Caleidoscopio rock Usa anni 60
Si sa… quando il budget per le sessioni di registrazione è limitato… sarebbe bene ingranare subito con i suoni e l’esecuzione complessiva, per evitare il prolungarsi dei “takes” e per far sì che il prezzo non lieviti spaventosamente, gravando sulle “tasche piccole” di una band di liceali di metà anni ‘60. Eppure gli imprevisti erano sempre dietro l’angolo e gli aneddoti sugli “incidenti” in vista della sala di registrazione erano davvero innumerevoli e assortiti: dal cantante quasi afono al batterista alticcio, dalle “location di fortuna” (sottotetti, basements, stanze di hotel dismesse, ex depositi riadattati etc.) alle strumentazioni di presa di suono inadeguate per il garage rock, dagli errori di orario degli appuntamenti agli equivoci su indirizzi ed edifici (o perfino inaspettati casi di omonimie fra agenti…). In buona sostanza le sessioni di registrazione erano tutt’altro che “passeggiate di salute”… e nella presente sezione discografica compaiono almeno tre bands che dovettero affrontare inattesi e spiacevoli “aumenti dei costi”, purtroppo anche a scapito del prodotto finale…
– The Savages “The Best Thing You Ever Had / Cheating On Me” (Red Fox Records RF-111);
– Lyn and The Invaders “Secretly / Boy Is Gone” (Fenton Records 2040);
– The Real List “Pick Up The Marbles / Still In Love With You Baby” (CP Records CP 102);
– The Electric Company “Scarey Business / You Remind Me Of Her” (Titan FF-1735);
– The Myddle Class “Don’t Let Me Sleep Too Long / I Happen To Love You” (Tomorrow 45-7503);
– Ravin’ Blue “Love / It’s Not Real” (Monument 45-968);
– The Escapades “Mad Mad Mad / I Try So Hard” (Verve Records VK-10415);
– The Ascendors “I Won’t Be Home / My Friend” (Lee Records 105);
– The Showmen “Make Up Your Mind / Almost There” (T.R.C. Texas Record Company 2068);
– The Karpetbaggers “The Fire I Feel / Watch It Rain” (Trig Associates 202/203);
– The Gladiators “I Need You / Turning To Stone” (Donnie Records D-701);
– Nobody’s Children “Jungo Partner (A Worthless Cajun) / Let Her Go” (United Artists Records UA 50090);
– The Maltees Four “You / All Of The Time” (Pacific Challenger PC 111-45);
– The Gnats “That’s All Right / The Girl” (Emcee Records E-014);
– Creation’s Disciple “Psychedelic Retraction / I’ll Remember” (Dawn Records 309);
– Mark IV “Hollow Woman / Better Than That” (Columbia 4-43911);
– The Motleys “You / My Race Is Run” (Valiant Records V-739);
– The Bittervetch “Bigger Fool / A Girl Like You” (Pixie 804M-0081);
– [The] Sunrisers “No One / I Saw Her Yesterday” (Patty Records PR-101);
– The Opposite Six “I’ll Be Gone / Why Did You Lie?” (Spectre Records ES 119/120);
– [The] One Eyed Jacks “Die Today / Somewhere They Can’t Find Me” (Lakeside Records 1981);
– Bob London and The Bobbies “Times In My Life / Don’t Know Where To Start” (Gee-Bee Records 927M-6011);
– The Four Keys “One Way Street / Morning” (Century Records V 25266);
– Emotions “Every Man / I Just Do” (Amway 825M-4957).
(…to be continued…)
Gian Marchisio
Circa settant’anni di storia del disegno italiano, la scelta di ventisei capolavori (ri)sorti come per incanto dai depositi della Biblioteca Reale e presentati oggi in un elegante allestimento, disegni che testimoniano studi o preamboli di maggiori tele o affreschi, un percorso in terra umbra e romana, sotto i papati di Giulio II e Clemente VII, ponendo al centro la figura somma di Raffaello, tra l’apprendimento da parte di un maestro che fu Pietro Vannucci detto il Perugino, e i tanti allievi di cui si circondò nella piena maturità e che seppero affermare e rinfoltire un ambiente ricco di fervente clima artistico. “Nel segno di Raffaello” è il risultato di un progetto nato nel 2020, in occasione del 500mo anniversario della morte del pittore (era nato a Urbino nel 1483, morì a Roma appena trentasettenne per cause mai del tutto chiarite), con l’intento di selezionare, studiare e catalogare un vasto gruppo di opere che con la fine della mostra (si protrarrà sino al 17 luglio) torneranno negli archivi per maggiore salvaguardia: il lavoro, realizzato in partnership con Intesa Sanpaolo – Gallerie d’Italia, è stato affidato alla competenza di Angelamaria Aceto, ricercatrice presso l’Ashmolean Museum di Oxford, Istituto che conserva la più importante raccolta di disegni di Raffaello al mondo.
Un percorso suddiviso in tre sezioni. Nella prima s’ammirano i disegni del Perugino (“il meglio maestro d’Italia”, ebbe a definirlo Agostino Chigi, banchiere, grande mecenate e protettore d’artisti tra i più importanti della sua epoca), cresciuto alla bottega fiorentina del Verrocchio, in compagnia di Leonardo e Sandro Botticelli e Domenico Ghirlandaio tra gli altri, che trasmette al giovane e talentuoso Sanzio con il valore della pratica disegnativa lo stile classico e rigoroso, l’equilibrio e lo studio matematico delle proporzioni e della prospettiva. Al Perugino, in occasione della mostra, è stato restituito il “Giovane che suona il liuto e particolari dello studio delle sue mani” (1490-1500 circa), sinora accostato al nome di Raffaello, un pregevole disegno a punta metallica ripreso dal vero, il cui personaggio è con tutta probabilità uno dei tanti garzoni della bottega preso a modello. “L’artista si avvale di una tecnica arcaica – è sottolineato nella presentazione del disegno -, di difficile utilizzo perché non ammette ripensamenti dal momento che il tratto lasciato dallo stilo metallico sulla carta preparata, rosa, non è cancellabile. Il disegnatore abbozza prima la figura con rapidi tratti per poi, con passaggi successivi dello stilo, dare forma plastica al soggetto rappresentato, utilizzando anche inchiostro acquerellato e tocchi di biacca per accentuarne il rilievo scultoreo.” Ancora di Perugino (o di bottega) in mostra “Due uomini in conversazione” (1480 circa), una probabile prova avvicinabile alle due simili figure che fanno parte del “Battesimo di Gesù” della Cappella Sistina.
figura di Giulio Romano, capace di prendere in mano molte di quelle commissioni (si veda tra gli altri il “Matrimonio mistico di Santa Caterina con Santi”, 1530-1536 circa, prezioso insieme con al centro il Bambino, poggiato alle ginocchia della Madre, mentre offre alla santa, che ha ai piedi la ruota spezzata simbolo del proprio martirio, un anello nuziale, a testimoniare castità e comunione con Dio); ma non si possono dimenticare i nomi già affermati di Polidoro da Caravaggio, Perino del Vaga (per lo storico Giuliano Briganti egli si differenzia “dai colleghi della cerchia raffaellesca per una fantasia più accesa, per un fare più estroso e bizzarro, per quel suo stile corsivo, deformato entro moduli di un’esasperata eleganza che ben presto si allontana dal raffaellismo più statico e classicheggiante”) e Baldassarre Peruzzi e quelli di personaggi un po’ meno noti ma comunque interessanti come Vincenzo Tamagni.
(con lui, Biagio Pupini, Polidoro da Caravaggio, Baccio Bandinelli), ventenne dalla smoderata ed irruente voglia di apprendere e far proprio il lascito di un artista che ha davvero segnato un’epoca. Una nuova concezione, l’impostazione della scena al di fuori di canoni prestabiliti, la si nota nella ”Sacra Famiglia con San Giovannino” (1530-1540 circa), penna e inchiostro bruno e nero su carta, un tema riproposto spesso dagli artisti nel corso del Rinascimento, qui visto in una nuova luce ed in un ordine gerarchico forse mai affrontato: il ruolo primario viene offerto alla figura di san Giuseppe, con accanto san Giovannino, mentre la Vergine, in posizione che potremmo definire subalterna, il viso posato con languore sul dorso della mano, li osserva: il Bambino, centrale ma pure per una volta comprimario, le gambe incrociate, si volta con uno scatto della testa all’indietro. Un momento di autentica quanto semplice umanità, cui forse Raffaello, con l’affrontare in maniera più incisiva l’elemento di maestosa e sovrana religiosità, non aveva mostrato appieno.





Il famigerato e crudele conte vampiro della Transilvania conobbe il primo, grande successo di pubblico nel maggio del 1897 quando, a Londra, venne pubblicato il più famoso dei libri dell’irlandese Bram Stoker. Si trattava di “Dracula”, un romanzo dalle atmosfere gotiche. In verità l’idea venne concepita da Stoker qualche anno prima, esattamente 131 anni fa, tra il luglio e l’agosto del 1890. “La bocca, per quel che si scorgeva sotto i folti baffi, era rigida e con un profilo quasi crudele. I denti bianchi e stranamente aguzzi, sporgevano dalle labbra, il colore acceso rivelava una vitalità stupefacente per un uomo dei suoi anni. Le orecchie erano pallide, appuntite; il mento ampio e forte, le guance sode anche se scavate. Tutto il suo volto era soffuso d’un incredibile pallore”. Una descrizione che non lascia dubbi sull’identità del personaggio e sulla sua natura sinistra, offrendo l’occasione al tema del vampirismo di acquisire, forse per la prima volta, una certa dignità letteraria.
rivede la moglie morta, fino al professore olandese Abraham Van Helsing, scienziato e filosofo che crede nell’esistenza del soprannaturale. Fatto circolare prima tra gli amici e successivamente modificato, il libro venne stampato e posto in vendita nella tarda primavera del 1897.
A sostenere quest’ardita tesi non sono dei fantasiosi “cacciatori di vampiri” ma alcuni studiosi dell’Università estone di Tallinn che, in collaborazione con studiosi italiani, hanno compiuto ricerche sulla principessa slava Maria Balsa, fuggita a Napoli nel 1479 a causa delle persecuzioni turche e accolta nella città all’ombra del Vesuvio da Ferdinando d’Aragona. La donna, che diventò in seguito moglie del Conte Giacomo Alfonso Ferrillo, sarebbe la figlia del Conte Vlad III di Valacchia, meglio conosciuto ai più come il Conte Dracula. E parrebbe proprio che fosse stato il padre ad accompagnarla nella città sul Golfo, cercando e ottenendo l’anonimato. La prova fornita dagli studiosi a sostegno delle loro tesi è il fatto che il blasone formatosi in seguito alla fusione degli stemmi delle famiglie Balsa e Ferrillo presenta un drago, in tutto e per tutto simile a quello della casata dei principi di Valacchia. Sarà davvero così? Il conte Dracula riposa (?!) a Napoli? La storia è affascinante, ricca di sfumature e di colpi di scena, anche se sembra più la trama di un romanzo d’avventure che una realtà storica. Infatti, almeno per il momento, manca il particolare che la renderebbe clamorosa, il colpo di scena finale: il corpo di Vlad Tepes. Ed è ciò che gli studiosi scesi in campo sperano di ottenere. Nel dubbio, come il professor Van Helsing, attendiamo notizie tenendo ben stretto in una mano un appuntito paletto di frassino e nell’altra una boccetta di acqua benedetta.