Il piacere della lettura diventa occasione d’incontro che abbraccia letteratura, arte, musica, danza e territorio. Si svolge al Foro Boario di Nizza Monferrato, sabato 11 e domenica 12 novembre, la 6/a edizione di ‘Libri In Nizza’
INCONTRI CULTURALI CON SCRITTORI, AUTORI, GIORNALISTI

La rassegna di incontri culturali quest’anno è dedicata a narrare ‘meraviglie di parole, suoni, colori, gesti’. Una formula rinnovata rispetto alle tradizionali rassegne di libri, per capire e far capire quante cose contiene un libro e quanto ne fa immaginare e creare. Due giornate di dialoghi e riflessioni sulla letteratura e sull’arte contemporanea, alternate da musica, danza e immagini, che hanno come palcoscenico il centro storico della città di Nizza Monferrato, immersa della core zone Unesco per i paesaggi vitivinicoli. Autori e autrici di romanzi, filosofi e critici, giornalisti, casi letterari e web writers raccontano al pubblico storie, suggestioni e sentimenti che si trasformano in romanzo, teatro, disegni, musica, balletto. Diciotto sono gli scrittori, giornalisti, artisti chiamati a riflettere, attraverso le loro opere, l’evoluzione della cultura e dell’arte nella contemporaneità. Nella città del Nizza docg arriveranno, tra gli altri, Nicola Lagioia, Matteo Strukul, Veronica Pivetti, Maurizio Molinari, Stefano Zecchi, Luigi Piccatto, Laura Calosso e giovani scrittori nati dal web e amati dai teenagers come Antonio Dikele Distefano e Francesco Sole. ‘Libri In Nizza’ inizia sabato 11 novembre, alle ore 9.30 con il saluto degli amministratori e con l’Evento Arte, coordinato da Laura Botto Chiarlo. Il presidente dell’associazione Architettura Paesaggio Piemonte, Ferruccio Capitani e il critico e curatore artistico Fortunato D’Amico parlano di ‘culture e visioni tra cielo e terra nell’arte e nel paesaggio’. Il filosofo Stefano Zecchi, già docente di Estetica all’Università degli Studi di Milano, intervistato dalla giornalista di Panorama Stefania Berbenni, illustra l’eterno desiderio di piacere e voluttà contenuto nel suo ultimo libro “Il lusso” (Mondadori). Il presidente e Ceo di Aurora Penne, Cesare Verona, partendo dal marchio più classico e raffinato delle penne stilografiche, esalta l’arte antica della scrittura. Il responsabile editoriale di Giorgio Mondadori-Cairo Publishing Carlo Motta presenta il catalogo e la mostra ‘Il ciclo dei Chakra’ di Federica Oddone, in arte Feofeo nella sala del Foro Boario. Il fotografo e autore di libri di viaggi Sergio Ardissone, che con la sua Nikon ha fotografato gente di tutto il mondo, è presente con la mostra ‘Burma: la luce del Buddha’. Il giovane illustratore Gabriele Sanzo, autore della fantasiosa immagine del programma di questa edizione, propone 27 opere in legno dal titolo enigmatico ‘Prosopagnosia’ ed Elio Garis, designer, ceramista e pittore descriverà le sue sculture esposte a Palazzo Crova nell’ambito di ‘Art’900 – Collezione Davide Lajolo’. Come tutti gli anni, l’Accademia di Cultura nicese l’Erca espone preziosi documenti e testi storici e, novità di quest’anno, anche il costume settecentesco della baronessina Crova, protagonista di uno spettacolo teatrale rappresentato quest’estate nei giardini di Palazzo Crova. Alle ore 15:00 la scuola di danza di Arianna Rota debutta con la coreografia ‘Sherazade’ e le tavole disegnate da Cinzia Ghigliano, che ha illustrato l’ultima edizione della fiaba ‘Le mille e una notte’ (Donzelli). Il romanzo del giovane scrittore Antonio Dikele Distefano “Chi sta male non lo dice” (Mondadori) offre uno spaccato interessante e coinvolgente del mondo giovanile, con la partecipazione degli studenti delle scuole superiori di Nizza che hanno fatto un laboratorio di lettura sul suo romanzo. I fumetti diventano protagonisti con l’ultimo lavoro di Luigi Piccatto, presentato dal direttore di Sergio Bonelli Editore Michele Masiero,“Dylan Dog, la quinta stagione”. Un’altra novità di quest’anno è la lettura di un racconto inedito “Mirabilia”, che la scrittrice Laura Calosso, autrice de “La stoffa delle donne” (Sem), ha scritto appositamente per la manifestazione, avvalendosi delle immagini di Franco Rabino, con musiche di Andrea Passarino. Sarà presente anche l’attrice Veronica Pivetti, nota al grande pubblico, che ha scritto “Mai all’altezza” (Mondadori), un libro ironico e autoironico sul senso dell’esistenza. Il direttore del quotidiano La Stampa, Maurizio Molinari con “Il ritorno delle tribù” (Rizzoli) offre chiavi di lettura delle crisi a livello mondiale di estrema attualità.

Domenica 12 novembre, alle ore 15 viene replicato il balletto ‘Sherazade’, al quale segue il giovane poeta del web Francesco Sole con il suo libro “Ti voglio bene” (Mondadori) in un reading-concerto accompagnato dal pianista Massimo D’Alessio. Lo scrittore Matteo Strukul, Premio Bancarella 2017 per il caso editoriale della quadrilogia “I Medici” (Newton Compton) presenta l’ultimo volume della saga “La decadenza di una dinastia”. In collaborazione con la Biblioteca di Asti, Roberta Bellesini introduce con letture di Silvia Chiarle il libro di Giorgio Faletti, “L’ultimo giorno di sole” (Baldini e Castoldi), che è anche uno spettacolo teatrale interpretato da Chiara Buratti. Conclude la manifestazione lo scrittore, Premio Strega 2015, Nicola Lagioia con “La Ferocia”, ora direttore dell’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, con il vicepresidente del Salone Internazionale del Libro Mario Montalcini, intervistati dal giornalista Gabriele Ferraris. Nel corso dei due pomeriggi sono proiettati spezzoni del videoracconto “Rajasthan: l’India dei Maharaja” del fotografo Sergio Ardissone. Come già nelle edizioni precedenti, a tutti gli autori viene fatto omaggio di un ritratto disegnato da Stefano Ferrero. Nella Sala delle Case editrici sono esposti i libri di Frilli, L’Araba Fenice, Grappolo di libri, Claudio Cerrato, Astigiani, Astilibri, Libridea. Inoltre c’e’ il laboratorio “Dimostrazioni di stampa” a cura del Museo Civico di Stampa di Mondovì (Cn) e la Libreria Bernini. Tornano i laboratori didattici per gli studenti, alcuni guidati da Luca Mesini sul disegno e la tecnologia, altri da Giovanni Del Ponte e Daniele Nicastro, sulla passione per la scrittura e le strategie per creare una storia. Fulvio Gatti e Gino Vercelli presentano il tema della differenza nel cinema e nei fumetti, mentre Nicastro affronta con “Grande” (Grappoli di Libri) i temi relativi alla legalità.
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Libri in Nizza è organizzata dal Comune di Nizza Monferrato con la Biblioteca civica ‘Umberto Eco’ su progetto di Laurana Lajolo, presidente dell’Associazione culturale Davide Lajolo, con il patrocinio di Regione Piemonte, Associazione Paesaggi vitivinicoli Langhe-Roero e Monferrato, Provincia di Asti e di ‘150 anni LA STAMPA’ e si avvale della collaborazione di Astesana, l’Associazione Pro loco di Nizza, Enoteca Regionale di Nizza, Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato. Sponsor le aziende Michele Chiarlo e Berta Distillerie.
Tutti i partecipanti possono usufruire di prezzi convenzionati nei ristoranti della città.
onesta e dritta”, un percorso narrativo attraverso le migrazioni contemporanee, una “multibiografia” che guarda ad altri esseri umani con diverso linguaggio da quello dell’album che era stato Premio Tenco nel 2007. Da quel volumetto nasce oggi uno spettacolo teatrale, prodotto dallo Stabile torinese e da Fuorivia, con gli apporti di Marco Revelli e Alessandra Ballerini, sulla scena un monologante Giuseppe Cederna, narratore pronto a rivestirsi dei consumati abiti altrui, con la regia di Giorgio Gallione e il desiderio di entrambi di dare corpo e anima alle tante voci (repliche sino a domenica sul palcoscenico del Gobetti), uno sfoglio di libro che estrae alcuni dei vinti e dei naufraghi che hanno attraversato il mare. Una scena (di Lorenza Gioberti) pressoché spoglia, tre sedie più volte spostate e tre lampadine che scendono dall’alto a illuminare fievolmente i differenti angoli, un cumulo di pietre su cui sono scritti nomi e provenienze, identificati e no, un fuoco che immediatamente si spegne, un rivolo d’acqua e una barchetta di carta, la voce del cantautore e della sua musica, di tanto in tanto. Immagini a descrivere la spina del nostro tempo, la tragedia, le tragedie, le cifre sono lì a parlare. Invisibile ma presente, la porta a Lampedusa di Mimmo Paladino che guarda all’Europa, a riempire gli sguardi e l’accoglienza. Escono dal testo la ragazza, una prostituta, che infreddolita cammina verso la
stazione ed è umanamente accolta su di un’auto, c’è Tinochika detto Tino che in quel lungo tratto di mare attraversato s’è legato agli occhi di una donna che occupa il più ristretto spazio all’interno della traballante carretta, ci sono i giovani delle primavere arabe o quelli che fuggono dalle guerre africane, ci sono gli stupri e le violenze, i racconti delle carceri, delle percosse. Ci sono nello spettacolo i sentimenti e la passione, c’è l’assoluta certezza – senza vie di fuga che potrebbero suonare negative – della filosofia della “porta sempre aperta”, c’è la pietas degli antichi miti che da sempre hanno trovato spazio nel mare grande del Mediterraneo, c’è il vibrare accorato delle parole, c’è l’affetto incondizionato e la generale disponibilità, senza distinzione: e allora, al di là degli applausi che completano la serata, tutto sembra avere la faccia di un’occasione quasi doverosa, di un qualcosa che è necessario (e accomodante) dire nel contesto storico in cui viviamo; tutto nell’operato di un regista come Gallione che cerca di animare un po’ stancamente le azioni e nella voce di quel veritiero e sincero interprete che è Cederna (nessuno ne vuole discutere) finisce con rivelarsi come rivisitazione a binario unico e pura letteratura.
FINO AL 18 FEBBRAIO
fino al 1939, anno precedente la morte) alla Società Promotrice di Belle Arti, andò gradualmente affermandosi nella nutrita e non facile scena artistica torinese, confrontandosi puntigliosamente con artisti del calibro di un Lorenzo Delleani o di un Leonardo Bistolfi e di un Giovanni Guarlotti. Pittore particolarmente amato dalla nobiltà e dalla buona borghesia sabauda, Luigi Serralunga partecipò anche alle Quadriennali torinesi del 1923 e del 1928, oltreché alle rassegne organizzate sempre a Torino dalla Società d’Incoraggiamento alle Belle Arti, nell’ambito del Circolo degli Artisti, e dalla Società Amici dell’Arte, come testimoniano le cronache artistiche del tempo, a firma di Emilio Zanzi, critico della “Gazzetta del Popolo” e della rivista “Emporium”. Apprezzato pittore, Serralunga fu inoltre valente maestro di giovani (allora) promesse dell’arte, come Mattia Moreni e soprattutto Ettore Fico, suo vero “pupillo” ed “erede morale e pittorico della sua opera”, al punto che un buon numero di suoi dipinti sono oggi confluiti nella stessa Fondazione Ettore Fico. E qui il cerchio si chiude. E’ infatti proprio sotto la direzione artistica del MEF – Museo Ettore Fico, in collaborazione con Ordine Mauriziano e Reverse Agency, che nasce la grande antologica di Stupinigi (un’ottantina le opere esposte), curata da Andrea Busto e prima iniziativa in assoluto del Sistema Cultura Nichelino. Un primo passo, per una collaborazione che si auspica possa procedere ed evolversi nel tempo. Luogo espositivo ideale e di forte suggestione, gli ampi spazi delle Cucine Reali della Palazzina. Qui l’itinerario si snoda fra i temi più cari al pittore,
in linea con una poetica che “incarna i dettami della tradizione tardo-simbolista, contaminata dalle suggestioni provenienti dalla grande stagione della pittura figurativa ottocentesca”. Ecco allora i “ritratti”, soprattutto di nobildonne ed esponenti della ricca borghesia torinese (ma in parete c’è anche, datato 1907, un interessante e vigoroso “Ritratto di Orsola”corpulenta donna di servizio che Serralunga fissa con evidente e bonaria simpatia e una bimba in “Preghiera” del 1913 che è un autentico soffio di delicata poesia); e poi i “nudi” (il “Nudo su fondo rosso” del 1910 e “Specchio e piumino” fine anni Venti, quadri in cui l’influenza di Giacomo Grosso – per certa opacità e velatura del segno, così come per la stessa postura delle figure ritratte – si fa sentire con evidenza, a tratti fin troppo marcata come nel sensuale “Nudo disteso” del 1916); per terminare con vigorose “nature morte” e con altrettanto robuste e mosse “scene di caccia” ( esemplare la “Lotta di cani con un cinghiale” del 1915). Altro dato interessante della mostra, in modo particolare rispetto ai “nudi” e ai “ritratti”, é l’accostamento dei quadri alle copie di foto originali (stampe a sali d’argento) eseguite dallo stesso pittore e successivamente elaborate al
cavalletto. Dipinto e foto della stessa modella in posa raccontano in fondo di quanto l’ispirazione, l’istinto e la visionarietà dell’artista possano tradursi, alla resa dei conti, in “narrati” parzialmente o assolutamente diversi dalla realtà cristallizzata in un semplice scatto fotografico. Esempio eclatante, la grande “Lea”, olio su tela del ’32, “modella di lusso” come lei stessa amava definirsi. Certo non più giovane ma con classe da vendere. Rossetto sgargiante e smalto alle unghie, sontuoso abito scuro, portamento sofisticato e altero, dalla fierezza aristocratica nella posa fotografica; pensierosa e sobria, avvolta in una semplicissima tunica nera priva di orpelli e ornamenti che dir si voglia nell’opera pittorica. Atmosfera di silente e malinconica riflessione, il quadro fu acquisito dalla Gam nel 1942, dopo la mostra postuma organizzata dagli amici di Serralunga al Circolo degli Artisti e accompagnata da una commossa presentazione di Giovanni Guarlotti.
arrotondato e su altri materiali, eterogenei quanto effimeri, come il fumo; volti che declamano testi solitamente poetici utilizzando un linguaggio criptico e che sono a tutti gli effetti apparizioni proiettate su degli oggetti con presenza scultorea.
Nella lunga intervista presente in catalogo, Paolo Colombo ragiona insieme a Tony Oursler su numerosi aspetti della sua collezione e del suo agire artistico anche in relazione ai dipinti di Rol, alcuni dei quali pare si animassero, come quel paesaggio con un uomo lungo la strada che capitava si spostasse in punti diversi del dipinto nel corso del tempo. “Quella storia per me è stata la chiave del progetto: l’immagine in movimento. Si lega al balzo tecnologico e la tecnologia è il trauma contemporaneo a cui faccio riferimento […] : l’essere umano contro la macchina” – sostiene Oursler. Un trauma che dialoga con gli eventi drammatici raccontati negli ex voto presenti al Santuario della Consolata di Torino, fonte di ispirazione per gli ultimi lavori di Tony Oursler, realizzati appositamente per questa mostra. “In questa serie, manualità e uso dei macchinari vanno di pari passo. Passo così tanto tempo davanti a un computer che mi piace davvero poter dipingere o comunque poter fare qualcosa di manuale […]. Negli ex voto più antichi si vedono i guai provocati dai primi fallimenti tecnologici, bombe, scontri automobilistici. Uno, che amo particolarmente, mostra un uomo che rischia di essere maciullato perché i suoi vestiti sono rimasti incastrati in un ingranaggio. Da qui c’è un salto, ed ecco le mie nuove opere e i nostri traumi odierni: intelligenza artificiale, scorie radioattive, pensiero magico, […].
Per il fine settimana dell’arte contemporanea le OGR – Officine Grandi Riparazioni di Torino hanno accolto 9.946 persone


parte per sedersi a fiato corto nel seguito con buone zone di noia. Si scomoda Shakespeare, si camuffano brevi suoi brani, si va a finire negli insegnamenti e nella signorilità dell’uno (ah! i ringraziamenti, anche quelli, diceva un vecchio autore e regista teatrale scomparso, Aldo Trionfo, di cui nessuno si ricorda più) confrontati con il naïf che è ben ancorato nel cuore di Andrew, si contorna il tutto con figurine più riuscite altre decisamente no (la fidanzatina ventinovenne e vergine, avversa al sesso prematrimoniale, che prova a essere Ofelia), si condisce il tutto con un dialogo che dovrebbe sfavillare ma che a tratti s’ammoscia e non trova la strada del più schietto e allargato divertimento. E anche la regia di Alessandro Benvenuti la si vorrebbe più tagliente e cattiva, più corrosiva nel fronteggiare due mondi lontani anni luce e invece è lì più a inquadrare e a rincorrere il piccolo effetto del momento. Ugo Pagliai “porge” con eleganza le proprie battute e gigioneggia e sbevacchia meno – crediamo – di quanto non facesse il suo Barrymore, Paola Gassman trova, come uscendo da un altro testo, un angolo di ricordi e di danza con il reduce di una lontana avventura, Annalisa Favetti centra in pieno la sua agente e la sorpresona Guglielmo Favilla a tratti mette in ombra tutti quanti nell’irruenza senza tregua del suo regista imbonitore. E poi c’è lui, Gabriel Garko, che tutti aspettano al varco, un attore su cui persino Ronconi un giorno volle
scommettere, assieme a Zeffirelli e Ozpetek. È il suo testo, quello che pare scritto apposta per lui, divetto televisivo prestato al palcoscenico, lo ha ammesso: e allora godiamocelo così come è, con i suoi inciampi, con la sua dizione rattoppata, con la sua s imperfetta, con i vuoti non riempiti quando ascolta i colleghi con le loro battute, con la sua unica espressione, con quei tentativi di salire il primo gradino della recitazione. L’importante è partecipare, diceva quel tale: tanto poi magari dietro l’angolo c’è un’altra bella (ed economicamente corroborante) serie di Canale Cinque ad aspettarlo, fatta di onori rispetti peccati e vergogne. Qui c’è già un bel coraggio ad autoironizzarsi, a scendere in pista.

doppia ribellione, con una stretta napoletaneità, con un linguaggio esasperato, con un gesticolare plateale, con le voci alte, gettate l’una contro la faccia dell’altro: mentre poi ha asciugato parole e gesti verso i territori della conciliazione, della tranquillità, della famiglia salvaguardata, in un percorso dove ogni sconquasso poco a poco si rimette al proprio posto, rallentandosi i tempi, le azioni, le voci. Sino al quadro finale. Una regia che non si pone soltanto al servizio “freddo” del testo e della volontà dell’autore, ma che butta là una personalissima cifra, ovvero non ancorando la vicenda agli anni dell’immediato dopoguerra, sino a schiacciarla, ma lasciandola venire un po’ più verso di noi, senza troppe ristrettezze. Con i più giovani attori, che pur con qualche inciampo rientrano appieno nel successo dello spettacolo, non possono passare senza citazione le prove di Mimmo Mignemi, uomo tuttofare di Soriano da sempre, che sfugge a tratti dal partenopeo per tradire origini siciliane, e soprattutto di Nunzia Schiano, “salvata” da Filumena, pure lei a squadernare un passato fatto di sacrifici e un presente dove per i figli non c’è più posto (bravissima: del resto, basterebbe ricordarla come madre di Siani in “Benvenuti al Sud”, pronta a sfornare per colazione strani sanguinacci ad un Bisio quantomai sconcertato e recalcitrante).
Sarà inaugurata il 6 novembre Torino: vedute d’insieme, una mostra diffusa e ricca di iniziative che si svilupperà in diverse date in varie sedi – Polo del ‘900, Palazzo Birago-Camera di commercio di Torino, Biblioteca Civica Centrale, Biblioteca Civica Musicale “Andrea Della Corte” –
dell’economia del Bel Paese. Un’avventura e un’eredità esemplari, omaggiate come si deve dalla suggestiva mostra “Cinzano: da Torino al mondo”, organizzata, proprio per festeggiare i 260 anni di storia e di eccellenza del marchio, lungo il Corridoio della Camera Italiana del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino in piazza Carlo Alberto, fino al 14 gennaio. Curata da un Comitato Scientifico di storici e docenti italiani di altissima levatura e coordinata da Paolo Cavallo, responsabile degli archivi storici della società, la Cinzano rende così disponibile al pubblico, dopo circa vent’anni, alcune delle sue più celebri illustrazioni, insieme a 26 manifesti d’epoca,
documenti, fotografie seppiate, bottiglie e oggettistica promozionale vintage. Sono tre le sezioni tematiche in cui si snoda l’iter espositivo: la comunicazione pubblicitaria, la storia del marchio (dalle origini al consolidamento internazionale) e le collezioni di oggetti storici del mondo bar, dalle targhe promozionali ai vassoi, dai bicchieri e dagli shaker fino alle più antiche bottiglie, alcune pesantemente segnate dall’incedere del tempo risalenti all’Ottocento. Secolo in cui avviene il vero salto di qualità (da attività artigianale a conduzione famigliare, a grande impresa industriale) con Francesco I e Francesco II Cinzano; grazie soprattutto a un’intelligente e lungimirante strategia
pubblicitaria – che vanta collaborazioni con grandi artisti dell’epoca, da Adolf Hohenstein a Leonetto Cappiello (sua l’immagine guida della mostra, la “Donna adagiata su grappoli d’uva”), da Nico Edel a Raymond Savignac, da Jean-Pierre Otth a Giuseppe Magagnoli – ma anche al lavoro di infaticabili viaggiatori di commercio (come Giuseppe Lampiano, autore del libro “Attraverso il mondo” edito nel 1934 con dedica ad Alberto Marone Cinzano, e i fratelli Carpaneto, che già a inizi Novecento erano riusciti a portare i prodotti Cinzano in oltre 50 Paesi del mondo, fra Europa, Amerca Latina e Africa. E il viaggio, da allora, continua. Inarrestabile, ovunque nel mondo. Negli Anni ’60, quelli del boom economico (quando le campagne pubblicitarie portano la firma, fra gli altri, di Guido Crepax e nei
Caroselli tv hanno il viso di Pel di Carota – Rita Pavone) sono ben 65 le filiali Cinzano sparse in cinque continenti. Per arrivarci, bisogna però fare ancora un passo indietro e passare attraverso le “prime bollicine”, comparse nel 1866 quando Francesco II Cinzano riesce ad ottenere in affitto la tenuta reale del Moscatello in terra di Langa, dove nella prima metà dell’ ‘800 re Carlo Alberto aveva avviato la costruzione di un formidabile complesso di cantine sotterranee e messo in piedi un laboratorio per la sperimentazione sulle uve locali del metodo “champenois”. L’opera non venne mai portata a termine. Ma nel 1887 (tre anni dopo la partecipazione alla grande Esposizione Generale Italiana tenuta a Torino), ormai famoso per i suoi vermouth prodotti sotto la Mole, Francesco Cinzano, nei moderni stabilimenti di Santa Vittoria d’Alba e Santo Stefano Belbo – costruiti per soddisfare una domanda sempre in aumento – inizia a produrre su vasta scala vermouth, barolo, barbera e moscato, “specialmente perfezionati – si legge in documenti del tempo- e ridotti a squisiti vini spumanti, che cominciarono ad acquistare