IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
L’amica Mirella Serri, su “La Stampa”, ha rievocato il partigiano Mario Fiorentini, morto a 103 anni, e scritto “Senza il mitico Mario non ci sarebbe stata la resistenza romana che, oltre a lui, ebbe fra i personaggi di maggior spicco Rosario Bentivegna, Carlo Salinari, Antonello Trombadori, Franco Calamandrei, Gioacchino Gesmundo e donne come Carla Capponi, Maria Teresa Regard e Marina Musu. Sì Grazie a questi gappisti gli uomini di Hitler e di Mussolini subirono attacchi e sconfitte clamorosi”.
Non dò giudizi su Fiorentini di cui so poco anche perché il ricorso al terrorismo durante la Resistenza non l’ho mai condiviso. Ma non si può sottovalutare che il mitico Mario insieme a Giorgio Amendola fu ideatore dell’attentato in via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine con oltre trecento italiani mandati al macello. Quell’episodio di terrorismo, che non fu un atto di guerra, organizzato dai Gappisti comunisti, fu condannato da tutta la Resistenza non comunista. anche perché venne fatto poco tempo prima della liberazione di Roma e si rivelò di fatto inutile.
Vorrei ricordare che, se i comunisti furono una parte importante della Resistenza romana, il principale promotore della Resistenza a Roma fu il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo che si oppose al terrorismo dei comunisti e finì prima a Regina Coeli e poi alle Fosse Ardeatine. Montezemolo fu il capo del fronte clandestino romano. Rispettiamo Fiorentini che avrà agito sicuramente in buona fede e fu un partigiano pluridecorato , ma non possiamo dimenticare la Medaglia d’oro al Valor Militare Montezemolo che fu la vera anima della resistenza armata già dall’8 settembre 1943. Ricordo che anche Marco Pannella condannò l’episodio di via Rasella così come condannò il terrorismo rosso delle Br.
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Il fatto nuovo è la partecipazione del quotidiano “La Stampa“ con in testa il suo direttore e vicedirettore ad un evento pubblico di quel genere. Una tappa miliare nella storia del giornalismo, ha scritto sullo stesso giornale, il leader politico ed esponente Gay Ivan Scalfarotto, elogiando la scelta di campo fatta da Giannini e da una parte dei suoi collaboratori. Direttori come Alberto Ronchey, ne sono certo, sarebbero inorriditi da certi elogi. Se leggo nello stesso giornale il bellissimo articolo di Renato Rizzo su Ferruccio Borio, il mitico redattore capo della “Stampa”, in cui si ricorda come il giornale per iniziativa di Borio, riuscì a mobilitare oltre duecentomila torinesi ad esporre il tricolore nel 1961, centenario dell’Unita’ nazionale, vedo come il passato sia davvero una preistoria rispetto alle nuove scelte che forse si armonizzano anche con quelle di Lapo Elkann. Eugenio Scalfari direttore di “Repubblica” scrisse a Mario Soldati che avrebbe voluto iscriversi al Centro “Pannunzio”, ma che la sua indipendenza professionale glielo impediva. Scalfari non fu mai sempre così indipendente, ma in quel caso si pose il problema di non poter parteggiare formalmente e insieme informare con l’autonomia necessaria. Le ampie cronache offerte da “La Stampa” dimostrano che il giornale si è limitato ad esaltare i partecipanti e a pubblicare gli elogi non proprio imparziali di Scalfarotto. Possibile che un giornalista avveduto come Giannini non si sia neppure posto il problema di chi non ha ritenuto di sfilare o dissente dalle sguaiataggini del Pride evidenziate in passato dallo stesso padre nobile del “Fuori”, Angelo Pezzana e anche da Gianni Vattimo?
Il 5 giugno l’Agenzia Adnkronos ha battuto questa notizia: “Ho vinto la causa di diffamazione contro i giornalisti del” Fatto Quotidiano”, Marco Travaglio, Ilaria Proietti e Carlo Tecce”. Così la presidente del Senato, Elisabetta Casellati. “Questo il dispositivo della sentenza di condanna: ‘Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone: accerta la responsabilità dei convenuti per il carattere diffamatorio, nei limiti e per le ragioni esposte , degli articoli del 17.11.2019 a firma Carlo Tecce, del 20.6.2020 a firma Ilaria Proietti, del 10.12.2019 a firma Marco Travaglio, nonché degli articoli dell’11.12.2019 e del 12.12.2019”. Ed ancora: “Per l’effetto condanna i convenuti in solido Società Editoriale Editrice il Fatto Spa, Marco Travaglio, Carlo Tecce (nei


con i filippini che ricordano ciò che molti torinesi hanno dimenticato, facendo prevalere i propri interessi materiali e, in molti casi, il loro cinismo, proprio di una città senza valori, nichilista, godereccia, in una parola, alla deriva, che si entusiasma per un film girato a Torino che apparirà ambientato a Roma. Giusta nemesi per una città che ha smarrito le sue radici storiche e non ha più da tempo una classe dirigente degna di questo nome.