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Piazza Paleocapa terra di addetti al parcheggio abusivi e aggressivi

parcheggiatore abusivoQuesta segnalazione vuole essere un ennesimo appello affinché l’amministrazione comunale, sia quella uscente, sia quella che verrà eletta il prossimo giugno (si spera con maggior vigore e risultati) prenda in seria considerazione il problema della sicurezza in città , senza esclusione di quartieri : centro , periferie, zone ospedali

 

È’ da tempo oramai che si aggirano uomini  nel bel mezzo della piazza a tutte le ore del giorno e della notte. Questi sono soliti stazionare con una borsa a spalla davanti ai bar e ristoranti e appena intravedono un’auto dall’ingresso di Piazza Carlo Felice si affrettano a segnalare i posti per poi aggredire verbalmente e mimando minacce fisiche chi li ignora durante le manovre di parcheggio .

 

L’accento è’ straniero , probabilmente dell’est Europa e il loro atteggiamento è davvero molto inquietante perché oltretutto tentano di non fare parcheggiare le auto occupando fisicamente il posto e il loro fare minaccioso viene ostentato ancora più ferocemente nei confronti delle donne sole, alle quali si avvicinano mentre escono o entrano nella loro auto farfugliando e inveendo , anche visibilmente ubriachi. Urlano insulti di qualunque genere e ricattano i proprietari dei veicoli in sosta dicendo che se non consegnano loro del denaro , rovineranno e sporcheranno l’auto parcheggiata .

 

Questa segnalazione vuole essere un ennesimo appello affinché l’amministrazione comunale, sia quella uscente, sia quella che verrà eletta il prossimo giugno (si spera con maggior vigore e risultati) prenda in seria considerazione il problema della sicurezza in città , senza esclusione di quartieri : centro , periferie, zone ospedali, ovunque il tema dei parcheggiatori abusivi e pericolosi ,per la maggior parte di origine straniera ,è diventato allarme sociale per le strade di Torino.

 

 Clelia Ventimiglia

(Foto: il Torinese)

 

 

A Sestriere i Campionati delle truppe alpine

ALPINI GUERRANon mancheranno il concerto della fanfara della Taurinense e una fiaccolata con 200 sciatori

 

Sestriere, in attesa delle nevicate, ospiterà la 68/esima edizione dei Campionati Sciistici delle Truppe Alpine, dal 25 al 29 gennaio. Parteciperanno centinaia di soldati in gara per i trofei in palio e i titoli di Campione italiano dell’Esercito. Prevista anche una esercitazione tecnico tattica con elicotteri, mezzi cingolati e motoslitte. Non mancheranno il concerto della fanfara della Taurinense e una fiaccolata con 200 sciatori.

 

(Foto: il Torinese)

Il "Re" di Superga

superga fascismoL’indizio, ricostruito nella sua interezza assemblando come in un puzzle in sei frammenti , era abbastanza chiaro: “Fu nicola re di Su perga”. Strano, pensò Aurelio, mostrandosi perplesso. Il gerarca invece, parlando ad alta voce e tormentandosi il pizzetto che incorniciava il mento, esclamò: “Chi sarà mai questo Nicola? Probabilmente un nobile, imparentato con i Savoia, oppure di qualche altra casata che ha avuto in eredità o come riconoscimento per qualche servigio, il titolo di re di Superga

 

Aurelio Gaspertelli, di professione avvocato, si considerava un principe del foro ma chi ben lo conosceva non esitava a definirlo piuttosto un azzeccagarbugli. Frequentando un certo ambiente a Torino, facendo leva sulle doti oratorie che non gli difettavano, Aurelio era noto anche per un’altra passione: la ricerca storica locale. Leggeva antiche carte e polverosi volumi, impegnandosi in minuziose ricerche tese a  svelare i tanti misteri di Torino, la sua città.  Una storia, quella della capitale sabauda, che si estendeva per più di due millenni, dagli insediamenti dei Taurini all’epoca romana fino alla gloria e al potereai tempi in cui divenne capitale del ducato di Savoia. A dar manforte al Gaspertelli c’era Ottorino Grandini, un ex bidello della scuola elementare dell’Abbadia di Stura che, riconoscente all’avvocato per averlo tratto dagli impicci per una vecchia vicenda di liti con i vicini, si era offerto come assistente del legale. Uomo tuttofare , sempre disponibile, nonostante la modesta cultura , si adoperava in ogni modo per venire incontro alle molteplici esigenze del suo principale. E tutto questo per due pranzi caldi, il pagamento della pigione di una stanza da un’anziana vedova, in una casa di ringhiera in Barriera di Milano, e poche lire di compenso.  Cosa che ,in tempi come quelli, nella seconda metà degli anni trenta, non andava per nulla disprezzata.

 

funicolare supergaFu proprio Ottorino a portare la notizia che nel quartiere Sassi, in località Mongreno, erano stati rinvenuti i resti di una strana  lapide , a prima vista molto interessante. Aurelio , incuriosito,  volle subito conoscere i particolari. Ottorino lo informò che dai frammenti più grandi si poteva leggere con facilità un’iscrizione che rimandava certamente alla storia cittadina. Purtroppo della scoperta era stato avvisato anche Italo Nerofumi, uno spocchioso gerarca fascista che si piccava di saperne una più del diavolo in ogni materia. E, ovviamente, anche in campo storico. L’ispettore del Partito Nazionale Fascista, agghindato di nero come un corvo, era già piombato sul posto e appena vide sopraggiungere l’avvocato, gli sì parò davanti ostentando la più classica delle pose fasciste. Piantato a gambe larghe , le mani sui fianchi, gli occhi spiritati, le mascelle all’infuori e le labbra turgidamente protese, Italo Nerofumi, con voce stentorea e frasi secche come scudisciate, lo apostrofò:  Guarda, guarda..l’avvocato. Ma cosa ci fa qui lei? Non doveva essere al confino?”. Il gerarca, ghignando, si riferiva alle simpatie politiche del Gaspertelli, sospettato di essere amico dei comunisti dopo aver difeso, anni prima, alcuni lavoratori dall’accusa di violenze per aver difeso dalle camicie nere la sede de L’Ordine Nuovo, il giornale di Gramsci, in via Arcivescovado. “Se è venuto qui a ficcare il naso sappia che non c’è roba per lei. Qui c’è materia per una indagine storica che può riservare sorprese importanti e solo uno come me può scoprire l’arcano. Le è chiaro?”, sentenziò Nerofumi guardando torvo l’avvocato.

 

Comunque, proprio al fine di manifestare la sua superiorità, non impedì all’avvocato di assistere al suo, come amava dire, “operare scientifico”.  L’indizio, ricostruito nella sua interezza assemblando come in un puzzle in sei frammenti , era abbastanza chiaro: “Fu nicola re di Su perga”. Strano, pensò Aurelio, mostrandosi perplesso. Il gerarca invece, parlando ad alta voce e tormentandosi il pizzetto che incorniciava il mento, esclamò: “Chi sarà mai questo Nicola? Probabilmente un nobile, imparentato con i Savoia, oppure di qualche altra casata che ha avuto in eredità o come riconoscimento per qualche servigio, il titolo di re di Superga”.  Un bel mistero sul quale s’interrogò per due giorni e due notti, consultando molti documenti nei quali, però, non si trovava traccia di quella storia. Nessun titolo reale era affiancato alla celebre collina  dove era stata edificata l’omonima Basilica per soddisfare il voto che Vittorio Amedeo II fece davanti alla statua della Madonna delle Grazie in un momento difficile per il regno sabaudo. Nel 1706 Torino era assediata dalle truppe francesi. E quel Nicola, scritto con l’iniziale minuscola? Come mai il nome dell’uomo, certamente  d’alto lignaggio tanto da giustificarne il titolo reale, era riportato in modo così anonimo e quasi meschino, evitando la più consona e per certi versi obbligata iniziale maiuscola?

 

Mistero. Anzi, un mistero così fitto che nemmeno la commissione culturale della federazione fascista torinese riusciva, nonostante lo spremeresuperga funicolare delle meningi dei suoi componenti, a venirne a capo. All’avvocato Gaspertelli un dubbio, in verità, era venuto. Ma, per non passare dei guai, l’aveva tenuto per se, soffocando quella vocina che gli suggeriva di spifferare ai quattro venti l’ipotesi che si era fatto. Accompagnato da Ottorino si era recato ai Sassi, per un sopralluogo. Insieme, di buon passo, avevano percorso un bel tratto a fianco della storica tranvia a dentiera Sassi – Superga  che era unica in Italia nel suo genere. Si trattava della continuazione di una tradizione ultracentenaria iniziata il 26 aprile 1884 con la prima corsa effettuata dal trenino, mosso da un motore trainante una fune d’acciaio che scorreva parallelamente al binario su pulegge sistemate lungo  tutto il percorso. La linea da poco, era stata  trasformata in tranvia a dentiera con trazione a rotaia centrale. Un’opera imponente, lunga circa tre chilometri tra la stazione di Sassi, in piazza Modena, e quella di Superga , 425 metri più in alto. Quante volte c’erano andati fin lassù, ad ammirare lo splendido panorama su Torino e le Alpi, visitando la Basilica edificata dallo Juvarra e  le tombe reali dei Savoia. I lavori si erano protratti per un bel po’ e …l’illuminazione fu tale che ogni dubbio venne spazzato via. Poteva, lui, uomo di legge e di cultura, lasciar perdere un’occasione così ghiotta di sbertucciare quel fasciatone ignorante del Nerofumi? A ben guardare non gli conveniva affatto; anzi, era piuttosto un azzardo che avrebbe portato guai certi e ben poche soddisfazioni. Ma fosse stata anche una piccola, seppur magra e momentanea rivalsa, si disse che sì, ne valeva la pena. Così, pensò a come procedere senza compromettersi troppo e rischiare di finire dritto al confino. La soluzione venne offerta dal fido Ottorino che aveva un nipote che lavorava come garzone al Caffè dei Portici, proprio davanti alla sede della Federazione Fascista.

 

Ogni giorno, e soprattutto in quei giorni, dal Caffè venivano forniti dei panini imbottiti al gruppo di “storici” impegnati a decifrare la  lapide misteriosa. Ad Albertino ( questo era il suo nome) l’avvocato raccontò cosa dovesse dire e il ragazzino, furbo e svelto, non perse tempo a mettere in atto il piano. Alla prima occasione in cui, dal Caffè, vennero inviati i generi di conforto alla sede fascista, si presentò con i panini davanti alla sala delle riunioni. Bussò e , consegnando le vivande, sbirciò il tavolo sul quale i reperti erano stati allineati. A quel puntò sbottò con un “Ma io l’ho già vista quella scritta!”. Tutti si voltarono a guardarlo, increduli. E il ragazzino aggiunse: “E’ quella della funicolare di Superga!L’hanno tirata giù quando hanno iniziato i lavori per la nuova tranvia”. Gli “storici” si guardarono l’un con l’altro e poi, rileggendo la composizione dei frammenti, il professor Daodatici esclamò: “ Buon Dio, ha ragione questo giovinetto. E’ l’insegna della “dentiera”. Altro che mistero, mio caro Nerofumi. Che non si sappia in giro la figura che abbiamo fatto..”. Il gerarca, scuro in volto come l’orbace, masticò amaro e sciolse in quattro e quattr’otto la “commissione” d’inchiesta, chiedendo ( e ottenendo) l’impegno al più assoluto riserbo. Albertino ci guadagnò una banconota da due lire, l’avvocato la soddisfazione di aver fatto fare una magra figura al Nerofumi, il gerarca – con la bile a mille – la promessa dell’assoluto silenzio su quella vicenda poco esaltante. Nel frattempo, i torinesi continuarono a salire a Superga con la tranvia. Senza curarsi di sapere chi fosse quel Nicola che aveva fatto scervellare le migliori(??) intelligenze della città.

 

Marco Travaglini

Alberto Vanelli e Sergio Toffetti: "Bene i musei a Torino, ma l'industria culturale è lontana"

coda musei realeVanellitoffetti

 

Prosegue l’inchiesta del “Torinese” sulla cultura e sulle prospettive di Torino ad essa legate

 

A commento della precedente puntata, dedicata ai musei della città ospitiamo volentieri gli interventi di Alberto Vanelli, già direttore dei Beni culturali della Regione Piemonte e della Reggia di Venaria e di Sergio Toffetti, Direttore dell’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa, della sede del Piemonte del Centro Sperimentale di Cinematografia e fino al 2009 conservatore della Cineteca Nazionale.

 

Troppi squilibri e poco ricambio, ma la situazione è incoraggiante

 Di Alberto Vanelli

 

La ricerca del Torinese sulla situazione dei musei fa chiaramente emergere una storia di successo. Il modello delle fondazioni partecipate, generalizzato nell’esperienza torinese ma pressoché assente nel resto di Italia, permette di affiancare Torino alle grandi capitali europee della cultura. Grazie a questo modello organizzativo, infatti, e per la buona trasparenza gestionale, le singole istituzioni culturali possono esercitare una grande libertà di iniziativa culturale e una buona autonomia amministrativa.

 

Ne è discesa, in questi anni, la capacità di produrre risultati complessivamente migliori rispetto al resto del Paese. Il modello torinese, inoltre, si è rivelato come un positivo esempio di sostenibilità economica, anche in un periodo di crisi e riduzione della spesa pubblica come quello che stiamo vivendo. Un altro elemento positivo è il consolidamento delle attività di comunicazione e marketing, che ha consentito un aumento dei visitatori e una valorizzazione dell’immagine delle nostre istituzioni museali, contribuendo a un deciso miglioramento della performance economica. Un dato negativo è, invece, la mancanza di criteri uniformi per la determinazione dei finanziamenti pubblici. L’unico criterio su cui sembrano essere basate certe scelte, è la continuità con i finanziamenti degli anni precedenti, mentre andrebbero considerati anche gli obiettivi da perseguire e i risultati raggiunti.

 

Ora che queste positive modalità di organizzazione si sono affermate, potrebbe essere venuto il momento di sperimentare, anche nel campo del patrimonio culturale, l’applicazione di una serie di standard. Per esempio, sulle modalità di assunzione dei dipendenti e figure dirigenziali, ma anche sul loro numero e sui loro stipendi. Oppure nell’ambito della fruibilità e delle procedure di programmazione. Si tratta di un tema di grande delicatezza. Criteri uniformi, infatti, possono favorire una razionalizzazione della gestione, una riduzione degli squilibri e un miglior coordinamento del sistema generale. È anche vero, però, che la naturale competizione tra istituzioni ha mostrato in questi anni di essere un positivo fattore di crescita. La burocratizzazione e l’accentramento delle decisioni sulle attività degli istituti rischia di penalizzare le realtà più vivaci e avanzate.

 

I dati della ricerca, infine, fanno emergere la grave crisi delle istituzioni attive nell’arte contemporanea. Delle due l’una. Si tratta di una crisi dell’attrattività dell’arte più recente, che forse ha perso la carica critica che aveva avuto nel ‘900, quando era arte d’avanguardia? Oppure, al contrario, è il caso di ripensare il tema della forma museo: un luogo forse troppo rigido per contenere le modalità espressive che sono tipiche dell’arte e della cultura attuale? Su questo, un dibattito pubblico sarebbe di grande interesse, anche nella prospettiva della fusione della GAM e del Castello di Rivoli, già in fase avanzata di realizzazione.Un’operazione, questa, che non può e non deve essere ridotta a una questione di razionalizzazione della spesa, ma che dovrebbe, invece, misurarsi con i temi posti dalla produzione e dalla rappresentazione culturale contemporanea.

 

Bene l’industria della cultura, ma per compensare la crisi della manifattura occorre pazienza

Di Sergio Toffetti

 

Quando qualcuno dà i numeri sulla cultura, mi viene sempre in mente la risposta dell’università di Francoforte a Walter Benjamin che chiedeva un posto da professore: “Il genio non basta per l’abilitazione”. E neppure molto meno, oggi.  Sono ormai fuori corso le formule magiche del tardo Novecento: la sperimentazione, la ricerca… “Sospendete le ricerche”, era già il grido di Vittorio Gassman di fronte ai teatranti più improbabili. Oggi, la ricerca commissionata più volentieri resta quella sull’“impatto economico territoriale”, da cui risulta, inderogabilmente, che tutte le manifestazioni hanno una ricaduta miracolosa: 1 a 13, diceva ad esempio uno studio sul Salone del Libro di qualche anno fa. Cioè, per ogni euro di costo del Salone, i prodighi e spensierati visitatori ne spendevano 13 in città. E non c’è niente da ridere. Infatti, con tutta evidenza, si trattava di una raffinata crittografia letteraria con citazione implicita del campo dei miracoli dove il Gatto e la Volpe convincevano quel grullo di Pinocchio a seminare i suoi denari per vederli crescere più in fretta.

 

Dalla relazione di Luca Briatore, quel che si capisce, invece, è che le istituzioni “hard”, che non bruciano la loro attività in un pugno di giorni, ma devono macinare con pazienza – a volte contendendo spazi e risorse per “la ricerca” a un’onerosa gestione quotidiana – hanno, generalmente, radici più solide, che potrebbero essere messe in evidenza integrando i dati con una nuova tabella: il costo di gestione diviso per giorni di attività. Il sistema museale dell’area torinese preso in considerazione (con l’esclusione dunque dei musei statali) costa quotidianamente circa 180.000 euro (dividendo brutalmente i 54 milioni di costo totale per 300 giorni lavorativi). Se teniamo conto che stiamo parlano di 9 musei (Egizio, Cinema, Rivoli, Auto, Venaria e i 4 della Fondazione Torino Musei: Gam, Mao, Palazzo Madama e Borgo Medievale), si arriva a 20.000 euro al giorno per struttura. In termini di sistema, è dunque più conveniente fare musei di festival, mostre, saloni, etc, che con quei soldi pagano a stento la comunicazione. Se continuiamo con la “media del pollo” per quanto riguarda gli ingressi, complessivamente entrano ogni giorno nei 9 musei circa 9.000 persone, però con differenze tali da falsare la prospettiva, perché si va dai 2.000 di Venaria o del Museo del cinema ai 110 del Borgo Medievale. Su questo piano, forse vince l’effimero, ma si dovrebbero ponderare i dati.

 

Questi numeri grezzi consentono tra l’altro di rovesciare, almeno in parte, la vulgata politico-giornalistica sulla marginalità del Castello di Rivoli. La gestione quotidiana di Rivoli sembrerebbe infatti generare quasi il doppio di ingressi della GAM, che poi recupera con gli investimenti per le mostre temporanee (la ricerca non offre elementi per capire se il costo delle mostre rientri nei dati di bilancio presentati). E questo apre un tema centrale di riflessione attorno a quella che un tempo si chiamava “politica culturale”, e oggi è forse diventata una sottosezione degli investimenti turistico-produttivi, non so con quale efficacia, non solo rispetto alla cultura, ma anche rispetto all’economia, per motivi che provo almeno a enunciare. Mentre la situazione è evidentemente buona sul piano del “consumo”, da ormai molti anni mi sembra sottovalutata l’importanza della “produzione”.

 

Schematizzando: il sistema degli eventi culturali (anche, come vediamo, a sostegno virtuoso di istituzioni stabili), regge sempre più spesso grazie all’importazione di mostre ideate e realizzate altrove. Mostre attrattive, che generano flussi turistici, ma che dovrebbero essere equilibrate da una corrispondente capacità di produrre cultura ed esportarla, con il risultato di: 1) generare risorse riequilibrando una ipotetica “bilancia dei pagamenti degli eventi culturali” (le mostre si pagano, compreso quelle che compriamo noi); 2) favorire la crescita di una nuova classe dirigente della cultura (abbasso sempre l’autarchia, ma è troppo tempo che oltre alle mostre si importano anche direttori e curatori, mentre se ne esportano troppo di rado di quelli formati a Torino); 3) valorizzare le collezioni museali che, lasciate a se stesse, in alcuni casi risultano scarsamente attrattive. Insomma, il nostro modello di sviluppo culturale non può essere mutuato dagli emirati arabi, che si comprano sedi intere del Louvre o della Guggenheim per attrarre turisti. Intanto ci mancano i soldi, e poi, in linea di massima, avremmo i titoli storici per metterci in fila tra quelli che gli eventi culturali sanno anche venderli.

 

I “numeri di Briatore” ci pongono molte altre domande. Una per tutte: è davvero vero che uno spettatore pagante conta di più che uno gratuito (astraendoci dai soldi)? E gli studenti? Capisco che spesso vengono impacchettati e spediti nei musei, ma davvero si pensa che dall’esperienza non resti loro nulla, magari in un recesso della memoria, che potrà poi spingerli, 20 anni dopo, a comprare almeno una volta nella vita, il biglietto per gli ennesimi Impressionisti? Con questa battuta, non vorrei insinuare che ho qualcosa contro gli Impressionisti, figuriamoci, con Godard penso che siano i veri antesignani dei fratelli Lumière. Però… non sarebbe male dare un’occhiata da vicino all’operazione fatta da Guy Cogeval, presidente del Musée d’Orsay, che gli consente ora di “spacciarci” un impressionista all’anno con crescente successo. Il riallestimento di Orsay con un maggior equilibrio tra le collezioni, ha infatti dato maggiore spazio a quella che potremmo definire, sbrigativamente, la grande arte non d’avanguardia, con tre risultati: 1) offrire una nuova occasione di visitare il museo; 2) rivalutare il patrimonio delle buone famiglie francesi, che di “pompiers” ne hanno piene la pareti di casa; 3) recuperare un “tesoretto” di capolavori a rotazione da vendere a Torino e altrove. Ecco, il nostro sistema culturale potrà dirsi in equilibrio quando anche da noi si sapranno montare operazioni comparabili.

 

Per chiudere torniamo ai numeri. Questo sistema museale costa 54 milioni di euro l’anno (di cui oltre 19 di entrate proprie) per 2.689.836 ingressi (più o meno paganti). Sono tanti, sono pochi? Per fare un esempio: il Teatro Regio da solo ne cuba (dal consuntivo 2014 on line) circa 39 milioni per 169.000 spettatori. Ogni ingresso in uno di questi musei costa alla collettività 12,78 euro (si va dai 3,80 dell’Egizio ai 34 di Rivoli). Al Teatro Regio, al prezzo di un biglietto venduto, si devono aggiungere altri 228,50 euro di contributo per pagare i costi di rappresentazione.

 

Un sistema museale, tutt’altro che fuori controllo dunque, anche se probabilmente non sarebbe male fare un po’ di “benchmarking” tra le varie istituzioni, come si usa dire oggi. Cioè in parole povere, provare ad allineare maggiormente costi e impegni di personale e di struttura. Ah, certo, il personale. 400 assunti direttamente e 500 “esternalizzati” nei servizi. In attesa che uno studio d’impatto ci conforti sullo straordinario indotto di occupazione a cerchi concentrici in tutti gli anfratti del mercato del lavoro (“milioni, anzi che dico, migliaia”, per citare Totò), restando fermi a questi numeri, vien da concludere che per fare a meno della Fiat ci vuole ancora un po’ di pazienza.

 

Giovani cuochi dal Piemonte a Expo

Andrea Brusaschetto e Stefano Nava, entrambi astigiani,  raccontano la loro storia formativa e professionale, comune per alcuni punti, con un allontanamento e poi di nuovo sullo stesso binario di lavoro

 

cuoco2cuochiUn anno e mezzo fa quando sono si sono diplomati erano due bravi studenti con tante belle speranze, uno di crescere come maitre, l’altro come chef. Adesso, passati i sei mesi intensi dell’esperienza di Expo, dove sono cresciuti notevolmente sotto l’aspetto professionale, sono due uomini che guardano ad un futuro. Andrea Brusaschetto e Stefano Nava, entrambi astigiani,  raccontano la loro storia formativa e professionale, comune per alcuni punti, con un allontanamento e poi di nuovo sullo stesso binario di lavoro. Dopo la scuola frequentata per cinque anni all’Istituto alberghiero Artusi di Casale Monferrato, e un corso di 5 giorni all’Alma summer school di Marchesi, le loro strade di sono divise. Andrea, in particolare, è stato “Alli Due Buoi Rossi” da Andrea Ribaldone, l’hotel storico di Alessandria. “ E proprio qui – dice Stefano – è iniziata la nostra esperienza in Expo, ci siamo trovati il 28 aprile per conoscerci e vedere quale sarebbe stato il team che dove affrontare l’esperienza milanese,  davvero eccezionale con tanti commensali, tantissimi chef che ogni giorno passavano da quella cucina, l’opportunità di lavorare con tanti chef stellati”. Un’esperienza pesante, certamente ma Stefano è contento di “averla vissuta, ho vito mille preparazioni, mille tipi di cottura, la voglia di fare bene e di andare avani ha preso il sopravvento, le giornate hanno avuto un altro ritmo e in un secondo ci siamo trovati alla fine”. Dello stesso tenore l’esperienza di Andrea Brusaschetto, in Expo da giugno: “Ho conosciuto metodi nuovi di lavoro e curato particolari che prima non curavo,mi sono trovato in alcuni momenti a fare da leader della squadra e prendere decisioni”. Andrea, adesso sta aspettando di concretizzare chiamate e proposte che ha avuto nel period di Expo, in Italia, ma anche all’estero, negli Stati Uniti, a Parigi, a Dubai. Sono davvero lontane le mete di un percorso iniziato a Casale sui bamchi di scuola e nei laboratori di sala e di cucina, e rafforzato dagli stage negli ultimi anni. Entrambi sono concordi che “è importante un’esperienza estera per imparare a cavarsela da soli, lontano da casa, e imparare bene un’altra lingua”. Sia Stefano che Andrea sono poi concorsi sul atto che “in Italia il settore della ristorazione in generale e la cucina è sull’onda del successo grazie alla televisione” ma, aggiunge Nava “spero solo che questa continua ricerca del gusto e della perfezione estetica non cambi il modo di pensare al cibo ed al gusto”, mentre Brusaschetto auspica di poter dare il  proprio contributo, lavorativamente parlando, “alla crescita ed all’innovazione nel mondo della ristorazione, proseguendo un cammino di crescita personale”.

 

Massimo Iaretti

 

“Mirafiori Luna Park” per il Filmfest della Valsusa

mirafiori film

Le proiezioni si svolgono al cinema comunale di Condove in piazza Martiri della Libertà13

 

“Mirafiori Luna Park” di Stefano Polito, proiettato il 26 novembre, seguito da “Timbuktu” del regista mauritano Abderrahmane Sissako (3 dicembre) e “Non essere cattivo” di Claudio Caligari (10 dicembre9  – film postumo del regista che rapprsenterà l’Italia agli Oscar 2016come miglior film straniero – costituiscono il trittico di proiezioni nell’ambio dell’iniziativa “Io sto con il Valsusa Filmfest”. Si tratta di una raccolta fondi per finanziare l’edizione 2016 della rassegna, cui si aggiungerà, in luogo e data ancora da definire, l’evento con la presentazione del libro di Paolo Ferrari “Lou Dalfin – Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana”. Le proiezioni si svolgono al cinema comunale di Condove in piazza Martiri della Libertà13, con ingresso a sei euro. Tutti gli eventi di “Io sto con il Valsusa Filmfest” saranno anche occasione per presentare il BANDO DI CONCORSO e per dare anticipazioni sulla XX edizione del festival e sulla XVIII edizione di CINEMA IN VERTICALE, rassegna sul cinema e la cultura di montagna organizzata dall’associazione Gruppo 33 di Condove nei mesi di  gennaio e marzo.

 

Il Bando di Concorso è reperibile in www.valsusafilmfest.it insieme alla scheda di partecipazione e a tutte le informazioni sulle modalità e sulle regole di iscrizione.

 

Massimo Iaretti

Proposte per Torino: la cultura e l’arte al servizio del territorio

mole arcoNell’ambito del dibattito aperto dal “Torinese” su cultura e turismo in città (che ha ospitato ad oggi gli interventi del critico d’arte Vittorio Sgarbi, di Alberto Vanelli, già direttore della Reggia di Venaria  e dell’esperto d’arte Enzo Biffi Gentili) pubblichiamo volentieri l’intervento del docente universitario Paolo Pietro Biancone

 

È necessario non solo essere soddisfatti della capacità del territorio di incrementare il turismo,  ma ovviare alla carenza di strutture ricettizie di un certo livello (hotel per convegni e hotel lux). Occorrerebbe, per esempio, aprirsi maggiormente al turismo islamico, facendo sì che le nostre strutture alberghiere ottengano la certificazione di qualità (halal), in grado di accogliere nel modo migliore i turisti musulmano

 

di Paolo Pietro Biancone*

 

PALAZZO MADAMAOccasioni artistico –  culturali combinate e parallele, quali Artissima, Paratissima, Operae, The Others sono un buon esempio di fare squadra per il territorio. I numeri ottenuti nell’edizione 2015 sono di peso: 52 mila visitatori, in lieve crescita rispetto all’anno scorso. Alla rassegna, giunta quest’anno alla sua 22esima edizione, hanno partecipato complessivamente 207 gallerie (66 italiane e 141 straniere) in rappresentanza di 35 Paesi. Molti i collezionisti e responsabili di acquisizioni giunti in Piemonte da Sudamerica, Stati Uniti ed Asia. A questi si aggiungono i 45 mila visitatori per la mostra-mercato Paratissima, la “controfiera” in versione popolare che per la prima volta era a pagamento.

 

Sono stai oltre 14.500 gli ingressi registrati da Operae, il Festival del design indipendente; 28 mila visitatori hanno apprezzato la mostra dei 200 artisti provenienti dall’Italia e dall’estero che hanno esposto le loro opere nell’ex carcere Le Nuove e nell’ex Borsa Valori di Torino. Stando a quanto hanno diffuso gli organizzatori, un grande successo è stato riscosso dalle visite tematiche agli stand delle gallerie, ideate per avvicinare il grande pubblico all’arte contemporanea. 

 

Ancora più rilevante sarebbe valutare i dati di impatto economico e sociale, che rivelino numericamente le ricadute sul territorio: le più evidenti turisti 1sono la capacità di attrazione turistica, gli effetti sulla ricettività alberghiera, i benefici dell’imposta di soggiorno sui bilanci pubblici. I turisti spendono il loro denaro in una grande varietà di beni e servizi e quindi per trasporti, alloggi, divertimenti, musei, vitto e altri ancora. Di conseguenza, il turismo ha una varietà di impatti economici: i turisti contribuiscono alle vendite, ai profitti, alla creazione di posti di lavoro, alle entrate fiscali e al reddito del territorio. Alcuni settori del turismo, come alloggi, ristorazione, trasporti, divertimenti e il commercio al dettaglio possono essere considerati primari, poiché sono direttamente colpiti dal turismo, mentre la maggior parte degli altri settori sono colpiti da effetti secondari.

 

Il flusso turistico ha un effetto a catena, nel senso che il suo effetto si propaga dal settore turistico al resto dell’economia. Si parla di effetto diretto quando si prendono in considerazione quelle aziende che ricevono direttamente la spesa turistica: nello specifico, il valore dell’effetto diretto è dato dal valore della spesa turistica meno il valore delle importazioni necessarie a fornire quei beni e/o servizi. Ad esempio, un aumento del numero di turisti che pernottano negli hotel  aumenta le vendite in questo settore (effetto diretto). A loro volta, però, queste aziende dovranno rivolgersi ad turisti 2altre aziende per il funzionamento dell’attività stessa. E quindi un’azienda turistica dovrà rivolgersi a costruttori ( ad esempio un Hotel avrà bisogno di interventi allo stabile, riparazioni o costruzione totale), avvocati, commercialisti, fornitori di cibo e bevande, energia elettrica e così via, i quali, a loro volta, si rivolgeranno ad altri fornitori continuando il processo. Questo è l’effetto indiretto. In sostanza,  gli effetti indiretti sono i cambiamenti di produzione derivanti dai vari cicli delle entrate del settore turistico nelle industrie collegate ad esse (ad esempio industrie fornitrici di prodotti e servizi per alberghi).

 

Organizzare eventi culturali e artistici in diversi periodi dell’anno, con un’attenzione strategica agli impatti territoriali, significa attrarre visitatori, rendendo il turismo meno legato alle stagioni e sempre interessato e stimolato a conoscere il territorio.I dati diffusi dall’Atl, Turismo Torino e Provincia, rivelano un trend di crescita delle ricadute del turismo sulle ricettività alberghiere, ma l’ultima analisi di Federalberghi rivela il Nord-Ovest come l’area ove la capacità alberghiera pesa meno con 23,9 letti ogni 1000 abitanti: la media nazionale è di 37,9 letti ogni mille abitanti. Peraltro, considerando le singole categorie alberghiere, il Piemonte è l’ultima regione per l’incidenza degli alberghi a quattro stelle rispetto alla popolazione.

 

È necessario, quindi, non solo essere soddisfatti della capacità del territorio di incrementare il turismo,  ma ovviare alla carenza di struttureponte mole vittorio ricettizie di un certo livello (hotel per convegni e hotel lux). Occorrerebbe, per esempio, aprirsi maggiormente al turismo islamico, facendo sì che le nostre strutture alberghiere ottengano la certificazione di qualità (halal), in grado di accogliere nel modo migliore i turisti musulmani. Le camere di questi hotel dovranno dotate di tappetini per la preghiera e bussole per indicare la qibla, cioè la direzione della Mecca, non ci saranno alcolici nel frigobar. Le strutture non si limiteranno a fornire gadget materiali, il pezzo forte sarà dato dallo staff presente in cucina, dove ogni struttura può fare la differenza: si preparerà cibo rigorosamente halal, cucinato in pentole apposite per non contaminarlo con alimenti vietati dalla religione musulmana, come la carne di suino. Non ultimo il rispetto del Ramadan offrendo  la colazione prima dell’alba.  

 

(Foto: il Torinese)

 

* Director of the European Research Center for Islamic Finance

Editor in Chief European Journal of Islamic Finance

Department of Management

University of Turin

“Della Resistenza”: il 28 novembre a Omegna

E’ il più importante premio letterario dedicato alla Liberazione

 

omegna1Sabato 28 novembre verrà assegnato il premio letterario “Della Resistenza” – Città di Omegna , il più importante premio letterario italiano dedicato alla lotta di Liberazione. La manifestazione si terrà nel pomeriggio, probabilmente al cinema Teatro “Sociale” della città sul lago d’Orta  dov’è nato Gianni Rodari. Al mattino dello stesso giorno, ci sarà un incontro con gli studenti delle medie superiori. Il premio, che può essere assegnato anche ad un autore straniero la cui opera sia però tradotta in italiano, è riservato a libri di narrativa, poesia o saggistica che “coniugando valori letterari e impegno civile, abbia dato risalto a una delle questioni fondamentali del nostro tempo”. Novità per l’edizione 2015, la menzione speciale che verrà assegnata nell’occasione del 70° della Liberazione.

 

Dal 1959 al 1974,questo premio Letterario dedicato alla Resistenza rappresentò un appuntamento alto della cultura italiana e internazionale.omegna3 “ Nato da un incontro tra l’allora sindaco Pasquale Maulini con Cino Moscatelli, Mario Soldati e Mario Bonfantini – ricorda il giovane assessore alla cultura di Omegna, Alessandro Buzio –  in tredici successive edizioni vide la collaborazione di prestigiosi nomi della cultura italiana.Della Giuria fecero parte scrittori e intellettuali importanti. Tra i tanti si ricordano Guido Piovene, Mario Soldati, Carlo Salinari, Paolo Spriano, Gianni Rodari, Cesare Zavattini, Rossana Rossanda, Orio Vergani, Raffaele De Grada, Italo Calvino, Franco Fortini”.

 

Una rapida visione del  “libro d’oro” dei premiati ofre l’idea del valore e dell’importanza del premio. Vennero via via premiati, Henry Alleg (1959), Jean Paul Sartre (1960), Gunther Anders (1961), Frantz Fanon (1962), Blas De Otero (1963), Roberto Battaglia (1964, alla memoria), Paul M.Sweezy e Leo Huberman (1965), George Jackson (1971), Camilla Cederna (1972), Pietro Secchia (1973, alla memoria), Alexandros Panagulis (1974).

 

omegna2Nel 1995, il Premio venne ripreso in occasione del cinquantesimo anniversario della Liberazione– continua Buzio – con un’edizione straordinaria che vide  vincitore “Appunti Partigiani 1944-1945″ di Beppe Fenoglio.Il successo dell’iniziativa convinse l’Amministrazione Comunale a rieditare in via definitiva dal 1996, con una formula rinnovata, il Premio Letterario intitolato alla Città di Omegna”. Da allora sono stati premiati,tra gli altri,  Gherardo Colombo e Tahar Ben Jelloun, Vincenzo Cerami e Roberto Benigni,Ryszard Kapuscinski e Nuto Revelli, Susan Sontag e Guido Craiz, Angelo Del Boca e Roberto Saviano, Marco Paolini e Giuseppe Catozzella.

 

L’attuale giuria , attualmente composta da Laura Pariani , Alba Andreini, Michele Beltrami, Oreste Pivetta, e Giovanni Cerutti renderà noto a breve il nome del vincitore mentre il premio “Omegna Giovani”, verrà scelto da una giuria di studenti delle scuole medie superiori ( lo scorso anno è stato assegnato a “Io ho visto” di Pier Vittorio Buffa).

 

Marco Travaglini

Il Museo Lombroso da luogo di cultura a campo di battaglia

lombroso logoDa oltre un mese sostenitori e detrattori del polo, si stanno sfidano a colpi di firme sul portale Change.org, dando vita a una vera e propria guerra di petizioni, avente come focus della questione la chiusura o meno del Museo dedicato all’ antropologo-criminologo più famoso di sempre

 

Nonostante il trascorrere dei giorni, la polemica che ormai da mesi si sta sviluppando intorno al museo di Antropologia criminale di Torino sembra non volersi proprio arrestare. Può un museo, luogo di cultura e di conoscenza, trasformarsi, anche se virtualmente, in un vero e proprio campo di battaglia? Ebbene sì, perché questo è proprio quello che sta succedendo ormai da tempo al Museo Cesare Lombroso. Da oltre un mese sostenitori e detrattori del polo, si stanno sfidano a colpi di firme sul portale Change.org, dando vita a una vera e propria guerra di petizioni, avente come focus della questione la chiusura o meno del Museo dedicato all’ antropologo-criminologo più famoso di sempre. Il Museo di Antropologia criminale dell’Università di Torino, riallestito e aperto al pubblico nel 2009, presenta la figura di Lombroso tramite una lettura bifocale della sua attività scientifica: viene sì rappresentata l’importanza del percorso dello scienziato nella storia della ricerca medica e della criminologia, ma viene anche messo l’accento sugli errori di metodo e di interpretazione utilizzati dallo stesso, soprattutto per quanto riguarda la sua teoria dell’atavismo criminale.museo lombroso 23

 

 

Ideatore e promotore della petizione “Chiudiamo il Museo Lombroso” è Domenico Iannantuoni, ingegnere pugliese conosciuto per aver fondato nel 2010 il “Comitato No Lombroso” e nel 2004 l’Associazione “Per il Sud” diventata poi in seguito un partito politico.Il Comitato No Lombroso, che porta avanti la sua battaglia contro il museo dal 2010 – ricordiamo che il Comune calabrese di Motta Santa Lucia insieme al Comitato hanno indetto una causa per ottenere la restituzione delle spoglie del famoso brigante Giuseppe Villella- con l’ultima petizione ha raccolto più di 10mila firme, accaparrandosi consensi un po’ in tutta Italia, soprattutto tra le file dei Neoborbonici. Additato come “fossa comune dei briganti” o peggio ancora come “museo razzista”, il polo di lombroso teschioAntropologia criminale viene più che altro attaccato a causa della collezione anatomica esposta (all’interno della collezione sono presenti i resti di alcuni briganti, tra cui appunto Villella) e a causa delle teorie sostenute all’epoca da Lombroso, considerate da Iannantuoni e dai suoi seguaci offensive e discriminatorie per le persone originarie dell’Italia centro-meridionale. Fino ad oggi i rappresentanti del museo (tra cui il direttore scientifico Silvano Montaldo e la responsabile dell’archivio storico, Cristina Cilli) non si erano ancora esposti pubblicamente, preferendo semplicemente difendersi dalle accuse e continuando il più tranquillamente possibile il proprio lavoro. È stato il polverone suscitato dalla grafica torinese Chiara Ascheri e dalla sua raccolta firme per tenere aperte le porte del Museo (ad oggi la contro-petizione conta circa 7mila adesioni), a far sì che anche i rappresentanti del polo di antropologia criminale esponessero pubblicamente la propria posizione, diffondendo e aderendo anche loro alla petizione dell’Ascheri.

 

Da quando nel 2009 il Museo Cesare Lombroso ha aperto le porte a studenti, visitatori e turisti, i suoi rappresentanti ed il museo stesso, sono stati oggetto di polemiche e di accuse da parte del Comitato “No Lombroso” e del suo maggiore esponente : oltre alla causa ancora in corso per lombroso museo 1la “restituzione” dei resti di Villella (l’udienza è prevista per il 5 aprile 2016), qualche tempo fa il direttore scientifico Silvano Montaldo è stato addirittura denunciato con l’accusa di vilipendio di cadavere.Insomma una situazione ben poco piacevole che però,nonostante i grossi disagi creati allo “staff”, sembra non aver danneggiato la credibilità del Museo e di conseguenza la sua affluenza di visitatori, continuando a far mantenere una media annua (solo del Museo Lombroso escluso il museo di Anatomia) di circa 35mila persone tra turisti e torinesi.

 

Di questa situazione si sono occupati anche l’ICOM Italia (International Council of Museums) e il Comitato per l’Etica di ICOM, che dopo essere stati interpellati dal Comitato “No Lombroso” si sono espressi a favore del Museo dichiarando quanto segue: “Il nuovo allestimento vuole fornire al lombrosovisitatore gli strumenti concettuali per comprendere come e perché questo personaggio così controverso formulò la teoria dell’atavismo criminale e quali furono gli errori di metodo scientifico che lo portarono a fondare una scienza poi risultata errata[…] Il Museo torinese che, con attenzione, con rispetto e con la pietas dovuta ad ogni individuo, ne conserva il cranio, ha inserito nella sua mission << l’impegno di negare la teoria dell’atavismo criminale e di mettere in evidenza gli errori di metodo che portarono Lombroso a fondare una scienza poi risultata errata>>. E aggiungono : “La restituzione dei resti, operazione per altro non consentita dall’attuale Codice dei Beni Culturali, disperderebbe del tutto una memoria, certamente dolorosa, che fa parte della travagliata storia del nostro paese”. Le dichiarazioni del Consiglio Direttivo dell’ICOM Italia, sembrerebbero lasciar intendere che le porte del Museo Lombroso possano e anzi debbano continuare a restare aperte, ma Iannantuoni e i suoi sostenitori hanno già fatto sapere che non si daranno per vinti e che continueranno la loro battaglia.

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Sinceramente ci viene da dire che far chiudere un Museo che rappresenta e racconta una parte della storia del nostro Paese e non solo (le teorie di Lombroso sono conosciute in tutto il mondo) sia pressoché assurdo. Cesare Lombroso era figlio del suo tempo e così anche le sue teorie ed il suo metodo scientifico. Se si dovesse fare un processo a posteriori a tutti quei filosofi, scienziati, medici che nel corso della loro vita hanno in qualche modo leso la dignità del prossimo, probabilmente tantissimi nomi illustri e conosciuti sparirebbero dai nostri libri di storia. Lasciamo al Museo di Antropologia criminale dell’Università di Torino il suo ruolo di “museo”. Razzismo e discriminazione si possono e si devono necessariamente combattere; accanirsi contro un esponente del Positivismo e contro le sue teorie superate e smentite non rappresenta sicuramente il modo migliore per contrastare questi tristi fenomeni.

 

Simona Pili Stella

Parla (o meglio scrive) piemontese il congresso europeo del Controllo del Vicinato

Il coordinatore regionale ACDV Massimo Iaretti cura l’ufficio stampa dell’importante evento

 

IARIS VICINATOCastel Ritaldi, in Provincia di Perugia, dal 22 al 24 ottobre ospiterà il secondo congresso di EUNWA – European Neighbourhood Watch Association, l’associazione che, a livello europeo, raccoglie le varie realtà che si occupano di Controllo del Vicinato e che è nata con il congresso di Vienna del 2014, dove ha sede il segretariato generale. In Italia è attiva l’Associazione Controllo del Vicinato, presieduta da Gianfrancesco Caccia che, nel comune di Caronno Perrusella (Varese), è stato “pioniere” del sistema del CDV sin dal 2008, “importandolo” dai Paesi anglosassoni dove era nato. Lo staff organizzativo, coordinato sul posto da Mirella Seccafieno, referente per l’Umbria dell’Associazione, sta mettendo a punto gli ultimi dettagli dell’evento che prevede una fitta serie di incontri tra associazioni che promuovono in Europa il Controllo del Vicinato per confrontarsi su temi comuni quali: la sicurezza nelle città, il ruolo delle comunità nella lotta alla criminalità organizzata, della “polizia di prossimità”, dello sviluppo del Neigbouhood Watch nei vari Paesi europei, della prevenzione del crimine attraverso il disegno urbano e della collaborazione tra cittadini e forze dell’ordine.

 

Alla conferenza, cui è stato invitato il sottosegretario all’Interno, Gianpiero Bocci, prenderanno parte delegazioni provenienti da Austria (con la presenza di Kark Brunnbauer, presidente dell’Eunwa, che era già intervenuto a maggio al convegno di fondazione di ACDV svoltosi a Gabicce in provincia di Pesaro Urbino), Belgio, Cipro, Danimarca, Estonia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Moldova, Regno Unito, Slovacchia e Svizzera. Sarà anche presente A.I.P.S. – Associazione Installatori Professionali di Sicurezza che sostiene e supporta l’evento. La scelta di Castel Ritaldo non è stata casuale in quanto la città umbra ospita l’Osservatorio Nazionale della Sicurezza Urbana – ONSU struttura scientifica creata nel 2008 che svolge attività di studio e di ricerca sui fenomeni criminali e sulla percezione sociale del crimine su tutto il territorio nazionale fornendo interessanti spunti applicativi per la “Homeland Security.

 

“E’ significativo – dice il presidente dell’Associazione Controllo del Vicinato Gianfrancesco Caccia,– che il secondo congresso, che segue di un anno l’atto di nascita di EUNWA si svolga in Italia, Paese nel quale il Controllo del vicinato sta registrando una forte crescita in grande parte dello Stato, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro, con un sempre maggiore numero di persone che si avvicinano a questa tecnica e di amministrazioni locali che lo adottano come metodo di deterrenza e di prevenzione per la microcriminalità. Il nostro impegno per andare avanti su questa strada sarà sempre massimo, visto che i furti, le truffe e gli altre fattispecie di reato che minano il senso della sicurezza dei cittadini, non sono un fatto nazionale ma comune a tutta Europa”.

 

Piergiorgio Minazzi