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Oligarchia Italia

Di Roberto Placido  La legge elettorale Mattarella o Mattarellum prende il nome dal suo relatore, l’attuale Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dopo il Referendum del 18 aprile del 1993 con l’approvazione avvenuta il 4 agosto dello stesso anno si passa da un sistema totalmente proporzionale, quello entrato in vigore don la nascita della Repubblica nel 1945, ad uno in prevalenza maggioritario

 

Per la Camera dei Deputati il 75% dei seggi viene determinato dai nuovi collegi elettorali con sistema maggioritario a turno unico ed il restante 25% proporzionale con liste bloccate. Per il Senato le stesse percentuali con il 25% recuperato proporzionalmente tra i più votati con un meccanismo di “scorporo”. Questo ibrido tra due sistemi con gli elettori, nella sostanza, privati della libertà di scegliere gli eletti, venne anche chiamato “Minotauro” in ricordo del mitologico mostro. Per finire uno sbarramento del 4% alla Camera. Così passammo, dopo quasi cinquant’anni, da un sistema elettorale ad un altro. Il Mattarellum restò in vigore fino al 2005 quando venne soppiantato con la legge Calderoli la 270 del 21 dicembre 2005 meglio conosciuta con il nome che il suo primo firmatario gli affibbiò, ritenendola una vera porcata, “Porcellum”. Nuova legge elettorale con premio di maggioranza a liste bloccate. Il Porcellum resistette, attraverso le elezioni politiche del 2006, 2008 e 2013, fino al gennaio del 2014 quando fu dichiarata, dalla Corte Costituzionale, parzialmente incostituzionale. Furono quindi apportate alcune modifiche, l’eliminazione del premio di maggioranza e la possibilità di esprimere un voto di preferenza. La nuova legge prese il nome di “Consultellum” e restò in vigore, senza essere praticamente utilizzata, fino al 1 luglio 2016, quando fu sostituita con “Italicum” per la Camera e fino al novembre 2017 per il Senato quando entrò in vigore il “Rosatellum”.

 

Anche l’Italicum, voluto da Matteo Renzi non entrò mai in vigore e fu dichiarata parzialmente illegittimo. Così si arriva al 2019 ed al provvedimento del taglio dei parlamentari, uno dei cavalli di battaglia del M5S, che passano da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Essendo, la riduzione dei parlamentari, una modifica della Costituzione, è possibile chiedere un Referendum confermativo da un quinto degli eletti della Camera dei Deputati o del Senato, cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Avendo raccolto le firme necessarie al senato il prossimo mese di marzo od aprile si dovrebbe svolgere il Referendum confermativo della riduzione degli eletti alla Camera ed al Senato. La riduzione del numero dei parlamentari comporta la necessità di modificare la legge elettorale in senso proporzionale per ridurre la soglia di accesso, che altrimenti, con il Rosatellum, sarebbe altissima con oltre il 20%, per l’elezione di un parlamentare. La costante che lega tutte le nuove leggi elettorali sono le liste bloccate o il sistema, spesso contorto e di difficile comprensione per i cittadini, per determinare gli eletti. Nella sostanza gli elettori sono stati espropriati della possibilità di scegliere gli eletti come fanno attraverso l’espressione della preferenza per le elezioni dei Consigli Circoscrizionali, dei Consigli Comunali, Consigli Regionali, per il Parlamento Europeo.

 

Sostenendo che il voto di preferenza spesso è sinonimo di malaffare per le elezioni politiche l’hanno di fatto eliminata portando nelle mani di sei o sette segretari nazionali di partito il potere di decidere e scegliere gli eletti. Creando la nuova figura dei parlamentari non scelti dal popolo al quale rispondono ma dai segretari di partito. Dei veri e propri “dipendenti”. Quando mai un parlamentare voterà in senso contrario a quanto gli è stato ordinato se la sua elezione dipende dal suo “capo” e non dai cittadini? Una delle conseguenze è un terribile abbassamento della qualità degli eletti con ripercussioni sul livello delle leggi e del funzionamento dei due rami parlamentari. Fino a quando non si ridarà il potere ai cittadini di scegliere chi eleggere noi vivremo in una democrazia indebolita, in una oligarchia. Voglio ricordare che la parola oligarchia, dal greco antico, significa letteralmente governo di pochi. Un regime politico, un governo, caratterizzato dal potere effettivo nelle mani di poche persone.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La giornata della memoria che non basta più – Vittorio Emanuele II e il presidente Mattarella – Un elefante in una cristalleria – Le sardine – Lettere

 

La giornata della memoria che non basta più

Insieme al giorno del ricordo delle foibe e dell’ esodo Giuliano – Dalmata, la giornata della Memoria va festeggiata in tutta Italia e in tutte le scuole  ed io stesso sono stato oratore di quella giornata a Savona su invito del Prefetto. Ma oggi con un antisemitismo montante di cui non ci capisce la ragione storica, un antisemitismo presente in tutta Europa che ha consigliato molti ebrei ad emigrare in Israele anche sull’onda del violento  fanatismo arabo che organizza attentati terroristici, la giornata della Memoria  appare un ” pannicello caldo”. Se ci troviamo al punto in cui ci troviamo, ciò è responsabilità della scuola che non ha adempiuto al suo compito di formare, e anche delle associazioni preposte come l’Anpi che si limitano a sterili celebrazioni ogni 25 aprile o si distinguono in manifestazioni di faziosità politica spesso  non giustificate.
Il reducismo appare patetico ai giovani e anche le scolaresche cammellate in piazza il  25 aprile non sono affatto contente di essere utilizzate ,come facevano i fascisti per le loro adunate con i balilla. Un piano per combattere l’antisemitismo non c’è e spesso la critica astiosa ad Israele è partita proprio da sinistra . Un Paese non antisemita come l’Italia lo sta parzialmente diventando. Di chi la colpa ? Ma soprattutto che fare per stare vicini fattivamente alle Comunità israelitiche  con solo con le parole stantie e usurate di un passato che non torna ? Occorrono iniziative straordinarie e nuove  soprattutto di carattere storico, del tutto estranee alla propaganda.
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Vittorio Emanuele II e il presidente Mattarella

Il 14 marzo ricorrerà il bicentenario della nascita a Torino di Vittorio Emanuele II,  artefice con Cavour, Garibaldi  e Mazzini del Risorgimento, Padre della Patria, primo Re d’Italia. Nacque a Palazzo Carignano. Finora nessuna iniziativa di ricordo sembra  essere in  cantiere né a livello nazionale né a livello locale. L’Associazione “Regina Elena “ renderà omaggio al Re Galantuomo ,ma deve essere la Repubblica a farlo. Il Presidente Napolitano nel 2011 andò al Pantheon a rendergli omaggio.Il presidente  Mattarella dovrebbe venire a Torino a Palazzo Carignano  a fare altrettanto, a nome di tutta la Nazione, non del Paese che è un linguaggio non consono per quel Re che  fece l’Italia.
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Le sardine

Si stanno rivelando scopertamente  truppe di  riserva del Pd  se non della sinistra di Grasso e Bersani, malgrado il giovane capo in tv abbia dichiarato  in modo subdolo, ingenuo  e anche sprovveduto  che il voto è segreto e non abbia risposto alla domanda sulla prescrizione. Il leaderino, andando in Tv, si è montato la testa, proprio lui che, ultratrentenne, è ancora studente. Il leaderino di Bologna usa anche lui l’arroganza di certi politici per non essere da meno di loro? Volevano essere i paladini della  tolleranza, ma forse non sanno che la vera tolleranza si esercita soprattutto con coloro con i quali si dissente. Così diceva Voltaire. Ma forse questi giovani non hanno mai letto Voltaire. E verso uno che subì un odio feroce come Pansa le sardine non hanno detto una parola in suo ricordo, forse perché non sanno neppure chi sia. Eppure Pansa fu oggetto di odio cieco, totalizzante, epilettico (come diceva Lussu di certo anticomunismo)  che gli impedì di presentare i suoi libri.
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Un elefante in una cristalleria

Il Predidente Trump ancora una volta si è comportano in modo difforme dai  suoi predecessori e soprattutto rispetto al suo ruolo istituzionale. Un Presidente  sui temi etici deve rimanere super partes per garantire la libertà di coscienza  dei  cittadini. Invece il presidente USA si è schierato in modo netto contro l’aborto. Io sono stato tiepido sul tema dell’aborto in Italia. Ho votato contro l’abrogazione della legge 197 , ma non ho fatto campagna elettorale,  come avevo fatto invece  per il divorzio  a fianco di Pannella. Condividevo infatti  i dubbi  etici dell’amico – maestro Norberto Bobbio che era perplesso.  Non ho mai voluto avere  contatti con certi medici ex lotta continua che identificano  l’aborto con “le magnifiche sorti e progressive dell’ umanità”. Ritengo che per una donna l’aborto sia sempre un dramma. Ma la presa di posizione del Presidente USA  mette in discussione la stessa laicità dello Stato  in modo rozzo e strumentale,  come è nello stile di Trump , vero elefante in una cristalleria.

Lettere      scrivere a quaglieni@gmail.com

Il Salone del libro e la censura
Al salone del libro di Torino, dopo aver invitato la casa editrice Altavista per errore, una gaffe ridicola, adesso vogliono respingerlo come lo scorso anno. Cosa ne pensa?  Gino Tino
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Non c’è più il fazioso Chia mparino, ma il liberale Cirio; la faziosa sindaca grillina non deve trovare sponde nella Regione Piemonte. Sembra che Lagi oia  stia scrivendo un codice etico ridicolo, come gli venne consigliato niente di meno che dal  folcloristico e, a suo modo intollerante  Pride. Il notaio Biino del Circolo dei Lettori si è opposto dicendo che il Salone deve essere aperto a tutti, come fece Ernesto Ferrero. E “La Stampa” ha titolato finalmente nel modo giusto parlando di censura. Biino si sta rivelando degno del massimo rispetto e spero che Cirio vorrà far sentire la sua voce, stoppando la sindaca. Biino che conobbi come notaio, aveva già espresso dubbi lo scorso anno sulle decisioni talebane del duo chiappendinesco.
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L’archimandrita ortodosso Gregorio Baccolini
Ha conosciuto l’archimandrita ortodosso Gregorio Baccolini? Lui una volta mi parlò di lei. Lo ricorda?     Eusebio Indemini
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Sì, l’ ho conosciuto. Qualche volta andavamo a cena insieme. Era un uomo pieno di dignità ed era poverissimo .Invitarlo a cena era l’unico modo per aiutarlo .Aveva avuto una vita avventurosa . Era stato un abate benedettino ed era stato il capo dei cappellani della Rsi. Poi la conversione alla ortodossia russa di cui divenne vescovo.
Una volta nel 1967 volle conoscere Umberto II e io lo accompagnai a Nizza. Re Umberto lo ricevette in udienza privata, riconoscendogli il rango arcivescovile . Insegnava filosofia in una scuola privata . Lui, poverissimo, manteneva due bambini  trovatelli. Quando non indossava  la talare, si vestiva con abiti russi. Era quasi una curiosità di San Salvario, anche se il portamento austero dell’uomo induceva al rispetto. Era un uomo colto e raffinato con cui faceva piacere parlare . Non mi disse  mai del suo periodo repubblichino e io non gli chiesi mai nulla. Scrisse anche un articolo per la rivistina  che dirigevo allora. Poi i nostri  rapporti si interruppero e seppi che si era trasferito e aveva cambiato chiesa, rimanendo sempre nell’ ortodossa. Era un inquieto. Era un uomo libero e intelligente e così lo ricordo.Fu un amico della mia giovinezza.

Canto carnatico: cos’è e quali sono i suoi benefici

Articolo a cura di Mamme in Sol

E’ possibile unire la pratica dello yoga in gravidanza con il suono della voce? Studi e ricerche effettuate in tutto il mondo dimostrano l’importanza della musica, della voce e del canto della mamma per lo sviluppo del feto nel grembo materno. Ma non solo: utilizzare la voce durante la gravidanza apporta enormi benefici anche alla donna, la aiuta a rilassarsi e a vivere in modo consapevole l’attesa. 

Nel grembo materno il bimbo è immerso in una vera e propria orchestra sonora: il battito del cuore, il respiro della mamma, il flusso sanguigno, i gorgoglii dell’intestino si mescolano alle voci di chi si avvicina e parla vicino alla pancia e alla musica che c’è nell’ambiente. Il risultato? Il bimbo è immerso in un mondo sonoro ricchissimo di cui fa esperienza in modo sereno e protetto. C’è un suono in particolare che accompagna il bimbo e lo culla durante tutta la gravidanza: la voce della mammaPartendo da queste premesse abbiamo voluto approfondire e creare un percorso che utilizzasse il suono e la voce di mamma per accompagnare mamme e bimbi a nascere in modo sereno e consapevole, nel rispetto uno dell’altro e nella conoscenza reciproca. Come? 

Canto carnatico: in cosa consiste?

La proposta per le mamme in attesa, qui a Mamme in Sol, è la pratica del canto carnatico – associato al percorso di yoga in gravidanza. Il canto carnatico, tipico dell’India del Sud, si è diffuso in Europa grazie a Frédérick Leboyer, ginecologo francese ideatore e promotore del parto dolce. 

Yoga in gravidanza bambina

Le gestanti sono invitate a sperimentare e ad utilizzare la respirazione addominale, quindi abbassare il diaframma e spingere fuori l’addome quando si inspira ed emettere suoni e vocali quando si espira, il tutto supportato dal sottofondo sonoro della tampura, uno strumento musicale indiano che riproduce l’accordo di do maggiore.

Oltre ad essere molto utile durante tutta la gravidanza, risulta un ottimo strumento di supporto anche durante il travaglio e il parto: emettere suoni e utilizzare la voce durante le contrazioni aiuta ad allentare la tensione e a rilassarsi e permette di entrare in contatto con il bambino che viene cullato dalle vibrazioni.

Prezioso anche nel postparto

Per fare tutto ciò ovviamente è necessario fare un po’ di pratica! Ma la cosa più bella è che il canto carnatico si rivela prezioso anche nel postparto: il piccolo impara a riconoscere i suoni già nella pancia e, sentendoli appena nato, li riconosce e si tranquillizza. Mamma e bimbo iniziano così la loro avventura in musica fin dai primi attimi di vita.

 

Dove e quando

YOGA IN GRAVIDANZA E CANTO CARNATICO
Tutti i lunedì ore 13:00 – 14:30
Tutti i mercoledì ore 18:45 – 20:15

MAMME IN SOL

Via Giulia di Barolo 11 – Torino
info@mammeinsol.it
011 7633664 – 3914729388

 

La Bellezza e l’Orrore, un viaggio nell’Accademia Albertina

Articolo a cura di Somewhere Tour & Events.

È molto difficile descrivere l’importanza dell’Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino dal punto di vista artistico e culturale, ma è proprio questa difficoltà che la rende uno dei palazzi storici più affascinanti, inesplorati e sconosciuti di Torino.

Uno dei luoghi più intriganti della città

L’Accademia venne progettata e realizzata tra il 1820 e il 1930 da Giuseppe Talucchi e può essere considerata una delle più antiche d’ItaliaCon il passare degli anni l’Accademia Albertina si è continuamente trasformata e rinnovata, promuovendo numerose iniziative didattiche e culturali. In particolare e relativamente agli ultimi anni, ci sono sicuramente la riorganizzazione e la riapertura al pubblico della Pinacoteca e l’importante e bellissimo restauro dei sotterranei a cura della Fondazione Intesa San Paolo. 

La Pinacoteca fu costituita con finalità dichiaratamente didattiche. Inoltre, nel tempo, ha collezionato numerose opere, spesso frutto di donazioni, fino a diventare un rilevante patrimonio museale, un’importante gipsoteca e una vasta biblioteca, che raccoglie accanto a volumi preziosi, stampe, disegni e fotografie di valore inestimabile. La Rotonda, all’interno del cortile dell’Accademia, è stata riaperta dopo un poderoso intervento di restauro rivelando ambienti suggestivi e inattesi, molto curati. L’intervento ha visto il recupero dell’intero edificio dal punto di vista architettonico, strutturale e funzionale, dotandolo di nuovi servizi. Nell’ampia e scenografica sala sotterranea è stato allestito un nuovo suggestivo spazio espositivo per mostre ed eventi

Un tour per immergersi nell’arte

La nostra collaborazione con l’Accademia Albertina, nata in occasione della notte di Halloween e durante la quale abbiamo proposto un evento a porte chiuse per visitare l’Accademia e i suoi sotterranei, continua ora con grande soddisfazione e si traduce nella proposta regolare di questo tour: Viaggio tra Bellezza ed Orrore – Accademia in Chiaroscuro.

Un’esperienza imperdibile, unica ed esclusiva nel suo genere, durante la quale le porte dell’Accademia verranno aperte in notturna, in esclusiva per noi, per permettere di scoprire l’iconica bellezza dei classici e la crudezza delle sezioni anatomiche, il tutto svelato tra inquietanti scheletri e figure anatomiche, teche contenenti diverse parti del corpo utilizzate in passato per aiutare gli allievi nello studio e nella creazione delle figure umane e animali. 

Questo affascinante viaggio nel passato ci porterà anche alla scoperta delle antiche, ma attuali aule di pittura, anatomia e scultura. Avremo l’onore e l’occasione di ammirare alcuni dei preziosi volumi ottocenteschi, solitamente custoditi nel caveau dell’Accademia, per preservare il loro inestimabile valore e non esporli a condizioni che potrebbero danneggiarli. 

Per immergerti in una notte di mistero e arte, scopri il tour dedicato all’Accademia Albertina di Somewhere Events.  

 

Gli alberi monumentali del Piemonte, tra storia e natura

Gli alberi monumentali della nostra regione hanno una storia affascinante. Articolo a cura di IPLA.

Gli alberi monumentali hanno uno straordinario valore naturalistico, storico e culturale. Rappresentano un collegamento con il passato, a volte anche con un passato remoto e sono ormai anche una risorsa dal punto di vista dell’interesse turistico.
La Regione Piemonte, grazie al lavoro dell’IPLA, è all’avanguardia su questo tema, tanto che ad oggi sono stati individuati e censiti 220 esemplari appartenenti a ben 71 specie diverse, delle quali 41 autoctone piemontesi, 28 esotiche e 2 non autoctone della nostra Regione ancorché facenti parte della flora tipica italiana.

Questi giganti, testimoni del passato, hanno le loro radici in 123 Comuni, situati prevalentemente nei territori torinese (46), cuneese (29), alessandrino (17) e del VCO (13). Torino ha ben 13 alberi e gruppi di alberi (di cui sei collocati nel Parco del Valentino); seguono con 5: Acqui Terme, San Secondo di Pinerolo (Parco del Castello di Miradolo) e Stresa; poi, con 4: Biella, Cavallermaggiore, Valdieri (Parco naturale Alpi Marittime), Campiglione Fenile e Castagneto Po. Ecco tre rappresentanti di questo prestigioso elenco.

Alberi monumentali in città? Il Platano della Tesoriera

Questo matusalemme della capitale sabauda, è con ogni probabilità l’albero più vecchio di tutta la città. Nato nel XVIII° secolo, è chiamato amichevolmente “Il Nonno” dai frequentatori del Parco. Come recita la scheda a lui dedicata dal Comune di Torino: “Si staglia in tutta la maestosità dei suoi 25 metri di altezza nel lato del Parco della Tesoriera che dà verso il corso Francia, e sembra vigilare con solerzia la villa che un tempo fu residenza del tesoriere dei Savoia”.

Il Larice di Pietraporzio

Siamo in provincia di Cuneo. Considerate le dimensioni raggiunte e le caratteristiche della stazione che lo ospita si stima che l’albero possa vantare un’età di almeno 650 anni. Senza dubbio si tratta di un esemplare da secoli ben noto e presente nella memoria popolare del luogo e da molto tempo utilizzato come punto di orientamento per montanari ed escursionisti che affrontano la montagna in giornate di nebbia.

alberi monumentali larice

Il Tiglio di Macugnaga

In provincia di Verbania, invece, i quasi 8 metri di circonferenza del fusto sono la testimonianza migliore della sua veneranda età. Si stima che abbia circa 500 anni. La sua circonferenza ne legittima ampiamente il riferimento simbolico aggregante delle tradizioni e della cultura Walser della Comunità. Un albero che come pochi altri suscita fascino e mistero, un gigante verde ricco di sacralità e di leggende. Tra queste si può rammentare quella dei “Gutwiarghini”, i “buoni lavoratori” della tradizione Walser che abitavano tra le sue fronde e, con rigore e meticolosità, distribuivano alla popolazione preziosi consigli. Avevano però i piedi rivolti all’indietro e un giorno, venendo uno di loro sbeffeggiato per quel difetto fisico, scomparvero per sempre.

alberi monumentali tiglio

Questi esemplari, alcuni dei quali vivono in prestigiosi parchi pubblici e privati ed altri sono cresciuti in libertà nei nostri boschi, sono elementi del paesaggio da preservare e curare con attenzione e impegno.
Chi fosse a conoscenza di nuovi candidati da inserire nell’elenco può effettuare la segnalazione alla mail: alberi.monumentali@ipla.org.
Per saperne di più potete visitare questa pagina.

Cerea, alla scoperta del saluto tradizionale piemontese

La rubrica settimanale a cura del Centro Studi Piemontesi si apre con un saluto. 

Cerea. È il saluto tradizionale torinese e in generale piemontese. Usato verso le persone di rispetto, mentre ciao è il saluto della famigliarità e dell’intimità. Registrato da tutti i vocabolari piemontesi antichi e moderni, anche con le varianti cereja, serèa, dserèa, bondiserèa, è stato oggetto di svariate spiegazioni etimologiche. Ci affidiamo all’ampia disamina del grande filologo Giuliano Gasca Queirazza (poi ripresa dal Repertorio Etimologico Piemontese – REP), Lessico piemontese: Cerea, in “Studi Piemontesi”, XXXVIII, 1 (2009), che accredita l’origine alla contrazione della forma di cortese reverenziale saluto “Buongiorno a Vostra Signoria”.  

 

La voce dei genitori è la musica più bella per un bambino

Il primo appuntamento con la rubrica curata da Mamme in Sol, un progetto che mira a fornire alle mamme gli strumenti per affrontare in musica ogni momento della giornata con il proprio neonato.

La musica è bella e, nell’infanzia, aiuta a sviluppare svariate competenze: cognitive, emotive, sociali e linguistiche. Ma non solo! La musica è un potentissimo strumento in grado di rafforzare il rapporto fra genitori e figli. Fin dalla gravidanza, la mamma condivide con il bambino un mondo sonoro ricchissimo, fatto di vibrazioni e di percezioni intime, dove il suono più speciale è proprio la sua voce. Dopo la nascita, ritrovandosi in un ambiente sonoro completamente diverso, il neonato riconosce la voce della mamma, che assume per lui un valore rassicurante. Il mondo musicale e sonoro che bimbo e mamma (ma anche papà!) condividono diventa l’alfabeto attraverso il quale imparano a comunicare e grazie al quale instaurano un rapporto intimo e spontaneo.

Cantare rinforza la relazione genitori-figli

In che modo la musica può contribuire positivamente al rapporto fra genitori e figli? Specialmente nei primi tempi, i genitori possono provare un senso di inadeguatezza rispetto al loro nuovo ruolo. Condividere momenti musicali ed esperienze sonore li aiuta a trascorrere insieme del tempo di qualità e a sentirsi in grado di affrontare al meglio ogni situazione. Il vero obiettivo è che i genitori diventino consapevoli delle proprie capacità e imparino ad utilizzare la musica come strumento di condivisione quotidiana con il proprio bimbo. La musica può essere associativa ai vari momenti e rituali quotidiani: il cucù sotto le coperte al risveglio, la canzoncina del bagnetto, la ninna nanna rilassante della buonanotte.

La voce dei genitori? La musica più bella

E se non si hanno le competenze musicali giuste? Impossibile! I genitori devono credere nelle proprie capacità sonore e realizzare che il canto e la voce di mamma e papà, per il loro bambino, rappresentano la musica più bella.
Questo è il nostro obiettivo qui a Mamme in Sol, dove ogni settimana circa 150 famiglie partecipano ai corsi di musica!

Attraverso gli incontri settimanali proposti le mamme e i papà fanno esperienza della propria voce, imparano e creano insieme agli operatori musicali un repertorio vocale utile e divertente da riproporre ai loro bambini.

Ecco un regalino per iniziare a giocare con la musica: “Gli animali fanno il bagno” da Mamme in Sol, ed. Franco Cosimo Panini

La pizza a lievitazione naturale della Cuoca Insolita

Il terzo appuntamento con la rubrica La Ricetta della Cuoca Insolita. Una ricetta adatta per chi vuole concedersi un pezzo di pizza senza sentirsi in colpa. In più ha un’alta digeribilità.

Se vi piace la pizza, ma non sempre riuscite a digerirla bene, oppure qualcuno vi ha detto che non è proprio indicata se si vuole perdere qualche chilo o per un buon controllo di glicemia e colesterolo, sappiate che questa volta potrete concedervela. Perfetta sia come aperitivo che per una merenda sana per i vostri bambini, la pizza di farro con farina integrale a doppia lievitazione naturale è facile da fare e potrete anche prepararne in grande quantità e poi conservarla a pezzetti nel congelatore.

Tempi: Preparazione (15 min); Cottura (20 min); Lievitazione (5 h)

Attrezzatura necessaria: Contenitore a bordi alti, frullatore a immersione, teglie da forno, carta da forno. Se si ha la macchina del pane o il frullatore con il gancio si fa meno fatica, ma non è essenziale.

Costo totale: 3 €

Ingredienti per 4 persone (4 pizze da 200 g):

Per l’impasto della pizza

  • Farina di farro integrale – 350 g
  • Pasta madre rinfrescata – 175 g (se non ne avete, potete usare 1 cucchiaino di lievito di birra secco o 7 g di lievito di birra fresco e aggiungere ancora altri 140 g circa di farina all’impasto)
  • Acqua – 210 g
  • Sale fino integrale di Sicilia – 1 cucchiaino scarso
  • Malto d’orzo – 2 cucchiaini
  • Olio extra vergine di oliva – 1 cucchiaio

Per il condimento

  • Passata di pomodoro – 300 g
  • Olio extra vergine di oliva – 2 cucchiai
  • Sale fino integrale di Sicilia
  • Origano fresco o secco

Perché vi consiglio questa ricetta?

L’uso della pasta madre al posto del lievito di birra e la doppia lievitazione rendono la pizza molto più digeribile. Anche chi ha qualche problema con la glicemia, può mangiare una bella fetta di questa pizza! Infatti la cottura nel forno di casa è meno aggressiva (in pizzeria si arriva a 300° C e la cottura è velocissima; questo fa “caramellizzare” i carboidrati che quindi fanno alzare la glicemia molto velocemente; questo a casa non succede). La presenza di farina integrale, oltre a fare bene per il controllo della glicemia, rende la pizza molto più ricca di fibre (da 2 a 3 volte di più), utili per l’equilibrio dell’intestino.

Potete aggiungere (negli ultimi minuti di cottura) anche la mozzarella, ma la pizza è già così buona che potreste decidere di farne a meno, a vantaggio del colesterolo!

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link.

Come si prepara la pizza a lievitazione naturale

FASE 1: LA PREPARAZIONE DELL’IMPASTO 

Per questa ricetta ci vuole la pasta madre rinfrescata da un giorno al massimo: più è recente il rinfresco, più la lievitazione sarà buona. Per sapere come rinfrescare il lievito madre basta guardare qui. Mettete la farina di farro, la pasta madre, l’acqua (tiepida; ideale a 30°C) e il malto d’orzo in una terrina a bordi alti. Impastate energicamente per circa 5 minuti, per raccogliere tutti gli ingredienti. Aggiungete il sale e impastate per altri 5 minuti, appoggiandovi sul piano di lavoro e muovendo le mani velocemente (in questo modo l’impasto non si attaccherà alle mani). Aggiungete infine l’olio (di nuovo nella terrina) e impastate per altri 5 minuti (riportandovi sul piano di lavoro appena l’olio sarà incorporato), fino a quando otterrete una palla di consistenza omogenea. Se è un po’ appiccicosa, aggiungete ancora un po’ di farina.

FASE 2: LA LIEVITAZIONE

Infarinate il fondo di una bacinella larga e mettete a riposare l’impasto facendo un taglio a croce sulla superficie. Coprite con un canovaccio pulito e mettete nel forno spento e chiuso, dove avrete messo anche un pentolino di acqua molto calda, per creare un ambiente umido e tiepido. Lasciate riposare per almeno 2-3 ore l’impasto (o comunque per il tempo necessario affinché la pasta raddoppi di volume).

Al termine della prima lievitazione prendete delicatamente la massa lievitata e dividetela in 4 panetti, che poggerete già su teglie oliate. Stendete i panetti delicatamente con le dita, versando un po’ d’olio sulla superficie e spianando l’impasto dal centro verso l’esterno. Lasciate lievitare per altre 3 ore nel forno chiuso, con lo stesso sistema usato per la prima lievitazione.

FASE 3: IL CONDIMENTO E LA COTTURA

Alla fine della seconda lievitazione potete scegliere o di lasciare la pizza bella gonfia e non toccarla più (e vi verrà una pizza alta come quella della panetteria), oppure stenderla un po’ con le dita (in questo caso resterà molto più bassa, simile alla pizza della pizzeria). Io qui ve la propongo in versione panetteria. Versate la passata di pomodoro sulla pizza e stendetela delicatamente con il dorso di un cucchiaio. Condite con origano e un filo d’olio.

Accendete il forno a 200° C in modalità ventilata, se possibile impostando il calore dal basso. Cuocete per 20 minuti. Se decidete di aggiungere della mozzarella, fatelo solo negli ultimi 3 minuti di cottura (la mozzarella deve essere a temperatura ambiente, ben sgocciolata e a piccoli pezzettini).

A chi è adatta questa ricetta?

La farina di farro integrale è meno ricca di carboidrati rispetto alla farina manitoba (che si usa normalmente per fare la pizza tradizionale). I lipidi (contenuti nel germe del chicco) sono grassi di buona qualità. Quello che cambia tanto è la percentuale di fibre. Pensate che in alcune farine di farro integrale si possono avere anche 11 g di fibre per 100 g di prodotto (nella farina manitoba ne troviamo circa 3 g).

Chi è La Cuoca Insolita?

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

Lupi alle porte di Torino, bisogna preoccuparsi?

Articolo a cura di IPLA, Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente

Sono diverse le segnalazioni di lupi che si avvicinano ai centri abitati. Ma sono un pericolo per l’uomo? 

Proprio all’interno della tenuta che ospita la sede dell’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA SpA), sui bassi versanti della collina di Superga che si affacciano su Corso Casale, al confine tra i comuni di Torino e San Mauro, hanno probabilmente fatto capolino i lupi. Segnalazioni del predatore erano già state fatte nel recente passato sulla collina di Torino, ma decisamente più a nord: nei pressi di Castelnuovo Don Bosco, Casalborgone, Marentino. Questa volta a fare le spese del carnivoro sono stati un vitellino appena nato (presumibilmente venuto alla luce con gravi problemi di salute) e un cinghialetto. Il vitellino della razza Angus faceva parte della piccola mandria bovina che l’IPLA gestisce al fine del mantenimento in salute dei 10 ettari di prati stabili, quasi gli unici ormai rimasti su questi territori ormai completamente coperti dal bosco.

È opera dei lupi?

Di questi ritrovamenti e delle verifiche per comprendere se le predazioni siano effettivamente opera del lupo se ne stanno occupando in molti, dai veterinari dell’ASL ai referenti del Parco di Superga, dai funzionari della Città metropolitana di Torino a quelli della Regione Piemonte, fino al Centro grandi carnivori della Regione.
Nell’immaginario collettivo il lupo evoca da sempre grandi contrasti tra chi pretende assoluta protezione dell’animale e chi richiede una limitazione del numero per i danni che può arrecare. In Italia, dagli Appennini dai quali è risalito fino alle nostre regioni settentrionali, è presente una sottospecie, il cosiddetto lupo appenninico (Canis lupus italicus) che è quello che troviamo in particolare nelle regioni di nord-ovest: Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta.
A discapito dei tanti allarmi che vengono lanciati, in realtà il rischio nei confronti dell’uomo sostanzialmente non esiste. Esiste invece la possibilità che il lupo attacchi bestiame cercando di colpire gli animali più piccoli e più deboli, proprio come accaduto all’IPLA. Teniamo conto che un singolo esemplare può cacciare in un territorio di 100 chilometri quadrati, superfici immense che descrivono bene la capacità di questa specie di percorrere molte decine di chilometri ogni giorno in cerca di fortuna e di cibo. In questo caso la soluzione sta nel proteggere il bestiame chiudendolo in ripari o nelle stalle di notte (è proprio di notte che il lupo agisce con maggiore frequenza) o con reti specifiche elettrificate, definite appunto “antilupo”.

Ci sono specie che creano molti più danni

Da alcuni decenni la nostra regione e il nostro Paese hanno visto crescere le superfici a bosco con un incremento molto importante di presenza degli ungulati (caprioli, cervi e cinghiali). Queste specie, quando presenti in numero molto rilevante, creano infinitamente più danni del lupo, in particolare all’agricoltura. La presenza di un carnivoro limita la presenza degli ungulati tendendo ad un equilibrio dinamico delle popolazioni. È proprio l’equilibrio che dobbiamo preservare, trovando il modo migliore di convivere con queste specie. Evitando che le stesse provochino danni alle attività dell’uomo.

Torino e i suoi musei. Il MAO

Torino e i suoi musei

Con questa serie di articoli vorrei prendere in esame alcuni musei torinesi, approfondirne le caratteristiche e “viverne” i contenuti attraverso le testimonianze culturali di cui essi stessi sono portatori.

Quello che vorrei proporre sono delle passeggiate museali attraverso le sale dei “luoghi delle Muse”, dove l’arte e la storia si raccontano al pubblico attraverso un rapporto diretto con il visitatore, il quale può a sua volta stare al gioco e perdersi in un’atmosfera di conoscenza e di piacere.

1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM
7 Castello di Rivoli
8 MAO
9 Museo Lomboso- antropologia criminale
10 Museo della Juventus

8 Mao

“Oriente”: una parola così piccola che cela un significato così grande. Geograficamente il termine indica il “mondo” che si estende ad est, il Vicino, Medio ed Estremo Oriente, rispetto all’Europa, con le sue numerose culture e religioni assai lontane da noi, forse più da un punto di vista concettuale che del territorio. Oggigiorno, nel mondo della globalizzazione e del livellamento culturale, nulla pare irraggiungibile, aerei, treni ad alta velocità e colossali transatlantici inaffondabili ci portano ovunque e noi godiamo mentre, abbronzati, ci scattiamo “selfie” con sfondi esotici e che fanno tanto moda “blogger”: è evidente che non si esce dal tranello della società dei consumi.  Per me l’ “Oriente” è qualcosa che conosco appena, un’infinità di mistici saperi che ancora non ho avuto modo di approfondire e studiare.
L’ “Oriente” è un enigma che l’ “Occidente” non potrà mai risolvere. La parola deriva dal latino “orior”, “nascere”, riferito al Sole che sorge; in geografia diventa sinonimo di “levante”, termine che per assonanza di significato si collega a “Nippon”, uno dei nomi del Giappone, “Ji Pen Kwo”, letteralmente traducibile con “Paese dove sorge il Sole”.

Una delle tante definizioni recita: “L’opposto dell’oriente è l’occidente, associato viceversa al concetto di tramonto e decadenza”. E con questa serafica affermazione potrei anche terminare qui le mie riflessioni di oggi, ma volutamente continuo perché voglio portarvi nel luogo in cui Torino conserva il suo “Sol Levante”.  Nel cuore del Quadrilatero romano, mimetizzato tra ristorantini, “torterie” e locali chiassosi, sorge il MAO-Museo d’Arte Orientale. Il museo, uno dei più recenti tra quelli ospitati dalla città, ha sede a Palazzo Mazzonis, noto come “Palazzo Solaro della Chiusa”, abitazione dell’omonima famiglia. L’edificio venne restaurato nel 1870, divenendo proprietà del Cav. Paolo Mazzonis di Pralafera, importante industriale tessile. Successivamente esso fu adibito a sede della Manifattura Mazzonis s.n.c. fino al 1968, anno in cui l’attività cessò. Nel 1980 fu ceduto al Comune di Torino, nel 2001 il palazzo fu oggetto di altri restauri e finalmente il 5 maggio 2008 si inaugurò l’apertura del MAO. L’esposizione del MAO è formata dalle collezioni già precedentemente conservate nel Museo Civico d’Arte Antica e dai reperti provenienti dalle raccolte della Regione Piemonte, della Compagnia San Paolo e della Fondazione Agnelli.

Lo scopo è quello di rendere note al pubblico opere emblematiche della produzione artistica orientale. Il compito di curare l’allestimento interno è stato affidato all’architetto Andrea Bruno, il quale ha previsto una tipologia di esposizione a rotazione di circa 1500 opere disposte in cinque sezioni corrispondenti ai diversi piani del Palazzo: il primo ed il secondo piano sono dedicati al Giappone, il terzo ospita la “Galleria Himalayana” mentre il quarto, che conclude il percorso, offre preziosi esempi d’arte islamica.
Vi sono poi anche altre collezioni, come quella del Gandhara che comprende la produzione artistica dell’Afghanistan e del Pakistan nord-occidentale; una zona è dedicata all’India, in cui sono visibili sculture, busti, bronzi, terrecotte e dipinti su cotone originari del Kashmir e del Pakistan Orientale; un’altra area è dedicata al Sud-est asiatico, nella quale sono esposte opere della Cambogia, Myanmar, Thailandia e Vietnam. Un’ultima sala espositiva si propone di presentare al pubblico interessanti elaborati dell’arte islamica provenienti dalla Turchia, dalla Persia e dall’Asia Centrale.

Eccoci allora pronti per la visita.
“Saltellando” tra un sanpietrino e l’altro, finalmente raggiungo l’ingresso del Museo. Appena varcata la soglia, pare subito evidente che stiamo entrando in un altro mondo: l’atrio fatto di vetrate e sabbia bianca propone un’elegante ricostruzione di un giardino “zen” giapponese con tanto di muschio e, proprio in linea retta con il mio sguardo, un saggio “Buddha” mi sorride, conscio della sua superiorità filosofico-intellettuale. Mi dimentico sempre di quanto sia grande il MAO, con i suoi quattro piani ricolmi di opere meravigliose, abilmente disposte e illuminate. Come molto spesso mi capita di dire, penso “la teoria la so”: i primi due piani sono dedicati al Giappone, dovrei trovare dapprima dipinti, paraventi e sculture lignee, poi armature e preziose stampe, al terzo piano, invece so che ci sono rari esemplari di “thang-ka” tibetani mentre all’ultimo dovrei trovare, tra gli altri ricercati oggetti, alcune copie del Corano.
Solo per non creare più dubbi del necessario, “thang-ka” in tibetano significa “messaggio registrato” o “arrotolato” e indica dei dipinti didascalici che danno degli aiuti per la vita, in quanto ogni dettaglio rappresentato cela un significato preciso e profondo. Questa è la teoria, in pratica inizio il percorso e subito mi perdo, un po’ a causa del mio inesistente senso dell’orientamento, un po’ perché appositamente mi voglio abbandonare in questo minuscolo viaggio sensoriale alla scoperta di ciò che “so di non sapere”.

Quando mi imbatto nel “Kongo Rikishi stante su base rocciosa” mi sembra quasi di incontrare un demone di Luca Signorelli: non sono riuscita a lasciare il mio occidentalismo fuori dalla porta. La scultura che mi trovo davanti è enorme, eseguita in legno di cipresso giapponese dipinto, alta 230,5 cm e risalente al periodo Kamakura, (seconda metà XIII secolo). L’opera è stata realizzata con la tecnica “yosegi-zukuri”, (pezzi assemblati) e rappresenta uno dei due “dvarapala”, ossia i guardiani del tempio e della dottrina buddhista, generalmente posti in coppia ai lati della porta dei monasteri. Il viso espressivo è segnato dalla particolare illuminazione della sala, gli occhi esorbitanti sono eccessivamente in fuori, la bocca è contratta ed esprime l’esplosività della sillaba “hum”, il terribile mantra delle divinità furiose. La penombra segna il petto nudo, ne esalta i muscoli e le vene in rilievo, la figura, imponente e possente, rispecchia i canoni della “Scuola Kei”, apprezzata dalla casta militare che a quell’epoca dominava il paese.

Mi sento come in un viaggio fantastico, le opere che vedo le percepisco come esseri alieni che mi dispiace non identificare e forse proprio per questo li scruto con l’attenzione di un pioniere.
Continuo a perdermi e intanto che tento di capire geograficamente dove mi trovo, incontro “Zhenmushou” e quasi mi spavento. Capisco di essere in Cina, sto guardando una creatura protettrice delle tombe, è una scultura in terracotta a impasto marrone-rosato, ingobbio bianco e pigmenti appartenente alla seconda metà VII secolo d.C, (dinastia Tang). Mi sento osservata di rimando, il mostro multicolore,-bianco, arancione, nero e rosso- è accucciato in una postura rigida e frontale, ha testa di animale, il muso largo e schiacciato, tiene le fauci spalancate, lunghe corna da antilope e piccole ali sul dorso. Mi accorgo della coda sinuosa che pare muoversi appena distolgo lo sguardo, ha artigli aguzzi nelle zampe e pancia piatta. Forse non è cattivo, ma preferisco allontanarmi.
Come inseguendo una bussola rotta mi trovo magicamente in India. I reperti sono assai numerosi, eleganti, agghindati e sinuosi come la “shalabhanjika” che mi conquista con la sua danza immobilizzata nella pietra. L’immagine, scolpita a rilievo nel marmo, raffigura la tipica movenza del corpo chiamata “tribhanga” che subito mi rimanda all’iconografia della danza del ventre, l’anca è incurvata, il busto si dispone di conseguenza e a me sembra di sentire dei campanelli sonanti in risposta a quei movimenti. La fanciulla ha il braccio alzato sopra la testa e con la mano sta afferrando un ramo rigoglioso, è la posa dello “shalabhanjika”, ossia “colei che spezza un ramo dell’albero”.

Un altro balzo temporale e geografico e sono in Tibet. Qui l’iconografia del Buddha la fa da padrona ed è proprio davanti ad uno di questi Buddha che decido di fermarmi. Mi avvicino alla teca e scruto la scultura –o forse è lui a guardare me- leggo la targa, c’è scritto: “akshobhya” che significa “l’Irremovibile”, “l’Imperturbabile”. La nomenclatura è più che azzeccata, il Buddha del Paradiso d’Oriente non si smuove davanti alla tentazione di Mara, “Morte” (dalla radice sanscrita “mri”), l’asura che cerca di distogliere il Buddha dal “Risveglio”. Gautama Buddha raggiunge così l’Illuminazione. La figura maestosa, il volto scolpito con un sorriso appena accennato, tipico del periodo Pala, siede in “vajrasana”, la mano sinistra è nel tipico atteggiamento meditativo, con l’altra sfiora il suolo, è, cioè, in “Bhumisparshamudra” ossia con il “gesto che chiama la Terra a testimone del diritto maturato in infinite vite precedenti”.
La sintesi non rientra nei requisiti necessari per raggiungere il Nirvana.

Trasportata dalla penombra arrivo al termine del percorso, sono circonda da preziosità islamiche e anche qui sento la vastità della definizione -tutta occidentale- di “arte islamica”, con cui si identifica la produzione artistica eseguita in quasi mille anni, dalla fondazione dell’Islam (ad opera del profeta Maometto, nel VII sec. d.C,) fino al XVII secolo, quando iniziano a definirsi i grandi imperi islamici. Soprattutto in un primo momento i motivi che caratterizzano tale produzione artistica sono disegni geometrici e vegetali, come quelli che decorano la cupola della roccia di Gerusalemme (VII sec. d.C.). L’artista musulmano deve seguire alcuni dettami estetici, definiti dal Profeta: “Dio è bello e ama la bellezza”; “Dio ha iscritto la bellezza in tutte le cose”; “Dio desidera che se fate qualche cosa, ciò sia fatto alla perfezione”; “Il Lavoro è una forma di adorazione”.  In questo contesto mi colpisce un manoscritto proveniente dalla Persia, il Commentario sulle “40 Tradizoni”, databile al periodo timuride. L’opera è attrib uita al Profeta, tradotta dal poeta Ahmad al-Jami e copiata dal calligrafo Muhammad al-Sabzevari. Il testo, scritto in grandi caratteri “muhaqqaq” è stilato in oro con vocalizzazioni in blu, i caratteri più piccoli e neri sono persiani (“rayhani”), i primi due fogli sono interamente miniati in oro e colori.
Immersa tra tali reperti, mi sembra difficile capire come sia stato possibile arrivare alle miserie violente che purtroppo continuano a non cessare là dove l’integralismo religioso ha vinto sulla cultura e sulla bellezza.

Il mio viaggio è finito, l’astronave su cui ero salita mi ha riportato a “riveder le stelle” occidentali, non mi resta che mescolarmi tra la folla chiassosa, conscia del fatto che quando si torna da un viaggio, non si è mai la stessa persona di prima.

Alessia Cagnotto