La sincerità di una confessione, tra passato e presente

in CULTURA E SPETTACOLI

Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione

 

Una lunga cicatrice rossastra attraversa nelle scene iniziali la schiena di Salvador Mallo, regista che ha visto spegnersi ogni velleità artistica, personaggio centrale di Dolor y gloria

 L’incubo della malattia, le visite in ospedale, le diagnosi dei medici. Il risultato di un intervento chirurgico, l’inizio di un dramma, della depressione, dell’imperativo a lasciarsi andare, a vedersi vivere, probabilmente un punto centrale pronto a coinvolgere altre patologie di cui anche un chiarificatore disegno animato vuol mettere a conoscenza lo spettatore. Nell’ultima sua prova (è arrivato felicemente alla 22ma, seppur i bassi e gli altissimi non siano mancati), Pedro Almodòvar è lì, nella vita e sullo schermo, a mettersi a nudo, a rivelarsi appieno nelle sue paure, nei suoi stati d’animo, nella suo corpo intristito. Strade già percorse, ma forse mai con la sincerità di oggi, piena di calore, autentica, di una nuova esplorazione che svela aspetti sconosciuti e porta ad un rappacificarsi calmo, quasi fosse un abbraccio, con se stesso che prende il posto di una antica quanto rabbiosa ironia. Con una prova interpretativa eccellente, di rara immedesimazione (che va ben oltre le camicie coloratissime e i capelli arruffati del suo antico mentore), Antonio Banderas ripercorre gli spazi dell’alter ego – pure lui con i suoi timori e la morte in faccia dopo l’infarto di due anni fa -, regista e attore si ritrovano dopo La pelle che abito e Gli amanti passeggeri, si guardano e si confrontano ancora una volta, giocano pirandellianamente tra realtà e finzione, si specchiano con qualche eccessiva bugia in Fellini e Mastroianni e in 8 e mezzo (perché qui siamo di parecchi metri sotto quel capolavoro indiscusso), mescolano il detto e il non detto, il passato e il presente, gli amori e le perdite, gli abbandoni dolorosi come il piacere del ritrovarsi, camuffano in bocca ad altri che occupano le loro vite episodi personali, riformano gli intrecci di due belle esistenze, perse e rinnovate. Oltre i timori e le malattie, è la riproposta di un suo vecchio successo, Sabor, pronto per essere immesso ancora, a trentadue anni dall’uscita, in discussioni e incontri pubblici, a togliere Salvador dalla depressione, un’occasione per incontrare di nuovo Alberto, l’attore che ne fu il protagonista, un incontro lento e travagliato, fatto ancora di rappacificazioni e di scontri, di abbracci e di eroina, cui tuttavia affida un proprio monologo (e in quel “il cinema mi ha salvato” si comprende quanto vi sia di autobiografico: e in quel monologo sta una delle scene più belle del film, come denuncia tutta la sua umana autenticità quella della visita/confessione nello studio del medico) che sarà un successo. Con commozione salvifica al seguito. Come quella di ricevere la visita di Federico, il grande amore degli anni Ottanta (“Madrid era nostra”), “scappato” in sud America a riformarsi una famiglia con tanto di moglie e figli cui ha detto e non ha detto, che sanno e non sanno. Del passato – e sono scene davvero suggestive, che culminano nella presenza di Penelope Cruz, assolate anche se chiuse nelle caverne bianche che fanno da abitazione; suggestive come quelle iniziali, che ci ricollegano all’inizio di Volver, là le donne a sistemare le tombe del cimitero, qui a lavare e stendere i panni in riva al fiume, sempre cantando – fa parte l’infanzia del regista, il rapporto con la madre, le prime scoperte d’amore che arrivano a far svenire (forse un piccolo neo della narrazione, non è forse eccessivo quel momento di perdizione improvvisa nel ragazzino non ancora decenne?), con le note di Come sinfonia e con la voce di Mina. Ricordi, che sfoceranno dritti dritti all’interno del film nel film, con la scena finale. Non sappiamo ancora se la giuria di Cannes presieduta da Inarritu guarderà con occhio benevolo e premiante a Dolor y gloria; ma è vero che Almodòvar oggi affascina e commuove, lascia il giusto segno non apparendo debordante in una scrittura che altre volte ha preso troppe strade secondarie ma racchiudendo amorosamente, senza alcun tentennamento e senza la tentazione di nascondere chissà che, l’intera storia in se stesso, nei giorni che ha vissuto e che sta vivendo, tra i colori e tutto il pop che dissemina qua e là e le ombre che attraversano di tanto in tanto le sue giornate di regista e di uomo.