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Orangogo, il motore di ricerca degli sport che aiuta a scoprire il proprio talento

Il punto di vista / Le interviste di Maria La Barbera

Giulia Pettinau, fondatrice e Ceo della startup a vocazione sociale, ci racconta come è nata la sua creatura digitale.

Torinese, trentanove anni, una laurea in Marketing Territoriale, Giulia Pettinau è la fondatrice di Orangogo, motore di ricerca degli sport, primo in Italia nel suo settore dopo una costante ascesa iniziata nel 2018 e 22.500 società sportive iscritte.
Determinata, entusiasta e vulcanica, la fondatrice di questa start up di successo destinata a diventare una PMI innovativa, ha le idee chiare su cosa vuole per la sua creatura digitale e ci racconta quale è stato il cammino che l’ha portata a dare vita ad un’impresa che, attraverso lo sport e la sua approfondita conoscenza, migliora la vita delle persone.
Il successo di Orangogo si deve all’intuizione della sua fondatrice, capace di intravedere opportunità concrete al di là delle proprie inclinazioni e dei propri desideri, ma anche alla volontà e al duro lavoro delle persone che inizialmente insieme a lei, quando l’azienda percorreva i primi passi, hanno creduto in questo progetto. I risultati positivi sono anche il frutto, come afferma Giulia Pettinau, di un modello di business gentile, del rispetto e dell’entusiasmo che evita di ricorrere ad un atteggiamento aggressivo che erroneamente viene associato alla competenza e alla sicurezza. Una azienda che innova il sistema legato allo sport, dunque, ma che vuole rilanciare, allo stesso tempo, valori come la disponibilità e la cortesia, un progetto che cerca di scardinare quei luoghi comuni che legano troppo spesso il successo unicamente ad una condotta imprenditoriale cinica.

3 domande a Giulia Pettinau

Dottoressa Pettinau come è nata l’idea di creare un motore di ricerca dello sport?
Orangogo è il prodotto di un percorso complesso e ricco, il frutto di diverse esperienze professionali, dalla consulenza aziendale agli incarichi come marketing manager in differenti ambiti come la robotica o il mercato immobiliare, ma anche del cambiamento avvenuto dopo una pausa di riflessione durante la quale il desiderio di stare a contatto col mare ed insegnare surf ai bambini mi ha fatto capire cosa volevo fare e cosa non doveva mancare più nella mia vita: lo sport. E’ stata una rinascita che mi ha portato ad una maturazione interiore, una evoluzione personale che ha determinato anche la mia carriera professionale come imprenditrice.

Cosa è esattamente Oragogo, come funziona?
E’ il motore di ricerca degli sport che fa scoprire alle persone i propri talenti. Lo sport diventa lo strumento per capire cosa ci piace veramente e per cosa siamo naturalmente portati. Lo sport, inoltre, ti fa vivere meglio e anche “performare” meglio, questo lo vediamo ad esempio nel lavoro. Abbiamo cominciato occupandoci esclusivamente dei bambini e dei centri estivi, poi ci siamo allargati e dedicati anche agli adulti. Attraverso il nostro sistema gli utenti possono cercare le attività a cui sono interessati, scoprirne le caratteristiche e le abilità che aiutano a sviluppare, sia fisiche che mentali, anche grazie a schede dedicate complete di ogni informazione. Ai centri sportivi membri, invece, siamo in grado di fornire un sistema per coordinare le diverse attività professionali, dalle iscrizioni ai pagamenti, dai documenti ai tornelli virtuali (durante la pandemia abbiamo creato integrazioni tecnologiche per essere conformi alle norme vigenti).
In sostanza mettiamo in contatto le persone con lo sport e con chi lo gestisce, siamo promotori del benessere che passa attraverso la pratica di discipline che favoriscono molteplici capacità e attitudini.

Ci sono novità all’orizzonte per Orangogo?

Intanto stiamo procedendo con il fund rising per l’aumento di capitale ed è molto seria l’intenzione, il prossimo anno, di allargare il nostro business espandendoci in Europa. Un’altra novità a cui teniamo molto e che conferma la nostra vocazione sociale è il miglioramento della questione delle disabilità. Stiamo lavorando con molto impegno affinché nel nostro motore di ricerca la distinzione delle disabilità abbia una connotazione netta, che le diverse capacità di praticare le varie discipline siano divise in categorie chiare così da poter fornire agli utenti indicazioni su quanto ogni struttura sia in grado di assistere ogni singola problematica. Il mio sogno è che un giorno i Giochi Paralimpici si svolgano all’interno delle Olimpiadi, naturalmente con tutte le cautele e gli interventi del caso, perché lo sport sia un punto di riferimento per una società inclusiva e garante di pari opportunità.

 

 

 

 

Un sorso di storia e di cultura: “Venezia da bere”

LIBRI / “VENEZIA DA BERE”: il nuovo libro della giornalista milanese Alessandra Iannello. Un sorso di storia e di cultura alla scoperta delle nuove tecniche di preparazione del cocktail più famoso nato all’ombra della Laguna Veneta, lo Spritz.

Venezia. Utilizzata come location per tantissime pellicole cinematografiche, fonte di ispirazione per scrittori e poeti, oggetto di numerosi dipinti ad opera di famosi autori nazionali ed internazionali, sede di uno dei Festival del Cinema più importanti del mondo, è stata messa sotto la lente d’ingrandimento anche per un altro aspetto non meno importante: i bar tender e le coraggiose iniziative manageriali dei locali storici di una delle piazze più famose al mondo, Piazza San Marco, hanno fatto da apripista alla ripresa volta alla valorizzazione della promozione della tecnica più in voga in questo momenti, quella della “mixologia” , nella realizzazione di numerosi cocktails legati alla ricetta base di quello che è considerato originario della città di Venezia, lo Spritz.
“Venezia da Bere”, nelle librerie dal 20 settembre, di Alessandra Iannello, in collaborazione con il giornalista eno gastronomico Marco Gemelli (ed. Il Forchettiere, 200 pag. 18 euro), raccoglie gli indirizzi, le storie, i protagonisti e i signature dei 25 migliori cocktail bar di Venezia, divisi per sestieri (senza tralasciare la Giudecca, il Lido e le isole).
Sento Alessandra al telefono: finalmente riesce a dedicare del tempo alla redazione del Torinese, per raccontarci e ad emozionarci sul percorso realizzato per la stesura del suo libro.

R: “ Come mai tu e Marco Gemelli avete deciso di scrivere ed editare un libro sulla mixology a Venezia?

A: “Quest’anno ricorrono i 1600 anni dalla fondazione di Venezia. Così ho deciso di proporre a Marco Gemelli, editore del magazine online Il Forchettiere ed editore dell’omonima casa editrice, di fare una guida ragionata sui cocktail bar di Venezia. Ho pensato a Marco perché, oltre a essere un amico di lunga data, ha grande esperienza nell’editoria dedicata alla mixology. Infatti Il Forchettiere ha editato, fra l’altro, “Toscana da bere “ scritto da Marco e Federico Bellanca. Ma anche “Cocktail estetica” di Luca Manni e “Gingegneria applicata “di Lorenzo Borgianni. “

R: “ Saranno raccontati solo cocktails ispirati alla tradizione veneta o, come è nello spirito storico di Venezia stessa come sede di incrocio di popoli e culture diverse, ne avete illustrati anche altri di diverse tradizioni liquoristiche?

A: “ I barmanager ci hanno raccontato le loro creazioni che vanno dai più tradizionale Spritz o Bellini fino ai più innovativi cocktail che impiegano materie prime della Laguna passando per i twist delle pietre miliari della cocktaileria mondiale. Inoltre abbiamo anche raccolto i tributi delle 20 regioni alla tradizione veneziana. Fra questi ci sono lo Spritz di Torino, dove il bitter è sostituito dalla quintessenza della piemontesità con 9 di Dante Vermouth di Torino Superiore, o quello romagnolo con Lambrusco e aceto balsamico di Modena IGP. “

R: “ Se dovessimo preparare uno spritz casalingo secondo la vera tradizione veneta, quali ingredienti non dovrebbero mai mancare?

A : “Lo Spritz è entrato nel 2011 nella lista degli Offical Drinks di IBA (International Bartender Association) che ne codificato il disciplinare che prevede 90 ml di Prosecco, 60 ml di Aperol e una spruzzata di soda.

R: In quali città state promuovendo il libro e quali riscontri avete tra il pubblico o tra gli addetti ai lavori ?
A: “ Abbiamo presentato il libro a Venezia il 20 settembre scorso con un evento alla Locanda della Fenice, uno storico cocktail bar cittadino. Siamo poi stati a Firenze nel calendario della Florence Cocktail Week. Le prossime tappe vedono Milano dopo la seconda metà d’ottobre e, la data non è ancora stata fissata, Torino e Roma. I riscontri sono stati ottimi tanto che Venezia da bere è stato inserito nei libri di testo di alcune scuole di mixology del Veneto.

R : Il cocktail che più ti rappresenta e che potrebbe rappresentare questo periodo di ripartenza ?
A: “ Come ho scritto nel libro il mio cocktail preferito è il Citrus Lavander Sage Spritzer di Starbucks con lavanda (il mio profumo d’elezione), salvia e limone. Per quanto riguarda questo periodo di ripartenza, la grande voglia di uscire e ritrovarsi fanno sì che ogni cocktail sia perfetto!

Molto altro ancora in questo meraviglioso viaggio tra i bacari di Venezia, le interviste ai personaggi che hanno fatto la storia del bere miscelato, le curiosità e gli aneddoti legati al mondo dei cocktail e i piatti d’autore degli chef del territorio realizzati secondo abbinamenti ben studiati con lo Spritz o il Bellini.
“Venezia da Bere” è un autentico itinerario nel mondo della mixology in Laguna, un viaggio dove storie, luoghi e personaggi si mischiano come gli ingredienti di un buon cocktail in un bicchiere.

Chiara Vannini

 

Nella foto di copertina Alessandra Iannello e Marco Gemelli (credits ph Luca Managlia) 

 

 

 

“Eva, la mela e il serpente” per capire la Bibbia

LIBRI / Una disamina sull’Antico Testamento lucida, affascinante e al tempo stesso capace di coniugare ironia a precisione, è quella che emerge dal libro scritto da Pierpaolo Maria Anselmetti, dal titolo “Eva, la mela e il serpente”.

 

Il titolo risulta già emblematico nell’evidenziare lo scarto presente tra il contenuto realmente espresso dalla Bibbia e quello che ci è  pervenuto, attraverso le successive versioni, i tagli e le scelte, spesso dettate dalla volontà  di perseguire un preciso obiettivo.

“La Bibbia – precisa l’autore Pierpaolo Anselmetti, nella vita ingegnere informatico – risulta il libro più  stampato al mondo ma meno letto, soprattutto poco in maniera approfondita, e spesso oggetto di fraintendimenti, tra i quali quello riguardante la creazione di Eva dalla costola di Adamo o quello relativoall’episodio secondo cui Eva avrebbe mangiato la mela offertale dal serpente. Per accostarmi in maniera più  approfondita alla lettura della Bibbia, con strumenti più  adeguati, ho iniziato a studiare la lingua ebraica e mi sono accorto che certi termini biblici sono stati oggetto di traduzione incerta o quantomeno controversa”.

“Nella Bibbia – precisa l’autore – non è  presente il monoteismo, quanto piuttosto la monolatria, l’adorazione di un solo Dio, che risulta vendicativo e dai caratteri non spirituali ma terreni, pronto a ‘passare a fil di spada uomini, donne e bambini ‘, per conquistare la terra promessa, o ad applicare la pena di morte per lapidazione nel caso in cui non venissero osservati i suoi comandamenti.

Il primo mito da sfatare risulta, infatti, quello della vicenda di Eva e della mela. Il tema del peccato originale è  considerato dagli stessi esegeti cattolici una invenzione di San Paolo, che ha creato le basi del Cristianesimo. Sebbene le immagini e credenze relative al serpente risultino essere state radicate nella maggior parte di noi dalla più  tenera età  e siano state date per scontate, in realtà in tutto il testo dell’Antico Testamento non compare la parola “mela””.

“Nella Bibbia – aggiunge Pierpaolo Anselmetti –  non si trova neanche l’immagine della grotta di Gesù bambino, in quanto l’unico Vangelo canonico che fornisce qualche dettaglio sulla vita di Gesù è quello di Luca. L’immagine della grotta e della mangiatoia, citata nel protovangelo di Giacomo, rispondepiuttosto a quella credenza rafforzatasi con il Cattolicesimo, che vuole consolidare la fede in un Dio nato povero in mezzo ai poveri, allo scopo di far sentire in colpa le classi sociali più agiate, di modo che devolvessero maggior denaro alla Chiesa stessa”.

Un capitolo del Libro è  dedicato alla “Gloria”, che l’autore precisa non essere nell’Antico Testamento la gloria di Dio, ma del Signore (YHWH). L’autore cerca di capire il significato del termine, che è stato piuttosto dibattuto, in quanto la lingua ebraica non presenta vocali e il termine ebraico risulta di difficile traduzione. Per esemplificarne meglio il senso riporta il passo il cui è  il Signore a parlare a Mose’ . Si tratta del ben noto passo dell’attraversamento del Mar Rosso, in cui figurano un popolo di inermi in fuga, un esercito molto potente con carri e cavalieri al suo inseguimento, la gloria di YHWH sufficiente a terrorizzarli e farli travolgere dalle acque. YHWH fa vedere la sua gloria agli Israeliti per rassicurarli e lo fa attraverso una nube. La Gloria è  anche presente nel passo in cui il Signore consegna la tavola delle leggi a Mose’. Ricompaiono la nube e la gloria nel momento in cui Mose’ (nell’ultimo capitolo dell’Esodo), ha terminato la costruzione della tenda. Nel Levitico la Gloria compare anche a seguito del compimento di sacrifici.

Il libro è  edito dalla casa editrice torinese Paola Caramella Editrice.

“La Bibbia –  prosegue l’autore – non ci è pervenuta nella sua versione originale. È  stata trascritta in lingua ebraica, che non veniva, però, parlata dagli antichi Israeliti. Le traduzioni attuali si basano sul codice di Leningrado, risalente agli anni intorno al Mille. Le versioni dell’Antico Testamento , di cui si può usufruire attualmente, sono in realtà delle trascrizioni realizzate tra il IV e il X secolo dell’era cristiana, di cui nessuna coincide con l’altra”.

Si possiedono in effetti ben ottantamila varianti, un numero che potrebbe sembrare sconcertante, ma comprensibile se valutiamo i secoli che ci separano dalla nascita di questo testo sacro. Alcune contraddizioni si possono cogliere, per esempio, nei libri della Genesi, in cui, nel primo (25,26), si afferma che Dio creò prima l’uomo, mentre nel secondo libro ( 18,19) si afferma che creò per primi gli animali. Risulta anche contraddittorio il numero di specie di animali saliti sull’arca, indicato in sette paia in Genesi 7:2  e 7:3 e in solo due paia in Genesi 6:19. Altrettanto controversa risulta la data di costruzione del tempio in Egitto, indicato nel primo libro dei Re nell’anno 480 dopo l’uscita degli Israeliti dal Paese d’Egitto, mentre nel primo libro delle Cronache si evince che Davide , figlio di Iesse,  avrebbe regnato 40 anni su Israele, 7 anni in Ebron e a Gerusalemme. Altrettanto controverso il fatto che Saul abbia consultato o meno il Signore e l’identità di chi spinse Davide al censimento, se sia stato Satana o Dio.

Nel libro, che presenta come sottotitolo “Curiosità e riflessioni sulla Bibbia e la religione”, Pierpaolo Anselmetti  ci conduce alla scoperta di un volto della Bibbia per moltissimi lettori inedito, rivelando come i Pagani santificassero la domenica e come in origine il giorno indicato per essere santificato, nell’Antico Testamento fosse, invece, il sabato; come la schiavitù fosse accettata dagli Israeliti e anche la poligamia, tanto che Giacobbe ebbe quattro mogli, di cui due sorelle tra loro, e le altre due schiave delle sorelle. Dalla loro unione nacquero dodici figli, ifondatori delle dodici tribù di Israele.

Dalla lettura di questo libro si potrà ricavare un’analisi acuta e non scontata del Cristianesimo e del Cattolicesimo, approfonditi utilizzando un approccio nuovo, ma mai banale, privo di pregiudizi, e dettato dalla curiosità e dal desiderio di ricerca nei confronti di un tema da sempre dibattuto nella storia, quale è la religione.

Mara Martellotta

Il cielo sopra Torino

IL PUNTASPILLI di Luca Martina  

Nel film “Il cielo sopra Berlino” si racconta la storia di due angeli, Damiel e Cassiel, che si aggirano per la città con lo scopo di ascoltare i pensieri dei vivi.

Uno di loro si affeziona così tanto alla città ed alla sua gente che decide di diventare umano e di abbandonare la sua esistenza spirituale.

A questo mi ha fatto pensare la “Italian Tech Week” tenutasi a Torino il 23 e 24 settembre.

L’evento ha ospitato molti “angeli” che per due giorni si sono aggirati nella nostra città per osservarla e coglierne le potenzialità.

Si sono succeduti sul palco giovani imprenditori (“startuppers”) e meno giovani esperti e visionari, a testimoniare il nostro dinamismo e la capacità di innovare senza lasciarsi scoraggiare dalle tante difficoltà poste dal nostro ecosistema.

Non è certo difficile innamorarsi del nostro Paese e la stessa Torino possiede un grande fascino ma perché esso possa sfociare in vero amore occorre una maggiore consapevolezza delle nostre potenzialità ed un progetto concreto che lo possa sostenere.

La due-giorni di respiro internazionale (tra gli ospiti, in diretta dalla sede di SpaceX nel Texas, anche Elon Musk) ha fatto da virtuale introduzione alla settimana che ha condotto alle elezioni del prossimo sindaco.

Chi prenderà il testimone di Chiara Appendino dovrà sostenere il fardello di rilanciare il ruolo della prima capitale italiana, più che mai in cerca di una sua nuova identità (dopo la crisi del settore automobilistico che l’aveva sostenuta nel secolo scorso).

Ma il peso sulle spalle del nuovo primo cittadino potrebbe anche tramutarsi in un paio di possenti ali se saprà gestire il suo incarico con una chiara visione del futuro e la volontà (e capacità) di coinvolgere le, per fortuna numerose, eccellenze cittadine.

Tra queste possiamo già annoverare, dopo il successo della sua seconda edizione, proprio la Tech Week che ha acceso i riflettori sulla nostra città, mettendo bene in luce come le nuove iniziative, le “startups”, possano diventare un importantissimo volano di crescita.

Forse non è davvero un caso che i soggetti privati che aiutano, investendo il proprio denaro, le imprese nascenti siano chiamati “angel investors” (o “business angels”): proprio come gli esseri che nel film di Wim Wenders vigilano su Berlino, si innamorano delle storie (aziendali) umane più interessanti e le accompagnano nel loro percorso.

A fare il punto sulla situazione  del settore è stato l’intervento di Yoram Wijngaarde, il fondatore di @Dealroom.co, un formidabile archivio di dati globale che punta ad intercettare (investendoci) ed a seguire le aziende più promettenti.

L’imprenditore olandese ha ben sottolineato il contributo economico ed occupazionale che possono fornire le aziende innovative.

Negli Stati Uniti le startups, principalmente tecnologiche, sono già il maggiore generatore di occupazione, con il 24% del totale.

Nella Baia di San Francisco (nei dintorni della quale si trova la “Silicon Valley”) quasi il 70% dei posti di lavoro sono creati da aziende di nuova costituzione.

In Italia oggi il loro peso è pressoché inesistente ed anche il numero di potenziali “unicorni” (imprese innovative con un valore stimato superiore al miliardo di dollari), 12 in tutto, impallidisce di fronte quello britannico, 213, francese, 104, tedesco, 94, e spagnolo, 25.

La buona notizia è che l’Italia sta crescendo e si trova nella stessa posizione della Francia 7 anni fa o della Spagna 4 anni orsono.

E’ confortante, inoltre, sapere che nella tecnologia una strategia vincente può consentire di bruciare le tappe e scalare le classifiche con estrema velocità.

Si tratta, ad esempio, di quanto è successo alla Germania, con l’affermazione di Berlino come una delle capitali mondiali dell’innovazione, negli ultimi anni.

L’auspicio è che la nuova amministrazione cittadina possa consentire a Torino di (tornare a) giocare, per l’Italia, lo stesso ruolo trainante nelle tecnologie assunto dalla capitale tedesca.

Le OGR (Officine Grandi Riparazioni) che hanno ospitato la Tech Week sono un simbolo vivente, e molto vitale, di come si possa rigenerare un luogo abbandonato e mi piace reinterpretare la sigla come un imperativo, che ben si confà alla nostra città: “Ogni Giorno: Rinascere!”

Dal cielo sopra Torino gli angeli ci guardano ma dovremo essere noi a fare il massimo per convincerli a scendere… e ad aiutarci a volare.

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Camille Kouchner “La famiglia grande” -La Nave di Teseo- euro 18,00

Questo libro autobiografico di Camille Kouchner ha avuto un effetto deflagrante e provocato uno scandalo nelle alte sfere della cultura e della politica francesi, perché racconta le perversioni esercitate dal famoso politologo Olivier Duhamel, sui figliastri della moglie Evelyne Pisier. Lei è scrittrice, ma soprattutto, una rinomata politologa, una delle prime donne docenti di Scienze politiche e Diritto Pubblico.

Questo è il primo romanzo di Camille Kouchner, nata a Parigi nel 1975 da Evelyne Pisier e dall’ex ministro Bernard Kouchner: medico, co-fondatore di “Médecine sans Frontiere” e “Médecine du Monde”, ministro nel governo Sarkozy-
La madre Evelyne è una donna fuori dagli schemi; negli anni giovanili a Cuba aveva avuto una relazione amorosa col leader maximo Fidel Castro; poi aveva fatto carriera come saggista femminista.
Dopo aver sopportato dal marito abbondanti tradimenti e distanza siderale, lo lascia.
Si risposa con Duhamel; famoso conduttore televisivo e commentatore di notizie politiche: eurodeputato dal 1997 al 2004; autore di un testo sacro per migliaia di studenti di giurisprudenza, “La Constitution de la Cinquiéme République”.

La storia al centro del romanzo di Camille è torbida, ma raccontata con lucidità e bravura estreme.
Siamo alla fine degli anni Ottanta in una colta famiglia di intellettuali di avanguardia. Evelyne ha portato con sé i figli avuti dal primo matrimonio: Colin e i gemelli Camille e Victor che all’epoca del divorzio avevano 6 anni. Poi lei e Duhamel adotteranno altri due bambini più piccoli.
E’ questa la famiglia grande che ogni estate a Sanary sur Mer, (tra Tolone e Marsiglia), in un’immensa villa con piscina, trascorre vacanze indimenticabili e pullulanti di amici altolocati e brillanti, ospiti variamente assortiti.
Una sorta di festa mobile in cui girare nudi è normale, insieme a promesse di libertina socialità.
Famiglia decisamente atipica, aperta a nuove idee liberali, di emancipazione e rottura delle regole borghesi.
Però non è tutto oro quello che luccica, perché il nuovo compagno della madre (10 anni più giovane di lei) sembra amarli come fossero figli suoi e in questo eccede. Di notte, furtivo, entra nella stanza di Victor e lo molesta sessualmente. Il gemello racconta tutto alla sorella «…nella stanza è venuto nel mio letto e mi ha detto “te lo faccio vedere io. Vedrai, lo fanno tutti” Mi ha accarezzato e poi sai…»
Incesto, perversione e traumi che saranno permanenti in Victor e Camille, che all’epoca del fattaccio avevano tra i 10 e i 15 anni. Giovani, travolti da qualcosa di incomprensibile e molto più grande di loro, custodiscono il terribile segreto, che riusciranno a raccontare alla madre solo 20 anni dopo.
Ma si troveranno davanti il muro invalicabile della reazione di Evelyne che difende il marito, minimizza il fatto e mantiene il segreto.
L’unico appoggio lo avranno dalla zia, sorella di Evelyne. La famosa attrice di teatro e cinema Marie-France Pisier, ex compagna del regista François Truffaut, che nel 2011 viene trovata morta nella sua piscina con la testa incastrata in una sedia. Morte misteriosa: suicidio -che è ricorrente in questa famiglia in cui i nonni materni si erano tolti la vita- o omicidio?
Camille Kouchner inizia questo potente romanzo partendo dal funerale della madre, morta nel 2017, dopo aver tagliato i ponti con figli e sorella, rimasta ancorata al suo legame con Duhamel. L’ “l’orco”, l’uomo potente che ora ha lasciato il suo incarico di Presidente della National Foundation for Political Science in seguito all’uscita del libro.
Pagine che puntano il dito anche contro il clima di omertà; sembra che tanti sapessero cosa accadeva tra patrigno e figliastri, ma si erano guardati bene dal rompere il silenz

Therese Anne Fowler “Un bel quartiere” – Neri Pozza- euro 18,00

In questo romanzo la scrittrice americana racconta l’amore tra due adolescenti dalla pelle diversa. Juniper bianca, Xavier di colore; una sorta di Romeo e Giulietta contemporanei che si trovano a combattere contro le loro famiglie che sono vicine di casa e si detestano. E’ anche un ritratto impietoso dei pregiudizi che ancora serpeggiano in America.
Tutto ha inizio quando nel tranquillo quartiere borghese di Oak Knoll, nella Carolina del Nord, si trasferiscono i Whitman; bianchi e decisamente benestanti. Il patrigno di Juniper, Brad, ha fatto fortuna con la sua ditta di climatizzatori ed ora è un pasciuto riccone. Con lui vivono la sportiva, tonicissima e provocante moglie Julia, e le figlie Lily e la timida ed insicura Juniper alle prese con una difficile adolescenza.
Il loro arrivo non passa inosservato, anche perché Brad ha fatto costruire una sontuosa piscina al posto degli alberi che regalavano un po’ di ombra ai vicini, gli Alston-Holt. Famiglia di colore formata dalla madre Valerie, professoressa di silvicoltura ed esperta botanica, amante della natura rigogliosa fatta di alberi maestosi, fiori e piante da frutta. Con lei vive il figlio Xavier, talentuoso giovane appassionato di chitarra classica che in autunno partirà per il San Francisco Conservatory of music.

Due famiglie che più diverse non potrebbero essere e due giovani alle prese con lo scatto dall’infanzia all’ adolescenza piena di sogni e insicurezze.
Gli adulti si detestano fin da subito.
Brad incarna tutto quello che Valerie detesta: arricchito, privo di buon gusto, sbruffone che si ritiene superiore agli altri perché è riuscito a fare i soldi partendo dal nulla, privo di sensibilità ed ironia.
I due ragazzi invece, fin dal primo sguardo, si attraggono come calamite. Javier è di una bellezza mozzafiato, ha talento da vendere ed è piacevolmente estroverso. Juniper con questo crescente affetto lenisce le sue insicurezze e trova rimedio allo smisurato bisogno di affetto.

Poi qualcosa accade tra i due ragazzi che vengono scoperti da Brad e sarà l’inizio di una faida. Dolorosamente scandita da denunce, accuse ingiuste, tonnellate di pregiudizi verso i neri, ai quali basta un dito puntato contro da un bianco per finire alla gogna ed avere la vita, con i suoi grandi sogni, totalmente sfracellata.

Emily Itami “Ballata malinconica di una vita perfetta” – Mondadori- euro 18,00

L’autrice -che è anche giornalista e scrittrice di viaggi- è nata da madre giapponese e padre britannico. Cresciuta a Tokyo, ora vive a Londra con il marito e due figli maschi. Si definisce “ibrida”, ovvero a cavallo tra due culture che hanno codici differenti.
In questo suo primo romanzo imbastisce una storia che svela quanto siano strette le maglie della società nipponica, e lo fa in pagine scorrevoli, dai toni ironici, ma anche amari.

Apparentemente è la storia di una relazione extraconiugale, ma la verità è che Itami la usa come pretesto per raccontarci come in Giappone la famiglia sia al centro di tutto, e come ci si aspetti che le donne svolgano un ruolo fondamentale di accudimento a marito e figli.
La protagonista Mizuki è una quarantenne che sembra avere il meglio: un bel marito e splendidi figli, denaro, una bella casa nel centro di Tokyo. Una privilegiata che di fatto però è attanagliata dall’infelicità.
Ha rinunciato ai suoi sogni giovanili di realizzazione, accarezzati quando viveva a New York e avrebbe tanto voluto diventare una cantante.
Poi lo step del matrimonio, un marito parecchio assente per motivi di lavoro, e lei che di fatto è colf, baby sitter, infermiera, autista e fondamentalmente una sorta di giocoliere dedito a 360° alla famiglia, 24 ore al giorno per tutta la settimana.
Il romanzo pullula di divertenti sketch di piccoli momenti di vita familiare che testimoniano quanto Mizuki ami la sua famiglia; però c’è anche il rovescio della medaglia. Stanchezza, frustrazione, e smarrimento.
«La mia vita aveva una protagonista che non ero io. A volte non mi capacito di come sia finita in questa situazione: ho scelto con cura un uomo, ho scelto con cura di avere dei figli, senza però rendermi conto che avrebbe comportato dire addio a tutto il resto». E’ questa la sintesi che la protagonista traccia del suo malessere e il resto vi dirà ancora tanto altro.

 

S.J. Bennett “Il nodo Windsor” -Mondadori- euro 18,00

E’ divertentissima l’idea della regina Elisabetta II di Inghilterra trasformata in detective dal fiuto infallibile.
E’ quello che accade in questo libro, il primo di una serie che proseguirà a novembre con un altro caso intricato al quale la sovrana più longeva della storia applicherà tutto il suo acume.

In “Il nodo Windsor” Elisabetta è una sorta di Miss Marple, acuta e perspicace, alle prese con un imbarazzante delitto avvenuto proprio tra le mura dell’amato Castello di Windsor; una sorta di oasi di pace e libertà in cui la regina ospita e intrattiene in modo informale gli amici più cari.
Il fattaccio ha luogo nel 2016, pochi giorni prima del novantesimo compleanno di Elisabetta, quando viene trovato morto il giovane pianista russo Maskim Brodskij che aveva suonato per lei e i suoi ospiti.

Le modalità dell’assassinio sono peculiari perché il musicista viene scoperto cadavere nella sua stanza, completamente nudo. La cosa non scandalizza più di tanto la sovrana che si mette ad indagare su una serie di piccoli indizi. Ed è talmente scaltra ed osservatrice che finisce per risolvere lo spinoso caso prima che riesca a farlo il capo dei servizi segreti incaricato delle indagini.

Una curiosità che pochi sanno: pare che Elisabetta II sia davvero dotata della straordinaria capacità di risolvere i misteri, e si dice che il primo l’abbia svelato quando aveva 12-13 anni. Questo perché mentre tutti si concentrano sulla sua augusta persona, lei vede dettagli fondamentali che agli altri sfuggono.

 

Bill Clinton James Patterson “La figlia del presidente” -Longanesi- euro 22,00

In questo thriller si amalgamo perfettamente l’esperienza e le conoscenze della macchina politica dell’ex presidente degli Stati Uniti d’America Bill Clinton con la bravura di uno scrittore cult come James Patterson che garantisce ritmo e azione.

Matthew Keating è un ex Navy Seal che alla patria ha dedicato gli anni migliori della sua vita.
Soprattutto è l’ex presidente degli Stati Uniti d’America; ha mancato la rielezione dopo il primo mandato a causa delle manovre subdole del suo stesso partito. Così è stato spodestato dalla Casa Bianca, mentre al suo posto è stata eletta la sua vice, l’ambiziosa Pamela Barnes.
Amareggiato e deluso si è ritirato in una magnifica tenuta in mezzo alla natura, sul Lake Marie, nel New Hampshire.
La moglie Samantha -dopo essergli sempre stata vicina come Fist Lady- in accordo col marito, torna alla sua passione: gli scavi archeologici e la carriera universitaria presso la Boston University.

Poi c’è la loro giovanissima figlia adolescente, Melanie: brillante negli studi, sveglia, intelligente, più che matura per i suoi 19 anni. Ed è lei che viene coinvolta in un fattaccio, due anni dopo lo scadere del mandato presidenziale del padre.
Mel non ha più diritto alla scorta, in quanto per i figli degli ex presidenti è assicurata dal governo federale solo fino al compimento dei 16 anni. E da quando è libera di girare da sola come le pare e piace è decisamente più contenta e rilassata.

Con il suo ragazzo e compagno di studi Tim Kenyon decide di fare una gita in montagna. Mentre fa il bagno nuda con Tim in mezzo ai boschi di Mount Rollins nel New Hampshire, viene intercettata dal drone di un sanguinario terrorista, accompagnato da uno spietato killer.
Il giovane viene ucciso davanti ai suoi occhi e lei caricata a forza su un Suv nero che parte ad alta velocità rischiando un incidente con l’auto di una coppia che sterza al momento giusto, e scopre il cadavere del ragazzo.

Ecco avverarsi uno degli incubi peggiori per un genitore. Ma Matthew Keating non è un padre qualunque.
Esercita tutto il potere che gli è rimasto presso le alte sfere per ritrovare la figlia, che nel frattempo è rinchiusa in un bunker, imbavagliata e legata.
Più che altro Keating è un uomo di azione che non può stare fermo ad aspettare gli eventi.
Rispolvera le sue abilità di Navy Seals e si imbarca in una missione speciale e ad altissimo rischio.
In gioco ci sono la sicurezza nazionale e soprattutto sua figlia nelle mani di un criminale psicopatico. Azione e suspense sono garantiti fino all’epilogo.

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Giacobinismo anticristiano e clericalismo intollerante: dov’è la differenza?

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

Io non leggo mai gli articoli di Pier Giorgio  Odifreddi da quando anni fa ebbi modo di confrontarmi con lui su Giordano Bruno. E’ un ateo militante che ritiene  apoditticamente la religione incompatibile con la scienza. Sono grato al giudice Mario Griffey che stimo moltissimo, di aver citato una frase di Odifreddi che merita di essere conosciuta e che dà il senso della portata del suo pensiero 

Il prof. Quaglieni

Non va mai dimenticato che il professore si è diplomato in un istituto per  geometri e detesta la filosofia che non ha studiato a scuola. Ecco la frase: ”Se tutti i media rifiutassero di pubblicare notizie antiscientifiche sarebbe un grande balzo in avanti per l’umanità, che non verrebbe più sommersa da menzogne creative di ogni genere, comprese, ovviamente, quelle metafisiche e religiose”. E’ sicuramente accettabile la condanna delle fake news, anche se temo che una minaccia alla libertà di pensiero verrebbe  proprio da valutazioni come quelle del prof. Odifreddi  che nega la compatibilità fra  la scienza e il credere in Dio e mette invece in dubbio  addirittura la possibilità della democrazia a cui ha dedicato una pubblicazione. E’ persona che ripete da anni boutades che piacciono a molti per il tono usato che, a volte, appare divertente. Ma se fosse Odifreddi a stabilire quali sono le notizie pubblicabili e quali no temo molto che ritorneremmo ad un nuovo tribunale dell’Inquisizione laicista, un vero ossimoro. A rivelare qual è il suo modo di giudicare è il riferimento alle “menzogne metafisiche e religiose”. E’ l’ultimo laicista “furioso” dopo la morte di  Giulio Giorello e Carlo Augusto Viano, due filosofi che, pur nel loro ateismo esasperato e fideistico, non giunsero mai, nel loro estremismo  anticlericale,  ad affermazioni così esasperate.   Forse Odifreddi ritiene di essere un Russell redivivo, ma le differenze sono evidenti. Il fideismo ateistico è una forma di dogmatismo al contrario. Il definire menzogne  la metafisica e le religioni rivela una posizione incompatibile con la laicità, non foss’altro perché la laicità è rispetto per ogni idea e ogni fede. Ripeto per l’ennesima volta la distinzione di Norberto Bobbio  tra laicità e laicismo. Bobbio riteneva che quest’ultimo (che diventa spesso intolleranza antireligiosa) fosse incompatibile con la laicità. Mi sorge un dubbio: e se ci fosse qualcuno che ritenesse  delle fake news  i pensieri trancianti di Odifreddi? Cosa succederebbe? Dove finirebbe la libertà? Io continuo a fidarmi della capacità di discernimento  delle  persone, rifiutando autorità deputate a vietare la libera manifestazione del proprio pensiero. Fra il giacobinismo  anticristiano  di Odifreddi e il clericalismo intollerante  non c’è una sostanziale differenza  al di là delle apparenze.

A Lagioia il premio Lattes Grinzane

LIBRI / Nicola Lagioia, autore del romanzo La città dei vivi (Einaudi), è il vincitore dell’undicesima edizione del Premio Lattes Grinzane, promosso dalla Fondazione Bottari Lattes.

Il libro di Lagioia è stato il più votato dalle 25 giurie scolastiche delle superiori (delle quali ventiquattro in Italia e una a Madrid), per un totale di 400 votanti. La cerimonia finale si è tenuta ieri al Teatro sociale Busca di Alba.

I finalisti del Premio

Oltre al vincitore, questi i finalisti:

  • Kader Abdolah, Il sentiero delle babbucce gialle (Iperborea; traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo),
  • Bernardine Evaristo, Ragazza, donna, altro (Sur; traduzione di Martina Testa),
  • Maylis de Kerangal, Un mondo a portata di mano (Feltrinelli; traduzione di Maria Baiocchi),
  • Richard Russo, Le conseguenze (Neri Pozza; traduzione di Ada Arduini

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

La priorità è battere il grillismo – Il sindaco di Riace e il Generale Mori – La grande assente – Lettere

La priorità è battere il grillismo

In queste elezioni amministrative la priorità assoluta è battere il grillismo che tanto male ha provocato alle nostre città. Appendino è stata il peggior sindaco di Torino in assoluto e molti suoi assessori passeranno alla cronaca della città come personaggi al di là del bene e del male ,volendo nobilitarli con una citazione  di Nietzsche. Persino certi assessori socialdemocratici e democristiani  dell’epoca della prima Repubblica che   -inetti  politicamente  venivano considerati addirittura   semianalfabeti-  appaiono perfino  migliori perché c’erano sindaci capaci di fermarli e costringerli alle dimissioni. Qui, malgrado lauree e ostentate competenze, abbiamo assistito a delle scelte davvero impensabili : le piste ciclabili sono solo un piccolo esempio. Bisogna che l’elettore faccia sì che il grillismo non possa più nuocere. Chi per motivi di potere vuole reintrodurlo dalla finestra, va denunciato come un nemico di Torino. Auspicare inciuci a Torino per venire eletti  camuffati a Siena è vergognoso. In cinque anni Appendino ed associati hanno fatto del  male alla città come nessun altro; gli elettori che al secondo turno la elessero per fare un dispetto a Fassino , dovrebbero aver capito a loro spese l’errore commesso. Il “Sistema  Torino” che volevano abbattere, è più vivo che mai e si è inserito dappertutto.
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Il sindaco di Riace e il Generale Mori

Mori e Quaglieni

L’ex Sindaco di Riace Mimmo Lucano è stato condannato ad oltre tredici anni di carcere per associazione a delinquere, abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica. Io non sono in grado di valutare la condanna subita e l’operato del sindaco di Riace che ha subito trovato l’appoggio scandalizzato di tanti sostenitori che non hanno esitato ad attaccare i giudici in modo pesantissimo. Posso ricordare che quasi le stesse persone non hanno dimostrato nessuna solidarietà al Generale dei Carabinieri Mario Mori, assolto all’età di 82 anni  dopo un lunghissimo martirio giudiziario? Le idee di Lucano sono molto distanti dalle mie ,ma non mi lascio condizionare da questa difformità. Forse qualche riflessione sulla Giustizia e sui suoi critici a corrente alternata sarebbe necessaria .La presunzione di innocenza doveva valere per Mori e per Lucano, ma non è andata e andrà così .L’uso politico della Giustizia sarebbe un cancro da estirpare una volta per tutte. Non ci è bastato il caso Palamara per capire come sia davvero drammatica la situazione?

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La grande assente

La grande assente dal dibattito elettorale di questa tornata amministrativa è stata la cultura, considerata da molti solo a parole un elemento trainante del rilancio e della ripresa. E’ la prima volta che non vengo invitato neppure come ascoltatore,  ad un dibattito sul tema e non ho letto sui giornali  di dibattiti che si siano svolti con un confronto aperto e pluralistico. Aveva ragione l’assessore regionale alla cultura Giampiero Leo (nella foto) a concludere amaramente che la cultura non interessa la politica. Eppure tra i candidati ci sono anche alcuni che con parola orrenda sono definiti ”operatori  di cultura“ e persino “intellettuali”, parola ancora più sospetta e squalificata. Candidati sindaci hanno saltato a piè pari il tema ,preferendo portare lo scontro su altri argomenti ,comprendendo persino la presenza dei cinghiali in città. C’è’ invece   chi ha debordato dai temi amministrativi ,per toccare i referendum su eutanasia e cannabis ,che non hanno alcuna attinenza con la contesa elettorale,  o addirittura l’Afghanistan. Faccio un’osservazione da storico. I tempi del Sindaco Valentino Castellani e dell’assessore Ugo  Perone  sono davvero molto lontani. Persino il colto Valerio Zanone, quando divenne sindaco, mise tra parentesi il tema della cultura preferendo l’appoggio prezioso  del banchiere geom. Enrico Salza, invitatissimo anche questa volta, a 84 anni suonati, espressione del “Sistema Torino“ più di ogni altro. Come potenziale assessore alla cultura, al di là della collocazione politica,  forse c’è un solo candidato che ha dimostrato sul campo capacità, competenza e risultati indiscutibili  oltre la cinta daziaria di Torino a Matera e a Genova. Ma forse io non sono abbastanza informato  su altri possibili candidati:  i partiti hanno fatto ben poco per informarci , tenendo i toni della polemica su toni piuttosto bassi e complessivamente deludenti. Basterebbe citare la ruvida battuta di Chiamparino contro Damilano per avere un’idea del confronto a cui abbiamo assistito. Gli stessi giornali non hanno saputo – salvo Cronaca qui – coinvolgere in un dibattito che non fosse riservato ai candidati sindaci, quella che Bobbio avrebbe definito la Torino civile. Forse qualche idea in più sarebbe arrivata.
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Lettere   scrivere a quaglieni@gmail.com

Green pass ed elezioni
Ho molto apprezzato quanto Lei ha scritto a riguardo di green pass ed elezioni amministrative, evidenziando come al primo turno scrutatori e presidenti di seggio non dovranno esibire il green pass, mentre al secondo turno sarà obbligatorio. Io, nel dubbio di trovarmi in una situazione di pericolo, ho rinunciato a fare lo scrutatore sottopagato e, questa volta, anche a rischio COVID.  T.
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Chi ha steso il decreto sul green pass che entrerà in vigore il 15 ottobre, non ha considerato che in mezzo c’erano anche le elezioni. Votare non in sicurezza e costringere scrutatori e presidenti a subire quanto il lettore scrive, induce a riflessioni molto amare ed offensive per chi come me  ha difeso con coerenza  il green pass, subendo vere e proprie aggressioni mediatiche.