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Una scuola allo sbando

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Oggi il “Corriere della sera” dedica il suo titolo di apertura alla scuola e alle possibili bocciature anche di fronte ad un anno scolastico caratterizzato da un insegnamento anomalo in Dad.

Siamo alla vigilia di Pasqua e ci sono regioni che vorrebbero riaprire le scuole per pochi giorni prima delle vacanze” agli arresti domiciliari” di genitori e figli. Un segnale demagogico di scarsa intelligenza. Azzolina, per grazia di Dio, è stata allontana dopo che ha provocato gravissimi danni alla scuola, ma il nuovo ministro non appare migliore. E’ un provinciale ferrarese adatto al massimo a fare l’assessore. Ministri così sono stati la rovina costante della scuola italiana: pensiamo alla Fedeli o al fascista De Vecchi.
Infatti invece di affrontare di petto la situazione di una scuola che di fatto è rimasta quasi sempre chiusa, ci si balocca sul tema che a molti genitori sta più a cuore ma che appare del tutto marginale :si può con la Dad continuare a bocciare? E i presidi già temono ricordi al TAR e rilasciano preoccupate dichiarazioni in proposito.

E’ mai possibile che anche in tempo di pandemia non si sia almeno recuperato un minimo senso di buon senso e di serietà? Quest’ anno va considerato un anno perduto. Possono anche regalare senza problemi a tutti la promozione, ma il lavoro non fatto,lo studio episodico ed approssimativo senza verifiche adeguate, il pressappochismo e anche la demagogia di certe proteste studentesche restano e mostrano ancora una volta che la scuola italiana ,così come è, non va.

Il ministro tace e forse in certi casi è meglio tacere che dire le sciocchezze della Azzolina.
Appare in ogni caso sconcertante che il maggiore quotidiano italiano dedichi il suo titolo di prima pagina alle possibili bocciature. E’ la scuola che andrebbe bocciata insieme ai suoi ministri e a una buona parte di dirigenti che non hanno saputo garantire la sicurezza necessaria alle lezioni in presenza . Oppure va detto e scritto che ci hanno preso in giro,sapendo già in partenza che pandemia e scuola in presenza erano e sono incompatibili, come hanno subito capito i rettori di Università.

Questi mesi che ci separano dalla fine dell’anno sono inutili per sanare una situazione compromessa. La sola parola recupero in una scuola seria evoca il facilismo e l’improvvisazione dei recuperi settembrini dei debiti dopo che vennero aboliti gli esami di settembre.
Non hanno saputo neppure trovare locali in disuso per fare lezione in ambienti diversi dalle aule. Alcuni pensavano che bastassero i cortili degli istituti ,senza considerare i problemi che provoca l’inverno. Si potrebbe fare un volume con tutte le dichiarazioni sciocche che abbiamo letto sui giornali da giugno 2020 in poi.
Vogliamo cercare di pensare seriamente a cosa fare per settembre 2021? Vogliamo affrontare il problema dei trasporti in modo serio e pensare ad una vera rimodulazione degli orari scolastici, riprendendo i doppi turni che si fecero negli anni ‘70 del secolo scorso per mancanza di aule ?I doppi turni non crearono problemi insormontabili neppure negli istituti tecnici dove c’erano le ore di laboratorio.

Questo, di fatto, è il secondo anno perso. Una situazione che non ci fu neppure durante la seconda guerra mondiale . Un segno negativo che resterà nella formazione dei giovani che non debbono tuttavia farsi passare per vittime perché c’è gente che ha già perso il frutto di una vita di lavoro. Infatti anche durante la chiusura degli edifici scolastici non vige il divieto di leggere,di studiare, di far lavorare il cervello. Può sembrare un discorso banale, ma non lo è perché bighellonare significa dimostrare di non sapersi rapportare con le difficoltà della vita.  Molti giovani che amano la vita facile, come ha scritto un uomo di sinistra come Michele Serra, hanno purtroppo confuso la pandemia per una vacanza prolungata molto speciale e si sono lasciati andare alle movide e agli assembramenti più irresponsabili nelle piazze e persino davanti a scuola: un contributo irresponsabile all’aggravamento della situazione che non può passare sotto silenzio.

La foto di Vincenzo Solano

Magnifica Torino / Il Duomo e la ballerina. A cura di #respiratorino con Elisa Lacicerchia con la poesia di Gabriele Casano

EL DUENDE

Così, nella prima luce del giorno, si scioglie la trama del viaggio. Sulla piazza, il riverbero del cielo e del vento dell’ultimo inverno ricorda le storie di terre disperse ai confini del pensiero; dove la realtà si confonde con l’immaginazione, la carne si spoglia in magia, dove piovono risate e non lacrime di sete.

Hanno fame queste membra assuefatte dal movimento della musica. Nei meandri delle arterie, nei vicoli delle vene, una pulsante frenesia si irradia fin oltre lo sguardo. Fluisce sulle pagine da scrivere sotto i piedi, si diffonde nell’aereo disegnare delle estremità di mani e nel disperdersi di capelli color dell’inchiostro.

Mentre il tempo ci illude di una felicità già tramontata all’alba, l’eco delle notti di follie e di danze sfrenate alla periferia della solitudine ci coglie e ci trasporta verso l’infinità della vita.

Un desiderio vitale ci prende, ci trascina e ci inebria fino agli albori di una dolce tristezza. Per alcuni attimi, per certi infiniti istanti sospesi, si vola.

Nel clamore dell’estasi di una follia infantile, cerchiamo risposte alle malinconie del tempo, irrequieto di astuzie e di inganni famelici.

Poi l’estasi ci abbandona, ma rimane il ricordo di un ramo di ciliegio fiorito. Come silenzio, si rivela alla città la gonna voluttuosa della primavera.

Coreografa e danzatrice: Elisa Lacicerchia

Autore testo: Gabriele Casano

Video diretto da: Lorenzo Antonicelli

Si ringrazia: Vincenzo Solano – Il TorineseDancers in Turin

EL DUENDE:

Duende” o “tener duende” è un termine spagnolo per un elevato stato di emozione, espressione e autenticità, spesso collegato alle forme di espressione artistica, come la danza, la poesia e il canto, che richiedono una drammaturgia corporea. El Duende è lo spirito dell’evocazione, una forza misteriosa che sale interiormente dalla pianta dei piedi. È ciò che ti dà i brividi, ti fa sorridere o piangere come reazione corporea a una performance artistica particolarmente espressiva.

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Richard Russo    “Le conseguenze”    -Neri Pozza-    euro  19,00

Richard Russo, nato a Johnstown, New York, nel 1949, – Premio Pulitzer nel 2002 con “Il declino dell’impero Whiting”-  è uno di quegli scrittori che sanno ascoltare il cuore più profondo dell’America, grande protagonista dei suoi molti romanzi e racconti, alcuni riadattati per il cinema.

In “Le conseguenze” lo scenario è uno dei suoi preferiti, l’isola di Martha’s Vineyard, dorato rifugio estivo dei democratici della costa est e dei suoi personaggi. E’ lì che ambienta la storia che

parla di amicizia, aspettative e sogni giovanili, disillusioni della vita, rapporti complessi con i genitori ….e un mistero da risolvere.

A Martha’s Vineyard si ritrovano tre vecchi amici, ormai veleggianti intorno alla sessantina, nella casa di uno di loro, dove 45 anni prima avevano festeggiato la laurea insieme alla giovane Jacy. Con lei all’università formavano un gruppo di fab four, legati dal motto “Tutti per uno, uno per tutti”. Tutti e 3 ne erano innamorati e continuano a chiedersi che fine abbia fatto, perché dopo quell’incontro era sparita per sempre dai loro radar.

Non è un giallo, piuttosto l’intrigante racconto di come i sogni di gioventù possono schiantarsi contro la dura realtà.

I 3 amici sono diversissimi tra loro, nessuno all’inizio è sincero fino in fondo, tutti hanno una parte di storia che tengono segreta.

Si trovano nella casa che Lincoln ha ereditato dalla madre e ora vuole vendere. Ha saputo fare i conti con due genitori non facili e con qualche sorpresa ed è’ diventato un agente immobiliare di successo. Dei 3 forse è il più realizzato, con una moglie affidabile e 6 figli a riempirgli la vita.

Poi c’è il problematico Teddy – i cui amori sono segnati per sempre da un incidente di gioventù- che ha creato dal nulla una piccola casa editrice di nicchia.

Infine Mickey, che subito dopo la laurea era scappato in Canada per non essere mandato a morire in Vietnam. La sua è stata una vita di alti e bassi, tra concerti di musica rock, droghe, successi e miseria. Ora si occupa di una giovane cantante tossicodipendente e talentuosa…che ricorda tanto Jacy. E lei dove è finita?

Di più posso solo anticipare che la parte più bella del libro è proprio quella in cui Russo racconta la

complicata   famiglia in cui Jacy è cresciuta e ci conduce a poco a poco, con enorme maestria, a scoprire cosa il destino le ha riservato. Aspettatevi sorprese …una dopo l’altra.

 

Se questo autore vi piace e non l’avete ancora letto, suggerisco  “Il declino dell’impero Whiting” scritto da Russo nel 2001 e che gli è valso il Premio Pulitzer l’anno seguente. E’ un affresco corale ambientato nel Maine, a Empire Falls, che dopo aver conosciuto progresso e fioritura economica, sta scivolando rapidamente verso il declino.

Al centro della storia le vicende della famiglia Whiting, in passato a capo di un impero. E’ la più potente del luogo, proprietaria di mezza città, delle industrie tessili e delle segherie che davano lavoro alla popolazione. Ora gli ultimi eredi stanno svendendo tutto a una multinazionale e gli abitanti della cittadina assistono impotenti alla disfatta.

Dialoghi brillanti, destini mutevoli, tanto humor misto a tragedie, personaggi indimenticabili alle prese con la vita e i rovesci della fortuna… e tanto altro.

 

Snowden Wright   “American Pop”    -Nutrimenti-   euro    20,00

Anche questo romanzo narra la parabola di una famiglia che dapprima ha incarnato perfettamente il sogno americano, salvo poi scivolare verso il fallimento e l’estinzione.

Sono i Forster, fondatori della prima grande azienda di bibite a livello mondiale, la Panola Cola, il cui successo è legato a una formula segreta (e viene spontaneo pensare a marchi celebri come la Coca Cola e la Pepsi).

La storia abbraccia il secolo tra 1876 e 1976 con uno strascico fino agli anni 80; va avanti indietro tra Mississippi, New York, Los Angeles, Parigi e Sudamerica, ripercorrendo le vicende di più personaggi.

Tutto ha inizio da Hougton Forster, nato da genitori europei,   immigrati  nella seconda metà del’800 in un’ America che ha molto da offrire a chi vanta idee, tenacia e voglia di rimboccarsi le maniche. Hougton è giovane e lavora nella bottega del padre sedicente farmacista, poi ha un’illuminazione e inventa una nuova bibita, che battezza Panola Cola. E’ gasata, dolce, piace perché  è corroborante e soprattutto gli studenti fuori sede -che la mischiano agli alcolici- ne decretano la diffusione in tutti gli  States.

Sarà un successo, l’inizio di un impero e della famiglia che Hougton crea con la bellissima Annabelle, figlia del proprietario di una compagnia di navigazione.

Il romanzo riavvolge le vite dei figli della coppia.

Il primogenito Montgomery, apparentemente sicuro -ma segretamente gay- partecipa come volontario nella Prima Guerra Mondiale; al fronte conosce Nicholas, giovane aristocratico inglese, del quale si innamora perdutamente.

Poi ci sono i gemelli Lance e Ramsey: il primo è senza scrupoli, ma è soprattutto la sorella

a tenerci incollati alle pagine. E’ spregiudicata ed irrequieta, sposa uno spietato produttore cinematografico, poi plana a Parigi dove nel 1939 incontra e si innamora della star dell’epoca, la ballerina creola Josephine Baker, con la quale avrà una liaison dangerouse che lascerà il segno.

Infine c’è Harold, penalizzato da un ritardo mentale e il più sfortunato della progenie, tenacemente attaccato al passato glorioso della sua famiglia, che però è anche disfunzionale e sotto l’apparenza nasconde verità che scoprirete leggendo.

Snowden Wright, attraverso le vicende dei vari personaggi,  traccia un quadro accurato della storia americana in cui sono imbastiti vari fili: conservatorismo, razzismo, pozze di immoralità, voglia di successo, mito e il grande sogno americano che soprattutto Hougton Forster incarna.

 

 Katharina von Arx   “La  viaggiatrice leggera”  -L’Orma –  euro  18,00

Curiosità, spirito di avventura, capacità di adattamento e coraggio sono stati i tratti di maggior rilievo della viaggiatrice e giornalista svizzera Katharina von Arx, nata nel 1928 e morta nel 2013.

Giovane donna fuori dagli schemi è stata una pioniera del viaggio on the road e hippie tanto in voga negli anni 70, inconsapevolmente precorritrice del turismo low cost, che è un po’ la costante del giro del mondo in solitaria che l’ha resa famosa.

Questo libro è il suo divertente e scanzonato diario di viaggio, ricco di incontri, esperienze, descrizioni degli usi e costumi dei paesi visitati. Tutto arricchito dai suoi disegni che rendono bene l’idea di persone e luoghi con pochi tratti di matita.

A soli 25 anni, nel 1953, parte da Zurigo, destinazione l’India, poi Birmania, Hong Kong, Giappone e America.

E’armata di un micro bagaglio: pochi vestiti, un casco tropicale, pennelli, una tavolozza e un ukulele. Una manciata di soldi, ma tanto talento come pittrice e artista poliedrica, una sorprendente capacità di arrangiarsi, di fare conoscenza facilmente  e di  saper cogliere le opportunità sul suo cammino. Si mantiene offrendo lavoretti domestici in cambio di ospitalità, oppure vendendo i suoi quadri.

Nel diario ci racconta spostamenti precari e avventurosi, a partire da come è riuscita ad accaparrarsi un biglietto gratuito di terza classe sulla nave da crociera Asia in partenza da Genova.

Forse il viaggio è iniziato come una sorta di gioco, ma strada facendo si è evoluto in continue scoperte dal sapore antropologico, sull’onda di una sorprendente sete di conoscenza che l’ha spinta ai vari angoli del mondo.

Tra viaggi su mezzi di fortuna, autostop, passaggi vari che la portano in megalopoli orientali, nella giungla, in villaggi sperduti, ma anche nell’harem di un principe, a un coktail party a Calcutta o la visita al Taj Mahal dove ha rischiato grosso e scoprirete perché.

Moltissimi i personaggi incontrati, compresi alcuni uomini facoltosi che l’aiutano e proteggono con l’intento di sedurla o addirittura sposarla.

Lei, a volte ingenua, riuscirà comunque a dribblare le trappole e fiutare gli inganni, e passerà quasi indenne oltre i pregiudizi nei confronti di una giovane donna che viaggia da sola, osa indossare pantaloni e gira a capo scoperto.

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La rinascita dei Venerdì letterari – Il colonnello di Montezemolo e via Rasella  – Lettere

La rinascita dei Venerdì letterari

Il prof. Luca Badini Confalonieri , Ordinario di Letteratura italiana all’Università e figlio del Ministro e leader liberale Vittorio che fu Presidente nazionale del PLI, ha fatto rinascere, complice la pandemia, i “ Venerdì letterari “ , il più prestigioso e libero ciclo di incontri culturali torinese e italiano a cui diede inizio dopo la seconda guerra mondiale Irma Antonetto con l’aiuto della sorella. I “Venerdì “ portavano a Torino e nelle principali città italiane e anche all’estero i più bei nomi della cultura italiana e straniera. I ”Venerdì“ erano l’evento culturale per eccellenza a cui Antonicelli con la sua Unione culturale non riuscì mai a tenere testa. L’Antonetto era una donna colta, intelligente e generosa. Mi aiutò nel ‘68 a mettere in piedi il Centro “Pannunzio” a cui aderì il fratello Carlo, quello del famoso digestivo. Il programma elaborato da Badini consente di mettere in rete intellettuali di primo piano anche in dialogo tra loro. E’ un appuntamento che non si può perdere.Fra tante chiusure e mille difficoltà, Badini Confalonieri ha ricreato un qualcosa che a Torino mancava e che nessun circolo era riuscito a creare. I “Venerdì” condotti da persone non idonee erano di fatto morti, avendo ospitato personaggi della provincia torinese che declassarono il prestigio e il livello che Irma aveva saputo realizzare.
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Il colonnello di Montezemolo e via Rasella

Ho scritto un breve ricordo dell’episodio bestiale – il più tragico della II guerra mondiale ad opera dei tedeschi – ,l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma.del marzo 1944. Ho voluto ricordare che tra le oltre 300 vittime ci fu il col. Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino a Roma  che fu sempre contrario al terrorismo nella lotta ai tedeschi e si scontrò con Giorgio Amendola capo dei partigiani comunisti romani. Ed ho ricordato l’indegno episodio di via Rasella – nulla di eroico – in cui l’uccisione di 30 altoatesini scateno’ l’ira tedesca. L’aver ricordato via Rasella mi ha provocato violenti attacchi su Facebook da parte di fanatici comunisti che vivono di parole d’ordine dell’ANPI. Mario Pannunzio  che scampo’ casualmente alle Fosse Ardeatine perché pochi giorni prima  fu liberato da Regina Coeli, scrisse nell’aprile 1944 un durissimo editoriale  su “Risorgimento liberale “contro l’uso del terrorismo e contro via Rasella. Quella era la Resistenza dei liberali e anche quella dei cattolici, da non confondersi con quella dei rossi che furono responsabili delle Fosse Ardeatine. Via Rasella non fu un atto di guerra, ma un atto di banditismo politico che ispirò anche le Brigate Rosse Solo i faziosi e i fanatici difesero quei terroristi che ebbero medaglie al valor militare del tutto immeritate e seggi in Parlamento da parte del Pci. Mi ha fatto piacere aver avuto anche in questa occasione  il consenso pubblico  della Presidente del Senato Elisabetta Casellati.
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Lettere   scrivere a quaglieni@gmail.com

Contro i disertori della Grande Guerra
Non posso pubblicare le centinaia di lettere a sostegno della mia petizione  contro una targa al Vittoriano  in onore dei disertori della Grande Guerra, chiamati con ipocrisia “fucilati. Sarebbe una grave offesa al Milite Ignoto e a tutti i caduti e combattenti. Voglio ringraziare tutti, ma vorrei invitare a scrivere al Presidente Draghi come ho fatto io per fargli sentire lo sdegno di chi non ha rinunciato all’orgoglio di essere italiano.

La fortuna di Dante

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Non sono un dantista, ma un modesto lettore che nel corso della sua vita ha letto e riletto molte volte la “ Divina Commedia” e “La vita nova”, oltre ad altre opere del più grande poeta italiano in assoluto e, a mio modo di vedere, al più grande poeta di tutti i tempi.

La fortuna di Dante ha avuto anche periodi di oscuramento e mi piace ricordare che nel 1921 Benedetto Croce, Ministro della Pubblica istruzione nell’ultimo Governo presieduto da Giolitti guidò  ed ispiro’ le celebrazioni del VI centenario della morte che si tennero in un’ Italia che stava per cadere in una dittatura ventennale. Con Croce tornava la grande lezione di Francesco De Sanctis .
Croce scrisse anche un bel saggio ,”La poesia di Dante“ ripubblicato quest’anno che per me resta una guida ineliminabile alla lettura del divino poeta . La distinzione tra poesia e struttura nella Commedia , tra poesia e non poesia era già in me ben presente quando Giovanni Getto, professore di Letteratura italiana a Torino , sosteneva la stretta connessione tra i due termini che Croce aveva distinto.
Al Liceo classico non ho avuto grandi docenti e meno che mai grandi dantisti. La loro era pedanteria erudita che non ci consentiva di entrare nel vivo della poesia dantesca. Ricordo ancora con terrore i pomeriggi domenicali passati prima della maturità a confrontare tre o quattro commenti con la pignoleria che esigevano i tempi, quando l’esame di Maturità era un vero esame e non una buffonata come quella introdotta da Sullo e peggiorata dai suoi successori. A questo proposito oggi in una conferenza mi sono lasciato andare alla polemica, dicendo che la scuola italiana si meriterebbe un Cecco Angiolieri come suo fustigatore.
Comunque nei tre vanni di liceo leggemmo interamente le tre cantiche, anche se a farmi comprendere Dante per davvero non furono i miei professori, ma un amico come Oscar Navarro che era un anticrociano. Dopo il ‘68  Dante venne messo in soffitta e il numero dei canti letti si ridusse drasticamente. Io so di scuole dove essi si ridussero a tre. Addirittura in certi istituti tecnici essi furono aboliti e le domande sulla “ Commedia “ agli esami divennero davvero poche, magari suggerite dal membro interno per quei pochi studenti brillanti. La “Dante Alighieri” ha fatto di tutto per arginare l’oscuramento di Dante che paradossalmente era e forse è più studiato all’estero che in Italia.
La mala progenie dei professori che fecero il ‘68 ha ulteriormente peggiorato la situazione perché il trascurare Dante non era una scelta politica, ma una necessità dovuta alla loro ignoranza.
Forse lentamente qualcosa si muove e il Dantedi’ 2021 ha contribuito a riportare interesse sul poeta che più di ogni altro dovremmo studiare non solo perché grande ,ma perché la sua poesia è eterna e senza tempo. Certo la Dad non favorirà lo studio di Dante. Ma, superata la pandemia, avremo una ”vita nova” da vivere e se la scuola vorrà ritrovare le sue ragioni più vere dovrà tornare ai grandi Classici, lasciando Pasolini e Merini ,ad esempio, all’oblio. Non basta affidare la fortuna di Dante  al comico Benigni. Cent’anni fa su Dante scrisse Croce ,oggi scrivono Barbero e Cazzullo. Un segno dei tempi.

scrivere a quaglieni@gmail.com

Gli effetti del lockdown sulle abitudini alimentari

Il punto di vista / Le interviste di Maria La Barbera

La Dottoressa Elisabetta Gatti, medico dietologo, ci parla di nutrizione al tempo del Covid.

Il virus ha cambiato definitivamente la nostra vita. Questa imprevista e duratura pandemia ha stravolto le abitudini quotidiane portando con sé un cambio di paradigma che per molti aspetti sarà irreversibile. L’isolamento forzato, per esempio, ha prodotto un notevole incremento delle postazioni lavorative da remoto, smart working, viste le innegabili abilità della tecnologia, come l’interconnessione e l’elevato potenziale produttivo, ma grazie anche ad una nuova ed imperante “cultura manageriale” fondata sugli obiettivi e sulla formazione piuttosto che su rigidi orari di lavoro. La Dottoressa Elisabetta Gatti, medico dietologo a Torino, ci spiega come questa modalità di lavoro flessibile, fondata sull’autonomia di gestione e sulla responsabilità personale, ha cambiato anche le abitudini alimentari delle persone, a volte affinandole ma più spesso creando delle disfunzioni . “Da una parte”, spiega infatti la Dr.ssa Gatti, “e purtroppo in percentuale minore, troviamo chi ha approfittato di questa situazione per migliorare la qualità della propria alimentazione dedicando più tempo all’acquisto di prodotti freschi e alla cucina sana e casalinga, dall’altra, sfortunatamente in quantità maggiore, il consumo dei pasti principali, in presenza, a casa ha creato o peggiorato alcune abitudini scorrette”.
Tra le “cattive” pratiche alimentari, in questo periodo pandemico, si registra per esempio l’aumento del consumo di prodotti conservati e processati (cibo industriale contenente additivi, preparati attraverso cotture con oli di scarsa qualità o grassi saturi, saccarosio, fruttosio e sodio), l’incremento della vendita di bibite gassate, l’intensificazione dello spilluzzicamento di snack confezionati sia dolci che salati. Al di là di alcune positive e riconosciute prerogative collegate al lavoro da remoto, ci sono indubbiamente diverse conseguenze negative che l’isolamento socio-professionale sta arrecando alla popolazione. La tensione, l’inquietudine, la pigrizia ma anche la trascuratezza, infatti, stanno causando problematiche di natura differente tra cui comportamenti alimentari nocivi come l’emotional eating (fame emotiva) che porta gli individui a mangiare in modo incontrollato e ipercalorico. La chiusura delle palestre e la ridotta possibilità di fare attività motoria e sport ha diminuito, inoltre, il consumo calorico giornaliero provocando aumento di peso, ritenzione idrica e problemi più seri come danni alle ossa, alla circolazione e la comparsa o l’aggravamento del diabete. Cattive abitudini alimentari, poca attività fisica e debilitazione del sistema psicologico-emotivo, che spesso sfocia in vere e proprie depressioni, possono portare le difese immunitarie ad un livello basso con diverse conseguenze sul nostro organismo. Ma vediamo come proteggerci da consuetudini e pratiche poco salutari attraverso alcuni semplici accorgimenti e una condotta alimentare regolare.

3 domande alla dottoressa Elisabetta Gatti

Dr.ssa Gatti quali sono le abitudini alimentari corrette da ristabilire per mantenere una buona condizione fisica e mantenerci in salute quando si lavora da casa?
E’ necessario partire dalla spesa, abituarsi quindi ad acquistare prodotti freschi e di qualità, se invece non si riesce sempre ad andare al mercato si può ricorrere anche ai surgelati, ma l’essenziale è che non siano precotti. In secondo luogo è importante il tempo che dedichiamo ai pasti, soprattutto alla colazione che, oltre a dover contenere i nutrienti che diano l’energia per buona parte della giornata, deve essere consumata lontano dal computer o dal cellulare e senza fretta, magari ci si può alzare un po’ prima e farla comodamente seduti. Inoltre è consigliabile seguire la regola dei 3 pasti al giorno, contenenti carboidrati, proteine e grassi nelle giuste dosi, e dei 2 spuntini evitando sicuramente quelli confezionati ma prediligendo al contrario frutta fresca, frutta secca come noci e mandorle, oppure uno yogurt. Infine è indispensabile bere molta acqua, ancora meglio se povera di sodio.

Come possiamo gestire il lavoro da remoto senza che questo diventi totalizzante e ci porti ad una vita eccessivamente sedentaria e relegata davanti ad uno schermo?E’ importante alzarsi spesso, fare delle pause e se possibile anche delle passeggiate all’aria aperta. Quando siamo in ufficio, sul posto di lavoro, ci spostiamo, interagiamo con i colleghi, alterniamo il tempo passato alla nostra postazione con brevi attività fisiche e sociali, è necessario intervallare il nostro tempo lavorativo con esercizi e scambi interpersonali anche quando lavoriamo da casa.

Quali sono gli alimenti migliori da consumare quando si è in smart working?

La Dieta Mediterranea, riconosciuta in tutto il mondo, è perfetta per alimentarci correttamente ma anche per difenderci e mantenerci in forma. In questo momento delicato e complesso sarebbe opportuno mangiare cibi ricchi di nutrimento utili per il nostro sistema immunitario come il merluzzo, l’aringa, il salmone, il latte, le uova e i funghi che contengono la vitamina D, legumi, cereali integrali, semi di zucca contenenti lo zinco, agrumi e kiwi ricchi di vitamina C e per dare il giusto apporto di magnesio, modulatore dell’umore e miorilassante naturale, anche un quadratino cioccolato fondente al giorno. E’ molto importante che, in un regime di attività lavorativa poco dinamico, si trovi la voglia e il tempo per alimentarsi nella giusta maniera, evitando il cibo processato ma anche ridimensionando le porzioni. Gli obesi in Italia sono 5 milioni, le persone in sovrappeso 18 milioni e in queste condizioni la possibilità di ammalarsi di Covid aumenta del 50%.
Come diceva Ippocrate “Fai che il cibo sia la tua medicina”.

 

Omosessuali e nozze benedette

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il responsum della Congregazione per la dottrina della fede sulla impossibilità di benedire in Chiesa le coppie omosessuali, avallato dal Papa che in un’intervista si era dichiarato “aperturista “ sulle famiglie gay, non cessa di sollevare polemiche specie in Europa,  mentre in Italia l’interesse è oggi di nuovo rivolto soprattutto all’aborto che per alcuni è diventato un normale contraccettivo. 

Omosessualità ed aborto sono temi su cui la Chiesa non può modificare le sue posizioni, al di là delle battute polemiche di qualche prete progressista e magari omosessuale e di qualche cattolica femminista. A parere di chi scrive la Congregazione per la dottrina della fede ha molto opportunamente affermato l’impossibilità di equiparare il matrimonio cristiano tra uomo e donne e le Unioni civili tra persone dello stesso sesso. E questo senza intenti omofobi di sorta che condanno senza riserve. Per altri versi, anche la famiglia laica a cui si richiama l’articolo 29 della Costituzione Repubblicana  si fonda sul matrimonio tra uomo e donna perché quell’aggettivo “naturale“ non può avere altre letture. I Padri costituenti discussero a fondo il tema della famiglia, ma nessuno dei costituenti, magari omosessuale, si pronunciò per una famiglia gay. I tempi non erano maturi, diranno alcuni, ma anche oggi quel testo resta un punto fermo della Costituzione. Concordo con Massimo D’Alema che richiamo’  quell’articolo, prendendosi gli improperi della Concia e della Cirinna’. Un omosessuale come lo scrittore Gian Piero Bona che ebbe una lunga convivenza gay era fermamente contrario ad ogni vincolo e soprattutto ad ogni esibizione così frequenti nei giovani gay. Ne parlammo a volte e un giorno si scagliò con violenza contro il Gay Pride che definì sguaiato e volgare. Anche Angelo Pezzana che fu il primo a rivendicare l’ orgoglio omosessuale, non si confuse mai con certe manifestazioni estremiste. Pezzana fu monarchico nella sua giovinezza ed un certo stile gli è rimasto innato.
Questo tentativo recente di forzare la mano e di voler il matrimonio tra persone dello stesso sesso benedetto da un prete è  un vero e proprio arbitrio e un non senso. In Germania c’è un vescovo che si è schierato decisamente contro la Congregazione, come hanno fatto 350 sacerdoti austriaci che continueranno a benedire le coppie omosessuali, affermando che l’amore non è mai peccato. Anche il vescovo di Anversa ha preso una posizione ribelle contro il responsum.  Anche nella Svizzera calvinista serpeggia la protesta. Nessuno però prende in considerazione il problema dei figli di coppie gay,  ottenuti con pratiche che la legge italiana non consente.  La Corte costituzionale si è pronunciata su questo tema con una sentenza che invita il Parlamento a cambiare le leggi vigenti che restano in vigore e andrebbero fatte rispettare. Anche il solito Wladimiro Zagrebelski ha voluto dire la sua a favore naturalmente delle coppie omosessuali.  Da un punto di vista esclusivamente laico ( non invoco motivazioni religiose ) ritengo la famiglia omosessuale con figli un’aberrazione altamente diseducativa che impone a dei minori modelli di vita che sono una vera e propria violenza nei loro confronti. Il genitore uno e il genitore due e’ cosa aberrante.

Che la fortissima “lobby gay” sia riuscita addirittura a sfondare in una parte del mondo ecclesiale lascia molto perplessi perché si rivelano “laici” solo su quel terreno, forse perché l’accusa che molti preti abbiano tendenze omosessuali ed abbiano problemi a rapportarsi con le donne, non è infondata. Non c’è bisogno di essere credenti per avere dei forti dubbi etici su certe pretese. Esigere poi anche la benedizione appare una richiesta davvero inconcepibile. I maggiori teorici delle diverse etiche laiche, quelli seri e non i finti pensatori d’oggi, avrebbero un atteggiamento fortemente critico sulle nozze omosessuali benedette in Chiesa. E sia chiaro che queste idee non sono omofobe, ma sono opinioni che hanno diritto di piena cittadinanza in una Repubblica democratica, non prigioniera di minoranze faziose e intolleranti.

“Ieri, l’amore era un gioco…”

Music Tales, la rubrica musicale 

Racconti, curiosità ed eventi…la musica al servizio della gente

Ieri, l’amore era un gioco

così facile da giocare

ora ho bisogno

di un posto dove nascondermi”

“Tra i brani di maggior successo (se non il migliore) dei Beatles c’è sicuramente Yesterday, pubblicato nel 1965 nell’album Help!.

Il brano viene definito da diverse fonti come il più famoso del ventesimo secolo, oltre che il brano con più registrazioni, collezionando più di 1600 cover (ed oggi vi dovrete accontentare della mia).

La creazione del brano Yesterday nacque da un sogno di Paul McCartney. Mentre dormiva a casa della sua compagna Jane Asher, McCartney sognò di comporre una melodia, alzandosi improvvisamente dal letto e correndo verso il pianoforte prima di far svanire il ricordo. Seppur la melodia fosse pronta, mancavano ancora il testo e un arrangiamento che la reggesse. Paul McCartney ci mise molto tempo a completare il brano, facendo spazientire anche gli altri tre componenti del gruppo.

Il 27 maggio 1965 Paul volò a Lisbona per una vacanza, a casa di Bruce Welsh, cantante degli Shadows. 
McCartney completò il brano Yesterday e lo registrò pochi mesi dopo, con l’arrangiamento semplice di chitarra e archi. Quest’ultima decisione, secondo alcune fonti, fu un suggerimento del geniale produttore George Martin, definito “il quinto Beatle” per il suo lavoro nella maggior parte delle registrazioni del gruppo.

Paul McCartney fu totalmente innamorato della canzone (probabilmente anche a causa delle fatiche che gli erano costate). Il resto dei Beatles fu contrario però ad una sua pubblicazione nell’album, in quanto non in linea con l’immagine del gruppo. Il brano Yesterday venne comunque pubblicato successivamente raggiungendo un successo eclatante.

La genialità del brano Yesterday risiede nella sua semplicità. Con un arrangiamento semplice e innovativo, e un testo chiaro e tutto sommato banale, Paul McCartney ha reso possibile un nuovo concetto musicale per l’epoca, secondo cui la melodia poteva essere sinonimo di bellezza o, addirittura, capolavoro.

Ma, si sa, la semplicità è la nota fondamentale di ogni vera eleganza.

Il testo è collegato presumibilmente ad un amore perso, che suscita pena proveniente dal passato per il protagonista:

all my troubles seemed so far away, now it looks as though they’re here to stay | tutti i miei problemi sembravano allontanarsi, adesso sembra che stiano di casa qui”

Ma io ho scelto “yesterday” anche per volergli dare una connotazione che vada al di la’ dell’amore: per esprimere il mio grande desiderio di tornare a “ieri” quel giorno in cui potevo abbracciare, sorridere senza una mascherina e vivere liberamente la mia vita anche respirando quella degli altri.

Ed ho voluto cantarvelo personalmente per farvi sentire che sono tornata, anche senza eventi da segnalarvi, senza musica da potervi fare assaporare dal vivo.

Il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano.”

Buon ascolto, abbiate clemenza.

Chiara De Carlo

https://www.youtube.com/watch?v=7o4Pmyp628Q&ab_channel=ChiaraDeCarlo

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L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Serena Dandini  “La vasca del Führer”   -Einaudi-  euro  17,50

L’idea di questo libro è nata dall’incontro dell’autrice con un’emblematica fotografia che  immortala una donna bellissima immersa in una vasca da bagno: lei è la famosa Lee Miller e la foto scattata dal collega David Scherman la ritrae nel bagno di Hitler.

Da questa folgorazione ecco l’idea di raccontare la vita eccezionale di Elizabeth Miller, donna incredibile che si è reinventata più volte ammantando la sua vita di un fascino unico.

Nata nel 1907 a Poughkeepsie, nello Stato di New York, a 20 anni è una modella di “Vogue”, ricercatissima e considerata la donna più bella del mondo. Ma l’esteriorità non le basta e le copertine patinate lasciano un vuoto…lei è alla ricerca di ben altro. Così a 22 anni la troviamo a Parigi dove strega il cuore del grande Man Ray e da lui si fa insegnare tutto sull’arte della fotografia.

E’ l’ingresso nella leggenda che la vede personaggio fuori dagli schemi, avanti e indietro nel mondo, macina amori che prende e lascia, è inafferrabile, inquieta e coraggiosa al limite dell’incoscienza. Diventa amica di personaggi del calibro di Picasso, poi a 27 anni sposa un  ricchissimo egiziano, Aziz Eloui Bey, che la lascia libera di inseguire se stessa e perdersi nei deserti della vita.

A Parigi incontra l’artista surrealista e curatore di mostre importanti, Lord Roland Penrose: il loro sarà un amore libero, capace di attraversare la Manica, continuare a Londra, sopravvivere alla guerra e sfociare in nuovo matrimonio con tanto di erede.

Lee è riuscita a convincere “Vogue” ad arricchire le sue pagine con le crude immagini della devastazione e diventa la sua corrispondente di guerra, una delle poche donne fotografe ammesse al fronte. Si troverà spesso al momento giusto nel posto giusto, finalmente fa il lavoro al quale si sentiva destinata, quello che dà il senso più profondo alla sua vita, ma che la consuma anche nell’anima.

E’ tra le prime ad entrare nel campo di concentramento di Dachau, dove di fronte alle “pile di morti accatastate come legna da ardere” ingaggia la sua personale battaglia contro l’orrore, stringendo la sua Rolleiflex tra le mani tremanti.

Ha 38 anni e il volto segnato, le viene assegnato l’alloggio di Hitler, dove entra quasi in trance scoprendo un ambiente squallido e mediocre. E’ nella vasca da bagno del Führer che cerca di lavare via la disperazione e l’odore di morte.

Quello che ha visto, raccontato e fotografato cambierà per sempre la sua vita, sprofondandola tra depressione e alcol. Non basterà diventare Lady Penrose, avere un figlio a 40 anni, Antony -che vive più come fastidio e col quale il rapporto sarà sempre difficile-. Non basterà rifugiarsi a Farley Farm (nel Sussex, oggi un museo) per salvarla dalla caduta. Gli ultimi tempi, divorata dal cancro, sono il triste epilogo di una vita irripetibile e camaleontica. Muore a 70 anni, nel 1977, e le sue ceneri sono disperse nel terreno della fattoria.

 

Tra i libri fotografici dedicati a Lee Miller vi segnalo di Antony Penrose  “The Lives of Lee Miller”  – Thames &Hdson-  in cui il figlio ricostruisce con dovizia di immagini la vita della madre. Dai primi anni tra 1907-1929, prosegue in una carrellata che attraversa il periodo fulgido nell’affascinante New York, poi gli anni di guerra, per arrivare all’ultima tranche della sua vita. Un volume ricco di foto famose scattate dalla Miller, ma anche foto private che la ritraggono con amici, affetti e conoscenti

 

 

Juliet Grames “Storia di Stella Fortuna che morì sette o forse otto volte”  –

HarperCollins-   euro   19,50

Questa è la storia dell’incredibile resilienza di una donna di altri tempi. E’ Stella Fortuna della quale seguiamo la vita a partire dai suoi 16 anni –quando lascia il povero paesino calabrese di Ievoli- e attraversa l’oceano alla volta degli Stati Uniti. Siamo nei primi anni del 900 in cui l’emigrazione poteva essere la svolta verso una vita meno grama per milioni di italiani.

Stella è frutto della fantasia, ma il quadro generale della sua vita è in parte ispirato ad Antonia Rotundo, nonna della giovane scrittrice americana Juliet Grames: editor della Soho Press, nata ad Hartford nel Connecticut, ma di famiglia italo-americana.

Il romanzo è un portentoso affresco familiare che segue le protagonista nel corso della sua lunghissima vita fino a 95 anni: tra sacrifici, forza interiore, sentimenti profondi ed energia portentosa.

C’è di più: la sua esistenza è costellata da gravi incidenti: ustioni gravissime, attacchi di maiali, rischi di soffocamento e altre inspiegabili disgrazie che l’hanno condotta ogni volta sulla soglia della morte. Alla fine il suo corpo è distrutto, ricoperto di cicatrici e suture, ma è anche la testimonianza vivente del suo tenace attaccamento alla vita, con toni da realismo magico.

Stella nasce in Calabria nel 1920 e cresce in un mondo di donne, con l’adorata madre Assunta e la sorella minore Cettina (Tina) alla quale è legatissima. E’ bellissima, intelligente e sogna una vita libera e indipendente in cui essere padrona di sé stessa e del proprio corpo.

La sua ribellione però viene schiacciata dal dominio assoluto del padre Antonio, uomo violento e pervertito che ne piegherà la volontà a suon di cinghiate. Perché nel loro ambiente una donna poteva lasciare la casa paterna solo per sposarsi, altrimenti era vista come una prostituta.

E’ così che si ritrova sposata al giovane Carmelo, che la violenta durante il viaggio di nozze e sfoga il suo forte appetito sessuale mettendola in cinta più volte, al ritmo di una gravidanza dopo l’altra, per un totale di 10 figli sopravissuti e dei quali seguiamo le vite.

Poi il sommo degli incidenti: quando sta per compiere 69 anni un’emorragia cerebrale rischia di ucciderla e viene sottoposta a un’operazione del lobo frontale. Invece di vivere come un vegetale, ancora una volta Stella sorprende tutti, anche se il suo carattere cambierà per sempre e determinerà un’insanabile frattura nei confronti della sorella …e scoprirete  perché.

 

 

Julian Barnes “L’uomo con la vestaglia rossa”  -Einaudi.  Euro 22,00

Questo libro raffinatissimo ci immerge nella Belle Époque europea, decadente, narcisista e affascinante. L’uomo con la vestaglia rossa del titolo compare in un famoso dipinto di John Singer Sargent ed è il dottor Samuel-Jean Pozzi, famoso e ricercatissimo ginecologo vissuto tra il 1846 e il 1918.

Figlio di un pastore di provincia, esteta decadente, abile seduttore seriale di nobildonne, ereditiere, artiste ed intellettuali; ma soprattutto uomo di scienza che riuscì ad entrare nel bel mondo della noblesse parigina di fine 800.

La sua vita è ai massimi livelli: diventa il medico dell’alta società, cura reali, aristocratici, attrici, scrittori e drammaturghi.

Si muove nell’orbita di personaggi del calibro della famiglia Proust, del conte Robert de Montesquiou, Flaubert, Oscar Wilde, Edmond de Goncourt, il principe Edmond de Polignac e la moglie  Winaretta Singer (erede della famigli produttrice delle macchine per cucire e grande mecenate) e Sarah Bernhardt (anche lei cadde nelle spire del Don Giovanni col bisturi).

Nel 1980 pubblica il suo “Trattato di ginecologia clinica e operatoria” in due volumi, corredato di diagrammi e  illustrazioni perlopiù  basati sui suoi stessi disegni. E’ qualcosa di assolutamente innovativo nel panorama medico, nato dallo studio delle pratiche inglesi, tedesche e austriache alle quali Pozzi aggiunge le proprie osservazioni ed esperienze, maturate negli anni come internista presso l’ospedale pubblico Lorcin-Pascal.

Il Trattato gli assicura fama in Europa e America, ricchezza ed entrature privilegiate anche presso il presidente della Repubblica francese col quale va a caccia nella foresta di Rambouillet.

Amicizie altolocate e una vita privata costellata di amanti sono i tratti salienti della sua vita nel corso della quale non solo diventa famoso, ricco e stimato, ma è eletto anche senatore della Dordogna e sindaco del suo paese.

Difficili i rapporti con la moglie totalmente sottomessa e con la figlia Catherine che nelle sue memoria altalena giudizi negativi sul padre ad altisonanti dichiarazioni di amore figliale.

Tutto raccontato sullo sfondo di un’epoca che ancora oggi conserva un fascino tutto suo, che Barnes ricostruisce attraverso le vicende di personaggi passati alla storia.

Purtroppo dopo tanto splendore  una fine imprevedibile e violenta stronca la vita del dottor Pozzi.

 

 

Toshikazu  Kawaguchi  “Basta un caffè per essere felici”   -Garzanti-  euro 16,00

Dopo il successo del libro di esordio “Finchè il caffè è caldo”, ora lo scrittore 44enne giapponese ci regala il secondo capitolo della quadrilogia ambientata in un locale leggendario di Tōkyō, dove bevendo una tazza di caffè e rispettando certe regole è possibile tornare indietro nella propria vita al momento in cui si era presa una decisione errata.

La caffetteria centenaria è in un piano seminterrato nel centro della città ed è un luogo decisamente speciale. Chi entra perché vuole tornare nel passato deve sottostare alle seguenti norme.

Le uniche persone che si possono incontrare nell’altra dimensione devono essere entrate a loro volta nel locale; qualsiasi cosa si faccia quando si torna indietro non si potrà cambiare il presente; c’è solo una sedia che veicola nel passato e da quella non ci si può alzare altrimenti si è immediatamente rispediti nel presente; il tempo che si può trascorrere all’indietro comincia quando il caffè viene versato nella tazza e dura solo finché è caldo.

In  questo secondo capitolo nel locale entrano più personaggi intenzionati a ripercorrere le  loro vite.

Sono Gotaro che non ha mai detto la verità sulla sua nascita alla ragazza che ha cresciuto come una figlia dopo che i genitori erano morti in un incidente e vuole rincontrare l’amico deceduto.

Yukio che ha inseguito i suoi  sogni e trascurato la madre nel momento  in cui avrebbe avuto più bisogno della sua vicinanza.

Katsuki che temendo di far soffrire la fidanzata le ha nascosto una dolorosa verità; e ancora, Kiyoshi che non è riuscito a dire addio alla moglie come avrebbe voluto.

Alla fine dei loro incredibili viaggi a ritroso tutti arriveranno a capire che per ritrovare la felicità non occorre cancellare il passato, piuttosto imparare a perdonare se stessi e gli altri per guardare più serenamente al futuro.