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L’arte emozionale di Marco Appicciafuoco interpreta e trasforma la natura

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L’estro creativo dell’artista è sì qualcosa di innato, ma raggiunge la sua piena espressione grazie allo studio e all’impegno, alla ricerca tecnica e alla passione. Tutto questo è ben presente nelle opere di Marco Appicciafuoco,  scultore  e non soltanto, che dà all’arte un valore aggiunto, attribuendole una visione più vasta, dove  materia e forma divengono oggetto di  una concettuale transustanziazione ecologica ambientale e antropologica. Appicciafuoco, teramano, classe 1970, considerato vicino alla  “transavanguardia”, traduce in arte l’ alterazione fisica dei materiali attraverso sollecitazioni e tecniche, come l’incisione, la pressione meccanica, la combustione e l’irradiazione di luce, con un occhio di riguardo  ai temi quanto mai attuali delle emergenze ambientali e degli  equilibri ecologici da salvaguardare. Insomma, arte intesa anche come messaggio sociale,  come invito a riflettere sul rapporto tra progresso tecnologico e tutela dell’ambiente. L’originalità di Appicciafuoco è stata ben sottolineata dal critico Franco Speroni: “le sue opere  abitano un crinale dove il quadro, la scultura, la composizione polimaterica, l’oggetto d’arredo, nella sua accezione manierista di monumento miniaturizzato, si confondono tra loro rendendo insufficienti le distinzioni paradigmatiche alle quali siamo stati abituati”. I materiali impiegati (superfici riflettenti metalli e luci, o più  tradizionali, come la ceramica) fanno rivivere  forme e flussi vitali degli ambienti primigeni e vitali : i pendii montani, i profili delle cime, i flussi d’acqua che fondano valli superficiali e antri sotterranei, le stratificazioni geologiche, le cromie e le ossidazioni delle pietre. “Nelle sue opere – evidenzia ancora Speroni – i saperi delle tecniche artigianali insieme alla percezione del suo territorio non determinano strutture chiuse e nostalgiche ma catalizzatori emotivi che trasformano la storia vissuta in qualche altra cosa che sta accadendo, come ci fosse una metamorfosi in corso. Per questo si può parlare di oggetti emozionali. L’argilla, il grès, il vetro, l’acciaio, la luce, che Marco usa, danno ai suoi lavori aspetti mutanti che stimolano vie di fuga laterali, al di là di ogni chiusura simbolica dentro significati predeterminati”.

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NOTE BIOGRAFICHE

Marco Appicciafuoco nasce a Teramo nel 1970, si diploma presso Istituto Statale d’Arte F. A. Grue di Castelli e a livello universitario, matura il grado più elevato dell’alta formazione artistica presso l’Accademia di belle Arti dell’Aquila. Segue con attenzione le varie ricerche estetiche della contemporaneità, attraverso un continuativo lavoro di ricerca, sperimentazione e confronto. Partecipa a diverse esposizioni, personali e collettive, nazionali e internazionali e collabora con autori come: Luigi Ontani, Michelangelo Pistoletto, Sandro Chia e Enzo Cucchi, di seguito conosce Ettore Sottsass, Johanna Grawunder e così via  ricevendo consensi, premi e riconoscimenti professionali. Molto importante è da ritenere la sua lunga permanenza a Castelli (Te)  e Daniela Faiani con cui vive e da sempre condivide e affianca le sue molteplici collaborazioni ed esperienze artistiche. 

 

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Artisti Italiani all’Educatorio della Provvidenza

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Apre a Torino una mostra interessante di pittori contemporanei italiani: dal torinese Ettore Della Savina a Stefania Chiaraluce di Todi.

 

Saranno inoltre esposte le opere di Ivana Guarini di Chieri, di Carla Pistola di Jesi e di Pasquale Filannino di Cerignola.

 

La mostra sarà aperta fino al 3 marzo: dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 18.

 

FMB

Les Folie, Cocktails & Food nel cuore della Movida

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Giovedi 25 Gennaio, alle ore 18,  in Via delle Orfane 16, zona quadrilatero si inaugura Les Folie Cocktails & food nel cuore della Movida torinese. L’ampio locale è ricavato all’interno di un  prestigioso   palazzo del ‘700, posto  di fronte alla piazzetta che dà nel  retro dell’ufficio di igiene.

Una location scelta ad hoc per coinvolgere i gruppi di giovani e non solo che vanno  per locali. Les Folie, un nome scelto dagli intraprendenti  che hanno gia’ avuto in passato lo Zafferano cCfe insieme a Ricky Tognazzi e Simona Izzo, titolari non a caso, ma nel loro spirito solito, pieno di cretivita’ e un poco di sana follia,quanto basta, per realizzare un locale innovativo che faccia tendenza ,unico del suo genere nella zona: tre locali in uno, ben divisi e distinti .

 Il Bar  inizia la giornata con le colazioni , croissanterie alla francese  e caffè,  continuando   con la  migliore tradizione dei cocktails , che si avvale della consulenza dei noti Salvo e Gigi di barZ8 (promotori delle serate della movida a Torino).

Il ristorante che si propone a pranzo e con apericena  è gestito dallo Chef Maurizio Tumolo con il suo staff, reduce da recenti esperienze a Londra e Barcellona. Maurizio  ha avuto i natali da chef al famoso ristorante ”La Pergola” di Roma, i frequentatori e conoscitori dei migliori ristoranti della capitale lo conoscono bene.

 Il wine bar è angolare,   con le sue vetrine alla via, che porta al centro del Quadrilatero, è il primo che si nota da via della Consolata con la sua luce calda che riflette sulle bottiglie dei vini scelti con cura da intenditori dai fratelli Fiore e taglieri di prosciutto spagnolo. Non vi preoccupate, vi sono vini per tutte le tasche come per tutte le invitanti  proposte da Les Folie Vi aspettiamo Giovedi 25 Gennaio alle 18, non mancate.

I genitori oggi

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I bambini di oggi ubbidiscono meno o sono i genitori che sono “formattati” diversamente? Correva il tempo in cui bastava uno sguardo del papà o un accenno della mamma per arrivare alla massima dichiarazione di ubbidienza. L’epoca del “facciamo i conti a casa” per ristabilire l’ordine delle cose, per tranquillizzare quel caos a cui da piccolo avevi provato a dare forma, poiché la famiglia non è una democrazia o almeno non lo era. La famiglia che fu era necessariamente funzionale. Deve esserci un tempo in cui qualcuno decide per noi quando, ad esempio, siamo troppo piccoli e non in grado abbastanza da badare a noi stessi in modo autonomo. Dunque, in passato, veniva applicata, tra le mura domestiche, una logica dittatoriale che passava dalle cucchiarelle di legno della mamma, durante il giorno, agli scapaccioni del papà di ritorno dal lavoro la sera. Una dittatura sana, pragmatica, con ruoli educativi divisi e assegnati, alla mamma l’aspetto accudente, emotivo ed organizzativo domestico, al papà il ruolo di rappresentante delle regole sociali, con qualche scivolata in timide carezze. Un sistema famiglia che si autodefiniva e autodeterminava come nucleo definito, chiaro e distinto. Nessuna confusione sul chi faceva cosa e sul come, né di livello dappartenenza. I genitori erano genitori a quel modo, ed i figli anche. I genitori si percepivano anche quando non c’erano e non tramite whatsapp o un tablet sul tavolo di una pizzeria. I tempi,   però, sono cambiati, è vero. Non ci sono più i genitori di una volta. Non ci sono più le cose di una volta e ce ne sono indubbiamente molte altre. In alcuni punti della casa c’è più segnale, in altri meno, in alcuni punti della città il telefono prende anche a batteria quasi scarica, in altre hai zero tacche sullo schermo, e allora? E allora non tutte le tecnologie presenti, se, da una parte, alleggeriscono il movimento materiale dello scambio informativo e sociale, abbreviandone pragmaticamente soprattutto i tempi, purtroppo possono ricoprire funzioni genitoriali alleggerendone la responsabilità d’impegno che ne deriva. Da questa non ci si può sottrarre nel momento in cui si diventa genitori. Ed è così, che piaccia o meno. Il wi – fi non può sostituirsi a mamma e papà. Per crescere servono mamma e papà presenti, credibili, caldi, in accordo tra loro, almeno di fronte ad un rimprovero o ad un encomio, solidi, autorevoli, intatti, indipendenti dalla tecnologia. Genitori che distribuiscono parole e regole funzionali ad una vita sana, in famiglia e fuori. Il perché delle regole che, a volte, sentiamo tutti come un limite? Per evitare il caos, il libero arbitrio di un bambino o di una bambina di magari dieci anni che vuole andare a dormire alle 3 di notte o cenare con le patatine.

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Bambini moderni, ma pur sempre bambini. Il tempo di sviluppo del cervello, tecnologie intuitive a parte, porta con sé i desideri dei bambini omogenei e rivolti verso il dolce, lo zucchero, lo snack, il deviante spesso dal “noiosamente raccomandato” per una buona salute, a prescindere dall’epoca storica di riferimento.Tutto ciò unito alla voglia del nascituro di affermazione della propria identità, rispondendo ed urlando spesso i proprio “no” a ciò che gli viene, più o meno, educativamente detto di fare da chi si prende cura di lui. E dunque chi si dovrebbe, in primis, responsabilmente porre dinanzi a preservare un giusto sviluppo integrativo, sociale, cognito e psicologico’? I Genitori! Prima i genitori parlavano poco e tu ascoltavi molto spesso quasi impaurito. Oggi chattano molto, parlano quasi niente e tu ascolti poco quasi divertito. Allora chi ubbidisce più? Niente dialogo, niente ascolto, ma improvvisazione pura. Estemporanea educazione gestita lì, sul momento, a caso, quello che viene, viene. Un lavoro frettolosamente veloce e rapido il genitore di oggi, con molto meno tempo, molte più distrazioni e tanta frustrazione individuale in più. Cosa resta così? Molto poco, quasi niente. E allora non è raro incontrare famiglie con bambini che “starnazzano” senza nessun tipo di linearità, magari soltanto perché stanno urlando il loro bisogno di contenimento, il loro bisogno “di sentire i genitori” e dall’altra parte genitori, appunto, distratti, persi su una tastiera a controllare notifiche e batteria. C’è campo, non c’è campo. Ed usano, per tenere a bada i figli, quella tecnologia in grado di ipnotizzare, quasi anestetizzare la coscienza umana. Il tablet o il cellulare ed i suoi giochini. Forse perché pensano “se distrae me magari funziona anche con mio figlio e forse la smette di richiedere la mia attenzione”.

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Distratti noi, distraiamo anche i nostri figli da un loro vitale bisogno primario e vitale di presenza genitoriale. Genitori alla ricerca di “campo” con la famiglia senza un “capo” di riferimento. A batteria esaurita poi, tutti a casa perché l’anestetico tecnologico non dura per sempre e, nel momento in cui si spegne, come si gestisce poi un rapporto via cavo. E’ complicato, impegnativo ed emotivo essere genitori. Forse oggi servirebbero giornate che durano il doppio, che aumentano di spazio come gli schermi delle nostre “protesi” tecnologiche. Spesso l’allontanamento dalla casa e dall’educazione è dato dall’elevato e faticosamente tollerabile peso da stress lavorativo correlato. I ritmi lavorativi attuali sono molto più accelerati rispetto al passato, è tutto più veloce e deve essere tutto quasi immediato. Non è facile essere genitori oggi, ma non è neanche difficile prendere coscienza del fatto che sulla terra, sulla luna, cento anni fa o quarant’anni dopo, i bambini sono bambini e per almeno un po’ del loro tempo di vita avranno sempre, per sempre, necessità delle stesse esigenze emotive e affettive, perché nessuno cresce particolarmente sano senza la presenza di qualcun altro che se ne prende cura, e chi lo fa porta comunque dentro una sofferenza, un vuoto immane. Dunque i telefoni facciano i telefoni, ed i genitori i “Genitori”, partendo dalla consapevolezza che nessun genitore è perfetto e non deve esserlo, ma deve semplicemente “esserci” per i propri figli.

 

 

Dott. Davide Berardi, Psicologo – Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta ad Indirizzo Relazionale Sistemico, Docente Corsi di Accompagnamento al parto, Psicologo della riabilitazione e del sostegno nella terapia individuale e familiare, Terapeuta del coraggio emotivo.

cell. 338 5853596    

davide_berardi_78@yahoo.it      

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Dell’Iper-grazia del reale: ritratti di Grazia Barbieri

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Non soggetti urbani, automobili e insegne luminose dei fast food, non vetrine di negozi e palazzi dai riflessi nitidi o dalle trasparenze vitree scrupolosamente riprodotti, non oggetti commerciali di un ménage quotidiano dell’America anni Sessanta (si pensi a Richard Estes o John Baeder), ma nemmeno i grandi volti di Chuck Close che guardano lo spettatore con gli occhi sgranati né le caramelle o gli elettrodomestici dell’italiano Antony Brunelli, bensì ritratti e figure a mezzo busto di medie dimensioni le opere esposte da Grazia Barbieri che della corrente dell’iperrealismo fanno propria la volontà di riprodurre la realtà con tale precisione

Olio ed acrilico eseguito a mano libera su tavola di MDF (medium density). Cm. 46,5 x 78,5

da contendere alla fotografia il primato dell’arte più fedele al vero (e meritare anche il nome di fotorealismo, termine coniato nel 1969 dal gallerista americano Louis Meisel). Come l’iperrealismo, Grazia sperimenta l’esasperazione del virtuosismo e il perfezionismo quasi maniacale della riproduzione del dato reale, rifuggendo il gesto istantaneo ed emozionale a favore di un percorso pittorico lento e meditato, pennellata dopo pennellata, con la pazienza di un’arte antica.

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Tuttavia mentre l’uno soleva spesso partire da un’immagine fotografica poi trasferita sulla tela in tutto il suo nitore, Grazia inizia da uno schizzo tracciato a mano libera che in seguito riporta allo stesso modo su una tavola lignea e in quello spazio dettaglia, affina e perfeziona. Più che figure reali tratte dalla quotidianità, l’artista sembra ritrarre le fattezze di immagini del tutto interiori come fossero flash che si accendono nell’oscurità della mente e che la pittrice coglie nell’attimo fuggente del loro apparire. Non è un caso che questi ritratti si staglino su fondali anonimi – indistintamente monocromatici (si veda

Acrilico su tavola di MDF (medium density) trattata con fondo bianco al quarzo. Cm. 80 x 80

Desigual) anche quando apparentemente realistici (Sottosopra e Carlotta), immaginari nel loro sontuoso decorativismo (La ragazza con l’orecchino di perla), sempre privi di ogni profondità e prospettiva –; meri supporti bidimensionali atti ad isolare le figure sospendendole in una dimensione irreale che, per contrasto, amplifica e radicalizza l’accuratezza realistica delle figure; sfondi inerti che fanno da contrappunto alla precisione dei particolari cui è affidata la risoluzione iperrealista della rappresentazione non solo del volto, e del corpo, ma anche, prepotentemente, dell’abbigliamento.

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Come nella tradizione ritrattistica antica, abiti e accessori – ricchi e variopinti come in Desigual o Il foulard, oppure semplici come un paio di guanti rossi (Guanti), un turbante giallo (La ragazza col turbante giallo) o un foulard blu (Blu) – svolgono una precisa funzione comunicativa tanto da divenire spesso parte integrante dei titoli dei quadri: al pari di velluti ed ermellini, gioielli e simboli del potere dei ritratti di pontefici e imperatori, tali oggetti sottolineano la distanza di queste figure per lo più

Acrilico su tavola di MDF (medium density) trattato con fondo bianco al quarzo. Cm. 90 x 55.

femminili dalla realtà e assumono un particolare valore simbolico ed evocativo. Se i ritratti dipinti dagli iperrealisti negli anni ’60 e ’70, raggelati in gesti quasi banali, infondevano nello spettatore una profonda inquietudine, le immagini di Grazia Barbieri emanano invece un senso al contempo di sorpresa e di solitudine come immortalassero esseri improvvisamente strappati da un rassicurante isolamento e spinti, disarmati e inermi, a fronteggiare un mondo sconosciuto. Eppure, a ben guardare, in loro non vi è alcuna traccia di sofferenza poiché la cura di ogni singola pennellata, nella sua precisione mai asettica, trasmette la Grazia di un iperrealismo carico di profonda e calda armonia.

 

Lorenza Miretti

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Sara Battaglino, una designer alla conquista di New York

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“Ma io non voglio andare fra i matti, — osservò Alice. — Oh non ne puoi fare a meno, — disse il Gatto — qui siamo tutti matti!”

(Dal libro “Alice nel Paese delle meraviglie”)

 

Pratiche ed eleganti, comode e sofisticate. Portabilissime dalla mattina alla sera, le borse di Sara Battaglino, designer di Un tè da matti, sono davvero un accessorio imprescindibile. La ricerca dei pellami, dei dettagli e dell’esclusività del prodotto hand made, rende le sue creazioni veri e propri pezzi unici. Brillante, multitasking e innovativa, Sara nasce ad Alba e si laurea in Architettura. Ma si sa, chi ha il sacro fuoco dell’arte non può lasciarlo bruciare.Dopo aver lavorato come interior designer per qualche anno, nel 2015 decide che è il momento di lasciare quel mestiere che le andava troppo stretto e, con un pizzico di follia, lanciarsi in un progetto tutto suo. Facendo tesoro dell’esperienza formativa maturata in ambito sociale, attraverso l’iniziativa di un laboratorio artigianale nel carcere Lorusso-Cutugno di Torino, intraprende l’avventura straordinaria e unica che la sta portando davvero lontano.

 

Perché il nome “Un tè da matti”?

“È una filosofia che riassume il mio modo di essere, vedere  e pensare. In particolare mi riferisco al concetto di tempo: quello ‘del sempre passato e del sempre futuro’, lo stesso con cui il Cappellaio matto – nel settimo capitolo di ‘Alice in wonderland’ intitolato proprio ‘Un tè da matti’- dice di aver litigato. Ma anche il tempo a cui si può sfuggire eludendo scadenze, impegni e doveri”.

 

Qual è la caratteristica delle tue borse?

“Tutto nasce dalla volontà di dare vita a qualcosa di diverso rispetto all’attuale panorama commerciale. Non amo seguire le regole di pelletteria classica, mi piace la ricerca del particolare, giro i mercatini vintage del Piemonte per trovare piccoli ma preziosi dettagli, come le chiusure d’epoca realizzate in ottone o le stoffe e i pellami da proporre nelle mie collezioni”. La morbidezza dei pellami sfoderati che mantengono il taglio vivo, minuterie d’epoche passate e moschettoni d’altri tempi, sono il segno che ogni creazione è una vera e propria opera d’arte unica, esclusiva e mai banale. Qualcosa che profuma di passato, che riporta la donna contemporanea a quell’innocenza fiabesca di “Alice nel paese delle meraviglie”, ma che sa coniugare sapientemente il lato sportivo all’allure sexy e spregiudicata di ogni donna. Dalla Bianconiglio alla Dinah, passando per Duchessa, Ghiro e Tartaruga fino alla Regina di cuori e alla Alice, punta di diamante, sempre riproposta nelle collezioni. I nomi richiamano la fiaba, ma i personaggi sono soprattutto protagonisti, come loro, le borse di Un tè da matti, che regalano quel tocco in più in un panorama di nicchia, ricercato, studiato e costruito davvero col cuore.

 

Quanto è difficile per una donna affermarsi nel mondo imprenditoriale?

“Moltissimo! Io ho avuto il sostegno di mio marito, ma la verità è che noi donne dobbiamo essere multitasking, spesso dobbiamo incastrare famiglia, figli, lavoro e fare i conti anche con le nostre aspirazioni, i nostri desideri, che ci completano e, se realizzati, ci ripagano della fatica e dei sacrifici. Bisogna sempre mettersi in gioco! Il mio sogno nel cassetto è quello di aprire uno spazio tutto mio dove lavorare e accogliere le clienti che vogliono vedere come nasce una borsa di Un tè da matti, un po’ come i vecchi negozi di sartoria dove, a differenza dei moderni laboratori industriali, il rapporto con chi produce e chi compra diventa essenziale per la resa stessa del prodotto”.

 

Quali saranno le tendenze della prossima primavera-estate?

“La collezione 2018 avrà come tema il circo di strada, con tutti i suoi grafismi, colori e ispirazioni, dai pois alle mille sfumature che ho ottenuto dando sfogo alla creatività. Ho dipinto a mano sui tessuti, sperimentando tecniche e tele esclusive, insolite, come quelle antiche, recuperate dai vecchi sacchi di farina, con una particolare accortezza alle minuterie che ho voluto proporre”.

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Sara Battaglino produce le sue borse interamente a mano, con una cura e una dedizione tali da farti innamorare a prima vista del prodotto, che rispecchia pienamente la sua indole grintosa, frizzante e soprattutto femminile. Da una piccola rete di distribuzione piemontese il brand ha conquistato anche il mercato italiano ed estero, fino a spingersi nelle boutique e nei concept store di Korea, Stati Uniti (New York!), Svizzera, Germania e Spagna. È presente a Torino con “Open 10125”, uno spazio in via Principe Tommaso 27, dedicato a giovani talenti innovativi come Bruno Shoemaker, Giunone Couture e Independent Label. E, se le scarpe indicano il grado di sex appeal di una donna, le borse indicano la sua condizione sociale, le sue amicizie, il suo stile di vita: a questo punto non può davvero mancare una Alice in ogni armadio che si rispetti!

 

Daniela Roselli

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La maternità nell’arte africana, le opere dalla raccolta Albertino-Alberghina

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Nel cuore di Milano, in via Sella 4, tra il Castello Sforzesco e il Duomo, il Museo d’Arte e Scienza è un laboratorio di ricerca e sviluppo culturale che tende ad approfondire sempre più una già sua vocazione multietnica. Lo ha fondato, ventisette anni fa, Gottffied Matthaes, raggruppando varie collezioni di grande valore scientifico, allineando un settore che espone vasi di terracotta e sculture di provenienza greco-romana ed etrusca come ceramiche dalla Cina e dal Sud America a tappeti e arazzi di pregiata fattura, da quella che è una vetrina di arte buddhista apprezzata in tutto il mondo, risultato degli innumerevoli viaggi del fondatore in Oriente, alla sezione dell’arte africana, una delle maggiori mostre permanenti italiane con oltre 500 oggetti di alto valore storico-artistico provenienti da diverse etnie dell’Africa Nera (maschere, sculture, reliquiari, simboli di autorità, feticci e svariati oggetti di uso quotidiano, fatti dei più svariati materiali) ad una specifica mostra didattica dedicata al genio di Leonardo.

In simile cornice s’inaugura mercoledì 27 prossimo, alle ore 18, la mostra Mama Africa, la maternità nell’arte africana – 40 sculture e dodici immagini a cura di Bruno Albertino e Anna Alberghina, torinesi, ricercatori e viaggiatori appassionati del continente africano, medici entrambi. In prima linea lui soprattutto in veste di collezionista, lei a realizzare immagini che testimonino la figura femminile all’interno di quelle etnie nei ritratti, nell’abbigliamento e nelle acconciature, nelle abitudini della quotidianità, il tutto in una suggestiva eleganza formale e in una felice immediatezza, pronti negli anni a dividersi il ruolo di realizzatori delle esposizioni di grande successo, ricordando per tutte “Africa: alle origini della vita e dell’arte” (Carmagnola, 2013), “Vanishing Africa” (dal novembre 2014 al gennaio 2015, a Torino) e “African Style” nelle sale del palazzo Salmatoris di Cherasco (2015 – 2016). Nella stessa occasione verrà presentato il volume omonimo (Neos Edizioni), approfondito studio corredato di preziose schede e di oltre cento immagini a colori che testimoniano la ricerca degli autori ormai quarantennale, i percorsi nei territori subsahariani e occidentali sino alle aree più inaccessibili come quelle centro-equatoriali, i molteplici contatti con le differenti etnie dei paesi visitati, la varietà dei materiali impiegati, legno metallo avorio terracotta e pietra, gli aspetti sociali e religiosi cui sono indirizzate le sculture raccolte durante i viaggi.

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Uno sguardo sull’arte africana quindi, che rimette in campo una visione artistica e religiosa, per troppo tempo sottovalutata e dimenticata, rivalutata in seguito da un gruppo d’artisti come Picasso, Matisse, Braque, Derain e Brancusi, pronti ad attingere “alla grande lezione formale offerta da quegli idoli, maschere e feticci, per tradurla in una nuova e vitale stagione estetica”. Un percorso quello della valorizzazione, che ha trovato un favore incondizionato e supportato dai sentimenti della passione e della consapevolezza da parte dei viaggiatori, dei collezionisti, degli etnografi pronti a guardare con un occhio diverso l’Art nègre, sino a svelarne l’eredità culturale arrivata sino a noi. “I nostri studi, i viaggi che compiamo, gli scambi che da sempre sviluppiamo con altri appassionati e studiosi ci dicono la necessità di testimoniare di un’Africa che lentamente si dilegua, travolta dal vortice della globalizzazione, dall’economia di mercato, dalle religioni importate e dal neocolonialismo economico”, sottolinea Albertino. E ancora, circa l’importanza del significato intrinseco di un oggetto d’arte africana, approfondisce: “Gli artisti del primo Novecento si limitarono ad una analisi plastica delle sculture, traendone grande ispirazione. Tuttavia, è necessario ricordare che, nell’oggetto africano, la funzione è essenziale, è la ragione prima del suo esistere. Si tratta di oggetti, maschere e feticci, figure di maternità e di antenati, carichi di potenza soprannaturale, strumenti di culto, simulacri del divino in grado di proteggere chi li possiede da influssi maligni, in grado di assicurare l’ordine sociale e la giustizia. Addentrandoci con gli anni nella ricerca, abbiamo sempre cercato di approfondire la storia dell’oggetto, sia per quanto riguarda il suo significato rituale che il suo percorso. In Africa non esiste l’arte per l’arte, la pura componente estetica, vi è una stretta, forte connessione tra forma, funzione pragmatica degli oggetti, uso rituale, politico e sociale, è ben viva quella componente magico-religiosa dentro la quale l’artista è il semplice esecutore votato all’anonimato e non certo il creatore da ricordare e celebrare”.

All’interno della mostra, in apertura, il professor Alberto d’Atanasio, docente di storia dell’Arte estetica dei linguaggi visivi, terrà una relazione su “Il mistero della Grande Madre”, mentre il 16 ottobre Albertino e Alberghina terranno una conferenza dal titolo “Scarificazioni e decorazioni corporee nella vita e nell’arte dell’Africa subsahariana”. La mostra proseguirà sino al 19 ottobre.

 

Elio Rabbione

 

 Nelle immagini:

Bamboline Akuaba Ashanti, Ghana

Maternità Muchimba, Angola, fotografia di Anna Alberghina

Maschera Pounou Tsangui, Gabon

La copertina del libro “Mama Africa, la maternità nell’arte africana”, Neos Edizioni

 

 

Mamadanse, la passione fa la differenza

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Oggi la scuola diretta da Katina Genero ed Alessandra Polselli, vanta innumerevoli spettacoli in grandi teatri come il  Regio di Torino
Il Centro di Formazione alla  Danza Mamadanse è stato fondato nel 1976 e da allora ha rappresentato un grande punto nevralgico di scambi culturali ed artistici nel panorama della danza piemontese  e non solo, grazie ai maestri e musicisti  di alta levatura che lo hanno sempre contraddistinto.
La Scuola si trova in una zona storica e rinomata di Torino , all’interno dell’Isola Pedonale della Crocetta , vicinissima al centro della città ed immersa  nel verde .
Oggi diretta da Katina Genero ed Alessandra Polselli, e riconosciuta dal Ministero della pubblica istruzione , Mamadanse vanta innumerevoli spettacoli in grandi teatri come il Teatro Regio di Torino e tante partecipazioni ad appuntamenti artistici anche a sfondo sociale.
L’impegno e la capacità tecnica degli allievi e dello staff hanno portato la Scuola ad avere importanti risultati e riconoscimenti.  Eccone alcuni:
– Nel percorso di formazione della sezione accademica di danza classica , diretta da Alessandra Polselli , diverse allieve hanno partecipato con successo   a concorsi nazionali ed internazionali  ottenendo sempre i primi posti ed in alcuni casi anche il premio della critica . Altre invece hanno superato le selezioni per poter accedere a rinomate Accademie italiane tra cui la Scala di Milano e l’Opera di Roma.
-La scuola è stata invitata ( come unica scuola di danza ) a partecipare  alla giornata internazionale contro il bullismo , esibendosi insieme ad innumerevoli artisti sul palcoscenico di Piazza San Carlo  nel Febbraio 2017
– La nascita della Compagnia di Ballo ” Latin Cafè ” capitanata e diretta da Katina Genero che con la sua artisticità e la sua esperienza ha saputo creare uno stile tutto suo portando le danze caraibiche con le dovute contaminazioni di danza afro e contemporanea , su innumerevoli palcoscenici non solo torinesi .
Con l’attenzione accurata nella scelta dello staff, grazie alla cui competenza si deve il successo in tutti questi anni , la scuola si rivolge ai giovani ed agli adulti , amatori e professionisti , con un ventaglio di discipline molto ampio :
Danza classica
Danza Afro
Danza Contemporanea
Danza Modern
Hip Hop
Urban
Mtv
Danza Spagnola
Danza Mediorientale
Danze popolari : pizzica
Ginnastica dolce
Il motto di Mamadanse è  #lapassionefaladifferenza, ed è con questo spirito che ogni giorno si aprono le porte della scuola …agli allievi ed alla vita !
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