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Torino e i suoi musei. Il museo della Juventus

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Torino e i suoi musei
Con questa serie di articoli vorrei prendere in esame alcuni musei torinesi, approfondirne le caratteristiche e “viverne” i contenuti attraverso le testimonianze culturali di cui essi stessi sono portatori. Quello che vorrei proporre sono delle passeggiate museali attraverso le sale dei “luoghi delle Muse”, dove l’arte e la storia si raccontano al pubblico attraverso un rapporto diretto con il visitatore, il quale può a sua volta stare al gioco e perdersi in un’atmosfera di conoscenza e di piacere.

1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM
7 Castello di Rivoli
8 MAO
9 Museo Lomboso- antropologia criminale
10 Museo della Juventus

10 Museo della Juventus

I goliardici Gem Boy cantavano –E tutti si faceva il coretto- “Ma in Holly e Benji tutto è normale anche il Giappone vince il mondiale”, ridendo sia per la non eccessiva bravura della nazionale nipponica, sia perché “cosa c’entra il calcio con il Paese del Sol Levante?” Ed ecco l’errore: nell’ XI sec. a.C, proprio in Giappone si praticava il “Kemari”, simile al “cuju” cinese, un gioco militare che fungeva da addestramento e il cui scopo era quello di mandare un pallone ripieno di capelli e piume in una zona definita da due canne di bambù, utilizzando solamente i piedi. Un manoscritto del 50 a.C. attesta le dispute tra Cina e Giappone giocate attraverso lo “Ts’u-Chu”, (altro nome per “Cuju”).

Il “Kemari”, ancora praticato in alcuni luoghi, è più antico di circa cinquecento anni rispetto al “Cuju” e consiste nel passarsi tra giocatori un involucro di cuoio contenente una vescica d’animale gonfiata, senza che questo tocchi terra. A nostra discolpa possiamo dire che anche in Grecia, a partire dal IV sec. a.C., era praticato uno sport, antenato del calcio e del “rugby”, chiamato “episkiros”. Il gioco, che a Sparta seguiva modalità abbastanza violente, non faceva parte delle discipline olimpiche dell’epoca, ma era comunemente diffuso su tutto il territorio. Ad Atene, presso il Museo Archeologico, è conservato un bassorilievo raffigurante un uomo che gioca all’“episkyros”, l’immagine non ha nulla a che invidiare alle figurine collezionabili, è forse solo leggermente più pesante. A Roma il gioco si trasforma nell’ “harpastum”, (da “arpazo”, che in greco significa “strappare con forza”. È il noto letterato latino Marziale, (I sec. d.C.) che ci descrive le due tipologie di palloni usati nell’Impero, “pila paganica”, utilizzata perlopiù dai contadini e la “fillis”, prediletta dai legionari. È probabile che proprio i soldati che si trovavano nei “limes” abbiano importato lo sport nei territori dominati da Roma, fino a diffonderlo anche in Inghilterra.

In epoca medievale, nella Francia del nord, si afferma la “soule”, vero e proprio antenato dello sport che oggigiorno guardiamo in TV.  Alla “soule” si giocava di domenica, dopo la liturgia; le squadre vedevano contrapporsi villaggi rivali o diversi status sociali, (sposati contro celibi, ad esempio) e lo scopo era lanciare la palla all’interno di un edificio del villaggio avversario, in genere una chiesa, la grandezza del campo era variabile e poteva in alcuni casi comprendere fossati e zone paludose.  È dunque ben più antico degli anni Sessanta il ritornello di Rita Pavone, e forse già allora le fidanzate dei giocatori si lamentavano. Tale sport, la “soule”, è descritto dalle fonti come un gioco troppo violento, secondo quanto attestano le varie “lettere di remissione”.

È arrivato il momento di gongolare: il Rinascimento italiano “docet” anche in questa situazione. Nella Firenze medicea si praticava il “calcio fiorentino”, attività ludica decisamente prediletta dalla comunità toscana. Si tenevano, infatti, incontri ufficiali tra i partiti dei Verdi e dei Bianchi, nel campo prestabilito della Piazza di Santa Croce, al termine dello “scontro” i vincitori si appropriavano delle insegne avversarie. Ogni squadra era formata da 27 giocatori: coloro che stavano sulla linea degli “innanzi” avevano il compito di attaccare, vi erano poi gli “sconciatori”, i “datori innanzi” e, infine i “datori indietro”. Questa la definizione della Crusca risalente al XVIII secolo: “È calcio anche nome di gioco, proprio e antico della città di Firenze, a guisa di battaglia ordinata con una palla a vento, somigliante alla sferomachia, passata dai Greci ai Latini e dai Latini a noi.” Ogni anno la città di Firenze ricorda quelle partite antiche attraverso una fedele ricostruzione storica in costume. Ho finito la mia premessa e ora , come si suol dire, “per me sono dolori”, perché già so che i lettori granata chiuderanno la pagina immantinente. L’excursus storico mi è servito come larga scusa per invitarvi allo Juventus Museum di Torino.

Il Museo si colloca tra la curva Nord e la Tribuna Est dell’Allianz Stadium, siamo in via Druento, vicino all’area della Continassa tra Vallette e Barriera di Lanzo.
La monumentale opera, coordinata dall’architetto torinese Benedetto Camerana, è stata concepita secondo moderni standard tecnologici e interattivi. L’esposizione, insieme multimediale e classica, venne inaugurata il 16 maggio 2012. Al suo interno è raccontata e documentata la storia della Juventus, che però viaggia in parallelo con le vicende di Torino e i fatti storici italiani, con focus sugli avvenimenti del XIX secolo. Tutta l’esposizione è bilingue, in modo da garantire una semplice fruizione autonoma ai visitatori, che hanno a disposizione non solo un’eventuale spiegazione in inglese ma anche l’universale uso della multimedialità. Il complesso museale è diviso in cinque aree. “La Juve segna”, come ci suggerisce il nome, è un salotto ellittico alle cui pareti sono proiettati i video dei “gol” segnati dalla squadra; la “Sala principale” invece è suddivisa a sua volta in più zone, una dedicata alla fondazione e all’evoluzione storica del club, un’altra dove sono visibili i modelli degli stadi, quello del Campo Juventus, lo Stadio Comunale e l’Allianz Stadium. Vi è poi una simpatica sezione costituita da ologrammi interattivi degli storici allenatori della squadra, come Trapattoni e Lippi. In quest’area si trova anche un totem dedicato alle vittime della strage di Heysel, ed è sempre qui che vengono allestite le mostre temporanee.

“Il tempio dei Trofei” è il luogo dove sono esposti, sotto luci stroboscopiche, i trofei ufficiali vinti dalla squadra. “La sfera”, complementare alla mostra “Fratelli d’Italia”, presenta immagini di giocatori juventini convocati alla Nazionale A. “La squadra”, invece, è la sala storica, tutta dedicata al primo club bianconero; chiude il Museo la sala “Fino alla fine” dove è visibile una video installazione della durata di sei minuti che mostra il tragitto dei giocatori dagli spogliatoi al campo. Al Polo della Juventus è consigliabile andare in compagnia di altri juventini, in modo che ognuno possa incrementare e scambiare le più vivide emozioni con l’amico di squadra del cuore. Se vi sentite coraggiosi, andateci pure con la vostra fidanzata, sappiate però che quest’ultima potrebbe vendicarsi portandovi nei negozi di moda vicinissimi al Museo. Come concludere questo pezzo propriamente di parte, forse con un intramontabile cliché. Diciamolo allora: “Ah come gioca Del Piero!”

Alessia Cagnotto

Oggi al cinema

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Le trame dei Trame Film nei cinema di Torino / A cura di Elio Rabbione

 

After 2 – Commedia. Regia di Roger Kumble, con Hero Fiennes e Josephine Langford. Secondo capitolo della scombussolata storia d’amore tra Tessa e Hardin, mentre già si parla nei corridoi di una terza e una quarta puntata. Finché il pubblico giovanile regge. I tumulti erano iniziati tra i due sin dall’inizio, poi lui le aveva dichiarato il proprio amore e tutto sembrava filare liscio: senonché Tessa aveva scoperto che Hardin aveva scommesso con gli amici di farla innamorare di sé. Ogni sogno era stato cancellato. Oggi, nuove sfide attendono i due ragazzi per tornare se possibile più uniti di prima, mentre qualcuno scomparso da tempo torna nella vita di Tessa: che inoltte non conosce ancora quali segreti nasconda il passato del ragazzo. Durata 105 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 1, The Space Parco Dora sala 1-2-8, The Space Le Fornaci sala 2-7, Uci Lingotto sala 6-7)

 

Assandira – Drammatico. Regia di Salvatore Mereu, con Gavino Ledda, Anna König e Marco Zucca. Costantino Saru è un pastore sardo che in una sola notte vede distrutto dalle fiamme l’agriturismo (il suo nome è nel titolo del film presentato a Venezia) che il figlio Mario e la nuora tedesca l’avevano convinto a costruire. Costruzioni e animali, tutto è andato perduto, anche Mario è morto. Per Costantino l’impegno di quella nuova esistenza era entrato a far parte della propria vita, per i congiunti ogni cosa aveva soltanto il sapore della scommessa, del gioco da mostrare ai turisti. Al mattino, un violento temporale ha spento definitivamente l’incendio e all’arrivo del magistrato arrivato per indagare e rendersi conto delle cause di quell’intera distruzione, l’uomo racconterà come si sia giunti a quella notte. Durata 128 minuti. (Ambrosio sala 3)

 

Chiamate un dottore! – Commedia. Regia di Tristan Seguela, con Michel Blanc e Hakim Jemili. Serge, un medico parigino chiamato spesso nel cuore della notte, non ha un passato irreprensibile e su di lui pesa la minaccia della radiazione dall’ordine. La notte di Natale viene chiamato, rimasto unico medico di guardia, si ritrova a coprire ogni emergenza, anche la chiamata di Rose, una donna che non vorrebbe incontrare. Arrivato a casa sua incrocia Malek, un giovane fattorino, simpatico e sveglio, e lo prega di prendere il suo posto. La notte sarà lunga da trascorrere. Durata 90 minuti. (Due giardini sala Nirvana, F.lli Marx sala Groucho, Reposi sala 5, The Space Parco Dora sala 7)

Cosa resta della rivoluzione – Commedia. Regia di Judith Davis, con Malik Zidi e Judith Davis. Fare i conti con il mondo di ieri, con una “vita” che in qualche modo abbiamo attraversato. Con il mondo di ieri, anche se non lo abbiamo incrociato direttamente. È il dramma di Angèle, arrivata anagraficamente tardi sui terreni sempre scivolosi del Sessantotto (in questo caso francese: forse i più intellettualmente impervi tra tutti), oggi giovane urbanista licenziata da uno studio che certo preferisce mettere al suo posto un giovane stagista sprovveduto e sottopagato. Schiavizzato, in una parola, e Angèle schiavizzata non lo è mai stata. Figlia di una coppia ormai scoppiata di attivisti, il suo ideale è riafferrare quegli ideali nello scopo di ricostruire quel mondo migliore cui i genitori avevano guardato: la madre ha abbandonato ogni tipo di lotta per richiudersi in campagna e la sorella s’è trasformata nel mondo degli affari; soltanto il padre è ancora intimamente legato alle idee di un tempo, agli intenti, alle promesse. E per Angèle è un esempio, l’ultimo esempio rimastole. Nelle aspirazioni e nella lotta che la ragazza vuol far rivivere, non è però spazio per un angolo d’amore. Durata 88 minuti. (Centrale, Fratelli Marx sala Harpo)

 

Crescendo – Drammatico. Regia di Dror Zahavi, con Peter Simonischek e Daniel Donskoy. Un celebre direttore d’orchestra viene incaricato di formare un’orchestra di ragazzi israelo-palestinesi, che di lì a pochissimo tempo dovrà esibirsi in occasione dei negoziati di pace tra i due paesi. Sarà difficile all’inizio superare i pregiudizi che da anni attraversano i due popoli, le difficoltà per l’idealista Sporck saranno molte e a tratti insormontabili: ma saprà trovare lo spazio comune che è la musica, capace di avvicinare quei ragazzi che credono soltanto nelle loro culture, lontane le une dalle altre. Durata 102 minuti. (Romano sala 3)

 

Ema – Drammatico. Regia di Paolo Larrain, con Mariana Di Girolamo e Gael Garcia Bernal. Ema, giovane ballerina, decide di separarsi da Gastòn dopo aver rinunciato a Polo, il figlio che avevano adottato ma che non sono stati in grado di crescere. Per le strade della città portuale di Valparaiso, la ragazza va alla ricerca disperata di storie d’amore che l’aiutino a superare il senso di colpa. Ma Ema ha anche un piano segreto per riprendersi tutto ciò che ha perduto. Durata 107 minuti. (Classico)

 

Little Joe –  Drammatico. Regia di Jessica Hausner, con Emily Beecham e Ben Whishaw. Alice lavora in un laboratorio botanico dove si progettano nuove specie di vita vegetale. Con alcuni colleghi ha creato un nuovo fiore bellissimo alla vista e dalle notevoli qualità terapeutiche: se conservato infatti in un’atmosfera confortevole e trattato con affetto, è in grado di migliorare la vita di chi lo possiede. Preoccupata per il suo rapporto con il figlio adolescente Joe, Alice porta a casa uno dei fiori e gli dà il nome di Little Joe. Poco alla volta l’umore del ragazzino muta imn maniera inquietante e così quello dei colleghi di Alice, che si convince sempre più che Little Joe sia in grado di manipolare la mente umana. Durata 105 minuti. (Greenwich sala 3)

 

Il meglio deve ancora venire – Commedia drammatica. Regia di Alexandre de la Patetellière e Matthieu Delaporte, con Fabrice Luchini e Patrick Bruel. Arthur e Cesar  coltivano un’amicizia che risale ai tempi dell’infanzia, bella e solida pur essendo di carattere completamente opposto: tanto Arthur è mite e timido quanto Cesar è allegro e sciupafemmine. Un giorno Arthur, che è medico, ritira alcune analisi fatte dall’amico scoprendo che Cesar è stato colpito da un tumore incurabile: non trova il coraggio di comunicarglielo. Tuttavia, per un equivoco, è Cesar ad essere convinto che il malato sia Arthur e che per lui resti poco tempo da vivere. Decidono entrambi di trascorrere un po’ di tempo insieme e partono per una vacanza. Durata 118 minuti. (Ambrosio sala 2, Eliseo Rosso, Romano sala 2, The Space Parco Dora sala 6, The Space Le Fornaci sala 1 e 3, Uci Lingotto sala 8)

 

Miss Marx – Commedia. Regia di Susanna Nicchiarelli, con Romola Garai e Patrick Kennedy. La storia della figlia minore dell’autore del “Capitale”, Eleanor, della sua indipendenza, della sua allegria, delle sue passioni, della sua collaborazione con il padre, del suo amore per il teatro (una passione per Shakespeare che citava a memoria, mise in scena l’ibseniana “Casa di bambole” e fornì la prima traduzione inglese di “Madame Bovary”). Una delle prime donne ad essersi avvicinata in pieno Ottocento ai temi del socialismo e dell’emancipazione femminile. Innamoratasi perdutamente di Edward Alling, un attivista con cui condivise passione politica e letteraria, quando scoprì che l’uomo, malato, aveva sposato di nascosto una giovane attrice, per il dolore si suicidò, a soli 43 anni. Durata 102 minuti. (Ambrosio sala 1, Eliseo Grande, Romano sala 1, The Space Parco Dora sala 3, The Space Parco Dora sala 9, Uci Lingotto sala 1 e 3)

Il primo anno – Commedia drammatica. Regia di Thomas Lilti, con Vincent Lacoste e William Lebghil. Antoine inizia per la terza volta il primo anno del corso di medicina, Benjamin, figlio di un medico, è al suo rimo tentativo. La strada dell’affermazione non è facile, in un ambiente estremamente competitivo, tra notti dedicate allo studio e nella consapevolezza di quanti altri ragazzi come loro vogliano intraprendere la stessa strada e di quanto pochi siano i posti a disposizione. Si tratta di trovare la forza e il coraggio per affrontare il presente e costruire un solido futuro. Segnalato dal Sindacato Nazionale Critici: “Attraverso l’emozione e il rispetto per i suoi personaggi, il film riesce nell’impresa – mai facile – di raccontare il sacrificio di moltissimi giovani che si avvicinano all’istruzione superiore. Una commedia intelligente e vivacissima, sfaccettata e divertente che omaggia la centralità della scuola nella società contemporanea con sguardo che evita banalità e luoghi comuni”. Durata 92 minuti. (Greenwich Village sala 2 e 3)

 

Non odiare – Drammatico. Regia di Mauro Mancini, con Alessandro Gassmann e Sara Serraiocco. Simone Segre è un medico triestino, di origine ebraica. Un giorno si trova a soccorrere un uomo, vittima di un incidente stradale: quando tuttavia scopre una svastica tatuata sul petto dell’uomo decide di non prestargli soccorso. L’uomo muore, nessuno è testimone dell’accaduto. Rimangono i sensi di colpa. Simone decide di rintracciare la famiglia della vittima, ne fa parte anche un ragazzo, che coltiva aspre idee di neonazista. Opera prima presentata alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Durata 90 minuti. (Massaua, The Space Borgo Dora sala 5, Uci Lingotto sala 2, The Space Le Fornaci sala 5)

 

Notturno – Documentario, drammatico. Regia di Gianfranco Rosi. Tre anni di ricerche e di girato, uno sguardo sul Medio Oriente, l’umanità di quei luoghi come interprete principale di quei panorami, la guerra e i disperati, la Siria ma anche il Libano, l’Iraq, il Kurdistan, gli invasori e gli occupanti che mutano di occasione in occasione, i bambini, abbandonati a se stessi, che mostrano i loro disegni ma anche i segni delle torture che i genitori hanno subito, lo spettacolo teatrale messo in scena dai pazienti di un ospedale psichiatrico, la madre che va in visita alla prigione dove il figlio è stato torturato e ucciso. Immagini che Rosi cattura e che rende in un realismo assoluto. Durata 96 minuti. (Massimo sala Cabiria, Nazionale sala 2)

 

Le sorelle Macaluso – Drammatico. Regia di Emma Dante, con Donatella Finocchiaro. La drammaturga e regista, al suo secondo appuntamento con il cinema (dopo “Via Castellana Bandiera”, applaudito a Venezia sette anni fa), porta sullo schermo il testo che è stato uno dei successi delle passate stagioni teatrali, riducendo i personaggi e trovando nuove suggestioni con la macchina da presa. Un film al femminile, gli uomini sono banditi. Una famiglia in una Palermo decadente, una casa antica con la sua piccionaia chiusa al piano più alto, una gita al mare in una giornata di sole che si tramuterà in tragedia e la vita di ognuna ne rimarrà imprigionata. Soltanto donne, viste e rappresentate nelle loro tre diverse età, l’infanzia l’età di mezzo e la vecchiaia, fatte di vita e di morte, tra sogni e ricordi. Durata 100 minuti. (Massimo sala Rondolino, Nazionale sala 1)

 

Tenet – Drammatico. Regia di Christopher Nolan, con John David Washington, Robert Pattinson, Michael Caine e Kenneth Branagh. Ultima fatica del regista di “Inception”, roboante, misteriosa e confusa, capace con stupida necessità di negarsi alla comprensione dello spettatore, fitta di lampi misteriosi fin dal dialogo, di sovrapposizioni e sdoppiamenti inconcludenti, di confusioni tra passato e futuro, fatta di un presente che certo non chiarisce. In un futuro più o meno lontano, all’alba di una minacciata terza guerra mondiale, l’umanità è sull’orlo della più completa distruzione: l’anonimo Protagonista, catapultandosi per il mondo attraverso i più diversi scenari, dovrà vedersela con il più raffinato e agguerrito spionaggio internazionale, soprattutto con l’oligarca russo Andrei Sator, tentando con l’aiuto di misteriosi segni di scongiurare il pericolo che si sta avvicinando. Durata 146 minuti. (Ambrosio V.O., Massaua, Eliseo Blu, Greenwich Village sala 1, Ideal, Lux sala 2 e 3, Reposi sala 3, The Space Parco Dora sala 1, 2, 7, 8, Uci Lingotto sala 3, 5, 9)

Una intima convinzione – Drammatico. Regia di Antoine Raimbault, con Marina Foïs e Olivier Gourmet. Nora ha presenziato al processo di Jacques Viguier, accusato dell’omicidio della moglie, ed è tuttora convinto della sua innocenza. Temendo un errore giudiziario, convince un principe del foro ad assumerne la difesa nel processo d’appello. Mentre l’imputato ha i giorni e le speranze sempre più contati, la ricerca della verità da parte di Nora si trasforma in un’ossessione. Durata 110 minuti. (Greenwich Village sala 2)

 

 

 

Deliziosi biscottini da tè farciti all’uva fragola

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Biscottini uva fragola cuoca insolita

Rubrica a cura de La Cuoca Insolita 

Settembre è il mese dell’uva fragola. Lo sa bene chi vive in campagna o chi fa la spesa al mercato dai contadini. La sua fama non è solo dovuta al fatto che è buonissima, ma anche perché nell’800 fu la salvezza del nostro patrimonio di vigneti. In quel periodo infatti le radici di molte vigne europee furono gravemente danneggiate da un insetto, la Fillossera. Le radici della pianta di uva fragola (o vite americana), invece, non erano vulnerabili a questo parassita. Fu così che si diffuse rapidamente la tecnica dell’innesto, ancora oggi in uso, con la quale si impianta la vite europea sull’apparato radicale della vite americana.

Ma veniamo alla tavola: l’uva fragola può essere usata per produrre il fragolino, ma è buona da mangiare anche come frutta (anche se è un po’ difficile separare i semi dalla polpa) oppure può essere impiegata per preparare il succo o per tante ricette dolci. Qui la vediamo qui protagonista di una confettura. E siccome una confettura così buona e naturalmente dolce (l’uva fragola contiene circa il 17% di zuccheri) non poteva restare tutta sola in un barattolo, ecco la ricetta dei biscottini farciti all’uva fragola. Un connubio delizioso, dove la dolcezza della confettura e una leggera nota di acidità dovuta al succo di limone sono contrastati dal profumo delle mandorle della pasta frolla. Biscotti saporiti, morbidi e molto leggeri, perché senza burro e preparati con soli due cucchiai di zucchero. L’ideale per una merenda sana e golosa (anche per i bambini) o per una coccola pomeridiana, magari davanti ad una tazza di tè.

 

vasetti di confettura uva fragola biscottini

Tempi: Preparazione (30 min); Cottura (15 min)

Attrezzatura necessaria: Estrattore di succo o centrifuga (oppure un passaverdure), casseruola media da 1 L circa e coperchio, vasetti di vetro per la confettura, contenitore a bordi alti, matterello, taglia-biscotti rotondo, teglia e carta da forno.

Difficoltà (da 1 a 3): 1 Costo totale: 6,50 €

Ingredienti per 1 kg di biscottini farciti

Per 500 g di confettura:

Per i biscottini di pasta frolla speciale:

  • 160 g di farina di riso integrale
  • 120 g di farina di mandorle
  • 120 g di fecola di patate
  • 2 uova intere
  • il lato dolce: 60 g eritritolo+ 30 g dolcificante alla stevia* + 30 g di zucchero
  • 50 g di olio di girasole o di oliva
  • 1 bustina di vanillina + scorza di meno di mezzo limone
  • 1/4 di cucchiaino di lievito per dolci (1 g)

* dolcificante alla stevia: lo potete trovare anche nei supermercati, insieme agli altri dolcificanti. È una polvere bianca, che ha lo stesso aspetto dello zucchero. Sarebbe meglio usare le foglie di stevia essiccate, più naturali (potete produrle anche a casa vostra https://lacuocainsolita.it/ingredienti/stevia/), ma darebbero alla pasta frolla un colore meno invitante e in questa ricetta, quindi, non le consiglio.

Succo di limone (facoltativo) – 15 g

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • Valori nutrizionali: rispetto ad una confettura di uva fragola preparata con lo zucchero, la ricetta de La Cuoca Insolita ha meno 60% di calorie e meno 60% di carboidrati.
  • È una confettura senza zuccheri aggiunti. Se quindi avete qualche problema con la glicemia, è certamente più indicata rispetto a quelle che si trovano in commercio. Non abusatene però, perché l’uva fragola ha comunque un alto contenuto di zuccheri.
  • È ottima anche per preparare una merenda ai vostri bambini: L’uva fragola è ricca di vitamine (gruppo A e B, C, potassio, ferro, fosforo, calcio, manganese e magnesio).
  • Il kuzu ha proprietà alcalinizzanti sul nostro corpo.
  • L’agar-agar è un’alga – un prodotto naturale- ed è ricca di calcio e vitamine. Oltre a questo, il vantaggio di usarla al posto della pectina sta nel fatto che l’agar-agar non ha bisogno di zucchero per formare la gelatina (la pectina invece sì).
  • I biscottini di pasta frolla sono senza glutine, senza burro né latte e con solo 30 g di zucchero in totale. Gli altri dolcificanti (stevia ed eritritolo) sono a zero calorie.

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link).

Preparazione dei biscottini farciti all’uva fragola

FASE 1: LA PREPARAZIONE DEL SUCCO DI UVA FRAGOLA

Lavate l’uva fragola sotto l’acqua corrente e sgranate gli acini. Se avete un estrattore o una centrifuga, non vi resta che versare gli acini nella macchina per ottenere il succo. Se decidete di fare più di mezzo litro di succo, vi consiglio di ripulire la macchina almeno una volta a metà lavoro, perché i semi potrebbero rovinare la macchina o intasarla. Potete aggiungere il succo di limone, eliminando i semi (il limone da un po’ più di acidità che equilibra il sapore dolce dell’uva, ma è facoltativo).

Se non avete l’estrattore, mettete nella casseruola gli acini e schiacciateli con le mani in modo che si rompano il più possibile. Aggiungete il succo di limone. Accendete il fuoco a calore moderato e lasciate cuocere per circa 20 minuti. Passate quindi tutto al passaverdure per eliminare buccia e semi.

prova del cucchiaino uva fragola biscottiniFASE 2: LA COTTURA

Ponete il succo e l’agar-agar nella casseruola, date una mescolata veloce e portate a bollore. Quando vedete le bollicine, abbassate il calore al minimo e lasciate cuocere per 10 minuti, coperto. Intanto sciogliete il kuzu in due cucchiai di acqua a temperatura ambiente. Passati i primi dieci minuti di cottura, aggiungete il kuzu sciolto nella casseruola, mescolate subito velocemente e fate cuocere ancora per 5 minuti a calore molto basso, sempre coperto. Se volete provare a vedere che la marmellata sia pronta, potete fare il test del cucchiaino o del piattino: metteteci un po’ di confettura e verificate dopo poco se, raffreddandosi, si è addensata. Versate quindi nei vasetti di vetro, chiudeteli e aspettate che si raffreddi del tutto (ci vorranno un paio d’ore).

FASE 3: I BISCOTTINI E LA FARCITURA

Mescolate insieme tutti gli ingredienti della pasta frolla fino a formare una palla morbida e compatta. Se l’impasto si divide, aggiungete pochissimo latte di riso. Lasciate riposare per mezz’ora in frigorifero, coperto con la pellicola. Stendete in strato spesso poco più di mezzo centimetro con un matterello, su un piano di lavoro infarinato con farina di riso. Formate dei biscottini rotondi e infornate a 160° C per circa 15 minuti. Resteranno morbidi e saranno irresistibili.

Ora, quando tutto sarà ben raffreddato (confettura e biscotti), spalmate su una metà di biscotto mezzo cucchiaino di confettura e poi chiudete con l’altra metà di biscotto.

Buon appetito!

“Ombra giaja”, conoscete quest’espressione piemontese?

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primavera ombra giaja centro studi piemontesi

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Ombra giaja. Anche: ombra gaja (vedi Renzo Gandolfo, Da ‘n sla riva…, Torino, Centro Studi Piemontesi- Ca dë Studi Piemontèis, 1998, p. 37). Riposarsi a l’ombra gaja o giaja, significa cercare un luogo sotto gli alberi, dove può filtrare tra le foglie qualche raggio di sole: un’ombra “chiazzata”.  Giaj vuol dire anche lentigginoso, striato, cosparso di chiazze, variegato, maculato…. Alla voce Giaja, il vocabolario di Gianfranco Gribaudo (Ël Neuv Gribàud. Dissionari piemontèis, Torino, Daniela Piazza, 1996), dà varie indicazioni tra cui: “aggettivo e nome dato alle vacche di pelo nero”; “creta, terra secca e bruciata”. Da Giaj poi derivano giajèt, giajolà, giajolura…un mondo di parole e di cose. Chi vuole approfondire etimi e significati deve prendere i diversi dizionari a partire dal REP, che sempre citiamo in questa rubrica, e sfogliarseli con calma all’ombra giaja.

I Principi di Piemonte

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Oggi ricorrerebbe il compleanno che per un reale si dice genetliaco, di Umberto di Savoia, Principe di Piemonte e futuro Re d’Italia con il nome di Umberto II. Umberto  regnò poco tempo, ma seppe anteporre le ragioni dell’ Italia agli interessi dinastici, partendo nel giugno del 1946 per l’esilio in Portogallo, per evitare una probabile guerra civile che avrebbe ulteriormente insanguinato il Paese appena uscito da una guerra che era diventata anche guerra civile al Nord.

Nel lungo esilio affrontato con grande dignità e rassegnazione cristiana, il Re non interruppe mai il suo legame con milioni di italiani che avevano votato per lui e che lo ritenevano il loro Re. Ma anche tanti giovani si entusiasmarono per la causa del Re che seppe praticare il suo motto: “ L’Italia innanzi tutto“. Mori’ in terra straniera perché gli fu negato di morire in Italia ed oggi riposa ad Altacomba, l’abbazia benedettina tomba di parte dei suoi avi, restaurata da Carlo Felice dopo le devastazioni della Rivoluzione francese.
Fu un Re esemplare ,tanto che molti dissero che sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica. Ma Umberto che non era uomo di parte perché educato ad essere il Re di tutti gli Italiani, era qualcosa di più perché discendeva dalla più antica casata europea con una nobiltà che trovava le sue radici nel Medio Evo con  il capostipite Umberto Biancamano. Per molti italiani il Re rappresento’ la Patria e la sua unità acquisita per merito dei Savoia durante il Risorgimento.
Sono stato nei giorni scorsi ospite dell’ Hotel Principe di Piemonte di Viareggio costruito negli anni Venti quando Viareggio incominciava ad essere l’attrattiva prediletta di tanti che fecero della città la perla della Versilia. Non ci sono segni sabaudi di sorta, neppure uno stemma. Vorrei proporre alla direzione di porre in evidenza un ritratto del giovane Principe di Piemonte Umberto. Ricordare anche ai tanti stranieri l’origine di quel nome mai richiamato neppure  nel sito dell’ Hotel sarebbe un modo bello per ricordare la storia d’Italia e del bellissimo albergo viareggino.
Umberto II non è un nome divisivo, se non per i faziosi che fraintendono la storia e vogliono che le colpe dei padri ricadano in modo barbaro  anche sui figli. E anche l’ hotel torinese “Principi di Piemonte“ potrebbe riandare alla sua storia, esponendo i ritratti degli ultimi Sovrani d’ Italia che furono sposi felici proprio a Torino.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com

Maxi Zoo a Beinasco, tutto per gli amici animali

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Qua la zampa / Ha aperto i battenti  il nuovo pet shop specializzato: 458 mq dedicati alla cura e al benessere degli amici animali

 

 Maxi Zoo Italia, parte del gruppo Fressnapf, la più grande catena retail europea specializzata in alimenti e accessori per animali, inaugura giovedì 10 settembre a Beinasco un nuovo pet store di 458 mq dedicato alla cura e al benessere degli amici animali.

“Maxi Zoo vuole essere il punto di riferimento per gli amanti e i padroni di pet ed è proprio in quest’ottica che si inserisce questa nuova apertura” dichiara Luca Rotunno, National Purchasing & Marketing Director di Maxi Zoo Italia “Con il punto vendita di Beinasco si rafforza la nostra presenza sul territorio: la nostra esperienza e i nostri servizi diventano così sempre più accessibili a tutti coloro che hanno a cuore il benessere e la felicità dei loro amici animali.”

Ad accogliere i visitatori lo staff Maxi Zoo: 7 persone competenti e formate per rispondere ad ogni domanda o dubbio e supportare chi ama prendersi cura del proprio pet o si prepara ad accogliere un nuovo cucciolo con consigli su comportamento, salute, benessere e alimentazione.

Nel nuovo punto vendita i consumatori possono trovare un vasto assortimento di oltre 7.000 articoli, di cui 4.500 prodotti a marchio esclusivo, adatti a tutte le esigenze di alimentazione, cura e gioco degli animali domestici e per tutte le fasce di prezzo. 

A completare l’offerta numerosi servizi come la bilancia per cani per tenere monitorato il peso del proprio amico a 4 zampe in modo facile e veloce o l’incisione di medagliette.

Inoltre, è presente una Donation box in cui lasciare alimenti di prima necessità che saranno devoluti alle Onlus locali che si occupano di animali in difficoltà.

Per festeggiare l’apertura del nuovo pet shop, inoltre, sabato 19 settembre è in programma “Meet the vet”, l’appuntamento con il team di veterinari Pet Pro.

Dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00, i visitatori potranno ricevere una consulenza personalizzata e gratuita sulla salute dei loro amici a quattro zampe. Gli esperti saranno disponibili anche per veloci check-up.

Anche nello store di Beinasco è possibile iscriversi al programma fedeltà PAYBACK, attivo in tutti i negozi Maxi Zoo da marzo.

Il nuovo negozio Maxi Zoo di Beinasco si trova in viale Risorgimento 3 (lato Banco Fresco, zona Centro Commerciale Le Fornaci). Sarà aperto tutti i giorni, dal lunedì al sabato, dalle 9.00 alle 20.00; la domenica dalle 09.30 alle 19.30.

“In fondo sei solamente quello che io non ho”

in Rubriche

Music tales, la rubrica musicale

In fondo tu non sei bella

In fondo io non ti amo

In fondo sei solamente

Quello che io non ho”

Ho scoperto da poco tempo questa chicca di Niccolò Fabi presente nella sua raccolta “Diventi inventi” del 2017, e mi sono meravigliata di come sia capace di descrivere piccoli momenti quotidiani in un modo così intenso e poetico da farti rivivere e rielaborare la tua storia.

Non amai Fabi dal primo momento, non io.

Poi mi imbattei in “costruire” e scoprii che l’uomo di “Capelli” che proprio non apprezzavo affatto, si era avvicinato al mio cuore molto più di quanto avrei potuto pensare.

Non dirò nulla di questo brano, mi importa poco come sia stato partorito o vomitato. Mi importa cosa

smuove” in me.

“Dicono che nel corso della nostra vita abbiamo due grandi amori.

Uno è con cui ti sposi o vivi per sempre, forse diventerà il padre o la madre dei tuoi figli, e sarà quella persona con cui ottieni il massimo rapporto per stare il resto della tua vita accanto a lei o lui.”

Poi dicono che c’è un secondo grande amore, una persona che perderai sempre di continuo. Qualcuno con cui sei nato già connesso, si chiama “Chimica” dicono, ma a volte anche la forza della chimica impedisce di raggiungere un lieto fine. Fino a quando un certo giorno smetteranno di provare. Si arrenderanno e cercheranno quell’altra persona, e finiranno anche per trovarla ma non è quello che volevano.

Ma vi assicuro che non passeranno una sola notte, senza pentirsi e senza sentire il bisogno di un solo bacio, o magari discutere ancora una volta.
Tutti sanno di cosa sto parlando, perché mentre state leggendo questo,
vi è venuto il suo nome in testa.

Si libereranno di lui o di lei fisicamente, smetteranno di soffrire forse mentalmente, riusciranno a trovare la pace ( la sostituiranno con la calma) ma vi assicuro che pregheranno ogni giorno per aver un contatto anche solo per litigare o discutere.
Perché, a volte, si sprigiona più energia discutendo con qualcuno che ami, che facendo l’amore

con qualcuno che apprezzi.

Ricordate il filo rosso del destino?! Una leggenda che ha origine cinese che narra così:


“Un filo rosso invisibile collega coloro che sono destinati a ritrovarsi, indipendentemente dal tempo, luogo o circostanze. Il filo rosso può essere allungato, tirato, ingarbugliato, ma non si romperà mai.”

Paulo Coelho

Chiara De Carlo

https://www.youtube.com/watch?v=QMk11JtZdd0&ab_channel=stefy573

La foto di Vincenzo Solano

in Rubriche

Magnifica Torino / Fine estate a Parco Dora

L’isola del libro

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Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Woody Allen  “A proposito di niente”    -La Nave di Teseo –  euro  22,00

E’ un’autobiografia ricca di ironia, amori, figli, amarezza, malinconia e tanto cinema quella dell’84enne Woody Allen, regista e artista poliedrico di incommensurabile talento.

E se vi state chiedendo se narra anche la bruttissima storia con Mia Farrow, sappiate che alla vicenda riserva pagine al vetriolo in cui chiarisce una volta per tutte come sono andate le cose.

Allan Stewart Konigsberg (questo il suo vero nome) muove i primi passi in una famiglia yddish a Brooklyn, col padre che la sera gli sciorinava storie di gangster, mentre la madre gli ricordava Groucho Marx.

Poi gli inizi della sua strepitosa carriera a soli 16 anni con l’inventiva che lo contraddistingue e lo porta a scrivere battute al fulmicotone per radio, cinema, tv, “New Yorker”, e ad esibirsi nei locali notturni. Il resto è storia nota: 60 anni di carriera in cui ha scritto e diretto una cinquantina di film, che spesso ha reso memorabili con la sua recitazione in ruoli da protagonista (uno per tutti, l’esilarante “Provaci ancora Sam”).

Nel libro racconta gli incontri con personaggi del calibro del commediografo Arthur Miller -col quale concordò che “la vita non ha senso”- con registi europei che ammirava, con attori e attrici –“la bellezza di Scarlett Johanson è radioattiva”- e tanti aneddoti. Emergono le sue fobie, come quella di entrare a un party, e la sua visione esistenziale: già a 5 anni vedeva non il bicchiere, ma la bara mezza piena.

Ci sono succosi capitoli dedicati ai suoi matrimoni e convivenze. Il primo con Harlene, il secondo e tormentato con Louise Lasser che gliene fece di tutti colori, la scoperta di Diane Keaton come attrice e compagna di vita per qualche anno e amica per sempre.

Poi la sventura di incappare in Mia Farrow: nata in una famiglia borderline che ha prodotto casi di alcolismo, tossicodipendenza, suicidi, problemi con la legge, forse è stata anche molestata dai fratelli. Allen scrive: “Ero sorpreso di come fosse cresciuta in quel campo minato di follie assortite e ne fosse uscita non solo illesa ma anche affascinante…” Errore di valutazione madornale che gli rovinerà la vita.

13 anni insieme -anche se ognuno a casa sua- la Farrow che recita nei suoi film, ma soprattutto colleziona figli adottivi, meglio se hanno degli handicap, da esibire in pubblico per glorificare la sua persona. Però dietro le quinte, tra le mura domestiche è tutt’altra faccenda. Due pesi e due misure. La Farrow ha disinteresse, scatti d’ira e picchia regolarmente gli orfanelli che ha raccolto; mentre sviluppa un innaturale e morboso attaccamento al figlio Fletcher e dà il peggio di sé quando scopre che Woody Allen si è innamorato di Soon-Yi, figlia adottiva che lei maltrattava con indicibile cattiveria.

Manipolatrice all’ennesima potenza, la Farrow lo accusa di aver molestato un’altra figlia adottiva, Dylan: gli scatena addosso false testimonianze e plagia la prole fino a convincere Dylan di essere stata davvero violata.

Lo scandalo è enorme e, anche se il regista è stato scagionato, la portata del danno è sintetizzata dall’ostracismo che soprattutto in America vede Allen come un reietto. Il fattaccio risalirebbe al 1992 eppure ancora oggi il cinema e parte del mondo intellettuale credono alla campagna denigratoria del figlio Ronan (col quale non ha più contatti fin da quando aveva 4 anni, e nemmeno con Dylan da quando ne aveva 7).

A consolare il genio c’è il matrimonio con Soon-Yi che dura da 25 anni, alimentato da un amore costante e due figlie da crescere. Questo e molto altro in poco meno di 400 pagine che scorrono alla velocità della luce….

 

 

Joanne Ramos  “La fabbrica”  -Ponte alle Grazie –   euro  18,00

La fabbrica è Golden Oaks, una vera e propria azienda in cui giovani donne di etnie diverse e classi sociali disagiate vengono reclutate come “madri surrogate” per ricconi di tutto il mondo. E’ semplicemente magnifico questo romanzo di esordio di Joanne Ramos, nata nel 1973 a Manila, nelle Filippine, e dall’età di 6 anni cresciuta in America (nel Wisconsin), laureata a Princeton, un’esperienza di lavoro nel settore finanziario e poi questo libro-bomba che tocca temi attuali e dolenti.

Protagonista è Jane, di origine filippina, con una figlia piccola da sfamare e crescere; vive in un dormitorio e lavora in famiglie benestanti newyorkesi. Poi sua cugina le prospetta una strada diversa e lei si ritrova a Golden Oaks, struttura hi-tech a due ore da Manhattan, incinta e madre surrogata per una “cliente”.

La fabbrica funziona così: diretta da Mae Yu -ambiziosa donna d’affari- ospita ragazze per lo più di etnie sfortunate (filippine, latinoamericane, afroamericane) o del ceto medio americano impoverito. Ma c’è anche Reagan, giovane americana bianca laureata con lode che cerca di smarcarsi dal controllo paterno. Sono tutte madri surrogate alle quali sono stati impiantati ovuli che devono portare in grembo, proteggere e far sviluppare al meglio, seguendo il rigido protocollo dell’azienda: nutrirsi in modo salutare, tenersi in forma con attività fisica mirata, riposare e prendersi cura di sé e dei figli delle committenti. Per tutto questo vengono ampiamente remunerate.

Ma per chi si accollano la gestione dei feti per 9 mesi? Le clienti a volte anonime, altre no, sono spinte da più fattori: troppo in là con gli anni per portare a termine una gravidanza, troppo impegnate, sterili o anche solo vanitose e viziate che non vogliono sformare i loro corpi.

Comuni denominatori delle ospiti della fabbrica sono dubbi, sensi di colpa, terrore di abortire e perdere tutto. Alcune vedono la gestazione come un mero lavoro; altre sono convinte che aiutare altre donne a diventare madri sia un’azione nobile… e ben venga se remunerata.

Il romanzo è ispirato a storie vere che la Ramos ha raccolto; non vuole dare risposte, ma pone grandi domande come: “cosa c’è di giusto o sbagliato nell’esistenza?”, “che valore ha la vita?”.

 

Carlo H. De Medici   “I topi del cimitero”   – Cliquot Edizioni –  euro 18,00

Ecco una curiosa riscoperta, quella del giornalista, scrittore, illustratore e studioso di scienze occulte Carlo H. De’ Medici, della cui vita si sa poco: a partire dalla data di nascita, probabilmente il 29 agosto del 1887, mentre quella della morte non è pervenuta. Era figlio di un banchiere ebreo parigino e per anni visse a Gradisca d’Isonzo, fu vicino agli ambiente delle scienze esoteriche e alchemiche, e dai suoi scritti si evince che s’interrogava sul senso della vita.

I racconti de “I topi del cimitero” fanno parte dei suoi  “Racconti crudeli” del 1924 e colpiscono il lettore a pugno duro come solo la letteratura gotica sa fare, anche se in realtà è difficile classificarli.

I suoi personaggi, raccontati rigorosamente  in prima persona sono “anime nate –morte” che parlano da un imperscrutabile al di là e mettono a nudo l’anima tormentata dell’autore che scandaglia cosa sia la morte, cosa venga dopo o cosa ci sia nell’universo infinito.

I racconti narrano di topi che profanano una chiesa, della bellissima Marta la “taciturna” priva di senno e di materia grigia che fende la folla chiassosa al braccio di un’anziana signora. O ancora di due enigmatiche sorelle incontrate su un piroscafo che lo turbano profondamente «..baciavo Lodovica, e sognavo Luisa…Stringevo al mio petto la mia nuova amante, e chiamavo l’assente. Fuggii per non impazzire».

Nelle pagine fa capolino anche madama La Morte, alla taverna delle “Tre bare”, che si rivela essere una vecchia megera amante delle gozzoviglie e del vino (che non regge e la spinge a scatti d’ira).

E tra le figure femminili «…belle come sono belle le donne che amiamo in sogno» c’è anche Isabella che muore tra le braccia dell’amato.

Questo ed altro nella raccolta che testimonia quanto l’autore fosse affascinato dal decadentismo, influenzato da Poe e Huysmans, e si destreggiasse abilmente in racconti particolarmente esoterici.

Insomma un piccolo prezioso volume che l’editore Cliquot ha strappato dall’oblio arricchendolo anche con le illustrazioni goticheggianti disegnate da De Medici stesso, per meglio raccontare patti col diavolo, profezie, visioni e allucinazioni, fantasticherie varie e godibilissime.

 

Zadie Smith  “Questa strana e incontenibile stagione”  -BigSur –  euro 8,00

Sono 6 saggi sul periodo della pandemia e del lockdown da Covid 19 in cui la scrittrice (nata a Londra nel 1975 da padre inglese e madre Giamaicana)– tra marzo e maggio 2020- ha messo a nudo il tema più che mai attuale .

Lei abituata a viaggiare e dividere la sua vita tra Londra e New York (dove insegna scrittura creativa alla New York University) ha dovuto far fronte a una brusca frenata e sciorinato nero su bianco le sue riflessioni, tra idee politiche, esperienze personali, ragionamenti e spunti vari.

Analizza a fondo come «..l’unico modo per  uscire da qualcosa è attraversarlo. Cercare di conservare un po’ di spazio per sé stessi nell’affollata sfera domestica…».

Ed ecco pagine in cui possiamo riconoscerci e rivivere come abbiamo reinventato i nostri spazi, i rapporti di convivenza, le attività lavorative.

Zadie Smith riassume un caleidoscopio di esperienze nuove: dalla donna sola chiusa in un appartamento in cui la solitudine si fa ancora più opprimente, alle persone catapultate 24 ore su 24 in una famiglia in cui privacy e tempo vanno ridefiniti.

Niente è stato facile perché il virus si è diffuso velocemente, infettando non solo le persone ma anche famiglie, comunità e Stati, senza guardare in faccia nessuno, perché come scrive Zadie Smith «Al virus non importa chi sei».

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

L’abuso dei decreti legge – Il declino di Torino – La scuola riapre – Lettere

L’abuso dei decreti legge

Il presidente della Repubblica Mattarella ha richiamato con una lettera il presidente del Consiglio dei ministri sulla decretazione d’urgenza, le cui norme sono state violate inserendo modifiche molto significative al Codice della strada in un Decreto che ha per oggetto le semplificazioni. Un Decreto che nel corso dell’iter parlamentare ha avuto un’aggiunta smisurata di articoli  non pertinenti con il testo originario. Mattarella non ha rinviato alle Camere il Decreto varato dal Parlamento, limitandosi a scrivere una lettera ,una scelta discutibile perché occorreva porre un freno ad un modo di legiferare che va contro lo spirito e la lettera della legge e della Costituzione. Se si pensa che sui decreti viene posta la fiducia senza che le Camere possano proporre emendamenti, si ha chiaro lo svuotamento delle prerogative del Parlamento. Nel caso del Codice della strada certe norme fasulle di origine grillina sono diventate legge senza che le Camere abbiano potuto esprimersi. E questa non è più democrazia anche  perché Il ricorso al decreto legge è legittimato solo dall’urgenza e dalla necessità. Da anni il governo fa un abuso del decreto legge che occupa oggi totalmente i calendari parlamentari. Già in passato la presidente del Senato Casellati  aveva  reclamato una maggiore attenzione verso il Parlamento da parte del Governo.
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Il declino di Torino

La produzione di automobili Fiat a Torino è  crollata da 20 mila auto dello scorso anno a circa 9 mila auto quest’anno. Questo dato la dice lunga sulla marginalità italiana e torinese di FCA. Certo è in ballo anche la crisi  dell’auto, ma la Fiat ha perso più di altri sul mercato italiano. Le nostre strade sono piene di auto straniere, francesi e tedesche, e quelle Fiat sono diventate minoritarie. Se si pensa alla politica lungimirante di Vittorio Valletta e agli errori gravi compiuti da Cesare Romiti e dai suoi successori, si ha chiaro l’appannamento di un marchio  che,pur arricchito dei marchi Lancia ed Alfa, non è stato in grado di far fronte al mercato italiano. La Fiat è  fuggita all’estero sia come investimenti sia come sede fiscale. Non ha più un’auto di rappresentanza da fornire alle cariche dello Stato. E Torino si era illusa di far fronte al suo futuro confidando nel turismo, dopo la fine dei grandi stabilimenti automobilistici che  con l’indotto occupavano mezza Città. Ora che il turismo nelle grandi città è crollato con il Covid , andrà ripensato il futuro di Torino. Finora nessun profeta si esprime e certo è difficile pensare di arrestare il declino della Città, forse appare impossibile un suo rilancio.
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La scuola riapre

La scuola riapre tra mille polemiche e tra moltissime incertezze. Siamo in ritardo sui tempi e la sfida del 14 settembre sembra perduta. Un po’ di buon senso l’hanno messo i sindaci rinviando di una settimana dopo le elezioni la riapertura. Una prova di incapacità l’ha data in modo clamoroso il Governo che non ha saputo prevedere i tempi giusti dopo mesi di chiusura. Una prova non certo superata anche dai dirigenti scolastici che sono stati abbandonati a se’ stessi da una ministra inetta e da un commissario che è apparso inesistente, malgrado gli ampi poteri discrezionali consentiti dall’emergenza. L’intera struttura scolastica italiana appare nella sua fragilità. E neppure le cautele per preservare la salute degli studenti appaiono idonee. Reggerà la scuola con la riapertura? C’è da augurarsi di sì perché le misure successive anti Covid verranno misurate proprio sulla tenuta o meno della scuola. Non sembra che siano state attivate iniziative concrete per rafforzare le improvvisazioni delle lezioni da remoto dei mesi della primavera. Un anno scolastico e’ stato bruciato. Il nuovo inizia all’insegna della più totale precarietà ed incertezza. Bisogna augurare agli studenti un po’ di serenità. Riprendere la scuola tra le polemiche su chi deve misurare loro  la febbre, non deve essere rassicurante.
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Lettere     scrivere a quaglieni@gmail.com

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Cirio e la ginnastica littoria
Questa battuta di Cirio appare davvero esilarante: dopo il fascismo che aveva esaltato la ginnastica, in Italia si è persa la cura del corpo. Cosa ne pensa?  Lucia Amabile
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Una battuta poco felice può scappare a tutti. In effetti, più che mai oggi tra palestre e Spa c’ è la massima cura del corpo. Paradossalmente ciò che manca del fascismo sono politiche di prevenzione che il regime seppe approntare, ad esempio contro la tubercolosi e la malaria. Molti grandi edifici ospedalieri ancora funzionanti in Italia sono stati costruiti in età littoria.
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