TORINO CITTA' DELLA RADIO E DALLA TELEVISIONE

Tgr Piemonte: “Dal territorio si guarda lontano e da lontano si guarda al territorio”

INTERVISTA AL CAPOREDATTORE FRANCESCO MARINO

Di Beatrice Pezzella

Vorrei iniziare facendo un breve recap del 2025. Non c’è dubbio che sia stato un anno in cui non ci siamo fatti mancare nulla in termini di notizie, eventi e, purtroppo, tragedie. Si ricorda un avvenimento in particolare che ha registrato un numero di interazioni sopra la media? Penso in primis agli ATP, torneo sportivo di interesse mondiale.

F.M.: Sicuramente gli ATP hanno rappresentato un impegno regionale straordinario in quanto con essi non esiste solo l’elemento sportivo, ma anche quello economico che colloca Torino al centro di una conversazione di scala globale. Il 2025 è stato l’anno di piena consapevolezza del territorio dell’evento in quanto la partenza e l’anno successivo hanno avuto luogo negli anni del COVID, il 2023 è stato il primo anno per così dire “vero”, nel 2024 abbiamo preso le misure per i numeri che comporta e il 2025 ha portato la piena esplosione dell’evento.

Ci sono state anche numerose questioni legate a processi importanti come quello dei Murazzi, del gioielliere di Grinzane Cavour o la morte degli operai nella tragedia di Brandizzo. Si tratta di fatti che per il territorio hanno una loro rilevanza di proiezione: il processo ai Murazzi rappresenta uno spaccato necessario di riflessione sul modo di intendere la vita, il divertimento e le responsabilità che si hanno da quando si è raggiunta l’età della ragione. Allo stesso modo, Brandizzo rappresenta l’impellente necessità di un territorio di salvaguardare il diritto alla sicurezza sul lavoro. Così come Grinzane Cavour ha aperto un dibattito enorme sull’impossibilità di pensare di potersi fare giustizia da soli.

A più di 70 anni dalla nascita della televisione, il piccolo schermo continua ad essere il riflesso della società. Nel loro importantissimo lavoro di ricerca e riscoperta, i Professori universitari Zeni e Fassone hanno digitalizzato una grande quantità di materiale della storica televisione piemontese Videogruppo (si veda il Progetto ATLAS), riportando alla luce lo stretto rapporto tra la telecamera e i cittadini piemontesi della seconda metà del XX secolo. E’ ancora forte questo rapporto? Come è cambiato ed evoluto nel corso degli anni?

F.M.: In Piemonte il rapporto tra telespettatori e Tgr è stato sempre fortissimo e lo è tutt’ora. Nell’ambito delle otto regioni italiane con la platea televisiva più grande (Piemonte, Veneto, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Sicilia e Puglia) la Tgr Piemonte ha il più alto share in tutte e tre le sue edizioni televisive, ossia Buongiorno Regione e i Telegiornali delle 14.00 e delle 19.35. Questo dato, fornitoci da analisi statistiche sempre più precise, è allo stesso tempo un motivo di vanto ma anche un’enorme responsabilità: bisogna continuare a coltivare tale rapporto, soprattutto all’insegna della puntualità, della credibilità, dell’impegno nel raggiungere territori sempre più lontani dal capoluogo.
Inoltre, da 5 anni esiste una piattaforma web per ogni sito regionale e quello della Tgr Piemonte conta quasi un milione di click su base mensile.
Tuttavia, bisogna tenere a mente che ci si confronta con platee televisive che hanno subito una forte contrazione rispetto a qualche anno fa anche a causa dell’ampliamento infinito dei contenuti che arrivano sul televisore anche sotto forme diverse. Noi ci guardiamo attorno con molta curiosità. La platea dello share rispecchia un pubblico più tradizionale, con un’età media alta, però è anche vero che essa porta con sé anche il rispettivo nucleo familiare costituito anche di ragazzi.
Il dato del web, invece, racconta una fruizione diversa e più giovane, frammentata e distribuita su vari device.

Sicuramente la digitalizzazione dei contenuti televisivi – visibili sia in diretta streaming che successivamente sul sito della Tgr Piemonte – ha significativamente influito su come gli spettatori fruiscono i programmi del piccolo schermo.

F.M.: Certo, fortunatamente noi, ad oggi, abbiamo gran parte del nostro archivio digitalizzato e questo è un cammino che non si arresta in quanto più passano gli anni più si recupera materiale su scala nazionale. Il Tgr Piemonte cerca di sfruttare ed utilizzare questa risorsa in modo originale e funzionale: ad esempio, durante le vacanze di Natale abbiamo riproposto dei servizi natalizi degli ultimi decenni utilizzando del materiale d’archivio. Questo è anche un modo di confrontare i cambiamenti della città, dei suoi costumi e delle sue abitudini in quanto, come ricorda il Direttore Roberto Pacchetti, “il territorio è il nostro mestiere”.
In particolare qua a Torino il progetto Rai Teche ha investito molto sul tema, dislocando nel capoluogo gran parte di queste attività accessibili al pubblico sia attraverso i canali multimediali sia attraverso la Bibliomediateca che è diventata un nucleo di studio molto importante. Questo rappresenta sia un vanto che un dovere da parte della Rai, l’azienda editoriale più importante d’Italia. Di fatto, siamo un manuale di Storia dell’ultimo secolo di questo Paese, prima con la radio, poi con la televisione.

Ognuno di noi è un possibile portatore di notizie da quando viviamo con il telefono in mano. Anche per questo motivo il Tgr Piemonte ha una sezione dedicata interamente alle segnalazioni dei cittadini. Quanto è importante il contributo dei singoli privati nella diffusione delle notizie al giorno d’oggi e quanto influisce sulla costruzione della narrazione?

F.M.: Credo che lo spazio riservato alle segnalazioni dei cittadini sia un dovere del servizio pubblico, in quanto il suo valore risiede nel sapere che c’è un rapporto e un’interazione tra cittadino e Tgr riguardo i temi di tutti i giorni. E’ capitato che da tali segnalazioni abbiamo messo insieme i pezzi e abbiamo scelto di fare un approfondimento settimanale.

Se c’è un settore che può essere realmente danneggiato da un cattivo uso dell’intelligenza artificiale è quello della comunicazione e della notizia. In un’epoca in cui è sempre più difficile riconoscere un prodotto reale da uno artificioso, come si comporta la redazione di un telegiornale?

F.M.: Ovviamente è un tema di cui bisogna occuparsi comprendo le possibilità, i limiti ed eventualmente i pericoli. Il rischio di banalizzare gli effetti controproducenti nella serietà dell’informazione non va sottovalutato in quanto il nostro pubblico deve avere la sicurezza che ciò che vede sia reale e non a rischio di mistificazione. E’ stato avviato all’interno della testata un gruppo di studio per cercare di capire quali potevano essere i vantaggi dell’IA dal punto di vista produttivo.
Per quanto riguarda la creazione dei contenuti in maniera automatica posso fare un ragionamento esclusivamente su base personale. Software come Chat GPT ri elaborano materiale che è stato realizzato in primo luogo da giornalisti e professionisti del settore. Tuttavia, se da oggi producessimo solo in maniera artificiale utilizzando materiale e risorse che hanno già subito varie rielaborazioni artificiali, quali saranno i contenuti che andremo a setacciare tra 70 anni? Alla fine, chi sarà il garante della veridicità della realtà?

Ci sono argomenti di notizia che trascinano con loro alte percentuali di share ogni volta che vengono trattati e riproposti sullo schermo? Penso ad esempio ai grandi eventi sportivi o ad avvenimenti che hanno segnato drasticamente il nostro Paese negli ultimi anni.

F.M.: No, non c’è una regola. Un caso come quello del COVID attira grande attenzione e partecipazione, anche grazie ai “dissidenti della notizia”, una fetta di utenti amplificata anche dai social media, che permettono di creare un dibattito indipendente dagli organi di informazione ufficiale. Poco dopo tuttavia, su questi temi c’è un effetto di ritorno e di rifiuto per il quale le persone non vogliono sentire parlare di argomenti spiacevoli. Si vive sul filo dell’equilibrio.
Simile è il caso delle ATP: ogni anno portano con loro una grande partecipazione popolare che però via via svanisce, lasciando spazio agli innumerevoli eventi sportivi ospitati da Torino, dal calcio, al basket, alla pallavolo.

A tal proposito, il Tgr Piemonte dà molto spazio a settori di interesse pubblico come la scienza con il “Tgr Leonardo” e la trasmissione “Petrarca”, che accoglie ospiti e diffonde approfondimenti da tutta Italia. Come vengono selezionati gli argomenti trattati? Si seguono argomenti che sono già di interesse nazionale o si attinge da una linea editoriale prestabilita?

F.M.: La prima regola è l’attualità. Noi facciamo ogni giorno una riunione pomeridiana nella quale si pianificano le ipotesi di lavoro del giorno successivo, poi, in base al calendario degli avvenimenti che sappiamo ci saranno lasciamo del margine per intervenire sui fatti che possono avvenire tra un processo e l’altro.
Il digitale permette di cambiare il telegiornale anche fino a pochi minuti prima della messa in onda, cosa che i supporti fisici e le cassette non permettevano di fare.
Tuttavia, l’attualità lascia spazio anche ad altri temi al fine di poter garantire una copertura efficace sull’intero territorio, un esempio sono i cantieri della sanità in Piemonte di cui stiamo seguendo l’evoluzione. Non è un lavoro facile, dobbiamo cercare di essere reattivi rispetto gli eventi di tutta la regione.

Con il suo arrivo il Tgr Piemonte ha visto numerosi cambiamenti e innovazioni, tra cui la trasmissione in HD, l’arrivo di nuove telecamere e di una sala di controllo all’avanguardia. Quali altre novità sono previste per il futuro sia in termini di equipaggiamento tecnico sia per quanto riguarda la redazione? Quali sono le previsioni e i progetti per questo 2026?

F.M.: L’investimento sul digitale, sul web e sul nuovo studio è stato un investimento di scala decennale. Recentemente è stata cambiata tutta la veste grafica del telegiornale regionale, che va moltiplicata per 20 in quanto ci sono sedi bilingue in cui il telegiornale ha più di un’edizione.
In questo momento, la necessità più importante è investire sul web. E’ nato infatti un altro un altro canale che rappresenta una vetrina nazionale della Tgr che racchiude il meglio di tutte le sedi. L’online è un fronte dove si guarda sempre con grande attenzione in quanto tesorizza e valorizza tutto il lavoro fatto per la tv.
Il nostro obiettivo è la volontà di diventare sempre più efficaci e reattivi nel raggiungere gli avvenimenti e coprire il territorio nel miglior modo possibile. I cambiamenti non finiscono mai: per ritrovare un marchio Rai più riconoscibile, il servizio pubblico sta sperimentando un ritorno della produzione delle riprese per il Tgr all’interno, utilizzando maggiormente le dirette e le nuove figure di “attività integrata”, ossia montatori che lavorano anche da videomaker al fianco di giornalisti.

La Fiat a Torino vista attraverso la cinepresa

TORINO CITTA’ DELLA RADIO, DEL CINEMA E DELLA TELEVISIONE

INTERVISTA AL PROFESSORE ALOVISIO

Fiat è Torino. Torino è Fiat. Dal 1899 il legame che unisce il capoluogo piemontese e la casa automobilistica è rimasto invariato. Nonostante il marchio Fiat abbia conquistato da anni il mercato internazionale è a Torino che la sua identità aziendale – e soprattutto quella umana – è nata.

Basta nominare qualche edificio torinese per ripercorrere le pietre miliari della storia Fiat: è nel Palazzo Cacherano di Bricherasio (Via Giuseppe Luigi Lagrange 20) che i soci fondatori firmarono la nascita dell’allora F.I.A.T., acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino.
Il Lingotto (situato tra Via Nizza e Via Ermanno Fenoglietti) fu lo stabilimento scelto da Giovanni Agnelli per l’installazione della prima fabbrica, inaugurata nel maggio 1923. In seguito ad un incredibile aumento della produzione, la Fiat viene spostata nell’immenso stabilimento Mirafiori (in Corso Giovanni Agnelli 200, ora chiamato Stellantis Europa S.P.A. Automobilies), inaugurato nel 1939 durante il regime fascista.

Ad oggi, il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, uno dei più antichi al mondo nel suo genere, ospita numerosissimi modelli, cimeli e materiale audiovisivo di case automobilistiche italiane ma anche internazionali. Si è conclusa da pochissimo la mostra temporanea 125 VOLTE FIAT. La modernità attraverso l’immaginario FIAT che ha ripercorso in modo completo ed innovativo la storia dell’iconico marchio italiano. Nel corso della mostra sono stati organizzati dei tal nei quali sono intervenuti esperti e docenti che hanno discusso il ruolo della Fiat in particolare nel mondo dell’audiovisivo e della comunicazione. Abbiamo avuto il piacere di parlare con Silvio Alovisio, docente di cinema e comunicazione audiovisiva dell’Università di Torino, ospite dell’incontro “La Fiat nel Cinema” (125 talks #4 – Fiat nel Cinema) insieme a Maurizio Cilli – architetto e artista, moderati da Giuliano Sergio – storico dell’arte e curatore della mostra.

B: Durante il suo intervento al MAUTO sono stati proiettati alcuni filmati d’archivio realizzati dalla Fiat nella seconda metà del ‘900 nei quali si possono osservare i processi produttivi della fabbrica e i soggetti che la vivono. A cosa servivano questi materiali e che Fiat ci raccontano oggi?

A: Sin da quando comincia a interessarsi al cinema in modo attivo, la Fiat adotta una strategia ad ampio spettro per quanto riguarda la funzione delle sue produzioni. Quasi mai i suoi filmati hanno un solo obiettivo. Si tratta di una strategia multifunzionale che punta a diversi tipi di target. Fatta questa premessa, possiamo identificare la celebrazione della fabbrica, anche dal punto di vista estetico, come obiettivo principale. Guardando i primi filmati della Fiat all’interno della fabbrica, notiamo una tendenza all’uso del movimento di macchina, della panoramica, del carrello, del montaggio. Tutto ciò si nota in particolare nel film di Mario Gromo su Mirafiori (I nuovi stabilimenti Fiat Mirafiori (Mario Gromo, 1941). Il regista e critico dimostra di conoscere molto bene il montaggio della scuola sovietica degli anni ‘20, quindi rapido e concettualmente produttivo. Si tratta di un uso dei codici specifici del linguaggio per creare una estetizzazione dei processi di produzione. C’era quindi anche un elemento di promozione pubblica.

Frame tratti da I nuovi stabilimenti Fiat Mirafiori

Uno dei film più importanti prodotto dalla Fiat è Terra Mare Cielo -Velocità (Fiat, 1937) volto a celebrare la potenza pervasiva della casa di automobili, che non si arresta di fronte a nessuna dimensione. Il cinema si mette al servizio di questa celebrazione, utilizzando anche tecniche di propaganda dei regimi totalitari.

Finora abbiamo parlato di estetizzazione. Passiamo al secondo obiettivo, la formazione.

Il cinema viene utilizzato dalla Fiat per insegnare ai nuovi arrivati come si sviluppa un processo produttivo. Non solo: a partire dagli anni ‘60/’70, l’attenzione della Fiat si allarga dal processo produttivo ai soggetti del processo, ossia i lavoratori. Gli operai non sono più solo le comparse nei film macchina-centrici. La Fiat allarga la prospettiva, anche in conseguenza a un crescente movimento di autocoscienza dei lavoratori, che iniziano a riorganizzarsi sul piano sindacale.

Si ricorda anche una forte migrazione dal Sud. È per questa ragione che la casa dell’automobile modifica la sua linea narrativa e realizza film come Quel primo giorno in fabbrica (Sivio Maestranzi, 1972), una sorta di vademecum per il neoassunto Fiat. Questo film fu considerato talmente autentico e verosimile che la Fiat decise di non usarlo più come strumento di formazione in quanto aveva un effetto opposto a quello desiderato, aumentando l’angoscia di chi, in fabbrica, non ci era ancora entrato.

Passiamo alla terza ultima funzione, quella pubblicitaria.

Le due grandi categorie dei film Fiat sono quelle di prodotto e di produzione. Nel primo caso, non devono essere necessariamente legati alla fabbrica. Il veicolo può essere il punto finale di un racconto che comincia dal processo produttivo, come si vede ad esempio in Sotto i tuoi occhi (1931). Nel filmato si vede una macchina che esce dalla fabbrica fresca di produzione pronta per essere guidata.

Ci sono invece dei film nei quali si pubblicizza solo ed esclusivamente il prodotto, ad esempio i film di spedizione. Per mostrare l’efficienza di un suo autoveicolo la Fiat finge che esso possa compiere imprese intercontinentali, che nella realtà non riuscirebbe mai ad affrontare.

Mano a mano che la società cambia, anche la Fiat cerca di stare al passo con questo spirito del tempo. Ad esempio, quando le donne diventano consumatrici autonome, la Fiat cerca di conquistarsi la sua fetta di mercato femminile.

B: A tal proposito, le donne iniziano a comparire sempre di più nei film e negli spot Fiat. Anche nel cinema aumentano donne al volante: basta pensare ad Anna Magnani in L’Automobile (1971, regia Alfredo Giannetti),alla guida di una Fiat. Tali prodotti audiovisivi riflettono una graduale emancipazione o sono mera strategia di vendita?


Frame da L’Automobile

A: La Fiat è sicuramente intelligente nell’intercettare i cambiamenti della società, che vengono negoziate e disciplinate in funzione di una promozione commerciale. Il cinema della Fiat rispecchia con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni i mutamenti di 100 anni di storia italiana.

Non c’è dubbio che l’emancipazione femminile sia un processo che ha offerto molti benefici al capitalismo, in quanto la donna inizia a comprare autonomamente e diventa forza lavoro. Un esempio di questa tendenza nella comunicazione pubblicitaria della Fiat si nota già nel film Sotto i tuoi occhi già citato nel quale l’attrice esclama “voglio guidare io!” mentre prende il posto al volante al fidanzato. Allo stesso tempo, però, vengono realizzati spot opposti, che frenano la tendenza di emancipazione e si appoggiano a un fine prettamente commerciale, proponendo l’identificazione oggettistica tra donna e macchina. Lo si può vedere esplicitamente in quello del 1961 con Vittorio Gassman e Ilaria Occhini. (https://www.youtube.com/watch?v=OYqPkJgfbkU)

B: Parliamo ora di CineFiat, la casa di produzione cinematografica e televisiva nata nel 1952 e finalizzata alla realizzazione di prodotti audiovisivi targati Fiat.

Torino è la città che ha dato alla luce la Fiat, ed è chiaramente onnipresente nei film realizzati dall’azienda. Che rappresentazione se ne evince osservando l’evoluzione del rapporto tra Fiat e Torino?

A: Innanzitutto è fondamentale sottolineare che CineFiat è una realtà multi produttiva, che comprende iniziative sia amatoriali che professionali. Sicuramente l’immagine che Fiat voleva trasmettere è l’equazione virtuosa tra l’azienda e la città, una sorta di company town. Immagine che, tuttavia, non era così perfetta. La Fiat stessa non la percepisce più verosimile, anche a fronte della crescente conflittualità tra le classi sociali. Per questo, da un lato, CineFiat sposta le sue riprese fuori dal torinese, dall’altro, gli operai iniziano a raccontare la vita nella fabbrica dal loro punto di vista, culminando con la protesta dei 35 giorni del 1980.

B: Le macchine Fiat sono state comparse silenziose di innumerevoli film italiani e internazionali, portando sul grande schermo l’italianità per eccellenza e diventando un marchio immediatamente riconoscibile. Quanto ha contribuito il cinema nel consolidare la Fiat come ambassador del made in Italy?

A: Il cinema sicuramente ha avuto un ruolo di rilievo, soprattutto nei film in cui le macchine compaiono in vari contesti narrativi, in una sequenza o in paesaggio importante. C’è una presenza incredibilmente elevata non soltanto nel cinema italiano ma anche in quello internazionale, e questo vale soprattutto per la 500, ossia il modello che ha consentito maggiormente alla Fiat di diffondere il suo marchio. Italia e automobile è sempre stato un collegamento immediato nell’immaginario collettivo, anche del lusso, basta pensare a quante volte nei film compaiono una Lamborghini o una Ferrari. Una curiosità interessante è che le prime macchine Fiat non compaiono in film italiani, bensì in pellicole americane, già negli anni ‘10. Questo la dice lunga su come la Fiat puntasse fin da subito a mercati esteri, ad esempi quello americano, nonostante avessero una concezione di macchina molto diversa rispetto ad una Fiat 500.

B: Il passato non lascia dubbi sulla riuscita della collaborazione tra Fiat e cinema. Questo legame è ancora così forte oggi? O forse si presta una maggiore attenzione all’aspetto prettamente pubblicitario?

A: Sicuramente c’è una minore presenza della Fiat del cinema contemporaneo. Se negli anni ‘70 la Fiat non aveva neanche bisogno di pubblicizzarsi in quanto bastava inquadrare una via per notare l’iconico marchio su un’automobile, ora il mercato in Italia è molto più complesso. Anche per questo motivo Stellantis si concentra su strategie di marketing di livello internazionale, con un target obiettivo più mirato e video promozionali al passo con i tempi. Si ricordano ad esempio gli spot che vedono al volante celebrità come Leonardo Di Caprio e Jennifer Lopez.

B: L’ultima domanda non riguarda la Fiat, bensì un progetto da lei seguito volto alla riscoperta delle location del cinema muto. Nel corso di questa ricerca avete riconosciuto luoghi e spazi torinesi o comunque piemontesi?

A: Certo, abbiamo riscoperto tante zone di Torino che non si sapeva fossero state delle location, così come si è riscoperta una Torino che non c’è più e che il cinema muto ha invece documentato. Anche fuori città abbiamo fatto scoperte interessanti: ad esempio, Maciste in vacanza (1921, regia di Luigi Romano Borgnetto) – il cui protagonista si innamora della macchina, che chiama moglie – è girato in un castello che si è rivelato essere quello di Montaldo, mostrandolo com’era prima del restauro.

Poi abbiamo scoperto che a Trana sono stati girati moltissimi film, così come a Lanzo Torinese. La ricerca sta rivelando un Piemonte che non ci attendevamo e che continueremo a scoprire nei prossimi mesi di analisi.

Per chiunque fosse interessato a riscoprire la storia della Fiat attraverso il cinema e la televisione vi consigliamo due canali principali: il primo è Il Centro di Documentazione visitabile al MAUTO su appuntamento o online in seguito alla registrazione; il secondo è il canale Youtube Centro Storico Fiat, disponibile per tutti.

Beatrice Pezzella

OSN, un bilancio della stagione con Paolo Cairoli

TORINO CITTA’ DELLA RADIO E DELLA TELEVISIONE / 2

INTERVISTA A PAOLO CAIROLI

La stagione 2024-2025 dell’Orchestra Sinfonica Nazionale è stato un successo. Tra ospiti internazionali o appuntamenti sold out, l’Orchestra di Andrés Orozco-Estrada ha superato le aspettative anche quest’anno.

Il merito è anche di un programma originale e variegato, che attira un pubblico di ogni età. La scelta è ampia: le serate Rai NuovaMusica sono dedicate alla contemporaneità musicale, le Domeniche all’Auditorium alla musica da camera e gli appuntamenti di stagione ricchi di ospiti. A ciò si aggiungono i concerti Fuori Sede – alla Scala di Milano, ad esempio – e quelli con una tradizione di più di vent’anni, di Natale e di Pasqua.

Tutti i concerti vengono trasmessi in diretta su Radio3, alcuni su Rai5; gli appuntamenti si possono poi ascoltare gratuitamente in streaming su RaiPlay.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Paolo Cairoli, responsabile della comunicazione e dell’ufficio stampa dell’OSN, che ha raccontato tutte le sfumature che rendono l’Orchestra l’istituzionale nazionale che è oggi.

B: Siamo arrivati quasi al termine della stagione. Com’è andata?

P: Alla fine le serate di maggior successo coincidono con la proposta di brani più noti al grande pubblico. Un concerto che ha fatto registrare il tutto esaurito molti mesi prima di andare in scena è stato il concerto che prevedeva la Quinta di Beethoven e il terzo concerto di pianoforte con l’orchestra di Rachmaninoff, divenuto celebre grazie al film Shine (1996).
Un conto è il successo, un altro è la soddisfazione. A volte danno grande soddisfazione anche concerti inaspettati. Per esempio, l’anno scorso ha debuttato un direttore d’orchestra giovane e molto bravo, Thomas Guggeis, che ha avuto uno straordinario successo di pubblico ma anche presso l’orchestra. Questo è un altro fattore molto importante, l’entusiasmo con cui certi interpreti trascinano l’orchestra. In quel caso, un giovane direttore che è stato un po’ la rivelazione della stagione scorsa, ha avuto un grande successo.

In generale, il nostro direttore principale Andrés Orozco-Estrada è un grande musicista ma è anche un grande comunicatore e quindi ha un grande appeal sul pubblico, ed è molto apprezzato come direttore.

B: A proposito di comunicazione, come comunica l’orchestra oggi?

P: La comunicazione è integrata su diversi canali. L’orchestra è presente sia sui media tradizionali, quali televisione e radio, in quanto tutti i concerti sono trasmessi da Radio3 e molti concerti sono trasmessi in televisione su Rai5. Dopo la trasmissione televisiva, tutti i concerti rimangono disponibili sullo streaming; in ogni caso tutti i concerti, anche quelli non trasmessi in televisione, vengono trasmessi in streaming.

Esiste una grossa fascia di pubblico che non è a Torino o nelle città in cui suona l’Orchestra, che ci può seguire attraverso diversi media. Tradizionalmente, la radio è quella più antica, in quanto questa nasce come Orchestra della radio. Tuttavia, adesso è diventata anche un’Orchestra di internet. Inoltre, tutti i contenuti vengono (ri)lanciati anche attraverso i social media, che sono un ottimo mezzo per raccontare delle storie e far vedere e sentire quello che facciamo.

I social media sono canali che raggiungono pubblici diversi o comunque permettono di aggiornare le informazioni e far preassaporare quello che si andrà ad ascoltare. Per esempio, durante le prove si pubblica uno stralcio di una prova di un brano che poi si ascolterà in diretta sulla radio o in streaming il giovedì successivo.

B: Come ben sappiamo, oggi l’Orchestra Sinfonica Nazionale fa parte della famiglia di Rai Cultura. Come è cambiato il rapporto con la televisione nel corso degli ultimi anni?

P: Il rapporto con la televisione è abbastanza articolato, nel senso che Rai Cultura riprende e trasmette almeno 10 concerti l’anno, che trasmette su Rai5. Tuttavia, ci sono concerti che vanno su altri canali. Ad esempio, da più di vent’anni il concerto di Natale dalla Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi, va in onda su Rai1 dopo la benedizione urbi et orbi del Papa.
Delle altre componenti che non sono cambiate sono la qualità e la cura nelle riprese: non bisogna pensare solo a dove si trasmette, ma bisogna pensare soprattutto a come si produce una ripresa.

Per riprendere un concerto occorrono sei od otto telecamere – ad eccezione dell’esclusiva streaming per cui ne servono solo quattro. Sono necessarie delle persone che seguono le prove, dei consulenti musicali con la partitura che indicano dove fare le riprese, quali strumenti riprendere e quando riprendere l’orchestra nella sua interezza, oltre ad un intero team di regia.

Inoltre, se il concerto viene post prodotto, servono dei professionisti che si occupano del montaggio e dell’editing. C’è tutto un mondo che cura la produzione che poi viene trasmessa su più canali diversi.

B: E’ quindi fondamentale poter contare su un team che sappia valorizzare l’orchestra attraverso riprese che finiscono successivamente su media differenti.

P: E’ molto importante la qualità della produzione della ripresa. Il concerto che viene trasmesso in diretta è così come lo si vede, il concerto che viene trasmesso magari un mese dopo viene post prodotto e rimane a disposizione in streaming su RaiPlay, diventando un documento storico. Ad esempio, ci sono esecuzioni storiche della Rai con interpreti che non ci sono più, o prime assolute di brani che sono diventati di repertorio.

B: Ennio Morricone, uno dei più grandi compositori italiani, ha diretto l’Orchestra Sinfonica della Rai nel 2013. Da Rigoletto (2010) di Bellocchio a Cenerentola (2012) di Verdone, l’OSN è stata protagonista di alcuni film-opera trasmessi in diretta su Rai1. Qual è il rapporto di oggi con il cinema?

P: L’OSN produce anche colonne sonore di fiction televisive e indice dei cd, c’è un’ampia discografia. E’ capitato anche che l’Orchestra abbia eseguito colonne sonore cinematografiche. Non è frequentissimo, ma può capitare che succeda.

B: Abbiamo del direttore attuale Andrés Orozco-Estrada, molto amato dal pubblico, che resterà fino al 2026. Qual è il processo di selezione dei direttori principali dell’OSN?

P: Si tratta di una scelta della direzione artistica tra i direttori ospiti che frequentano l’Orchestra, invitati per interpretare i brani di alcuni concerti della settimana. Se si crea un buon rapporto con l’Orchestra, si può valutare la posizione di direttore principale e valutare se si può percorrere un pezzo di strada assieme.

B: Avete notato un cambiamento nel pubblico negli ultimi anni, sia in merito di numeri che in base, ad esempio, all’età?

P: Come è capitato un po’ a tutti, durante la pandemia c’è stato un grande calo, seguito poi da una ripresa graduale spunta dallo streaming, che è stato inserito proprio in quegli anni per esigenze che tutti noi conosciamo.
Per quanto riguarda l’età anagrafica, la nostra offerta di appuntamenti di musica contemporanea attira un pubblico giovane, interessato ad alcune serate in particolare. Poi ci sono i cosiddetti pubblici specifici, che seguono solo Bach o solo Wagner, ad esempio. Chiaramente, le serate che riscontrano un maggiore successo sono quelle dei grandi classici, come la Quinta di Beethoven.

B: Cosa si vede nel futuro dell’Orchestra?

P: A brevissimo presenteremo la stagione 2025-2026, che si inaugurerà ad ottobre. Ci saranno novità, nuovi programmi e tournée.

Non resta che consultare il programma ufficiale per non perdere gli ultimi appuntamenti della stagione, oppure recuperarli gratuitamente su Rai Play, nell’attesa di scoprire le novità del prossimo anno.

Beatrice Pezzella

La foto dell’Orchestra è di PiùLuce