In Austria destra e sinistra litigano furiosamente, con mazze e coltelli, su un famoso evento di oltre tre secoli fa
Vienna liberata il 12 settembre 1683 dal grande assedio ottomano continua a far discutere gli storici e a far litigare le forze politiche. L’anniversario oppone la sinistra che governa la capitale e l’opposizione di estrema destra che chiede un monumento che ricordi la vittoria sui turchi musulmani. Il Comune non vuole la statua disegnata dalla destra, considerata troppo forte e offensiva verso i musulmani, ma una versione più soft. Quest’anno le due fazioni si sono perfino scontrate fisicamente sulle colline che sovrastano Vienna. Si racconta che, guardando la torre del Duomo di Santo Stefano a Vienna, un viaggiatore turco, nel Seicento esclamasse: “Voglia Allah concedere che possa essere trasformato in minareto e che un giorno risuoni da esso il richiamo alla preghiera musulmana”. Vienna fu attaccata più volte dalla potente armata ottomana che non riuscì mai ad occuparla. In particolare i due grandi assedi del 1529 e del 1683. Quanto patirono i viennesi assediati dai
giannizzeri del sultano! Mesi di assedio, con pochi viveri, acqua, armi e munizioni, aspettando i soccorsi che tardavano ad arrivare. Il pensiero va soprattutto all’estate 1683 quando le madri austriache temevano per i loro figli che sovente venivano rapiti dai turchi nei dintorni della capitale. Se l’esercito ottomano avesse occupato la capitale imperiale è probabile che ben pochi sarebbero scampati al massacro e tanti altri ridotti in schiavitù. Da un testamento, datato 1694, si apprende che una donna anziana di Enzersdorf, nei pressi di Vienna, Maria Pockhin, piange disperata la scomparsa delle cinque figlie, rapite di notte dai turchi durante l’assedio e mai liberate, finite probabilmente in qualche harem di visir o pascià. La sua eredità, nonché i quattrini per far celebrare per 23 anni dopo la sua sepoltura tre messe alla settimana dai francescani del paese, viene consegnata a un parente, per lasciarla ancora dieci anni a disposizione delle figlie di cui non si hanno più notizie. Il documento è una preziosa testimonianza di come i viennesi vissero quelle drammatiche settimane con l’armata del gran visir Kara Mustafà sotto le mura di Vienna con 150.000 uomini armati e 300 cannoni. Sono i giorni che precedono il 12 settembre 1683, il giorno della liberazione di Vienna dall’assedio ottomano. La capitale barocca è in preda al panico e migliaia di viennesi fuggono terrorizzati dai turchi. Tra loro anche l’imperatore Leopoldo I che fugge da Linz con la famiglia, 400 cavalli e 200 carri stracolmi di principi e principesse. Non meno numeroso e pittoresco è il seguito degli invasori
della Mezzaluna nel quale spiccava l’harem mobile del sultano trasportato da cento carri. I viennesi, intanto, venivano invitati sd arrendersi e a convertirsi all’islam. Gli abitanti, stremati dalla carestia e dalla paura, si preparavano al peggio. A salvarli ci penserà un uomo chiamato Giovanni, il re polacco Giovanni Sobieski, che alla testa dei suoi ussari e di un’alleanza internazionale piomberà come un’aquila sull’accampamento ottomano mettendo in fuga i turchi e arrestando l’espansione dell’Impero dei sultani verso il resto dell’Europa. Insieme a Sobieski c’era anche un giovane Eugenio di Savoia che comandava un reggimento di dragoni. Era il 12 settembre 1683, una giornata memorabile nella storia dell’Europa moderna. Il gran visir Kara Mustafà fu strangolato dai suoi fedelissimi e la sua testa fu portata al sultano. Per i turchi fu l’inizio del declino. In 15 anni persero quasi metà dei territori conquistati nei tre secoli precedenti.
Filippo Re






Sicuramente il brano in cui il maestro Campanella ha dato prova di tutta la sua abilità pianistica è stato quello del Preludio religioso, che precede il Sactus per Soli e coro. In esso ha dato vita al tema della fuga, reso in tutta la sua cromaticita’ ed essenzialità. Qui Rossini si richiama alla tradizione che fa capo a Bach e pare anticipare moduli che saranno tipici di un compositore come Cesar Franck. La soprano Barbara Frittoli ha dimostrato l’altezza sopranile che contraddistingue il suo timbro vocale nel Mottetto “O salutaris hostia”, testo che Rossini aveva già affrontato nel 1857 per quartetto vocale senza accompagnamento. Oltre che confermarsi valida interprete in questo concerto rossiniano, da tre anni è anche docente della masterclass che viene realizzata dal festival “Vicenza in lirica”, per iniziativa dell’associazione Concetto culturale, d’intesa con l’archivio storico Tullio Serafin, guidati da Andrea Castello. Anche nel Crocifixus la soprano, ora ormai milanese, ha dimostrato una sintesi di tecnica perfetta e di una fedele interpretazione ad un testo che Rossini chiamò “Petite” solo per modestia, in quanto questa Messa appari’, subito, alla sua prima esecuzione, grandiosa.



Dopo la breve introduzione storica sull’organo – che risale al 1803 e ha è stato oggetto di un restauro da parte della ditta ‘Italo Marzi’ nel 2018 – Letizia Romiti, vera e propria anima della manifestazione ha evidenziato come si sia invertita la tendenza del passato che non prendeva in considerazione gli organi storici, del Seicento, del Settecento e di parte dell’Ottocento, che pure erano invidiati da grande parte d’Europa.
Poi è stata la volta del concerto del maestro Albero Do, organista titolare del ‘Mascioni’ del Santuario della Madonna della Guardia di Tortona