Quanto è attuale, quanto è banale questo “Otello”

Repliche al Carignano sino a domenica 18 gennaio

In una recente intervista (a Silvia Francia, nelle colonne de La stampa), Giorgio Pasotti ha sottolineato come nel mettere in scena, per lo Stabile d’Abruzzo di cui è direttore, “Otello”, abbia “voluto rendere questa storia più vicina alle nuove generazioni, più comprensibile per loro”. Ovvero riproporre quel “dramma di passioni, gelosie e tradimenti” – ci verrebbe da dire, con “tutti i particolari in cronaca”, come Scola – che da quattro secoli calca i palcoscenici di mezzo mondo. Ovvero la decisione – squinternata, azzardata, sempre più personalistica – di sfrondare, di attualizzare – termine che ormai s’accomoda in tutte le stagioni teatrali -, di defraudare, là dove tutto fa rima con banalizzare: chiamando all’appello Dacia Maraini a comporre una nuova drammaturgia, con buona pace del vecchio Willy a “rimodellare” il testo. Qualsiasi testo, che di questi tempi ci siamo abituati a vedere ormai rivoltato come un calzino, contraffatto, ripensato a piacimento di qualcuno che dall’oggi al domani decide di prendere in mano le redini di uno spettacolo, rabberciato, confezionato secondo l’idea principe del momento: ma svilito per carità no, un capolavoro fatto a pezzi, smollito, confuso con un brutto esempio di tivù casalinga, su un palcoscenico come quello del Carignano, per la Stagione dello Stabile torinese (repliche sino a domenica 18), pare eccessivamente troppo.

Sfrondo che ti sfrondo, cambio che ti cambio, integro che ti integro, questo “Otello” pecca sin dall’inizio, pur ritrovandosi sempre inevitabilmente le patate bollenti dei femminicidi e della negritudine, da una locandina che recita “di” Shakespeare mentre dovrebbe avere il coraggio di denunciare quer pasticciaccio brutto con un più esplicito “da”, da un programmino di sala che, al di là delle dichiarazioni del metteur en scène, recita di una durata di due ore (percepite decisamente decisamente scarse) e di un intervallo che non s’è visto – mah! E allora ecco che si punta il dito e l’attenzione e si spiega a viva voce come il “Moro”, sul cui viso non c’è traccia di alcun nerofumo, sia veneziano a pieno diritto anche se mammà viene dal cuore del continente nero, come l’offeso papà della dolce Desdemona, ma altresì “snaturata e ribelle”, sia padre e padrone e soprattutto “razzista”, di chiaro stampo leghista del nordest, ecco che ti piomba sulla scena un doge tutto svolazzante, cinguettante tra qualche english word e del genere queer sin nelle midolla, freddimercureggiante con tanto di baffetti da riordinare con apposita spazzola e di unghie da abbellire con tanto di limetta. Mai dire mai (al peggio): per cui, per farci ben presente la universalità della vicenda, ecco che Otello e l’infido Iago, che come ognun sa sta tessendo una tela che più perfida non si potrebbe, culminante nella faccenda di un rosso fazzoletto, scendono a singolar tenzone, con tanto di abbigliamento nipponico fatto di braghettoni, diciamo un pigiama palazzo da gran sera, e giacchetta, il viso protetto da una maschera a griglia e tra le mani tanto di katana (nella speranza di non sbagliare, non sono del mestiere, a differenza del signor Pasotti che – leggo in rete – è un campione di arti marziali, avendo praticato e praticando karate, kobudo e wushu: perché non approfittarne sulla seicentesca isola di Cipro?), costumi – firmati da Sabrina Beretta – che ci perseguiteranno in ogni personaggio (ritrovandoti nell’incubo di non saper bene dove sei capitato stasera, se dentro “Rashomon” o “Kagemusha”), onde per cui la sempre dolce snaturata eccetera eccetera Desdy (meglio famigliarizzarcela con la prima parte del nome!) arriverà ad un certo punto come se cascasse dal mondo di Suzie Wong, con tanto di colletto alla coreana e in testa un tondeggiante cappello bianco con tanto di punta.

Mentre ci stiamo (quasi) abituando all’idea che si può fare in palcoscenico quel che si vuole – “come vi pare”, shakespearianamente parlando -, ecco che per le chiacchierate del più e del meno vengono sistemati in scena un tondo tavolino e due sedie di ferro da giardino: per farci imparati che “la gelosia è un mostro”, che Otello ahi lui coltiva conoscenza e immaginazione ma che è sempre alla ricerca della verità, che nella nuova visione sta dando di matto, ma matto serio, con notevoli mal di testa che in un processo d’oggi alleggerirebbero di parecchio la pena e con saltini tarantolati da bambino capriccioso, che Iago parla per enigmi e il suo condottiero lo sgrida, che il Moro vuole tirare il collo alla moglie non per il tradimento ma per la menzogna che gli ha detto. Amen. Invece no. Emilia, la povera moglie del traditore per la quale un coltello è pronto nell’ombra, ha ancora il tempo di mettere in bella vista una chaise longue – di quelle che io sono abituato a mettere sulla spiaggia ad agosto – su un impressionistico prato di margherite che manco Manet e compagni ed ecatombe generale nel finale, come ognuno da sempre sa (non foss’altro per aver visto di fretta e da qualche parte un certo Laurence Olivier o certi nostrani Gassman e Randone, Salerno e Foschi), preoccupazione sacrosanta del solito Moro, “Hai detto le preghiere della sera?” chiede lui, “Che il cielo abbia pietà di me” spera tremante lei, io ti strangolo e io mi scanno (con le armi nipponiche di cui sopra), Otello che trova ancora il tempo di raccontarci una favola nuova di zecca di una tribù della sua Africa (ma non era nato all’ombra di palazzo Ducale?) per poi darci dentro con un bel seppuku e il soldato Cassio sempre vilipeso a rubar la scena a Ludovico (ma non fa niente, tanto l’avevamo depennato dalla locandina) per il fuoco d’artificio finale. Mentre il suddetto doge a mo’ di ballerina anni Cinquanta si fa la sua bella ribalta in monopattino e con l’occasione mette il punto alla tragedia, sua e nostra. Quanto ad approfondire vicenda e motivazioni e personaggi, sarà per un’altra volta.

Artefici di quella, la tragedia dico, il Pasotti in primis, la pallida pallida Desdy della signorina Claudia Tosoni, il Giacomo Giorgio, viso ormai riconoscibilissimo e in ascesa artistica (?) da “Mare fuori” all’insulso “Carosello” al prossimo “Morbo K”, diligente soldatino preoccupato nelle facce e nella rabbia e nei movimenti di far bene il suo lavoro, con gli altri cinque colleghi rimasti della più folta distribuzione. Per lo meno ci siamo divertiti con il doge di Salvatore Rancatore, per lo meno ci hanno visivamente colpito le scene di Giovanni Cunsolo, un susseguirsi di fondali questa volta a pavimento, arrotolati da fantasmi neri a ogni cambio di scena, un ponte veneziano, un borgo e un giardino coloratissimi, una casa rossa di quelle che potresti trovare in terra di Spagna, quel giardino di margherite, il tutto riflesso in un grande specchio che sta alle spalle degli attori: inclinato, di modo che anche noi pubblico possiamo fisicamente far parte della storia, (increduli) spettatori, ma anche complici, ma anche colpevoli. Addirittura? Ebbè, sì. Usando ancora con rispetto la lingua del Nostro, il resto è silenzio.

Ah, dimenticavo: nella intervista di cui all’inizio, Giorgio Pasotti confessava ancora: “Amo profondamente Shakespeare e continuo a studiarlo ogni giorno. Non passano settimane senza che io rilegga i grandi classici, in particolare Shakespeare e Kafka.”

Elio Rabbione

Nelle immagini di Chiara Calabrò, alcuni momenti dello spettacolo.

Progetto per un nuovo marciapiede a San Pietro Val Lemina

Un nuovo tratto di marciapiede lungo la provinciale 167 tra il km 1+943 e il km 2+200: è questa l’opera per la quale l’ufficio Pianificazioni Opere Pubbliche della Direzione Azioni Integrate con gli Enti della Città Metropolitana di Torino ha avviato la progettazione, con la predisposizione di un documento di valutazione delle alternative progettuali (DOCFAP) nel 2023, su richiesta dell’amministrazione comunale di San Pietro Val Lemina. La possibilità di realizzare l’opera e mettere in sicurezza un tratto del versante che sovrasta la strada è stata al centro di un incontro che ha avuto luogo lunedì 12 gennaio scorso, nell’ambito dell’iniziativa “Comuni in linea”, che ha visto l’incontro del Vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo con la Sindaca di San Pietro Val Lemina Anna Balangero, accompagnata dal Vicesindaco Giorgio Guercio. L’amministrazione comunale propende per l’ipotesi progettuale che prevede un marciapiede rialzato in aderenza sul ciglio sinistro della provinciale 167, con la necessità di realizzare muri di sostegno e provvedere alla regimazione delle acque di versante. La scelta di quale sarà il lato della provinciale su cui verrà collocato il manufatto (per i tecnici della Città Metropolitana, in coerenza con il documento progettuale, sarebbe preferibile il lato destro, su cui sorgono le abitazioni che si affacciano sulla provinciale) è ancora in via di valutazione. Il Comune di San Pietro Val Lemina ha chiesto alla Città Metropolitana di contribuire finanziariamente alla realizzazione delle opere, anche per prevenire un dissesto idrogeologico che dovrà essere oggetto di uno studio tecnico. Torino si è resa disponibile, nell’ambito della convenzione per il supporto progettuale, a promuovere la valutazione geologica e curare la produzione esecutiva del nuovo tratto di marciapiede a seguito delle verifiche tecniche concordate. Il secondo tema portato all’attenzione del Vicesindaco da parte della Sindaca è stato quello riguardante la necessità di proseguire il progetto sulla via ciclopedonale che termina sulla provinciale 167, circa 150 metri prima della rotatoria d’ingresso al centro abitato di San Pietro Val Lemina. Anche su questo tema la Città Metropolitana è disponibile a supportare il Comune per la definizione progettuale del completamento della pista che, costeggiando la provinciale 167 assicurerebbe un collegamento tra Pinerolo e San Pietro Val Lemina. Occorrerà un confronto anche con la Citta di Pinerolo, su cui ricadrebbe l’opera.

Mara Martellotta

Treni: lavori tra Santhià e Novara

Modifiche alla circolazione dei treni per consentire interventi propedeutici all’attrezzaggio del sistema ERTMS (European Rail Transport Management System), il più evoluto apparato per la supervisione e il controllo del distanziamento dei treni.

Per agevolare le attività di cantiere, nei fine settimana la circolazione ferroviaria sarà interrotta tra Santhià e Novara. nei fine settimana del 17/18 e 24/25 gennaio.

Regionale di Trenitalia ha riprogrammato il servizio con bus dedicati tra Santhià e Novara a servizio delle linee Torino Porta Nuova – Milano Centrale e Ivrea – Novara.

Sui bus non è ammesso il trasporto bici e non sono ammessi animali di grossa taglia eccetto i cani da assistenza.

VIAGGIARE INFORMATI

È possibile consultare la sezione “Infomobilità” su sito e app Trenitalia, chiamare il call center gratuito 800 89 20 21 e rivolgersi al personale di stazione, presente quest’estate con un presidio più numeroso. I viaggiatori saranno anche informati tramite sms, e-mail e notifiche su app. I clienti del Regionale possono ricevere sms ed e-mail grazie al biglietto digitale acquistabile anche in tutte le biglietterie di stazione. Inoltre, è possibile attivare, tramite App Trenitalia, le notifiche Smart Caring.

Informazioni di dettaglio disponibili su www.trenitalia.com (sezione Infomobilità) e tramite Smart Caring personalizzato su App di Trenitalia. Per maggiori informazioni, attivo il call center gratuito al numero 800 89 20 21. A questo link è consultabile la campagna SCEGLI DI VIAGGIARE INFORMATO

La crema al cioccolato è più golosa con banana e avocado

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Un dolce al cucchiaio o una deliziosa e sana crema spalmabile per la merenda dei vostri bambini.

Pochissimi ingredienti golosi, pochissimi minuti di preparazione. Provatela, è perfetta per tutti.

Ingredienti

1 banana matura
1 avocado maturo
50gr. di cioccolato fondente
2 cucchiaini di miele (facoltativi)

Pelare l’avocado e la banana, frullarli nel mixer o schiacciarli bene con una forchetta. Sciogliere il cioccolato con poco latte e unirlo alla frutta. Unire a piacere il miele.
Conservare in frigo e servire fresca.

Paperita Patty

Scontri pro-Pal, Riva Vercellotti (FdI): “Bene le misure cautelari”

“.Manifestare è un diritto, devastare e assalire le Forze dell’Ordine è un crimine che non deve restare impunito”

Esprimo il mio più vivo apprezzamento alla Digos di Torino e alla Procura per l’operazione ‘Riot’ condotta questa mattina. Le misure cautelari emesse sono la dimostrazione che non c’è spazio per l’impunità quando si scambia il diritto di manifestare con la violenza gratuita e il saccheggio“.

Così il capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, Carlo Riva Vercellotti, commenta gli sviluppi investigativi sugli scontri avvenuti lo scorso 3 ottobre a Torino.

In quell’occasione – prosegue – abbiamo assistito a scene di guerriglia urbana inaccettabili: dodici agenti feriti, molteplici atti vandalici e persino devastazioni ai danni di strutture culturali come quelle di ‘Portici di Carta’. Chi attacca un uomo in divisa attacca lo Stato. Non si tratta di semplici ‘ragazzate’, ma di condotte criminali aggravate, come dimostra anche il presunto coinvolgimento di alcuni indagati in episodi di rapine e lesioni personali avvenuti nell’area metropolitana“.

Fratelli d’Italia continuerà a sostenere ogni iniziativa volta a garantire la sicurezza dei cittadini e la tutela di chi, ogni giorno, rischia la vita per proteggerci. Torino non può e non deve essere il teatro di sfogo per gruppi di violenti che, protetti da una presunta bandiera ideologica, pensano di poterla mettere a ferro e fuoco. Grazie alle indagini odierne, il messaggio è chiaro: chi sbaglia, paga“, conclude Riva Vercellotti.

“Lasciano tracce impercettibili le traiettorie delle mongolfiere”…

Il bar del vecchio imbarcadero di Intra ,di fronte a Piazza Ranzoni, piaceva molto a Roland Duprè. Sedersi ai tavolini in quel salotto riparato dall’alto tetto in capriate di ferro sostenute da colonnine in ghisa di stile neo-classico, equivaleva a tuffarsi nelle atmosfere “liberty” di fine ottocento.Voi del lago siete stati bravi a mantenere intatte le linee dei vostri imbarcaderi. Guardati attorno, amico mio: è una delizia degli occhi vedere queste strutture, le vetrate, l’uso artistico del ferro. Il vostro ingegner Caramora, quando lo progettò, aveva avuto una felice intuizione per questo luogo che doveva diventare, come poi in effetti è stato per più di un secolo, uno dei crocevia più importanti della navigazione sul Verbano”. Del resto, bastava guardare gli imbarcaderi di Meina, Stresa, Baveno, Ghiffa, Cannero o Cannobio per rendersi conto che quello di Intra non era il solo “gioiello”. Roland, quel giorno, beveva lentamente il suo drink, allungando le gambe sotto il tavolino.Era visibilmente soddisfatto. Mi aveva poco prima confidato che la mia idea – costruire una mongolfiera per “galleggiare” nel cielo che sovrasta il lago Maggiore – lo intrigava. “E’ una sfida che mi attrae, amico mio. Una sfida alla quale non voglio sottrarmi. Ho un amico a Ginevra, direttore commerciale di un grande istituto di credito svizzero, che da molti decenni coltiva la passione per questo tipo di volo. Non ho dubbi che ci darà una mano. Anzi, sono certo che sarà felicissimo di prestarci una delle sue mongolfiere“. Mi spiegò che il professor Guy De Marne di palloni aerostatici  ne possedeva almeno una dozzina.

Bastò una telefonata a cui fecero seguito altri contatti per fax e telegrafo ( Roland odiava la posta elettronica, i computer e internet ) e l’accordo si trovò. Il professore ginevrino era ben felice di prestare l’attrezzatura e noi lo eravamo ancor più di lui. Ci vollero meno di due settimane perché le quattro grandi casse, viaggiando per ferrovia, fossero recapitate a Baveno. Nel frattempo, per poter lavorare indisturbati, ci eravamo dati da fare nella ricerca di una struttura abbastanza grande per consentirci di montare i vari pezzi della mongolfiera. L’avevamo trovata. Anzi, l’aveva trovata Roland che aveva un’infinità di conoscenze. Non essendoci delle soluzioni idonee nella zona, aveva individuato un capannone a Laveno, proprio di fianco alla  vecchia fabbrica di ceramiche Richard Ginori. Certo, dover fare avanti e indietro con il battello tra le due sponde del lago non era il massimo ma non esitammo ad affittare quello che sarebbe diventato il nostro “hangar”. I viaggi tra le due sponde iniziarono, con una frequenza regolare. Quando mi presentavo davanti allo sportello della biglietteria dell’imbarcadero, il bigliettaio Ticchetti mi salutava con una domanda : “Il solito,

 

ragioniere?”.Alludendo al biglietto di andata e ritorno tra Baveno e Intra e tra quest’ultimo scalo e Laveno, usava la stessa espressione con cui Orlando Trezzi, il banconiere della Casa del Popolo si rivolgeva ai suoi clienti abituali. Le operazioni di montaggio ci occuparono più di un mese un po’ per l’inesperienza e perché l’attività si svolgeva a tempo perso,almeno per Roland che era la vera “mente” dell’operazione. Io, a dire il vero, essendo in pensione, di tempo ne avevo tanto ma non potevo certo inventarmi ingegnere aeronautico così, su due piedi. Occorre sapere che una mongolfiera è costituita da un ampio pallone, realizzato in tessuto monostrato di nylon, e ha un foro in basso, che in gergo viene chiamato “gola”. Al pallone è assicurato un cesto (o “gondola”) nel quale trovano posto il pilota ed i passeggeri. Installato sul cesto e posizionato sotto alla gola,  il bruciatore ha il compito di riscaldare l’aria, spingendola su nel pallone. L’aria riscaldata si raccoglie così nell’involucro rendendolo più leggero dell’aria circostante, determinando quella spinta ascensionale che fa volare la mongolfiera. Questi marchingegni sono in grado di raggiungere quote altissime, al punto che alcuni palloni ad aria calda per uso scientifico hanno raggiunto  e superato i 20mila metri di quota, ben al di sopra delle traiettorie degli aeroplani. Il tessuto sintetico che viene usato, dotato di leggerezza e grande resistenza meccanica, mette al riparo da spiacevoli guai.  Durante la costruzione, il tessuto viene tagliato in lunghi spicchi che vengono poi cuciti assieme fino a formare il pallone vero e proprio. Le cuciture sono quindi ricoperte da nastri ad alto carico, cui vengono fissate le funi che reggono il cesto. Il bruciatore, una specie di lanciafiamme, impiega il propano, un gas conservato, allo stato liquido, in apposite bombole. La spinta ascensionale fornita da una mongolfiera dipende principalmente dalla differenza tra la temperatura esterna e quella dell’aria contenuta nel pallone. Ad esempio, in una giornata afosa, la mongolfiera avrà meno spinta ascensionale rispetto a una giornata fresca o fredda  ed è per questa ragione che  i decolli delle mongolfiere avvengono solitamente durante le ore fredde , prima dell’alba o al sorgere del sole.

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Il pallone di una mongolfiera ha bisogno di circa tre metri cubi di volume per ogni chilogrammo da sollevare. Per questa ragione le  dimensioni delle mongolfiere moderne  variano molto, a seconda del disegno e del modello: le mongolfiere monoposto (dette anche Hoppers), hanno un volume del pallone di poco inferiore ai mille metri cubi. All’estremo opposto abbiamo i palloni giganti da ottomila metri cubi, in grado di sollevare una dozzina di persone. La nostra, come la maggior parte delle mongolfiere, era di circa 2500 metri cubi , sufficienti per trasportare tre o quattro persone. Era stata prodotta nella fabbrica di mongolfiere più grande al mondo: la Cameron Balloons di Bristol, in Inghilterra. Per pilotarla si era offerto Roland, avendo partecipato a diverse imprese e sempre pronto a intraprendere nuove avventure.Tra l’altro, non è che il pilota potesse far molto: il volo della mongolfiera è totalmente passivo. Chi la guida non può fare altro che variare la quota di volo. Tuttavia, con un attento studio dei venti in quota e delle loro direzioni, si può ottenere una certa navigabilità e l’ingegner Duprè era pronto a giurare che, variando la quota fino a giungere all’interno di una corrente,poteva scegliere la  direzione desiderata. Si era documentato per bene. Mentre lavorava canticchiava sottovoce una canzone di Gianmaria Testa che pareva scritta apposta per celebrare l’impresa a cui c’accingevamo: ..”lasciano tracce impercettibili le traiettorie delle mongolfiere e l’uomo che sorveglia il cielo non scioglie la matassa del volo e non distingue più l’inizio di quando sono partite”.  2° puntata (continua)

Marco Travaglini

“I Giovedì della Prevenzione” del Koelliker

La salute spiegata a tutti, tra divulgazione medica e intrattenimento

 

Un giovedì al mese, per tutto il 2026, l’Ospedale Koelliker di Torino apre le sue porte alla cittadinanza con un nuovo ciclo di incontri divulgativi gratuiti dedicati alla prevenzione, all’informazione medica e al benessere di tutte le età.

Dopo il successo della prima edizione, tornano anche quest’anno “I Giovedì della Prevenzione”. Appuntamenti aperti a tutti, pensati per avvicinare il grande pubblico ai temi della salute in modo chiaro, accessibile e coinvolgente, offrendo strumenti concreti per prendersi cura di sé e delle persone che ci stanno accanto, grazie all’intervento dei medici specialisti del Koelliker e di ospiti.

 

Il calendario 2026 affronta temi di strettissima attualità e di grande interesse, capaci di parlare a generazioni diverse. Gli incontri dei primi sei mesi sono pensati in particolare per un pubblico trasversale, che coinvolge bambini, adolescenti, genitori e adulti, con argomenti che spaziano dalla salute pediatrica alle dipendenze, fino alle nuove sfide legate ai comportamenti e alla vita digitaleSi parlerà di disturbi del comportamento alimentare, di asma e febbre nei più piccoli, dei pericoli del fumo tradizionale e della sigaretta elettronica, di HPV e dell’importanza della vaccinazione anche maschilefino ai rischi legati all’uso dei social network.

Accanto al rigore scientifico e alla competenza degli specialisti dell’Ospedale Koelliker, l’edizione 2026 introduce una importante novità nel linguaggio e nel formato degli incontri. Per i temi che coinvolgono più discipline, oltre ai medici dell’ospedale, sono previsti contributi esterni e ospiti capaci di offrire punti di vista diversi e complementari: dalla Polizia Postale, che interverrà sull’uso consapevole dei social e sui pericoli della rete, a letture teatrali a tema che aiuteranno a introdurre e raccontare le tematiche in modo più immediato ed emotivo. Non mancheranno, nel corso dell’anno, interventi divulgativi e testimonianze provenienti dal mondo della comunicazione, della cultura e dell’arte.

L’obiettivo è quello di affrontare temi seri e complessi anche da un altro punto di vista, senza banalizzarli, rendendoli più comprensibili e coinvolgenti per il grande pubblico. Un approccio più informale favorisce la partecipazione attiva, stimola le domande e aiuta le persone a sentirsi libere di intervenire anche su argomenti difficili, come i disturbi alimentari o le dipendenze, superando il timore del giudizio e dello stigma.

 

Per l’Ospedale Koelliker la prevenzione e l’informazione medica restano infatti alla base di una società più sana e consapevole, e il dialogo diretto con i cittadini è uno degli strumenti più efficaci per costruire salute nel tempo.

 

Gli incontri si svolgeranno un giovedì al mese, generalmente il terzo, dalle ore 18 alle 20presso l’Ospedale Koelliker di Torino. Dopo una prima parte informativa, gli specialisti saranno a disposizione del pubblico per domande, dubbi e confronto diretto.

 

Calendario – primi 6 mesi 2026

22 gennaio – Febbre nei bambini
19 febbraio – HPV e prevenzione
19 marzo – Disturbi del comportamento alimentare
16 aprile – Asma nei bambini
21 maggio – I pericoli del fumo e della sigaretta elettronica
11 giugno – I pericoli dei social network

 

La partecipazione è gratuita.

 

Ospedale Koelliker

Corso Galileo Ferraris, 247-255 | Torino

Per informazioni e prenotazioni:

www.osp-koelliker.it
eventi@osp-koelliker.it

Auditorium Rai, Patrussi solista del concerto per oboe dedicato a Strauss

Giovedì 15 e venerdì 16 gennaio, all’Auditorium Rai di Torino, debutterà sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai il direttore d’orchestra iraniano Hossein Pishkar nel concerto che verrà trasmesso in diretta su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura. La replica, a Torino, sarà venerdì 16 gennaio alle ore 20. Pishkar, che sostituisce Ottavio Dantone, indisposto, ha collaborato con prestigiose compagini internazionali, tra le quali la Beethoven Orchester di Bonn, la NVR Radio Philarmonie di Hannover, l’Orchestre Philarmonique de Strasbourg e la Royal Danish Opera, fermandosi inizialmente in pianoforte e composizione da Teheran e approfondendo gli studi a Düsseldorf.
La serata è interamente dedicata a Richard Strauss, con la scelta di opere appartenenti a diverse fasi della sua carriera, ma che sembrano tutte rivolgersi indietro, verso un mondo ormai perduto, fatto rivivere con infinita nostalgia. Si inizia con tre brani dalla Tanzsuite aus Klavierstücken von François Couperin TrV 245, una raffinata suite orchestrale composta nel 1923, nella quale Strauss rielabora, rendendo omaggio alla sua arte, alcuni brani per clavicembalo di Couperin. Articolate in otto movimenti, dei quali ne vengono eseguiti tre, l’opera alterna danze nobili a momenti più vivaci, e rappresenta un sofisticato omaggio al barocco, realizzato con la straordinaria padronanza tecnica di Strauss. A seguire, Concerto in re maggiore per oboe e piccola orchestra, eseguito dalla prima oboe dell’Orchestra Rai Nicola Patrioti, qui in veste di solista. Fu l’incontro con John De Lancie, giovane soldato americano e oboista  dell’Orchestra di Philadephia, a spingere Richard Strauss, ormai nella fase tarda della sua vita, a comporre nel 1945 il Concerto per oboe in re maggiore. L’opera fu scritta tra le mura di Garmisch, e rappresenta un pagina luminosa che comunica tranquillità e un ritorno al passato, in piena contrapposizione agli sconvolgenti eventi storici che si verificavano in quel periodo. Il brano, eseguito per la prima volta a Zurigo nel 1947, si è imposto rapidamente come uno dei capisaldi del repertorio oboistico. A chiudere il concerto, la suite da Der Bürger als Edelmann (il borghese gentiluomo) op.60, che contiene i momenti più significativi delle musiche di scena composte nel 1912 per un allestimento del Borghese gentiluomo di Moliére, curato dal grande scrittore Hugo von Hoffmannsthall, che aveva realizzato per lo stesso Strauss il libretto de “Il Cavaliere della rosa”, andato in scena un anno prima con straordinario successo. Il riferimento è a Jean-Baptiste Lully, che aveva corredato con le sue musiche le prime rappresentazioni della commedia nel 1670, a Castello di Chambord, sotto l’egida di Luigi XIV. Alcuni pezzi di Strauss rielaborano alcune parti di Lully, armonizzazione con una composizione genialmente in bilico tra antico e moderno. La rivisitazione di Strauss impegna spesso individualmente i musicisti dell’orchestra, e in particolare il primo violino, dipingendo l’epoca del Re Sole come una sorta di Paradiso Perduto, forse più evocato oniricamente che non storicamente, sempre mantenendo una vivacità teatrale incontenibile, che illumina ciascuno dei 9 pezzi della Suite, anche in una esecuzione strumentale privata dell’azione scenica.
Biglietti: da 9ma 30 euro – in vendita sul sito OSN Rai e presso la biglietteria fisica dell’Auditorium Rai di Torino
Info: 011 8104653 – biglietteria.osn@rai.it
Mara Martellotta

Doppio appuntamento con “Me-We: crescere verso il successo”

Programmati gli incontri con Antonio Satta e Fabrizio Clary

“Agatina & Petronilla”. Allo Spazio Kairos l’economia circolare per i bimbi

Allo “Spazio Kairos” di via Mottalciata a Torino, “Santibriganti Teatro” spiega dal palco l’“economia circolare” ai bambini

Domenica 18 gennaio, ore 16,30

Un “viaggio di formazione”. Sul palco una bimba e una formica. La prima si chiama Agatina, ha le lentiggini e profuma di fragola. Ecco il perché del nomignolo di “Fragolina”, regalatole con tanto affetto dalla nonna. La seconda è Petronilla, una formica “agente-speciale” al suo primo incarico.

Questi gli elementi base di “Agatina & Petronilla”, la rappresentazione teatrale, firmato dalla Compagnia moncalierese “Santibriganti Teatro”, in programma domenica prossima 18 gennaioalle 16,30, presso lo “Spazio Kairos” di via Mottalciata 7, a Torino. Scritto da Mariagrazia Cerra, per la regia di Claudio Sportelli, sul palco Arianna Abbruzzese e la stessa Cerra, si tratta di uno spettacolo per famiglie, adatto a bambini dai cinque anni in avanti. Organizza “Onda Larsen” che, alle 16, offre la merenda ai bimbi in sala.

Dunque. E che ci faranno mai insieme, dopo il loro incontro (non casuale) in un prato alle porte di una non precisata città, una bimba simpatica e birichina, come Agatina – Fragolina e una formica con l’incarico niente meno che di “agente-speciale”, matricola 346446? Si presenteranno, cammineranno fianco a fianco e … parleranno. Non a caso. Perché nell’intento dell’agente-speciale Petronilla, quel loro camminare insieme vuole essere, come dicevamo prima, un “viaggio di formazione”. Un viaggio alla scoperta (tema di grandissima attualità) dell’“economia circolare”. E qui le cose si fanno serie. E sì, perché allora vien da chiederci: Come vedono i bimbi la Terra sempre più arsa e piena di cemento? Quanta consapevolezza hanno sul rischio che stiamo correndo, continuando ad abusare delle risorse che abbiamo a disposizione?

Constatazione: Molti di loro sono abituati alle realtà virtuali di uno schermo e si stupiscono quando scoprono che sono le mucche a produrre il latte, le galline a fare le uova e che l’insalata non cresce direttamente sugli  scaffali del supermercato.

Accorrono in nostro aiuto gli organizzatori dello spettacolo: Attenzione! Lo stupore dei bimbi però,  al contrario di quello degli adulti, è privo di giudizio, è curioso e aperto al nuovo e il teatro li aiuta a nutrire questa curiosità. Grazie allo strumento dell’immedesimazione, si ritrovano nei panni delle due protagoniste e con loro guardano il mondo che le circonda.

Procediamo quindi con la trama. Si era rimasti all’incontro di Agatina e Petronilla. Incontro (già detto) non casuale, bensì voluto dalla “grande capa formica” del “Gran Casato” delle “Montagne Ghiacciate d’Oriente”.

Perché? Perché la bimba  ha il viziaccio di sprecare il cibo e di lasciare troppi rifiuti in giro, incurante  a ciò che la circonda ed ecco perché serve un “agente speciale”, o “specializzato” come dice lei, per farle capire che la Terra ci ospita e perciò  dobbiamo rispettarla e non sporcarla, proprio come si fa quando si è in casa d’altri.

E così,  dopo essere ricorsa al “formulario magico”, la formica Petronilla diventa grande come un “umano” e si scontra con la bimba, che dopo l’iniziale diffidenza (Agatina non è una bimba cui la si fa facilmente)  si fa attrarre dalla simpatia di Petronilla e delle sue “compagne operaie”.

Il loro muoversi assomiglia a una danza e per Agata, che sogna di diventare una ballerina, la musica è la cosa più bella che c’è.

Così Petronilla accompagna la bimba in un giro di perlustrazione della natura circostante, dove incontrano Scorri: la mucca che fa le “puzzette” riconvertibili in bollicine per l’aranciata e che s’intende di  “economia circolare”,  le api che pungono per difendere la loro famiglia e   un pesciolino che rischia di rimanere soffocato da un sacchetto di plastica.

Meraviglia e discariche a cielo aperto si mescolano e portano Agatina a vedere per la prima volta ciò che le sta intorno. Chissà se la sua amica (amica, ora sì) formica sarà riuscita a portare a termine la sua prima missione?

Io penso proprio di sì. E voi? La storia di “Agatina & Petronilla” vi aspetta!

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: immagini dallo spettacolo