Malosti ripropone L’Arialda di Testori con i diplomati della Scuola per Attori dello Stabile

arialda 22arialda 23Le vicende dell’Eros e del suo amore non sporcato per il giovane Lino, a distanza di più di cinquant’anni, non intorbidano più nessuna sensibilità. Ma rimangono vive e vitali, come quelle dell’Arialda con tutto il suo desiderio d’amore, cercato e sempre negato

 

Ancor tempo prima una decina danni di frastornare il mondo letterario e teatrale del nostro paese con un terremoto linguistico che lo portò alla scrittura della “Trilogia degli Scarrozzanti”, con un insieme di fusioni, di storpiature, di termini disinvoltamente slungati o ridotti o imbruttiti, tra dialettismi lombardi o francesismi addomesticati (Giovanni Raboni lo definì “il più instancabile sperimentatore della letteratura italiana di questi ultimi decenni”), Giovanni Testori critico darte tra i più raffinati, amante di aree ben precise, tra Piemonte e Lombardia, poeta, romanziere e omosessuale colpevolizzato incrociò con il testo dell’Arialda la stretta democristiana degli Andreotti, dei Scelba, dei Gronchi (Morelli, Stoppa e Orsini che, nel tentativo di chiarire e di liberare una situazione senza via d’uscita, salgono al Quirinale da un Presidente che si rifiuta di riceverli) e l’accusa di oscenità, incorrendo in censure, in riduzioni, in ostacoli, in quelle cancellazioni che alla ripresa milanese impedirono alla commedia di andare in scena. Così per il palcoscenico; e così per il cinema, dal momento che la stessa autorità s’accanì sulle immagini di Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti, risultato della collaborazione tra il regista e lo scrittore, essendo alla radice del film Il ponte della Ghisolfa e La Gilda di Mac Mahon, insieme all’Arialda tasselli di quell’affresco che sono I segreti di Milano.

 

I tempi sono cambiati, il nome di Testori s’è anche per troppi annebbiato e le vicende dell’Eros e del suo amore non sporcato per il giovane Lino, a distanza di più di cinquant’anni, non intorbidano più nessuna sensibilità. Ma rimangono vive e vitali, come quelle dell’Arialda con tutto il suo desiderio d’amore, cercato e sempre negato, con il suo mondo abitato dai morti in cui rifugiarsi, come quelle del Gino, con la sua giovanile irruenza, o del maturo Candidezza, che portano attraverso un nebbioso panorama dell’hinterland milanese, fatto di strade e prati e cavalcavia come pure di stanze spoglie che s’affacciano sui lunghi ballatoi, come di palestre o bar fumosi, ad una rete fitta e umanissima di amori scabrosi, frettolosi, feroci e colti nell’inganno. Un presepe ferito di figurine che palpitano anche nell’ipocrisia, nella ferocia, negli atti finali di una vita sconvolta, nel desiderio fatto di bene e di male d’affermarsi, nei fantasmi tangibili (certe situazioni sentono l’influenza di Pirandello) che nel loro essere invisibili costruiscono un attimo di reale presenza.

 

Ha fatto bene Valter Malosti a riproporre il testo, a farne sentire ancora oggi la bellezza della scrittura, a immergerlo nel vuoto che è il palcoscenico delle Fonderie Limone di Moncalieri, soltanto lo scheletro di una porta a delimitare entrate e uscite, alcune soltanto, qualche tavolo, qualche sedia, ha fatto bene a giocare con la prepotenza di quei corpi (anche per immagini, l’armoniosità di certe Deposizioni lascia segni nella memoria) e di quelle voci, facendo quasi scontrare un personaggio con l’altro e riuscendo a creare un grandioso affresco di lotte, di rancori, di fragili vittorie e di sottomissioni. Tutto questo con l’apporto dei diplomati della Scuola per Attori del Teatro Stabile torinese da lui stesso guidata, alcuni fattisi apprezzare su differenti gradi in recenti spettacoli fatti in casa e qui desiderosi di mettersi in gioco totalmente. Qualcuno, se le rose fioriranno, sarà da tener d’occhio nelle stagioni a venire. Ricordiamo tra tutti Beatrice Vecchione che è una fervida Arialda, tutta la forza e la sfrontatezza di Matteo Baiardi (Gino), Roberta Lanave, Gloria Restuccia e la efficace prova di Camilla Nigro, buttatasi senza risparmio nel personaggio di Mina. Si replica sino a domenica 31 gennaio.

 

 (Foto: A. Macchia)

Elio Rabbione

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