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	<title>Quell’essere “più buoni e un po&#039; meno egoisti” è un ricordo lontano Archivi - Il Torinese</title>
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	<description>Quotidiano online di Informazione, Societá, Cultura</description>
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	<title>Quell’essere “più buoni e un po&#039; meno egoisti” è un ricordo lontano Archivi - Il Torinese</title>
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		<title>Esiste ancora lo spirito del Natale?</title>
		<link>https://iltorinese.it/2018/12/24/esiste-ancora-lo-spirito-del-natale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione il torinese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Dec 2018 11:50:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cosa succede in città]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di Barbara Castellaro – Marco Travaglini . “Se comandasse lo zampognaro che scende per il viale, sai cosa direbbe il giorno di Natale? Voglio che in ogni casa spunti dal pavimento un albero fiorito di stelle d&#8217;oro e d&#8217;argento”.In questa filastrocca di Gianni Rodari è racchiuso, quasi fosse una di quelle palle di vetro con il paesaggio innevato, lo “spirito” del Natale. Ma esiste ancora lo spirito del Natale? Che cosa resta della religiosità dell&#8217;Avvento, dell&#8217;attesa della nascita, in una stalla, di un bambino, destinato a salvare l&#8217;umanità? Quello che un tempo si riassumeva in un messaggio d&#8217;amore, di umiltà, semplicità, redenzione, oggi non esiste più. “Quel</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva, sans-serif;"><a href="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/cartolina-Babbo-Natale-fine-800.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-89465" src="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/cartolina-Babbo-Natale-fine-800.jpg" alt="" width="280" height="441" /></a><span style="color: #ff0000; font-family: georgia,palatino,serif;">Di Barbara Castellaro – Marco Travaglini</span></span></strong></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="font-family: 'trebuchet ms', geneva, sans-serif;"><strong><span style="font-size: 14pt; color: #008000;"><em>“</em><em>Se comandasse lo zampognaro che scende per il viale, sai cosa direbbe il giorno di Natale? Voglio che in ogni casa spunti dal pavimento un albero fiorito di stelle d&#8217;oro e d&#8217;argento</em>”</span></strong>.In questa filastrocca di Gianni Rodari è racchiuso, quasi fosse una di quelle palle di vetro con il paesaggio innevato, lo <em>“spirito”</em> del Natale. Ma esiste ancora lo spirito del Natale? Che cosa resta della religiosità dell&#8217;Avvento, dell&#8217;attesa della nascita, in una stalla, di un bambino, destinato a salvare l&#8217;umanità? Quello che un tempo si riassumeva in un messaggio d&#8217;amore, di umiltà, semplicità, redenzione, oggi non esiste più. <em>“Quel Natale”</em>, più povero di regali, ma più ricco di sensazioni, è sempre più lontano dall&#8217;immaginario dei bambini e dei genitori di oggi. Non è solo una questione di consumismo. E’ che la logica del donare qualcosa a qualcuno &#8211; un gesto che può significare anche rinuncia e, soprattutto, amore <a href="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/Christmas-Shopping1910-babbo.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-89466" src="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/Christmas-Shopping1910-babbo.jpg" alt="" width="800" height="560" /></a>per l&#8217;altro, è sempre più soppiantata da quella del comprare, una febbrile ed egoistica dipendenza dall&#8217;acquisto. Tra il dare e l&#8217;avere, l&#8217;ago della bilancia pende sempre più verso quest&#8217;ultimo. Oggi più che mai conta apparire, non essere. Quell’essere <em>“più buoni e un po&#8217; meno egoisti”</em> è un ricordo lontano, sfumato, sfocato. Il Natale moderno con l’albero, i regali, Babbo Natale, i buoni sentimenti e i biglietti d’auguri sono un’invenzione anglosassone, d’epoca vittoriana, e il suo <a href="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/Natale-per-la-Domenica-del-babbo.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-89467" src="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/Natale-per-la-Domenica-del-babbo-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a>principale interprete fu uno dei più grandi romanzieri dell’Ottocento, Charles Dickens. In<em> “Canto di Natale”</em>, suo malgrado, lo scrittore inglese inventò gran parte della mitologia che, oggi, costituisce la tradizione natalizia: il pranzo, la famiglia, le vacanze, la neve, i regali, la beneficenza, i canti, i dolci e addirittura il vin brulé. Tutto, o quasi: mancano il panettone o il pandoro e, data l’epoca, l’alluvione tecnologica di messaggi ed e-mail, tutte uguali, replicate all’infinito. Con quel libro – che racconta della fantastica storia dell’avarissimo Scrooge che diventa generoso, dopo la visita di tre spettri proprio durante la notte di Natale &#8211; pubblicato il 18 dicembre 1843 e che vendette seimila copie nella prima settimana (per l’epoca, un bestseller), Dickens mise in fila i <em>“nuovi valori”</em> che questa festività intendesa rappresentare: la famiglia riunita, lo spirito di carità che biasima l’ingiustizia sociale e la povertà, descrivendo a suo modo quell’Inghilterra rurale dell’epoca destinata a fare da sfondo alle cartoline di auguri con i teneri e dolci paesaggi innevati. Quelle cartoline fecero la loro comparsa nello stesso anno a Londra, quando un uomo d’affari, Henry Cole, incominciò a venderle in un negozio d’arte nella centralissima Bond Street. Si fa <a href="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/babbo.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-89468" src="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/babbo.jpg" alt="" width="801" height="496" /></a>risalire a questo momento la nascita di quel Natale <em>“moderno”</em> che, poi, l’evoluzione consumistica ha adattato, necessariamente, ai tempi. <em>Eppure, nel corso dei secoli dell’era cristiana, il Natale, perché festa che sottolinea un mistero centrale del cristianesimo, quello di un Dio che si fa uomo, ha ispirato, e non poteva che essere così, tutta una serie di testi letterari: dall’innografia liturgica alla poesia, fino alla narrativa. Si è scritto molto </em>sulle giornate in cui Gesù nasce per <a href="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/Mario-Rigoni-Stern-sotto-la-neve-babbo.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-medium wp-image-89469" src="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/Mario-Rigoni-Stern-sotto-la-neve-babbo-170x300.jpeg" alt="" width="170" height="300" /></a>salvare il mondo. E molto si è scritto sull’inverno e sulla neve. Uno dei più grandi autori del secolo scorso, Mario Rigoni Stern, amava molto l’inverno. Diceva che è il momento delle riflessioni della vecchiaia e anche la gioia dei bambini che, quando arriva la prima neve, con la bocca aperta guardando il cielo, s’impegnano a raccogliere i fiocchi che scendono. L’inverno è anche una tavola grande, dove si sta in tanti e un fuoco che brucia per scaldare. È la stagione fatta per leggere, per le capriole, le corse nella neve, il freddo, il gelo e il Natale. C’era, c’è nelle memorie e nei libri di Mario tanta saggezza. Proviamo a seguirlo nelle sue riflessioni: <em>“Cerchiamo di liberarci dai nostri condizionamenti e riconquistiamo ciò che ci fa rivedere le stelle e non solo in senso metaforico. Ricordo una notte in Germania, era inverno: che meraviglia! Che silenzio! Un cielo pieno di stelle! Si erano spente tutte le luci e sembrava d’essere tornati indietro non di cinquant’anni, ma di settanta-ottanta. Nella vostra vita vi auguro almeno un blackout in una notte limpida!”. </em>Un cielo stellato consente, non soltanto nel periodo di Natale, di sognare un mondo diverso, non facilmente raggiungibile, ma <a href="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/La-prima-cartolina-di-Natale-della-storia-nel-1843.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-89460" src="http://www.iltorinese.it/wp-content/uploads/2018/12/La-prima-cartolina-di-Natale-della-storia-nel-1843-300x192.jpg" alt="" width="300" height="192" /></a>certo più autentico, più giusto, più desiderabile. Vincent Van Gogh, mentre realizzava i suoi incredibili cieli stellati di oro, attraversati da vortici e controvortici cadenti, scriveva: <em>“Se prendiamo il treno per andare a Tarascon o a Rouen, possiamo prendere la morte per andare in una stella”</em>, una stella raggiungibile soltanto attraverso il sogno o la morte che del sogno è sorella maggiore, la grande alleata di chi è stanco.Ed è una stella, la sua stella, personalissima e lontana, che il Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupery vuole raggiungere, a qualunque costo, perché solo lassù potrà essere felice, perché solo da lassù potrà regalare al protagonista sonagli di stelle, stelle che sanno ridere. Il Natale non è solo quello delle luci colorate, ma una festa più intima, raccolta, capace di stupire e far riflettere, persino di toccare il cuore. Forse, al netto della bramosia dell’avere e dell’apparire, è questo il Natale più vero, quello che amiamo e rimpiangiamo al tempo stesso, anche se fingiamo che non sia così, per non sentirci fuori dalla realtà attuale, anche se fatichiamo ad ammetterlo persino a noi stessi.</span></p>
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