CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 232

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: I ponti e il 1° Maggio – Dopo la Liberazione – I liberali e la loro storia – Lettere

I ponti e il 1° Maggio
Per molti italiani la Pasqua, il 25 aprile e il Primo Maggio sono stati l’occasione di un maxi ponte o di un ponticello. Mi ha colpito un Amministratore di condomini che ha chiuso gli uffici da Pasqua fino al 4 maggio. Per un lungo periodo i condomini sono stati abbandonati a sé stessi.
Il Primo Maggio quest’anno è diventato il pretesto per la Cgil di lanciare i referendum di giugno che divideranno profondamente il Paese e la stessa opposizione al Governo. Trasformare il referendum in una spallata, anzi in una vera e propria “rivolta”, come dice Landini, può ricompattare la maggioranza. L’estremismo è sempre un cattivo consigliere e il sindacalista a capo della Cgil oggi  non è certo Luciano Lama. A parte che l’insicurezza dell’ incolumità dei lavoratori  è anche colpa dei sindacati che hanno fatto politica più che fare i sindacati, merita una citazione Tito Boeri che giudica “antistorici” i referendum e ritiene che la vittoria dei si’ ”peggiorerebbe la situazione degli stipendi”.
.
Dopo la Liberazione
Subito a ridosso del 25 aprile 1945 venne attuata l’epurazione dei fascisti applicando un deliberato del Cln Alta Italia predisposto tempo prima della stessa liberazione. Un regime di libertà che esordisca con un’epurazione può lasciare perplessi perché normalmente le epurazioni sono proprie dei regimi autoritari una volta andati al potere. Ma la storia è cosa complessa e quindi il ricorso all’epurazione  dopo il 25 aprile non era così inspiegabile.
Gianni Oliva
Gianni Oliva, nel libro dedicato ai 45 milioni di fascisti e ai 45 milioni di antifascisti, ha illustrato assai bene la situazione che si determinò che finì di confondere le acque fino ad annullare la linea netta di demarcazione tra fascisti e antifascisti. I veri davvero  epurati furono pochi, per lo più pesci piccoli. Al resto pensò Togliatti con l’amnistia del 1946 rivolta sia a partigiani sia a fascisti. Fu un atto necessario, ma certo inquinò l’intransigenza dell’azionismo fondato sulla illibatezza ideologica  e l’intransigenza rivoluzionaria dell’ala comunista alla Pietro Secchia, che nel biellese avallò i misfatti ignobili di Moranino, condannato all’ergastolo e fatto fuggire nell’Est fino a quando una grazia presidenziale richiesta dal Pci a Saragat non consentì il suo ritorno e la sua rielezione in Parlamento. Si tratta di pagine turbolente, come quella di piazzale Loreto in cui si vide a cosa poteva giungere l’odio della plebe sobillata. Quello di piazzale Loreto non fu popolo, ma plebaglia assatanata sempre presente durante le rivoluzioni.
.
I liberali e la loro storia
Il 1925 segnò  l’uscita del libro di Guido De Ruggiero “Storia del liberalismo europeo” che dedica la parte conclusiva alla crisi del liberalismo italiano, considerato dal filosofo un pensiero debole rispetto ai liberalismi europei. Secondo l’autore, la fine dei liberali italiani è dovuta ai socialisti di fronte a cui essi cedettero già con Giolitti. Non so se l’analisi del seguace di Gentile e solo  successivamente di Croce avesse ragione.
Badini Confalonieri
Ci fu infatti soprattutto  un cedimento e un abbaglio nei confronti di Mussolini che provocò danni molto  maggiori. Volendo venire ad una storia più recente l’ipotesi del lib – lab  sostenuto dal PLI di Zanone portò il partito ad avere ministri e sottogoverno, ma appannò la identità storica  liberale. L’idea di porre il PLI a sinistra della DC fu un’operazione non politica, ma di potere che i veri liberali come Ostellino e Martino non poterono approvare. Se avessero meditato De Ruggiero avrebbero capito che il rapporto  succubo con i socialisti non poteva che portare alla confusione: de Lorenzo ministro della Sanità in cambio di una rinuncia ad essere sè stessi. Anche Vittorio Badini Confalonieri non condivise e si dimise dal partito, lui che dopo Gaetano Martino ne era stato il  presidente.
.
quaglieni penna scritturaLETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
.

Le epurazioni e i sequestri del CLN

Il cultore di storia e noto  collezionista di cimeli militari Alberto Turinetti di Priero ha pubblicato su Facebook un elenco di epurati  fascisti subito dopo il 25 aprile ‘45. Molti nomi non ci dicono oggi nulla, ma alcuni si’. Ad esempio, Emilio de la Forest de Divonne, Giorgio Bardanzellu, Giacomo Medici del Vascello, Alessandro Orsi, Vittorio Buratti, Ezio Maria Gray, Vittorio Valletta, Giovanni Agnelli senior, Giancarlo Camerana, Oreste Badellino e altri professori e presidi. Vennero anche sequestrati i patrimoni personali di De Vecchi di Val Cismon, quadrunviro della Marcia su Roma, Gen. Pietro Gazzera che fu ministro della Guerra, Paolo Thaon di Revel, anche lui ministro, Giovanni Agnelli senior, Giuseppe Burgo, Vittorio Cian,Adriano Tournon, Luigi Sambuy, Ugo Sartirana, Orazio Quaglia  e molti altri. Cosa ne pensa?   Tina Paratore

Ho già espresso un giudizio nella rubrica di oggi. Epurazioni e sequestri patrimoniali non sono propri di un regime di libertà. Le responsabilità nei confronti del fascismo furono diverse tra i nomi che Lei cita dei nomi che andrebbero tutti verificati; non sono riuscito a ottenere fonti attendibili in breve tempo quindi non mi assumo responsabilità in merito.  Va inoltre detto che almeno quelli che lei cita non credo abbiano avuto conseguenze serie perchè nel giro di poco furono “riabilitati” o addirittura assolti. Cito due esempi: Bardanzellu e Gray furono deputati della Repubblica, il latinista Badellino venne riconosciuto per il suo  alto valore scientifico come autore unico di un colossale dizionario. Non parliamo di Vittorio  Valletta che fu rapidamente richiamato alla guida della Fiat perché i nuovi amministratori si rivelarono incompetenti e incapaci . Quando Giorgio Amendola entrò alla Fiat indicò l’albero dove andava impiccato Valletta che invece tornò più forte di prima al ruolo di comando della Fiat anche per la morte del sen. Agnelli nello stesso 1945. I giacobini che volevano fare tabula rasa di tutto ,rimasero sconfitti .In alcuni casi ci  furono delle vere e proprie ingiustificabili   persecuzioni come nel caso  del  Gen. Gazzera che non fu mai fascista, come una volta mi disse Arrigo Olivetti che lo stimava molto. Gli eccessi ci furono, ma soprattutto andrebbe ricordato quello che Pansa ha definito il “sangue dei vinti”. I genitori, ad esempio, del prof. Vittorio Mathieu e il padre del prof. Nicola Matteucci sono casi di uccisioni  ingiustificate  che ancora oggi fanno accapponare la pelle.
.
Mussolini resta cittadino onorario di Biella
Cosa pensa del fatto che il Comune di Biella che ha un sindaco di Fdi, ha respinto la cancellazione della cittadinanza a Mussolini ?Da biellese sono perplessa.   Teresa Quaglino
Non ho seguito il dibattito del Consiglio comunale di Biella e  quindi mi limito ad osservare che la proposta di togliere la cittadinanza a Mussolini per darla a Matteotti è  discutibile perché le cittadinanze onorarie non si tolgono e soprattutto non si conferiscono ai morti. I morti devono essere lasciati in pace. Per una ragione di rispetto che travalica la politica, direi anche  per una ragione di cultura. E’ gente che, ad esempio, non non ha mai letto i  “Sepolcri” di Foscolo. Trasferire dal Pantheon parigino delle salme di personaggi sgraditi fu cosa abominevole, praticata da giacobini e da  comunardi.
.
Celebrazioni genetliache
Ho letto delle sontuose celebrazioni genetliache del signor Marzano-85 anni – presidente degli ex allievi del liceo Cavour con tanto di paginoni pubblicitari sui giornali che annunciano il compleanno. Mi è venuto alla mente il motto del “Cavour” che traduco dal piemontese: “Gli asini dei Cavour si lodano da loro perché nessuno li loda “.
Un ex allievo del Liceo classe di ferro ‘53
.
In effetti non detto in piemontese perde un po’ di efficacia ironica; consiglierei al preside di aggiornare il motto, aggiungendo un * come per gli alunni /e.

Erbari a colori e d’autore al Castello di Miradolo

Domenica 4 maggio. Laboratori didattici e di stampa botanica per famiglie

 

 

In occasione della mostra Di erbe e di fiori. Erbari d’autore. Da Besler a Penone, da De Pisis a Cage al Castello di Miradolo (TO) sono in programma, domenica 4 maggio, un’attività didattica per realizzare un erbario unico, utilizzando foglie e fiori come timbri e un laboratorio di stampa botanica per esplorare la tecnica della cianotipia di Anna Atkins.

In “Erbari a colori”, alle 10.30, ispirandosi agli antichi erbari, i bambini realizzeranno un erbario artistico unico, utilizzando foglie e fiori come timbri per trasferire su carta le bellezze della natura, cogliendone ogni sfumatura con tempera e rullo. A cura di Elena Tortia e Greta Zamboni, operatrici museali. Età: 6-10 anni.

“Tracce d’erbari d’autore”, alle 15, è il laboratorio di stampa botanicaAnna Atkins è stata la prima ad utilizzare la tecnica della cianotipia con gli elementi naturali, pubblicando negli anni ’50 dell’800 i primi libri fotografici illustrati. A partire dal suo lavoro, si esplora questa tecnica di stampa fotografica utilizzando erbe, foglie e fiori del parco. A cura di Alice Serafino, artista.

INFO

Castello di Miradolo, via Cardonata 2, San Secondo di Pinerolo (TO)

Domenica 4 maggio, ore 10.30

Erbari a colori

Laboratorio didattico in mostra per famiglie

Costo FamilyLab: 5 euro bambini + 10 euro accompagnatori, comprensivo di ingresso e attività didattica.

Domenica 4 maggio, ore 15

Tracce d’erbari d’autore

Laboratorio di stampa botanica

Costo: 50 euro a partecipante, comprensivi dei materiali.

Il biglietto di ingresso è comprensivo di:

Accesso al Castello, al parco storico e alla mostra

Accesso alle audioguide disponibili e a tutti i percorsi di visita e di visita accessibile attivi

Accesso a tutte le visite guidate “Chiedimi”, quando programmate

Orari: sabato, domenica e lunedì, dalle 10 alle 18.30. Ultimo ingresso alle ore 17.30

Informazioni

0121 502761 prenotazioni@fondazionecosso.it

www.fondazionecosso.com

La parabola del “medico dei maiali” in lotta con l’erede al trono

Sul palcoscenico del Gioiello, repliche sino a domani 4 maggio

Una giornata particolare, una piovosa mattina di novembre, come per Ionesco il re muore. Non un re delle favole, al contrario un re della realtà, in carne e ossa, un re della vecchia Inghilterra schiattato durante i festeggiamenti per l’inaugurazione di un grande albergo. All’improvviso. Tutti stanno parlando di infarto, il medico di corte è impedito d’arrivare per il feroce temporale e le strade disastrate a stilare uno straccio d’autopsia: ma il caso, quel caso che sempre ti ritrovi tra i piedi, vuole che in quello stesso albergo circoli un veterinario, un tale Alfred Scott, specializzato a occuparsi di maiali e che debba essere lui a mettere quella firma. Ma a lui quella morte non sa di infarto, il suo parere è che il sovrano, come un antico sovrano shakespeariano, sia stato assassinato. Un complotto quindi, contro un re da eliminare, “umanissimo nella sua disumanità”, cinico e arrogante, per mettere al suo posto un fantoccio per adesso affidabile e per un giorno assai prossimo eliminabile pure lui. Al momento dell’arrivo del principe ereditario, un ragazzo stupido e inetto, cocainomane, immaturo, che per la morte del padre non prova nessun sentimento, reduce da una notte balorda di liquori e di baldorie e di travestimenti con un costume che mette ben in vista una croce uncinata – il principe Harry ha in passato insegnato -, “il medico dei maiali” rimane solo con lui, pronto a esporre per intero la sua filosofia politica, fatta di una rivoluzione che spazzerà via l’assurda idea di democrazia, instillando nella testa del principe un mare di dubbi – “se fosse…” – attraverso i quali sarebbe possibile arrivare a una (loro) certezza. “Stupido è chi lo stupido fa”, avrebbe sentenziato un tempo Forrest Gump: per cui l’erede si rivela per quella bestia sanguinaria che in realtà – “quando si è capito il gioco”, avrebbe altrettanto sentenziato Pirandello – è, e calcolatrice, capacissima di far tornare quella pretesa rivoluzione del tutto a proprio vantaggio. Perché sappiamo bene che il potere non muore mai.

Secondo appuntamento sui palcoscenici torinesi nella stagione, dopo “L’uomo più crudele del mondo” visto per il calendario dello Stabile, “Il medico dei maiali” – favola nera, grottesca, acida, forse troppo facilmente definibile assurda – ti lascia scoprire e sottolinea la crescita di Davide Sacco (di Torre del Greco, classe 1990), in primo luogo come autore italiano delle ultime leve, drammaturgicamente robusto, come regista in seguito, capace di abitare il suo testo in maniera serrata e in forte quanto salutare crescendo, pieno di chiaroscuri (a cui contribuiscono con alta tecnica le luci messe in campo da Luigi della Monica, la scena semplice e funzionale è di Luigi Sacco) e di passaggi sfumati, di giochi sottili (a tratti percepibili con difficoltà) tra vittima e carnefice, pronti a scambiarsi il ruolo. In una scrittura profonda e veloce, fredda e pungente e sottilmente ragionatrice, “loica”, di quelle che raramente si sentono a teatro. E che in una serata apprezzabile si continua a ricercare. Scrivevo, poco più di un paio di mesi fa, a proposito dell’”Uomo più crudele”: “Tutta in crescendo, una scrittura crudele la sua, spinosa, degradata e fuor di ogni dubbio aspra nell’esporre la crudeltà di un genere umano che non distingue facce e confini, dove gli aguzzini mostrano alla fine un’indole sino a quel momento nascosta. Una scrittura di dolore, di incredibile durezza, di dialoghi immediati e destabilizzanti, che catturano lo spettatore e come in un thriller di tutto rispetto lo tengono in lenta cottura, al massimo dell’attenzione; dove coabitano l’istinto e la ragione, lo sberleffo e la disperazione”, frasi che “Il medico” potrebbe benissimo conservare dentro di sé. Per aggiungere ancora: “Dove per Sacco sembrano aver più peso i pugni nello stomaco, platealmente dati, in spasmodica frequenza, che non certo maggiori, delicati approfondimenti, certe sfumature di caratteri e di parole di cui si vorrebbe più intriso il suo testo che comunque esce dalla penna convincente vincitore”: ecco, per questa nuova occasione, il giudizio positivo cresce, a farla da padrone non è più l’imprevedibilità della storia, i pugni nello stomaco arrivano ma dati con sequenza assai più calibrata, esistono e ben chiari e vanno in perfetta direzione gli approfondimenti, lo studio e le azzeccate costruzioni dei caratteri, i passaggi centellinati e le stazioni del percorso e le parole che come un bisturi sezionano a fondo questo o quel personaggio.

Peccato per il veloce passaggio sul palcoscenico del Gioiello (repliche sino a domani domenica 4 maggio) di un testo ricco di vitalismo e di intelligente coinvolgimento, ulteriore produzione di quel Teatro Manini di Narni di cui Sacco e Francesco Montanari sono direttori artistici. Il quale ultimo è un erede al trono che apertamente quanto sfacciatamente (Eddy, per un attimo d’amicizia), con rigorosi ragionamenti, sfodererà il successo e la scalata al potere, insinuandosi a poco a poco, con sicurezza, con crescente padronanza, da marionetta a tiranno, debellando i lacchè e cospiratori che hanno l’ottima presenza di David Sebasti e Mauro Marino; “il medico dei maiali” del titolo, rivoluzionario abbattuto, ha il piglio concreto ed estremamente sicuro di Luca Bizzarri, sottilmente ironico – i duetti con il collega Kessisoglu me lo hanno da sempre fatto presagire, non conoscevo l’eccellente quota drammatica -, credibilissimo come i suoi compagni di scena, divertente anche nell’arco della tragedia, affabulatore geniale di parabole, apostolo di una leggenda destinata a ricadere tristemente nel nulla.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Salvatore Pastore.

Torino dalle sue origini al toro più conosciuto al mondo

Scopri – To  Alla scoperta di Torino

La città di Torino fondata nel terzo secolo A.C dai Taurini fu poi tasformata in colonia romana dall’Imperatore Augusto che le diede il nome di Iulia Augusta Taurinorum passò sotto vari domini, fino a diventare nel 1861 la prima capitale del nuovo Stato unitario ovvero del Regno d’Italia. Torino è conosciuta in Italia e nel mondo con uno stemma raffigurante un toro, derivante dall’araldica medievale che nel 1360 scelse questo simbolo per la città perché assomigliava al nome della stessa. Numerose sono le leggende legate al nome della città, fra cui la narrazione di un drago che attaccò la città e un enorme toro che la portò in salvo. Nel 1300 nacque anche lo stemma con base azzurra a cui si sovrappone un toro in movimento e sormontato da una corona d’oro con nove perle. Il toro è diventato negli anni un vero e proprio simbolo della città, vi sono più di duecento fontane con questo simbolo (chiamate “Turet”) e in Piazza San Carlo, nel 1930, in onore di San Carlo Borromeo, è stata posta al suolo l’immagine in bronzo del toro, dove si crede che passandoci sopra si possa essere più fortunati.

IL TORO E LE SUE VARIANTI

Un’altra opera curiosa e molto conosciuta che si rifà al simbolo della nostra Città si intitola “T’oro” e si trova in via delle Orfane 20, l’opera rappresenta un toro con le corna dorate che esce diettamente da un muro. L’opera è stata creata dall’artista Richi Ferrero, il quale voleva raffigurare una città che sfonda e supera il passato trovando un nuovo futuro con occhi diversi. Vi è poi il “Toro tricefalo”, una scultura dello scultore francese Georges Faure su una balconata di C.o Vittorio Emanuele 58, che rappresenta un toro a tre teste, creato nel 2006 per la Biennale dei Leoni, Lione-Torino. Un’altra opera a forma di toro molto famosa è “Toh”, un manifesto della nuova società torinese che comunica i valori dell’inclusione e della pace, l’opera rappresenta un toro in metallo con dei pezzi di fontana che gli cingono il collo. Toh è stato creato dall’artista Nicola Russo che si è fatto ispirare dai “Turet” le fontane a forma di toro presenti nella città sabauda; Nicola ha immaginato tutti i torinesi che conoscono bene quel toro ma ne conoscono solo il volto e mai il corpo o lo stato d’animo, lo stesso toro immaginandolo rinchiuso nella fontana vivrebbe sensazioni negative di smarrimento e mestizia, proprio per questo crea una statua con un toro che rompe il metallo della fontana. Ecco, quindi, che il “Toh” diventa il simbolo non solo dei torinesi, ma di tutti coloro i quali vogliono uscire dagli schemi e guardare avanti evidenziando le proprie diversità, che in quanto tali li rendono unici. Parte dei proventi delle opere “Toh” va alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul cancro.

GLI ALTRI SIMBOLI DELLA CITTA’

Oltre al toro uno dei simboli classici di Torino è sicuramente la “Mole Antonelliana” situata nel centro storico della città, ed edificata dall’architetto Alessandro Antonelli nel 1863. Anche la Basilica di Superga è un simbolo del Capoluogo Piemontese oltre a molti altri edifici e monumenti storici come Il castello del Valentino, Palazzo Madama e la Porta Palatina risalente al periodo dell’Imperatore Augusto detta anche Porta Capitolina, ma comunemente nota ai torinesi col nome plurale di Porte Palatine. Torino ha numerosissimi simboli che rappresentano la città, ma è anche molto conosciuta per le numerose leggende esoteriche che riguardano la magia bianca e la magia nera, in particolare in un punto preciso di piazza Castello si dice che converga la magia bianca…ma questa è un’altra storia… che richiede una narrazione a parte.

NOEMI GARIANO

La rassegna dei libri del mese

/

Maggio è il mese del Salone del Libro ma, in attesa dei resoconti da Torino, ecco alcuni suggerimenti che riguardano le novità in libreria del mese.

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il libro più discusso nel gruppo Un Libro Tira L’Altro Ovvero Il Passaparola Dei Libri nel mese di aprile è stato Se I Gatti Potessero Parlare l’atipico e divertente giallo di Piergiorgio Pulixi, definito scorrevole e avvincente.

 

La Piccola Bottega Delle Erbe di Francesca Costenaro (La Ragazza Dell’Altalena), edito da Giunti Editore, un romanzo sentimentale di ambientazione storica, alla ricerca di verità nascoste tra le pieghe del passato.

 

Torna in libreria Roberto Saviano che in L’Amore Mio Non Muore (Einaudi) racconta una drammatica e struggente storia vera, quella di Rossella Casini e della sua convinta e solitaria battaglia contro la criminalità organizzata.

 

Il Mio Nome E’ Emilia Del Valle (Feltrinelli) di Isabel Allende, una storia di amore e guerra, di scoperta e redenzione, raccontata da una giovane donna coraggiosa che affronta sfide monumentali, sopravvive e si dà un nuovo scopo nella vita.

 

 

Consigli per gli acquisti

 Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

Il Mondo Di Giulia di Maria Teresa Necchi (Sanmartino, 2024) un Fantasy Empatico che pone l’attenzione sui valori dell’animo umano e sulla società contemporanea; È disponibile in libreria e online Amore Negli Stati Vaticani di Diomede Milillo (Il Seme Bianco Editrice, 2025), un romanzo che immerge il lettore nel clima del primo Risorgimento e intreccia passioni personali con tensioni politiche.

 

 

Incontri con gli autori

Sul nostro sito potete leggere le interviste agli scrittori del momento: questo mese abbiamo scambiato due chiacchiere con Cristina CaboniAndrea Costa e Francesca Costenaro.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

Gli “Appunti di volo” di Fernanda Core

In mostra a Cella Monte 

Attraverso la mostra “Appunti di volo” Fernanda Core, con  grande capacità tecnica e stile personale, affronta un tema contemplato sino dai tempi antichi in vari modi, dalla mitologia alla filosofia, dalla letteratura alla musica, dalla religione alla scienza.

Ancora oggi affascinano il mito di Icaro che sfidò il sole con ali di cera, la teoria di Platone nel dare alla filosofia il compito di volare verso la conoscenza, Charles Baudelaire cantore, nei suoi  “Le Fleurs du mal” dell’Albatros goffo in terra ma elegante in volo, la psicanalisi di Freud con l’interpretazione dei sogni, tra cui quello di volare insito nell’uomo.

L’arte figurativa ha trattato il tema, in pittura e scultura, con capolavori quali la dea di Samotracia dalle grandi ali spiegate a cui  Pitocrito ha dato il nome di Nike, personificazione della vittoria ed anche i disegni delle macchine volanti di Leonardo che uniscono l’arte alla scienza; senza dimenticare in tempi a noi più vicini la rappresentazione dell’Icaro danzante tra le stelle, con un cuore rosso sul petto segno di slancio vitale trattato da Henry Matisse, oltre al dipinto di Chagall che con Bella volteggia sopra Vitebsk  abbandonando a terra le ingiustizie e le paure.

Come asseriva Freud, l’arte non rappresenta dunque la sublimazione di un meccanismo di difesa che allontana le cose spiacevoli facendo nascere il desiderio di volare al di sopra di esse?

Fernanda Core accoglie questa teoria affermando “con la mia pittura voglio creare un mondo in cui immergermi quando, come ora, la cronaca è dura, difficile dal edulcorare, per certi versi insopportabile.”

La sua poetica è improntata alla bellezza che deriva dal volo mentale, tradotto sulla tela nei luoghi del cuore a lei cari come le montagne della Val d’Ayas, il Monferrato e l’America ma anche dalle suggestioni lasciatele  dai grandi capolavori dell’arte passata.

Spesso infatti è stimolata dalle figure alate, in particolare di Vittore Carpaccio e Piero della Francesca, giocando con geniali trasformazioni e trasposizioni come nel “Sogno di sant’Orsola “ in cui l’angelo di Vittore, immobile sulla porta della camera, scompare volando in un  turbinio di linee di dinamicità futurista, abbandonando una leggera piuma allusiva delle ali.

Allo stesso modo nel “Retablo della notte di Natale” l’angelo musicante della “Natività” di Piero, viene fatto volare sopra il paesaggio del doppio ritratto di Federico da Montefeltro e Battista Sforza con l’aggiunta dello splendido putto alato che suona il liuto di Rosso Fiorentino.

Attraverso un salto di secoli, ci troviamo nel clima del romanticismo tedesco di Kaspar Friedrich, intriso di panteismo mistico delle “Due dame di Challant” di  “Mitterand” e della “Luna piena sul Cres” accogliendo la poetica del Sublime nel contemplare l’incommensurabilità del creato sovrastato da aquile ad ali spiegate.

Un’atmosfera magica traspare dalla riproduzione esatta delle splendide montagne di Segantini in “Maloja” dove la Core riporta però alla vita reale aggiungendo due bimbi che giocano a palle di neve.

Enigmatica ed esoterica in “Endorfine” la grande rosa aperta in massima fioritura da cui prende il volo una farfalla gioiosa.

Con “L’hommage a Magritte” siamo in pieno surrealismo  in quanto la chioma di un albero è rappresentata da una pallina da golf.

Un  sottile gioco tra realtà e immaginazione avviene anche nella bellissima acquaforte  acquarellata “Mein land ist nicht Mailand” con un profilo femminile sul cui capo campeggia un cappello su cui si posa un paesaggio del Monferrato.

Un’immersione nel visionario avviene in  “A che punto è la notte?” attraverso il volo di una donna le cui ali hanno lo stesso colore di quelle dell’angelo di Beato Angelico in una annunciazione,  mentre scappa verso un mondo migliore.

Interessante la sezione dedicata a piccoli quadri che confermano l’anelito alla pace  della pittrice trovata in alcuni luoghi in cui la natura è silente, i bambini sono innocenti e gli animali hanno uno sguardo amico e sincero.

Tra i tanti paesaggi troviamo “Il vecchio paese di Champoluc”, “Tramonto a Moleto”, “La chiesa di san Quirico” avvolti nel silenzio e nella natura incontaminata.

Fernanda riesce a trasmetterci  tutto questo con empatia cognitiva alimentando l’interesse degli spettatori facendoli coinvolgere nel grande mondo dell’Arte.

Giuliana Romano Bussola

Il MAUTO dedica una mostra a Carlo Felice Trossi, “cesellatore” di curve

Il Museo Nazionale dell’Automobile presenta la nuova grande mostra intitolata “Carlo Felice Trossi. Eroe incompiuto” dedicata alla figura poliedrica del pilota biellese. La mostra inaugura il 15 maggio e rimarrà aperta fino al 28 settembre 2025.

L’esposizione si snoderà lungo un percorso di scoperte che riguardano cimeli, testimonianze fotografiche,  disegni, fino a automobili, aerei e imbarcazioni. La mostra è curata dallo storico e saggista Giordano Bruno Guerri, affiancato nel progetto allestitivo da Maurizio Cili.

Carlo Felice Trossi (1908-1949), appassionato pioniere dell’automobile e protagonista delle competizioni sportive tra le due guerre, risulta una figura affascinante,  eroica, geniale e visionaria. La sua carriera non si esaurisce nell’automobilismo, ma abbraccia anche la progettazione di imbarcazioni di avanguardia, di aeroplani e la partecipazione a competizioni aeronautiche. Nella sua breve vita ha saputo coniugare un mecenatismo raffinato con capacità progettuali e imprenditoriali straordinarie, diventando un esempio di lungimiranza e avanguardia. Il villese Carlo Felice Trossi, conte di Pian Villar, fu sicuramente un attore di primo piano sulla scena motoristica negli anni Trenta. Nato nel 1908, rimase orfano in giovane età del ladre, scomparso a 36 anni in un incidente stradale. Affascinato dai motori fin da ragazzo, esordì nel mondo delle gare automobilistiche nel ’31 partecipando alle Mille Miglia, organizzate dall’Autoclub di Brescia, in coppia con l’amico rivale Antonio Brivio, Marchese Sforza. L’anno seguente ottenne, davanti a Brivio, la vittoria nella Biella Oropa, nel 1931. Entrò così a far parte della scuderia Ferrari, disputando quattro Gran Premi nel 1933. Nel 1934 vinse a Montreux, trionfando in seguito nel primo circuito automobilistico di Biella. Appassionato di volo, oltre che di motori, partecipò a due edizioni del Raduno Sahariano, gara di regolarità aerea a tappe organizzata in Libia dal maresciallo dell’aria Italo Balbo, e si fece promotore della costruzione di un campo di volo nel biellese. La sua carriera proseguì fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, durante la quale fu pilota di aerosiluranti. Nel 1947 vinse a Milano il Gran Premio d’Italia. L’ultima gara da lui disputata, nel 1948, sul circuito del Valentino, a Torino, si ritirò per un guasto meccanico. Morì il 5 maggio 1949, a Milano, per malattia.

Mara Martellotta

Torna il Certame Pareysoniano

Nuovo appuntamento a Cuneo con il “Concorso Nazionale di Filosofia” dedicato alla memoria del grande filosofo di Piasco, Luigi Pareyson

Sabato 10 maggio

Cuneo

Giunto alla sua terza edizione, è in programma per sabato 10 maggio (dalle ore 10) presso il “Rondò dei Talenti” in via Gallo 1, a Cuneo, il nuovo appuntamento con il “Certame Pareysoniano”, il “Concorso Nazionale di Filosofia” riservato, a livello nazionale, alle classi III, IV e V delle Scuole  Superiori, organizzato dal Centro Studi Filosofico-religiosi “Luigi Pareyson”, in collaborazione con il cuneese Liceo classico e scientifico “Pellico-Peano”, dove lo stesso Pareyson insegnò “Filosofia” dal ’40 al ’44, prima di essere arrestato dall’Ufficio della “Federazione Fascista” e sospeso dall’attività didattica per il suo impegno politico militante nel nucleo del “Partito d’Azione”.

Nato a Piasco (Cuneo) nel 1918 e scomparso a Torino nel 1991, Luigi Parejson è stato uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento e un influente esponente dell’ermeneutica contemporanea. A Torino, approda nel ’52, dove occupa la nuova Cattedra di “Estetica” dell’Ateneo subalpino per poi passare nel ’64 (succedendo al Maestro Augusto Guzzo) alla Cattedra di “Filosofia Teoretica” che occuperà fino alla fine della sua carriera accademica. Fra i suoi allievi più noti Gianni Vattimo e Umberto Eco.

La “libertà”, vista come “atto di auto-posizione, in lotta con sé stessa e sempre in atto di scelta” fu il tema centrale del suo pensiero e proprio al rapporto tra “libertà e tecnologia” è stata dunque dedicata, come atto concreto di memoria dovuta al “filosofo cuneese della libertà”, la nuova edizione del “Certame”, il cui avvio dei lavori e la successiva presentazione degli elaborati da parte degli studenti ammessi alla finale saranno presieduti dal professor Enrico Guglielminetti, presidente del Centro Studi Filosofico-religiosi “Luigi Pareyson”. Interverranno anche Giulia Gavioli (“Liceo Minghetti” di Bologna) e Federico Naretto (“Liceo D’Azeglio” di Torino), vincitori dell’edizione 2024. Nel pomeriggio, dalle 15, presso lo “Spazio Incontri Fondazione Crc” (via Roma, 15) si svolgerà una conferenza del professor Giovanni Maddalena (“Università del Molise”) sul tema “Delitti, investigazioni e libertà nell’epoca dell’intelligenza artificiale” ; seguirà, dalle 16, la cerimonia di premiazione dei vincitori della terza edizione dell’iniziativa. La partecipazione è gratuita e aperta alla cittadinanza.

“Il tema della ‘libertà’ – sottolinea Graziano Lingua, direttore del Centro Studi Filosofico-religiosi ‘Luigi Pareyson’ – è stato investigato dagli studenti a partire da una specifica domanda: in che misura le trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni ci impongono di ripensare le condizioni e il senso della libertà umana? I lavori migliori sono stati selezionati per la fase finale, in presenza a Cuneo, dove i finalisti si cimenteranno in una breve presentazione orale, valutata da una Giuria di docenti universitari e liceali”.

Rispetto alla seconda edizione del “Certame”, quest’anno si è registrato un ulteriore incremento dei lavori inviati, passati dai 53 dell’edizione 2024 ai 72 di quest’anno, realizzati da studenti i tutt’Italia. Dieci, quelli selezionati per la finale. Quattro i piemontesi: il “Vasco-Beccaria-Govone” di Mondovì, l’“IIS D’Adda” di Varallo, i Classici “Vincenzo Gioberti” e “Massimo D’Azeglio” di Torino. Ogni studente avrà a sua disposizione 10 minuti per una breve presentazione. Verrà premiata la capacità di esposizione e di argomentazione poi, sulla base delle diverse illustrazioni, il “Comitato Scientifico” individuerà le vincitrici ed i vincitori.

Per ulteriori infopareyson@unito.it

g.m.

Nelle foto: Luigi Pareyson; la classe IV G – Indirizzo Scienze Applicate del “Liceo Pellico-Peano” di Cuneo

Musica da Vedere alla Palazzina di Caccia di Stupinigi

Sabato 10 maggio, alle 15.45, presso la palazzina di Caccia di Stupinigi si terrà una visita musicale dal titolo “Musica da vedere”, che fa rivivere gli antichi rituali della caccia reale rappresentati nelle tele del Cignaroli al suono dei corni di Sant’Uberto. Le musiche che corrispondevano all’antico cerimoniale venatorio vènerie royale  (la caccia a cavallo con cani da seguita), vengono riproposte da una sonorizzazione delle opere curata dell’Equipaggio della Reggia di Venaria, riconosciuto dall’UNESCO come Patrimonio Immateriale dell’Umanità, ensemble musicale dell’Accademia di Sant’Uberto. Lo strumento impiegato è la trompe d’Orléan, corno circolare naturale senza fori, tasti o pistoni, di agevole impiego anche a cavallo, per trasmettere le sequenze dell’azione venatoria nel folto della foresta. “Musica da vedere” è una visita guidata con sonorizzazione del percorso di visita, e ha una durata di un’ora e 15 minuti circa. Prezzo della visita guidata 5 euro, oltre al costo del biglietto di 12 euro; 8 euro ridotto, gratuito per i minori di 6 anni e possessori di abbonamento musei e royal card. Prenotazione obbligatoria entro il venerdì precedente.

Info: 011 6200601 – stupinigi@biglietteria@ordinemauriziano.it

Mara Martellotta

 

 

INFO

Palazzina di Caccia di Stupinigi

Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino

Sabato 10 maggio 2025, ore 15.45

Musica da Vedere

Durata della visita: un’ora e 15 minuti circa

Prezzo della visita guidata musicale: 5 euro, oltre al costo del biglietto

Biglietto: 12 euro intero; 8 euro ridotto; gratuito minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card

Prenotazione obbligatoria per la visita guidata entro il venerdì precedente

Info e prenotazioni: 011 6200601

stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it – info@accademiadisantuberto.it

www.ordinemauriziano.it – www.accademiadisantuberto.org

Giorni e orari di apertura Palazzina di Caccia di Stupinigi: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18).

Viaggio alla scoperta del Teatrino Civico di Chivasso

Un antico, piccolo teatro all’italiana, fiore all’occhiello per il Piemonte e la cultura, la sua storia, il suo accurato restauro

Uno dei grandi e pregevoli tesori che l’Italia racchiude sono i suoi antichi teatri, alcuni dei quali si possono ritenere autentici piccoli scrigni di fascino e storia. Lasciate quindi le grandi città con i loro aulici teatri di ampie proporzioni, vale la pena fare esperienza delle realtà non meno avvincenti che la provincia può offrire nei suoi borghi antichi e nelle sue cittadine storiche dal passato importante con i loro centri storici, memorie di un più vasto paesaggio urbano da proteggere e conservare, che racchiudono altrettante realtà capaci di svelare incanti e storie secolari.

 

In un Paese benedetto da tanta bellezza come l’Italia, giustamente considerato un museo a cielo aperto, si possono scoprire luoghi sconosciuti e presenze inattese cariche di storia e di cultura. Chivasso, a pochi chilometri da Torino al confine tra il Canavese ed il Monferrato vale una gita fuori porta per scoprire e visitare un vero e proprio gioiello settecentesco unico per bellezza ed armonia. E’ il Teatrino Civico che trovò il suo spazio ideale nel cuore di questa millenaria cittadina di grande importanza strategica e di secolari vicende eroiche, già feudo dei Marchesi del Monferrato, crocevia di eventi politici, storici e culturali.

Proprio percorrendo le antiche mura del centro storico con le sue eterne pietre che non si stancano di raccontarsi si raggiunge il Palazzo Santa Chiara dove, al pian terreno, ha da secoli trovato sede il Teatrino. Camminando tra questi solidi mattoni a vista saturi del lavoro di plurisecolari maestranze, con quelle tipiche calde tonalità che il tempo ha depositato su di loro, si viene catturati da quello strano senso di appartenenza che soltanto alcuni luoghi sanno dare. Il Palazzo dall’austera facciata ingentilito alla sommità da una meridiana che da sempre gioca con il sole da cui prende vita e che, a ben guardarla, parla dell’immaterialità del tempo che scorre,  porta scritto il motto latino di origine biblica “ Ut filii lucis ambulate “, camminate come figli della luce.

Dall’Ottocento ospita il Municipio chivassese e venne edificato nel cuore del XVIII secolo su progetto del padre gesuita Antonio Falletti di Barolo che aveva previsto un vasto complesso pensato per le suore Clarisse Osservanti, un progetto il suo più visionario che reale e mai concluso a causa dei costi troppo elevati. Si dovette attendere il 1864 quando, in quella che fu la cappella interna del convento al pian terreno, venne realizzato il Teatrino Civico su progetto dell’Ingegner Fausto Gozzano, padre di Guido, scrittore e poeta la cui fama è andata ben oltre i confini del Piemonte. Venne inaugurato il 16 Ottobre di quello stesso anno dalla Compagnia chivassese dei Dilettanti Filodrammatici ed ogni volta che vi si entra ci si trova a vivere la magia dell’incanto di questo ambiente accogliente, elegante, ospitale ed intimo perché il teatro di per sé è uno di quei luoghi che svelano meraviglie, storie di tempi lontani e di memorie, intrecci di vite, di sentimenti, di aspettative ma anche di sfumature di colori e di profumi tra cui quello caratteristico del palcoscenico così caro e appagante alla gente di spettacolo. Il FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, a cura della Delegazione Fai di Torino recentemente ha proposto un’apertura straordinaria in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo, nell’ambito dell’iniziativa “ A teatro con il FAI ”, con visite guidate a questo scrigno prezioso dove è pura magia esserci entrati guidati alla scoperta e pura follia uscirne e non tornarci.

Due associazioni unite  dalla medesima finalità, quella di porre particolare attenzione al territorio regionale in tutte le sue sfaccettature ed offerte culturali. Nel 2003 il Teatrino è stato oggetto di un attento restauro che gli ha donato un fascino senza precedenti, curato dall’Architetto Donatella D’Angelo, nota firma indiscussa nel mondo dei restauri conservativi e della rivalutazione dei centri storici, che ha qui messo cuore e mano a questa importante e delicata impresa dopo attenti studi, ricerche storiografiche e tecniche per rivalutare e proporre la vera essenza di questo esempio di teatro all’italiana che fiorì appunto nel Settecento in tutte le regioni così come in Piemonte con questo pregevole esemplare che Chivasso custodisce. Un lavoro complesso realizzato con sensibilità e cura estrema di tutti i dettagli tecnici ed artistici, con lavori di recupero nei paramenti lignei dei palchi e dell’affresco del soffitto raffigurante le allegorie della Musica, della Commedia e della Tragedia, opera del pittore Pietro Silvestro. L’effetto voluto è stato pienamente raggiunto: un’ autentica bomboniera, un mondo di stucchi ritrovati, di linee ridisegnate sull’antica traccia, di legni dorati riportati al loro splendore, di velluti e tenui colorazioni antiche nelle tonalità del “ blu Savoia “ nelle sue sfumature, colore divenuto il filo conduttore degli ambienti e che riprende quelli originali per dargli un luminoso soffuso risalto. Anche la scelta accurata delle belle poltroncine Frau della platea e degli sgabelli Thonet della balconata, scelti nella stessa sfumatura di colore con la massima attenzione, hanno contribuito ad accrescere il fascino raggiunto da questo restauro abbellendo in tutti i particolari il Teatrino  e riuscendo ad offrire la massima capienza in un totale di 99 sedute.

Dalle antiche perfette proporzioni che i nostri avi avevano innate nasce quel gioco di pura armonia che in questo ambiente è espresso perfettamente e che è stato pienamente rispettato e completato. L’effetto finale si potrebbe paragonare a quello di una conchiglia rovesciata, pensata per ospitare e racchiudere un mondo dove gli elementi si fondono tra il palcoscenico e la platea in una sorta di intesa reciproca perché uno sta all’altra proprio come la conchiglia sta al mare che l’accoglie e ci si aspetterebbe di veder uscire da quel sipario con i suoi vaporosi tendaggi che nascondono per poi rivelarli mondi straordinari, il grande, indimenticabile Gigi Proietti che invita tutti con la sua famosa frase : ” Benvenuti a teatro, dove tutto è finzione ma niente è falso ” e che senza alcun dubbio avrebbe amato  questo Teatrino, esempio perfetto di armonia e storia.

Patrizia Foresto