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Rubriche - page 25

L’isola del libro

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Rubrica settimanale a cura di Laura Goria 

Jeanine  Cummins  “Il sale della terra”  -Feltrinelli-  euro 18,00

Acapulco, Lydia e il figlio di 8 anni, Lucas, sono in bagno quando sentono i colpi a raffica che massacrano la loro famiglia – 16 persone- riunite in cortile per festeggiare la quinceañera di una nipote. Miracolosamente nascosti nella doccia riescono a scampare alla carneficina; ma da quel momento saranno soli al mondo e braccati dai narcotrafficanti.

Iniziano così 400 pagine a perdifiato che narrano l’allucinante corsa verso los Estados Unidos, di una giovane donna e del suo piccolo grande ometto, genio della geografia, che la tragedia ha fatto maturare di colpo. E il romanzo ci catapulta in qualcosa che per noi è inimmaginabile.

I retroscena del massacro vengono svelati strada facendo: il marito di Lydia era un giornalista integerrimo e aveva scritto un articolo sul nuovo jefe dei Jardineros. E’ Javier, criminale a capo di una pericolosa banda di narcos, con patetiche aspirazioni poetiche. Lydia l’ha conosciuto nella sua libreria e ha stabilito un rapporto fatto di intesa e confidenze. Eppure è lui che ha ordinato lo sterminio dei suoi familiari e non si fermerà finché non avrà ucciso anche lei e Luca, che per salvarsi si mimetizzano con le orde di migranti disperati.

“Il sale della terra”  è la sconvolgente storia della loro fuga: su treni da prendere in corsa col rischio di essere spappolati, incontri con personaggi dall’umanità dolente, profonda e varia, alcuni pronti a fregarli, altri invece amichevoli. Come le bellissime sorelle Soledad e Rebecca violentate dalla vita e dagli uomini; o Beto, 11enne di Tijuana cresciuto nella miseria di una discarica.

A guidarli verso il Norte -tra pericoli vari, arsura e sole bruciante del deserto, notti gelide e acquazzoni torrenziali- è il coyote El Chacal che, per lavoro, da anni, con durezza e perizia, porta i disperati verso il confine statunitense.

Un’Odissea che Jeanine Cummins -scrittrice spagnola, cresciuta nel Maryland, residente a New York- ha scritto dopo lunghe e approfondite ricerche, viaggiando da un lato all’altro del confine, per dare voce e rendere omaggio alle “migliaia di storie che non sentiremo mai”. E’ il primo dei suoi 4 romanzi tradotti in italiano e non vediamo l’ora di leggere gli altri

 

Franck Thilliez   “Il manoscritto”  -Darkside- Fazi Editore-  euro  18,00

E’ un thriller mozzafiato che non ha nulla da invidiare allo strepitoso “Il silenzio degli innocenti” (di Thomas Harris, pubblicato nel 1988, che ha ispirato l’omonimo film con Anthony Hopkins e Jodie Foster).

L’ingegnere e scrittore francese Franck Thilliez ha costruito una trama mozzafiato intorno a sparizioni, torture e omicidi di ragazze scomparse nel nulla, corpi scuoiati, mutilazioni, sadismo, masochismo, necrofilia e  perversioni varie e assortite. Tutto scritto con un ritmo incalzante che si presterebbe perfettamente alla trasposizione in film.

Il racconto inizia nel nord est della Francia, nei dintorni di Grenoble, con l’inseguimento di un’auto rubata la cui corsa si ferma in uno schianto. Nel bagagliaio i poliziotti scoprono l’orrore: il cadavere di una giovane il cui viso è stato scuoiato.

Intanto una famosa scrittrice di gialli arriva per assistere il marito vittima di un’aggressione e della conseguente perdita di memoria. Lei è Léane, firma i suoi libri con uno pseudonimo e la sua vita non è più la stessa da 4 anni; da quando la figlia Sarah è stata rapita ed è probabilmente la 9° vittima di un serial killer che non vuole svelare dove ha occultato il corpo. Una tragedia che ha fatto crollare il matrimonio con Jullian, ossessionato dall’idea di scoprire ad ogni costo cosa sia successo alla figlia. Leane rimette piede nell’isolata villa di famiglia sul mare nel nord della Francia e viene catapultata in un incubo senza fine.

 

 

A cura di  Maggie Fergusson  “Pezzi da museo”  -Sellerio-   euro  16,00

Dal Tenement Museum di New York al Kelvingrove di Glasgow, passando per quello acciaccato di Kabul o quello curiosissimo delle Relazioni Interrotte di Zagabria, spaziando tra Europa, America e Australia.

Sono 22 le collezioni straordinarie raccontate da altrettanti scrittori (non studiosi d’arte): dalle più famose a quelle di nicchia. Il libro nasce dall’incontro tra grandi autori (di cui trovate brevi note biografiche a fondo libro) e i musei sparsi per il mondo che li hanno affascinati. Visitatori d’eccezione capaci di raccontarci riflessioni storiche, culturali, ma soprattutto emotive ed affettive. Con sensibilità e in modo accattivante ci invitano a scoprire esposizioni uniche e particolarissime.

Spesso i racconti sono lo spunto per ripercorre le genesi delle collezioni esposte o per riannodare esperienze e gusti personali. Come l’inglese Jacqueline Wilson al Musée de la Poupée di Parigi “…è come entrare in un libro di favole d’età vittoriana” che la riporta alla sua visita di anni prima con la figlia, e all’amore della sua famiglia per le bambole.

O come la scrittrice britannica di origine sierraleonese Aminatta Forna che ha scoperto l’insolito museo dei cuori infranti. E’ stato fondato da una coppia separatasi amichevolmente che, invece di buttare via gli oggetti che avevano accompagnato il loro matrimonio, ha avuto il colpo di genio di avviare una mostra itinerante. Ha già fatto il giro del mondo raccogliendo una miriade di oggetti posseduti da cuori spezzati, traditi e disillusi che hanno deciso di condividere con i visitatori le storie racchiuse nei loro feticci d’amore.

Altri brani invece sono a suon di musica: dalle composizioni del finlandese Sibelius e la sua casa-museo fuori Helsinki alle note del museo degli Abba.

Poi ci sono autentici pezzi di Storia, come nel racconto di Roddy Doyle che, nel Lower East Side di New York, entra nelle stanze in cui tra fine 800 e inizi 900 si dipanarono le vite stentate di persone comuni che non avevano voce, “…il museo è tutto strati e ondate: strati di pittura, ondate di gente”.

O come Rory Stewart che si avventura in quello che rimane del Museo Nazionale dell’Afghanistan dopo le bombe e i picconi dell’Isis.

Sono tante le meraviglie di questo libro, da leggere tenendosi accanto computer o iPad per andare a vedere o rivedere -almeno virtualmente- quadri e sculture che magari non conoscevamo. Ma anche spunto per futuri viaggi e scoperte da fare, tra gallerie, sale, cultura e bellezza all’ennesima potenza.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

I farmacisti in prima linea – Ezio Bosso, un torinese fuori ordinanza – Scravattati – Il sindaco di Milano e gli assembramenti – Querelare o sparire

I farmacisti in prima linea

Le farmacie in questi mesi sono state l’unico presidio sanitario sempre aperto e sempre disponibile. Hanno dispensato farmaci (portandoli anche a casa gratuitamente  e consigli utili  ad una popolazione terrorizzata . Mille farmacisti si sono ammalati di Coronavirus e 17 sono morti. Pur esercitando una funzione pubblica insostituibile,  nessuno li ha dotati di nulla e si sono rapidamente organizzati da soli senza avere almeno direttive dalle autorità preposte. Sulle mascherine sono stati presi in contropiede dalla sventatezza del Commissario Arcuri che non  ha saputo  affrontare l’emergenza e ha accusato i farmacisti di voler speculare sulle mascherine. I farmacisti insieme a medici e infermieri hanno dimostrato di saper fare con competenza e con spirito di sacrificio il loro lavoro. Pochi vogliono riconoscerlo. Ed e’ vergognoso.

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Ezio Bosso, un torinese fuori ordinanza

L’avrebbe definito così Massimo Mila ,il grande musicologo di Torino. Era un maestro che viveva per la musica, una passione che riusciva  a trasmettere  a tutti, dimostrando come la grande musica sia sempre un messaggio universale. Ha saputo donarci moltissimo, malgrado la malattia e la fragilità. A Torino è stato poco conosciuto e la città non ha fatto per lui nulla. Torino si è accorta di lui dopo che aveva acquisito la notorietà  altrove. Un esempio In più di grande torinese che ha dovuto emigrare per essere apprezzato e riconosciuto. O, se vogliamo, un grande torinese che ha guardato oltre la Mole e le Alpi, consapevole di certo provincialismo subalpino e del fatto che Torino a livello musicale e’ stata per tanti anni prigioniera di Balmas, dell’ Unione musicale e di  Vergnano. Adesso il Sindaco gli vuole dedicare uno spazio della Città  senza attendere i prescritti dieci anni dalla morte. Fa benissimo, però Bosso, il torinese Bosso, avrebbe meritato ben altra attenzione da vivo.
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Scravattati

Si è visto in alcune occasioni il presidente del Consiglio senza cravatta e anche il sindaco  di Milano e tanti altri. Molti grillini, da quando sono in carica, sono con la cravatta che è diventata oggetto di  recente dibattito anche  su un noto quotidiano . Cravatta inutile orpello di un’epoca tramontata o simbolo di uno stile e di una compostezza senza tempo e quindi classicamente sempre valida? Il Conte Nuvoletti non avrebbe dubbi nell’ elogio della cravatta sulla quale scrisse un piacevole libretto. La cravatta per me è cosa irrinunciabile come lo era per mio padre che solo al mare rinunciava  a metterla nel mese di agosto, anche se in certe serate estive, partecipando a  grandi eventi ad Alassio, Bordighera, Cannes era sempre in giacca e cravatta. Anche durante la clausura di due mesi in casa non ho mai rinunciato a vestirmi come se avessi dovuto uscire. Nel mondo dei giornalisti sono pochissimi quelli che usano la cravatta e nel mondo televisivo anche. Pure i politici hanno adottato un abbigliamento casual che non è rispettoso per le Istituzioni che  rappresentano.  A parte l’eleganza che oggi è cosa perduta e non esistono neppure più negozi all’altezza e sarti qualificati (a Torino c’ è solo più Sir Wilson), la sciatteria resta una tendenza da combattere. Senza arrivare alle esagerazioni che portavano Benedetto Croce ad avere la giacca estiva e la cravatta anche nelle sue vacanze piemontesi o Aldo Moro ad andare con il doppiopetto sotto l’ombrellone, c’è una misura oltre la quale calpestare le buone creanze per un uomo pubblico diventa cosa intollerabile. Quando Salvini  ministro adottò felpe di tutti i tipi e indossò abusivamente delle divise della polizia si raggiunse il massimo della trasgressione alle regole.Oggi lo stesso Salvini sta tornando alla cravatta, spesso dimenticando di indossare la giacca. Ma la cravatta e’ un qualcosa anche di divertente . Sceglierla la mattina da’ un tono alla giornata , fare collezione di cravatte e’ cosa piacevole . Andare da Marinella a Napoli a comprare cravatte e’ sempre un’avventura desiderabile, per me un’abitudine irrunciabike ogni volta che mi reco a Napoli  . Marinella e’ un argine alla volgarità  trionfante  che viene soprattutto dagli Stati Uniti .Non a caso i presidenti Pertini e  Cossiga e forse lo stesso Napolitano amavano quelle cravatte classiche eppur estrose , sempre di ottimo gusto.
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Il sindaco di Milano e gli assembramenti

Il Sindaco Sala, senza predisporre o far predisporre un servizio di sorveglianza ai Navigli, si è << incazzato>> (espressione sua) perché c’era troppa gente a passeggiare con e senza mascherina, minacciando di chiudere tutto. E’ lo stesso Sala che per minimizzare gli effetti dell’ epidemia che era ancora poco più di un’ influenza ed  esigeva una vita normale, portò Zingaretti a brindare ai Navigli. Ma quando è giunta a casa sua a Milano  la nuova eroina Silvia Romano, si è formato un assembramento incredibile di giornalisti, fotografi e curiosi. Ma in questo caso non si è << incazzato>>.

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Querelare o sparire

Un noto giornalista fascista che era anche un grande galantuomo, Ezio Maria Gray, diceva che di fronte a certe notizie per un uomo pubblico c’era l’esigenza di querelare o di sparire. Il silenzio era impossibile. Le accuse – sia pure in veste satirica – di Crozza nei confronti del presidente della Lombardia e del suo assessore alla Sanità, sono di tale gravità circa errori e inefficienze nella lotta al Coronavirus che necessitano di una querela o dell’apertura d’ufficio di un fascicolo giudiziario. Crozza ha anche proposto degli spezzoni di una intervista ad Irene Pivetti, ex presidente della Camera, la quale ha detto addirittura che la pandemia può essere occasione di  nuovi business. Spero si tratti di un montaggio di un falso, in ogni caso la Pivetti o un magistrato o ambedue devono intervenire e chiarire. Ricordo che durante il terremoto in Abruzzo ci fu gente che scambiava telefonate di gioia per i nuovi affari che il terremoto aveva creato.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com

Arriva l’ondata

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Caleidoscopio rock USA anni 60 / In Louisiana non tutto doveva essere R&B, anche se il peso del passato era ingombrante e condizionante. C’era chi aspettava il “treno giusto”, magari con partenza da oltreoceano, per esempio una potente ondata, da lontano, che portasse una nuova scarica di adrenalina tra i giovani statunitensi dopo qualche tempo di “calma equatoriale”.

C’era chi fiutava l’aria specialmente in quelle aree dove la caratterizzazione musicale era meno marcata da generi musicali di grande respiro, magari in zone ai margini o “di passaggio” tra uno stato e l’altro; d’altronde si sa… presso le “aree di confine” si sta generalmente molto attenti a chi transita, sia esso un viaggiatore, un mezzo di trasporto o… un nuovo trend musicale in arrivo.

E si sa bene che il fiuto di chi vive in tali aree è particolarmente fino, ancor meglio se associato ad “antenne ben dritte” per captare verso quale direzione si dirigerà il gusto giovanile, quella “gallina dalle uova d’oro” che poteva dare una spinta alle bands per il “grande salto”. Ed ecco che la conformazione “antenne dritte” era tipica di bands che cercavano qualcosa di nuovo oltre il rock&roll e che, come predetto, si muovevano in aree “borderline”, come in Louisiana nella fascia settentrionale verso i confini con Texas, Arkansas e Mississippi lungo la Interstate 20: ne erano un esempio The Spectres. Nati tra Ruston e Monroe nell’autunno 1965, erano composti in formazione originale da Jim Steele (V), Daniel Gilbert (V, chit), Terry Montgomery (b), Sidney Johnson (V, org) [e Woodard Bardin (org)], Bill Bass (batt); furono tra le prime bands della Louisiana a seguire decisamente l’onda della British Invasion operando tra Monroe, Ruston e Shreveport soprattutto in adult clubs e con l’onore di essere opening band per The Lovin’ Spoonful. I buoni agganci col produttore Rocky Robin portarono The Spectres ad incidere il primo 45 giri nel 1966: “No Good, No Where World” [Gray – Carraway] (NJ 1020; side B: “High Stepper”), con etichetta N-Joy records, presso Sound Studios. Nel frattempo il cantante Jim Steele fu chiamato al servizio militare e la band dovette assestarsi su una diversa distribuzione tra i membri. Per quanto riguarda il secondo 45 giri, tengo a sottolineare l’etichetta (che a mio giudizio produsse realtà interessanti): Paula records, di proprietà di Stanley Lewis a Shreveport. Il singolo uscì nel 1967 e presentava un side B migliore del lato A: “Psychodelic Situation” [D. Gilbert] (270; side B: “I Cried”), inciso presso i Robin Hood Briant’s Studios in Texas; non a caso “I Cried” ricevette buona accoglienza nelle radio locali e fu brano di punta di svariati gigs fino in Mississippi (Vicksburg e Jackson). Ma il 1967, come tutti ben sappiamo, fu anno spartiacque che vide il grande movimento psichedelico travolgere ed inglobare microrealtà locali trasformando suoni, testi, gusti e modi di captare il messaggio musicale; con le nuove ricerche sul riverbero, sulla dicotomia scenografica suono-luce e con la nuova fenomenologia dei “concerti evento” intesi come unione di forme artistiche concomitanti… chi arrivava al 1967 “col fiato corto” era destinato ad essere doppiato a velocità tripla. La medesima sorte toccò inevitabilmente anche a The Spectres, che (con l’uscita di Steele e Montgomery) giunsero a sciogliersi entro l’estate del 1968, quando ormai il garage rock psichedelico “di nome ma non di fatto” sapeva già di stantio.

Gian Marchisio

 

 

La realtà virtuale per gli schiavi, gli incontri solo per chi comanda

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COMMENTARII di Augusto Grandi / Ce lo stanno ripetendo in ogni modo, ad ogni istante. E se fosse l’ennesima menzogna, ripetuta all’infinito dai media di servizio, per convincere l’ex popolo bue trasformato in popolo di pecore?

O meglio, una imposizione fatta passare per informazione. Un cambiamento obbligatorio per le masse, ma che non vale per chi controlla ed indirizza il gregge…

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La realtà virtuale per gli schiavi, gli incontri solo per chi comanda

Intervista a Virginia Tiraboschi, tra imprenditoria, il ricordo di Olivetti e bellezza

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Rubrica a cura di ScattoTorino

Laureata in Economia e Commercio a Torino, Virginia Tiraboschi è una donna colta e raffinata che sa unire l’intelligenza emotiva a quella pratica. Per oltre vent’anni ha ricoperto incarichi prestigiosi nella Pubblica Amministrazione: prima come Responsabile dell’area economico finanziaria del Comune di Ivrea, poi in qualità di esperta di fiscalità locale del Comune di Torino dove per 11 anni è stata Direttore di diverse strutture complesse tra le quali gli Acquisti, l’lCT e il Marketing territoriale in relazione alla promozione dell’evento olimpico. Grazie al suo background professionale e alle attitudini a coordinare progetti complessi di respiro internazionale, la Regione Piemonte l’ha scelta come Direttore Cultura, Turismo e Sport e nel 2017 è stata Presidente della Commissione Turismo di Confindustria Cuneo. Eletta al Senato della Repubblica Italiana nel 2018, è stata anche membro della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali ad esse correlati, mentre attualmente è membro della Commissione Industria, Commercio e Turismo.

Poliedrica e curiosa, è stata Amministratore Delegato della San Maurizio 1619 sa, società lussemburghese che gestisce alberghi, ristoranti e centri benessere situati in prestigiose location italiane e destinati ad una clientela sofisticata. Infaticabile, Virginia Tiraboschi è anche un’imprenditrice illuminata nel settore del benessere e della cosmetica oltre che la promotrice di ICO Valley, che sorgerà nell’ex area Olivetti di Ivrea e che avrà l’obiettivo di qualificare il primo sito industriale UNESCO del Novecento con un progetto di formazione accademica e di valorizzazione del Made in Italy nell’era digitale. Un tema, il digital, a lei caro che promuove da tempo con energia anche nel turismo, la più digitale di tutte le industrie, che potrebbe valere ancora di più se riuscisse ad esprimere tutto il potenziale dell’offerta italiana, che è la più vasta in qualità e quantità al mondo. Per scaramanzia non parla di una piattaforma che attraverso una Digital Travel Experience può dare un grande valore alle porte di ingresso secondarie che sono situate in 5.800 comuni italiani con meno di 5.000 abitanti dove è concentrato il 16% del patrimonio culturale. “L’Italia” sottolinea “ha un patrimonio di cultura, arte, siti storici e musei che potrebbe qualificare l’offerta turistica in maniera unica e ineguagliabile a livello mondiale. Il futuro sta anche nel guardare ai 2 miliardi e mezzo di Millennials che nel 2025 comporranno la metà della popolazione mondiale che viaggerà ad ogni latitudine”.

Ci presenta ICO Valley?

“Lo definirei uno Human Digital Hub, perché pone al centro una comunità di uomini e donne con i loro saperi, esperienze e conoscenze, i manager di domani, persone umanamente illuminate e competenti dal punto di vista digitale, che hanno affinato le loro soft skills. Si tratta di un progetto che nasce da una frase che Adriano Olivetti pronunciò davanti ai suoi operai nella fabbrica di Ivrea: “Io voglio che la Olivetti non sia solo una fabbrica, ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza, perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici! La libertà della quale l’umanità può beneficiare se governa le tecnologie e la bellezza italiana conosciuta nel mondo con il marchio “Made in Italy”, sintesi perfetta di “bello, buono, ben fatto, bel vivere italiano”, di tutto ciò che la PMI produce nel turismo e nell’industria creativa italiana.

Le PMI e gli artigiani, che concorrono per il 90% alla creazione del PIL nazionale, troppo spesso hanno dovuto promuovere in autonomia le eccellenze italiane con modesti risultati perché non adeguatamente supportate dal Sistema Paese; con il digitale possono raggiungere tante nicchie nel mondo, ben 400 milioni di nuovi potenziali consumatori, scalando i mercati internazionali, aumentando la brand awareness del nostro Paese e le esportazioni. Il progetto è ai nastri di partenza ed entro giugno sarà inaugurato il Comitato Promotore che guiderà e coordinerà tutte le attività strategiche nelle sue due componenti principali, la formazione, che sarà sempre più strategica per formare continuamente il futuro capitale umano, e l’industria nazionale del digitale”.

Qual è l’obiettivo di questo Hub per l’eccellenza italiana?

Garantire un’alta formazione accademica in campo digitale e formare il CEO del XXI secolo, un manager che governi la crescita e lo sviluppo nell’interesse della comunità e del suo benessere diffuso, che definisca le politiche produttive in accordo con i territori ai quali restituire ricchezza e progetti di qualità che vedano sempre centrali l’uomo, le tecnologie e l’ambiente. Vogliamo promuovere un nuovo concetto di impresa etica, che può diventare la protagonista della quinta rivoluzione industriale e di un capitalismo dal volto umano che guidi un nuovo rinascimento manifatturiero, valorizzando nel mondo la creatività, l’innovazione e l’artigianalità del Made in Italy attraverso le tecnologie innovative e i servizi digitali”.

Cosa sorgerà all’interno dell’area?

“Ivrea sarà una città laboratorio sostenibile, efficiente e a misura d’uomo in cui sorgerà un’Accademia del digitale per formare i tecnici, i manager e i leader aziendali del futuro. Oggi c’è un gap notevole tra il mondo del lavoro e la formazione universitaria: le imprese cercano figure professionali con competenze digitali che non si riescono a reperire sul mercato. L’Hub vuole colmare questo vuoto e diventare l’ecosistema digitale nel quale i migliori talenti saranno i protagonisti di start up geniali e innovative destinate a diventare imprese robuste, organizzate e strutturate dove si creerà valore attorno all’economia materiale e immateriale, due porzioni di PIL reale che possono far ritornare l’Italia protagonista a livello mondiale del rinascimento manifatturiero”.

Quali sono i valori di questo Hub Made in Italy?

Formazione, che è fondamentale, diffusione di un nuovo modello di industria, valorizzazione di un patrimonio di idee, creazione di modelli innovativi, promozione dell’eccellenza italiana. Secondo noi il futuro potrebbe essere migliore se si guardasse a un nuovo orizzonte sul cui sfondo ci stanno un capitalismo dal volto umano e le élite culturali, politiche e imprenditoriali che guidano il progresso e lo sviluppo secondo un modello che non dovrà mai appiattirsi, ma che dovrà sempre evolversi, creando ricchezza e distribuendola al tempo stesso alla comunità. Olivetti era un manager illuminato che offriva cultura, spazi di libertà, coinvolgimento in progetti innovativi e piani di formazione. È stato un modello unico e visionario che noi abbiamo l’ambizione di voler riproporre per le future generazioni verso le quali abbiamo l’obbligo di consegnare un mondo migliore”.

Perché avete scelto Ivrea e le Aree Olivetti?

“Per me era un dovere restituire alla città dove sono nata un pezzo della fortuna che mi sono conquistata nella vita. Sono contenta che si possa realizzare il progetto qui perché è il centro del Canavese, oltre che il 54° sito italiano Unesco. La zona è facilmente raggiungibile in quanto poco distante da Torino e da Milano, oltre che sulla direttrice dell’autostrada Torino-Aosta che porta verso la Francia e la Svizzera. Gli stabilimenti Olivetti, poi, sono un esempio di architettura industriale tra i più rilevanti in Europa; luoghi di lavoro pensati per l’uomo, ma compatibili con le esigenze economiche e produttive”.

Un altro settore che la vede protagonista è lo skincare

San Maurizio 1619 SkinFood nasce in un monastero italiano del 1619, ora sede del Relais San Maurizio, dove gli antichi saperi dei monaci cistercensi sono stati attentamente conservati e tramandati. Grazie alla nostra expertise abbiamo sviluppato il concetto di nutricosmetica: un programma innovativo che abbina le funzionalità dei principi attivi con la qualità degli ingredienti naturali e i trattamenti curativi nel Daily Beauty Routine Protocol. I protocolli che consigliamo aiutano a coniugare benessere psicofisico e bellezza estetica. Alla base della nutricosmetica San Maurizio SkinFood ci sono i principi della dieta mediterranea – patrimonio immateriale dell’Unesco – nella quale sono valorizzati i principi attivi di frutta, verdura ed erbe aromatiche che implementano l’efficacia dei processi di detersione, idratazione, nutrizione della pelle e rigenerazione cellulare”.

Quali sono i plus di SkinFood?

“La nostra cosmesi è naturale, in quanto senza coloranti e conservanti tradizionali, e funzionale perché la presenza di vitamine, minerali, omega, polifenoli e numerosi antiossidanti compensa le carenze cutanee, favorendo la stimolazione del processo ritmico naturale e apportando micronutrienti a ogni cellula. San Maurizio SkinFood è anche psico-cosmesi in quanto la fitomelatonina, un estratto oleoso di melatonina vegetale proveniente da piante alpine, genera positività, felicità, sorriso ed energia, nel rispetto del bioritmo naturale.

I sieri e le creme che abbiamo studiato hanno una profumazione gradevole e sono altamente concentrati, hanno la capacità di rivitalizzare ed energizzare le cellule, fungere da antiossidanti protettivi del Dna e preventivi nei confronti dei danni del fotoaging e sono la base ideale per il make-up. Un nostro best seller è una linea a base di tartufo bianco, tubero magico con proprietà lenitive. È un potente antiage che rigenera in profondità e stimola la produzione del collagene dell’elastina, svolge un’idratazione a lunghissimo termine e ha un effetto schiarente grazie ad un enzima che regola la produzione di melanina, contribuendo così all’eliminazione delle macchie cutanee”.

Dove è possibile acquistare questi prodotti top di gamma?

“Stiamo progettando una piattaforma online, ma abbiamo sempre creduto e continueremo a investire anche nelle reti fisiche, perché crediamo fortemente nel contatto diretto con la clientela alla quale ci piace regalare emozioni con offerte personalizzate che coinvolgono i cinque sensi. Nel nostro spazio è possibile vivere un momento di benessere attraverso un trattamento o un massaggio oppure provando le creme, sempre assistiti dal nostro personale altamente preparato. Il flagship store si trova in via Maria Vittoria 41 a Torino, in una zona ricercata ed esclusiva della città, ed è in progetto l’apertura di nuovi Sensi Store in Italia. Lo spazio è accogliente, arredato con elementi naturali, colori tenui e rilassanti. Abbiamo ricreato in città un luogo di benessere molto riservato dove ci piace accogliere la clientela con discrezione e simpatia. Le nostre referenze sono anche rivolte al pubblico delle strutture ricettive di nicchia e a centri benessere per i quali abbiamo ideato un Welcome kit per il cliente”.

Torino per lei è?

“Come Amministratore Delegato della San Maurizio 1619, dal 2014 al 2018 ho viaggiato moltissimo, ma il mio cuore è rimasto ad Ivrea. Ciò nonostante amo anche Torino, che mi ha dato molto ed è il luogo in cui vivo. È elegante, per certi aspetti difficile, e per relazionarsi con le persone occorre avere uno stile sabaudo, ma è la città delle più grandi incubazioni progettuali perché ha una grande capacità creativa e innovativa. Qui nascono idee importanti che poi altri fanno proprie, ma tutto è rimediabile. Non voglio pensare ad una Torino subalterna a Milano perché oggi più che mai credo che il pensiero laterale che proviene dalla community e favorisce la capacità di innovare e di creare sia vincente in quanto diverso da quello del XX secolo, che oggi non è più adattabile al futuro”.

Un ricordo legato alla città?

“A 14 anni venni a Torino per studiare al Liceo linguistico Cadorna. Provenivo da una cittadina di provincia ed ero timida, disorientata e al tempo stesso un po’ ribelle. Dopo un mese mi tinsi da sola i capelli di color biondo platino e la mia insegnante di latino mi redarguì e mi impose di mettere una bandana. Allora non era di moda come oggi e dovetti rimanere così per quasi un mese, vergognandomi incredibilmente”.

Coordinamento: Carole Allamandi

Intervista: Barbara Odetto

Così è la fine

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni /A “Carta Bianca” ho ascoltato le opinioni di Oscar Farinetti e di Arrigo Cipriani, due nomi che rappresentano, in misura differente per tradizione e stile, la ristorazione italiana anche a livello internazionale.

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Malgrado le evidenti assurdità di norme caotiche e nello stesso tempo molto costrittive, Farinetti si è dichiarato ottimista e soddisfatto dell’ operato del governo, ignorando gli errori, anche quelli più marchiani, commessi  nella fase  fase 1  e nella fase 2.
La fedeltà politica perinde ac cadavere porta Farinetti ad accettare tutto, compresa la regolarizzazione di 650 mila immigrati, sottovalutando la crisi profonda e forse irreversibile delle nostre imprese turistiche e ricettive. Ha sostenuto senza distinguo che a maggior ragione oggi bisogna accogliere tutti, come se la pandemia non esistesse. Cipriani da uomo libero  ha parlato  senza peli sulla lingua e ha evidenziato   chiaramente l’ impossibilità da parte della stragrande maggioranza dei ristoratori di riaprire i loro locali ed è arrivato  addirittura a paventare  un’uscita dalla Ue della Germania così come ha fatto la Gran Bretagna. Da uomo abituato a ragionare in termini internazionali  ha collocato la crisi italiana nella dimensione esatta della sua gravità anche rispetto all’Europa. Farinetti è uomo che proviene dall’apparato politico e non si è mai discostato dall’ambito provinciale in cui è nato e cresciuto. Arrigo Cipriani è il moderno Marco Polo che ha portato la cucina e soprattutto l’ospitalità veneziana e italiana nel mondo e ragiona senza vincoli politici. Il fatto incontestabile è che i distanziamenti imposti a tutta Italia  senza discernimento impediranno ai locali di aprire o li costringeranno a fallire dopo aver riaperto. Così sarà la fine dice Cipriani, ricordando che dal ‘43 al ‘45 il suo Harry’s era diventato un bivacco del marò della X Mas repubblichina. Dopo l’occupazione fu possibile riprendere il lavoro e rinascere. Oggi questa ipotesi è molto dubbia e anche l’ex Sindaco di Venezia Massimo Cacciari si detto è d’accordo con Cipriani. Il povero Farinetti  con il suo ottimismo leibniziano  vedremo cosa saprà inventare per salvare Eataly.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com
(foto vvox.it)

Cronache della peste. L’italiano sano

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Esco malvolentieri, mi dice al telefono il Gianni. Non che abbia paura di sta fuffa del corona virus… a me ste fole non le possono dar da bere… È che mi dà fastidio la gente…

Tutti questi con guanti e mascherine, che camminano strisciando lungo i muri… come neppure nella peste del ‘300…i vecchi terrorizzati. E i giovani peggio ancora… Un popolo di… Ma che dico… Questo non è più un popolo. E forse non lo è mai stato…

Condivido. L’ ho scritto sino a nauseare i miei pochi lettori (magari fossero i fatidici 25…) lo spettacolo degli italiani in questi mesi è stato, e continua ad essere indegno. E anche indecente. Con delle eccezioni, però…

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Cronache della peste. L’italiano sano

Sotto le macerie della politica si registrano nuovi movimenti

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Il nulla cosmico che sta caratterizzando la scena politica è ormai imbarazzante, inaccettabile.

Con la scusa dell’emergenza si sono affidati i pieni poteri ad una squadra di dittatorelli dello Stato Libero di Bananas che hanno evidenziato limiti imbarazzanti. Ma il fatto stesso che l’opposizione non sia stata in grado di contrastare questa deriva dimostra l’assoluta inconsistenza dell’intero centrodestra…

… continua a leggere:

Sotto le macerie della politica si registrano nuovi movimenti

 

 

L’isola del libro

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Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

 

Cathleen Schine  “Io sono l’altra”  -Mondadori –  euro  19,00

Identiche, eppure diverse, unite ma anche in conflitto: è questo il nocciolo duro della vita delle gemelle omozigoti Lauren e Daphne. Una l’esatta copia dell’altra: capelli rosso fiammante, pelle eburnea, apparentemente indistinguibili tanto che possono scambiarsi le vite e ingannare tutti. Però questa è solo la superficie, perché nell’intimo covano sentimenti contrastanti. Tanto per cominciare Lauren è nata prima di Daphne e odia questo breve strappo temporale che le rinfaccia “Tu hai vissuto 17 minuti senza di me. Io non ho mai vissuto senza di te”.

Inizialmente sono unitissime, tanto che da piccole sviluppano un loro esclusivo linguaggio incomprensibile agli altri. Un bel giorno il padre porta a casa un dizionario e, senza saperlo, segna il loro destino e scatena la loro rivalità. Entrambe sviluppano un immenso amore per le parole che però finirà per allontanarle.

Dapprima una fa la giornalista e l’altra la maestra d’asilo che scrive poesie. Poi le loro carriere si definiscono meglio e decollano. Diventano entrambe esperte linguiste, curano rubriche dal tono opposto, entrano in competizione e sposano due uomini che sembrano più che altro un pallido corollario alle loro esistenze.

Crescendo, quello che era stato un rapporto esclusivo vira in incomprensioni e conflitto: Lauren e Daphne ingaggeranno un’accesa battaglia professionale ed affettiva.

E’ pieno di verve questo romanzo di Cathleen Shine che, con toni leggeri, mette a nudo temi alti e profondi, ritrovando in parte la magia del suo libro di esordio “La lettera d’amore” del 1995.

Il titolo originale di “Io sono l’altra” è “The Grammarians” e rende meglio l’idea di quello che ha ispirato l’autrice: scrivere una satira sulla sfida realmente esplosa tra due gemelle con rubriche simili su giornali rivali. Ambientata a New York negli anni 80, che la Shine conosce bene perché era una giornalista del “Village Voice” e poi editor a Newsweek. Un tema affascinante sul quale innesta quello ancora più intrigante dei gemelli e del loro rapporto unico.

 

 

Donato Carrisi  “La casa delle voci”   -Longanesi-   euro  22,00

Inizia con un incendio e i confusi ricordi una bambina questo coinvolgente e raffinato ultimo libro del re italiano del thriller Donato Carrisi… e non vi molla più; enigmatico fino all’ultima pagina, senza delitti ma con tanto mistero.

Al centro della vicenda c’è l’ipnotista Pietro Gerber: la sua specialità è ipnotizzare bambini dal vissuto difficile, aiutarli a riportare a galla traumi ed emozioni che ne hanno segnato le vite, svelare le ragioni più profonde dei loro comportamenti e risolvere così anche intricati casi giudiziari.

Siamo a Firenze dove Gerber, conosciuto come “l’addormentatore di bambini”, è il migliore nel suo campo; consulente della polizia, collabora spesso con l’esperto magistrato, in odor di pensione,  Anita Baldi.

La sua vita viene sconvolta dalla telefonata di una fantomatica collega australiana che

dall’altra parte del mondo gli chiede di seguire una paziente adulta. Si chiama Hanna Hall, è una donna trascurata e apparentemente insignificante, tormentata dall’idea di aver commesso un  terribile omicidio. Dalle prime sedute di ipnosi tornano a galla elementi inquietanti dal lontano passato di Hanna: come le 5 regole che la piccola “principessa” di 10 anni doveva rispettare per non essere rintracciata dal mondo. Così le hanno insegnato i genitori in continua fuga, arroccati per brevi periodi in casali fatiscenti e in aree abbandonate. Gi estranei li inseguono perché vogliono la piccola cassa con inciso il nome Ado che loro si portano dietro in ogni spostamento. Ma chi è davvero Hanna? Cosa c’è di tanto terribile nel suo passato? Quanto è pericolosa e come sconvolgerà la vita di Pietro Gerber?

Carrisi fa centro ancora una volta con una storia mozzafiato in cui l’alchimia miscela bambini rapiti in fasce o dati in adozione, vite spezzate e famiglie divise, ospedali psichiatrici abbandonati, follia e desiderio di maternità e tanto altro ancora che l’ipnotista riesce a strappare dalla nebbia di ricordi confusi e dolorosi per riportare a galla passati indicibili.

 

 

Isaac Bashevis Singer  “Il ciarlatano”  – Adelphi-  euro  20,00

E’ un piccolo capolavoro questo romanzo dello scrittore polacco Isaac Bashevis Singer (1902-1991) nato in una famiglia di rabbini, diventato cittadino americano nel 1943 e Premio Nobel per la Letteratura nel 1978.

Il ciarlatano in questione è il velleitario Hertz Minsker, personaggio che in più punti troverete irritante e inconcludente ai massimi livelli, spietato nella sua insensibilità verso i sentimenti altrui, Don Giovanni incallito, ma in qualche modo irresistibile.

La storia è ambientata nel 1940 e racconta le vicende di un gruppo di ebrei polacchi scampati alla furia di Hitler, sbarcati a New York con il miraggio di una vita migliore. C’è che ha avuto successo, come Morris  Kalisher, ebreo devoto e bigotto che, in poco tempo, ha fatto fortuna investendo oculatamente nel fiorente mercato immobiliare. E’ sposato con Minna, che per lui -e la sicurezza economica- ha abbandonato marito e figli, cova sogni di gloria come poetessa, ma di fatto è alquanto ignorante e infingarda.

La sua strada incrocia quella del “ciarlatano” per eccellenza. E’ Hertz Minsker, povero in canna, senza un lavoro, sedicente filosofo e cabalista, per anni ha vagato da una capitale all’altra senza mai concludere qualcosa, eterno studente mai laureato che, si dice, stia lavorando a un capolavoro che però non vedrà mai la luce. La sua unica abilità è riuscire a scroccare denaro e ospitalità ad amici ricchi come Morris –che per lui stravede ritenendolo un genio- oppure campare alle spalle delle donne che riesce a fare innamorare di sé.

E’ sposato con Bronia che per fuggire con lui ha lasciato marito e figli, senza mai perdonarselo. Ma a Hertz non basta, perché la sua vera specialità è sedurre le donne, compresa quella del suo amico, Minna, che per lui perde la testa e soffoca di gelosia. Hertz non può fare a meno delle avventure, di tramare tradimenti, accendersi di passioni fulminanti che si stemperano in pochi attimi. E molte saranno le vittime che miete durante il suo cammino, sempre sfruttandole e abbandonandole per nuovi miraggi, stravolgendo le loro esistenze senza pietà

Tutto raccontato con la maestria e l’acume di un grandissimo scrittore come Singer.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vita di Barriera

in Cosa succede in città/Rubriche

PAROLE ROSSE  di Roberto Placido / Nelle ultime settimane diversi articoli ed interventi, l’ultimo sul Corriere Torino di sabato 9 maggio 2020 a firma di Paolo Coccorese, si sono occupati della situazione in Barriera di Milano ed in Borgata Aurora, due dei quartieri più problematici di Torino.

L’intervista del Corriere mi ha fatto ricordare un comizio, si facevano ancora, per le elezioni europee del maggio del 2009, in Piazzetta Cerignola. Prima di iniziare, ero insieme all’allora Sindaco Sergio Chiamparino e mi sembra Sergio Cofferati, alcuni cittadini che mi conoscevano, essendo cresciuto in quel quartiere, con un fare accorato e già allora disilluso mi segnalarono tutti i problemi di convivenza e di abbandono.

Mi pregarono di fare un breve giro con loro, Via Montanaro, Via Sesia e le altre vie intorno al mercato di Piazza Foroni. Ed era chiaro agli occhi di chiunque, tranne di chi non voleva vedere, che non vedeva da anni e che ha continuato a non vedere fino ai giorni nostri. Pipì ed escrementi sulle soglie dei portoni, mini atti vandalici diffusi, una concentrazione di extracomunitari in parte dediti a traffici illeciti, spaccio ed altre cose simili. La sinistra incominciò a pagare elettoralmente quel distacco da quella che era sempre stato una parte molto forte del suo insediamento politico ed elettorale in città. Qualche anno dopo ritorno in Via Montanaro con una cara amica giornalista milanese che doveva fare un servizio per il Foglio, un sabato mattina affollato ed assolato, ci ritroviamo davanti alla sede del Partito Democratico, storica sezione di quel quartiere dal Partito Comunista Italiano fino al PD, e ricordo che ebbi da dire molto bruscamente con alcuni nigeriani che non volevano che fotografassi la “casa dello spaccio”, il retro di un palazzo di ringhiera interamente abitato da extracomunitari. Potei verificare la situazione che, se possibile, era peggiorata e cosi nel tempo quando ci ritornai su invito di alcuni ambulanti. Quando ci fu il tracollo elettorale della sinistra, a favore dei cinque stelle prima e della destra poi, non fui assolutamente sorpreso, anzi! Quei cittadini erano stati fin troppo pazienti e generosi verso la sinistra. La differenza era lampante tra gli anni della mia infanzia e prima adolescenza, fine anni ’60 e ’70, dove ci furono investimenti in case, scuole, servizi, verde pubblico ed i vari piani di recupero delle periferie della fine degli anni ’90 e primo decennio del nuovo millennio. Tra Avventure Urbane, uno dei progetti più fantasiosi, ed investimenti di soldi pubblici fatti di tante parole ed immagine e poca sostanza sui problemi veri. Come mi disse un caro amico e compagno che lì ci vive da sempre, “l’atteggiamento e l’approccio di “questi” è di chi pensa che in Barriera abbiamo l’osso al naso e ci deve spiegare come dobbiamo viverci”.

Ci siamo detti e ricordato che noi eravamo orgogliosi di abitarci. Tornando a quanto è stato scritto in questi giorni la sorpresa di leggere che c’è chi ora, a sinistra, storce il naso con l’atteggiamento classico della sinistra fighetta, di quella “gauche caviar” che tanti danni ha fatto e continua a fare, per la presenza dei blindati di esercito e carabinieri. Certo che non si risolve solo con quelli ma prima bisogna garantire un minimo di legalità. Gli assembramenti prima durante e dopo le limitazioni per il Covid 19 erano e sono principalmente di spacciatori e loro amici. Avere permesso certe concentrazioni senza controllo è una delle principali responsabilità. Non è un problema di ”abitabilità”, gli extracomunitari che si sono inseriti, come i meridionali immigrati allora, hanno un livello di adattamento e sopportazione superiore a chi spesso ne parla e chiedono solo di potere lavorare e vivere in pace tranquillamente nel rispetto delle regole. I primi ad essere danneggiati sono proprio loro. Alla “Barriera” ci sono affezionato e lì c’ho lasciato il cuore da quel lontano 14 luglio 1967 quando arrivai a Torino con la mia famiglia e come tanti altri andammo ad abitare in quel quartiere popolare. Così quando leggo in cronaca dei giardini di Via Padre D’Enza, dove ho frequentato la scuola media, mi scatta un moto di rabbia per l’abbandono in cui da decenni versa la “Barriera”. Senza un piano serio di investimenti in lavoro, servizi, asili e legalità la situazione non potrà che peggiorare. Mi sono soffermato a parlare del passato perché è impossibile parlare del presente in quanto l’attuale amministrazione, dopo avere fatto lì il pieno di voti, semplicemente non ha fatto nulla. Il prossimo anno ci saranno, almeno sono previste, le elezioni amministrative per eleggere il Sindaco e rinnovare il Consiglio Comunale ed i quartieri popolari faranno la differenza e se ne ritornerà a parlare. Urge un piano vero per quei quartieri. Alla sinistra è evidente che non possono bastare centro, collina e crocetta.

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