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Il centenario di Gino Apostolo

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni / Gino Apostolo è stato un grande giornalista italiano. Nato nel 1920, dal 1946 si iscrisse all’Ordine dei Giornalisti perché il suo antifascismo non gli consentiva di scrivere. Aveva esordito nel cinema con ”Fuga in Francia“ con la regia di Mario Soldati che me lo fece conoscere nei primissimi Anni 70. Io allora ero alle prime armi  e dirigevo il settimanale “Torino giorni“. Gino per amicizia si mise ad insegnarmi come dovevo impaginare il giornale 

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Lezioni pratiche che mi sono servite molto. Era un uomo semplice e schietto. Poi mi capito’ anche di conoscere sua figlia Claudia, mia allieva e futura giornalista in Rai, una ragazza di viva intelligenza. Gino era redattore della “Stampa“ per la cronaca giudiziaria un compito delicatissimo che poteva rovinare per sempre  con un articolo la reputazione di una persona come accadrà con Travaglio ed altri. Di questo Gino era ben consapevole, aveva scrupoli morali precisi che gli facevano molto onore. Apostolo fu sempre molto attento ed equilibrato, direi sempre equo e prudente. Non cercò mai lo scoop. E questo è un merito che lo distingue e fa di lui un maestro di giornalismo. Mi è stato anche vicino per anni per il Centro Pannunzio che non poteva frequentare, ma che sentiva vicino alle sue idee di liberal- socialista. Si è molto dedicato alla tutela dei giornalisti ricoprendo cariche nazionali nell’Ordine fino a tarda età, malgrado una malattia lo avesse debilitato. Era un uomo di animo gentile e disponibile con cui si poteva parlare. Sarebbe giusto celebrarlo come attore e giornalista. La sua gentilezza era quasi inversamente proporzionale alla sua corporatura  imponente. Di lui mi parlò molte volte  assai bene Ferruccio Borio che fu redattore capo della Cronaca della “Stampa” e anche il comune amico Edo Ballone. Un mondo giornalistico che non esiste più perché quello stile è evaporato. Oggi ci sono, come diceva Salvatore Tropea in anni passati, soprattutto persone a libro paga che imperversano e screditano il vero  giornalismo.
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PG Plast, l’azienda di imballaggi e buste dal cuore green

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PG Plast

Rubrica a cura di ScattoTorino

Impresa manifatturiera che realizza packaging destinato alle attività produttive, PG Plast è stata fondata nel 1973. La continua ricerca nell’ambito delle materie prime e delle tecniche realizzative le ha consentito di crescere in termini di dimensioni, fatturato e personale, gran parte del quale composto da donne. Il 2018 ha visto un passaggio generazionale con il rinnovamento del management aziendale ed il trasferimento dei reparti produttivi presso la nuova sede di Robassomero, in provincia di Torino. ScattoTorino ha incontrato Simona Porchietto, che garantisce la continuità famigliare nella leadership aziendale, e Piero Cena. Gli Amministratori e proprietari della PG Plast puntano sulla qualità più che sulla quantità e hanno una visione eco-sostenibile della produzione. Imprenditori lungimiranti, investono in studi e ricerche finalizzate all’individuazione di processi produttivi virtuosi che sono volti alla riduzione della produzione di rifiuti, al riutilizzo dei prodotti immessi sul mercato, al recupero e al riciclo degli scarti di produzione e dei materiali di risulta e alla riduzione degli impatti sulle matrici ambientali dei processi produttivi, anche con politiche volte alla riduzione dei consumi energetici e all’approvvigionamento da fonti rinnovabili. Dal settore automotive a quello alimentare, dai grandi imballi alle bustine, dai packaging neutri a quelli personalizzati, la PG Plast garantisce ai clienti la propria expertise per individuare la soluzione migliore per tipo di materiale, dimensioni, spessore e chiusura. Inoltre fornisce materiali idonei a venire a contatto con gli alimenti, garantendo le più verificate condizioni per una corretta conservazione dei cibi in essi imballati.

PG PlastCi presentate PG Plast?

L’azienda, 100% made in Italy e 100% eco-friendly, è specializzata in shopping bag ed imballaggi industriali ed utilizza materiali plastici riciclati o di provenienza naturale. Ci rivolgiamo ad un mercato nazionale specifico e qualificato e siamo legati al territorio: i nostri 12 dipendenti sono infatti tutti della zona. Da qualche tempo produciamo anche buste di sicurezza e per la spedizione ed abbiamo acquisito clienti europei. Il nostro plus è rappresentato dall’essere stati all’avanguardia nel settore: quando nei punti vendita le borse sono diventate veicolo del logo del negozio, l’azienda si è rinnovata tecnologicamente per garantirne la produzione. Pur lavorando materiali spesso oggetto di critica come le plastiche, assicuriamo un futuro al nostro pianeta attraverso una ricerca costante di soluzioni sempre più eco-sostenibili. Infatti promuoviamo studi e ricerche sui nostri prodotti sia per quanto attiene ai materiali impiegati sia per l’adozione di misure organizzative e standard qualitativi in grado di soddisfare le esigenze di settori merceologici connotati da particolari necessità, quali le produzioni alimentari”.

Qual è la vostra mission?

“Come sa, le plastiche non vivono un momento di popolarità. Per questo ci siamo posti l’obiettivo di acquisire know-how e tecnologie capaci di offrire la massima sicurezza in termini di impatto ambientale. Il mondo di oggi non può fare a meno dei materiali plastici e chi afferma il contrario sa perfettamente di non dire il vero, ma è nostro dovere ridurre gli effetti negativi sull’ecosistema e incentivarne il riuso. Crediamo infatti che si possa garantire il minor impatto possibile sull’ambiente cercando di approfondire gli aspetti tecnico-scientifici. L’adozione di puntuali ed efficaci Buone Pratiche di Fabbricazione, verificate anche dalle Autorità sanitarie competenti, consente alla PG Plast di fornire ai propri clienti materiali sostenibili e di qualità”.

L’eco-sostenibilità è un tema centrale per voi. Quali Good Manufacturing Practices attuate?

“Abbiamo ragionato e lavorato molto sul tema delle Buone Pratiche. Le plastiche hanno un’elevata durabilità e, se correttamente gestite nel loro fine vita, hanno impatti contenuti sulle matrici ambientali. Molti studi condotti da autorevoli istituzioni e centri di ricerca scientifica, in ultimo ad esempio dall’Agenzia di Protezione Ambientale danese Miljøstyrelsen, dimostrano che i materiali plastici impattano sull’ecosistema meno di quelli alternativi in molti casi ritenuti comunemente meno inquinanti, quali i prodotti realizzati in carta. Inoltre la loro produzione non ha costi elevati, anche se questa caratteristica ha paradossalmente contribuito in alcuni casi ad agevolare impieghi non indispensabili di prodotti plastici, portando allo spreco. Partendo da queste valutazioni ci siamo interrogati spesso su come rendere sempre più sostenibili i nostri prodotti. Il vero problema di questo materiale è il fine vita perché, durando anni, impatta sull’ambiente qualora irresponsabilmente abbandonato e in mare contribuisce all’inquinamento che le microplastiche inducono sulle catene alimentari. Per contro si tratta di un materiale facilmente riciclabile e recuperabile, se correttamente conferito nella raccolta differenziata. Negli anni abbiamo investito molto nella ricerca e siamo giunti a creare dei packaging riciclabili che hanno un minor impatto sull’ecosistema e favoriscono l’economia circolare. Giunto a fine vita, il nostro pack viene recuperato e trasformato per essere riutilizzato. Un esempio concreto sono le buste impiegate dai corrieri per le spedizioni pensate anche per consentire l’eventuale reso dei prodotti da parte dei clienti, che se riutilizzate anche dal destinatario dimezzano l’impatto sull’ambiente, agevolano la possibilità di non venir disperse e quindi inquinare”.

PG PlastQuali materiali utilizzate per i vostri sacchi e per gli imballaggi?

“Come abbiamo già sottolineato, l’offerta aziendale è fortemente incentrata sulla progettazione di prodotti riutilizzabili, mira a ridurre l’impatto sulle matrici ambientali impiegando materiali di seconda vita realizzati dalla rigenerazione di materiali di risulta e propone alla clientela prodotti in plastica, in carta ed ecologici. BioCom, ad esempio, è un’alternativa 100% biodegradabile e 100% compostabile, mentre il Green PE deriva dalla lavorazione della canna da zucchero ed è riciclabile ed ecologico, quindi ideale per realizzare shopper e materiali di imballaggio durevoli nel tempo e riutilizzabili. Inoltre le nuove tecnologie di stampa ci permettono di sviluppare lavorazioni sempre più preziose per le nostre multibags, puntando sull’utilizzo di inchiostri a ridotto impatto ambientale realizzati con base all’acqua”.

Ci presentate il Progetto Reciplast?

“In linea con la nostra mission aziendale, PG Plast ha promosso insieme ad altri partners questa iniziativa co-finanziata dalla Regione Piemonte e dall’Unione Europea che ha come obiettivo ricercare nuove strade e perfezionare il riciclo e lo smaltimento di materie plastiche al fine di limitarne l’impatto sull’ambiente e sulla società. Aderiscono al progetto il Politecnico di Torino, l’Università del Piemonte Orientale, l’Università degli Studi di Torino, API, Corepla e diverse aziende del territorio. Insieme ricerchiamo soluzioni tecniche per migliorare il riciclo degli scarti plastici nei settori dell’automotive e dell’imballaggio alimentare in modo da riutilizzarli e avere un minor impatto ambientale”.

I vostri prodotti monouso hanno avuto un ruolo centrale durante l’emergenza sanitaria?

Durante la pandemia alcuni amici dottori ci hanno segnalato che non avevano i dispositivi di protezione necessari. Abbiamo quindi sentito l’esigenza di offrire un nostro contributo e ci siamo inventati un prodotto. Già producevamo dei grembiuli ai quali abbiamo aggiunto maniche adesive che davano una perfetta chiusura e garantivano l’ermeticità dell’indumento. Prima li abbiamo omaggiati ai medici della valle e poi alcune ASL e RSA ce li hanno richiesti. Per tutto il mese di aprile abbiamo lavorato alacremente per produrne il più possibile e abbiamo deciso di rinunciare ad un’occasione di business creando un prodotto utile durante l’emergenza e proponendolo al costo di fabbrica”.

Torino per voi è?

Simona Porchietto: “Sono affezionata al Piemonte, ma Torino l’ho vissuta poco. Un tempo come azienda lavoravamo molto con la città, oggi meno”.

Piero Cena: “Non sono nato a Torino, ma qui sono diventato grande grazie alla scuola e all’amicizia. Io mixo il ricordo degli anni della formazione e della rinascita della città come vetrina europea grazie alle Olimpiadi con la situazione presente. Osservo il tessuto economico locale odierno con preoccupazione perché non mi pare che si riesca ad avere un’idea legata al futuro economico e non si superi il trauma dell’essere orfani della grande fabbrica”.

Un ricordo legato alla città?

Simona Porchietto: “La prima volta che sono stata a Superga e ho visto Torino dall’alto. È stata un’emozione forte che conservo ancora oggi”.

Piero Cena: “Il me ragazzo che andava a fare le scuole superiori in città. Una Torino ricca di opportunità perché tutto lì era a portata di mano. Un altro ricordo, più romantico, è legato a Michel Platini: tagliavo da scuola per andare a vedere i suoi allenamenti”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista Barbara Odetto

Da Caccia a Palamara com’è cambiata la Magistratura

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Se non bastassero le iniziative del ministro della Giustizia Bonafede che stanno distruggendo garanzie costituzionali e portano nell’occhio del ciclone incarichi apicali del ministero con seguenti dimissioni,  le intercettazioni che riguardano il processo a Berlusconi in Cassazione rivelano un vero e proprio scandalo intollerabile.

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Un processo-farsa tutto politico in cui alti magistrati avrebbero messo in piedi una condanna solo perché il cavaliere andava comunque condannato. Per altri versi il difensore di Berlusconi, il Prof. Coppi, durante un pranzo per il convegno in ricordo di Vittorio Chiusano, mi disse che il processo era ormai compromesso, forse anche perché il fido Ghedini non era stato all’altezza, come in altre circostanze. Certo quella frase di Coppi a pochi giorni dalla sentenza mi rimase in mente.
Se pensiamo a grandi magistrati come Bruno Caccia ammazzato selvaggiamente sul marciapiede di casa quando portava a spasso il suo cane, l’esempio vergognoso di questi magistrati e di  Palamara indica il decadimento della Magistratura italiana. Ma se i Trojans fossero stati estesi ad altri magistrati e giornalisti, forse saremmo in uno scandalo nazionale che non avrebbe eguali nella storia d’Italia. Lo stesso uso dei Trojans è un’anomalia liberticida che colpisce come un contrappasso infernale proprio gli stessi magistrati.
L’assegnazione di incarichi di vertice nelle principali procure italiane  in base  a criteri non meritocratici ma politici e correntizi  urla  vendetta. Il cittadino ha diritto ad una magistratura competente, non politicizzata, indipendente. L’ indipendenza e l’autonomia dei magistrati non è un loro diritto , ma un loro dovere. Dal colpo di Stato del 1992 di Borrelli e di Pietro che ha spazzato via la I Repubblica per via giudiziaria, una parte della Magistratura ha perso il suo smalto e il suo prestigio, complice il Presidente Scalfaro  che insieme a Gronchi e’ stato il peggiore inquilino del Quirinale.
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Falabrach, un bonario insulto in lingua piemontese

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Falabrach stupido

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Falabrach. Persona sciocca, ingenua, inetta. Fa parte una folta schiera di parole usate per insultare bonariamente qualcuno. Ce ne sono una gran quantità. Ne ha fatto uno studio curioso e interessante Luca Bellone, Lo sciocco in piemontese: preliminari di un’indagine onomasiologica, pubblicato sulla rivista “Studi Piemontesi” (XLIII, 2, 2014, pp.435-447): “Dallo spoglio dei principali strumenti lessicografici nostrani, come risaputo principalmente sensibili – seppur con eccezioni – alla sola koinè torinese, si rilevano oltre 210 varianti sinonimiche per designare ‘chi è poco intelligente, privo di vivacità di spirito e di arguzia, superficiale, stupido, babbeo’”. Falabrach è anche il titolo di una bella poesia in piemontese di Giovanni Arpino (1927-1987) (in Bocce ferme, Torino, Daniela Piazza Editore, 1982).

Falabrach: qualche curiosità

E  “ ‘L Falabrach”  è stata la testata di un giornale in piemontese, rarissimo, che si pubblicò a Torino a cominciare dal 1877 fino ad almeno il 1884.  Acquistò popolarità pubblicando in particolare una rubrica di Falabracade (scempiataggini). La storia del «Falabrach» è complicata dal fatto che dall’8 luglio 1888 cominciò ad uscire un settimanale dal titolo «’L neuv falabrach, giornal scassa fastidi», stampato a Torino, ma senza indicazioni tipografiche e l’11 gennaio 1902 cominciò ad uscire un altro settimanale «L’ falabrach modern, umoristich, satirich, politich, regional», stampato sempre a Torino dalla Tipografia Bosio, di cui la Nazionale di Firenze possiede, in forma lacunosa, la prima e la seconda annata, e non si sa se la pubblicazione cessò con il 1903. Vedi Gianrenzo P. Clivio, I Giornali in Piemontese, in Profilo di storia della letteratura in piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi, 2002.

Le destre italiane non sanno neppure boicottare chi le censura

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COMMENTARII di Augusto Grandi / Quando non si è neppure capaci di boicottare una bevanda o una marca di abbigliamento, si dovrebbe avere la decenza di non iniziare neppure una protesta. È la lezione che le destre italiane dovrebbero apprendere dalle sinistre americane che hanno messo sotto accusa Facebook per non aver adeguatamente censurato le dichiarazioni di Trump.

In pratica le associazioni di consumatori yankee, associazioni rigorosamente progressiste, hanno minacciato di boicottare le aziende che fanno pubblicità su Fb perché Zuckerberg non impediva la pubblicazione degli interventi di Trump. E le aziende hanno immediatamente tagliato la pubblicità. Mentre un gruppo come la francese L’Oreal, per non offendere gli africani, toglie il termine “sbiancante” dai prodotti che, appunto, sbiancano. In attesa che i dentifrici annerino i denti…

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Le destre italiane non sanno neppure boicottare chi le censura

Illiberali e pauperisti

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Poco meno di un anno fa quando Salvini incominciò a delirare al Papeete  parlando di pieni poteri e di altre stupidaggini ,per poi decidere l’uscita dal governo giallo – verde, io scrissi che il Governo Conte bis che si stava profilando, sarebbe stato profondamente illiberale.

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Non che il Conte 1 fosse stato liberale perché i populisti alleati sono di per sè illiberali, ma la miscela del Conte 2 era geneticamente totalmente illiberale. L’alleanza delle quattro sinistre, Renzi compreso,era un insieme di furori ideologici misti a populismo. Lo si è visto con le leggi giacobine sulla Giustizia, lo si è visto con il fiscalismo esagerato e vampiresco.
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In ogni occasione ci è apparso il volto arcigno di una sinistra che pensavamo morta e che invece covava sia nel Pd sia nei grillini. Il Covid 19 ha fatto il resto. Oltre alla inadeguatezza politica in campo economico e’ emersa l’idea di uno Stato assenzialista che favorisce il prestito di soldi a chi avrebbe bisogno per rilanciarsi di condizioni concrete per ripartire. Questi signori vogliono una società di nuovi accattoni, di poveri con reddito di cittadinanza e non di cittadini autonomi e produttivi. Sono concezioni pauperiste da decrescita infelice, favorite dal Covid Mentre in Europa si sta reagendo, rilanciando la libera iniziativa, in Italia non si fa nulla di concreto per dare una mano a chi intraprende e vuole rialzarsi. Adesso, dopo la farsa degli Stati Generali, il Governo Conte è ad un punto morto. Vuole rinviare tutto a settembre, Mes compreso. Pd e Cinque stelle paiono ai ferri corti, anche se pochi giorni fa l’ilare Zingaretti proponeva alleanze ai grillini per le regionali. Questo è un governo che sta mandando al definitivo sbando l’Italia. Dal Colle più alto dovrebbero rendersene conto. E’ in giuoco la vita o la morte dell’ Italia come dopo Caporetto. Attendere settembre equivale ad un suicidio.
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L’isola del libro. Speciale Jack London

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Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Romana Petri  “Figlio del lupo”   -Mondadori-   euro  19,50

Veleggia tra romanzo e biografia lo splendido ritratto che Romana Petri dedica a uno dei massimi scrittori americani, Jack London. Di lui abbiamo amato libri epici come “Il richiamo della foresta” e “Zanna Bianca” ed ora scopriamo gli anfratti della sua anima, gli alti e bassi della sua vita.

Amava definirsi “figlio del lupo” e presentiva di morire giovane perché il fuoco che aveva dentro “..aveva la fame di un lupo”: non si sbagliava, nato nel 1876 morì a soli 40 anni nel 1916. Una vita davvero breve….ma che vita! In continua azione, tra mille mestieri, sempre nel tentativo di tenere insieme realtà e letteratura. Fu strillone, pescatore, cacciatore di foche, assicuratore, contadino, cercatore d’oro nel Klondike, inviato nella guerra russo-giapponese, marinaio… ma soprattutto scrittore.

Una vita segnata dal carattere impetuoso, dall’assenza del padre biologico compensata dall’affetto per il padre adottivo John London; il peso della madre Flora che parlava con gli spiriti dei defunti, mal sopportava le donne a cui si legò e, pur essendo inaffidabile, fu sempre convinta che il figlio fosse un grande scrittore.

London aveva un’energia inesauribile che sciorinò nelle varie avventure intraprese e nei ripetuti tentativi di creare qualcosa di importante che desse una direzione alla sua esistenza. Sospeso tra megalomania e disperazione quando le sue imprese non andavano in porto. Navigatore instancabile sulla barca comprata con il primo anticipo dell’editore; progettista del battello Snark che gli costò una fortuna e si schiantò appena varato; il sogno di navigare intorno al mondo con la seconda moglie Charmain, arenatosi per problemi di salute.

Progetto più ambizioso e dispendioso di tutti, la Tana del lupo: casa intorno alla quale immaginava una mega tenuta agricola in cui trasformarsi in coltivatore e allevatore, che sfumò letteralmente in fumo a causa di un incendio.

E poi le donne che incisero profondamente: a partire dalla giovane piccolo-borghese Mabel che non capì il suo talento e sognava un marito con la paga sicura. Poi l’affascinante ed enigmatica intellettuale russa Anna, che considerava anima gemella. La prima moglie Bessie, sposata con scarsa convinzione, che gli darà due figlie, ma non il tanto atteso erede maschio. Per ultima, l’amica Charmain che si trasformò in amante e poi seconda moglie, che gli starà accanto fino all’ultimo respiro.

Questa è solo la punta dell’iceberg del romanzo di Romana Preti che rende a tutto tondo la personalità complessa di un Jack London, grande bevitore, rincorso da fama ma anche debiti, costruttore e distruttore allo stesso tempo, che alla fine si lasciò andare verso la morte arrendendosi alla malattia e allo sfinimento, al limite del suicidio.

 

Charmain London  “Il libro di Jack London”  -Castelvecchi-  euro  25,00

“Era un incrocio tra un marinaio scandinavo, un dio greco e un buon ragazzone americano” è una delle tante descrizioni dell’affascinante e coinvolgente Jack London, riportate dalla seconda moglie Charmain Kittredge London nel corposo libro dedicato al marito.

Iniziò a scriverlo dopo la sua morte, raccogliendo lettere, carteggi vari, aneddoti, racconti di prima mano di Jack e tanta vita condivisa con lui.

Charmain, nata nel 1871 e morta nel 1955, fu una donna fuori dagli schemi per l’epoca: intraprendente, colta, autrice di due romanzi, “The Log of the Snark” nel 1915 e “Our Haway” nel 1917, oltre a “The book on London” pubblicato nel 1921. Questo volume di oltre 500 pagine è un’ immensa biografia che entra nelle pieghe più intime dell’animo dello scrittore.

Ci sono i racconti della sua infanzia, adolescenza e maturità, le sue avventure tra mare e terra, gli stati d’animo, gli affetti più profondi, le amicizie e i rapporti non sempre facili con gli editori. Charmain è forse la donna che l’ha conosciuto meglio, quella durata più a lungo, in bilico tra aneliti di indipendenza e inscalfibile devozione.

All’inizio furono grandi amici e confidenti. Charmain fu anche amica della prima moglie di Jack, Bessie (l’angelo del focolare che dava stabilità allo scrittore), salvo poi soffiarglielo da sotto il naso con un’intraprendenza e sensualità alle quali lui non seppe dire di no.

Da amante a moglie e confidente, Charmain fu al suo fianco nella buona e nella cattiva sorte, sopportando le fasi altalenanti del genio alle prese con il quotidiano. Fu lui stesso a dirle «Se me ne andassi per primo, mia cara, toccherebbe a te scrivere di me….se oserai essere onesta. Ma incontrerai non poche difficoltà». Ebbene lei le superò scrivendo questa lunga lettera d’amore ed erigendo l’immenso ritratto di un uomo che «…è stato molto più grande di quanto potrebbero farlo apparire molti dei suoi più intimi amici».

 

Tra i famosi libri di Jack London, ne suggerisco almeno due che aiutano a capire meglio la vita e il genio dello scrittore:

 

 

Jack London   “Martin Eden”   -Feltrinelli-  euro 11,00

London iniziò a scrivere questo romanzo autobiografico nel 1907 e lo finì a Tahiti l’anno dopo.

Alter ego dello scrittore è il giovane marinaio di Oakland, Martin Eden, che salva da una rissa al porto il rampollo di una famiglia benestante, Arthur. Per riconoscenza questo lo introduce nel suo mondo aprendogli lo spiraglio ai salotti buoni della middle-class. Martin s’innamora della sorella di Arthur, Ruth Morse, ma soprattutto scopre il prodigio della cultura.

E’ la storia dell’apprendistato del giovane, la scoperta delle meraviglie contenute nei libri. Una folgorazione che porta il protagonista a farsi rapidamente una cultura letteraria e a decidere di voler diventare scrittore. Tale è la sua sete di sapere che ben presto supera la mediocre Ruth, che corrisponde a Mabel Applegarth, fanciulla di cui Jack London si invaghì davvero. Ma più che altro un’infatuazione che, sia nella vita reale che nella finzione del romanzo, scemerà man mano che il giovane si rende conto che la fanciulla aspira più che altro a tarpargli le ali.

Mabel/Ruth è ben lontana dal capire le ambizioni letterarie di Jack/Martin e lo spinge invece verso una vita impiegatizia senza rischi economici e un futuro banale.

Il romanzo ha ispirato anche l’omonimo film del 1919, girato da Pietro Marcello e interpretato da Luca Marinelli, che ha vinto la Coppa Volpi.

 

Jack London  “La crociera dello  Snark”    -Mattioli-  euro 15,00

Qui c’è a profusione l’amore di Jack London per l’avventura e la vita in mare. E’ la cronaca di

un’ incredibile impresa, la navigazione a bordo di una barca a vela nell’Oceano Pacifico, insieme alla moglie Charmain, sulle rotte di Melville e Stevenson.

Partenza nel 1907 dalla baia di San Francisco, direzione le Hawaii; poi rotta verso le Isole Marchesi, Tahiti, Samoa…Un periglioso viaggio che sulla carta avrebbe dovuto approdare fino in India e nel Mediterraneo. Invece si concluse in Australia, a Sydney, nel 1908, interrotto da sventure varie, ma soprattutto dal morbo misterioso che contagiò lo scrittore rendendo necessario il ricovero in ospedale.

Franca Valeri e Piazzale Loreto

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Franca Valeri compie cento anni e viene festeggiata nel modo migliore. Sicuramente è stata una grande attrice, anche televisiva, dotata di  un’ ironia raffinata e pungente. E’ entrata da tempo nella storia del grande teatro italiano.

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In una intervista ha dichiarato di essere andata a vedere i cadaveri di Mussolini e della Petacci a piazzale Loreto a Milano  nell’aprile 1945, esposti al ludibrio della folla inferocita ed ha aggiunto che non sentì pena, in quanto ebrea che aveva sofferto.
Posso comprendere che, a caldo, non abbia sentito pena, perché il risentimento prevaleva in lei, ma sicuramente una scena del genere avrebbe dovuto almeno  suscitare disagio se non orrore non fosse altro pensando alla Petacci denudata. Ferruccio Parri, capo della Resistenza, parlò di bassa macelleria sudamericana. Pertini che pure era intransigentissimo, ordinò di porre fine a quella infame e sguaiata manifestazione di odio contro dei cadaveri. Leo Valiani tanti anni dopo mi disse che consentire quella “ barbarie“ fu un un grave errore della Resistenza ,una macchia originaria  che offendeva lo spirito libero e  democratico da cui essa nasceva. Ricordo che c’era gente che orinava e defecava sui cadaveri che furono poi appesi ai lampioni della pompa di benzina  per evitare il perpetuarsi di queste forme di bestialità. Se non si accetta l’idea di Hegel che la storia sia un immenso mattatoio, per la gente civile quell’episodio di piazzale Loreto resta un atto infame di cui vergognarsi . Mi stupisce che una gran donna, almeno a tanti anni di distanza, non abbia  meditato su quanto vide nel 1945. L’antifascismo non può essere così cieco e totalizzante da non farci cogliere il gesto infame di infierire sui morti e in particolare su una donna che pagò con la vita il suo amore per Mussolini.
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La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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Il caso Sgarbi – Emilio Fede- Dacia Maraini – Ustica – Lettere

 

Il caso Sgarbi

Sgarbi, con gesto clamoroso e credo unico nella storia parlamentare, è stato portato via a braccia da quattro commessi dall’aula di Montecitorio per ordine della presidente di turno, Carfagna che pure si proclama liberale. Il motivo della cacciata dall’aula sarebbero parole sessiste verso la presidente e una parlamentare – magistrato di Forza Italia che è intervenuta contro Sgarbi quando egli, citando Cossiga,  ha definito l’Associazione Nazionale Magistrati mafiosa, come pure poco tempo fa il magistrato Di Matteo ha definito mafioso il sistema delle nomine al CSM. Io non ho letto e non ho sentito da nessuna parte – giornali compresi – parole sessiste pronunciate da Sgarbi. Si è rivolto alle due donne, a prescindere dal fatto che fossero donne. Il mio amico Sgarbi a volte esagera, ma in questo caso si è limitato a chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta sui recenti scandali del CSM e di Palamara, una richiesta ampiamente condivisibile. Sgarbi è una specie di D’Annunzio. Ed è una benedizione di Dio avere un uomo libero come lui che fa battaglie controcorrente nella palude di Montecitorio. L’averlo cacciato in questo modo dall’aula, impedendogli di votare è una colpa grave di una piccola donna di nome Carfagna giunta alla corte di Berlusconi, che poi ha tradito come tanti altri e altre.

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Emilio Fede

E’ un vecchio quasi novantenne, non è mai stato un giornalista importante, ha fatto carriera per il suocero Italo De Feo grande personaggio a prescindere dalla carica di vicepresidente in Tv. Giocatore incallito e donnaiolo ricambiato, ha diretto in modo ridicolo il Tg4, facendone un Tg da operetta. E’ stato condannato per il Ruby ter, una pagina oscura e certo non edificante che ha contribuito a far perdere di credibilità a Berlusconi oltre che a Fede, ammesso che ne avesse. Ma arrestare a Napoli durante una cena Fede che era andato a curarsi ed era con la moglie, appare una esagerazione davvero fuori posto. Escono dal carcere  delinquenti, mafiosi e viene arrestato un vecchio signore inoffensivo. Anche questo è un segno dei tempi barbari che viviamo.

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Dacia Maraini

Dacia è una donna di rara intelligenza che ho incontrato in più occasioni. Prima di conoscerla avevo su di lei qualche pregiudizio che la conoscenza ha fugato. Recentemente ha scritto un articolo in cui riconosce la grandezza di Pound e di Celine, due autori maledetti e razzisti. Crocianamente Dacia ha distinto il loro valore letterario dalle idee politiche. Qualche anno fa forse non lo avrebbe fatto. Una grande lezione agli iconoclasti che vogliono distruggere i monumenti del passato, seguendo i giudizi del presente. Giustamente Cacciari li ha definiti << cretini >>.

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Ustica

Il presidente della Repubblica chiede dopo 40 la verità sulla strage aerea di Ustica  Fa bene. Ma bisognerebbe anche ricordare la pista del terrorismo palestinese sempre occultata per ragioni politiche. Io ricordo che uno dei motivi per cui Zanone si ricandidò in Parlamento (allora con tutte le immunità)nel 1992 lasciando il posto di sindaco di Torino fu la paura di essere inquisito come ex ministro della Difesa proprio su Ustica. Me   lo dissero molti  autorevoli esponenti liberali. In tempi molto successivi anche Mattarella fu ministro della Difesa, ma non risultano iniziative da parte sua per chiarire il caso Ustica.
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I liberali e i liberisti
Ho letto il suo splendido articolo sull’ “eclissi” liberale. Davvero una riflessione magistrale, corazzata di grande cultura storica. Ma perché non ha parlato in modo adeguato del PLI e dei liberisti dell’ Istituto torinese “Leoni”? E anche del Centro “Einaudi”?              Luigi Morbelli
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Il PLI è morto in modo ignominioso ad opera di Raffaele Costa che così mantenne il seggio parlamentare. Una storia molto brutta. Circa i  liberisti avrei dovuto parlare di Lorenzo Infantino, l’unico pensatore degno di questo nome. Con il “Leoni” ho avuto rapporti episodici. Il loro rifiuto del ruolo dello Stato non è liberale,ma liberista. Con il Centro “Einaudi” di Torino, salvo all’epoca di Zanone e di Urbani, non ho avuto rapporti sufficienti. Poi quand’era direttrice una assessora di Chiamparino, non ho proprio voluto avere rapporti di sorta. Il nuovo presidente Beppe Facchetti è un liberale autentico. Sono comunque e resto più  crociano che einaudiano.ù
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I vitalizi degli ex senatori
Mi stupisce e mi indigna la sua difesa dei vitalizi agli ex senatori sul Pannunzio Magazine che dirige. Lei difende la casta ed ed è disonesto intellettualmente.    Pietro Ancona
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I vitalizi sono stati aboliti nel 2012. Vennero introdotti a metà degli anni cinquanta con il voto di tutti i partiti per garantire ai parlamentari una indipendenza economica successiva all’ espletamento del mandato che li liberasse da condizionamenti durante il mandato,.Poi ci furono abusi come quello di Piero Craveri, nipote di Croce, che, subentrato senatore radicale per pochi giorni, usufruì per anni di un vitalizio immeritato. Ma si tratta dell’eccezione. Qui si sta parlando di ex senatori tutti anziani che si sono visti decurtato o annullato il vitalizio in modo retroattivo, con la negazione di un diritto acquisito. Le leggi retroattive sono incostituzionali  e illiberali, i diritti acquisiti non possono essere cancellati in una democrazia liberale. Il blitz di 5 Stelle e Lega fu un atto demagogico e populista. Disonesto intellettualmente è chi si accoda alla demagogia montante che sta distruggendo la democrazia in Italia. Oggi l’ Italia è  un paese meno libero. Posso darle atto che il momento scelto dalla commissione Contenziosa  del Senato che ha deciso in materia, è sbagliato perché la crisi economica e la pandemia ha messo a terra il Paese. Ma un provvedimento giuridico come quello non può guardare alla opportunità, ma solo alla giustizia e gli argomenti in base ai quali hanno deciso i commissari sono legalmente rilevanti e validissimi. Solo i leghisti e i cinque stelle non possono capirli perché sono ottusi e ignoranti di quel minimo di cultura giuridica che si richiede ad un parlamentare.
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