Category archive

Rubriche - page 2

Un aiuto per il rifugio “Sauvons nos Animaux”

in Rubriche

QUA LA ZAMPA  Il Rifugio “Sauvons nos Animaux” della Repubblica Democratica del Congo è in pericolo a causa di una frana

SOS Gaia si fa portavoce del disperato appello di Paterne Huston Bushunju, responsabile del rifugio per cani e gatti abbandonati “Sauvons nos Animaux” di Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo.  Il Rifugio, già in difficoltà per i problemi dovuti al reperimento dei fondi necessari per nutrire le centinaia di cani e gatti che ospita, nonché le cure che necessitano agli animali assistiti, ora a causa di una alluvione e di una conseguente frana è andato parzialmente distrutto, con la sparizione di 8 gatti e la distruzione di 32 ripari.
Il rifugio è seguito dall’incessante lavoro di Paterne Bushunju e dei suoi volontari, alcuni molto giovani e in età scolare, ai quali viene dato il materiale utile mettendoli in grado di frequentare la scuola, aiutando quelli in difficoltà e procurando loro le forniture scolastiche: uniformi, libri, cancelleria.
Attualmente sono centinaia i cani e i gatti ospiti del Rifugio, tutte creature salvate da situazioni difficili e in condizioni di salute molto precarie. Paterne e i volontari dedicano il loro tempo a curarli, sfamarli e offrire loro una situazione dignitosa. L’associazione è nata per iniziativa di Giancarlo Barbadoro, presidente onorario di SOS Gaia scomparso nel 2019. SOS Gaia sostiene il rifugio con raccolte periodiche. Lo slogan “Pour la Protection Animale et la Paix dans le monde, sans discrimination” è significativo ed esprime lo spirito con cui è nato questo rifugio.
Ora SOS Gaia si fa promotrice di un appello per salvare gli animali ospitati nel rifugio, già in difficoltà abituale per via delle condizioni difficili a causa della pandemia che ha provocato molti abbandoni degli animali, e ora parzialmente distrutto a causa della frana. SOS Gaia lancia un appello accorato: “Aiutiamo questi nostri fratelli a quattro zampe africani in questo momento di grave difficoltà! E ringraziamo Paterne e i suoi volontari per il grande impegno che ogni giorno dedicano agli animali”.  Per aiutare il rifugio “Sauvons nos Animaux” trovate le coordinate sulla pagina Facebook: Association Sauvons nos animaux/RDC.

Rosalba Nattero
Presidente SOS Gaia

Conte il trasformista e i senatori a vita

in Rubriche
IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
Al Senato della Repubblica,  la presenza di Senatori non elettivi, e nominati a vita, è una concessione simbolica al vecchio Senato del Regno che in base a 21 categorie di appartenenza prevedeva la nomina regia dei Senatori secondo precisi criteri che consentivano alle intelligenze più alte e ai cittadini più meritevoli di accedere a Palazzo Madama, anche durante il fascismo.
Il fascino del Senato del Regno deve aver lasciato un buon ricordo  se è vero che ne esiste ancora oggi una imitazione da operetta che si richiama ai fastigi sabaudi senza averne titolo alcuno e senza che nessuno commini sanzioni penali per abusi fin troppo evidenti.
La sinistra  coerentemente alla Costituente avrebbe voluto un Senato elettivo come era nello spirito della Repubblica, mentre la destra avrebbe voluto una parte di senatori nominati. Si giunse al compromesso della nomina da parte del Presidente della Repubblica di 5 cittadini per altissimi meriti verso la Patria ai sensi dell’articolo 59 della Costituzione. Essi avrebbero dovuto illustrare, come diceva Einaudi, la Nazione nei diversi campi, anche se in passato alcuni senatori     vennero attinti dalla politica e neppure della migliore: Taviani e Colombo sono gli esempi peggiori. Poi ci furono anche Valletta e Montale, Agnelli e Pininfarina, Levi Montalcini, Bobbio e Valiani, Spadolini e il poeta Trilussa. Montanelli rifiutò il laticlavio, come fece anche Toscanini.
Oggi c’è l’ormai decrepito Carlo Rubbia che non ha mai dato un apporto concreto  ai lavori del Senato, la prof. Cattaneo, anch’essa assai poco attiva politicamente,  la signora Levi celebratissima per i suoi insistenti appelli, le sue commissioni  e per le cittadinanze onorarie davvero sterminate, che non ha nulla a che vedere con il grande Primo Levi che subì il campo di sterminio, ma fu anche un grande uomo e un grande scrittore, famoso e tradotto in tutto il mondo che nessun Presidente nominò Senatore a vita. Infine c’è Renzo Piano,
l’archistar  del ponte di Genova che cede il suo vitalizio di Senatore per borse di studio. Questa ultima infornata di senatori,  insieme alla nomina di Mario Monti, servì al presidente Napolitano per cacciare Berlusconi dal Governo nel 2011   e blindare il suo successore,  nominato Senatore prima ancora di aver  conseguito gli altissimi meriti richiesti dalla Costituzione: un caso incredibile ,se non fosse tristemente vero.
I Senatori a vita non sono gran che considerati, se si eccettua in questi ultimi anni la signora Segre, onnipresente a  tutte le cerimonie, in tutte le circostanze possibili.
Furono anche  fondamentali per sostenere Prodi anche se Mastella riuscì a batterli.
La Senatrice Levi  Montalcini – da quanto so – si pentì amaramente per questo ruolo non in linea con la grande dignità del suo passato.
Ma quando un Governo non ha i voti dei Senatori eletti per sopravvivere per qualche tempo, ricorre a quelli vitalizi che si prestano a volte al gioco.
Anche il prof. “Giuseppi” Conte ambirebbe a quei voti che non merita e che sollecita con spavalda sfrontatezza.
Uno dei senatori  vitalizi  di diritto come ex Presidente della Repubblica, Napolitano, per ragioni di salute non può più accorrere in soccorso. Restano Monti, sempre disponibile a questi inviti, malgrado il suo fallimento politico, le due signore, Rubbia e Piano. Sarebbe dignitoso per il Senato che i Senatori a vita si sottraessero  a queste sollecitazioni che non sono dignitose per  chi le fa  e per chi eventualmente le accetta.
I Governi democratici si votano con i parlamentari eletti, senza ricorrere a ripieghi.
Se poi pensiamo ai Cinque Stelle e alla scatola di sardine che dicevano di voler aprire ,comprendiamo la situazione assurda e comica che si creerebbe.
In ogni caso, sarebbe tempo di pensare ad abolire i Senatori a vita che non hanno una reale utilità ed hanno costi ragguardevoli con uffici  e segreterie davvero sfarzosi a palazzo Zuccheri,vicino a palazzo Madama. Andrebbe anche messa in discussione l’assurda nomina a vita, che nel nuovo millennio appare del tutto ingiustificata. Nessuno in democrazia può ambire a posti vitalizi che invece tanto bene si attagliano alle dittature del terzo mondo. Neppure più il Papa si ritiene di per se’ a vita.

Rivolgiamoci alla Consula’

in Rubriche

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La pandemia continua a mietere morti e a me sembra putroppo che la Chiesa torinese non sia così presente, come ci si aspetterebbe, nel dramma che ci coinvolge, credenti e non credenti.

Di fronte alla morte e all’idea di dover morire ci vuole sensibilità ed umanità. Le solite preghiere stereotipate o le solite litanie – non voglio offendere nessuno, sia chiaro perché sono credente – non bastano. Ci vuole altro. Perché la chiesa torinese ha di fatto ignorato la Consolata (la Consula’ , cantata di Nino Costa) o Superga di Vittorio Amedeo II,  per  non parlare di Maria Ausiliatrice? Sono la storia di Torino insieme al Cottolengo e al Cafasso. Andrebbe ancor prima ricordato il popolano beato Sebastiano Valfre ‘ che fu protagonista spirituale  e materiale della resistenza dei torinesi all’assedio di Torino da parte dei francesi. Nei momenti difficili della mia vita sono andato alla Consolata dall’amico Mons. Franco Peradotto che prima era un grande uomo e poi era anche un grande sacerdote . Il cardinal Pellegrino sarà’ anche stato un grande grecista , ma umanamente era algido e trovava prioritario dialogare con il futuro sindaco comunista a cui spiano’ la strada. Che differenza tra il Cardinale Fossati o Mons. Pinardi! Altri arcivescovi non hanno di fatto lasciato traccia storica di se’:  ottime persone, ma senza carisma. Il cardinale Ballestrero riuscì persino a “laicizzare “ la Sindone. Mi resta invece indelebile il ricordo dell’ incontro con papa Wojtyla nel cortile dell’ Università,  uomo elettrizzante, carismatico. Dai laicisti venni attaccato per quell’incontro su invito dal rettore. Ricordo Papa Ratzinger per la sua ricchezza intellettuale e profondità umana che l’amico laico Marcello Pera mi ha aiutato a conoscere in modo più approfondito . Quattro righe del Papa tedesco valgono più di dieci prediche. Solo i faziosi dell’ Università di Roma non vollero accoglierlo in nome di un settarismo indecente. Ricordo con affetto e nostalgia Mons. Chiavazza, don Gnocchi, mons. Ruffino, mons. Bosso e mons Arcozzi Masino che condivisero la sorte dei loro soldati in Russia . Padre Ruggiero alle “Nuove“ conforto’ i condannati a morte. Ricordo il matematico e salesiano Piero Ottaviano uomo di grande disponibilità umana e civile, come il filosofo don Luigi Lo Sacco. Oggi don Ciotti e Olivero, incredibilmente taciturni , sono i due modelli di moda , ma anche molto lontani da una certa cristianita’ . Sono espressione di una chiesa un po’ troppo vip , celebrata dai politici che a me non piace. Sentii un certo disagio a ricevere insieme a Ciotti e Olivero un’alta onorificenza dal presidente Scalfaro che mi stupi’. La mia storia non aveva nulla con la loro. Ci saranno anche oggi dei sacerdoti degni di alcuni grandi esempi del passato. Voglio sperarlo . Sono loro che oggi ci occorrono , non i preti operai e i loro continuatori attuali. E’ quella Chiesa che deve dare la scossa e farci capire che non siamo abbandonati a noi stessi . Io ho la fortuna di avere un’assistenza spirituale in Liguria che mi da’ forza anche solo con una telefonata . La Chiesa altrimenti si atrofizza e perde la sua funzione più preziosa, quella di mettere in contatto le donne e gli uomini afflitti con Dio: janua coeli. Altrimenti le porte si aprono all’ateismo contemporaneo, da Nietzsche al povero Vattimo, allo squallido nichilismo privo di valori anche umani.

L’isola del libro

in Rubriche

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Almudena  Grandes  “La figlia ideale”  -Guanda-   euro 20,00

Il romanzo è ispirato a una storia di cronaca vera, ambientata nella Spagna franchista, e racconta un altro tipo di repressione, quella subdola di un manicomio in cui erano internate donne scomode, trascurate, senza futuro e non sempre artigliate dalla malattia mentale.

La vicenda è quella di Aurora Rodríguez Carballeira (nata nel 1879 e morta nel 1956) che nel 1933 uccise l’unica figlia Hildegart, di 18 anni, sparandole alla testa mente dormiva.

L’assassina era una donna ricca, colta, intelligente fautrice dell’eugenetica; teoria bastarda secondo la quale era lecito decidere chi doveva vivere o morire, chi poteva avere o non avere figli. Aurora era convinta di dover salvare il mondo e contribuire a rifondare la società; una sorta di missione per la quale la figlia –bambina prodigio che a 8 anni parlava 6 lingue, laureata in legge poco più che adolescente-  era  il principale strumento.

Leggendo scoprirete perché la uccise e quali furono le diagnosi, ma soprattutto vi avventurerete in un romanzo fluviale  in cui fatti storici e invenzione si fondono meravigliosamente.

La Grandes racconta il clima di paura e silenzi di una nazione oppressa, lo fa attraverso la malattia mentale, la vita negli ospedali psichiatrici e mette in campo 3 voci narranti.

Uno è il medico progressista Germán Velázquez che prende in cura Aurora nel manicomio femminile di Ciempozuelos, dal quale lei non uscirà più. E non c’è solo il resoconto del caso clinico della madre-assassina, affetta da paranoia; ma anche la vicenda personale e tragica di un uomo brillante e sensibile, fuggito in  Svizzera durante la guerra civile (figlio di un luminare vittima della dittatura), tornato in Spagna nel 1954, a 33 anni, per sperimentare un nuovo farmaco nel manicomio a una trentina di chilometri da Madrid.

Altra figura centrale è la giovane infermiera ausiliaria María Castejón, nipote dell’ex giardiniere del manicomio, nata e cresciuta tra quelle mura che sono la sua casa; è lei  l’unica che è riuscita a fare  breccia nello straniamento e isolamento di Aurora.

Mentre quella dell’intricata donna Aurora è la terza voce di questo libro; il quinto degli “Episodi di una guerra interminabile”, serie di 6 romanzi indipendenti che Almudena Grandes ambienta nella Spagna dal 1936 al 1975.

 

 

Costanza  DiQuattro   “Donnafugata”     -Baldini+Castoldi-   eur0  16,00

Per chi si appassiona alle saghe familiari ed ha amato “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, il libro da leggere è questo: seconda opera narrativa della talentuosa 34enne ragusana Costanza DiQuattro, direttrice artistica del teatro di famiglia Donnafugata, che già ci aveva dilettati con “La mia casa di Montalbano” nel 2019.

Ora ci ammalia con una saga ottocentesca siciliana che è anche romanzo storico, ma in primis è il  racconto della vita straordinaria del settimo barone di Donnafugata, Corrado Arezzo De Spucches.

Signore d’altri tempi, esponente di un’aristocrazia di provincia e di un casato tra i più antichi di Ibla, fiero e austero di fronte alle tragedie della vita, capace di sentimenti profondissimi.

Il libro inizia e si chiude volutamente nello stesso anno, il 1895, ma in mezzo vi scorre l’intera esistenza del barone, in un avanti e indietro continui nel tempo.

A partire dal giorno della sua nascita nel 1824 quando viene subito affidato alle amorevoli cure della balia Annetta, con la quale avrà un rapporto strettissimo e di grande complicità. Poi ci sono gli studi a Palermo, il suo amore per l’arte e il bello, il mecenatismo, il clima risorgimentale, la sua carriera come deputato al parlamento siciliano e poi del Regno d’Italia, il prestigioso compito di rappresentare il suo paese all’Internazionale di Dublino nel 1865 e infine la delusione per l’abbaglio sabaudo.

Fin qui la sua figura pubblica che ha lasciato il segno nella storia della Sicilia e in particolare di  Ragusa.

Ma le pagine più belle sono quelle dedicate all’amore incommensurabile per le donne della sua vita. La madre baronessa morta troppo presto; la moglie Concetta, scelta per lui dalla famiglia, quasi una sconosciuta all’inizio con la quale fu subito intesa e poi un’attrazione che divenne immenso amore. Un sodalizio che resistette all’impossibilità di mettere al mondo l’ottavo barone di Donnafugata, e al dolore per l’infelice destino della loro unica sfortunata figlia Vincenzina. E ancora il ruolo potente di nonno innamorato delle due nipoti che gli sopravvivranno.

Pagine stupende per raccontare un vita unica ed eccezionale…

 

Jung Chang  “Le signore di Shanghai”    -Longanesi-   euro  22,00

Jung Chang che abbiamo conosciuto attraverso l’autobiografico “Cigni selvatici” (nel 1991), ha ripetuto la magia con questa storia di donne, intrighi, amori e passioni nella Cina del 900.

L’autrice, nata nella provincia del Sichuan nel 1952, ha poi lasciato la Cina –dove i suoi libri sono proibiti-  nel 1978, si è trasferita in Gran Bretagna dove è stata la prima studentessa della Repubblica Popolare Cinese a conseguire un dottorato. Oggi vive a Londra e quando torna in patria è sempre sotto stretto controllo delle autorità.

In “Le signore di Shanghai” racconta le vite delle 3 sorelle Soong, poco conosciute  in Occidente, ma importanti per la storia cinese di metà 900, nel passaggio del paese da impero a repubblica, al governo nazionalista e al comunismo di Mao.

Figlie di Charlie Soong -ex predicatore metodista di Shanghai, diventato ricco uomo d’affari, di ampie vedute che le mandò a studiare in America- sono Ei-ling nata nel 1889, Ching-ling nel 1893 e May-ling nel1898.

«…Bassine e con la mascella quadrata, secondo gli standard tradizionali non erano grandi bellezze…..ma avevano visto il mondo: erano intelligenti, di mentalità indipendente e sicure di sé. Avevano “classe”».

3 caratteri diversi: una amava i soldi, una il potere, l’altra il suo paese. Ebbero vite incredibili e furono i loro matrimoni a tracciare le strade dei loro destini sullo sfondo di un paese tanto vasto e complesso.

Ei-ling, “Sorella maggiore”, convola a nozze con H.H. Kung,”l’uomo più ricco e corrotto dell’intera Cina” che costruirà un impero economico, più per la sua famiglia che per il progresso del paese.

La seconda, Ching, “Sorella Rossa”,  a 22 anni sposa Sun Yat-sen, ricordato come il padre della Cina moderna: giovane ribelle cantonese che sconfisse la dinastia regnante Manciù, trasformando la Cina in Repubblica. Alla sua morte nel 1925, Ching  si avvicina ai comunisti e nel 1949 diventa vicepresidente di Mao.

May, “Sorella minore”, nel 1927 sposa il generalissimo Chang Kai-shek (che subentrerà a Sun portando in Cina il governo nazionalista) e diventa a tutti gli effetti una First lady, protagonista del jet set internazionale.

3 donne straordinarie e imperfette, consigliere dei mariti, che furono al centro del potere, tra guerre, rivoluzioni e trasformazioni, affrontarono periodi difficili e di grande sofferenza, sfiorate più volte dalla morte.

 

Jung Chang    “L’imperatrice  Cixi”   -TEA-    euro   13,30

Se siete affascinati dalla complicata e avvincente storia della Cina, vale la pena leggere anche il precedente libro dell’autrice, pubblicato nel 2015, che ritrae una delle donne più forti e potenti del paese asiatico.

Cixi entrò a palazzo nel 1852 come concubina, non bella ma tanto fortunata da mettere al mondo un figlio maschio 4 anni dopo e fare un balzo in avanti quando l’imperatore Xianfeng la eleva a un rango superiore.

Diventa la consorte numero 2, seconda solo all’imperatrice Zhen e tra le due non ci fu mai rivalità. Intelligenti entrambe, una volta rimaste vedove, collaborarono e fecero fronte unito in attesa della maggiore età del piccolo imperatore Tongzhi. Entrambe gli fecero da madre e a un certo punto Zhen lasciò le redini a Cixi che, dal 1961 al 1908, per quasi 50 anni governò la Cina.

Non in prima persona (cosa impensabile), ma come reggente del figlio e poi del nipote. Sempre protesa nella lotta per condurre il suo paese fuori dall’arretratezza e traghettarlo nel progresso, nella modernità e in grado di stare al passo con le nazioni occidentali.

Questa corposa biografia storica rende a tutto tondo lo spessore dell’Imperatrice vedova che si trovò a fronteggiare nemici più forti e meglio armati, contrattare linee di confine, mediare la presenza di stranieri e missioni con usanze e credenze diverse…

Commise pure degli errori, per esempio affrontando male la ribellione dei boxer e macchiandosi anche di crudeltà; ma resta  il ritratto di una donna curiosa, aperta, lungimirante, alla quale la Cina deve molto. Fu lei a introdurre novità come la luce elettrica, la ferrovia, lo studio delle lingue e dell’economia straniere…

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Rubriche

Foibe inganno di massa? – Conte ter? – Lettere

Foibe inganno di massa?

Il solito re della faziosità, l’esimio Angelo d’O r s i, si è buttato a pesce nella campagna denigratoria, orchestrata contro il giorno del ricordo del  10 febbraio per minimizzare, se non negare, il dramma delle foibe, definendo << un inganno di massa >> le medesime e l’approvazione del giorno del ricordo  <<un gesto inconsulto >>. E’ bastato il libretto di uno “studioso” che lavora anche come guida turistica a scatenare una bagarre su “L a  S t a m p a” che ormai è un giornale di estrema sinistra che trasuda faziosità da ogni pagina e che è sempre meno venduto, letto e considerato. Qui si ritorna al clima della guerra civile, alla caccia all’esule giuliano- dalmata, si sta precipitando verso un comunismo aggressivo e violento che provocherà inevitabilmente una forte reazione anticomunista. Tutto il lavoro fatto da Gianni Oliva, principe degli storici su tanti temi scomodi e controcorrente come le foibe, da Luciano Boccalatte direttore dell’ ISTORETO, da Nino Boeti, Presidente del Comitato regionale Resistenza  e Costituzione, per non dire di Luciano  Violante e  Piero  Fassino, viene gettato via per delle scorribande ideologiche falsamente storiche di nessun valore scientifico. Voglio esprimere la mia totale vicinanza ideale all’ ANVGD, a Vatta e  ad Aquilante che hanno saputo tenere alte le ragioni dei morti infoibati e dei vivi obbligati all’esodo dalle terre del confine orientale. Andavamo anche nelle scuole a parlare di questi temi, ma ora, il Covid non c’entra, il tema è tornato un tabù come quando io avevo 14 anni. E poi questi mascalzoni vogliono il governicchio di unità tra tutti i “costruttori” (strana definizione che olezza vagamente di massoneria) e pugnalano l’Italia nella sua storia e nei suoi sentimenti nazionali più sacri. Non si illudano di portarci al regime, perché noi siamo pronti ad un nuovo Aventino, in questo caso fatto da liberi patrioti non disposti a vivere sotto la dittatura di gente come d’ O r s i.

Conte ter?

Non sappiamo come andrà a finire Conte, che oggi evoca i 500 morti al giorno per rimanere a Palazzo Chigi ,mentre sono proprio quei morti nel loro silenzio lugubre che lo cacciano moralmente dal Governo. Anche se quattro prezzolati lo salveranno , questo è e resta il governo delle massime restrizioni delle nostre libertà, del più alto numero di morti, di un ‘economia distrutta . Uno come Conte a Napoli sarebbe paragonato ad uno iettatore, ma sarebbe ingiusto gettare sul piccolo avvocato pugliese tutte le colpe ,perché esse sono da condividere equamente  con Zingaretti, Di Maio e anche con  Renzi che questo governo ha fatto nascere e votato. Ed aggiungo anche  una opposizione di parolai milanesi e romaneschi che non hanno saputo fare nulla di politicamente rilevante. Se non ci fossero mille errori pregressi e mille leggerezze che lo rendono non affidabile  al  Paese, si potrebbe salvare il solo Berlusconi che a 84 anni non ha voluto o saputo neppure scegliersi un “delfino”. Un disastro. Un  covid politico che si aggiunge a quello sanitario ed economico. L’ immagine più allegra che mi torna in mente è la lebbra del mondo antico.
.

Lettere      scrivere a quaglieni@gmail.com

.
Politici parassiti 
Ho letto il suo lucido articolo sul trasformismo nella storia italiana, davvero ammirevole per un’  analisi storica che fanno di Lei un Maestro . Ma non ci libereremo mai di questi parassiti di politicanti  ? Non ci bastano i virus e i batteri.       Luisella Regina
.
Lei scherza, ma il miracolo italiano si regge solo su quattro persone molto diverse: tre, Cavour, Giolitti, De Gasperi governarono con la democrazia, uno con la frusta, Mussolini e portò al disastro della guerra. Quasi tutti gli altri sono stati poca cosa, compreso Moro che voleva distruggere la Dc, portando il Pci al Governo. Salverei politicamente Togliatti, anche se il suo cinismo è insopportabile e  non consente una eccessiva rivalutazione  del Migliore. Togliatti fu un gigante, Zingaretti il fratello imbolsito  di un attore  televisivo che deve tutto a Camilleri.  Tutti questi uomini ed omini hanno impedito ad una sola donna di arrivare al governo. Sono convinto che la Jotti o la Anselmi avrebbero fatto meglio di Forlani o di Rumor. Quando abbiamo avuto uno statista come Craxi lo abbiamo coperto di monetine e di improperi.
.
Una società da buttare
Voglio raccontarle questo episodio : una signora ( he ha una sua storia e una sua importanza) è stata, in casa,  da sola, colpita da un grave ictus di notte. Io, amica della signora e del sindaco della mia città,  ho avvisato il sindaco con un messaggino,  anche se avrei potuto  anche telefonargli. Il Sindaco non mi  ha risposto ed ha ignorato la notizia. Cosa ne pensa?     Lettera firmata
.
Si è rivelato un sindaco indifferente e  umanamente  poco sensibile. Dopo  un episodio così, non lo voti più. E’ persona da poco e un  sindaco inadeguato: stile Conte. Ma posso sbagliare perché di gente insensibile è piena non solo la politica. Questa è una società marcia, da buttare.

Dog sitter, un albo per regolamentare la professione

in Cosa succede in città/Rubriche

Torino – Siamo abituati a ricondurre questo ruolo allo studente che porta a passeggio il cane di altri. In realtà la figura del dog sitter è molto diversa, ha più competenze maturate attraverso corsi di formazione che gli conferiscono conoscenze sull’etologia di base, sulla conduzione, sul trasporto, sulla gestione della passeggiata e sulla capacità di ospitare un animale.

Per questo sta diventando sempre più una professione qualificata che, secondo il consigliere regionale  di Forza Italia Paolo Ruzzola, necessita dell’istituzione di un vero e proprio elenco regionale professionale. Per questo il capogruppo di Fi ha presentato la Pdl 115, che è stata illustrata a Palazzo Lascaris  in Terza commissione, presieduta da Claudio Leone.

“Lo scopo dell’elenco regionale è quello di offrire ai proprietari di animali da compagnia i nominativi dei soggetti professionalmente e debitamente formati, che in Italia si stima siano circa 54mila” ha spiegato Ruzzola.

Il nostro Paese è al secondo posto in Europa per il possesso di animali da compagnia; secondo un rapporto del Censis del 2019, in Italia gli animali domestici sono circa 32 milioni, di cui 7 milioni sono cani e 7,5 milioni gatti. Un altro dato interessante è quanto rilevato dall’Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari italiani), che ha evidenziato come i proprietari di animali over 65 siano saliti dal 21% a quasi il 24% del totale negli ultimi sette anni, facendo emergere anche l’importante ruolo sociale degli animali da affezione, che hanno una funzione tesa a compensare la solitudine. Esiste poi il comparto economico dedicato, che viene stimato in 5 miliardi di euro, con un tasso di crescita del 12% negli ultimi tre anni. Si tratta di numeri importanti, all’interno dei quali troviamo innanzitutto le spese per il veterinario ed il settore del pet food.

Ci sarà tempo sino al prossimo 4 febbraio per le consultazioni online di tutti i soggetti interessati, relatore di Maggioranza del provvedimento è stato nominato lo stesso presentatore Ruzzola, mentre quello di Minoranza, come richiesto dalla consigliera Monica Canalis (Pd), verrà indicato prima dell’inizio della discussione generale.

 

Orgoglio ispanico

in Rubriche

Caleidoscopio rock Usa 🇺🇸 Anni ‘60

Nella storia del rock americano degli anni Sessanta compaiono svariati e considerevoli contributi dalla componente ispanica (in primis in sud California, in Texas e naturalmente in New Mexico);

si può notare come non fosse raro trovare bands incentrate su almeno 2 o 3 fratelli ispanici che costituivano la spina dorsale dei gruppi, soprattutto nelle sezioni ritmiche. Come corollario ne derivava che ci fosse dunque un più ampio contesto ispanico nell’ambito dei managers musicali, dei talent scouts, degli intermediari e delle stesse etichette discografiche. Qui ci soffermiamo sul catalogo di un’etichetta musicale dell’area di San Antonio davvero “ispanica nell’anima”, la Pa-Go-Go; dalla vita breve (un anno e mezzo circa) ma intensa, seppe includere esperienze musicali davvero interessanti per il periodo, sia sul versante latin che su quello rock.

Il nome stesso dell’etichetta indicava le iniziali dei soci, ossia Joe “Pato” Gonzales e altri due Gonzales (probabilmente non imparentati col primo): Manuel e Rudy “Tee” Gonzales (quest’ultimo leader della band “Rudy & the Reno Bops”). Ma l’asso nella manica era la moglie di “Pato”, Lillian Gonzales, che dall’area di origine di Saginaw (Michigan) teneva vivi i rapporti con svariate bands del Midwest tramite la compagnia di management Gonzales & Gonzales. Ecco spiegato il “mistero” per cui parte dei gruppi dell’etichetta texana Pa-Go-Go fosse del Michigan e dintorni.

Ecco quindi il catalogo Pa-Go-Go, non del tutto completo ma già con molteplici integrazioni emerse nel corso degli anni, grazie a ritrovamenti di numeri di catalogo che parevano ormai irrecuperabili:

101 – Danny & the Tejanos – “Mi otra movida” (polka) / “Con esta copa” (ranchera)
102 – Question Mark & the Mysterians – “96 Tears” / “Midnight Hour” (apr. 1966)
103 – Sir David & His Knights – “Shotgun” / “All My Love” (D. Camarillo, Ed. Arguello Pub.)
104 – Fernando Y Juan – “Se te llego tu dia” / “Vuela vuela Palomita”
105 – Chavez & the Chevelles – “Buscando Una Estrella” / “El Trenesito”
106 – Danny & The Tejanos – “Confecion” / “Mundo raro”
107 – Little Henry & His Band – “No soy tu arroz con pollo” (I. Lopez) / “Amor sin medida” (J.  Jimenez)
108 – Sonny Ace – “Ya volvio la Palomita” (L. Guerrero) / “Sandra” (M. Linan)
109 – Vince Cantu & the Nu-Dominoes – “Hermosisimo Lucero” / “Negra Jornada”
110 – Al Pinckney & the Exclusives – “Coasting” / “La-Hai”
111 – Chavez & the Chevelles – “Pido” / “Angelitos Negros”
112 – Danny & the Tejanos – “Listen, Sweet Thing” / “What’s the Word” (D. Martinez)
113 – Conjunto Los Galantes de Manuel Gutierrez – “Contestaction a ‘Me Voy Lejos’” / “Ellas”
115 – Freddie Fender & His All Stars – “Cool Mary Lou” / “You Are My Sunshine”  (1966)
116 – Fernando Y Juan – “Amor Necio” / “Devolucion”
117 – Little Henry & His Pa-Go-Go Band – “Hello Young Lovers” / “The Masquerade Is Over”
118 – The Staffs – “Another Love” / “I Just Can’t Go to Sleep”  (1966)
120 – Rocky Gil & The Bishops – “Gritenme Piedras Del Campo” / “Amor Por Corello”
121 – Count and the Colony – “Can’t You See” (D. Brown, B. Burden) / “That’s the Way” (L. Wheatley, B. Burden)   (1966)
201 – Count and the Colony – “Say What You Think” / “Symptoms of Love” (ott. 1967)

Gian Marchisio

Torino e i suoi musei. La Galleria Sabauda

in Rubriche

Torino e i suoi musei

Con questa serie di articoli voglio prendere in esame alcuni musei torinesi, approfondirne le caratteristiche e “viverne” i contenuti attraverso le testimonianze culturali di cui essi stessi sono portatori. Quello che desidero proporre sono delle passeggiate museali attraverso le sale dei “luoghi delle Muse”, dove l’arte e la storia si raccontano al pubblico attraverso un rapporto diretto con il visitatore, il quale può a sua volta stare al gioco e perdersi in un’atmosfera di conoscenza e di piacere

1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM (Galleria d’Arte Moderna)
7 Castello di Rivoli
8 MAO (Museo d’Arte Orientale)
9 Museo Lombroso- Antropologia Criminale
10 Museo della Juventus

2 Galleria Sabauda

È qualche anno che abito fuori Torino e l’andare in centro non rientra più tra quelle che posso definire “abitudini”. Il lato positivo è che, quando ci vado, apprezzo maggiormente lo spettacolo che la città mi offre: la folla che si muove disordinata, qualcuno, più frettoloso degli altri, che attraversa correndo la strada anche se c’è il semaforo rosso, i tram che partono scampanellando sui binari, il sali-scendi delle persone dai pullman, qualche cestino troppo pieno e i portici che rimbombano del brusio dei passanti. Piazza Castello è una delle piazze principali dell’antica Augusta Taurinorum, è di forma quadrata e su di essa si affacciano Palazzo Madama e Palazzo Reale, mentre il profilato perimetro è delineato da portici eleganti ed importanti edifici, quali l’Armeria Reale, il Teatro Regio, il Palazzo della Regione Piemonte, la Galleria Subalpina, la Torre Littoria e la piccola Chiesa di San Lorenzo, che si erge all’angolo con via Palazzo di Città, mentre l’affollata via Garibaldi sfocia nella stessa piazza come un fiume nel mare. Poco più oltre s’innesta la Piazzetta Reale, costeggiata da Palazzo Chiablese, dove si trova l’ingresso per i Musei Reali e si accede al passaggio pedonale che porta a Piazzetta San Giovanni. Quando inizia a fare bel tempo si accendono le fontane, ricordo che quando finiva la scuola, noi studenti del Liceo Classico “Gioberti”, come molti altri ragazzi degli istituti vicini, andavamo a buttarci sotto l’acqua fredda per festeggiare l’arrivo dell’estate.

Vivere in un qualche luogo significa arricchirlo di ricordi, ma alcuni luoghi più di altri si legano ai vissuti e credo che per me piazza Castello sia proprio uno di quelli: punto di ritrovo “davanti al chiosco di giornali di via Garibaldi” o alla “focacceria”, i festeggiamenti bagnati – e leggermente maleodoranti- alla fine del ginnasio e tanti altri piccoli momenti che riaffiorano tutte le volte che passo di lì. Ma non è per raccontarvi della mia adolescenza che vi ho condotto qui, ma per proporvi di entrare a dare un’occhiata ad una delle varie collezioni che sono conservate all’interno del Palazzo. Nel regale complesso si trova la Galleria Sabauda, una delle raccolte pittoriche più importanti d’Italia, con alla spalle oltre 180 anni di storia. Le opere, oltre 700 dipinti che spaziano dal XIII al XX secolo, sono esposte dal 2014 nella Manica Nuova di Palazzo Reale, all’interno del complesso del Musei Reali di Torino.

Fra i contenuti di maggior interesse spicca una raccolta particolarmente importante di autori rinascimentali piemontesi, fra cui Giovanni Martino Spanzotti, Gaudenzio Ferrari e Defendente Ferrari, un vasto assortimento di opere prodotte dai maggiori nomi della pittura italiana, come Beato Angelico, Duccio di Boninsegna, Piero del Pollaiolo, Andrea Mantegna, Filippino Lippi, Il Veronese, Tintoretto, Guercino, Orazio Gentileschi, Giambattista Tiepolo e uno dei migliori nuclei italiani di dipinti della Scuola Fiamminga, con nomi quali Van Dyck, Rubens, Rembrandt, i Brueghel, Memling e Van Eyck.
La storia della collezione della Pinacoteca è lunga e complessa, inizia il 2 ottobre 1832, con la cerimonia ufficiale di inaugurazione della collezione di Carlo Alberto, con cui si sancisce che le opere vengano messe a disposizione della comunità e «aperte al pubblico». Allora però la raccolta era esposta a Palazzo Reale, dove rimase fino alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando venne spostata a Palazzo Carignano. Negli anni Ottanta dell’Ottocento le opere erano 550, disposte tra le varie sale dell’edificio, divise per autori (piemontesi ed italiani), grandi formati, nature morte, ceramiche e fiamminghi. Alessandro Bandi di Verme ampliò la galleria di 5 sale e ordinò che i quadri fossero disposti secondo una concezione logica ed estetica.
Negli anni Trenta del Novecento la raccolta prende il nome “Galleria Sabauda”, ma si impoverisce poiché Mussolini cede svariate opere ai musei londinesi. Durante il periodo bellico l’esposizione chiude al pubblico per molto tempo; negli anni Cinquanta la Galleria viene inserita nel piano di rinnovamento dei grandi musei nazionali che necessitano provvedimenti e finalmente, il 24 maggio 1959, la Galleria riapre ufficialmente. Oltrepasso la cancellata, eseguita nel 1840 da Pelagio Palagi a scopo di delimitare la Piazzetta Reale dalla pubblica Piazza Castello, alzo lo sguardo verso le faccione dorate dell’orrorifica Medusa e mi avvio alla biglietteria.

Una volta entrata mi trovo di fronte al lungo corridoio e qui da una parte si affacciano le numerose stanze e dall’altra spiccano le statue romane. A questo punto non mi resta che cercare i numeri delle sale e iniziare il percorso. Le opere esposte sono moltissime, tutte meravigliose, ma alcune incontrano particolarmente i miei gusti, come il dipinto del fiammingo Hans Memling, “Scene della passione di Cristo” (1470). Si tratta di una tela di modeste dimensioni, emblematica di uno degli stili pittorici che più mi piacciono, quello fiammingo. Con “arte fiamminga” si è soliti indicare la produzione artistica del XV-XVI secolo, portata avanti nei Paesi Bassi, caratterizzata da un approccio sensoriale ed analitico della realtà fenomenica delle cose, che si traduce in pittura in una minuziosa descrizione dei più piccoli dettagli, resi in maniera sorprendentemente realistica. A questa tipologia di opera sarebbe il caso di avvicinarsi con una lente d’ingrandimento, alla ricerca di personaggi nascosti, come, in questo caso, il bambino che assiste affacciato alla finestra al crudele destino di Gesù. Mi avvicino alla tela che va letta dall’ alto a sinistra a scendere, percorrendo con lo sguardo le strette vie raffigurate con dovizia di particolari, affollate di personaggi usciti da un presepe nordico, ognuno con caratteristiche proprie. Mi perdo in uno spazio urbano che sembra rifuggire i principi della prospettiva e della verosimiglianza, l’autore ha inserito più di venti scene della Passione di Cristo, così come sono ricordate dai Vangeli. In primo piano, ai lati, vi sono rappresentati i committenti, Tommaso e Maria Portinari, due facoltosi banchieri fiorentini.

All’interno della Galleria vi sono altri quadri fiamminghi, tutti, a mio personalissimo avviso, da osservare avvicinandosi il più possibile, con sguardo indagatore, come si volesse giocare a fare i “detective”. Incontro varie nature morte, composizioni di fiori pomposi, bicchieri e vetri lucenti e piccoli insetti che si inseriscono nel componimento con “nonchalance”; mi imbatto in grandi maestri quali Anton van Dyck, (Principe di Savoia Tommaso Carignano, 1634), Van Weyden e un minuscolo ma non meno affascinate Rembrandt Harmenzoon van Rijn. Non riesco a non fermarmi davanti alla piccola opera, sembra una fotografia scattata al buio, gli occhi si devono abituare all’oscurità che si sta osservando e finalmente percepiscono i dettagli che emergono dall’ombra: una brace ormai spenta illumina una brocca, un attizzatoio e delle aringhe messe a essiccare. La fioca luce, vera protagonista del componimento, si posa anche sul volto dormiente e sulle dita intrecciate dell’anziano signore, vestito di nero e seduto abbandonato su una sedia. La virtuosistica tela quasi monocroma è databile al 1629, il suo significato rimane incompreso, alcuni pensano si tratti di un filosofo o Tobia dormiente, oppure ancora l’allegoria dell’accidia o il ritratto del padre del pittore prossimo alla morte.

Guardo un’ultima volta la piccola composizione, per avere la certezza di non essermi persa nessun dettaglio, poi mi allontano piano, come non volessi svegliare l’assopito vecchio stanco.
Mi aggiro per la pinacoteca continuamente osservata da tutti quei personaggi dipinti, ogni tela cela una storia al suo interno, come nel caso dell’opera di Bartolomeo Passerotti, “Perseo e Andromeda”, nella quale l’autore raffigura l’eroe di ritorno dall’impresa dell’uccisione della mostruosa Gorgone, nel momento in cui si imbatte nella candida fanciulla ancorata allo scoglio, lì imprigionata a causa della spregiudicatezza della madre. Quasi non me ne accorgo, ma sto inconsciamente giocando a riconoscere miti e personaggi studiati sui libri di scuola durante le ore di letteratura, riconosco l’episodio di Ercole che affida Deainira al Centauro Nesso, rappresentato da Pecheux, Apollo e Dafne e Pan e Siringa nelle opere di Filippo Lauri, ancora mi soffermo davanti a Lucrezia, magistralmente rappresentata da Guido Reni nell’atto estremo del suicidio, ma poi anche la tragica vicenda di Diana e Callisto nella tela di Cambiano e infine mi attardo un po’ di fronte all’opera di Galliari, che raffigura un mito che molto concerne Torino, “La caduta di Fetonte”.

Forse non si sa, o quantomeno non si dice abbastanza, ma nel capoluogo piemontese, proprio nella Galleria Sabauda, sono conservati grandi nomi della storia dell’arte, quali Botticelli, di cui è visibile la così detta “Venere Gualino”, dal nome del suo acquirente, Riccardo Gualino, che la comprò nel 1920 per poi cederla dieci anni dopo alla Galleria. Davanti al quadro è impossibile non pensare alla ben più nota Venere degli Uffizi. L’opera venne probabilmente realizzata nel momento di massima attività della bottega del maestro fiorentino. La fanciulla si presenta nuda al visitatore, leggera e pallida, alle sue spalle una nicchia dal fondo scuro; poggia i piedi su un gradino di marmo chiaro, che le vicende conservative del dipinto hanno reso leggermente sghembo. Cerca, con pudore, di coprirsi con le mani e con i lunghi capelli biondi ramati. Oggi si tende a vedere nella “Venere Gualino” un’opera indipendente, anche tenendo conto di una menzione di Giorgio Vasari, che ricorda come in varie case fiorentine si trovassero raffigurazioni simili, prodotte nella bottega di Botticelli: una scultura della tipologia della “Venus Pudica” dovette essere il modello in comune tra queste opere e la tela degli Uffizi. Altri nomi in cui ci si imbatte con timoroso rispetto sono Filippino Lippi, Andrea Mantegna, Beato Angelico, Veronese, Tiepolo, Orazio Gentileschi, Vanvitelli, Canaletto e altri, autori che ha più senso vi inviti ad andare a visionare piuttosto che elencarli freddamente.

Prima di uscire “a riveder le stelle” vorrei soffermarmi ancora su un’opera e su un autore che amo particolarmente: “Ercole nel giardino delle Esperidi” di Pieter Paul Rubens, (Siegen, 1577-Anversa, 1640). L’opera si trova nella sala 29, dove sono esposti altri capolavori del genio barocco per eccellenza. Nelle sue opere prevale la complessità, la policentricità, l’intrecciarsi di motivi e linee di forza, la pienezza rigogliosa delle forme, lo splendore e la vivacità dei colori, il virtuosismo tecnico che gli permette di giungere ad una definizione dell’opera molto finita e preziosa. In questo specifico quadro è rappresentato un Ercole forzuto e massiccio, fatto di carne e di muscoli, secondo i canoni di Rubens, mentre sta per cogliere i pomi d’oro nel mitico giardino delle Esperidi. È l’undicesima fatica che l’eroe greco deve affrontare e che riesce a superare grazie al consiglio di Prometeo, che gli suggerisce di farsi aiutare da Atlante.
Alcuni di voi si ricorderanno la divertente rivisitazione Disney in cui il protagonista viene appellato “scemercole”, bene, forse è vero che l’intelligenza è caratteristica più di Odisseo che di Ercole, ma in questo episodio l’eroe dimostra di sapersela cavare. Quando Ercole si reca da Atlante, quest’ultimo accetta di aiutarlo, ma per poterlo fare è necessario che il forzuto greco regga un po’ il Mondo al posto suo; Ercole acconsente e a quel punto Atlante, sgranchendosi la schiena, fa per andarsene e abbandonare l’eroe a quel compito infausto. Spaventato dal quel mesto destino Ercole aguzza l’ingegno: “Fammi aggiustare la veste prima di andartene,” dice Ercole ad Atlante mentre gli ripassa quel Mondo così pesante, e l’altro ci casca in pieno.

Dall’arte c’è sempre qualcosa da imparare.

Alessia Cagnotto

I diversi volti del trasformismo

in Rubriche

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

L’ Italia è il Paese del trasformismo. Aveva ragione Gramsci a leggere la storia italiana in questa chiave, partendo da Cavour e Rattazzi per giungere a De Pretis e a Giolitti.

Molte maggioranze di governo si fondavano sul passaggio da uno schieramento all’altro di parlamentari, spesso per motivi inconfessabili, ma non sempre. Il connubio Cavour – Rattazzi, ad esempio, consenti al gran Conte di governare e di fare l’Italia, De Pretis si sostituì alla Destra Storica con metodi poco limpidi e i suoi governi non fecero un buon lavoro. Quel periodo sfociò nel governo Crispi,  reazionario nella politica interna e velleitario in quella coloniale. De Pretis segno’ quello che Spadolini definì l’autunno del Risorgimento. E con De Pretis cominciò‘ in modo preoccupante il malaffare e la corruttela meridionale trasferita in parlamento e al governo.
Gramsci accusò Giovanni Giolitti che concluse cent’anni fa il suo ultimo governo, il quinto, di “trasformismo molecolare“ perché andò a cercare a volte il voto del singolo parlamentare. Ma Giolitti, al di là di certi modi discutibili che lo fecero definire da Salvemini il “ministro della mala vita” seppe usare il consenso per grandi riforme e grandi progetti, come prima di lui fece Cavour. Giolitti fu un vero statista. Poi, con la fine del maggioritario e dell’uninominale dopo la prima guerra mondiale,  il trasformismo fu reso più difficile dalla nascita dei partiti di massa in parlamento.Dopo la parentesi fascista i trasformismi cambiarono. Ad esempio, il voto dell’articolo 7 della Costituzione da parte di Togliatti e del Pci fu un gesto trasformistico che fece inserire i Patti Lateranensi di Mussolini nella Costituzione. Ma quello di Togliatti era un progetto cinico, ma di alto profilo politico perché mirava ai rapporti con i cattolici.
Nella storia della repubblica si conoscono altri episodi miserevoli come l’acquisto di deputati monarchici da parte di Lauro per dividere il PNM di Covelli a vantaggio della Dc. Anche la scissione missina che creò‘ Democrazia nazionale nel 1976 fu orchestrata dalla Dc per indebolire Almirante dopo il grande successo del 1972. Non così si può dire delle due scissioni socialiste del 1947 e del 1969 che avevano motivazioni ideologiche precise al di là del clientelismo socialdemocratico che generarono e che tolse smalto a quelle scelte. Ci furono anche nella prima e seconda repubblica casi di deputati e senatori passati da un partito all’altro, soprattutto nella seconda repubblica. L’on. Luigi Compagna nella stessa legislatura passò in quasi dieci gruppi parlamentari. Anche i deputati eletti all’estero furono facile preda di acquisti a buon mercato.
Bisogna arrivare ai responsabili a sostegno di Berlusconi dopo il volta faccia di Fini per trovare altri trasformisti molecolari o quasi, come Scilipoti che arrivava dalle file di Di Pietro. Il bipartitismo della II repubblica favori il cambio di casacca. Pensiamo  a Quagliariello, Costa, Alfano ed altri.
Prima ci fu anche Mastella che con la sua Udeur scrisse un’altra pagina di trasformismo bieco, un caso da manuale. Anche chi segui Cossiga nel sostegno al governo D’Alema fu un trasformista ,anche se il disegno di Cossiga non si può accusare di trasformismo. Adesso è giunto il turno – sembra – della moglie di Mastella e di qualche altro “costruttore“, anzi patriota, pronto a sostenere Conte. La parola costruttore fu coniata da Mattarella a Capodanno.
Senza dare valutazioni etiche che in politica sono sempre molto discutibili ed incerte, oggi c’e’ da domandarsi una cosa sola: Conte merita un terzo incarico? E’ simile a Cavour e Giolitti o appartiene alla peggiore o, almeno alla più scialba e inefficiente politica della storia repubblicana? Se è uno statista, merita sicuramente il voto di chi si appresta a sostituire Renzi che, dando vita al Conte bis, fece, a sua volta, una scelta trasformista. Se non è un nuovo Cavour o un Giolitti redivivo, merita invece di tornare a casa. Cent’anni fa socialisti e cattolici dopo una guerra vinta, impedirono a Giolitti di governare.
Ma nell’ Italietta travolta dal Covid e dalla crisi economica questi confronti sono impraticabili anche perché, di fatto, per molti la democrazia va sospesa, lasciando il potere al Governo, scavalcando persino il Parlamento. Forse sarà il caso di ricordare cosa accadde nel 1922, tenendo presente che le forme di dittatura del nuovo secolo non necessariamente sono tinte di nero.ma possono avere forme subdole, ma non meno letali per la libertà.

Inviato da iPad

UniTo: quando interrogavano Calvino

in Rubriche

Torino e la Scuola

“Educare”, la lezione che ci siamo dimenticati
Brevissima storia della scuola dal Medioevo ad oggi
Le riforme e la scuola: strade parallele
Il metodo Montessori: la rivoluzione raccontata dalla Rai
Studenti torinesi: Piero Angela all’Alfieri
Studenti torinesi: Primo Levi al D’Azeglio
Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino
Studenti torinesi: Cesare Pavese al Cavour
UniTo: quando interrogavano Calvino
Anche gli artisti studiano: l’equipollenza Albertina

 

9 UniTo: quando interrogavano Calvino

Lo dico subito: tengo molto al tema di questo articolo e non medierò in nulla la mia passione per l’autore che andrò ad affrontare quest’oggi per la mia rubrica sugli studenti torinesi. Si tratta di uno scrittore che purtroppo a scuola non viene approfondito e che rischia, a mio parere, di non essere sufficientemente conosciuto.
Sto parlando di Italo Calvino, nato nel 1923 a Santiago de Las Vegas, (Cuba), da genitori italiani, entrambi docenti universitari di materie scientifiche. In seguito, nel 1925, la famiglia si trasferisce a Sanremo, dove Italo trascorre l’adolescenza e compie il primo ciclo di studi, infine, nel 1941, si trasferisce a Torino per frequentare l’Università di Agraria. Nel 1943 entra nella brigata comunista Garibaldi. Dopo la guerra, nel ’45, Calvino lascia la Facoltà di Agraria e si iscrive a Lettere e nello stesso anno aderisce al PCI. Alla Facoltà di Lettere di Torino si laurea nel 1947 con una tesi su Joseph Conrad. A Torino entra in rapporto con Natalia Ginzburg e Cesare Pavese a cui sottopone i suoi racconti. Inizia a collaborare con il quotidiano “l’Unità” e con la rivista “Il Politecnico” di Elio Vittorini. Nel frattempo si afferma la celebre casa editrice torinese Einaudi (fondata nel ‘33 da Giulio Einaudi), all’interno della quale collaborano Pavese e Vittorini, di cui Calvino è diventato ormai grande amico. Grazie a Pavese viene pubblicato nel 1947 il primo romanzo di Italo “Il Sentiero dei nidi di ragno”. Le sue doti di scrittore non possono passare inosservate, così due anni più tardi esce una prima raccolta di racconti “In ultimo viene il corvo” (1949), seguito da una moltitudine di altri successi. Nel ‘57 lascia il PCI, e nello stesso periodo collabora con diversi giornali, tra cui “Officina”, rivista fondata da Pier Paolo Pasolini, e dirige con Vittorini la rivista “Menabò”.

Dopo i successi lavorativi, nel 1962, Calvino incontra l’amore, conosce infatti Esther Judith Singer, una traduttrice argentina con cui si sposa – a Parigi- nel 1964. Italo rimane con la compagna nella capitale francese fino al 1980, anno in cui si trasferisce a Roma e pubblica “Palomar”. Nel 1984 lascia Einaudi e passa a Garzanti. Nel 1985 riceve il riconoscente invito da parte dell’Università di Harvard a tenere una serie di conferenze. Italo accetta e inizia a preparare le sue lezioni, ma, purtroppo, viene colto da un ictus improvviso nella sua casa a Roccamare, presso Castiglione della Pescaia. Muore pochi giorni dopo a Siena, nella notte tra il 18 e il 19 settembre. I testi tuttavia vengono pubblicati postumi nel 1988 con il titolo “Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio.” Per quel che mi riguarda, Calvino l’ho scoperto per caso, curiosando tra i molti libri che a casa ci sono sempre stati, giocando a leggere titoli che mi suggerivano storie elaborate e fantasiose. Ricordo una copertina sul verde, leggermente consunta, avvolgeva delle pagine ingiallite: era la trilogia de “I nostri antenati”. È stata una delle prime opere che ho letto con attenzione e totale trasporto, ho da subito amato lo stile lineare e lucidissimo dell’autore, il suo modo semplice di raccontare con misurato rigore, le parole fluide che si dispongono quasi in automatico a comporre le frasi, come pezzi di un puzzle che per forza così si devono incastrare.

Leggere Calvino è bello. Lasciarsi trasportare dalle trame dei suoi racconti è un’esperienza avvolgente, completa, rilassante, ma anche occasione di riflessione, perché Italo non è solo maestro della narrazione, ma anche uomo di grande cultura e forbito pensatore. Calvino tuttavia, prima di diventare un grande fra i grandi, fu uno studente fra gli studenti, e viene un po’ da sorridere all’idea di immaginarselo di fronte all’Università, intento a rivedere gli appunti e a ripassare per gli esami, mentre sfoglia velocemente i propri libri. E fa ancora più meraviglia immaginarselo lì, forse lievemente impaurito, in attesa di essere interrogato da qualche professore per cui provava magari timore reverenziale. Certamente di professori che incutevano, diciamolo pure, “paura” all’Università di Torino ne sono passati molti, e la storia dell’istituzione è decisamente antica. Le origini dell’Università degli Studi Torino risalgono ai primi anni del XV secolo. Dopo la morte improvvisa di Gian Galeazzo Visconti alcuni docenti delle Università di Pavia e Piacenza proposero a Ludovico di Savoia-Acaia la creazione dello “Studium Generale” di Torino, in quanto sede vescovile e crocevia della rete di collegamenti tra la Francia, la Liguria e la Lombardia. La nuova Università nacque ufficialmente nel 1404 con la bolla di Benedetto XIII, papa di Avignone.
Dal 1443 fino all’inaugurazione del prestigioso palazzo di via Po vicino a Piazza Castello nel 1720, l’Università ebbe sede nel modesto edificio acquistato e ristrutturato appositamente dal Comune all’angolo tra via Dora Grossa, l’attuale via Garibaldi, e via dello Studio (poi via San Francesco d’Assisi).

L’Università torinese, pur non competitiva rispetto alle altre grandi Università italiane, era comunque di grande rilievo, non dimentichiamo che Erasmo da Rotterdam vi conseguì la laurea in Teologia nel 1506. Particolarmente floridi per l’Università furono gli anni delle riforme di Carlo Alberto (1831-1849). Il periodo albertino è caratterizzato dallo sviluppo di alcuni istituti, dalla creazione di nuovi e dalla presenza sul territorio di docenti di prestigio, quali ad esempio Augustin Cauchy, matematico e ingegnere francese, o Pier Alessandro Paravia, letterato e mecenate italiano di grande fama. Nel corso degli anni molte furono le innovazioni e le modifiche che i vari corsi subirono, per esempio, nel 1844 le Facoltà di Medicina e di Chirurgia furono nuovamente riunite e riformate, mentre nel triennio 1846-48 si provvide, tra forti contrasti e resistenze, a riformare la Facoltà di Scienze e Lettere che il 9 ottobre 1848 cessò di esistere. Si istituirono due Facoltà separate, una di “Belle Lettere e Filosofia” e l’altra di “Scienze Fisiche e Matematiche”, quest’ultima tra l’altro poteva vantare nomi di docenti illustri quali Avogadro, Bidone, Plana, Giulio, De Filippi, Sobrero, e Menabrea. Continuando per una più che rapida carrellata storica, è necessario ricordare un altro momento storico cruciale, non solo per la storia della Scuola, ma per la Storia con la “S” maiuscola. La riforma Gentile, varata nella prima metà del 1923, che riconobbe 21 Università e inserì quella di Torino tra le dieci a carico dello Stato. Siamo durante il ventennio fascista, periodo in cui l’Ateneo torinese cercò di mantenere la massima autonomia didattico-scientifica. Quando il regio decreto del 28 agosto 1931 stabilì che i docenti avrebbero dovuto giurare di essere fedeli non solo alla monarchia, ma anche al regime fascista, in tutta Italia solo 12 insegnanti su oltre milleduecento rifiutarono di prestare il giuramento, perdendo così la cattedra. Tre di questi erano membri del corpo docente dell’Università di Torino: Mario Carrara, Francesco Ruffini e Lionello Venturi. Nell’ultimo secolo la Facoltà di Lettere ebbe insegnanti come Luigi Pareyson, Nicola Abbagnano, Massimo Mila. A Giurisprudenza insegnarono Luigi Einaudi e Norberto Bobbio. Molti tra i protagonisti della vita politica italiana del Novecento si formarono all’Università di Torino, come Gramsci e Gobetti, Togliatti e Bontempelli.

Alla fine degli anni Sessanta la nuova (e attuale) sede del “Palazzo delle Facoltà Umanistiche”, noto anche oggi come “Palazzo Nuovo”, trovò spazio nella moderna costruzione di Via Verdi. Nel 1998 è stata fondata l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”. Nel 2012 è stato inaugurato il “Campus Luigi Einaudi”, nuovo polo accademico con funzione di sede unica per i corsi di studio nell’ambito delle Scienze giuridiche, politiche ed economico-sociali. L’identità dell’Università degli Studi di Torino è costituita dal sigillo, il cui primo esemplare risale al 1615. Vi è rappresentato un toro, che indica lo stretto legame dell’Ateneo con la città di Torino, adagiato su tre libri, che alludono alle prime tre Facoltà dello “Studium” torinese: Teologia, Leggi, Arti e Medicina. Il toro ha la testa volta all’indietro verso un’aquila ad ali aperte che poggia sulla groppa dell’animale. L’aquila fissa il sole, simbolo della sapienza, ed è coronata, perché è il re degli uccelli ed è anche insegna dell’imperatore che, con diploma del 1412, aveva confermato la bolla papale di fondazione, risalente al 1404. Sui tre libri sono incise una crocetta, un fermaglio e un altro segno indistinto. Questa la legenda: “SIGILL(um) UNIVERS (itatis) AUGUSTAE TAURINORUM”. Il logo divenne emblema dell’Università dal 1925.

Dopo questo breve “excursus” possiamo focalizzarci nuovamente sul nostro studente per oggi prediletto.
“Gli artisti usano le bugie per dire la verità” dice V, personaggio mascherato da Grey Fox, disegnato da David Loiyd, protagonista di “V per Vendetta”, una serie di fumetti scritti da Alan Moore, allo stesso modo – se mi è permesso l’ardito accostamento tra l’autore italiano e il mondo fumettistico inglese- Calvino usa le sue narrazioni favolistiche come spunto per un’ardita riflessione sull’esistenza e sulla condizione dell’uomo contemporaneo.  L’autore occupa un posto di primo piano non solo nella storia della narrativa ma anche nel nostro panorama culturale italiano, sia per i suoi lucidi interventi di critico militante, sia per la centralità del suo ruolo di collaboratore nella politica editoriale della casa editrice “Einaudi”, dove ha lavorato per trent’anni.
Calvino sostiene una concezione impegnata del lavoro intellettuale e della letteratura, tanto che nel 1955 scrive nel suo saggio “Il midollo del leone”: “Noi pure siamo tra quelli che credono in una letteratura come educazione di grado e di qualità insostituibile”.

La produzione di Calvino, per la varietà di innovazioni fantastiche e per le diverse modalità narrative, non trova eguali in nessun altro autore del Novecento. Il tema costante della sua produzione è la condizione storica dell’uomo, il suo stare al mondo, argomentazione a lui cara sia nei primi scritti, fino al suo ultimo libro “Palomar” (1983) in cui porta avanti una lucida e disincantata analisi della condizione dell’essere umano, che si interroga e che vuole capire se stesso e l’universo in cui vive.
La multiforme produzione calviniana è solitamente divisa in “fasi”: “neorealistica”, “allegorico-fiabesca” e “fantascientifica”. È utile però ribadire che tali classificazioni, che sono elastiche e strumentali, non vanno intese come un’ordinata successione cronologica, con modalità narrative specifiche che si concludono definitivamente una dopo l’altra; è infatti caratteristica preminente in Calvino la coesistenza, spesso anche all’interno dello stesso testo, di atteggiamenti contrastanti, che però egli riesce sapientemente a mediare.

Il suo essere narratore peculiare è evidente già dal suo primo romanzo, edito nel 1947, titolato “Il sentiero dei nidi di ragno”, un testo inseribile all’interno del filone neorealistico. Il libro affronta la tematica della Resistenza, argomento caro a molti altri suoi contemporanei, ma che Calvino espone secondo la sua ottica innovativa e inaspettata, così il lettore si trova catapultato non in un “semplice” romanzo storico, ma in una sorta di “favola a lieto fine”. Protagonista del romanzo è Pin, un bambino maturato velocemente, costretto a conoscere la violenza e la durezza della vita per strada. La vicenda ci è raccontata attraverso il suo sguardo di fanciullo cresciuto, che certo si inserisce nelle vicende degli adulti, ma che comunque non riesce a comprendere del tutto.
La dimensione favolosa e fantastica è di certo la più autentica per Calvino, come dimostrano i romanzi “Il visconte dimezzato” (1952), “Il barone rampante” (1957) e “Il cavaliere inesistente” (1959). Tali opere, conosciute come la trilogia de “I nostri antenati”, fanno capo al genere del racconto filosofico, filone letterario che in Italia non ha mai conosciuto particolari apprezzamenti. Va però detto che, se nel racconto filosofico l’intento è dimostrativo e raziocinante, in Calvino dominano il gusto per l’invenzione e il fantastico. In questi testi favolistici vi è però una sorta di “doppio fondo”, un messaggio nascosto, che il lettore accorto scova se si sofferma a pensare tra un capoverso e l’altro. Si tratta di tre romanzi allegorici sulla condizione dell’uomo contemporaneo, “alienato”, impossibilitato a raggiungere la completezza (come dichiara l’autore stesso nella presentazione editoriale de “Il visconte dimezzato”). Oltrepassiamo la gradevolezza della “fabula” e soffermiamoci dunque sul motivo di fondo del racconto di colui che è “dimidiamento dell’uomo contemporaneo, mutilato, incompleto, nemico a se steso”, o sul principio enunciato dal Barone: “chi vuol guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria” oppure sulla vicenda di Agilulfu, che è solamente un’armatura vuota, metafora dell’essere umano deprivato della sua irripetibile individualità, ridotto a “funzione”, usato come mezzo e non pensato come fine. Favole certo, ma con un “Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι” (o mythos deloi oti: “la favola insegna che”, di esopica memoria) da non sottovalutare.

L’interesse per la condizione umana è altresì evidente ne “Le Cosmicomiche” e in “Ti con zero” (1967). Si tratta di opere inscrivibili alla fase “fantascientifica”, in cui l’autore attinge alla fisica quantistica, alla genetica e alla biochimica per sottoporre a discussione una moltitudine di problematiche scientifiche. Qfwfq è l’impronunciabile nome dell’entità protagonista, vecchia quanto il mondo e con la stessa memoria del mondo. È proprio tale improbabile personaggio ad analizzare un microcosmo lontano dal nostro, esistente prima della nascita del concetto di spazio e di tempo, nel quale però sono già presentati i conflitti, le tensioni e le dinamiche interpersonali che si incontrano nel mondo di oggi. Anche in questo romanzo psichedelico vi è una riflessione celata all’interno del tessuto narrativo, e l’interrogativo costante è “L’uomo non cambia e i suoi problemi sono immutabili e insolubili”? Al lettore l’ardua sentenza.
L’autore ci coinvolge continuamente e ci esorta a rimuginare, a trarre le giuste conclusioni, ma da sommo Maestro com’è, intanto che aspetta ne approfitta per darci ancora una lezione, che forse ci spiazza e ci costringe ad ingoiare quella minuscola frase che stavamo faticosamente formulando. Nell’opera “Le città invisibili” egli scrive: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abbiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce fatale a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”. E la domanda rimane aperta: “la favola insegna che?”

Alessia Cagnotto

Da qui si Torna su