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Rubriche - page 19

Il fattore “C”

in prima pagina/Rubriche

PAROLE ROSSE di Roberto Placido / Neanche tanti anni fa si sarebbe detto il fattore “K” ma oggi non può che dirsi, pena l’incomprensione da parte di molti, il fattore “C”. Naturalmente la lettera sta ad indicare il Corona Virus o Covid 19 che dir si voglia ma anche, aggiungo io, Cina e Cuba

Non ritorno sulla gestione iniziale, altalenante, della Pandemia ma su quello che stiamo vivendo in questi giorni di chiusura totale di tutto il paese. Il provvedimento, dopo le critiche o le sottovalutazioni di altre nazioni, penso che sarà il riferimento per molti governi e stati ma su quanto è emerso, sono venuti a galla tutti gli errori di gestione della Sanità pubblica degli ultimi dieci anni. Alcuni gravi e che rischiano di diventare tragici, altri meno ma che pesano terribilmente nella situazione che si è creata a causa della pandemia da Covid 19.

Il decennio indicato è stato costellato da tagli indiscriminati e pesanti alla sanità pubblica. Dove più dove meno le regioni, sia quelle di sinistra che di destra, hanno calcato pesantemente la mano. Senza un piano strategico nazionale e nemmeno nelle singole regioni. Si è permesso così di non difendere, ma questo purtroppo è avvenuto sciaguratamente in tutti i settori. Aziende strategiche per l’interesse nazionale che non vuol dire solo i camion pesanti o qualche infrastruttura ma, abbiamo scoperto ora, anche la produzione di mascherine o di respiratori, vendute o delocalizzate senza che i vari governi avessero nulla da obiettare. In Piemonte ha risposto in uno slancio di generosità il Gruppo Miroglio Tessile di Alba, marchi Vestebene , Elena Mirò ed altri, con la produzione straordinaria e manuale di circa 700.000 mascherine di stoffa lavabili e riutilizzabili una decina di volte. A costo zero per la Regione Piemonte! Il tutto coperto da “monsù” Miroglio e d altre realtà cuneesi. In tema di mascherine fanno da contraltare quelle, incredibili, inviate dalla Protezione Civile nazionale nelle varie regioni ed anche in Piemonte, una specie di striscia di carta igienica inutilizzabile, che tanto hanno fatto infuriare il mitico presidente lombardo, quello del video della mascherina, Attilio Fontana ed il suo assessore alla sanità Giulio Gallera. La Lombardia paga la scelta di avere puntato tanto e per tanti anni sulla sanità privata ed ora si trova drammaticamente senza posti letto sufficienti, senza posti di terapia intensiva e tutto il seguito ad essi legati. La situazione piemontese merita qualche approfondimento, sia per i posti letto che per la gestione complessiva. Scrivevo prima del dissennato taglio dei posti letto e degli investimenti degli ultimi dieci anni, va bene scendere da quasi 4 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti alla media europea di tre ma , in una gara suicida, negli ultimi anni sono arrivato a 2,5 e di conseguenza il numero dei letti di terapia intensiva. Alle critiche ed osservazioni che molti a sinistra facevamo le risposte erano i dati del bilancio che imponevano i tagli quando andava bene se non risposte a noi di essere “statalisti e passatisti” se non spallucce di scherno in qualche caso.

Così senza i numeri della Lombardia abbiamo Torino che regge, in affanno il Maria Vittoria ed in parte il San Giovanni Bosco, ancora bene le Molinette, saturo un reparto su tre, mentre in difficoltà sono le altre parti della regione. Ad Alessandria sono bastate poche monache con alcune linee di febbre o risultate positive per intasare l’ospedale. Ospedali che hanno i Pronto Soccorso praticamente vuoti in quanto non solo i codici bianchi e verdi sono scomparsi, ma anche molti codici gialli. Per paura del contagio non portano le persone o non vanno in ospedale e molte di queste persone muoiono di altre patologie ma hanno evitato, “per fortuna”, il contagio. Anche in Piemonte una protezione civile debole e non guidata lascia le farmacie senza mascherine da oramai un mese per non parlare degli operatori, dai quali dipende tutto il funzionamento del sistema, lasciati quasi completamente senza strumenti come mascherine, guanti, occhiali ecc. Pensiamo che al tempo della SARS (Severe Acute Respiratory) sindrome acuta respiratoria grave, che nel 2002-2003 causò circa 8 mila casi e oltre 700 morti nel mondo, tutti i medici di famiglia ricevettero, mai usate, una tuta con tanto di casco scafandro tipo Guerre Stellari che ancora fanno mostra di se in qualche armadio o vetrina di studi medici. In compenso si sta dimostrando all’altezza della situazione il presidente della Regione Alberto Cirio che seppur positivo al Covid 19 ed in quarantena domestica interviene con toni adeguati, positivi, nel senso non medico, e determinati. Ma tornando al “fattore C” assistiamo al comportamento della Cina, di sostegno materiale, un intero aereo carico di respiratori, mascherine ed altro materiale medico ed una squadra di nove medici esperti nella lotta al Virus. Esperienza fatta al centro del problema e cioè nella città di Wuhan. L’iniziativa dell’Associazione Italia-Cina che ha destinato un importante quantitativo di materiale sanitario alla nostra regione ed il bel video di sostegno ed incitamento all’Italia ed agli italiani di decine di cinesi di ogni età. Questo da un paese al quale, unici, abbiamo chiuso i voli diretti e mentre i paesi amici ci hanno rifiutato persino quantitativi di mascherine già ordinate e pronte alla spedizione.

E poi l’offerta arrivata dalla storica associazione Italia-Cuba di medici cubani, formatisi in Africa nella lotta all’Ebola. Dal comportamento e dall’atteggiamento di Cina e Cuba una riflessione viene spontanea, in quei paesi dove il servizio sanitario è garantito dallo stato la lotta a fenomeni come il Corona Virus sono più facili da contrastare alla faccia del liberismo e del mercato regolatore. La cosa positiva, l’ho già scritto, è la risposta della stragrande maggioranza degli italiani, al netto dei deficienti di ritorno, quelli che sono tornati al sud e nelle isole da mammà, o degli imperterriti di parchi e camminate inutili, degli operatori della sanità pubblica e dei lavoratori delle aziende che, giustamente, pretendono maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro. In attesa di vedere cosa succede nel sud Italia, potrebbe essere drammatico l’evolversi della pandemia per la carenza e la colpevole inadeguatezza delle strutture mediche, bisogna incominciare a pensare al dopo. Il comportamento e la reazione degli italiani con video, canzoni, messaggi da l’idea di un senso di paese quanto mai utile in un momento molto difficile e per certi versi drammatici per il nostro paese. Mi è tornata in mente una frase molto bella di Enrico Berlinguer: ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno. Speriamo che la lezione serva ad invertire la riduzione dei posti letto negli ospedali, dei posti di terapia intensiva, ne abbiamo molto meno di Francia e Germania e degli stessi Stati Uniti dove la sanità pubblica di fatto non esiste. Speriamo si faccia un piano sulle aziende strategiche dei vari settori del nostro paese e non solo quello medico-sanitario, si utilizzino risorse nel medio lungo periodo per modernizzare il paese e le strutture ed infrastrutture altrimenti ancora una volta avremo sprecato risorse ingenti sempre e solo in termini emergenziali.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

Omaggio a Re Vittorio, padre della Patria  – L’emergenza impone responsabilità – Massimo Numa – Putin fino al 2036

Omaggio a Re Vittorio, padre della Patria

Avrei dovuto sabato deporre in omaggio a Vittorio Emanuele II, primo Re d’ Italia  a Palazzo Carignano, dove nacque il 14 marzo 1820, una corona d’alloro a nome del Centro “Pannunzio” che, seguendo le idee del direttore del “ Mondo”, sentì sempre un forte legame ideale con il Risorgimento e in modo particolare con Cavour. Insieme a Rosario Romeo e Adolfo Omodeo e allo stesso Benedetto Croce ,sentimmo la necessità di difendere le ragioni del Risorgimento rispetto alle critiche dell’ “orianesimo” giornalistico gobettiano e al marxismo di scuola gramsciana volto a ridurre il moto risorgimentale a conquista regia.
Per questi motivi avremmo voluto onorare il Re che contribuì ad unire l’Italia dopo secoli di divisioni facendo della sua Casa il fulcro su cui fare leva per realizzare il processo di unificazione, come ben vide Giuseppe Garibaldi che abbandonò Mazzini ai suoi sogni rivoluzionari. Vittorio Emanuele non ebbe la tempra di un Emanuele Filiberto e di un Vittorio Amedeo II, ma creò il nuovo Stato unitario,vincendo mille resistenze e affrontando due guerre per l’indipendenza. L’unità d’Italia aveva tanti nemici e l’impresa, riconobbe Salvemini, era davvero titanica. Stando ad alcuni suoi contemporanei, non fu un uomo di particolari qualità ,anche se fu un ottimo e coraggioso soldato ,ma le testimonianze occasionali possono solo  dare l’ idea dell’uomo privato non del Re che prese il Piemonte nel 1849 pesantemente sconfitto a Novara e giunse fino a Roma capitale e alla Sinistra di Depretis al potere. Vittorio Emanuele, non particolarmente versato negli studi, al contrario di suo padre Carlo Alberto,venne educato militarmente secondo le tradizioni sabaude e il modello a cui guardavano i suoi precettori era il re assoluto. Carlo Alberto era rimasto ondeggiante tra i moti carbonari del 1821 e il Trocadero dove combatté i liberali spagnoli ,anche se nel 1848 si decise a concedere lo Statuto,a dichiarare guerra all’Austria e a far suo il vessillo italiano ,una bandiera nata repubblicana è financo giacobina. Carlo Alberto nel suo periodo di regno realizzò anche una politica di riforme degna di essere ricordata, come sosteneva Narciso Nada, lo storico degli antichi Stati italiani prima dell’ Unità.
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Vittorio Emanuele, che aveva una madre e una moglie appartenenti alla famiglia degli Asburgo, ereditò all’ improvviso un trono dopo l’abdicazione di Carlo Alberto e di fatto fu il primo Re costituzionale che sperimentò lo Statuto . Non fu un’ esperienza facile e l’aver avuto un capo del Governo come Massimo d’Azeglio gli giovò sicuramente molto .Non è vero che fu accondiscendente verso l’Austria con cui riuscì a trattare una pace meno onerosa di quella prevista a Vignale nell’incontro con Radetzky. Fu elemento di equilibrio tra un Parlamento riottoso alla pace e l’Austria che voleva occupare parte del territorio piemontese, tra cui la fortezza di Alessandria . Il Proclama di Moncalieri e l’ iniziativa diplomatica di d’Azeglio furono passaggi importanti per superare difficoltà apparse in alcuni momenti insormontabili. Il fatto incontrovertibile è che egli non revocò lo Statuto e fu fedele al giuramento prestato,mentre tutti gli altri principi italiani tornarono sui loro passi e rinnegarono le Costituzioni concesse. Fu d’ Azeglio a considerare il Re un galantuomo,poi i cortigiani, i retori,gli agiografi esagerarono nel mitizzarlo. Ma resta indubbio che il Re seppe  circondarsi di uomini straordinari come d’Azeglio e soprattutto Cavour con cui ebbe anche momenti di scontro; fu sostanzialmente fermo nel sostenere il processo di laicizzazione di un Piemonte che aveva al suo interno nemici nella Chiesa locale e al suo esterno nemici come il Papa e la Chiesa Romana.  Riuscì ad attrarre il consenso di uomini come  Francesco De Sanctis, Daniele Manin e soprattutto Garibaldi che fece suo il motto ” Italia e Vittorio Emanuele”. Accolse a Torino  esuli provenienti da tutta Italia,garantendo la libertà di stampa e di satira. Sacrificò una figlia alla Causa italiana, destinandola ad un matrimonio infelice con Girolamo Bonaparte e rinunciò alla culla della sua Casa , cedendo la Savoia alla Francia per poter affrontare l’Austria a fianco dei Francesi nel 1859, nel 1864 accettò di trasferire la capitale da Torino a Firenze cominciando a diventare vero Re di tutti gli italiani , nel 1869, con la nascita a Napoli del nipote, riuscì in quell’opera di avvicinamento agli ex borbonici che radicherà profondamente la Dinastia sabauda al sud ,come dimostrò persino il referendum del 2 giugno 1946 ,malgrado una guerra perduta.
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Riuscì anche per i suoi rapporti con le dinastie regnanti europee ,malgrado le sue non grandi doti diplomatiche, a rinsaldare le sorti della neonata Italia. Nel 1870 entrò in Roma finalmente capitale del nuovo Regno ,senza urtare il Papa come volevano gli anticlericali ed i massoni .Con la legge delle Guarentigie furono regolati in modo esemplare i rapporti con la Chiesa cattolica garantendole indipendenza assoluta, come riconobbe Arturo Carlo Jemolo. Una libertà che si manifestò anche durante la Grande Guerra quando il Papa ebbe modo di intrattenere rapporti anche con le potenze nemiche dell’Italia. Il fatto che gli piacessero le donne fu un particolare di colore insignificante che di fronte ad un ragionamento storico non assume nessuna importanza. Riuscì ad essere un Re popolare ed anche amato e questo resta invece un fatto che non si può ignorare. Dei quattro sovrani d’ Italia fu sicuramente il migliore e seppe realizzare la sua missione. Non fu solo fortuna ,come alcuni faziosi superficiali hanno sostenuto .Cosi come non fu solo legato all’ iniziativa del Re il successo del moto risorgimentale come ritennero gli agiografi a partire da Vittorio Bersezio. Anche Francesco Cognasso fu troppo monarchico per dare giudizi distaccati, malgrado la sua assoluta onestà intellettuale. Ma il repubblicano Luigi Salvatorelli seppe trovare un punto di equilibrio che merita di essere indicato come capacità di riflettere storicamente con il necessario distacco critico. Un suo articolo del 1961 è emblematico di come si possa essere repubblicani , non avendo stima per i Savoia ,e riconoscere il ruolo storico del Sovrano che venne apprezzato anche da Walter Maturi. Appaiono  invece miserevoli le pagine di Denis Mack Smith. Già tanti anni fa un cattolico giacobino come Ettore Passerin d’ Entreves mi invitava a diffidare di lui che considerava non uno studioso ,ma <<un pasticcione>>  .Usò proprio questa definizione sprezzante.
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Il professore di storia medievale di Vercelli Alessandro Barbero, chiamato a scrivere sul quotidiano “ La Stampa”, ancora una volta ha dimostrato di non voler  capire cosa sia la storiografia risorgimentale, confondendola con i pettegolezzi e con le battute ad effetto. Le sue argomentazioni non meritano risposte perché sono prive di ragionamento storiografico e prenderle in considerazione per confutarle significa abbassare il discorso a quello del gossip. L’aver poi definito Vittorio Emanuele un populista che  oggi sarebbe  molto piaciuto rivela la non volontà di contestualizzare nella sua epoca un personaggio storico, ma di estrapolarlo in modo arbitrario e fantasioso .Definire il  Re un arciitaliano alla maniera di Alberto Sordi appare  un’ affermazione strampalata che solo chi non conosce nulla della storia risorgimentale può apprezzare e condividere. Non è bastato il lucido intervento di Gianni Oliva ospitato dalla “ Stampa”  a riequilibrare la posizione di un giornale che nel 1961 pubblicava Luigi Salvatorelli  ed oggi Barbero, il segno di una decadenza  davvero inarrestabile . Oliva ha cercato di correggere il tiro di Barbero ,ma la caduta anche di gusto, oltre che di carattere  storico , è apparsa davvero incorreggibile. L’emergenza epidemica ha fatto annullare ogni evento celebrativo, ma non ci risulta che fossero programmati omaggi istituzionali delle alte cariche dello Stato  che sarebbero stati doverosi. Giorgio Napolitano nel 2011 non esitò a recarsi al Pantheon in visita al primo Capo dello stato unitario. Fu un gesto che gli fa molto onore  e che va ricordato perché stabiliva un rapporto storico tra il passato e il presente della storia italiana.

L’emergenza impone responsabilità

Da questa domenica mi astengo  da ogni critica che possa suonare sfiducia al governo in carica . Restano le mie riserve ,ma ritengo mio dovere di italiano evitare commenti che possano suonare critici. Oggi l’emergenza impone un comportamento responsabile da parte di tutti. Le osservazioni critiche vanno rinviate a dopo,augurandoci che il dopo arrivi presto. Sospendo anche la rubrica di lettere ,non volendo censurare nessuno.
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Massimo Numa

Dopo lunga malattia è  mancato il giornalista Massimo Numa che io conobbi a Savona quando era agli esordi. A Savona ebbe il coraggio di steccare nel coro del conformismo locale, denunciando gli eccessi partigiani, tra cui l’uccisione di una tredicenne. Trasferito alla “ Stampa” di Torino, seppe raccontare fatti scomodi come una vicenda legata al tribunale di Asti che portò l’ex Procuratore Generale Silvio Pieri a prendere una coraggiosa posizione critica.  I suoi articoli vennero presto dimenticati e  non ebbero seguito. Denuncio ‘ anche l’estremismo terroristico dei No Tav per cui venne minacciato e dovette vivere sotto scorta. Ho conosciuto Numa e ho considerato un grande onore averlo frequentato. Ha saputo onorare la professione giornalistica come pochi altri. Era un uomo coraggioso che non ragionava in base  agli steccati ideologici e politici. Se la  sua malattia non l’avesse impedito, avrei voluto conferirgli il Premio Pannunzio Alassio. L’avrebbe meritato più di ogni altro.Era un uomo che non conosceva cosa fosse il conformismo e la convenienza  personale.
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Putin fino al 2036

La notizia rischia  di passare nell’indifferenza ,ma la riforma costituzionale che azzera i mandati di Putin e gli consente di restare al potere fino al 2036 dovrebbe far riflettere su un regime autoritario e personale come quello russo. Le elezioni ,se ci saranno, saranno una mera consuetudine formale. L’ipoteca di altri 16 anni di regime putiniano rivela in maniera scoperta e persino beffarda i connotati inequivocabili di una condizione di totale anomalia. Putin irride i regimi liberali,ma in effetti calpesta le regole più evidenti della democrazia, stravolgendone a piacimento le regole che sono  alla base della democrazia. Sub lege libertas, dicevano gli antichi.Qui la legge viene letteralmente stravolta e la libertà viene minacciata,se non eliminata. E’ un segnale molto preoccupante di regressione  antidemocratica  per il quale bisogna lanciare un grido di allarme.

Canto popolare… una storia senza fine!

in Rubriche

Rubrica a cura di Mamme in Sol

Da sempre la musica è sinonimo di condivisione e crescita per adulti e bambini. Incredibile strumento utilizzato per tramandare, insegnare e divertire, racchiude in un repertorio vastissimo sia espressioni sonore indirizzate ai bambini, come le ninna nanne o i giochi infantili, che espressioni utilizzate dagli adulti, come le rime, le conte o le filastrocche.

Il rapporto tra genitore e figlio si crea anche grazie a questo: basti pensare che una delle prime forme di contatto sonoro tra mamma e bambino è proprio la ninna nanna.

Il canto per tranquillizzare il bambino, ma non solo

L’aspetto più difficile da cogliere è che il gesto del cantare al proprio bimbo svolge molte più funzioni di quelle che pensiamo. Non solo la mamma (o chi per lei) riesce spesso a tranquillizzarlo, ma questo consente anche al bambino di apprendere inconsapevolmente insegnamenti e un buon numero di vocaboli legati alla vita quotidiana e comprendere situazioni a lui vicine.

Il canto popolare… e i bambini!

L’intento del canto popolare è quello di esprimere il proprio stato d’animo, narrare o insegnare. Le canzoni popolari nascono insieme alla civiltà umana e con essa si sviluppano nel corso del tempo, giungendo fino a noi grazie ai nostri antenati che le hanno tramandate oralmente. All’inizio era soltanto suono, forse solo una nota, arricchita poi dalla voce umana che ha iniziato a modulare vari intervalli e linee melodiche.

Il canto popolare è da sempre molto presente nella vita quotidiana poiché viene accostato a occasioni come rituali, imprese eroiche, attività lavorative da cui scaturiscono filastrocche, ninne nanne, inni.

Mamme in sol accompagna le mamme nella vita quotidiana

Il percorso di accompagnamento delle mamme nella loro vita di tutti i giorni è seguito da “Mamme in Sol”, il dolcissimo libro che fa da cuore pulsante di tutta l’associazione, e che, canzone dopo canzone, aiuta i genitori nei loro difficili compiti di tutti i giorni offrendo momenti di spensieratezza tutti da cantare!

Mamme in Sol Canto PopolareStelle frittelle: il vecchio canto popolare da cantare ai bimbi

Tra le tante, la simpatica filastrocca “Stelle frittelle” riprende il vecchio canto popolare. Ottima da cantare in cucina, da sempre luogo d’incontro e condivisione per eccellenza. Può però trasformarsi facilmente anche in momento di gioco e divertimento per i più piccoli!

L’inizio del brano è molto caratteristico, e conduce subito gli ascoltatori in cucina. I suoni, infatti, sono stati registrati con veri utensili da cucina, per ricreare l’atmosfera della tradizionale balera di paese e dare l’idea di un luogo familiare, sicuro.

Da ritmare, cantare o sussurrare, la filastrocca può essere accompagnata da un ovetto musicale o un tamburello, per poi concludersi con un momento di suspence e allegria! Attraverso questi semplici trucchi, la mamma crea le basi per una vera interazione con il bambino, che lo stimoleranno al gioco e alla partecipazione, rendendolo attento e reattivo allo stimolo musicale della mamma.

Ascolta qui Stelle Frittelle

 

Quando i torinesi dicono sì. Le sfide e i tour di Somewhere Tour&Events

in Rubriche
Somewhere Tour & Events

Rubrica a cura di Somewhere Tour & Events

La nostra zona di comfort, come Somewhere Tours&Events, è sempre stata nel turismo e nella passione per la Torino esoterica. In questi 22 anni di lavoro abbiamo cercato di uscire sempre di più da questa zona, seppur per noi più sicura. Ed ecco che abbiamo iniziato a condividere la nostra passione con i torinesi, cercando un codice linguistico adeguato, un percorso faticoso ma interessante, grazie anche al confronto con scrittori come Giuditta Dembech e Renzo Rossotti, che ha deciso di lasciare a noi il suo archivio, come eredità culturale. Così è nato ad esempio il tour Torino Magica®.

Ogni tour una nuova sfida

A quali forze ed energie abbiamo attinto per accettare le sfide dei nostri sì che hanno portato alla nascita degli altri nostri tours? Lo ha raccontato molto bene Laura Audi – socia fondatrice di Somewhere Tours and Events insieme a Nicoletta Ambrogio, durante l’intervista rilasciata ai nostri amici di Rotta su Torino, nella rubrica i TorineSì.

Sicuramente rifiutare è sempre più facile che accettare, poiché il rifiuto non comporta mai decisioni e rischi.
Dire di no dà sicurezza, ma non permette di andare avanti, soprattutto in un mondo in costante evoluzione come quello del turismo. Rifiutare spesso non significa solo non avanzare, ma anche retrocedere, perdere terreno nei confronti degli altri.

La Notte Bianca del 2000 al Balon

Ci sono sì che possono essere detti istintivamente ed altri sui quali è necessario meditare.
Il sì più folle pronunciato da Somewhere è stato quello detto al Comune di Torino per organizzare la Notte Bianca del 2000, al Balon. È stata la prima a Torino, non si sapeva come sarebbe andata ed è stata un grande rischio, ma alla fine è stato un successo incredibile. Possiamo considerarlo come il primo segno di cambiamento di Torino, che da quel momento ha iniziato lentamente ad aprirsi e a rinnovare la sua identità. Ma non è sempre tutto così facile.

Il tour della Torino Sotterranea

Il sì più faticoso è stato l’invenzione della Torino Sotterranea: abbiamo inventato la sera come momento turistico. Prima di noi, quali musei o luoghi accettavano di aprire dopo cena e chi usciva di casa per andare a scoprire la propria città alla sera? È stato un successo strabiliante, molto amato dai torinesi, oltre che dai turisti. Un altro sì importante è stato quello alle Olimpiadi, con l’accettazione di un rischio: Torino ha dovuto cambiare pelle nel momento in cui la Fabbrica non assicurava più le certezze di prima.

Un nuovo turismo culturale

Sono anche tanti gli enti pubblici e privati che vogliono uscire dalla propria zona comfort, per creare un nuovo turismo culturale. E proprio in questa categoria di consensi rientra l’ultimo sì di cui siamo particolarmente orgogliosi: quello della preziosa collaborazione di cui facciamo parte e che ha portato all’apertura straordinaria serale dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. L’Accademia è stata la prima scuola d’arte d’Italia ed ora intende farsi conoscere non solo come il Museo che è, ma anche come scuola, con visite guidate serali anche alle sue aule, generalmente non aperte al pubblico, che proponiamo in diverse occasioni durante l’anno.

Un incredibile e saporito ragù senza carne!

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Ragù senza carne

Rubrica a cura de La Cuoca Insolita

Chi mi conosce già, sa che io non sono vegana, né vegetariana, né… Insomma, non posso essere definita con un’etichetta. Cerco solo di proporre delle alternative ad alcuni ingredienti che, si sa, è meglio mangiare con moderazione. Prendiamo ad esempio la carne rossa: a me piace molto, ma ne mangio poca. Questa volta ho voluto vedere se riuscivo a fare un buon ragù, escludendo però il famigerato ingrediente: proprio la carne tritata. Ho così dato il nome a questo sugo, che secondo me ha veramente un sapore, un colore e una consistenza incredibilmente paragonabili al ragù della tradizione italiana. Come al solito vi dico “provare per credere”. 

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • Contiene la metà dei grassi e il 77% di grassi saturi in meno rispetto alla ricetta tradizionale fatta con la carne. Le calorie sono il 23% in meno.
  • Grazie alle numerose verdure impiegate, questo ragù è ricchissimo di fibre (quattro volte in più a confronto con la ricetta tradizionale).
  • Stenterete a credere che non sia fatto con la carne per il suo sapore così intenso. La ricetta è adatta anche a chi segue una dieta vegana.

Tempi: Preparazione (20 min); Cottura (50 min);
Attrezzatura necessaria: Tegame antiaderente diam. 24 cm, tagliere e coltello a lama liscia, robot tritatutto per piccole quantità.
Difficoltà (da 1 a 3): 2
Costo totale: 3,89 €

 

Ragù senza carneIngredienti per 500 g di ragù senza carne

(4 porzioni da 125 g)

  • Granulare di soia – 70 g 
  • Passata di pomodoro – 300 g
  • Carote – 50 g
  • Cipolla – 75 g
  • Sedano – 1/2 gambo 
  • Aglio – 1/2 spicchio grande 
  • Rosmarino – 1 rametto grande
  • Salvia – 10 foglie medie 
  • Olio extra vergine di oliva – 2 cucchiai 
  • Acqua – 100 g
  • Vino rosso – 50 ml
  • Sale fino integrale – 1 cucchiaino raso 
  • Pepe – alcune macinate generose, se gradito

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link.

In caso di allergie… Allergeni presenti: Soia, sedano, anidride solforosa e solfiti (da vino)

Preparazione del ragù senza carne

Fase 1: L’ammollo della soia

Mettete in ammollo in acqua di rubinetto il granulare di soia per almeno 30 minuti. Quando la soia sarà reidratata, strizzatela bene con le mani per eliminare l’acqua in eccesso.

Fase 2: Il pomodoro e le altre verdue

Lavate il sedano, pulite e sbucciate la cipolla e la carota e tritate finemente queste tre verdure insieme. Separate le foglioline di rosmarino dai rametti e tritatele insieme a salvia e aglio

Fase 3: La cottura

Mettete un cucchiaio di olio in una pentola antiaderente e fatelo scaldare, quindi soffriggete per pochi secondi il trito di erbe aromatiche e aglio; aggiungete poi le tre verdure tritate e fate rosolare per 5 minuti a calore sostenuto. Versate la soia reidratata nella pentola e fatela insaporire per altri 5 minuti, aggiungendo l’acqua e un cucchiaio di olio. Versate il vino rosso e fatelo evaporare. Aggiungete la passata di pomodoro, salate e pepate. Fate cuocere a calore molto basso e coperto per 35 minuti. Se resta ancora un po’ di liquido sul fondo della pentola proseguite ancora la cottura senza coperchio per il tempo necessario.

In estate, al posto della passata di pomodoro, questa ricetta si può preparare con i pomodori freschi, spelati e tagliati a dadini.

Chi è La Cuoca Insolita?

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

Lotta alle zanzare, individuata nuova specie in Piemonte

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Zanzare IPLA

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente

Proprio in queste settimane è in fase di discussione l’avvio del progetto di lotta alle zanzare per l’anno 2020. Le temperature miti dell’inverno favoriscono una partenza dei cicli biologici delle zanzare anticipata rispetto agli anni passati. Occorre quindi monitorare e partire con le azioni di lotta tempestivamente.

Lotta alle zanzare

Nella scorsa annata, nell’ambito del progetto regionale di monitoraggio e lotta contro le zanzare, l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente di Torino (IPLA SpA) che dal 2007 gestisce il progetto di contrasto alle zanzare per conto della Regione Piemonte, ha individuato alcuni esemplari di Aedes japonicus, una specie di zanzara fino a ora non presente in regione, giunta da noi dal vicino Canton Ticino dove è segnalata dal 2017. Questa nuova specie di zanzara è stata individuata in 6 comuni della provincia del Verbano-Cusio-Ossola (Verbania, Cannero Riviera, Oggebbio, Stresa, Crodo e Gravellona Toce) ma il suo areale è sicuramente più ampio di quello che è stato possibile accertare. L’indagine è tuttora in corso e proseguirà.

Aedes japonicus, una specie invasiva

Aedes japonicus è considerata una delle specie più invasive, tanto da essere stata inclusa nella lista del Global Invasive Species Database. Originaria delle zone temperate dell’estremo oriente, ha raggiunto gli Stati Uniti orientali alla fine del secolo scorso probabilmente con il commercio dei copertoni usati. Da allora è stata segnalata in più di 30 stati degli USA e in Canada. La prima segnalazione per l’Europa risale al 2000, in Francia, dopodiché è stata rinvenuta in numerosi Paesi, tra cui Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia, Ungheria e Croazia.

Il primo esemplare in Italia nel 2015

In Italia il primo esemplare è stato trovato nel 2015 in provincia di Udine, non distante dal confine con l’Austria. Da lì ha colonizzato almeno 58 comuni tra le province di Udine e Belluno, ad un’altitudine compresa tra i 99 e i 1263 m slm, anche in zone finora precluse alla zanzara tigre (Aedes albopictus). Le sue larve sono state ritrovate in varie tipologie di focolai: copertoni, vasi, sottovasi, tombini, vasche di fontane e recipienti di varie dimensioni.

Si tratta di una specie che dimostra una buona adattabilità e che è capace di colonizzare aree e ambienti anche differenti da quanto fatto finora dalla zanzara tigre. Essendo di recente introduzione, occorrerà considerare anche gli effetti di competizione nei focolai larvali con le specie autoctone o di precedente introduzione.

Le zanzare veicolano patologie

Aedes japonicus è considerata un vettore di patologie poco importante rispetto ad altre sue congeneriche, quali la zanzara tigre. Nonostante ciò, in laboratorio è stato possibile accertare la sua competenza per la trasmissione di nematodi (filarie) e alcuni virus che possono colpire l’uomo. Se il progetto sarà approvato dalla Regione Piemonte, le azioni di monitoraggio e lotta che realizzeremo saranno anche volte alla verifica della diffusione di questa nuova specie e al suo contenimento.

Per maggiori informazioni sulla lotta alle zanzare.

Torototela, qual è il significato di questa parola piemontese?

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Nino Costa poesia Torototela quadro "Trebbiatura nella campagna romana"

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Torototela: È il titolo di una bella poesia di Nino Costa (1886-1945). La traduzione potrebbe essere “cantastorie”; così lo cita in esergo di poesia Costa: “Menestrello campagnolo, estroso e vagabondo, di cara e giocosa memoria. Nelle feste e nelle baldorie paesane improvvisava, non senza grazia, la poesia la canzone e la satira di circostanza”.

Ma anche “antico e rozzo strumento musicale”. Il REP (Repertorio Etimologico Piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015) spiega come etimologia “Voce imitativa…dei ritornelli delle canzoni popolari e del suono dello strumento con cui il cantastorie si accompagnava”. E cita una fonte che affianca questo strumento al “corrispondente arabo Arababbah”.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

Non c’ è da stare allegri – L’8 marzo – Giampiero Leo, l’Assessore santo e pluralista – Lettere

Non c’ è da stare allegri

Nicola   Zingaretti, sempre con il sorriso, è stato anche lui contagiato dal Coronavirus. Era andato il 27 febbraio a Milano a brindare per un aperitivo,dicendo che la parola d’ordine sarebbe stata la normalità. Zingaretti è il segretario del Pd e il Presidente della Regione Lazio a cui dedica pochissimo tempo, in deroga ad ogni elementare logica del buon senso e della buona amministrazione. Qual è il messaggio che deriva ai cittadini da una situazione tanto grave ? Zingaretti non è un privato cittadino, ma ricopre due ruoli pubblici rilevanti. Il Presidente della Lombardia Fontana si esibisce in Tv con la mascherina , il Presidente del Veneto Zaia offende i Cinesi, dicendo che mangiano topi vivi, Berlusconi si rifugia in Svizzera con la nuova fiamma (una giovane deputata), facendo annunciare dall’ufficio stampa del Partito la frattura con la vecchia fidanzata. Salvini sta cercando di dare una spallata al governo  che certo non dà prova di capacità ad affrontare questi terribili frangenti. Non c’è da stare allegri. Sono tempi bui in tutti i sensi.
Il Parlamento resta aperto un  solo giorno alla settimana ,dando l’idea di una fuga di fronte al pericolo. Una classe dirigente di nominati e non di eletti dal popolo dà un’idea pessima di sé . Di fronte agli Italiani e all’estero. Il male da combattere è il virus ,ma certo i combattenti si rivelano quasi sempre inadeguati. Solo la scienza può salvarci,ma pure gli scienziati si dividono e anche loro vogliono esibirsi in Tv come i politici. E’ tutto molto triste. Sperare che ci salvi lo Stellone d’Italia,come si diceva un tempo,ritorna di moda. Ma forse bisogna sperare nella Divina Provvidenza che è l’unica vera “risorsa” che ci sia rimasta e che forse non meritiamo più  perché da Paese laico  siamo diventati  un Paese profano  senza moralità né pubblica né privata, dove la stessa idea di bene e di male, secondo il  semplice diritto naturale, appare confusa e contraddittoria.
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L’8 marzo

Oggi è l’8 marzo,  festa della donna. Non credo che ci saranno manifestazioni né distribuzione di mimose. Festeggiare sarebbe comunque fuori posto. Potrebbe essere anche l’occasione per rimeditare su certi estremismi femministi che nulla hanno a che fare con la parità di genere. L’estremismo che in parte può essere  storicamente giustificato dal predominio maschilista duro a morire,non è mai, sui tempi lunghi, la soluzione giusta. Uomini e donne nella loro diversità sono complementari e destinati ad essere una coppia e in molti casi una  famiglia. Oggi si parla di famiglie plurali, ma io resto alla famiglia naturale, così come delineata dalla laicissima Costituzione repubblicana. Mi ostino a restare legato a quella e solo a quella.
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Giampiero Leo, l’Assessore santo e pluralista

In occasione della recente commemorazione torinese di Giampaolo Pansa, organizzata dal Centro “Pannunzio”, l’unica che sia avvenuta in Italia, è emerso un articolo che il giornalista scrisse nel 1985 su Giampiero Leo, definito da Pansa l’Assessore santo. Prima di lui c’era stato solo La Pira, definito “ Sindaco santo” di Firenze,  il quale pensava più ai grandi incontri internazionali che ai problemi reali  della città. La Pira non fu un buon sindaco ,invece Leo si rivelò negli anni un politico molto  capace e concreto, con i piedi per terra, malgrado la sua figura ascetica. Nell’articolo di Pansa Leo appare come un democristiano che amava molto Moro ed apprezzava Bodrato e un ciellino, anzi il leader di Cl in Piemonte. Conobbi Leo in quell’anno, anche se forse ci eravamo visti all’università negli anni della violenza, quando sia lui che io rischiammo il linciaggio degli estremisti contestatori. Ci fece incontrare un comune amico, il prof. Nattero, grande medico, fondatore del Centro universitario per la cura delle cefalee. Iniziò allora  un rapporto che è durato negli anni. Leo è l’unico politico con il quale abbia avuto un rapporto così duraturo e leale nel corso dei decenni. Pansa definì Giampiero  anche un Assessore ecumenico e colse nel segno perché il suo pluralismo a 360 gradi  lo dimostrò con i fatti, sia come Assessore in Comune, sia come Assessore regionale alla Cultura, il migliore nel corso dei cinquant’anni di storia  della Regione. Nessuno come Leo ha dimostrato equilibrio, cultura, sensibilità, disponibilità all’ascolto e soprattutto a compiere gesti coerenti con il suo pensiero davvero liberale nel senso più altro del termine. Pansa aveva colto nel segno, vedendo in lui la discontinuità con il grigio decennio rosso a Torino e cogliendo in Giampiero la vera novità del nuovo corso. La novità non  erano  certo il Sindaco Cardetti e tanto meno l ‘ex Sindaco Porcellana. La Dc ebbe suoi uomini coinvolti nello scandalo Zampini che segnò il tramonto di Novelli. Il vero rinnovamento, perché limpido, onesto e colto era Leo, nessun altro. I partiti laici e i socialisti si presentarono alla ribalta della nuova amministrazione di pentapartito con uomini molto modesti. Quando Leo andò oltre, passando in Regione,segnò uno spartiacque netto con le Giunte di sinistra, ma anche con la gestione dell’Assessore democristiano Nerviani, un Preside novarese molto modesto. Con Leo Assessore la cultura poté tirare un sospiro di sollievo e visse il decennio migliore, direi il decennio aureo.
La parola pluralismo venne applicata anche a dispetto dei faziosi di destra che avrebbero voluto una gestione partigiana e addirittura punitiva dell’Assessorato alla cultura, copiando, sia pure ribaltato,lo schema egemonico imposto dalla sinistra. Leo seppe resistere e mantenere un equilibrio istituzionale. Non so se Pansa abbia avuto modo di incontrare Leo in tempi recenti. Una volta i due si incontrarono al Premio” Pannunzio” che venne conferito al giornalista quand’era sotto violento attacco da parte dell’ ANPI. Sono però certo che Pansa avrebbe potuto scrivere un secondo articolo, confermando i giudizi espressi tanti anni prima su Leo.
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Lettere    scrivere a quaglieni@gmail.com

Il virus e il libero pensiero
Non crede, con i suoi articoli in effetti molto fuori dal coro, di costruire a destabilizzare la coesione nazionale di fronte alla lotta contro il virus ?      Gino Fini
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Il libero pensiero ha un suo ruolo sempre. Benedetto Croce, di fronte alla Grande Guerra, quando gli chiesero di porsi al sevizio della Causa nazionale, disse che la Nazione aveva bisogno di uomini di cultura liberi e indipendenti come della pudicizia delle sue donne. Per altri versi, vedendo le vie del centro di Torino piene di gente ammassata, mi sembra che gli inviti del Governo non siano rispettati senza nessun intervento volto a cambiare le cose.
Barbero e il Risorgimento
Vedo con piacere che Alessandro Barbero difende, si può dire da solo ,il Risorgimento italiano dagli attacchi neo borbonici. Cosa ne pensa ?           Luisa Frola  
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Sono contento che difenda il Risorgimento,anche se sconfina sempre di più dalle sue competenze di storico del Medio Evo. Barbero è un uomo televisivo,un tuttologo . Niente a che vedere con studiosi come Umberto Levra o anche solo con eruditi come Adriano Viarengo. I tempi in cui Adolfo Omodeo difendeva il Risorgimento contro gli attacchi di Gobetti sono lontanissimi, come sono lontani quelli in cui Rosario Romeo difendeva le ragioni della unificazione “regia” e cavouriana dalle critiche di  Gramsci. Oggi dobbiamo accontentarci di Barbero a cui “Torino Magazine” ( forse a corto di vip)  dedica la copertina: un pinerolese  che insegna a Vercelli, molto  poco torinese, ma va bene lo stesso. Oggi sta  davvero cambiando tutto.

L’era del cialtrone bianco

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Coronavirus

PAROLE ROSSE  di Roberto Placido / La bella canzone del maestro Franco Battiato mi ha fornito l’ispirazione per il titolo di Parole Rosse di questa settimana relativa al periodo che stiamo vivendo a causa dell’epidemia del Coronavirus o Covid19 che dir si voglia. Stiamo assistendo, in una situazione di vera emergenza, ad alcuni comportamenti, da parte di chi ha la responsabilità ai vari livelli e nei vari settori chiamati a gestire il problema, che non avremmo voluto vedere, leggere o sentire.

In una “hit parade” al contrario oppure in testa ad una “schif parade”. Al primo posto, incontrastato, troviamo il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana con quell’incredibile video dove maldestramente cerca di infilarsi una mascherina medica. Mi sono chiesto cosa hanno fatto di male i lombardi, oltre a votarlo, per subire una scena del genere?! Video che ha fatto il giro del mondo, di tutte le principali televisioni, giornali e siti. Un danno miliardario incalcolabile all’economia della Lombardia e dell’Italia.

Ha incominciato a prendere plasticamente forma l’inadeguatezza della classe politica italiana. Bisogna considerare che l’avvocato Attilio Fontana si trova alla guida della regione economicamente e finanziariamente più forte d’Europa con una percentuale di PIL (prodotto interno lordo) più grande di diversi stati europei. Gli ha fatto subito eco, in un ideale pareggio destra-sinistra, Luca Ceriscioli, insegnante, Presidente della Regione Marche che incurante delle decisioni del governo e delle indicazioni e nonostante la fase iniziale e la distanza dai principali focolai dell’epidemia, tutti nel nord Italia, chiudeva le scuole marchigiane. E’ evidente che l’essere un’insegnante diventa un’aggravante ed ha pesato, sciaguratamente di più, la prossima scadenza elettorale. Nell’olimpo di questa infame classifica un posto lo prende anche il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, ex ministro dell’agricoltura e considerato uno dei più capaci amministratori leghisti, immaginate gli altri, con le dichiarazioni sui cinesi che non si lavano e mangiano i topi e sul nostro “primato” nell’igiene della persona. Sarà stato per quello che i nostri cugini francesi, ai quali spesso facciamo notare la mancanza dai loro bagni domestici di uno degli accessori atti all’igiene personale, hanno risposto con quel vergognoso servizio televisivo di Canal+ sulla pizza corona con “bieco” pizzaiolo che prima di infornarla aggiunge un catarrotico sputo. Le dichiarazioni di Zaia hanno creato frizioni con la Cina e altri danni economici incredibili in una situazione sempre più difficile in un paese fermo e, oramai, in recessione. A poco sono servite le successive scuse. Come si dice dalle sue parti “peggio il tacon del buso” (il taccone peggio del buco). Zaia avrà avuto un rigurgito di campanilismo in ossequio ad uno dei detti più conosciuti di una delle più importanti città venete, Vicenza, ed ai suoi cittadini definiti “magna gatti”. Qui si affonda nella leggenda, fine ‘600, con la città colpita dalla peste portata dai topi e Venezia che manda in soccorso un esercito di topi. Debellata la peste per risolvere il problema della sovra popolazione felina, si dice, che li mangiarono e da questo il detto. Ma tornando al problema Coronavirus, è evidente la frammentazione delle istituzioni, con troppe competenze tra i vari livelli ed un’assenza di una catena di comando chiara.

 

Un comportamento del governo, bulimico nelle dichiarazioni ed esternazioni, a zig zag passando da un rigore di facciata, all’inizio della vicenda, con la chiusura dei voli diretti dalla Cina, quando la maggior parte arrivavano, con voli con scalo intermedio, invece della quarantena. Quarantena che, perfida rivincita, impone oggi la Cina a tutti gli arrivi dall’Italia. Con una Protezione Civile debole e tentennante. Per non parlare della telenovela partite di calcio della serie A, a porte chiuse, aperte, a metà, e non per la serie B-C-D ecc. Andate a vedere un video di una partita interna del Benevento, attuale capoclassifica della serie B, per capire la densità di presenza di tifosi. Piccola parentesi calcistica, un sistema che vale il 2% del nostro PIL non può essere lasciato in mano a, quando va bene, dei dilettanti. Poi la vicenda scuole e tutto il resto. Prepariamoci ad affrontare il picco di contagiati-malati-decessi, come dicono gli esperti, che se smettessero di litigare, in qualche caso, sarebbe meglio. Speriamo che trovino quanto prima, un anno? il vaccino e proviamo a mantenere la calma, rispettare le minime regole di igiene e di una prudente socialità. Gli esempi sarebbero, purtroppo, talmente tanti che bisognerebbe fare alcune puntate ed è meglio che mi fermi qui. Alcune riflessioni finali, molti hanno scoperto l’importanza della sanità pubblica e lo straordinario livello di chi ci lavora. La scarsità, dopo decenni di tagli dissennati sia da parte di giunte e governi di destra che di sinistra, dei posti letto negli ospedali ed in particolare quelli di terapia intensiva. La scarsità di adeguati fondi alla Ricerca e di tanti, troppi, ricercatori quarantenni da sempre precari. La scomparsa dei “NO VAX”, non se ne trova uno nemmeno a pagarlo. Ma su tutto, fino ad ora, ha stupito positivamente la compostezza, della stragrande maggioranza degli italiani, nell’affrontare serenamente, con compostezza, questa straordinaria emergenza. A parte la fantasia, che ha scatenato una circolazione di vignette e frasi esilaranti, che aiuta ad affrontare con un po’ di leggerezza una fase molto difficile, gli italiani si dimostrano, se mai ce ne fosso stato bisogno, molto meglio di chi li rappresenta.

La storia dei Savoia, la dinastia più longeva di tutte le casate europee

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Matrimonio Re Umberto I con Margherita di Savoia

Rubrica a cura di Somewhere Tour & Events

Ma quale fu il segreto che permise ai Savoia di trasformarsi da semplici “conti” nei futuri Re d’Italia? Forse più di uno, ma sicuramente furono in grado di creare un utile stato cuscinetto a ridosso dei valichi alpini, che divideva le grandi potenze europee dell’epoca. Gli storici rilevano spesso l’indole guerrafondaia della dinastia sabauda, che non per nulla potrà vantare nel 1700 una delle migliori accademie militari d’Europa. Tuttavia, l’esercito sabaudo era l’esercito di uno stato povero e non poteva certo competere, sul piano militare, con le corone di Francia, di Spagna o d’Austria.

Sarà nell’abile politica delle alleanze che il ruolo del piccolo e povero stato sabaudo sarà cruciale, arrivando addirittura a capovolgere gli esiti delle grandi guerre che attraversavano l’Europa tra il ‘600 e il ‘700. E, il miglior modo di fare le alleanze, allora come oggi, è quello dei matrimoni. I Savoia avevano la capacità di imparentare la loro numerosa prole attraverso matrimoni strategici con gli eredi di tutte le più importanti casate dell’epoca. E non per nulla, le Madame dei Savoia saranno in grado di condurre una propria politica e di governare anche a lungo come reggenti, contribuendo a stabilizzare gli instabili equilibri dell’epoca.

La storia dei Savoia comincia con la Contessa Adelaide

Questa lunga storia, non a caso, incomincia da un matrimonio con una donna straordinaria: la Contessa AdelaideSiamo alla fine del X secolo e, prima di questo matrimonio, i Conti di Savoia non si erano affacciati al di qua delle Alpi. Adelaide si sposa con Oddone, figlio del Conte Umberto di Biancamano, a sua volta figlio di un mitico Beroldo della casa Sassone, capostipite della casata cui sarà assegnata una contea che faceva perno sull’attuale Savoia. La Marca della Contessa Adelaide, invece, tagliava trasversalmente il Piemonte da Ivrea fino ad Albenga, sul mare, tenendo dentro anche i valichi alpini e quindi l’accesso alla Val di Susa. Così i Savoia iniziano ad interessarsi ai territori subalpini. Ma sarà una strada lunga: Adelaide, che morirà centenaria nel 1091, dopo essere sopravvissuta a 3 mariti e 3 figli, lascerà lo stato in un vuoto politico che durerà a lungo. 

I Conti di Savoia, insieme ai Principi d’Acaja, ramo collaterale della famiglia, li ritroviamo già verso la fine del ‘200 e poi con l’epoca degli Amedei tra il ‘300 e il ‘400. Tra tutti, ci piace ricordare Amedeo VI, il Conte Verde, che fu personaggio davvero cruciale. Oggi vi aspetta proprio davanti al municipio, nel monumento commissionato da Carlo Alberto a Pelagio Palagi nel 1830, forse posto lì per ricordare che fu il primo Signore di Torino non solo a riconoscere le leggi comunali, ma a riordinarle tutte in un codice coerente che verrà incatenato a una delle colonne dell’ingresso del Palazzo di Città. 

Da Conti a Duchi, con Amedeo VIII Duca di Savoia

Il passaggio da Conti a Duchi i Savoia lo fecero con un personaggio davvero originale: Amedeo VIII, che nel XV secolo si autonominò Duca ed anche Papa! Ma è solo con il Duca Emanuele Filiberto, che deciderà di spostare da Chambery a Torino la capitale del ducato sabaudo, che si apre la stagione moderna della dinastia. Siamo negli anni ‘60 del ‘500, gli anni in cui nasce per volere del Duca la Cittadella di Torino, fortezza militare all’avanguardia per l’epoca e che segna il passaggio verso Torino Capitale. E proprio con Emanuele Filiberto prima e poi con suo figlio Carlo Emanuele I, i successori e le madame reali Cristina Di Francia e Giovanna Battista di Savoia Nemours che Torino incomincia ad assumere l’aspetto che ancora oggi ammiriamo in tante vie del centro storico.

Oltre alla politica dei matrimoni è il momento della politica d’immagine: il territorio diventa rappresentazione del potere e, per stare alla pari con le grandi case europee dell’epoca, Torino si dota di una nuova urbanistica e di una Corona di palazzi (la corona di delizie) utile a far apparire molto più ricco e potente di quanto non fosse, lo stato dei Savoia. Con Carlo Emanuele I nascerà anche quel gusto per il collezionismo che porterà alla raccolta di oggetti d’arte e archeologici, di codici miniati e di armi che sono all’origine del grande polo museale torinese di oggi. Questo patrimonio fa parte integrante della politica d’immagine, rappresentata plasticamente e pittoricamente nei fregi e nelle decorazioni delle varie anticamere della Sala del Trono a Palazzo Reale, vere e proprie immagini utili a impressionare diplomatici e ambasciatori degli stati limitrofi.

Torino metropoli europea grazie ad architetti e urbanisti scelti dai Savoia

Tra il ‘600 e il ‘700 Torino diventa una metropoli europea: cambia volto anche grazie alla capacità dei Savoia di individuare architetti e urbanisti del livello di Guarini e di Juvarra. È la Torino della Madame Reali e soprattutto di Vittorio Amedeo II, personaggio chiave, che si inserisce nella guerra di successione al trono di Spagna – scoppiata nel 1701, cambiando segretamente alleanza e passando da quella francospagnola (a cui era cooptato) a quella Austriaca, grazie alla parentela col principe Eugenio di Savoia Soissons della casa d’Austria. Sono gli anni dell’Assedio e della Battaglia di Torino (1706) in cui le truppe austropiemontesi batteranno il nemico franco-spagnolo. In cambio dell’alleanza con l’Austria, a Utrecht nel 1713, i Savoia acquisiranno così la corona di Re di Sicilia.

Il XVIII secolo si chiude con la Rivoluzione Francese e per i Savoia è l’ora dell’Esilio. Torneranno nel 1815 tentando la difficile e antistorica operazione della restaurazione. Ma i tempi sono cambiati: a Vittorio Emanuele I succederà Carlo Felice che non avendo eredi passerà il potere al ramo dei Savoia Carignano, nella persona di Carlo Alberto. Il Sovrano dovrà gestire il difficile momento di transizione tra l’ancièn régime, ormai sulla via del tramonto, e le richieste popolari. È lui a concedere lo Statuto e ad aderire al progetto delle guerre di indipendenza anche se, tra mille ripensamenti, sarà lui a riplasmare ancora una volta la città, lo stesso Palazzo Reale e ad aprire al pubblico le collezioni riservate un tempo a studiosi o personaggi illustri. Suo figlio Vittorio Emanuele II al termine del complicato periodo delle guerre d’indipendenza si ritroverà così ad essere Re d’Italia. Non saranno anni facili, quelli della monarchia parlamentare, su cui ancora tanti capitoli rimangono aperti, ma certo il XX secolo segnerà la fine del millenario regno dei Savoia. Dopo le vicende del Fascismo e della II Guerra Mondiale, i Savoia verranno esiliati e nascerà la Repubblica Italiana.

 

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