Tra le iniziative che a Torino affiancano il Bocuse d’Or 2018 spicca la mostra “Doppio Senso, visioni e inalazioni eno-culinarie” promossa dal Mùses, Accademia Europea delle Essenze e dal Miaao (Museo delle arti applicate) in occasione del concorso mondiale di alta cucina, il Bocuse d’Or voluto dal padre della Nouvelle Cuisine francese Paul Bocuse, scomparso di recente. A Torino, in questi giorni, si sfidano, in una gara eno-gastronomica, i migliori giovani cuochi a livello internazionale. L’esposizione, che fa da contorno al piatto forte della competizione mondiale, è allestita nella Galleria Sottana del Miaao, nel complesso della chiesa di San Filippo Neri, in via Maria
Vittoria 5 e al Mùses, nel Palazzo Taffini d’Acceglio di Savigliano. I visitatori si trovano di fronte a una mostra del tutto originale dove il Doppio Senso del titolo fa riferimento a quadri, disegni, oggetti e profumi, tutti rigorosamente ispirati al cibo e al vino e diretti a stimolare i sensi della vista e dell’olfatto
dei visitatori. Due sono le sezioni della rassegna: nella prima, appese ai muri dello spazio-mostre, le opere di sei artisti e designer piemontesi sui temi dell’enogastronomia e della profumeria tra gusti, odori e fetori. L’altra sezione dell’esposizione, dedicata alle “inalazioni”, consiste nell’installazione su alcuni tavoli di una serie di “olfattori”, contenitori in vetro di Murano con profumi “gourmand”, con essenze “appetitose”, maschili e femminili, a disposizione dell’olfatto del pubblico. I sei artisti provengono da tutto il Piemonte e sono Luisa Bocchietto dal biellese, Corrado Bonomi dal novarese,
Franco Giletta dal cuneese, Titti Garelli dal torinese, Plinio Martelli e Roberto Necco. Bonomi, per esempio, presenta scatole di latta vuote in cui ha dipinto a olio pescioni policromi e figurine di fatine che giocano tra salami e bollicine di spumante. Giletta ha realizzato i ritratti di Paul Bocuse e di Gualtiero Marchesi, i due grandi maestri della cucina francese
e italiana, da poco scomparsi mentre Titti Garelli ha messo in mostra Regine neogotiche adatte al contesto come la regina delle More, la regina Barola e la regina Moscatella. Luisa Bocchietto espone il suo profumo B-Sex dagli aromi “carnali” e il disegnatore Roberto Necco ha messo in sala l’originale installazione sonora “No taste, no smell” con tracce audio registrate nella cucina del ristorante torinese Del Cambio per suggerire che ciò che si sente può magari stimolare l’appetito. La mostra “Doppio Senso” ideata da Umberto Pecchini (Associazione Le Terre dei Savoia) con Enzo Biffi Gentili, direttore del Miaao di Torino, è aperta al pubblico in San Filippo Neri, via Maria Vittoria 5 a Torino fino al 17 giugno e nel Palazzo Taffini a Savigliano dal 21 giugno al 30 settembre.
Filippo Re





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dislocati in città celebrerà l’ottava l’arte attraverso un centinaio di mostre ed eventi collaterali fra i più vari ed eterogenei. Al MEF, sono 160 gli scatti a firma di Michals, in una rassegna curata da Enrica Viganò e organizzata in collaborazione con la Fundacion Mapfre di Madrid secondo un percorso espositivo articolato in una decina di sezioni che documentano le diverse modalità espressive gradualmente elaborate dall’artista, insieme alle diverse “serie” realizzate nel tempo su specifici argomenti. Il percorso è lungo. Si parte dal 1958 con una selezione di ritratti realizzati durante una vacanza nell’ex-Unione Sovietica che lo avvicinano con tale entusiasmo al mondo della fotografia da indurlo ad abbandonare, al suo ritorno in patria, il lavoro di grafico per abbracciare in toto la carriera di fotografo. In toto e sempre in piena libertà, nonostante le collaborazioni che subito gli arrivano come free lance da riviste importanti quali “Esquire”, “Mademoiselle” e “Vogue”. Le prime fondamentali sperimentazioni – sulle orme fantasiose e surreali di maestri e mostri sacri dell’arte, incontrati e ritratti, come Magritte, De Chirico e Balthus – iniziano a metà anni Sessanta, con la
collezione “Empty New York”, ispirata a Eugène Atget e tesa a rappresentare la città vuota e silenziosa di una domenica mattina (“Ciò che non posso vedere – scrive – è infinitamente più importante di quello che posso vedere”), per continuare con quelle geniali “Sequenze” che forse gli hanno dato la maggior fama e cui arrivò proprio“per superare la frustrazione del fermo immagine”, accompagnandole successivamente a testi manoscritti, attraverso i quali esprimere ciò che non è visto in foto (posizioni politiche o di critica sociale, ad esempio) ma che va assolutamente raccontato e condiviso. Gioco. Ironia. Sperimentazioni che continuano e si riproducono in un valzer infinito. Fino ad arrivare, negli ultimi anni, alle “Fotografie dipinte”, alla reinterpretazione dei vecchi ferrotipi acquistati nei mercatini di strada, in cui Michals sovrappone segni e parole disegnate nell’olio: celebre il “Rigamarole” del 2012. In rassegna anche le ultime opere dell’artista
in formato video-cortometraggio, insieme a documenti, disegni originali o modelli di libri mai presentati in precedenza, così come una biografia illustrata. E, in chiusura, il “Lavoro su commissione”, portato avanti sempre con grande determinazione per mantenere viva la libertà della ricerca personale: ritratti di personalità del mondo dello spettacolo e della cultura (singolare quello con testo manoscritto realizzato all’inventore del Reade-Maede, Marcel Duchamp) fino alle riprese fotografiche – su commissione ufficiale del governo messicano – dei Giochi Olimpici del ’68 a Città del Messico e alla copertina dell’album “Synchronicity” dei Police datato ’83. Per ogni opera, il rifiuto convinto delle snaturanti e impersonali strategie di mercato. E di qui anche la caratteristica, oggi molto rara, del piccolo formato adottato per le sue fotografie. Del resto, afferma ancora Michals: “Non mi interessa la stampa perfetta. Mi interessa un’idea perfetta. Idee perfette sopravvivono a stampe scadenti e a riproduzioni economiche. Possono cambiare le nostre vite”.
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“condotto fino alla cosciente violazione di ogni norma tecnica”. Sostenuto in ciò dai frequenti contatti con artisti delle avanguardie del Novecento come Baj, Crippa, Dova, Fontana, Capogrossi e Pomodoro, dei quali fra l’altro curò la documentazione delle opere, lasciandoci anche per ognuno una serie di intensi ritratti.
coscienze e a diffondere le responsabilità per il restauro conservativo delle nostre città storiche”. Alla sua morte, avvenuta a Milano due anni dopo, per iniziativa di alcuni amici viene costituito l’Istituto di Fotografia Paolo Monti, con un Archivio che nel 2004 é riconosciuto di notevole interesse storico da parte del Ministero dei Beni Culturali. Nel 2008, l’intero patrimonio dell’Istituto (un complesso di 223mila negativi, 12.244 stampe e 790 chimigrammi, cui si aggiungono i documenti e la biblioteca) è acquisito dalla Fondazione BEIC – Biblioteca Europea di Informazione e Cultura – e depositato, a seguito di apposita convenzione con il Comune di Milano, presso il Civico Archivio Fotografico al Castello Sforzesco, istituito nei primi anni del ‘900 e che oggi dispone di un colossale patrimonio di circa 900mila fotografie, di cui è garantita la pubblica consultazione (







