Rubriche - Page 19

Garage rock USA 1966. Discografia minore (p. 3)

Caleidoscopio Rock USA anni ’60 / Prosegue la discografia garage rock USA del 1966, che occasionalmente ripescherà a sorpresa anche brani caduti completamente nell’oblio e non più raccolti in antologie retrospettive, o inseriti in raccolte davvero “di nicchia” e quasi sconosciute ai più…

Si coglie qui l’occasione per avanzare una piccola critica, rivolta al costume discografico di privilegiare a livello antologico la “confezione finale” rispetto al carattere del pezzo in sé. Da ciò deriva a volte un ammanco di natura storica che penalizza brani anche significativi che hanno la sola colpa di aver incontrato una produzione magari di qualità mediocre, influenzata da un budget limitato o dall’inadeguatezza di studi di registrazione dell’epoca. Qui si cercherà in qualche modo di colmare questa lacuna piuttosto inspiegabile, inserendo finanche incisioni più “sporche” e meno ortodosse, ma a volte più caratterizzanti e corpose.

 

– The Huns “Shakedown / You Know” (Pyramid 6-6646);
– The Other Half “Mr. Pharmacist / I’ve Come So Far” (GNP Crescendo GNP 378x);
– The Treez “You Lied To Me Before / Only As Long As You Want It” (Harlequin 660725);
– The Dark Horsemen “You Lied / Girl, Stand By Me” (3720-A/B);
– The Del-Vetts “Last Time Around / Everytime” (Dunwich D-125);
– Mouse and The Traps “Maid Of Sugar, Maid Of Spice / I Am The One” (Fraternity F-966);
– The Dantes “Can’t Get Enough Of Your Love / 80-96” (Jamie 1314);
– The Dead Beats “She Don’t Love Me / I’m Sure” (Gray Ant G-108 / 626V-9689);
– The Lords “Death Bells At Dawn / Light Rain” (Aldrich ALD 1001);
– Lawson and Four More “If You Want Me You Can Find Me / Back For More” (Ardent 105);
– The Jerks “I’m Leaving You / Don’t Make Me Sorry” (Vaughn VA-726);
– The Pandas “Walk / Girl From New York City” (Swingtime SW 1001-1002);
– The Cavemen “All About Love / Bo Diddley” (Capitol Star Artist);
– The Buckinghams “I’ll Go Crazy / Don’t Want To Cry” (U.S.A. Records 844);
– Rocky and The Riddlers “Flash & Crash / Batman” (Panorama 28);
– The Malibu’s “Cry (Over Her) / Leave Me Alone” (Planet 58);
– The Banshees “Project Blue / Free” (Dunwich D-129);
– Red Beard and The Pirates “Go On Leave / Don’t Be A Loser” (Gaye Records 3043);
– The Five Americans “Evol – Not Love / Don’t Blame Me” (Hanna-Barbera Records HBR 468);
– Brimstones “It’s All Over Now But The Crying / What Is This Life?” (MGM Records K13653);
– The Nomads “How Many Times / Not For Me” (Stark Records SR-009);
– The Herde “Harlem Shuffle / Mister (You’re A Better Man Than I)” (Cinema International 6900);
– The Bruthers “Bad Way To Go / Bad Love” (RCA Victor 47-8920);
– The Chaps “Remember To Forget Her / You’ll Be Back” (Paula Records 250).

(… to be continued…)

Gian Marchisio

 

Giovanni Gentile: sarebbe possibile parlarne oggi a Torino?

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni  Ho promosso a Torino due incontri su Giovanni Gentile, di cui uno nel 2004 all’Università. Mi domando e voglio domandare se a Torino oggi sarebbe ancora possibile riunirsi pacificamente a discutere di Giovanni Gentile su cui presentai anche un bel libro controcorrente. La  solita, intollerante vulgata lo permetterebbe o farebbe subito una vigorosa protesta sul fascista Gentile, impedendo la libera discussione ?

Mi Immagino quali sarebbero le reazioni delle nuove generazioni antifasciste negazioniste persino del Giorno del ricordo delle foibe. Hanno una carica di fanatismo che le rende inconsciamente  un po’ fasciste. Il 15 aprile 1944 venne assassinato in modo proditorio  a Firenze sull’uscio di casa Giovanni Gentile, uno dei più grandi pensatori europei del secolo scorso, ministro della PI, autore della riforma della scuola italiana , grande organizzatore di cultura, pensiamo alla” Treccani“ a cui chiamò a collaborare tanti antifascisti. Aderì al fascismo, rompendo l’amicizia con Benedetto Croce , aderì riluttante alla RSI, cercandosi la morte , anche se a lui non si possono attribuire atti di violenza , ma semmai il velleitario ma nobile tentativo di una pacificazione tra italiani. Ho partecipato per anni alle giornate gentiliane di Castelvetrano, la sua città di origine che contribuirono a sdoganarne il ricordo, con la partecipazione persino del sindaco di Palermo Orlando che in privato e’ una squisita persona. Gentile e’ stato un grande e la cultura e la scuola gli debbono moltissimo. La sua riforma della scuola in parte regge ancora oggi la scuola italiana  anche per l’incapacità dei  suoi successori a riformarla. Restano due punti sui quali non si può concordare con lui: lo stato etico – a cui neppure Mussolini pensava perché guardava a Machiavelli  – alternativo allo stato laico – liberale cavouriano e l’idea che il Fascismo fosse il completamento e il coronamento  del Risorgimento, mentre ne fu l’antitesi. In origine Gentile era un liberale conservatore come ce n’erano molti alla fine dell’800. Forse aveva  subito  il fascino delle critiche giornalistiche di Alfredo Oriani , per dirla con Adolfo Omodeo . Poi con la I Guerra mondiale il suo pensiero svoltò nettamente  a destra e sfociò naturaliter nel fascismo. Ogni osservazione negativa su di lui non giustifica però  il suo assassinio voluto dai GAP. Anche il CLN di Firenze formato anche da suoi ex allievi, condanno’ la vile aggressione. E’ sepolto fra i grandi italiani nel tempio di Santa Croce a Firenze in una posizione secondaria. Una volta vidi un aspirapolvere e oggetti per la pulizia depositati sulla sua tomba. Una cosa vergognosa, forse opera dei piccoli  nostalgici dei gappisti che lo uccisero.
Scrivere a quaglieni@gmail.com

Luigi Resegotti, una grande perdita per la scienza e la cultura

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

E’ mancato a 90 anni  l’ematologo  di fama internazionale prof  Luigi Resegotti, già primario ospedaliero alle Molinette

E’ stato uno scienziato e un uomo di rara umanità che sapeva condividere la sofferenza con il malato. Lo proposi a Ciampi per la commenda al Merito della Repubblica che gliela conferì con motu proprio, ma Resegotti,da vecchio piemontese, era legato ai Savoia ed era anche commendatore mauriziano. Era un uomo che amava sobriamente anche la gioia di vivere, era un gastronomo raffinato che sapeva mettersi ai fornelli.  Le serate passate a casa sua restano indimenticabili, sempre con  ospiti di primo piano. Ricordo le serata con mons. Peradotto,  la contessa e medico Provana di Collegno, la farmacista Ricotti Platter, il Conte Balbiano d’Aramengo   e l’avvocato Cagna, l’assessore regionale Bajardi,  tanto per citare qualche nome. D’estate si andava la domenica  in Val Sesia a Carega nella vecchia casa di famiglia,un luogo di rara suggestione.  Il professore ,quando dirigeva il Reparto di Ematologia, non si staccava mai dai suoi malati anche d’estate,  rinunciando alle ferie che si riducevano a pochi giorni trascorsi in famiglia a Carega, come faceva il Presidente Viglione che andava a Ferragosto tre giorni in un un albergo io di  Santo Stefano al mare. Anche lui andava via la vigilia della festa dell’Assunta ed era già di ritorno per san Rocco,  una generazione di medici che scompare con Gigi .
Resegotti ha  scritto libri importanti di storia e di varia umanità che ci danno la cifra intellettuale del medico di gran nome che ha una profonda cultura umanistica , secondo la tradizione dei suoi maestri  i grandi fratelli Dogliotti che scrissero una stagione della storia della medicina. Aveva arricchito il Centro “Pannunzio”  e altre associazioni tra cui il Lions (che condivideva con i comuni  amici prof. dal Piaz , principe del Foro e con il prof. Abeatici ) con brillanti conferenze molto seguite ed apprezzate perché sempre arricchite di intelligente ironia. Era un cattolico laico con una robusta  cultura storica legata al nostro Piemonte. Era orgoglioso del figlio Paolo che aveva scelto la vocazione religiosa ed è  parroco a Grugliasco , una parrocchia di frontiera. Pur malato, anche quest’anno con la moglie Nuccia,  raffinata scrittrice e il figlio dottor Andrea Resegotti con la moglie Elisabetta Rusina’, volle rinnovare l’iscrizione al Centro , un ultimo atto di amicizia. Dovevamo rivederci il 14 marzo  dello scorso anno a palazzo Carignano a rendere omaggio insieme a Vittorio Emanuele II , il Padre della Patria. Non fu possibile a causa del COVID.
Peccato perché tra di noi uno dei motivi della nostra amicizia consisteva proprio nell’amore per il Risorgimento . Noi eravamo persone fatte così, che  amavano disperatamente, malgrado tutto,  l’Italia, la vecchia Italia con la sua storia. Continueremo nel suo ricordo e sul suo esempio  a cercare di essere  buoni italiani.

Dimissioni di Speranza una prospettiva di serenità per gli italiani?

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il ministro della Sanità Roberto Speranza è forse per il ruolo che ricopre il maggiore responsabile dei gravi errori e degli imperdonabili ritardi dell’Italia di fronte alla pandemia.

E’ colui che a settembre 2020 pubblico’ un libro ( bloccato in extremis nelle librerie a causa della seconda ondata della pandemia, ovviamente non prevista dal ministro) su come lui aveva vinto la pandemia.
Speranza è un piccolo funzionario vetero -comunista lucano, protetto da Bersani e D’Alema.
Un personaggino così andava cacciato molto prima, anzi non avrebbe avuto titolo per un ministero. Non ne aveva i titoli, ma l’irresponsabile Conte lo nomino’ per avere il voto di Leu , quattro gatti di paleo-comunisti guidati dal giustizialista Grasso e da quanto c’ è più di retrivo nel comunismo italiano.  Neppure Rizzo, capo dei comunisti italiani, approvo’ quella scelta che ha sempre criticato con veemenza e lucidità. Adesso sembra che Draghi offra un’uscita dignitosa a Speranza con un incarico europeo roboante, ma privo di poteri. Bisogna far sì che si avveri il cambio della guardia al ministero della Sanità o della Salute dove occorre non un politicante da strapazzo, ma una persona seria e preparata. In tempi di grave emergenza non possiamo permetterci gente come Speranza che, in altri tempi, avrebbe già avuta tagliata la testa dalla ghigliottina per la rabbia popolare indotta dai suoi comportamenti irresponsabili e al contempo arroganti che hanno compromesso la lotta al virus in modo adeguato in combutta con Conte. E questo lo scrive un liberale che odia il giacobinismo ed ha orrore per la ghigliottina, ma detesta ancor più l’incompetenza di Speranza.

Conseguenze psicologiche ed emotive della pandemia, come non farsi travolgere

IL PUNTO DI VISTA / Le interviste di Maria La Barbera

Stress, ansia e psicopatologie da isolamento, la Dottoressa Elisabetta Lagna ci parla degli effetti collaterali del Covid

Questa pandemia ci fa preoccupare molto, cerchiamo, attraverso misure di sicurezza legittime ma snervanti, di non contrarre questo virus malevolo che ci sta cambiando la vita; viviamo in isolamento, lavoriamo da casa, il nostro divano è diventato il nostro ufficio, le relazioni sociali sono state sostituite da incontri virtuali che forse all’inizio potevano rappresentare una novità spassosa, ma ora sono diventati frustranti e innaturali. I bambini, i ragazzi e gli anziani rappresentano quella categoria di persone che più sta subendo questa situazione di reclusione e mancata libertà a causa della loro dipendenza fisica da altre persone e della fragilità, anche emotiva, legata alla loro età. All’inizio lo shock era collegato alla sorpresa con cui il virus ci aveva colto, all’impreparazione alla chiusura totale e alla inesperienza rispetto alla difesa dall’infezione. Ora, dopo un anno di lockdown alternato, difficile e demoralizzante, è in atto una cronicizzazione del trauma, una pericolosa deriva verso l’abitudine e il senso dell’ineluttabilità rispetto la clausura, che si sta manifestando attraverso una serie di disturbi e psicopatologie allarmanti. E’ vero che inizia ad esserci una luce, una speranza all’orizzonte grazie al vaccino e le cure, ma cosa ha prodotto al nostro cervello tutto questo? Quali sono i danni psicologici e cognitivi che si stanno rivelando sempre più frequentemente?
La Dottoressa Elisabetta Lagna, psicoterapeuta a Torino, ci racconta cosa sta avvenendo all’interno della nostra mente a causa della paura generalizzata, dell’incertezza sul futuro ma anche in conseguenza a diverse nuove abitudini come la richiesta di controllo continua sul nostro corpo, l’ossessione per la sanificazione e la distanza sociale.

3 domande alla dottoressa Elisabetta Lagna

Dottoressa Lagna quali sono le conseguenze di questa paura da Covid?
Sicuramente una cronicizzazione dei disturbi dell’ansia, dovuta anche ad una mancanza di prospettiva futura, insonnia, mal di testa e aumento della produzione di cortisolo nel sangue, l’ormone dello stress. Il mio studio ha avuto un aumento di richieste d’ascolto e di trattamento considerevole legato alla morte di congiunti per Covid, al rischio suicidario di giovani tra i 20 e 30 anni e alle crisi coniugali. Tra i disturbi recenti strettamente legati alla pandemia invece c’è il Long Covid, ovvero il persistere di sintomi, i numeri parlano di tre persone su quattro, di coloro che hanno contratto il virus ma sono scientificamente guariti, questi segnali presumibilmente legati al Covid perdurano almeno per altri 6 mesi. L’isolamento e la mancanza di socialità hanno sicuramente peggiorato la situazione di persone già fragili, hanno portato la percentuale di abbandono scolastico intorno al 28% e, non meno importante, hanno creato prigioni vere e proprie per chi subisce maltrattamenti in famiglia ed è stato costretto ha convivere con l’abusante.

Quali sono i risvolti psicologici della pandemia e gli effetti della DAD, la didattica a distanza, sui più giovani?

I papà e le mamme più ansiosi hanno trasmesso le proprie ai paure ai loro figli, soprattutto ai bambini, che a loro volta temono più che mai la morte dei genitori perché sintonizzati sugli stessi loro stati emotivi. Le conseguenze di questo stress sono iperattività, malattie psicosomatiche come le dermatiti, abbassamento delle difese immunitarie. C’è stato inoltre un forte aumento dell’uso dei social network che troppo spesso sono veicoli di immagini emotivamente attivanti che fomentano la paura, la tensione e la stanchezza.
La scuola invece dovrebbe potenziarsi maggiormente con l’aiuto di esperti e piani educativi innovativi, passare automaticamente in Dad senza spiegare la situazione non è sufficiente, i ragazzi sono demotivati e il loro rendimento peggiora. E’ importante informare i bambini e i ragazzi, ovviamente con le dovute modalità, riguardo a cosa sta realmente accadendo per abbassare il livello di stress, ridurre l’ansia e scongiurare l’abbandono della scuola.

Cosa possiamo fare per vivere e superare questa situazione senza che ci travolga? E’ possibile crearsi una bolla si serenità?

E’ importante migliorare, per quanto possibile, la qualità della vita, fare le cose che ci piacciono e ci fanno stare bene, senza rincorrere l’impossibile e ambire all’irraggiungibile. Non è retorica dire che dobbiamo rivalutare le cose semplici perché quello che avevamo, e che ancora abbiamo ma spesso non consideriamo, era, ed è, un dono. Questa pandemia ci sta lasciando un insegnamento, ci sta dicendo che non siamo immortali, che non staremo sempre bene e che le cose materiali e il potere non possono darci tutto, soprattutto la salute e la felicità. Non è un discorso ad effetto, né un luogo comune, il virus, in un certo senso, ci sta rieducando ci sta riportando all’ essenzialità, al sostanziale e soprattutto a vivere il presente, qui ed ora, dando così un significato più profondo alla nostra esistenza. E’ necessario inoltre ridimensionare il tempo che dedichiamo alle notizie e agli aggiornamenti legati al Covid, evitare di vedere tutti i telegiornali, i programmi televisivi e video sui social network che ci suggestionano, ci spaventano senza aggiungere né protezione né sicurezza. Se vogliamo avere informazioni meglio leggerle che subire un bombardamento di immagini angosciante. Passiamo più tempo all’aria aperta, procuriamoci vitamina D, limitiamo il più possibile l’isolamento sociale e interpersonale.

 

 

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Alicia Giménez – Bartlett “Autobiografia di Pedra Delicado” – Sellerio – euro 15,00

Di Pedra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona e una delle detective più amate della
letteratura gialla, seguiamo le vicende da 25 anni; ma cosa sapevamo oltre al fatto che è brusca,
tenace, apparentemente molto dura, insofferente verso le ingiustizie e determinata sempre a trovare i
colpevoli a qualunque costo? Non tantissimo.
Ora finalmente la scrittrice di gialli spagnola Alicia Giménez Bartlett, ha ricomposto la sua
biografia: magnifica, accattivante, densa di significati, in cui mette a fuoco la personalità incredibile
della sua protagonista.
Molte le cose che scopriamo a partire dal passato più remoto, in capitoli che delineano il rapporto
con la madre, l’infanzia, gli studi, i rapporti con il sesso e con gli uomini della sua vita, il legame
con il viceispettore Fermín Garzón…e molto altro.
Pedra maturando e vivendo è sempre più una donna indipendente e tosta, libera, che sa quel che
vuole, femminista e progressista nei fatti e non solo a parole.
Non voglio anticiparvi troppo ma entrerete nella testa di questa eroina che transita attraverso 3
matrimoni, i primi due decisamente fallimentari «…passata da un marito padre a un marito figlio».
Promette meglio il terzo con l’architetto Marco Artigas che porta in dote 4 figli (da due ex mogli),
incontrato dopo un interregno di conquiste maschili varie, assortite e soprattutto senza impegno a
lungo termine.
Poi ci son anche le fasi della sua vita lavorativa, dagli studi di giurisprudenza e l’attività in studio
con il primo marito, all’accademia per diventare poliziotta. I primi tempi noiosi dietro alle scartoffie
e finalmente operativa sul campo dove capisce che quello è il lavoro giusto per lei.
E godetevi anche le pagine in cui racconta il suo rapporto con l’uomo più importante della sua vita,
il collaboratore Fermín Garzón, personaggio che tutti vorremmo per amico e collega.
E se poi volete dare un volto a Pedra e Fermín, andate a rivedervi su Sky la fiction con Paola
Cortellesi, diretta da Maria Sole Tognazzi.

Andrea Baiani “Il libro delle case” -Feltrinelli- euro

L’autore ha dichiarato che l’idea di questo libro è scaturita quando un signore gli ha concesso di
entrare e rivedere le stanze della casa in cui era nato, a Roma nel 1975. Da allora di domicili ne ha
cambiati parecchi e ognuno di essi è stato testimone di una fetta di vita. E’ così che Bajani ha
ricostruito la vita di un uomo- che chiama Io- attraverso le case e le stanze che ha abitato o anche
solo immaginato; come quella di nonna bambina che solo lei conosce e che ormai fa parte della sua
“necropoli interiore”.
Scivola avanti e indietro negli anni tra 1968 e 2021, recupera fotogrammi di vita nelle città in cui la
vita l’ha condotto: Roma, Torino, Parigi e Londra.
Lo rivediamo bambino affascinato da una tartaruga il cui carapace è casa e tomba, piccolo
monolocale indipendente; o in una casa di vacanza, affittata per due mesi a 100 metri dalla spiaggia.
Poi giovane studente universitario che si adatta al materasso in una casa per studenti, bohémien in
una mansarda parigina, o ancora nella casa di provincia in cui incontra la sua amante che è una
donna sposata, infine, marito in una casa borghese del nord Italia.
Attraverso stanze, mobili, suppellettili, quartieri e tranche di vissuto, assembliamo i tanti pezzi del
puzzle di Io; perché le case in cui viviamo e abbiamo vissuto fanno parte della nostra storia e
raccontano molto se le si sa ascoltare attraverso i ricordi.
Poi Bajani rivela anche il suo interesse per due gravissimi fatti di cronaca che hanno segnato il suo
immaginario. La prigionia, l’assassinio e il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro nel 1978,
rannicchiato in posizione fetale nel bagagliaio della sua ultima dimora, una Renault 4, rossa.
E il brutale pestaggio che ha ridotto in poltiglia Pasolini, il Poeta, di cui immagina le case, compresa
l’ultima.
Ma vi attendono tante altre stanze che inducono a meditare anche sui traslochi di ognuno di noi
nelle case della nostra vita.

Matsumoto Seicho “Un posto tranquillo” – Adelphi- euro 18,00

Matsumoto Seicho (nato nel 1909 e morto nel 1992 a 83 anni) è stato definito il Simenon
giapponese, non solo per aver scritto centinaia di romanzi e racconti come il prolifico scrittore
francese, ma anche per lo spessore della sua narrativa. Sebbene abbia iniziato a scrivere tardi, oltre i
40 anni, da allora non si è più fermato. L’esordio con “Tokyo Express” – sui rapporti tra malaffare e
potere- è stato successo immediato ed ora è un classico.
Invece al poliziesco si dedica alla soglia dei 50 anni, diventando il più grande autore giapponese di
crime del secolo scorso. E ben venga l’operazione della casa editrice Adelphi che lo sta pubblicando
in italiano.
“Un posto tranquillo” inizia con una morte improvvisa –quella della poco più che trentenne Eiko- e
prosegue con l’indagine privata del marito Asai che ricostruisce le ultime ore di vita della moglie,
scoprendo lati del suo carattere e comportamenti che mai più avrebbe sospettato.
Asai Tsuneo è un funzionario del ministero dell’agricoltura e il suo matrimonio con Eiko era durato
7 anni. Si erano sposati un anno dopo la morte della prima moglie, quando lui aveva 35 anni ed
Eiko 8 di meno.
Il suo cuore era sempre stato fragile e aveva già avuto un leggero infarto, ma le circostanze della
sua dipartita improvvisa, -colpita da malore mentre era in una zona di Tokyo fuori dalla rotta
classica delle sue abitudini, entrata in una profumeria per chiedere aiuto, e morta prima che un
medico potesse tentare di rianimarla- hanno una dinamica poco chiara.
E’ così che Asai cerca di risolvere il mistero ricostruendo gli ultimi istanti di vita della moglie, le
sue ultime ore, gli ultimi anni. Dapprima parte alla cieca e poi si orienta sempre meglio
raccogliendo testimonianze, ingaggiando investigatori privati e usando a volte anche l’inganno per
ricomporre l’immagine che aveva della moglie. Di più non anticipo, ma preparatevi alla suspense
dell’investigazione condotta in modo magistrale dall’autore, e a continui colpi di scena inaspettati.
Molto più che un giallo….

Adele Cavalli “Scrittrici in giardino” -Youcanprint Self Publishing. euro 15,00

Il sottotitolo è “Profumi e colori nei giardini di 10 scrittrici” ed è quello che l’autrice racconta in
queste scorrevoli 146 pagine, tra parole e immagini dei luoghi più cari di autrici immense.
​Inizia con Colette, nata in una dimora della campagna della Borgogna, che cura il suo giardino con i
capelli in disordine tenuti raccolti da ramoscelli; poi la grande Emily Dickinson nella casa di
Amherst, circondata da boschi, prati, colline e fiori, che saranno il perimetro della sua vita e la fonte
d’ispirazione delle sue poesie.
C’è l’opulenza di Sissinghurst Castle, dimora del periodo Tudor nella contea del Kent che la
scrittrice Vita Sackville West acquista nel 1930 insieme al marito. La strappa dallo stato di
abbandono trasformandola in un capolavoro di giardini tra i più visitati d’Inghilterra; una serie di
stanze a cielo aperto caratterizzate ognuna da un tema o un colore.
Con Elizabeth von Arnim –nata in Australia nel 1866 e cugina di Katherine Mansfield- entrerete
nel giardino della tenuta in Pomerania di proprietà del marito, un conte tedesco. E’ amore a prima
vista per l’immenso parco inselvatichito ed incolto che circonda la tenuta, che la scrittrice cura con
passione, trasformandolo nell’eden in cui trascorre ore in lettura, solitudine e ascolto della natura.
Le altre dimore circondate dal verde sono quelle di Marguerite Yourcenar a Petite Plaisance, Edith
Wharton, George Sand a Nohant dove casa e giardino sono in perfetta sinfonia.
E ancora il giardino danese in cui si rifugia Karen Blixen dopo aver lasciato la sua amata Africa; la
natura rigogliosa intorno al Mississippi raccontata da Eudora Welty; e per concludere Jane Austen
che non ebbe “una stanza tutta per sé”, ma in compenso visse a Chawton Cottage «casa di mattoni
rossi con finestre aperte sul giardino».

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Il fascino della tradizione britannica – Adesso basta – Lettere

Il fascino della tradizione britannica

E’ morto alla venerabile età di 99 anni Filippo d’Edimburgo, principe consorte della Regina Elisabetta, suscitando l’interesse, non così scontato, di giornali e televisioni italiane. Alcuni in Italia hanno voluto soprattutto evidenziare  in modo sgarbato che collezionò  molte gaffes, andando oltre le regole ferree imposte dal suo delicato e anche difficile ruolo.  Lui pensava che, a volte, trasgredendo le forme, avrebbe reso più popolare la Monarchia e sbagliava.  Le forme sono sostanza, insegnava il giurista torinese Mario Allara, monarchico che Filippo non sapeva neppure chi fosse ,anche se nel 1961 gli venne presentato di sfuggita come Magnifico Rettore dell’ Università di Torino  nel corso della visita di Elisabetta a una Torino tornata capitale. Ci appare ingeneroso  e irrispettoso citarle, anche se esse rivelano i limiti dell’uomo che non bastano però a ridurne la figura che rappresentò l’ultimo simbolo di una vecchia Inghilterra che finisce con lui. Fu soldato valoroso durante l’intera seconda guerra mondiale dal 1939 al 1945, uno degli ultimi reduci. E questo aspetto è stato ovviamente trascurato. Ebbe una famiglia difficile con dei figli che non  si sono rivelati  all’altezza ,con dei nipoti che spesso  hanno smarrito la strada. L’inquietudine e la seduzione  dei piaceri   di una vita borghese  senza regole sembra aver attratto molti componenti della famiglia reale .Ma questo non ha impedito alla Monarchia inglese di “tenere“ anche nei momenti più difficili per il  forte radicamento storico che essa rappresenta a livello popolare e per le qualità della  Regina Elisabetta che ha sempre saputo ,anche nei frangenti  più problematici del suo lungo  regno, incarnare la Nazione oltre le divisioni politiche che hanno agitato la storia britannica . Un qualche ruolo – considerati i rapporti tra i due coniugi durati 77 anni – l’avrà avuto anche il principe Filippo, ma per darne una valutazione storica va invocata una sospensione di giudizio. Con lui se ne va una certa idea di Inghilterra, un certo stile e una certa eleganza che, a partire da suo figlio,  ma anche dagli inglesi che contano, sono stati abbandonati da tempo. Eppure a quell’Inghilterra i sudditi inglesi sono molto legati e credo che lo rimarranno. Non è affatto detto che la monarchia non resista al logorio del tempo e alla modernità che sembra voler travolgere ogni tradizione. La realtà europea sta a dimostrare che molte corone resistono e il desiderio di veri simboli nazionali senza marchi e vincoli  ideologici alle spalle  e’ un qualcosa di apprezzato e di apprezzabile. Anche quando l’Inghilterra ha conosciuto la crisi di un collaudatissimo sistema politico e le spinte separatiste, il ruolo della Regina ha fatto da elemento equilibratore . Merito del sistema monarchico della Gran Bretagna , ma anche di una Regina destinata , speriamo il più tardi possibile, a passare alla storia come una grande figura, poco appariscente e priva di retorica, ma decisiva nella vita e nella storia del suo Paese . Può sembrare un paradosso che il Paese in cui la regina è  anche a capo della Chiesa, sia uno dei più laici del mondo. Eppure è proprio così.
.

Adesso basta

Giuseppe Culicchia ha avuto dal giornale su cui scrive, un lancio del suo libro  sul cugino terrorista con  ben cinque  articoli. Un record davvero incredibile. Giovanni Spadolini che fu illustre collaboratore per  oltre vent’anni  di quel giornale, nel suo narcisismo, ne sarebbe molto  invidioso perché aveva per i suoi libri una sola recensione. Magari di Casalegno o di Galante Garrone o persino mia. Culicchia si  è ormai consacrato tra i collaboratori importanti, tra le grandi firme. Spiace che parte del merito lo abbia avuto  il cugino brigatista. Ha avuto l’ultima parola anche rispetto a Luciano Violante. Non è poco.
.

Lettere      scrivere a quaglieni@gmail.com

Le foibe
Apprezzo le dure critiche che ha rivolto a chi vorrebbe di fatto cancellare il 10 febbraio Giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo. Qui sta montando una marea di comunisti che battuti dalla storia, vorrebbero riscriverla, barando al gioco. Peccato sia in assoluta minoranza. La destra è impegnata a contendersi la presidenza del Copasir  e, poi, come noto, non legge libri e forse neppure i suoi articoli.          Francesco Casula
      . 
Grazie, neppure all’Assemblea Costituente nel 1947 gli istriani, i dalmati, i giuliani  e i fiumani ebbero difensori. Vittorio  Badini Confalonieri cercò di difendere  Briga e Tenda dalle cupidigie francesi , gli italiani dell’altra sponda dell’Adriatico non ebbero nessuno a rappresentare i loro diritti di Italiani . Una pagina di storia sconosciuta e vergognosa . Carlo Sforza si preoccupò – cito testualmente – dei problemi che avrebbero avuto i pescatori dell’Adriatico( a cui Sforza sbadatamente  non aveva pensato, lo dice lui stesso ! ) con una dominazione jugoslava sull’altra sponda  che  lui accettava, senza fiatare, anche se si trattava di terre italianissime che nel 1947 vennero strappate all’Italia  con il voto della Costituente , salvo pochi dissenzienti come Benedetto Croce.
.
La politica torinese assente
Perché non scrive più da tempo  di politica torinese e di quanto accade ? Il suo silenzio appare ambiguo o almeno incomprensibile.    Gianna Merli
.   
Non scrivo più perché mi hanno stufato le incapacità, le mediocrità, le polemiche sterili che caratterizzano le cronache politiche torinesi. Dopo Fassino c’è  stato il deserto. A destra il deserto c’è sempre stato e quindi non costituisce una novità neppure questa volta. Faccio già fatica a star dietro ai giornali, figurarsi scrivere un commento sul leader dei moderati. Mi rifiuto di farlo.

Torino tra architettura e pittura. Alighiero Boetti

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Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)
8) Alighiero Boetti (1940-1994)

8 Alighiero Boetti (1940-1994)

In genere, a scuola, quando si arriva ad uno dei capitoli finali del libro di testo e si leggono titoli quali “Neoavanguardie” e “ultime tendenze” ci si deve preparare ad una reazione di scetticismo estremo che sovente si manifesta sotto forma di sonora risata corale.
Sono convinta che, per fare bene il mestiere dell’insegnante, sia importante costringersi a ricordare che anche noi siamo stati studenti sospettosi, soprattutto nei riguardi di certe materie.
Reazione non del tutto incomprensibile di fronte a un Kosuth, un Anselmo o una montagna di caramelle messe lì da Gonzalez-Torres; di fronte a un Michelangelo certo non possiamo che meravigliarci, anche se non si conosce appieno il senso dell’opera, ma la maestria con la quale l’autore ha eseguito i suoi lavori basta a convincerci che siamo di fronte a vera “arte”, ciò non avviene con i Dada, con l’astrattismo o con gli artisti concettuali. Niente di strano comunque, perché la peculiarità delle opere nate a partire dalle prime avanguardie è che queste debbano essere sempre accompagnate da una accurata spiegazione.

E poi proviamo a capirli questi studenti. Chiediamo loro di studiare l’imponenza dei Dolmen, la “kalokagathìa” greca, di memorizzare la nomenclatura architettonica delle chiese romaniche e delle cattedrali gotiche, vogliamo che si cimentino nel far proprio il lessico adatto per analizzare alcune delle più importanti opere d’arte dal Rinascimento al post-impressionismo, dopodiché forse non dovremmo stupirci più di tanto se i nostri cari fanciulli si sentono “sballottati” e dubbiosi di fronte a un Munch o all’astrattismo geometrico di Mondrian. E quando i miei giovani pensano che non possa esserci nulla di più “strambo”, ecco che mi diverto – lo ammetto- a proporre alla classe una lezione sulla provocatoria “Arte povera”.
Sono sempre molto attenta a creare un clima disteso durante le mie ore, affinché i ragazzi si sentano a proprio agio e possano intervenire dando la propria opinione o ponendo domande. Questa sentita loro partecipazione fa sì che io riesca a contrastare il loro scetticismo e indurli ad ascoltare quanto ho da dire.
L’utilizzo della lavagna elettronica mi è di grande aiuto, ottengo rapidamente l’attenzione degli studenti e, proiezione dopo proiezione, mi accorgo che l’iniziale diffidenza si tramuta in curiosità.
Parliamo dunque di “Neoavanguardie”, tra le quali una delle più interessanti è l’ “Arte povera”, un movimento artistico tipico italiano, sorto nella seconda metà degli anni Sessanta del Novecento, al quale aderiscono molteplici autori, diversi di ambito torinese.


La data simbolica che segna ufficialmente la nascita della corrente è il settembre 1967, anno in cui Germano Celant (1940-2020), illustre critico d’arte e direttore artistico, organizza un ‘esposizione presso la Galleria “La Bertesca” di Francesco Masnata a Genova, a cui partecipano Boetti (1940-1994), Fabro (1936-2007), Kounellis (1936-2017), Paolini (1940-), Pascali (1935-1968) e Prini (1943-2016).
I lavori dell’ “Arte povera” si basano sull’associazione ambientale di materiali prelevati dal quotidiano, oggetti comuni, che possono essere definiti appunto “poveri” -legno, sassi, paglia, cartone, stoffa, vetro- presentati in maniera disadorna e nella loro essenzialità. Tale poetica è portata all’estremo, solo per citare un esempio, dal greco Jannis Kounnellis, che arriva a palesare autentici spaccati di realtà, come dimostra l’allestimento di cavalli vivi esibito nel 1969 alla Galleria l’ “Attico” di Roma.
L’ “Arte povera” prende dalla “Land Art” il gusto di modificare la percezione di un ambiente o di uno spazio interno attraverso l’uso di installazioni. Tali installazioni possono essere creazioni molto diverse fra loro, ma tutte con un unico intento: stravolgere l’aspetto di una stanza o di un paesaggio, perfino con la sola presenza di mucchi di pietre o di patate sul pavimento, o con la mostra di veri alberi nella sala di un museo.
In molti aderiscono al movimento, ma, come spesso avviene, le opere di alcuni artisti divengono più celebri di altre. Impossibile dunque intraprendere questo discorso senza citare nemmeno di sfuggita Michelangelo Pistoletto (1933 -) e la sua iconica “Venere degli stracci”.

La ricerca dell’artista è varia e multiforme, sempre spiazzante e libera da schemi codificati; centrale nella sua poetica è il rapporto dialettico tra “arte e vita” e fra “oggetto e comportamento”. Egli inizia ad affermarsi con i noti “quadri specchianti”, lastre d’acciaio inossidabile con immagini fotoserigrafiche di persone e cose sulla superficie, di cui alcuni esemplari sono esposti a Torino, presso la GAM. È tuttavia la serie degli anni 1965-1966 “Oggetti in meno” che segna l’aderire di Pistoletto all’ “Arte povera”. I lavori più “poveristici” sono sistemazioni di stracci multicolori, la cui versione più conosciuta è titolata “Venere degli stracci”, messa in scena per la prima volta nell’ottobre del 1969 ad Amalfi, nella manifestazione artistica “Arte povera + Azioni povere”, come una “performance live”. In questa occasione la moglie di Pistoletto, Maria, nuda, di schiena e in una posa che ricorda l’iconografia della Venere classica, rimane in piedi e immobile di fronte a un grosso e informe cumulo di vecchi abiti. Nel 1970 il lavoro diventa un’installazione stabile, composta da un calco di gesso di “Venere”, in sostituzione della modella vivente, e sempre con una pila di indumenti raffazzonati. L’opera, con evidente efficacia estetica, mostra il contrasto “arte-vita”, tra la bellezza canonica e formale e la caotica espressività di elementi quotidiani.
Altro grande nome che domina la scena dell’ “Arte povera” è quello del torinese Alighiero Boetti (1940-1994), artista e autodidatta, protagonista indiscusso della stagione artistica degli anni Sessanta-Settanta.

9Egli entra a far parte del gruppo nel 1967, partecipando all’esposizione organizzata da Celant; in seguito il suo lavoro diventa internazionale, e l’artista accede a “When Attitude become Form” alla Kunsthalle di Berna. Boetti è un grande viaggiatore, trascorre diverso tempo a Kabul, dove apre l’ One Hotel e dove fa realizzare dalle ricamatrici locali i suoi celebri “arazzi”. Tra i suoi cicli più famosi vi sono “I lavori postali”; “Mettere al mondo il mondo”, tracciati con penna a sfera; “Arazzi” sulla quadratura di parole e frasi come “Ordine e Disordine”; “La natura è una faccenda ottusa”; “Due mani e una matita”. È opportuno ricordare anche le tre retrospettive che gli sono state dedicate al Reina Sofia di Madrid, alla Tate Modern di Londra e al MoMA di New York.
Boetti è sicuramente fra i protagonisti più eccentrici della scena artistica di quegli anni.
L’artista porta avanti una ricerca complessa e multiforme, caratterizzata da una raffinata concettualità apparentemente ludica, ma legata a questioni tutt’altro che lievi. Tra le problematiche da lui affrontate vi sono la dimensione del doppio, la categoria temporale e quella spaziale, il gusto analitico, ironico e sistematico per le catalogazioni, la visualizzazione di criptiche formule matematiche, infine la dialettica fra ordine e disordine e fra caso e necessità.

Boetti è solito dare un’interpretazione filosofica del mondo, che tuttavia non offre mai risposte tranquillizzanti.
Con i suoi lavori l’artista ci attrae nel labirinto del “non-senso” della vita, da cui è impossibile salvarsi, ad esso ci si può sottrarre solo per poco tempo, attraverso l’energia dell’immaginazione creativa.
Tra gli elaborati più conosciuti dell’artista -come sopra indicato – vi sono gli “arazzi”, tessuti prima da ricamatrici afghane a Kabul e in seguito, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, nei campi profughi di Peshawar, in Pakistan; in questi oggetti, generalmente di difficile decodificazione, in cui colori “pop” si mescolano con composizioni/combinazioni di cifre o segni grafici e lettere, emerge una forte tensione concettuale di diretto impatto visivo. Tra le creazioni che possono essere considerate di più “immediata comprensione” vi sono le “Mappe” del mondo, dove ogni nazione è rappresentata con i colori e i simboli della propria bandiera. Queste tessiture, che ad un primo sguardo ci colpiscono per la maestosità, la grandezza e la gioiosità delle tinte, affrontano tuttavia tematiche complesse come i nazionalismi, le lotte politiche e le guerre che incessantemente segnano il destino dell’uomo.
Ancora una volta l’arte diventa spunto di riflessione; ancora una volta gli artisti utilizzano l’ “escamotage” della leggerezza per esprimere significati reconditi.
Ai miei studenti lo faccio sempre notare, siamo partiti da una “grossolana risata” per poi arrivare a dibattere su questioni di ben altro spessore e tutte le volte i miei ragazzi rimangono stupiti: non solo hanno incrementato le loro nozioni, ma sono stati capaci di gestire il proprio comportamento, passando dal momento “ludico” a quello del “serioso apprendimento”.
Non tutti gli adulti ne sono in grado.

Alessia Cagnotto

Vogliono cancellare il 10 febbraio Giorno del ricordo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Un libercolo di tal Eric Gobetti (che intende minimizzare e persino giustificare le foibe) e adesso il solito, stantio manifesto di intellettuali, neppure troppo qualificati, volto a chiedere alle massime istituzioni italiane un ennesimo riconoscimento dei crimini di guerra commessi dall’Esercito italiano in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, appaiono due elementi di uno stesso, evidente disegno politico : quello di cercare di cancellare dal nostro calendario civile il Giorno del Ricordo, quel 10 febbraio (che sempre meno è oggi  motivo di manifestazioni pubbliche), istituito nel 2004  per non dimenticare le foibe e l’esodo Giuliano – Dalmata e Fiumano 

Noi che tra i primi abbiamo sostenuto la legge istitutiva del Giorno del Ricordo avremmo mille motivi infatti  per denunciare il fatto che amministrazioni pubbliche e scuole statali  snobbano la data e non organizzano nessuna iniziativa in proposito. Forse la data scelta del 10 febbraio 1947 ,quando venne firmato l’iniquo Trattato di pace la cui ratifica venne osteggiata da uomini come Benedetto Croce,  fu errata perché non realmente rappresentativa del dramma degli italiani dell’Adriatico orientale. Croce, all’Assemblea Costituente tenne una vera e propria grande lezione di storia che fece comprendere il dramma della guerra in una dimensione che pochi avevano capito, travolti dagli eventi o accecati dalle ideologie. Il filosofo,  che aveva combattuto il fascismo ed aveva espresso ovviamente la sua contrarietà all’ingresso in guerra nel 1940, non esitò a sostenere che quella guerra sciagurata l’avevano perduta tutti gli italiani ,anche quelli che vennero perseguitati dal regime, perchè quella guerra, ”impegnando la nostra patria impegnava, senza eccezioni, anche noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte“. Il patriota Croce prevaleva su tutto il resto, ma il filosofo contestava, dopo aver ricordato che ”la guerra è una legge eterna del mondo che si attua al di là da ogni ordinamento giuridico“, contestava la legittimità di umiliare i vinti con un Trattato di pace che metteva l’Italia in ginocchio . Egli si espresse anche contro il Tribunale di Norimberga.  Un discorso che certamente i firmatari del manifesto odierno non solo non hanno mai letto, ma non ne conoscono neppure l’esistenza. Oggi c’è chi afferma che fu un grave errore non aver fatto una Norimberga anche in Italia, dimenticando, ad esempio, l’amnistia voluta da Togliatti nel 1946 per fascisti e partigiani. Ma non basta. Va ricordato che anche in Italia ci furono Tribunali militari (oltre a quelli improvvisati del popolo che avallarono fucilazioni  senza processo) che affrontarono il tema dei crimini di guerra commessi da italiani. Nel 1951la Procura Generale Militare  archiviò le istruttorie non in base a cavilli, come è stato scritto, ma al fatto che la Jugoslavia di Tito rifiutò la reciprocità nel perseguire  i crimini di guerra contro cittadini italiani, in primis le foibe. In questi decenni, scomparsa la Jugoslavia dopo una guerra civile mostruosa che ha rivelato ancora una volta la violenza atroce  di quelle genti, tutto è stato fatto a livello internazionale per sanare le ferite di tanti anni fa. Oggi le vicende di quel passato sono superate da una prospettiva europea che, per quanto faticosa e contraddittoria, ci ha liberati dai nazionalismi nefasti di 80 anni fa.  Solo gente un po’ fanatica e del tutto priva di quel senso della storia  di cui parlava Omodeo,   può sostenere come fa Gobetti, che i fatti della seconda guerra mondiale “pesano come un macigno sulla memoria collettiva italiana“. Come ha ricordato Gianni Oliva, uno storico che fra i primi ha scritto di foibe e delle atrocità commesse dal nostro esercito durante la seconda guerra mondiale , con gli ultimi due nostri Presidenti della Repubblica è stato fatto tutto quanto era possibile per un’opera di pacificazione tra italiani, croati e sloveni. Addirittura nel 2020 è stata conferita la più alta onorificenza dello Stato ad un poeta ultracentenario  che continua a negare le foibe. Ma se ci mettiamo sul piano delle contrapposizioni frontali, io non posso allora dimenticare, ad esempio, che la Medaglia d’Oro al V. M . , conferita motu proprio dal Presidente Ciampi nel 2001 , al libero comune in esilio di Zara, la Dresda d’Italia per i bombardamenti subiti e città martire per le vittime provocate da Tito , non venne mai consegnata  per l’opposizione del tutto illegittima del governo croato. L’Italia ha chiuso quei conti dopo il Trattato di pace del 1947, dopo il martirio di Trieste tornata italiana solo nel 1954, con il Trattato di Osimo che sancì per sempre la cessione a Tito di altro territorio italiano. L’antifascista originario di Fiume Leo Valiani definì infame quel trattato voluto dalla peggiore diplomazia democristiana. Speravamo che fosse più o meno da tutti considerato in qualche modo  superato il dramma di una storia lacerante. Invece non è così e gli italiani che non negano la loro storia dovranno continuare a presidiare il Giorno del Ricordo messo in discussione dai nostalgici di Tito. Le chiassate polemiche  di Eric Gobetti non sono storia, ma sono gli ultimi residuati  di una ideologia che pensavamo finita proprio perché condannata dalla storia. E’ triste doversi intrattenere a discutere di un omonimo di un grande con il quale condivide soltanto casualmente il cognome.