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Viaggi all’estero consentiti mentre in Italia il turismo muore

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Questa idea balzana di consentire agli italiani di andare all’estero e di vietare ogni movimento, ghettizzandoci tutti in casa a Pasqua è un’ altra follia della accoppiata Di Maio- Speranza, i due ministri sopravvissuti del Conte 2.

Il solito Speranza, causa di tanti errori commessi che hanno aggravato la pandemia in Italia. Per farci digerire gli arresti domiciliari a Pasqua, ci annunciano l’immunità di gregge in luglio, una boutade propagandistica che non fa onore al governo Draghi. Ma l’idea di poter andare con facili due tamponi all’estero supera ogni immaginazione ed è una presa per i fondelli per gli albergatori e i ristoratori italiani. Una vera provocazione per gente che non riesce più ad andare avanti . Pensiamo a Venezia, Firenze, Roma diventate un deserto.Anche l’idea di riaprire prima le scuole e dopo i ristoranti appare una stupidaggine perché ormai l’anno scolastico è compromesso e nulla si è fatto per garantire trasporti e distanziamento degli studenti.  Io continuo ad avere grande fiducia in Draghi, ma continuo a richiedere le dimissioni di Speranza,un piccolo politicante senza arte né parte a cui scioccamente qualcuno ha affidato le nostre vite . Quest’anno l’agnello da sacrificare a Pasqua in modo simbolico e incruento e’ il piccolo lucano che ci ha provocato guai infiniti.Questa dei viaggi concessi all’estero non può passare come l’uovo di Pasqua che il proletario ministro della Salute concede agli italiani con i soldi ,come avrebbe detto il ministro stesso, quando imparava il mestiere di demagogo alla scuola di Bersani.

La crisi, l’incertezza e la paura di non farcela

Il punto di vista / Le interviste di Maria La Barbera

Luigi Bubba, titolare dello storico Caffè Arsenale di Torino, ci racconta l’apprensione e il senso di precarietà di questo periodo.

 

Un incasso giornaliero attuale di 80 euro contro i 600 del 2019, 20 coperti (forse) in zona gialla, rispetto ai 60 di 2 anni fa, personale più che dimezzato, ora sono rimasti solo in due a gestire il bar, Luigi e Marco, prima di questa pandemia erano in 5. Cucinano, servono i clienti, preparano cappuccini (tra i più buoni e cremosi di Torino tra l’altro!), puliscono, fanno consegne a domicilio, tutto in aderenza alle attuali norme. Oltre a resistere e darsi da fare praticano la solidarietà, quella vera e concreta, regalando brioche e panini a chi ha bisogno, a chi non può permettersi più nulla, neanche un caffè.


Il Caffè Arsenale è un bar storico di Torino (nella Galleria Tirrena) aperto sin dagli anni ’70, che ha visto, grazie alla sua posizione ma anche ad una gestione amichevole e professionale, il passaggio di avventori importanti come artisti, sportivi, personaggi della cultura e della politica, l’affezione delle persone che orbitano in zona, come i lavoratori dell’INPS e gli allievi della Scuola di Applicazione dell’Esercito, l’apprezzamento di chi passa da lì per caso.
Nel 2020 le perdite di questo bar, come del resto di tutti gli appartenenti alla categoria, si sono aggirate intorno al 70%, “ i sacrifici che si sono fatti sono enormi, ora le forze si stanno indebolendo come d’altronde la fiducia” afferma Luigi, il titolare.
Proprio parlando con lui cerchiamo di capire cosa sta succedendo e cosa ci si aspetta per superare questo momento pandemico che ha aggravato seriamente la crisi di esercizi commerciali come questo.

 

3 domande a Luigi Bubba

 

Luigi cosa è accaduto nel 2020 al Caffè Arsenale, come sta andando ora?

E’ successo che la pandemia, il Covid-19, ha creato e sta continuando a produrre enormi danni economici alla categoria dei bar e della ristorazione. All’inizio abbiamo stretto i denti, dato fondo alle nostre risorse economiche, frutto di anni di sacrifici e di lavoro, ora però siamo allo stremo. Nonostante gli sforzi, la comprensione e l’aiuto delle persone, per esempio il proprietario del locale che mi è venuto incontro sull’affitto, siamo arrivati al limite. Si vive nell’incertezza a causa delle continue chiusure e aperture in funzione dei colori delle regioni, ma anche delle conseguenze dello smart working che ridimensiona i flussi delle persone in giro per la città, la paura è di non farcela, di chiudere definitivamente; se poi hai una famiglia, dei figli da mantenere e da far crescere il timore diventa panico.

Cosa dovrebbe fare lo Stato per aiutare realmente la vostra categoria?

A parte i sussidi e i ristori, che comunque sino ad ora non hanno assolutamente coperto le perdite economiche ponendoci nella difficile condizione di mettere mano ai risparmi o in alcuni casi di rinunciare drammaticamente alla attività, sarebbe molto utile sospendere il pagamento di alcune utenze o perlomeno mettere in fattura solo gli effettivi consumi eliminando tutte le altre voci come le spese fisse e le imposte; parallelamente si dovrebbero agevolare anche i proprietari dei locali, per esempio attraverso il credito di imposta, in modo tale che anche loro possano ridimensionare le perdite dei ridotti o mancati affitti.

Cosa è cambiato in termini sociali e come si sono modificate le abitudini delle persone durante la pandemia?
Oltre ad avere perso parte della clientela che non può più permettersi di fare colazione o pranzare al bar per questioni economiche, si sono innescati comportamenti “nuovi” da parte di molte persone che hanno, legittimamente, paura e quindi frequentano molto meno il bar e quando lo fanno agiscono con molta prudenza sanificando le mani molte volte, per esempio, o rinunciando, anche quando permesso, al caffè in tazza chiedendolo invece nel bicchiere usa e getta.
La gente è terrorizzata perché oramai , nello scenario attuale, i nostri locali sono identificati quasi esclusivamente come luoghi di trasmissione del virus e questo anche a causa di una comunicazione non sempre comprensibile ed a volte forse troppo allarmante.

Oltre allo Stato, anche noi cittadini possiamo aiutare i bar acquistando, per esempio, un panino o una bevanda, anche se non ne abbiamo sempre necessità o voglia, oppure pagando un caffè sospeso a coloro che sfortunatamente hanno perso proprio tutto. Attraverso il nostro piccolo ma importante contributo, infatti, possiamo sostenere una categoria, che in quest’ultimo anno è stata tra le più penalizzate, ridandole speranza e respiro con l’auspicio che presto tutto ritorni come prima e che i bar ridiventino piacevoli luoghi di relax e ritrovo sociale.

Una scuola allo sbando

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Oggi il “Corriere della sera” dedica il suo titolo di apertura alla scuola e alle possibili bocciature anche di fronte ad un anno scolastico caratterizzato da un insegnamento anomalo in Dad.

Siamo alla vigilia di Pasqua e ci sono regioni che vorrebbero riaprire le scuole per pochi giorni prima delle vacanze” agli arresti domiciliari” di genitori e figli. Un segnale demagogico di scarsa intelligenza. Azzolina, per grazia di Dio, è stata allontana dopo che ha provocato gravissimi danni alla scuola, ma il nuovo ministro non appare migliore. E’ un provinciale ferrarese adatto al massimo a fare l’assessore. Ministri così sono stati la rovina costante della scuola italiana: pensiamo alla Fedeli o al fascista De Vecchi.
Infatti invece di affrontare di petto la situazione di una scuola che di fatto è rimasta quasi sempre chiusa, ci si balocca sul tema che a molti genitori sta più a cuore ma che appare del tutto marginale :si può con la Dad continuare a bocciare? E i presidi già temono ricordi al TAR e rilasciano preoccupate dichiarazioni in proposito.

E’ mai possibile che anche in tempo di pandemia non si sia almeno recuperato un minimo senso di buon senso e di serietà? Quest’ anno va considerato un anno perduto. Possono anche regalare senza problemi a tutti la promozione, ma il lavoro non fatto,lo studio episodico ed approssimativo senza verifiche adeguate, il pressappochismo e anche la demagogia di certe proteste studentesche restano e mostrano ancora una volta che la scuola italiana ,così come è, non va.

Il ministro tace e forse in certi casi è meglio tacere che dire le sciocchezze della Azzolina.
Appare in ogni caso sconcertante che il maggiore quotidiano italiano dedichi il suo titolo di prima pagina alle possibili bocciature. E’ la scuola che andrebbe bocciata insieme ai suoi ministri e a una buona parte di dirigenti che non hanno saputo garantire la sicurezza necessaria alle lezioni in presenza . Oppure va detto e scritto che ci hanno preso in giro,sapendo già in partenza che pandemia e scuola in presenza erano e sono incompatibili, come hanno subito capito i rettori di Università.

Questi mesi che ci separano dalla fine dell’anno sono inutili per sanare una situazione compromessa. La sola parola recupero in una scuola seria evoca il facilismo e l’improvvisazione dei recuperi settembrini dei debiti dopo che vennero aboliti gli esami di settembre.
Non hanno saputo neppure trovare locali in disuso per fare lezione in ambienti diversi dalle aule. Alcuni pensavano che bastassero i cortili degli istituti ,senza considerare i problemi che provoca l’inverno. Si potrebbe fare un volume con tutte le dichiarazioni sciocche che abbiamo letto sui giornali da giugno 2020 in poi.
Vogliamo cercare di pensare seriamente a cosa fare per settembre 2021? Vogliamo affrontare il problema dei trasporti in modo serio e pensare ad una vera rimodulazione degli orari scolastici, riprendendo i doppi turni che si fecero negli anni ‘70 del secolo scorso per mancanza di aule ?I doppi turni non crearono problemi insormontabili neppure negli istituti tecnici dove c’erano le ore di laboratorio.

Questo, di fatto, è il secondo anno perso. Una situazione che non ci fu neppure durante la seconda guerra mondiale . Un segno negativo che resterà nella formazione dei giovani che non debbono tuttavia farsi passare per vittime perché c’è gente che ha già perso il frutto di una vita di lavoro. Infatti anche durante la chiusura degli edifici scolastici non vige il divieto di leggere,di studiare, di far lavorare il cervello. Può sembrare un discorso banale, ma non lo è perché bighellonare significa dimostrare di non sapersi rapportare con le difficoltà della vita.  Molti giovani che amano la vita facile, come ha scritto un uomo di sinistra come Michele Serra, hanno purtroppo confuso la pandemia per una vacanza prolungata molto speciale e si sono lasciati andare alle movide e agli assembramenti più irresponsabili nelle piazze e persino davanti a scuola: un contributo irresponsabile all’aggravamento della situazione che non può passare sotto silenzio.

La foto di Vincenzo Solano

Magnifica Torino / Il Duomo e la ballerina. A cura di #respiratorino con Elisa Lacicerchia con la poesia di Gabriele Casano

EL DUENDE

Così, nella prima luce del giorno, si scioglie la trama del viaggio. Sulla piazza, il riverbero del cielo e del vento dell’ultimo inverno ricorda le storie di terre disperse ai confini del pensiero; dove la realtà si confonde con l’immaginazione, la carne si spoglia in magia, dove piovono risate e non lacrime di sete.

Hanno fame queste membra assuefatte dal movimento della musica. Nei meandri delle arterie, nei vicoli delle vene, una pulsante frenesia si irradia fin oltre lo sguardo. Fluisce sulle pagine da scrivere sotto i piedi, si diffonde nell’aereo disegnare delle estremità di mani e nel disperdersi di capelli color dell’inchiostro.

Mentre il tempo ci illude di una felicità già tramontata all’alba, l’eco delle notti di follie e di danze sfrenate alla periferia della solitudine ci coglie e ci trasporta verso l’infinità della vita.

Un desiderio vitale ci prende, ci trascina e ci inebria fino agli albori di una dolce tristezza. Per alcuni attimi, per certi infiniti istanti sospesi, si vola.

Nel clamore dell’estasi di una follia infantile, cerchiamo risposte alle malinconie del tempo, irrequieto di astuzie e di inganni famelici.

Poi l’estasi ci abbandona, ma rimane il ricordo di un ramo di ciliegio fiorito. Come silenzio, si rivela alla città la gonna voluttuosa della primavera.

Coreografa e danzatrice: Elisa Lacicerchia

Autore testo: Gabriele Casano

Video diretto da: Lorenzo Antonicelli

Si ringrazia: Vincenzo Solano – Il TorineseDancers in Turin

EL DUENDE:

Duende” o “tener duende” è un termine spagnolo per un elevato stato di emozione, espressione e autenticità, spesso collegato alle forme di espressione artistica, come la danza, la poesia e il canto, che richiedono una drammaturgia corporea. El Duende è lo spirito dell’evocazione, una forza misteriosa che sale interiormente dalla pianta dei piedi. È ciò che ti dà i brividi, ti fa sorridere o piangere come reazione corporea a una performance artistica particolarmente espressiva.

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Richard Russo    “Le conseguenze”    -Neri Pozza-    euro  19,00

Richard Russo, nato a Johnstown, New York, nel 1949, – Premio Pulitzer nel 2002 con “Il declino dell’impero Whiting”-  è uno di quegli scrittori che sanno ascoltare il cuore più profondo dell’America, grande protagonista dei suoi molti romanzi e racconti, alcuni riadattati per il cinema.

In “Le conseguenze” lo scenario è uno dei suoi preferiti, l’isola di Martha’s Vineyard, dorato rifugio estivo dei democratici della costa est e dei suoi personaggi. E’ lì che ambienta la storia che

parla di amicizia, aspettative e sogni giovanili, disillusioni della vita, rapporti complessi con i genitori ….e un mistero da risolvere.

A Martha’s Vineyard si ritrovano tre vecchi amici, ormai veleggianti intorno alla sessantina, nella casa di uno di loro, dove 45 anni prima avevano festeggiato la laurea insieme alla giovane Jacy. Con lei all’università formavano un gruppo di fab four, legati dal motto “Tutti per uno, uno per tutti”. Tutti e 3 ne erano innamorati e continuano a chiedersi che fine abbia fatto, perché dopo quell’incontro era sparita per sempre dai loro radar.

Non è un giallo, piuttosto l’intrigante racconto di come i sogni di gioventù possono schiantarsi contro la dura realtà.

I 3 amici sono diversissimi tra loro, nessuno all’inizio è sincero fino in fondo, tutti hanno una parte di storia che tengono segreta.

Si trovano nella casa che Lincoln ha ereditato dalla madre e ora vuole vendere. Ha saputo fare i conti con due genitori non facili e con qualche sorpresa ed è’ diventato un agente immobiliare di successo. Dei 3 forse è il più realizzato, con una moglie affidabile e 6 figli a riempirgli la vita.

Poi c’è il problematico Teddy – i cui amori sono segnati per sempre da un incidente di gioventù- che ha creato dal nulla una piccola casa editrice di nicchia.

Infine Mickey, che subito dopo la laurea era scappato in Canada per non essere mandato a morire in Vietnam. La sua è stata una vita di alti e bassi, tra concerti di musica rock, droghe, successi e miseria. Ora si occupa di una giovane cantante tossicodipendente e talentuosa…che ricorda tanto Jacy. E lei dove è finita?

Di più posso solo anticipare che la parte più bella del libro è proprio quella in cui Russo racconta la

complicata   famiglia in cui Jacy è cresciuta e ci conduce a poco a poco, con enorme maestria, a scoprire cosa il destino le ha riservato. Aspettatevi sorprese …una dopo l’altra.

 

Se questo autore vi piace e non l’avete ancora letto, suggerisco  “Il declino dell’impero Whiting” scritto da Russo nel 2001 e che gli è valso il Premio Pulitzer l’anno seguente. E’ un affresco corale ambientato nel Maine, a Empire Falls, che dopo aver conosciuto progresso e fioritura economica, sta scivolando rapidamente verso il declino.

Al centro della storia le vicende della famiglia Whiting, in passato a capo di un impero. E’ la più potente del luogo, proprietaria di mezza città, delle industrie tessili e delle segherie che davano lavoro alla popolazione. Ora gli ultimi eredi stanno svendendo tutto a una multinazionale e gli abitanti della cittadina assistono impotenti alla disfatta.

Dialoghi brillanti, destini mutevoli, tanto humor misto a tragedie, personaggi indimenticabili alle prese con la vita e i rovesci della fortuna… e tanto altro.

 

Snowden Wright   “American Pop”    -Nutrimenti-   euro    20,00

Anche questo romanzo narra la parabola di una famiglia che dapprima ha incarnato perfettamente il sogno americano, salvo poi scivolare verso il fallimento e l’estinzione.

Sono i Forster, fondatori della prima grande azienda di bibite a livello mondiale, la Panola Cola, il cui successo è legato a una formula segreta (e viene spontaneo pensare a marchi celebri come la Coca Cola e la Pepsi).

La storia abbraccia il secolo tra 1876 e 1976 con uno strascico fino agli anni 80; va avanti indietro tra Mississippi, New York, Los Angeles, Parigi e Sudamerica, ripercorrendo le vicende di più personaggi.

Tutto ha inizio da Hougton Forster, nato da genitori europei,   immigrati  nella seconda metà del’800 in un’ America che ha molto da offrire a chi vanta idee, tenacia e voglia di rimboccarsi le maniche. Hougton è giovane e lavora nella bottega del padre sedicente farmacista, poi ha un’illuminazione e inventa una nuova bibita, che battezza Panola Cola. E’ gasata, dolce, piace perché  è corroborante e soprattutto gli studenti fuori sede -che la mischiano agli alcolici- ne decretano la diffusione in tutti gli  States.

Sarà un successo, l’inizio di un impero e della famiglia che Hougton crea con la bellissima Annabelle, figlia del proprietario di una compagnia di navigazione.

Il romanzo riavvolge le vite dei figli della coppia.

Il primogenito Montgomery, apparentemente sicuro -ma segretamente gay- partecipa come volontario nella Prima Guerra Mondiale; al fronte conosce Nicholas, giovane aristocratico inglese, del quale si innamora perdutamente.

Poi ci sono i gemelli Lance e Ramsey: il primo è senza scrupoli, ma è soprattutto la sorella

a tenerci incollati alle pagine. E’ spregiudicata ed irrequieta, sposa uno spietato produttore cinematografico, poi plana a Parigi dove nel 1939 incontra e si innamora della star dell’epoca, la ballerina creola Josephine Baker, con la quale avrà una liaison dangerouse che lascerà il segno.

Infine c’è Harold, penalizzato da un ritardo mentale e il più sfortunato della progenie, tenacemente attaccato al passato glorioso della sua famiglia, che però è anche disfunzionale e sotto l’apparenza nasconde verità che scoprirete leggendo.

Snowden Wright, attraverso le vicende dei vari personaggi,  traccia un quadro accurato della storia americana in cui sono imbastiti vari fili: conservatorismo, razzismo, pozze di immoralità, voglia di successo, mito e il grande sogno americano che soprattutto Hougton Forster incarna.

 

 Katharina von Arx   “La  viaggiatrice leggera”  -L’Orma –  euro  18,00

Curiosità, spirito di avventura, capacità di adattamento e coraggio sono stati i tratti di maggior rilievo della viaggiatrice e giornalista svizzera Katharina von Arx, nata nel 1928 e morta nel 2013.

Giovane donna fuori dagli schemi è stata una pioniera del viaggio on the road e hippie tanto in voga negli anni 70, inconsapevolmente precorritrice del turismo low cost, che è un po’ la costante del giro del mondo in solitaria che l’ha resa famosa.

Questo libro è il suo divertente e scanzonato diario di viaggio, ricco di incontri, esperienze, descrizioni degli usi e costumi dei paesi visitati. Tutto arricchito dai suoi disegni che rendono bene l’idea di persone e luoghi con pochi tratti di matita.

A soli 25 anni, nel 1953, parte da Zurigo, destinazione l’India, poi Birmania, Hong Kong, Giappone e America.

E’armata di un micro bagaglio: pochi vestiti, un casco tropicale, pennelli, una tavolozza e un ukulele. Una manciata di soldi, ma tanto talento come pittrice e artista poliedrica, una sorprendente capacità di arrangiarsi, di fare conoscenza facilmente  e di  saper cogliere le opportunità sul suo cammino. Si mantiene offrendo lavoretti domestici in cambio di ospitalità, oppure vendendo i suoi quadri.

Nel diario ci racconta spostamenti precari e avventurosi, a partire da come è riuscita ad accaparrarsi un biglietto gratuito di terza classe sulla nave da crociera Asia in partenza da Genova.

Forse il viaggio è iniziato come una sorta di gioco, ma strada facendo si è evoluto in continue scoperte dal sapore antropologico, sull’onda di una sorprendente sete di conoscenza che l’ha spinta ai vari angoli del mondo.

Tra viaggi su mezzi di fortuna, autostop, passaggi vari che la portano in megalopoli orientali, nella giungla, in villaggi sperduti, ma anche nell’harem di un principe, a un coktail party a Calcutta o la visita al Taj Mahal dove ha rischiato grosso e scoprirete perché.

Moltissimi i personaggi incontrati, compresi alcuni uomini facoltosi che l’aiutano e proteggono con l’intento di sedurla o addirittura sposarla.

Lei, a volte ingenua, riuscirà comunque a dribblare le trappole e fiutare gli inganni, e passerà quasi indenne oltre i pregiudizi nei confronti di una giovane donna che viaggia da sola, osa indossare pantaloni e gira a capo scoperto.

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La rinascita dei Venerdì letterari – Il colonnello di Montezemolo e via Rasella  – Lettere

La rinascita dei Venerdì letterari

Il prof. Luca Badini Confalonieri , Ordinario di Letteratura italiana all’Università e figlio del Ministro e leader liberale Vittorio che fu Presidente nazionale del PLI, ha fatto rinascere, complice la pandemia, i “ Venerdì letterari “ , il più prestigioso e libero ciclo di incontri culturali torinese e italiano a cui diede inizio dopo la seconda guerra mondiale Irma Antonetto con l’aiuto della sorella. I “Venerdì “ portavano a Torino e nelle principali città italiane e anche all’estero i più bei nomi della cultura italiana e straniera. I ”Venerdì“ erano l’evento culturale per eccellenza a cui Antonicelli con la sua Unione culturale non riuscì mai a tenere testa. L’Antonetto era una donna colta, intelligente e generosa. Mi aiutò nel ‘68 a mettere in piedi il Centro “Pannunzio” a cui aderì il fratello Carlo, quello del famoso digestivo. Il programma elaborato da Badini consente di mettere in rete intellettuali di primo piano anche in dialogo tra loro. E’ un appuntamento che non si può perdere.Fra tante chiusure e mille difficoltà, Badini Confalonieri ha ricreato un qualcosa che a Torino mancava e che nessun circolo era riuscito a creare. I “Venerdì” condotti da persone non idonee erano di fatto morti, avendo ospitato personaggi della provincia torinese che declassarono il prestigio e il livello che Irma aveva saputo realizzare.
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Il colonnello di Montezemolo e via Rasella

Ho scritto un breve ricordo dell’episodio bestiale – il più tragico della II guerra mondiale ad opera dei tedeschi – ,l’eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma.del marzo 1944. Ho voluto ricordare che tra le oltre 300 vittime ci fu il col. Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, capo del Fronte militare clandestino a Roma  che fu sempre contrario al terrorismo nella lotta ai tedeschi e si scontrò con Giorgio Amendola capo dei partigiani comunisti romani. Ed ho ricordato l’indegno episodio di via Rasella – nulla di eroico – in cui l’uccisione di 30 altoatesini scateno’ l’ira tedesca. L’aver ricordato via Rasella mi ha provocato violenti attacchi su Facebook da parte di fanatici comunisti che vivono di parole d’ordine dell’ANPI. Mario Pannunzio  che scampo’ casualmente alle Fosse Ardeatine perché pochi giorni prima  fu liberato da Regina Coeli, scrisse nell’aprile 1944 un durissimo editoriale  su “Risorgimento liberale “contro l’uso del terrorismo e contro via Rasella. Quella era la Resistenza dei liberali e anche quella dei cattolici, da non confondersi con quella dei rossi che furono responsabili delle Fosse Ardeatine. Via Rasella non fu un atto di guerra, ma un atto di banditismo politico che ispirò anche le Brigate Rosse Solo i faziosi e i fanatici difesero quei terroristi che ebbero medaglie al valor militare del tutto immeritate e seggi in Parlamento da parte del Pci. Mi ha fatto piacere aver avuto anche in questa occasione  il consenso pubblico  della Presidente del Senato Elisabetta Casellati.
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Lettere   scrivere a quaglieni@gmail.com

Contro i disertori della Grande Guerra
Non posso pubblicare le centinaia di lettere a sostegno della mia petizione  contro una targa al Vittoriano  in onore dei disertori della Grande Guerra, chiamati con ipocrisia “fucilati. Sarebbe una grave offesa al Milite Ignoto e a tutti i caduti e combattenti. Voglio ringraziare tutti, ma vorrei invitare a scrivere al Presidente Draghi come ho fatto io per fargli sentire lo sdegno di chi non ha rinunciato all’orgoglio di essere italiano.

Torino tra architettura e pittura. Felice Casorati

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7  I Sei di Torino
8  Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

 

6) Felice Casorati (1883-1963)

Lungi da me sostenere che esistono periodi artistici di facile e immediata comprensione, ogni filone, ogni movimento e ogni tipologia d’arte necessita di un’analisi approfondita per penetrarne il senso, tuttavia mi sento di affermare che da una certa fase storica in poi le cose sembrano complicarsi.

Mi spiego meglio: siamo abituati a considerare “belle opere” le architetture classiche, così come le imponenti cattedrali gotiche o ancora i capolavori rinascimentali e gli spettacolari chiaroscuri barocchi; il comune approccio alla materia rimane positivo ancora per tutto il Settecento, ma poi, piano piano, con l’Ottocento le questioni si fanno difficili e lo studio della storia dell’arte inizia a divenire ostico. I messaggi di cui gli artisti sono portavoce diventano maggiormente complessi, entrano in gioco le rappresentazioni degli stati d’animo dell’uomo, del suo inconscio, si parla del rapporto con la natura e d’improvviso l’arte non è più quel “locus amoenus” rassicurante a cui ci eravamo abituati. La sensazione di spiazzante spaesamento raggiunge il suo apice con le opere novecentesche, le due guerre dilaniano l’animo degli individui e la violenza del secolo breve si concretizza in dipinti paurosi che di “bello” non hanno granché. I miei studenti, giunti a questo punto del programma, sono soliti lamentarsi e addirittura dichiarano che “potevano farli anche loro quei quadri” o che “sono lavori veramente brutti” e ci vuole sempre un lungo preambolo esplicativo prima di convincerli a seguire la lezione senza eccessivo scetticismo.
Nel presente articolo vorrei soffermarmi su di un autore che si inserisce nel difficile contesto del Novecento, un autore le cui opere sono cariche di inquietudine e rappresentano per lo più immote figure silenziose, come imprigionate in atemporali visioni oniriche.  Sto parlando di Felice Casorati, uno dei protagonisti indiscussi della scena novecentesca italiana, attivo a Torino, dove si circonda di ferventi artisti volenterosi di proseguire i suoi insegnamenti.


Ma andiamo per ordine e, come mi piace sempre ribadire in classe, “contestualizziamo” l’artista, ossia inseriamo l’artista in un “contesto” storico-culturale ben determinato per meglio definire il senso e il portato dell’opera.
Nei primi anni Venti del Novecento, grazie all’iniziativa della critica d’arte Margherita Sarfatti, si costituisce il cosiddetto gruppo del “Novecento”, di cui fanno parte sette artisti in realtà molto differenti tra loro: Anselmo Bucci, Leonardo Dudreville, Achille Funi, Gian Emilio Malerba, Piero Marussig, Ubaldo Oppi e Mario Sironi. Le differenze stilistiche sono più che evidenti poiché alcuni sono esponenti vicini al Futurismo, altri invece si dimostrano orientati verso un ritorno all’ordine, altri ancora hanno contatti con la cultura mitteleuropea. La definizione di “Novecento”, con cui tali pittori sono soliti presentarsi, allude all’ambizione di farsi protagonisti di un’epoca, di esserne l’espressione significativa. Il gruppo si presenta alla Biennale di Venezia del 1924 come “Sei pittori del Novecento”(Oppi presenzia all’avvenimento con una personale). L’esposizione viene felicemente acclamata dalla critica, tanto che, sulla scia del successo ottenuto a Venezia, la Sarfatti si impegna ad organizzare in maniera più incisiva il movimento, quasi con l’intento di trasformarlo in una “scuola”. I risultati si manifestano chiaramente: nel 1926 al Palazzo della Permanente di Milano viene organizzata un’esposizione con ben centodieci partecipanti. Il movimento “Novecento” si è ormai allargato tanto da comprendere gran parte della pittura italiana: fanno parte della cerchia quasi tutti gli artisti del momento, da Carrà a De Chirico, da Morandi a Depero, da Russolo allo stesso Casorati.  Tra i soggetti prediletti rientrano la figura umana, la natura morta e il paesaggio. Presupposti comuni sono il totale rifiuto del modernismo e un continuo riferimento alla tradizione nazionale, soprattutto a modelli trecenteschi e rinascimentali.

Con il passare degli anni il gruppo si fa sempre più numeroso e l’organizzazione del movimento si trasforma, la direzione delle iniziative artistiche ricade anche nelle mani di artisti di prima formazione quali Funi, Marussing e Sironi, insieme a personalità conosciute come lo scultore Arnolfo Wildt e i pittori Arturo Tosi e Alberto Salietti. Diventano via via numerosi i contatti con centri espositivi internazionali; alcuni artisti italiani trasferitisi all’estero si fanno appassionati organizzatori di “mostre novecentesche”, come dimostra ad esempio l’iniziativa di Alberto Sartoris, architetto torinese residente in Svizzera, il quale si occupa di organizzare nel paese di residenza un’ampia esposizione artistica del gruppo. Nel 1930, addirittura, il “Novecento” espone a Buenos Aires, avvenimento doppiamente importante, poiché grazie a tale iniziativa la critica Sarfatti riesce a ricapitolare nel catalogo della mostra le molteplici tappe del movimento. Espongono in Argentina ben quarantasei artisti, tra cui Casorati, De Chirico e Morandi.

 


Come è evidente, l’eterogeneità del gruppo manca di direttive e connotati chiari e univoci. Il tedesco Franz Roth conia appositamente per gli artisti di “Novecento” l’espressione “realismo magico”, che indica una rappresentazione realistica –domestica, familiare- ma al tempo stesso sospesa, estatica, come allucinata. Esemplificativo per esplicitare tale concetto è il dipinto di Antonio Donghi, “Figura di donna”, opera in cui domina una straniante immobilità incantata, la scena è immobile e l’osservatore percepisce che nulla sta per accadere e nulla è accaduto precedentemente.
Ed ecco che di “realismo magico” si può parlare anche per Felice Casorati (1883-1963), artista attivo nella prima metà del Novecento e docente di Pittura presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.
Egli nasce a Novara, il 4 dicembre del 1883; il lavoro del padre, che è un militare, comporta che la famiglia si sposti spesso. Felice trascorre l’infanzia e l’adolescenza tra Milano, Reggio Emilia e Sassari, infine la famiglia si stabilisce a Padova, dove il ragazzo porta avanti la sua formazione liceale. A diciotto anni inizia a soffrire di nevrosi, ed è costretto a ritirarsi per un po’ sui Colli Euganei; proprio in questo periodo, Felice inizia a dedicarsi alla pittura. A ventiquattro anni -siamo nel 1907- si laurea in Giurisprudenza, ma decide di non proseguire su quel percorso, per dedicarsi all’arte, nello stesso anno parte per Napoli per studiare le opere di Pieter Brueghel il Vecchio, esposte presso il Museo Nazionale di Capodimonte.


Nel 1915, si arruola volontario nella Prima Guerra Mondiale, lo stesso fanno molti suoi contemporanei come Mario Sironi, Achille Funi Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà, Gino Severini, Luigi Russolo e Umberto Boccioni.
Nel 1917, dopo la morte del padre, Felice si trasferisce a Torino, dove attorno a lui si riuniscono artisti e intellettuali della città. Tra questi vi è Daphne Maugham, che diventerà sua moglie nel 1930 e dalla quale avrà il figlio Francesco, anche lui futuro pittore.
Casorati a Torino ha molti allievi nella sua scuola e presso il corso di Pittura dell’Accademia Albertina. Gli artisti più noti legati al suo insegnamento sono riuniti nel gruppo “I sei di Torino”, tra questi Francesco Menzio, Carlo Levi, Gigi Chessa e Jessie Boswell.
La sua ascesa artistica è sostenuta da diverse amicizie, tra cui il critico d’arte Lionello Venturi, la critica milanese Margherita Sarfatti, gli artisti di Ca’ Pesaro, il mecenate Riccardo Gualino e l’artista di Torinese Gigi Chessa insieme al quale partecipa al recupero del Teatro di Torino.
L’artista non lascerà più il capoluogo piemontese, e qui morirà il 1 marzo del 1963 in seguito ad un’embolia.
L’autore è da considerarsi “isolato”, con un proprio personalissimo percorso, pur tuttavia incrociando talvolta le proprie idee con altre ricerche artistiche di gruppi o movimenti a lui contemporanei.
Secondo alcuni critici, le opere di Casorati sono intrise di intimità religiosa. Lo stile pittorico dell’autore si modifica nel tempo, i primi lavori sono infatti decisamente realistici e visibilmente ispirati alle opere della Secessione Viennese; negli stessi anni si può notare l’influenza di Gustav Klimt, che porta Felice ad abbracciare per un breve periodo l’estetica simbolista. L’influsso klimtiano è particolarmente evidente in un’opera del 1912, “Il sogno del melograno”, in cui una donna giace dormiente su un prato fiorito. Il prato intorno alla fanciulla è cosparso di una moltitudine di fiori di specie differenti, mentre dall’alto pendono dei grossi grappoli di uva nera. I riferimenti all’artista viennese sono concentrati nella figura della ragazza, con chiari rimandi ai decorativismi delle “donne-gioiello” protagoniste di raffigurazioni quali “Giuditta” (1901), “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”(1907) o il celeberrimo “ll bacio” (1907-08).
La figura del soggetto ricorda inoltre le opere preraffaellite, nello specifico l’ “Ofelia” di Sir John Everett Millais.


Negli elaborati degli inizi del Novecento, invece, sono evidenti i riferimenti a capolavori italiani del Trecento e del Quattrocento; nello stesso periodo l’autore si concentra su una generale semplificazione del linguaggio e sullo studio di figure sintetiche. Intorno agli anni Venti del secolo scorso impronta il suo stile a una grande concisione lineare, anche se è nel primo dopo-guerra che egli definisce il suo stile peculiare, caratterizzato da figure immobili, assorte, rigorosamente geometriche, quasi sempre illuminate da una luce fredda e intensa. Appartengono a questi anni alcuni dei suoi capolavori, come “Conversazione platonica” o “Ritratto di Silvana Cenni”. Per quest’ultima opera Casorati si rifà al celebre capolavoro rinascimentale “Sacra Conversazione” di Piero della Francesca, di cui riprende l’atmosfera sospesa, quasi metafisica, ottenuta grazie alla rigidità con cui Felice ritrae la donna  –seduta, assorta e immobile-  alla resa scenografica del paesaggio e alla fittizia disposizione degli oggetti all’interno della stanza. Le figure di Casorati sono volumetriche, solide e immote, come pietrificate, l’artista ne esalta i valori plastici grazie al sapiente uso del colore tonale. Nelle ultime tele, le fanciulle ritratte risulteranno quasi geometrizzate, esito di una notevole sintesi formale.
L’illuminazione risulta artificiale e per nulla realistica, effetto sottolineato dal fatto che Casorati non mostra quasi mai il punto di provenienza della luce; il risultato finale è quello di un mondo sospeso, raggelato e senza tempo.
Negli anni Trenta Casorati si dedica a dipingere nature morte con scodelle o uova, soggetti che ben si prestano ad interpretare il suo linguaggio plastico semplificato; egli esegue inoltri diversi nudi femminili in ambienti spogli e alcune tele che presentano disturbanti maschere, tema a lui già caro, come testimonia l’opera “Maschere” del 1921.
Davanti ai lavori di Felice Casorati non possiamo che rimanere attoniti e pensosi, intrappolati nel suo mondo metafisico.
L’arte è così, lo vedo con i miei studenti, non finisce mai di metterci alla prova, continua a incentivare pensieri e confronti e per quanto possa essere “lontano da noi” essa è capace di stimolare discussioni su tematiche sempre inesorabilmente e meravigliosamente attuali.

Alessia Cagnotto 

La fortuna di Dante

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Non sono un dantista, ma un modesto lettore che nel corso della sua vita ha letto e riletto molte volte la “ Divina Commedia” e “La vita nova”, oltre ad altre opere del più grande poeta italiano in assoluto e, a mio modo di vedere, al più grande poeta di tutti i tempi.

La fortuna di Dante ha avuto anche periodi di oscuramento e mi piace ricordare che nel 1921 Benedetto Croce, Ministro della Pubblica istruzione nell’ultimo Governo presieduto da Giolitti guidò  ed ispiro’ le celebrazioni del VI centenario della morte che si tennero in un’ Italia che stava per cadere in una dittatura ventennale. Con Croce tornava la grande lezione di Francesco De Sanctis .
Croce scrisse anche un bel saggio ,”La poesia di Dante“ ripubblicato quest’anno che per me resta una guida ineliminabile alla lettura del divino poeta . La distinzione tra poesia e struttura nella Commedia , tra poesia e non poesia era già in me ben presente quando Giovanni Getto, professore di Letteratura italiana a Torino , sosteneva la stretta connessione tra i due termini che Croce aveva distinto.
Al Liceo classico non ho avuto grandi docenti e meno che mai grandi dantisti. La loro era pedanteria erudita che non ci consentiva di entrare nel vivo della poesia dantesca. Ricordo ancora con terrore i pomeriggi domenicali passati prima della maturità a confrontare tre o quattro commenti con la pignoleria che esigevano i tempi, quando l’esame di Maturità era un vero esame e non una buffonata come quella introdotta da Sullo e peggiorata dai suoi successori. A questo proposito oggi in una conferenza mi sono lasciato andare alla polemica, dicendo che la scuola italiana si meriterebbe un Cecco Angiolieri come suo fustigatore.
Comunque nei tre vanni di liceo leggemmo interamente le tre cantiche, anche se a farmi comprendere Dante per davvero non furono i miei professori, ma un amico come Oscar Navarro che era un anticrociano. Dopo il ‘68  Dante venne messo in soffitta e il numero dei canti letti si ridusse drasticamente. Io so di scuole dove essi si ridussero a tre. Addirittura in certi istituti tecnici essi furono aboliti e le domande sulla “ Commedia “ agli esami divennero davvero poche, magari suggerite dal membro interno per quei pochi studenti brillanti. La “Dante Alighieri” ha fatto di tutto per arginare l’oscuramento di Dante che paradossalmente era e forse è più studiato all’estero che in Italia.
La mala progenie dei professori che fecero il ‘68 ha ulteriormente peggiorato la situazione perché il trascurare Dante non era una scelta politica, ma una necessità dovuta alla loro ignoranza.
Forse lentamente qualcosa si muove e il Dantedi’ 2021 ha contribuito a riportare interesse sul poeta che più di ogni altro dovremmo studiare non solo perché grande ,ma perché la sua poesia è eterna e senza tempo. Certo la Dad non favorirà lo studio di Dante. Ma, superata la pandemia, avremo una ”vita nova” da vivere e se la scuola vorrà ritrovare le sue ragioni più vere dovrà tornare ai grandi Classici, lasciando Pasolini e Merini ,ad esempio, all’oblio. Non basta affidare la fortuna di Dante  al comico Benigni. Cent’anni fa su Dante scrisse Croce ,oggi scrivono Barbero e Cazzullo. Un segno dei tempi.

scrivere a quaglieni@gmail.com