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Da Borello Supermercati, sei come a casa

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Da Borello Supermercati sei a casa. Questa la filosofia su cui si fonda l’insegna che, a partire dal 2015, ha iniziato a diffondersi in svariate località del Piemonte. La catena di supermercati infatti, fa della tradizione e della vicinanza al cliente i suoi punti cardine, puntando alla realizzazione di luoghi in cui le persone possano sentirsi a casa anche mentre fanno la spesa

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L’insegna prende il nome dell’imprenditore che l’ha fondata, Fiorenzo Borello, che dopo oltre quarant’anni di esperienza nel settore della distribuzione, ha deciso di comunicare ai propri clienti, a partire dal nome, che si esponeva in prima persona, “mettendoci la faccia”.


La sua identità è un attestato della nascita di una nuova insegna, i cui valori fondanti sono la fiducia, la semplicità, ma soprattutto la tradizione. Non si tratta solo di valori, si tratta di una vera e propria filosofia basata sulla vicinanza con il cliente. Il fondatore del marchio sabaudo infatti, conosce personalmente i suoi clienti e ha fatto del rapporto umano, il suo tratto distintivo, declinandolo anche attraverso una formazione attenta del suo personale che quotidianamente si contraddistingue per cortesia e disponibilità.


Un seguito decisamente cresciuto nell’arco dell’ultimo anno, in cui l’insegna è divenuta portatrice di un messaggio importante: fare la spesa in maniera consapevole, acquistando il giusto ed evitando gli sprechi. Messaggi in controtendenza con le logiche della distribuzione organizzata ma che stanno dalla parte dei clienti e che trovano riscontro nei canali social e web ed all’interno dei punti vendita: conservare bene il cibo, acquistare prodotti di stagione, informazioni nutrizionali e consigli di preparazione per sensibilizzare il cliente “verso una spesa consapevole”, come compare all’ingresso di ogni supermercato.


Un marchio attento alla sostenibilità ambientale, ma anche alla piacevolezza degli spazi. Tutti i punti vendita progettati e realizzati con impianti ed attrezzature a basso impatto ambientale, hanno un’identità fortemente riconoscibile basata su una serie di elementi visuali che saltano all’occhio appena si entra: il punto croce come elemento ricorrente, il trattamento anticato delle immagini, l’utilizzo delle cementine che riportano all’autenticità del passato.


La ricerca dei prodotti in assortimento è un altro elemento determinante: il Sig. Borello infatti, conosce personalmente molti dei suoi fornitori e seleziona i prodotti tipici del territorio oltre a tutti quelli in grado di soddisfare un certo standard di qualità senza dimenticare la convenienza, che è un tratto distintivo della catena. E poi alcune specialità firmate Borello Supermercati, tipiche della tradizione piemontese: tre etichette di vino (Barbera, Piemonte Albarossa e Malvasia) che ben si accompagnano al formaggio da grattugia, anch’esso a marchio Borello, dal gusto dolce e rotondo.


Tutti i freschi, dall’ortofrutta alla gastronomia, macelleria e pescheria, sono il fiore all’occhiello dell’insegna: se hai qualche dubbio su come cucinare un piatto o su quale formaggio scegliere, il personale sarà pronto ad offrirti consulenza e supporto!


Da circa un anno è stata introdotta anche la tessera fedeltà, la “CiapaPunt” che permette ai clienti di raccogliere punti vincendo buoni spesa.  Borello Supermercati è presente in modo capillare nel territorio torinese, astigiano e canavese con 41 punti vendita.  Vuoi scoprire dove si trova il punto vendita a te più vicino? Sul sito (www.borellosupermercati.it) troverai tutte le informazioni che cerchi, oltre alle promozioni in corso e tante ricette gustose!

 

 

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Passione Panino: la vera passione degli italiani!

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Da Passione Panino trovi solo prodotti di alta qualità preparati con cura ogni giorno per gourmet esperti e appassionati di cose buone, fresche, genuine

 E a dispetto del nome non trovi solo i panini: le piadine, i toast, gli hamburger firmati Passione Panino sono pronti a soddisfare ogni tua voglia, ogni tuo gusto, ogni tuo capriccio. 

E’ aperto il nuovo Passione Panino in via Nizza 105. Tra le proposte più sfiziose la degustazione di  una selezione di miniamburger a 10 euro!

 

PassionePanino è una realtà nata dopo un’esperienza di anni nel settore della ristorazione veloce dove con la collaborazione e l’esperienza di grandi professionalità artigiane siamo riusciti a produrre l’eccellenza di due prodotti comuni alla nostra tradizione e amati da tutti: il pane ed il gelato.

Non abbiamo inventato nulla di nuovo ma solo ricercato gli ingredienti dai migliori fornitori locali, persone e non aziende che condividono i nostri valori e la nostra idea…fare le cose semplici! A questo abbiamo unito il nostro progetto più ampio: fare qualcosa insieme a tutti voi!! Scontato direte?

Forse, ma in modo alternativo perché non ci costa nessuno sforzo! Scaricate la nostra applicazione nell’apposita sezione e capirete perché è più di un Panino! 


FORSE E’ SOLO UN SOGNO MA SE C’E’ LA PASSIONE PERCHÉ NON SOGNARE?”

www.passionepanino.it

 

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Parte da Sermoneta il corso del Mit

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BENI CULTURALI E ALTA TECNOLOGIA

PARTE DAL CASTELLO CAETANI DI SERMONETA IL CORSO DEL MASSACHUSETTS INSTITUTE OF THECNOLOGY DEDICATO ALLA SCIENZA DEI MATERIALI IN ARCHITETTURA, ARCHEOLOGIA E ARTE

 

Per il quarto anno consecutivo, quindici studenti del Massachusetts Institute of Technology guidati dal professor Admir Masic prenderanno parte a ONE-MA3 – Materials in Art, Archeology and Architecture. Nei 23 giorni di corsi, visite ed esperienze i partecipanti, si muoveranno tra Lazio, Campania e Piemonte partendo da Sermoneta. In Lazio le attività coinvolgeranno anche Ninfa, Terracina, Sabaudia e ovviamente Roma dove si realizzeranno incontri con i Musei Vaticani e con l’American Accademy in Rome. Successivamente gli studenti ammireranno l’area archeologica di Pompei per poi trasferirsi a Torino e visitare il Centro e la Reggia di Venaria Reale e continuare le importanti collaborazioni in essere con il Museo Egizio di Torino.

ONE-MA3 si chiuderà infine nel piccolo paese di Aramengo, nel Monferrato, con quattro giorni dedicati ad esperienze pratiche sulle tecniche antiche e i materiali in un’ottica di innovazione e sostenibilità.

Gli studenti, provenienti del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del MIT, avranno modo di seguire lezioni teoriche e partecipare a esperienze sul campo. Le attività saranno guidate dal professor Admir Masic, l’ideatore del corso, e saranno coordinate in Italia dall’Associazione per la Ricerca e l’Educazione nell’Arte, Archeologia e Architettura (AREA3) e in particolare da Gianfranco Quaranta (droni, stampa 3D), Roberto Scalesse (restauratore, Erresse group) e Marco Nicola (chimico, Adamantio Science in Conservation). L’attenzione del corso si focalizzerà sull’insegnamento di strategie di sostenibilità attraverso lo studio dei successi del passato.

Dal cambiamento climatico globale all’inquinamento e alle risorse energetiche, la sfida è di guardare a opportunità di sviluppo di nuovi materiali, attraverso la lente del passato. Nella prima parte del corso gli studenti prenderanno contatto diretto con le aree archeologiche di epoca romana e medioevale, i materiali e le tecniche di interesse storico artistico usati per crearli e le più innovative metodologie di rilievo 3D e diagnostiche usate per studiarli.

Nella seconda parte il focus sarà, invece, sull’antico Egitto e sul Barocco, con un’ attenzione particolare alle nuove tecnologie impiegate al Museo Egizio per la mostra Archeologia Invisibile e alla scienza che aiuta l’archeologia spiegata da direttore Christian Greco. In generale le attività del corso riguarderanno la relazione tra scienza, beni culturali e tecnologia.

Non riguarderanno solo il ruolo delle scienze nella conservazione dei beni culturali ma metteranno in evidenza il contributo che lo studio dei materiali e delle tecniche antiche può apportare per ispirare lo sviluppo di nuovi materiali e soluzioni tecnologiche nelle più avanzate applicazioni delle discipline tecnico-scientifiche.

Il Torpedo, un atollo metropolitano

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Al centro dell’edificio storico “Lingotto” di Torino risiede un piccolo atollo di verde metropolitano. Si tratta del “Giardino delle meraviglie”, a due passi della linea 1 della metropolitana di Torino. Uno spazio nascosto che ospita un luogo accogliente di ristoro e condivisione: Il Torpedo.

Il Torpedo nasce come ristorante esclusivo per i clienti dell’ Nh Hotel per poi aprire le porte a chiunque abbia voglia di godersi un buon pasto a prezzi modesti in un luogo dissociato dalla concezione classica di ristorazione. Il locale aperto sette giorni su sette, offre una modesta scelta tra primi e secondi, ma il vero ospite del convivio è il Gavi “La Scolca” 2018.

Il gusto fresco al palato accompagna scelte fini di piatti poco elaborati, dal sapore delicato e leggermente speziati. Assaporare l’armonia tra le note delicate di un vino bianco d’alta qualità è un toccasana nei climi caldi metropolitani. Come apertura è consigliato un ghiacciato e dissetante Martini bianco mixato a scelta in più varianti con la gustosa compagnia di assaggi rustici e tipicamente italiani, quali salumi e affettati.

Come concludere il pasto se non con un passito dal gusto forte e deciso “corretto” con un dessert della casa? Un’esperienza consigliata.

Marta Spadone

Scheda:

-menù 8

-servizio 9

-location 10

-prezzo 9

 

“Villa Morlini”

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casa-chiusaIl povero Sparagnetti, che di nome faceva Gaudenzio, sacrestano pio e devoto di San Rocco, inorridì alla notizia. “Oh, mamma mia, che vergogna! Che vergogna per tutto il paese!”. Il pover uomo si teneva la testa tra le mani, scuotendola a destra e sinistra, disperato e sconvolto. L’ultima trovata del Borlazza era davvero scandalosa: trasformare Brovello Carpugnino in un set per un film di quelli scollacciati, con le attrici che interpretavano quelle signorine che un tempo praticavano il mestiere al riparo delle mura di quelle che venivano chiamate “case chiuse”. Roba da matti, da non credere alle orecchie. E già in giro c’era chi sogghignava, chi – tra amici – si dava di gomito strizzando l’occhio e chi biascicando qualche preghiera, tra un singhiozzo e l’altro, immaginava già di finire sulla bocca di tutto il Vergante. Lo Sparagnetti se li immaginava già, i discorsi ai mercati o nei bar dei paesi vicini: “Avete sentito la notizia? Quelli di Brovello metteranno su un gran casino. No, non una gazzarra..proprio un casino, di quelli dove i militari e quelli che avevano quell’abitudine andavano a dar prova della loro virilità”. E giù risate. “Una gran bella figura di emme”, sospirava il sacrestano. Intanto il Borlazza, vicesindaco factotum con l’ambizione di far le cose in grande e rimanere ( si esprimeva con queste parole..) “inciso nella memoria dei miei concittadini”, non stava più nella pelle. Nessuno aveva capito come mai la scelta del regista Amleto Ciaccorelli fosse caduta proprio su Brovello Carpugnino come set per le riprese del film ma sta di fatto che il piccolo comune aveva “bagnato il naso” alle più titolate concorrenti, da Verbania a Stersa, da Baveno ad Arona. Così, in quattro e quattr’otto Brovello, per i più ardimentosi, era diventata “Brovellowood” mentre per i critici , i bacchettoni e i benpensanti era assurta al poco edificante ruolo di “paese delle puttanate”.  Eppure, a ben vedere, i più erano attratti – per curiosità ma soprattutto per ammirazione – dalle belle donne che interpretavano le “signorine” di Villa Morlini, la casa di tolleranza che dava il titolo alla pellicola. “I bei tempi di Villa Morlini” poteva vantare un cast di prim’ordine, con le due protagoniste –  Silvietta Tocca e Melania Cantuccini – dotate di grande talento artistico ma anche di un notevole “personale”. Soprattutto la Cantuccini, ragazza dalle grandi misure del tutto naturali, non lasciava indifferente nessuno dei brovellesi di sesso maschile. Anche gli amministratori erano coinvolti nel film. Il sindaco Mariano Contatto e l’assessore Tripelli figuravano come semplici comparse mentre al Borlazza era stato proposto un ruolo un tantino più importante: quello del cliente abituale. Persino allo Sparagnetti era stata offerta una particina, da ragioniere contabile, prontamente e segnatamente rifiutata dal sacrestano che, a scanso d’equivoci, accompagnò il suo no con una decisa sgranatura del rosario e un imprecisato numero di segni della croce. In breve tempo e per qualche settimana, non si parlò d’altro sulle due sponde del Lago Maggiore.

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E anche sul lago d’Orta, nella zona di Mergozzo, in Ossola e giù, giù, a ridosso delle risaie della “bassa” novarese. Brovello, grazie al film, era sulla bocca di tutti. Nella ricostruzione scenica, accurata fin nei dettagli, nulla è lasciato al caso. Semmai si dava spazio  alla fantasia di coloro che – scrutando le ragazze che  si presentano in fantasiose combinazioni di veli , merlettature o deshabillé , in calze nere o guêpières – immaginavano di frequentare le stanze  dei bordelli di lusso, affrescate di dipinti erotici con angeli caduti in pose peccaminose e donne semivestite, mollemente sdraiate sui divani. Per i più anziani non era necessario un gran sforzo di fantasia ma semmai un rivangare lontani ricordi , rinverdendo episodi autobiografici, mentre per i giovani come il Borlazza era un tourbillon di novità ad alta tensione. Sì, perché il vicesindaco, costretto in un abito di foggia sartoriale anni cinquanta, rosso in volto come un peperone, si era talmente immedesimato al punto che il regista più volte dovette sospendere le riprese per calmarne gli ardori. E soprattutto per tagliare quel fastidioso e  ripetuto “Cavolo, cavolo” che il Borlazza non riusciva a disciplinare, intercalandolo ad ogni pur breve frase. Al vicesindaco il copione riservò anche una lunga battuta, fortemente critica nei confronti della senatrice Lina Merlin, veneta e socialista, firmataria della legge che chiuse i bordelli.  Rivolgendosi alla sua foto su di un giornale aperto sul banco dietro il quale sedeva la maîtresse Margherita, , la tenutaria della casa di tolleranza “Villa Morlini “ , nell’ultima sera d’apertura prima che chiudesse per sempre i battenti, la sera di sabato 20 settembre 1958 il Borlazza, sospirando a lungo, citava il senatore Pieraccini, uno dei più fieri avversari della Merlin, parlando delle anguille. Le anguille? Sì, le anguille. Infatti, il politico fiorentino disse “ Le anguille quando entrano in amore fanno un lunghissimo viaggio di migliaia di chilometri; vanno tutte quante a trovare il loro letto di nozze. Consideri, onorevole Merlin, quanto è potente lo stimolo sessuale!”. Solo che, detta dal Borlazza, la frase suonò ben altra, soprattutto quando aggiunse.. “Cavolo, altro che balle! Le anguille sì che ci danno dentro”. E così, tra uno stop e l’altro, prima che il regista e il cameraman dessero in escandescenze, la battuta venne cancellata, con il vicesindaco che non se ne faceva una ragione, masticando amaro ( “Che sfiga, che casa-chiusa-3sfiga..”) e il resto della troupe esasperata. Così, in breve, le riprese terminarono, con grande sollievo dello Sparagnetti, di Don Tullio e della maggior parte della comunità brovellese di sesso femminile. Un po’ d’amaro in bocca rimase, invece, al vicesindaco perché maturò il sospetto, senza capirne le ragioni vere, che l’esperienza della “Brovellowood” era quasi del tutto “andata a puttane”. Esito al quale, inconsapevolmente, aveva contribuito da protagonista, aggiungendo l’ultimo “tocco” di classe quando – rivolgendosi alle due protagoniste – le apostrofò con un sonoro “saprei io come farvi contente se vi avessi tra le mani, gallinelle”. Amleto Ciaccorelli  e la sua troupe se ne andarono da Brovello pronunciando un “grazie” piuttosto freddo e maldisposto. E al vicesindaco non restò che il pensiero, a metà tra l’incuriosito e l’invidioso, di quelle incredibili creature che, dalle acque dolci risalivano fino al Mar dei Sargassi all’unico scopo di copulare e riprodursi.

Marco Travaglini

Il fascino dei Jukebox

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Tra i primi in Italia  a costruirli ci fu la Microtecnica di Torino, un’azienda con sede in piazza Arturo Graf, nei pressi  via Madama Cristina

juke boxEra un mercoledì, il 22 giugno del 1927. Un giorno apparentemente come tanti altri se non fosse che proprio quel mercoledì vennero messi in vendita i primi Jukebox. E fu una vera e propria rivoluzione per la musica. Bastava introdurre una moneta e girare una manovella per selezionare un disco tra quelli esposti in una vetrina rettangolare. Così funzionavano i fonografi a moneta, antesignani dei jukebox moderni, che furono messi in commercio per la prima volta dalla Ami, un’azienda già nota per la produzione di pianoforti a gettoni, la cui diffusione aveva aperto la strada ai mitici “contenitori armonici” (traduzione letterale del termine). Le prime versioni di jukebox erano in legno e contenevano 12 dischi a 78 giri. I prodotti Ami si affermarono soprattutto in Europa mentre negli Usa conquistarono il mercato marchi come Wurlitzer, Seeburg e Rock-Ola. Tra i primi in Italia  a costruirli – su licenza della Ami – ci fu la Microtecnica di Torino, un’azienda con sede in piazza Arturo Graf, nei pressi  via Madama Cristina, nel rione di San Salvario, specializzata nelle lavorazioni meccaniche di precisione. I cari, vecchi jukebox, hanno sempre esercitato un grande fascino, offrendo la colonna sonora per intere generazioni che si sono incrociate, magari nel lido di una spiaggia o in un bar di uno sperduto paesino. Del jukebox , i meno giovani, rammentano non solo i motivi delle canzoni ma anche il rumore del gettone o della moneta, il clank clank della meccanica che si muoveva per selezionare il disco, il fruscio dei 45 giri di vinile suonati decine di volte al giorno. Injuke box 2 Italia il jukebox divenne celebre grazie al Festivalbar, trasmissione che premiava la canzone più “gettonata” nei jukebox di tutto il paese. Non si contano i film dove i  jukebox accompagnano le scene, come in Grease ma non vi è dubbio che una delle figure mitiche è stata quella di Arthur Fonzarelli, il “Fonzie” della  famosissima serie televisiva Happy Days, che faceva partire quello del ristorante diArnold’s con un pugno, ascoltando i successi di Elvis Presley. Poi, nel tempo,  sono venuti i mangiadischi (i giradischi portatili), le audio cassette da infilare nel registratore o nell’autoradio,  i cd dei Walkman  e infine i lettori Mp3 e chissà qual’altra diavoleria. Ma il jukebox rimane il jukebox. E niente e nessuno potrà prenderne il posto nella storia.

 

Marco Travaglini

THOMAS TIME La spada della speranza

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Thomas Vaniglie è un ragazzo che vive a Torino con i suoi genitori adottivi; fin da piccolo ha sempre conosciuto le condizioni che lo hanno portato lì. Tutti lo chiamano Thomas Time per via di una voglia a forma di doppia “t” che ha sulla gamba. È però un ragazzo “spezzato”, perché a causa della sua situazione non riesce a farsi amicizie e a scuola è costantemente preso di mira dai bulli in maniera molto pesante. Durante una vacanza estiva le cose cambiano, e Thomas scopre molte verità che lo conducono ad affrontare una meravigliosa avventura. Thomas all’inizio è riluttante, ma in seguito accetta la missione in quanto unico discendete di un ordine di guerrieri appartenenti a un mondo parallelo, chiamato Noth World. Thomas scopre così sentimenti ed emozioni che non conosceva e che lo trasformeranno in modo radicale. Imparerà ad avere fiducia in se stesso e nell’amicizia, scoprirà la storia della sua gente nativa e soprattutto potrà sentire i suoi genitori vicini per la prima volta.

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L’autore

Mi chiamo Alessandro Casamatti, sono nato a Parma il diciassette luglio del 1999, vivo a Viarolo (PR) dove frequento il Liceo di Scienze Umane. Fin da piccolo il mio sogno è sempre stato quello di scrivere romanzi, perché la mia più grande passione è leggere grandi autori sia del passato: Franz Kafka o J.R.R. Tolkien che contemporanei: Khaled Hosseini e J.K. Rowling, mi immergo sempre nelle loro storie che sono diventate per me una vastissima fonte d’ispirazione. Grazie a questi grandi autori, ho deciso di voler diventare scrittore e l’anno scorso il desiderio di pubblicare un libro è diventato realtà quando la casa editrice BookSprint Edizioni ha pubblicato il mio primo romanzo: “Il Giocattolo Dei Ricordi”.

 

CAPITOLO 1- IL TROVATELLO

 

Nel 1986 i coniugi Lorenzo e Giovanna Vaniglie, venticinque anni lui e ventitré lei, erano appena andati a vivere insieme in una graziosa casa su 2 piani, in via Po a pochi passi dal giardino reale. Lorenzo lavorava come architetto presso il cantiere di una ditta chiamata Yard Ware, era specializzato nella costruzione di palazzi commerciali. Era un ragazzo alto quasi un metro 1e 90 cm, aveva le braccia piene di peli neri, come i capelli e gli occhi. Inoltre i capelli erano molto lunghi e neri, legati con una fascia. Giovanna invece era un po’ più bassa, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, dovunque andasse teneva la mano attaccata alla tracolla della borsa, era un’ottima cuoca e anche una grande esperta di letteratura. Stava cercando di laurearsi in letteratura, perché voleva diventare una famosa scrittrice di romanzi fantasy e ne stava già buttando giù uno. Non avevano figli maschi, avevano solo una figlia di nome Alessia di 2 anni, molto vivace e iperattiva. Lorenzo aveva un fratello maggiore di nome Federico che faceva l’avvocato, il fratello però credeva nell’esistenza del soprannaturale e dei fantasmi, perché credeva di averne visto uno da piccolo ed è per questo che possiede una tavola Ouija e foto di persone defunte su tutte le pareti e ogni sera prima di addormentarsi cerca di parlare con i defunti e inoltre crede di poter vedere il futuro. Solo a casa è così al lavoro si comporta come se niente fosse. Lorenzo non voleva che la figlia passasse troppo tempo con suo fratello, per paura che venisse influenzata dalla sua strana abitudine. Solo una volta Alessia era rimasta sola con lo zio Federico, perché i genitori dovevano lavorare e non c’era nessuna babysitter disponibile, dopo solo quella volta Alessia aveva iniziato ad avere incubi ogni notte, cosi Lorenzo decise di tenere lontano la nipote dallo zio, il quale l’aveva influenzata con una fantomatica visione di lei insieme a qualcun altro più piccolo che lui denominò come il suo futuro fratello, dopo quella volta Alessia cominciò a svegliarsi nel cuore della notte piangendo, e Giovanna capì che era per colpa di quello che lo zio le aveva raccontato.

 

Leggi anche: https://www.booksprintedizioni.it/autore/alessandro-casamatti

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MONTIGLIO MONFERRATO, INAUGURATA LA ‘CAMPANA DEI TRE COMUNI’

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Chiesa parrocchiale gremita per la funzione presieduta dal sacerdote cottolenghino Don Adriano Gennari

Chiesa gremita domenica 16 Giugno per la celebrazione eucaristica presieduta dal sacerdote cottolenghino Don Adriano Gennari insieme a Don Ottavio Sega e Don Tino Decca, con cui, nella storica parrocchia di Santa Maria della Pace alle pendici dell’antico castello, si è aperto ufficialmente il programma dei festeggiamenti per l’inaugurazione dell’attesa ‘Campana dei Tre Comuni’, 53 cm di diametro e 115 kg di peso donata dal giornalista, imprenditore e benefattore Maurizio Scandurra e fusa dalla ‘Pontificia Fonderia Marinelli’, in Molise, dall’anno Mille a oggi la prima e più antica fabbrica di campane e arte sacra al mondo.

Una grande folla di persone ha poi seguito i tre prelati in processione sino alla piazzetta del Municipio, per la benedizione del sacro bronzo, posto a imperitura memoria della storica ricorrenza su di un’elegante e pregiata incastellatura in ferro dedicata alla Divina Provvidenza all’interno dell’aiuola civica finemente riallestita dal green designer vercellese Marco Gorreri e intitolata alla memoria di San Giuseppe Benedetto Cottolengo, il primo grande Santo sociale piemontese, nonché precursore dell’assistenza ospedaliera.

E proprio davanti al Palazzo Civico adeguatamente ritinteggiato, il Sindaco storico di Montiglio Monferrato, Dimitri Tasso, ha tenuto un applaudito discorso istituzionale ripercorrendo i vent’anni che trascorsero da quel lontano e memorabile 1° Settembre 1998, giorno in cui, terzo in Italia e primo in Piemonte, “in attuazione alla Legge 8 Giugno 1990 n° 142, nasceva, dall’unione con le vicine comunità di Colcavagno e Scandeluzza, il nuovo Comune di Montiglio Monferrato”, ha spiegato il primo cittadino.

Che, con grande attenzione e altrettanto, evidente entusiasmo, ha dedicato “un affettuoso e riconoscente pensiero a ciascuna delle persone che hanno contribuito, prima e dopo quella data, a fare il bene del paese. Con una speciale menzione per lo scomparso Cavalier Angelo Lago, la cui consorte ha tagliato il nastro inaugurale della campana che, insieme ad Alfonso Pescarmona e Francesco Mattioli, invece entrambi presenti e autori di due toccanti discorsi, furono proprio i tre sindaci promotori della fusione fra i comuni fondatori“.

Moltissimi, inoltre, le autorità intervenute all’evento, tra cui il Sindaco di Asti Maurizio Rasero, il Vice Sindaco di Moncalvo Andrea Giroldo, il Sindaco di Castell’Alfero Angelo Marengo, il neoeletto Sindaco di Aramengo Giuseppe Marchese, il Presidente dell’ANCI Piemonte Alberto Avetta (già sindaco di Cossano, e ora anche Consigliere Regionale), il Presidente della Provincia di Asti Paolo Lanfranco e moltissimi altri.

Oltre a ospiti d’eccezione quali il noto architetto e designer Maurizio Chiocchetti, che ha disegnato la campana, la famiglia Nicola della storica ‘Nicola Restauri Srl’ di Aramengo che ha omaggiato al Comune il ripristino dell’antico stemma di Montiglio Monferrato presente sulla facciata del Municipio, l’imprenditore turistico Paolo Garrone, titolare dell’Holiday Resort Piccola Fonte di Cantoira che ha donato il leggio e le preziose targhe commemorative che fanno entrambe bella mostra di sé sull’aiuola e il muro d’ingresso del Palazzo Civico.

Nonché lo stimato regista Roberto Gasparro, che a Montiglio ha appena terminato le riprese del suo nuovo film ‘Qui non si muore’, e il famoso psichiatra, criminologo e opinionista tv Alessandro Meluzzi, cui è spettata la chiosa finale ai discorsi delle autorità, che ha ricordato con gusto e dovizia di particolari storici come “le campane sono di certo tra i più antichi strumenti musicali della storia delle civiltà. E come esse, da quelle tibetane di matrice orientali, a quelle cristiane nate nell’anno Mille in Italia a percussione con il batacchio, siano indissolubilmente legate all’umanità, scandendone momenti epici, felici e infelici, da quelle che annunciavano incendi, lutti, nascite e allarmi sino a quelle che passarono alla storia attraverso memorabili personaggi come Pier Capponi che resistette al re Carlo VIII“.

A impreziosire la giornata di festa, il concerto jazz del ‘Luciano Bertolotti Quartet’, le note avvolgenti del duo Griot Folà del Maestro Marco Di Cianni e Marzia Grassi, e il ricco rinfresco finale generosamente offerto dalla Pro Loco di Montiglio Monferrato.

 

Festa in piazza Vittorio: per San Giovanni tornano i droni

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Sarà il ” superamento dei limiti” il filo conduttore della San Giovanni Night Experience, la tradizionale festa per il santo patrono di Torino – ma in chiave innovativa – che per il secondo anno vedrà la presenza dei droni. Dai duecento dello scorso anno, ai 302 di quest’anno: Disegneranno in cielo coreografie e scritte sullo sfondo della Gran Madre e della collina, in piazza Vittorio per 38 mila spettatori. Il programma di San Giovanni prevede (oltre allo storico “farò”) anche musica, luci e uno schermo d’acqua lungo 60 metri, tutto trasmesso per la prima volta in diretta, su RaiNews24, Inoltre il 24 giugno nascerà anche la Italian Tech Week, che riunisce 47 eventi e 50 aziende per esplorare l’innovazione.

Il "Principe" cerca Giverso!

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“Ogni principe appare in un universo quasi del tutto estraneo agli altri, quando in realtà anch’egli ama inoltrarsi nel suo avventuroso mondo fantastico, nel viaggio in solitaria, verso lidi segreti e curiosi da attraversare…

Luoghi regali che rispettino il suo essere e dove il buon Re Carlo Alberto osava sostare, tra eleganti figure e palazzi illuminati di storica bellezza, e dove il tempo osava trascorrere tra stupore, arte e musica. Fu così che il Principe straniero cominciò ad addentrarsi in quel di Torino, nel cammino di una ricerca accurata, quella che delizia lo spirito che incentiva l’amore e dove il cuore si innalza ispirato dai contorni e dallo stile più elegante.

E’ con sguardo trasognato, tra antichi giardini e portici di inesorabile bellezza che si accende in lui la sua Musa verso il pellegrinare romantico di quella ricerca…: l’amore. Amore che trova proprio in questa città così reale, tra le braccia di una fanciulla torinese, incredula di un incontro così imprevedibile e affascinante. Egli con lei si svaga , accarezza quella sua anima borghese , tra mezzogiorni in belle pasticcerie con gianduiotti , bignole e serate in feste mondane .  Evviva i bôgianen… sì  dice bene il Principe mentre con sguardo felice si accinge a godere del gusto , del tepore di questa terra, per lui lontana, ma estremamente simile al suo fascino e si inebria dell’amore della sua graziosa amata. Nel cammino mattutino di un sollazzo delicato e gioioso,  gustando gianduiotti di eccellente qualità , rimane affascinato dalla gioielleria che lo porterà ad esaudire e a conclamare il pegno del suo amore per lei, un simbolo ineccepibile.  La sua scoperta si chiama GIOIELLERIA GIVERSO e porta l’eleganza regale di un gusto tradizionale ma estremamente innovativo… Fonte di ispirazione questa sua per lui, che lo spinge ad entrare e ad ammirare le proposte illuminanti che la famiglia Giverso gli mostra.
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Comincia così la più fantastica delle storie d’amore e quella sua minuziosa ricerca per l’eccellenza dedicata a quel delicato cuore di fanciulla torinese, che mai avrebbe immaginato di incontrare in lidi così lontani se pur sempre sognati…”. Forse dovrebbe essere così descritta, pari ad una fiaba di altri tempi, la meravigliosa storia che Giverso Gioielli e il suo staff ci raccontano di aver vissuto. Una fiaba a ciel sereno che però corrisponde alla realtà più odierna e più palpabile. Non capita tutti i giorni di avere un Principe come cliente. Un Principe (il cui nome non si può ovviamente rivelare per ovvie regole di privacy ) che sceglie Giverso per coronare la sua romantica storia d’amore, e per potersi far deliziare delle sue sublimi pietre preziose , come diamanti di eccellente qualità e gemme colorate , le più dedicate e sontuose per l’occasione. Il Principe che fidanza una torinese e nel periodo più appropriato dell’anno come questo, non può che avvalorare ulteriormente la maestria di questi orafi e la qualità del loro design che tanto si sposa con un gusto di così raffinata nobiltà e stile. La gioielleria Giverso ha per l’occasione una pietra eccezionale da mostrare al suo Principe: lo Zaffiro blu. Egli decide di confermare la proposta per la costruzione di un gioiello disegnato appositamente per lui e da l’ordine di procedere alla sua creazione. Non da ieri il blu dello zaffiro ha ispirato sentimenti e pensieri di purezza e perfezione. L’antico popolo dei Persiani amava definire lo Zaffiro “lazvard”, letteralmente: “che ha il colore del cielo sereno”, e sosteneva che la terra fosse appoggiata su un enorme Zaffiro, il cui riflesso blu dava il colore al cielo, tanto da far chiamare la pietra anche “l’occhio del cielo”. Un’antica fiaba poi ci racconta che i figli del re di Serendip (per l’appunto) furono mandati in viaggio per sperimentare la realtà del mondo. Per questo i giovani principi, viaggiando, scoprirono cose meravigliose, tra queste una miniera di zaffiri. Dalla leggenda nasce l’origine del concetto inglese “Serendipity”, ossia fortuna strepitosa di trovare inaspettatamente cose di valore…come anche l’amore! Anticamente questa gemma proveniva esclusivamente dalle miniere dello Sri Lanka, ancora oggi la fonte mineraria di zaffiri più importante al mondo. L’area di maggior produzione si trova, infatti, nella parte sud orientale della grande isola cingalese a circa 60 km da Ratnapura (“città delle gemme”). Grandi valori quindi come concetti di estrema virtù e sentimento legano questa preziosissima gemma blu alla veridicità di un dono assai significativo come l’anello di fidanzamento. Il Principe lo scelse nell’epoca più antica per la sua innamorata e ancora oggi , con Giverso lo innalza come primaria preferenza per la sua innamorata.
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Come lui però altri futuri mariti potranno scegliere questa magica gemma per dare voce ai sentimenti e ai concetti più veri ed essenziali che li legano alle loro spose. Allo Zaffiro, svariate sono le altre pietre preziose che si possono abbinare, ma i Diamanti si sposano assai divinamente con questa pietra davvero spettacolare. Un Diamante Giverso è assoluto ed esalta l’unicità più significativa. La perfezione della realizzazione delle proporzioni, dona al gioiello una luce davvero insuperabile, per il suo taglio, la sua qualità e non solo. Rammentiamo che l’azienda Giverso si impegna a reperire i diamanti e le pietre preziose della qualità più elevata, garantendo la completa integrità della filiera nel rispetto dei diritti dell’Uomo e della sostenibilità ambientale: dalla miniera al cliente. “E’ molto importante, dice Giverso, conoscere la provenienza e le modalità di estrazione delle materie che animano il nostro lavoro, per questo motivo ci riforniamo direttamente dalle miniere che conosciamo e che si avvalgono di manodopera locale garantendo i più elevati standard ambientali e sociali, solo dai Paesi che aderiscono al Kimberley Process Certification Scheme”. Nulla di più nobile per un Principe, che cerca virtù in ogni sua scelta. Non a caso il Principe entra oggi dalla porta principale dell’ingresso di Giverso Gioielli. Lo fa con elegante umiltà, e non per sfoggiare con supponenza il suo manto di ermellino ne ammennicoli di lustro, ma per valorizzare e testimoniare con  limpidezza l’autenticità più ineccepibile della qualità riscontrata, per il garbo dimostratogli e per l’accoglienza alla loro filosofia. Ingredienti fondamentali che solo un gusto sinceramente e altamente aristocratico e condito di stile può percepire. Lui si innamora anche dell’originalità di Giverso che si fonde con la tradizione ma anche con l’innovazione più all’avanguardia. Per questo il Principe decide oggi di donare la sua fiducia a Giverso Gioielli, affidandogli il compito di rendere felice la sua innamorata. Un premio per loro assolutamente meritato e capace non solo di diffondere gusto e eccellenza a tutti coloro che avranno la capacità di apprezzare le sue creazioni e la sua etica vincente, ma assolutamente in grado di donare all’amore l’incentivo primario, al fine di coronare lo stesso alla più autentica delle dichiarazioni più spettacolari per la vita. Buon fidanzamento, Principe, e grazie per aver scelto l’eccellenza Giverso “made in Italy” e nella nostra città!

Monica Di Maria di Alleri

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#Adv GIVERSO GIOIELLI, storica gioielleria in Torino (78, corso Bramante Torino – www.giversogioielli.it) ancor prima…

Pubblicato da Il Torinese su Martedì 12 marzo 2019

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