La tradizione interrogata: Tjeknavorian tra Mozart e Brahms

Di Renato Verga

Per la terza volta in pochi mesi un concerto sinfonico si apre con un’ouverture di Carl Maria von Weber. Dopo Der Freischütz diretto da Riccardo Minasi con la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen e Oberon eseguito dall’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la guida di Manfred Honeck, è ancora Oberon a inaugurare il programma del dodicesimo concerto della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, all’Auditorium Arturo Toscanini. Sul podio, in sostituzione del previsto Andrés Orozco-Estrada, sale Emmanuel Tjeknavorian.
Nato a Vienna nel 1995 in una famiglia di musicisti di origini armene e iraniane, Tjeknavorian ha iniziato giovanissimo lo studio del violino, per poi orientarsi progressivamente verso la direzione d’orchestra. Figlio del compositore e direttore Loris Tjeknavorian e di una pianista, ha costruito in breve tempo una carriera intensa, culminata nel 2024 con la nomina a Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano e con il Premio Abbiati 2025 come Miglior direttore d’orchestra. Nell’ouverture weberiana, tuttavia, la sua energia non si impone subito: l’esecuzione è solida ed efficace, ma l’elemento fiabesco e soprannaturale della partitura avrebbe forse richiesto maggiore leggerezza e un senso più pronunciato dell’incanto.
È con il Concerto per pianoforte e orchestra in do maggiore K 467 di Mozart che il concerto cambia decisamente passo. Qui emerge con chiarezza la qualità del dialogo instaurato dal direttore con l’orchestra, che trova una risposta ideale nella partecipazione del solista Mao Fujita. Nato a Tokyo nel 1998, Fujita ha iniziato a studiare pianoforte a tre anni e si è imposto negli ultimi anni come uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Nel celebre K 467 offre una lettura di grande equilibrio, in cui la trasparenza del suono e la chiarezza del fraseggio si uniscono a una profonda naturalezza stilistica. L’Andante, celeberrimo per la sua cantabilità sospesa, rappresenta il vertice espressivo dell’esecuzione, grazie a un controllo del tempo e del colore che evita ogni compiacimento. Il virtuosismo, mai ostentato, emerge nelle ampie cadenze dei movimenti estremi, affrontate con sicurezza tecnica e autentico senso musicale.
Il successo è tale da spingere il pianista a concedere due bis inattesi: la Fugue sur le nom d’Haydn di Charles-Marie Widor e l’Hommage à Haydn di Claude Debussy, entrambi composti nel 1909 per il centenario della morte del compositore. Si tratta di brani costruiti sulla trasposizione musicale del nome HAYDN, secondo un sistema di corrispondenze alfabetiche elaborato dalla Société Internationale de Musique. Due pagine rare e curiose, eseguite da Fujita con aplomb e precisione, che aggiungono una nota di raffinata eccentricità alla serata.
La seconda parte del concerto è interamente dedicata a Johannes Brahms e alla sua Sinfonia n. 1 in do minore op. 68, opera che rappresenta uno dei momenti più complessi e sofferti della storia della sinfonia ottocentesca. Brahms impiegò decenni prima di affrontare il genere, consapevole del peso esercitato dal modello beethoveniano. Quando la sinfonia fu finalmente presentata a Karlsruhe nel 1876, il compositore aveva già superato i quarant’anni ed era ormai una figura affermata, ma non ancora “consacrata” dal confronto con la forma sinfonica.
L’accoglienza fu clamorosa e non priva di fraintendimenti: Eduard Hanslick parlò di una diretta continuità con Beethoven, dando origine al celebre cliché della “Decima sinfonia”. In realtà, la Prima di Brahms guarda meno al progresso attraverso il conflitto tipico di Beethoven e più a un tono di ballata romantica, evidente soprattutto nel complesso primo movimento, costruito su una fitta rete tematica dal carattere prevalentemente tragico. Anche le apparenti somiglianze del finale con la Nona beethoveniana restano più evocazioni superficiali che reali parentele strutturali.
In questa pagina Brahms afferma una voce personale, densa e severa, che Tjeknavorian sembra sentire come particolarmente congeniale. La sua lettura mette in luce la solidità dell’impianto formale e la tensione drammatica della partitura, confermando come il giovane direttore trovi proprio nel grande repertorio sinfonico ottocentesco uno dei terreni più convincenti della propria maturazione artistica.

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