero alla sua mente suonare strane e insincere mentre ripudia l’affetto pieno di verità e senza limiti di Cordelia, che niente porta alle stelle, china soltanto di fronte all’affetto della parola padre. Con l’immagine di un uomo racchiuso come un prigioniero in quella stessa tela che lui ha ordito, ha inizio per 90’ un gioco di sottrazione, la riscrittura di Marco Isidori (da sempre alla guida orgogliosa e vulcanica di un gruppo compatto al cui interno stanno affluendo visi nuovi), prosciugata al di là delle tante ramificazioni del dramma nel bisogno d’amore di un vecchio padre, che cerca un posto nel cuore dei figli e se lo vede cancellare, come pure sinonimo di sconfitta e di morte. Il tutto cerca verità – e la trova, c’è da scommetterci, con l’abituale coerenza dell’intero gruppo – nell’apparato scenico approntato per l’occasione da Daniela Dal Cin, che condivide spiritosamente il castello di Lear con le sue torri bene in vista e la tolda di una grande nave, un fumettistico – diremmo noi – “sottomarino volante” lo definisce
Isidori, con i suoi ponti e le passerelle che si faranno passaggi nelle lande sconfinate, schiacciate, sbrindellate (se i mondi non fossero diametralmente opposti, quella fatica nell’avanzare mi ricordava la difficoltà del Carraro strehleriano a porsi decenni fa al centro della scena per l’annuncio di partenza), le botole seminascoste e i boccaporti, le bandierine colorate, un rimando al musical hollywoodiano tra i più sfavillosi. A Dal Cin si devono pure i costumi, un piccolo capolavoro di inventiva e di divertimento, basterebbero quei rossi quanto divertenti corpetti con le grosse tette nere messi addosso alle due sorellastre.
quanti, dalla volontà di divertire con una continua ricerca che non abdica mai alla propria intelligenza e alle strade già percorse. Citiamoli tutti, Maria Luisa Abate che è Gonerilla crudele e Gloucester cieco e affranto, Batty La Val, Francesca Rolli, Paolo Oricco che si divide tra Edgardo e Edmondo con una sicurezza davvero lodevole, Vittorio Berger, Eduardo Botto e Nevena Vujič. A dare la carica a tutto c’è Isidori, incrollabile: e poi, perfetto costruttore di spettacoli, basterebbe vederlo a lato della scena a ricordarci tre o quattro canzoni dei nostri anni Sessanta, per gridare subito alla simpatia.

SABATO 14 APRILE, ORE 16,30
Cacherano di Bricherasio, pittrice allieva del Delleani e antica proprietaria della dimora, aveva saputo creare intorno a se’. “Con il Circolo di Torre Pellice – spiega Maria Luisa Cosso – si è creato un legame consolidato nel tempo, e molto apprezzato dal pubblico, che ha già portato al Castello centinaia di appassionati, curiosi e sostenitori di un’iniziativa sicuramente particolare come quella delle ‘Letture ad Alta Voce’”. Il nuovo appuntamento è, dunque, per sabato 14 aprile, alle 16,30: in programma letture collettive de “Il giardino di Sofia. Racconti di parchi, giardini e giardinieri” per vivere un pomeriggio nel verde alla scoperta o alla riscoperta del Parco. Versi e parole, letti ad alta voce negli angoli più fascinosi del giardino, si fonderanno ai suoni e ai colori della natura, al fruscio dell’aria e allo scorrere dell’acqua nei canali. Per partecipare all’iniziativa, è sufficiente pagare il biglietto d’ingresso al Parco. Non occorre prenotazione.
Bob & Marys – Criminali a domicilio – Commedia. Regia di Francesco Prisco, con Laura Morante e Rocco Papaleo. Lui lavora in un’autoscuola, lei è casalinga, una coppia senza problemi se non fosse che la loro casa, ai limiti di un quartiere di degrado, non fosse presa di mira da una banda di delinquenti che la eleggono a magazzino per nascondere certa merce che scotta. La realtà è quella di Napoli, la storia ha autentiche radici nel passato ma il regista sceglie di inquadrarla con il cuore più che leggero. Durata 110 minuti. (Ambrosio sala 1 (lunedì 16), Uci)
anni, l’altro è rimasto ad abitare nella casa per far andare avanti la trattoria di famiglia, lei è un attrice, trasferita a Parigi per inseguire la sua carriera e lasciarsi alle spalle la perdita della figlia. Altre persone circolano attorno a loro, tutti a fare i conti, un bilancio tra ideali ed emozioni, tra aspirazioni e nostalgie, con un passato più o meno recente, a guardare il piccolo paese che ormai si è svuotato, lasciando le vecchie case agli speculatori, a parlare di politica, tra Macron e Le Pen, a guardare ai figli, anch’essi confusi. Un piccolo gruppo di giovanissimi profughi, senza genitori, obbligherà con il loro arrivo quelle scelte che tutti quanti gli abitanti della “villa” (questo il titolo originale del film), dovranno affrontare. Durata 107 minuti. (Nazionale sala 1)
proprietario di un negozio di maglieria, ordinatissimo come ordinata è la sua vita, vede i suoi principi e le abitudini sconvolte dall’arrivo, chiaramente davanti alla “sua” vetrina, di un giovane senegalese che si mettere a vendere calzini a prezzi stracciati alle signore di passaggio. Che fare? Aiutarli sì ma a casa loro, è la parola d’ordine. E allora ecco che il signor Mario rapisce Oba, legandolo e mettendoselo in macchina, con l’intenzione di riportarlo in Africa. Ma i bastoni in mezzo alle ruote del progetto arrivano in tempi più che brevi, uno per tutti la presenza della sorella (?) di Oba. E allora, umanità o idee di ferro? Durata 102 minuti. (Massaua, F.lli Marx sala Harpo, Greenwich sala 3, Reposi, The Space, Uci)
grande sarto è anche un incallito e incredibile dongiovanni, nella cui vita le donne, fonte d’ispirazione e occasione di compagnia, entrano ed escono: fino a che non sopraggiunge la presenza della semplice quanto volitiva, a modo suo spregiudicata, Alma, una giovane cameriera di origini tedesche, pronta a diventare parte troppo importante della vita dell’uomo, musa e amante. L’ordine e la meticolosità, doti che si rispecchiano meravigliosamente nella fattura degli abiti e nella condotta di vita, un tempo così ben controllata e pianificata, vengono sovvertiti, in una lotta quotidiana tra uomo e donna. Film geometrico e algido quanto perfetto, forse scontroso, eccezionale prova interpretativa per la Manville e per Day-Lewis, forse il canto del cigno per l’interprete del “Mio piede sinistro” e di “Lincoln”, convinto da oggi in poi ad abbandonare lo schermo. Oscar per i migliori costumi. Durata 130 minuti. (Romano sala 1)
visi pallidi, al capitano Joseph Blocker viene affidato l’incarico non facile di riportare nelle terre del Montana il vecchio capo Cheyenne Yellow Hawk, proprio il responsabile delle morti di molti soldati del capitano. Durante il lungo percorso molti fatti verranno a mutare i rapporti tra i due uomini, non ultimo la presenza di una donna cui gli indiani hanno distrutto l’intera famiglia. Paesaggi, personaggi che sanno d’antico, un genere che ha avuto vita gloriosa e che oggi, più che raramente, vede qualche debole accenno. Bale è un macigno, un trionfo di espressioni indurite, capace di conservare un’unica speranza nella scena finale, pieno di crudeltà e di piccoli affetti; il film è un vero capolavoro, nello spessore del racconto, nella cadenza che il regista sa imprimergli, nel vecchio quanto superbo impianto, nella rivisitazione di una intera Storia. Gli appassionati non se lo lascino sfuggire. Durata 127 minuti. (Greenwich sala 3)
pure di quanto sia pesante la mannaia delle tasse. Perché allora non seguire l’esempio delle suorine del palazzo di fronte che con l’ospitalità a poveri e bisognosi vari si sono ritagliate un bell’angolo esentasse? Leo, anche coautore della sceneggiatura, studia allora di farne un centro religioso e volendo esagerare creare una nuova religione, lo Ionismo, un egocentrismo alle stelle, una piena responsabilità slacciata da ogni cosa o Ente che sappia di celestiale: risultato, un considerevole gruppo di adepti. Potrà funzionare? Durata 100 minuti. (Reposi)
bella restauratrice, con un paio di aiutanti al seguito, che vive grazie alla pensione della nonna visto che lo Stato tarda a riconoscerle i quattrini che le deve per tutto il lavoro che ha svolto. E se la vegliarda passa a miglior vita? Spetterà alla ragazza ingegnarsi per la sopravvivenza, l’elettrodomestico del titolo fa al caso suo, le amiche un piccolo aiuto non lo negano e la pensione della nonna si potrà continuare a percepire. Durata 100 minuti. (Uci)
Omicidio al Cairo – Giallo. Regia di Tarik Saleh, con Fares Fares. La morte di una cantante di successo nelle stanze del Nile Hilton Hotel, la sua relazione con un uomo che fa affari con il mondo della politica, un caso che si vorrebbe chiudere al più presto. La capitale egiziana del 2011, le rivolte e la corruzione senza limiti raccontata senza nulla nascondere, la criminalità che invade il paese, un commissario che pur tra le proprie zone d’ombra eccelle senza dubbio sui suoi superiori e che vuole andare fino in fondo pur di scoprire i colpevoli. Una cinematografia a molti sconosciuta, che merita con questo esempio d’essere tenuta d’occhio, un ritmo sostenuto nelle indagini che combattono contro le mazzette di quattrini che circolano a mo’ di ricompensa da una e dall’altra parte. Durezza e debolezze sulla faccia del protagonista. Durata 106 minuti. (Classico)
Rampage – Furia animale – Fantasy. Regia di Brad Peyton, con Dwaune Johnson e Naomie Harris. Il primatologo Davis Okoye ha instaurato un forte rapporto con un intelligente gorilla albino di nome George che, per un esperimento genetico, si tramuta in un pericoloso e feroce animale, impossibile a governare. Con lui hanno subito la stessa mutazione un lupo e un coccodrillo, seminando vittime e distruzione in tutto il nord America: spetterà a Davis e a un ingegnere genetico trovare un antidoto. Durata 107 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, The Space, Uci anche V.O.)
preparata a quelle temperature e soprattutto alla violenza che circola più o meno silenziosa in quei luoghi, per investigare sul ritrovamento del corpo martoriato di una ragazza scomparsa. Le dà sostegno e aiuto Cory, un navigato cacciatore impiegato a difendere il bestiame dagli attacchi dei predatori sempre in agguato, un animo tormentato, abbandonato dalla moglie dopo la scomparsa della figlia maggiore. Entrambi alla ricerca del colpevole, in un territorio dove ogni cosa sembra essere abbandonato alla violenza, in cui forse è necessario agire e rispondere esclusivamente con le sue stesse leggi. Dallo sceneggiatore di “Sicario” e “Hell or High Water”, terzo capitolo di una trilogia che ha affrontato il tema della frontiera americana oggi. Miglior regia a Un certain regard a Cannes lo scorso anno, grande successo al TFF. Durata 107 minuti. (Eliseo Grande, Ideal, Massimo sala 2 anche in V.O., Uci)
The silent man – Drammatico. Regia di Peter Landesman, con Liam Neeson e Diane Lane. La storia dell’informatore del caso Watergate, della Gola Profonda che trasmise le notizie ai giornalisti di “Tutti gli uomini del Presidente”, una storia che è stata taciuta per oltre trent’anni e che nel 2005 è venuta alla luce per definitiva ammissione dell’interessato, Mark Felt, all’epoca dei fatti vice direttore dell’FBI. Un film che vuole rinfrescare la memoria di molti e magari cercare qualche legame con il mondo politico di oggi. Durata 103 minuti. (Eliseo Rosso, Romano sala 2The Space, Uci)
Schmidt-Schaller. Ultranovantenne, da poco vedovo, Eduard, di origini tedesche, rimette in ordine i propri ricordi e rivisita il proprio passato, mettendosi su un treno per Kiev e andare là a ricercare la donna che fu il suo primo amore, quello più grande e mai confessato, mai dimenticato. Alle calcagna la nipote Adele, una ragazza abituata a vivere alla giornata e certo non interessata alle storie del passato. Non si tratta soltanto della storia personale, anche la Storia reclama una rivisitazione: vi sono delle radici, vive, che vanno comprese e conservate, c’è una tragedia chiusa nel passato e ancora ben viva nel tempo presente. Sarà per la ragazza una lezione difficilmente dimenticabile, di sentimenti e di memoria. Durata 107 minuti. (F.lli Marx sala Harpo)