Ben 130 opere, quasi tutti olii di grande formato, prestate dalla Fundaciò Pilar i Joan Mirò di Maiorca per illustrare l’attività del maestro catalano in un lungo periodo che corre tra gli anni 1956 e 1983, l’anno della sua morte, novantenne. Un lungo periodo legato alla tranquillità della “sua” isola, l’isola della madre e dei nonni materni, una grande casa immersa in una natura protettiva, un luogo dove concretizzare il desiderio di dipingere in uno spazio tutto suo, nel silenzio, la compagnia dei soggetti che più il maestro aveva amato, le donne, gli uccelli, i paesaggi. Le ultime prove, sino ai colori abbandonati accanto alla tavolozza, quelle della pittura più materica, i quadri “fatti con le dita e dal colore steso con i pugni spalmando gli impasti su compensato, cartone e materiali di riciclo”. Joan Mirò – una mostra cui con facilità s’avvicinato i termini “sogno e colore”, Mirò poeta e artefice della trasgressione.

130 opere, la dimostrazione dell’idea che l’artista portò avanti per tutta la vita circa la vitalità del proprio lavoro: ovvero una parte reclamata per se stesso, un soffio che s’avvicina ad un monologo interiore, ed una pubblica, forse persino più desiderata, colloquiante con il pubblico. Un percorso che attraversa le sale di palazzo Chiablese (sino al prossimo14 gennaio) suddividendosi in cinque sezioni,
“Radici”, “Principali influenze artistiche di Mirò”, “Maiorca, gli ambienti in cui creava”, “La metamorfosi plastica (1956 – 1981)”, “Vocabolario di forme”. Partendo quindi da un legame spirituale che l’artista instaura con la natura, intravedendo l’importanza delle culture primitive e della pittura rupestre, la purezza di linee che affonda nei dipinti preistorici, la visione delle costruzioni dell’isola di Pasqua e le opere dell’arte precolombiana, il vasto campo degli affreschi romanici della sua Catalogna. Non ultima l’importanza della figura di Antonio Gaudì nel proprio universo artistico. E ancora lo spazio che la poesia viene ad occupare nell’intera produzione, il predominio delle parole, delle iscrizioni e dei segni utili a stabilire la magia che sfocia in complessi significati e in sorprendenti catene d’associazioni; o ancora quello occupato dalla pittura astratta americana, l’uso del colore inteso come esplosione è uno dei tanti legami.
Il tutto ricreato nell’ampio spazio – in mostra in parte rappresentato – affidato all’amico architetto Josep Lluis Sert o nella grande casa settecentesca, Son Poter, in cui possono anche trovar posto via via la ceramica, come l’incisione e la litografia, la scultura monumentale e le opere più grandi, o la sperimentazione che abbraccia graffiti, statuette di arte popolare, cartoline, ritagli di giornale, sassi, conchiglie e altro ancora. Un angolo di espressione e di tranquillità in cui ancora Mirò può dedicarsi a rivedere le proprie opere degli anni Quaranta e Cinquanta e a ricavarne nuove suggestioni, può confrontarsi con l’arte orientale, può sperimentare quel nuovo gesto innalzato e acuito nella propria espressività: per abbandonarsi, al termine di una vita, a cieli stellati, a nude linee femminili, a personaggi ibridi in opere costellate da teste, occhi e uccelli, ineguagliabili espressioni di libertà.
“Mirò. Sogno e colore”, che riapre forse a Torino la stagione delle grandi mostre – ricordando soltanto l’involucro di palazzo Chiablese ritornano alla memoria la Lempicka, Matisse e Toulouse-Lautrec -, vede la collaborazione del Gruppo Arthemisia e il sostegno della Regione Piemonte e della Città di Torino, “offrendosi come momento per rinnovare un confronto attivo tra i Musei Reali e le amministrazioni del territorio”, come ha sottolineato Enrica Pagella, direttrice dei Musei Reali torinesi.
Elio Rabbione
Le immagini:
Mirò 1
Joan Mirò, Untitled, 1974 ca, acrylic on canvas, 162,5×130,5, © Successiò Mirò by SIAE 2017, Archive Fundaciò Pilar i Joan Mirò a Mallorca, foto: Joan Ramòn Bonet & David Bonet
Mirò 3
Joan Mirò, Femme danno la rue, 1973, oil on canvas, 95×130, © Successiò Mirò by SIAE 2017, Archive Fundaciò Pilar i Joan Mirò a Mallorca, foto: Joan Ramòn Bonet & David Bonet
Mirò 4
Joan Mirò, Maqueta para Gaudì X / Maquette for Gaudì X, 1975 ca, gouache, ink, pencil, pastel and collage on paper, 30,2×25,2, © Successiò Mirò by SIAE 2017, Archive Fundaciò Pilar i Joan Mirò a Mallorca, foto: Joan Ramòn Bonet & David Bonet
Mirò 2
Joan Mirò, Untitled, 1968-72, oil, acrylic, charcoal and chalk on canvas, 130,6×195,5, © Successiò Mirò by SIAE 2017, Archive Fundaciò Pilar i Joan Mirò a Mallorca, foto: Joan Ramòn Bonet & David Bonet
Le poesie di Alessia Savoini
Martedì 10 ottobre, alle ore 19, il Regio inaugura la Stagione 2017-2018 con Tristano e Isotta di Richard Wagner. Gianandrea Noseda, sul podio dell’Orchestra e Coro del Teatro Regio, interpreta per la prima volta la partitura simbolo di tutta la produzione wagneriana.
Bayerische Staatsoper. Isotta sarà Rachel Nicholls, soprano inglese con all’attivo collaborazioni con Valery Gergiev, John Eliot Gardiner e Colin Davis. Scene e costumi di questo allestimento sono di Christian Schmidt e le luci di Jürgen Hoffmann. Assistente di Claus Guth è Arturo Gama. Il Coro del Teatro Regio è istruito da Claudio Fenoglio. 
a volte ci costringono a credere i programmi scolastici, bauli pieni di polvere e di messaggi ormai troppo slabbrati, ma al contrario possano riportare all’oggi la concretezza di certi sviluppi drammaturgici, il divertimento che ne nasce, l’attualità che concetti e avventure, sentimenti e ritrovamenti, personaggi appartenuti a classi sociali diverse si portano appresso, non esclusa una serpeggiante carica erotica che rientra appieno nel nostro quotidiano. 




che, sin dalla sua apertura nel 2008, si trova in Palazzo Mazzonis, elegante edificio di via San Domenico costruito alla fine del XVII secolo. Il palazzo prende il nome dalla nobile famiglia che, dopo una serie di passaggi di proprietà, lo acquisì nel 1870. Il cavaliere Paolo Mazzonis, oltre a farne la sua residenza privata, impiegò alcune stanze del palazzo come uffici di rappresentanza della sua industria tessile. Con la cessazione delle attività della Manifattura Mazzonis nel 1968, il palazzo è rimasto inutilizzato sino al 1980, quando il comune di Torino lo ha acquistato ed ha avviato importanti lavori di restauro. Grazie a tali interventi è stato possibile recuperare le cornici in stucco e gli affreschi del piano nobile dell’edificio, che oggi dialogano con le opere asiatiche esposte nelle sale.
La visita del museo ha inizio al piano terreno dove, oltre ad uno spazio riservato alle mostre temporanee, c’è un piccolo e grazioso giardino coperto che, concepito seguendo i principi della cultura giapponese, trasmette una immediata sensazione di pace e armonia. Al piano nobile dell’edificio sono invece raccolte le opere che raccontano le tradizioni, le religioni e le culture delle popolazioni dell’Asia meridionale, del sud-est asiatico, della Cina e del Giappone. La scoperta della cultura giapponese continua al secondo piano dove, oltre alle preziose armature dei Samurai, è presente la ricostruzione di una tradizionale stanza da tè e sono raccolti numerosi kakemono, vale a dire dipinti e calligrafie realizzati su rotoli destinati ad essere appesi. Attraversando le sale al terzo piano di Palazzo Mazzonis si compie un viaggio nella regione Himalayana, mentre l’ultimo piano del museo racconta i paesi islamici attraverso preziosi volumi, tessuti, tappeti, bronzi, vasi e piastrelle ornamentali dai colori sgargianti.
certamente la scultura rappresentante il Kongo Rikishi, uno dei guardiani chiamati a vegliare l’ingresso dei monasteri buddisti. Proveniente dal Giappone, è stata realizzata nella seconda metà del XIII secolo in legno di cipresso dipinto e, con la base di roccia su cui poggia, supera i due metri di altezza. Oltre alla sua notevole imponenza, il Kongo Rikishi colpisce per il brutto aspetto che, quasi automaticamente, spinge noi occidentali a ritenere che si tratti di una figura cattiva ma, come spesso accade, l’apparenza inganna. Percorrendo le sale del museo si scopre infatti che, non solo a questo guardiano, ma a molte divinità del mondo orientale che hanno tratti lontani dal canone di bellezza dell’occidente sono riconosciute funzioni positive. In altre parole, ciò che è diverso e brutto non necessariamente è anche cattivo: questa è solo uno dei numerosi e saggi insegnamenti che la visita al MAO è in grado di regalare a chiunque abbia voglia di spingersi oltre i confini. 