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Rubriche - page 17

L’isola del libro

in CULTURA E SPETTACOLI/Rubriche

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

 

John le Carré  “La spia corre sul campo”   – Mondadori-  euro  20,00

L’88enne scrittore inglese David John Moore Cornwell, che da quasi 60 anni firma i suoi libri ad alto tasso di adrenalina con lo pseudonimo John le Carré, ambienta la sua ultima spy story al tempo della controversa Brexit e inventa una spia che incarna lo stato d’animo di un patriota deluso. E’ Nat, 47 anni, vanta una genealogia affascinante: il padre, un malinconico maggiore delle Guardie Scozzesi, mentre la madre -discendente da nobile famiglia russa scampata alla rivoluzione- era propensa a spassarsela con ammiratori vari. Negli ultimi 25 anni Nat è stato membro dei Servizi Segreti Britannici, fedele fino al midollo alla sua Regina. Se era convinto che il suo lavoro di agente segreto volgesse verso una meritata pensione, è costretto a rivedere i suoi piani perché un nuovo incarico lo attende. Deve riesumare e rendere operativo il “Rifugio”, sezione russa con base a Londra, più che altro “…una succursale in disuso….discarica per disertori da quattro soldi ricollocati e informatori allo sbando di infima categoria..” Ecco Nat alle prese con più problemi: oligarchi russi che nella city riciclano soldi sporchi, reclutamento di amanti di suddetti oligarchi, la moglie blasonata di uno dei capi dell’MI6 che intrallazza con i miliardari russi e mette i bastoni tra le ruote alle spie che cercano di incastrarli. Insomma gli elementi per una bella spy story ci sono tutti. Aggiungete personaggi interessanti come la giovane Florence (idealista che svetta a capo della scalcagnata squadra del Rifugio), la moglie paziente e la figlia ribelle di Nat, il ricercatore Ed (che odia la Brexit Trump e Putin). Collocateli tutti sullo sfondo di un’Inghilterra in cui non ci si riconosce più, ed avrete tutte le coordinate per un libro che trasuda anche una certa rabbia politica.

 

Dolores  Reyes  “Mangiaterra”  -Solferino-  euro  17,00

E’ un indimenticabile personaggio femminile quello creato dalla scrittrice argentina Dolores Reyes, nata a Buenos Aires nel 1978, femminista, insegnante e madre di 7 figli, che dedica questo libro di esordio alla memoria di due adolescenti vittime di femminicidio. Inutile dire che il romanzo è un caso politico oltreché editoriale, perché onora la memoria delle giovani Melina Romero e Araceli Ramos, uccise dalla brutalità maschile e i cui resti riposano in un cimitero nell’area metropolitana della capitale argentina.

Protagonista di queste intese 205 pagine è Mangiaterra, ragazzina che scopre presto di avere un potere misterioso. Un dono che è anche una maledizione.

Le basta inghiottire un pugno di terra perché le appaiano persone morte o scomparse, e vedere che fine hanno fatto. Ha iniziato mangiando la terra sulla tomba della madre, nella speranza di sentirla ancora vicina per qualche istante. Ed è la sua prima visione agghiacciante perché scopre che è stata picchiata a morte dal marito…e dopo nulla sarà mai più come prima.

Da allora diventa una sorta di veggente, dapprima vista con sospetto; poi la notizia del suo dono si diffonde e a lei finisce per rivolgersi un’umanità dolente in cerca di risposte sulla sorte dei suoi cari. Nei sobborghi miseri di Buenos Aires le tragedie sono una costante: donne e bambini spariscono o vengono uccisi quotidianamente. E’ a Mangiaterra che chiedono aiuto i parenti: la conducono su tombe o luoghi cari ai scomparsi, lei affonda le mani in zolle e segreti racchiusi nel suolo, il suo corpo e la sua anima si contraggono e il suo sguardo scalfisce la nebbia che avvolge una morte, una prigionia, una scomparsa. Lei può regalare speranze oppure annunciare una morte. E lei può fare giustizia smascherando mostri assassini, trovando donne tenute prigioniere da folli, indicando corpi martoriati e occultati in sepolture nascoste. Può restituire alle famiglie angosciate i cari che davano per persi e regalare il sollievo della pace alle anime di chi non tornerà più, ma almeno avrà una degna sepoltura.

 

 

Juan José Saer  “Il fiume senza sponde”  -La Nuova Frontiera – euro 18,00

E’ un reportage tra storia, antropologia, follie, aneddoti e ricordi: di fatto un trattato immaginario sul Rio de la Plata, corso d’acqua immenso in cui confluiscono i fiumi Uruguay e Paranà. E’stato scritto e pubblicato nel 1991 da uno dei massimi scrittori argentini della seconda metà del 900, Juan José Saer (nato nel 1937, morto nel 2005), ora tradotto da Nuova Frontiera. Sulle sponde del Rio de la Plata -dove sorgono le metropoli di Buenos Aires e Montevideo- nel 1516 c’era l’assoluta desolazione.

Fu scoperto da Juan Diaz de Solís che lo chiamò Mar Dulce; però, ironia della sorte, proprio lì fece una fine orrenda. Appena sbarcato con un piccolo contingente di uomini fu assalito dagli indios che a colpi di frecce, lance e mazze lo massacrarono e mangiarono crudo insieme ai suoi compagni, tutto sotto gli occhi inorriditi dei marinai rimasti sulla nave. A detta di storici equilibrati, de Solis e i suoi uomini furono considerati cacciagione e come tali braccati e uccisi.

Parte da lì, Saer –narratore colto e profondo- per mettere a fuoco credenze e usanze degli indigeni che abitavano la zona. Poi ripercorre le rotte di altri navigatori come Magellano e Caboto,  per arrivare alle fasi della fondazione e dello sviluppo di Buenos Aires. Città tra le più affascinanti e complesse al mondo: dalla fase coloniale in cui era un agglomerato di ranchos squallidi e poveri, poi lo sviluppo da metà del 1700, fino agli anni terribili della dittatura militare e dei desaparecidos. Ed è proprio il Rio de la Plata la tomba per migliaia di prigionieri che, dopo essere stati sequestrati e torturati, venivano storditi col pentotal, caricati su aerei ed elicotteri della marina e gettati, ancora vivi, in mare e nel grande fiume.

 

 

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

La triplice fragilità italiana – Un’ambizione naufragata – E’ mancato Pier Luigi Berbotto

La triplice fragilità italiana

Oggi l’ Italia è ad un punto della sua storia che è senza  senza precedenti. La pandemia devastante ha provocato e si accompagna  ad  una crisi economica rovinosa. Ma rispetto ad altri paesi l’Italia sta vivendo anche  un momento di grande discordia istituzionale che si manifesta nel dissidio tra Stato e regioni e tra singole regioni. Il governatore della Campania parla addirittura di confini regionali. Lo Stato appare debole e forte nello stesso tempo perché non c’è un governo  con persone autorevoli e adeguate che abbia il necessario sostegno nazionale, anche se molti provvedimenti del governo – i decreti del presidente del Consiglio dei ministri – non passano attraverso il vaglio del Capo  dello Stato e l’approvazione delle Camere ,malgrado tocchino libertà sancite dalla Costituzione. In questo contesto  confuso ed autoritario nello stesso tempo appare vistosa l’assenza del Parlamento e delle alte cariche dello Stato. Il contrasto tra regioni è indice del disfacimento dello Stato unitario. E c’è chi, non capendo cosa accade , invoca un’assemblea costituente. Una  vera torre di Babele  in momenti in cui ci dovremmo sentire responsabilmente tutti nella stessa barca. Nella storia italiana non c’è una pagina così negativa. Caporetto al confronto appare una piccola cosa. Se poi aggiungiamo la sostanziale avversità dell’Europa  nei nostri confronti, abbiamo il quadro completo di una situazione di cui forse non ci rendiamo neppure conto e dalla quale potrebbe determinarsi un vero conflitto sociale provocato dalla crisi e dalla miseria. Affidiamoci allo Stellone d’Italia, ma questa volta forse non sarà sufficiente.
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Un’ambizione naufragata

Licia Mattioli, già vicepresidente di Confindustria e della Compagnia di San Paolo è stata sonoramente battuta come candidata presidente di Confindustria dove ha voluto ad ogni costo restare ostinatamente  in lizza fino all’ ultima ora . Non rientrerà  neppure nella Compagnia di San Paolo. Alcune sue  affermazioni polemiche  dopo la sconfitta indicano una certa mancanza di stile in un momento in cui il mondo imprenditoriale dovrebbe essere più che mai unito. Non ho mai avuto nulla di personale contro questa intraprendente signora  che in pochi anni ha scalato anche la presidenza dell’ Unione Industriale di Torino. E’ ardimentosa, a volte persino aggressiva, con un carattere spesso spigoloso che in questa occasione  ha avuto  contro di se’  anche il fatto di rappresentare  la continuità con uno dei peggiori presidenti di Confindustria. Non posso tuttavia dimenticare un episodio di tre anni fa quando, seduta vicino a me, applaudi’ un relatore che invocava la chiusura dei covi neofascisti, mentre a Torino stava avvenendo un’aggressione  violentissima  dei centri sociali nei confronti della Polizia la quale stava tutelando un legittimo comizio elettorale dell’estrema destra. In quella sala pochissime persone applaudirono il relatore che per la sua faziosità  perse  da quella sera la mia stima. Quell’applauso della vice presidente di Confindustria mi sorprese molto e mi rivelò  una posizione  politica che non avrei mai potuto condividere.
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E’ mancato Pier Luigi Berbotto

E’ mancato giovedì scorso lo scrittore Pier Luigi Berbotto, noto soprattutto per il suo romanzo “Concerto rosso” edito da Mondadori. Lo conobbi oltre trent’anni fa e ho mantenuto un rapporto di amicizia e di stima con lui. Ho il solo rammarico di non averlo frequentato  con la assiduità che meritava. Ho sempre letto i suoi libri ,ma mi è mancato il rapporto umano con lui. Nella galassia degli scrittori piemontesi era l’unico degno di essere letto. Non ha avuto il successo letterario che meritava, ma questo ci porterebbe a considerazioni molto amare sull’editoria, sulla critica e sul giornalismo. Era amico di Giovanni Arpino e seppe come lui dimostrare indipendenza e dignità, non barattando mai nulla per perseguire il successo. Ora le sue opere parlano per lui ed esse non sono destinate all’oblio come quelle di tanti scrittorelli legati all’effimero o alla faziosità politica. Ci trovammo a ricordare insieme l’amico comune Piero Passaggio ai suoi funerali ed apprezzai il suo discorso sobrio,partecipato, profondo. Anche nella quotidianità era un uomo degno di stima. La sua morte lascia un vuoto incolmabile in molti. Peccato non aver potuto presentare il suo ultimo libro “Uno sguardo oltre la siepe” che rappresenta il suo estremo messaggio  e avrà il successo che merita.
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Scrivere a quaglieni@gmail.com

#iosorrido, il coinvolgente progetto fotografico di Barbara Odetto e Alessandro Lercara

in Rubriche
#iosorrido, il coinvolgente progetto fotografico di Barbara Odetto e Alessandro Lercara

Rubrica a cura di ScattoTorino

Da un anno e mezzo ScattoTorino racconta i protagonisti della città. A dar loro voce è la giornalista Barbara Odetto, che ha creduto nel format ideato da Carole Allamandi sin dagli inizi. Questa volta, però, i ruoli si invertono e Carole intervista Barbara che, come addetta stampa e giornalista di moda e lifestyle, è abituata a lavorare “dietro le quinte” per dare luce ai clienti o ai tanti cantanti e attori che intervista. Come copywriter e titolare di un’agenzia di comunicazione, sono invece le campagne pubblicitarie a parlare per lei. Con lei intervista anche Alessandro Lercara, fotogiornalista e reportaggista da oltre 20 anni che ha mantenuto viva la propria produzione artistica personale ottenendo riconoscimenti di cui il più recente è la vittoria del concorso fotografico indetto dal UNHCR – Agenzia ONU per i rifugiati – dal titolo Per Amore. Perché ScattoTorino dedica loro spazio? Perché sono gli autori di #iosorrido: un progetto fotogiornalistico che si sta muovendo sui social e che in pochi giorni ha riscosso molto interesse. In dieci anni di amicizia, Barbara e Alessandro hanno collaborato insieme sia per alcuni magazine sia per dei clienti comuni. Nel 2012, dopo aver visitato i Campi di Concentramento e Sterminio di Auschwitz-Birkenau con il Treno della Memoria, hanno dato vita ad un progetto fotogiornalistico che successivamente si è trasformato in una mostra che ancora oggi viene richiesta da enti privati durante il Giorno della Memoria o il 25 aprile: Echi da Auschwitz. Viaggio nella memoria attraverso le immagini di Alessandro Lercara e i testi di Barbara Odetto.

Barbara, come è nato #iosorrido?

In quarantena nelle nostre case, come tutti, a causa del Coronavirus, qualche giorno fa Alessandro Lercara ed io, parlando al cellulare, ci siamo chiesti come avremmo potuto fare qualcosa di utile. Il nostro lavoro è sempre stato raccontare e confrontandoci abbiamo capito che in questi giorni così difficili volevamo provare a dare un punto di vista positivo. Così, proprio ora che una mascherina davanti alla bocca è sinonimo di rispetto per il prossimo, è nato #iosorrido”.

Alessandro, di cosa si tratta?

“È un reportage che vuole documentare questo periodo così surreale attraverso le parole e le immagini di chi da ormai un mese è forzatamente in casa ed esce solo per lavoro o per svolgere le mansioni previste dalla legge. È un invito a cercare dentro di sé uno o più aspetti positivi di questo momento storico, un hashtag per sentirsi uniti a distanza e per trasmettere forza a chi fatica a ritrovare il bello nel quotidiano”.

Barbara, sorridere durante la pandemia può sembrare in controtendenza?

“In effetti, durante i numerosi brainstorming che hanno preceduto la nascita del progetto e il relativo lancio sui social, Alessandro ed io ci siamo chiesti più volte se fosse giusto sorridere durante questa terribile emergenza causata dal Covid-19 che, come purtroppo testimonia quotidianamente la cronaca, sta cancellando una generazione e distruggendo gli affetti più preziosi. Ci siamo domandati se fosse irrispettoso verso le vittime, i contagiati e le loro famiglie. Poi abbiamo pensato che forse tutti abbiamo bisogno un sorriso, di un momento spensierato per spezzare la tensione. Questo virus è democratico e in maniera diversa colpisce tutti: chi è stato contagiato, i medici che lottano ogni giorno e quando tornano a casa devono stare lontano dalla famiglia, i professionisti e i commercianti obbligati a rinunciare al lavoro, chi invece ogni giorno lavora con la paura di contrarre la malattia. Forse un sorriso può alleviare la tensione e distogliere per un attimo il pensiero da questo dramma”.

Alessandro, come si partecipa a #iosorrido?

“Chi desidera far parte della community può inviare un’email a iosorridoprogetto@gmail.com oppure contattarci su Facebook e Instagram. Le pagine si chiamano Iosorrido. Ognuno dei protagonisti deve mandarci 3 foto orizzontali in alta risoluzione indicando il nome dell’autore: un primo piano dove si vede solo il viso coperto dalla mascherina, una a figura intera o a mezzo busto, sempre con la mascherina indossata, e un primo piano con la mascherina che pende da un orecchio che useremo a fine quarantena. Le foto possono essere scattate in casa, sul balcone, in cortile, per strada mentre si fa la spesa o si svolge una delle attività consentite dalla legge. Io effettuerò la post produzione in modo che ogni immagine sia perfetta e in linea con lo stile del progetto e in alcuni casi ho potuto scattare personalmente le foto con un teleobiettivo, che mi ha permesso di rimanere ad una distanza di almeno 5 metri, durante i miei spostamenti per i servizi fotogiornalistici. I partecipanti dovranno poi rispondere a 3 domande che invieremo e che saranno studiate specificamente per la persona, delle quali una è il leit motiv del progetto: per chi o per cosa sorridi? A tutti sarà richiesto infine di compilare la liberatoria che inoltreremo”.

Barbara, come evolverà il progetto dopo la quarantena?

“In questa prima fase le foto e le interviste saranno pubblicate sui social, ma un giorno ci piacerebbe allestire una mostra o pubblicare un libro per testimoniare il periodo storico e per ringraziare chi ha creduto nell’iniziativa”.

Alessandro, è difficile lavorare al progetto insieme, ma distanti?

“La tecnologia ci aiuta, ma ci sentiamo spesso per definire il piano editoriale e verificare i materiali che riceviamo. L’energia positiva di #iosorrido è stata capita e in tanti ci hanno già inviato foto e interviste. La partecipazione è così elevata che anche noi ci siamo stupiti e queste persone, senza saperlo, non solo ci hanno regalato i loro sorrisi, ma hanno fatto sorridere anche noi”.

Torino per voi è?

Barbara: “Una bella signora che si svela a poco a poco. Molti amici stranieri, quando vengono a Torino, rimangono impressionati dalla sua bellezza e dal patrimonio artistico e culturale che impreziosisce le nostre piazze e le nostre vie. Io stessa a volte scopro angoli affascinanti che non conoscevo”.

#IOSORRIDO

Alessandro: “Una fonte continua d’ispirazione, una città molto regolare nelle forme che cela un’energia e un temperamento forti. Quel temperamento che l’ha resa precursore di molteplici invenzioni e capace di distinguersi nel mondo. Torino è il luogo in cui mi sento protetto e allo stesso tempo libero”.

Un ricordo legato alla città?

Barbara: “Come addetta stampa seguo eventi moda che vedono la partecipazione di moltissime persone. Ricordo l’emozione che provo poco prima di far entrare il pubblico. Mi piace sapere che noi Torinesi non siamo poi così immobili come spesso veniamo descritti e sono contenta, nel mio piccolo, di contribuire a far conoscere un’anima dinamica della città. Perché Torino è così: può sembrare distratta e non interessata, ma se sai affascinarla, risponde con il cuore. ScattoTorino lo dimostra ed anche #iosorrido”.

Alessandro: “Come fotogiornalista ho avuto il piacere di documentare molti degli avvenimenti accaduti nella mia città negli ultimi 20 anni ed è bellissimo vedere l’energia con cui partecipa Torino, il senso d’appartenenza dei Torinesi e il sorriso di soddisfazione che ho visto nascere più volte alla richiesta di informazioni da parte di un turista in visita. Perché all’apparenza Torino è austera, ma ha un cuore enorme”.

Coordinamento e intervista: Carole Allamandi

Ph: Alessandro Lercara

Nella foto di copertina (da sinistra in alto): Barbara Odetto giornalista e addetta stampa, Alessandro Lercara fotografo, Sergio Rosso responsabile degli Asili Notturni e dell’associazione Piccolo Cosmo, Maurizio Maina imprenditore agricolo, Rosanna Tonello pensionata ed ex sarta, Virginia Sanchesi organizzatrice di eventi, Luciano Gallino dirigente d’azienda, Erika Lercara fiorista, Ivan Bert musicista, Barbara Bonassin impiegata comunale, Antonella Moira Zabarino presidente di Progesia, Carole Allamandi imprenditrice, Beppe Tamburino running motivator.

N’aso carià ‘d sòld, il profondo detto piemontese

in Rubriche
N’aso carià ‘d sòld, il profondo detto piemontese
Asini detto

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi 

N’aso carià ‘d sòld. Un modo di dire piemontese che letteralmente si traduce “un asino carico di soldi”. Il significato è profondo: si riferisce a persona che per quanto si abbellisca di orpelli, di soldi, se non arricchisce il suo animo resta comunque quel che è. “In effetti un asino anche se lo carichi di ornamenti, gioielli e lo si tappezza di banconote rimane sempre un asino

[Vedi: Piero Abrate – Pino Perrone, Modi di dire piemontesi, prefazione di Albina Malerba, disegni di Dario Allolio, Genova, Ligurpress, 2016, pp. 366].

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

Cossiga che seppe guardare lontano – Coronavirus, crisi economica ed Europa

 

Cossiga che seppe guardare lontano

Francesco Cossiga è mancato dieci anni fa .E’ stato uno dei Presidenti della Repubblica più discussi che si rivela con il passare degli anni uno degli statisti più lucidi della storia repubblicana. Egli colse prima di ogni altro la crisi della I Repubblica successiva al crollo del Muro di Berlino e allo sconquasso degli equilibri europei e internazionali derivati dalla fine dell’ Unione Sovietica. Ebbe chiara la necessità di rinnovare l’impianto istituzionale italiano a cui si rivelò sorda la classe politica dei partiti di governo e di opposizone. Si dimise da Presidente nella primavera del 1992 ,alla vigilia di Tangentopoli che fece collassare il sistema dei partiti ,complice una magistratura che era debordata dai suoi ruoli per assumere una funzione giustiziera e moralizzatrice che Cossiga ebbe il coraggio di denunciare. Come uomo politico democristiano venne meno allo stereotipo del conformismo e del moderatismo proprio di una certa politica. Come è stato ricordato di recente ,cercò anche di porre in evidenza il problema della catena di comando in tempi di emergenza ,un tema che si sta rivelando molto attuale in questi tempi in cui il Parlamento è assente nel dibattito e ratifica a posteriori l’ operato del governo.  Cossiga denunciò con chiarezza la fine di un regime partitocratico non democratico e di una Magistratura politicamente schierata . Non venne ascoltato o addirittura venne considerato un pazzo. In effetti, se rileggiamo oggi certi suoi discorsi e certi messaggi al Parlamento comprendiamo la sua lungimiranza che la storia finirà di riconoscergli. Ho avuto rapporti personali con Cossiga quand’era Presidente e conobbi la raffinatezza politica dell’uomo e la sua intelligenza che lo ponevano molto al disopra dei vari Occhetto e De Mila allora predominanti .

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Coronavirus, crisi economica ed Europa

Forse stiamo lentamente uscendo dalla fase più acuta della pandemia che l’ Italia non ha saputo o voluto affrontare per tempo,come dimostrano i Tg e i giornali di gennaio 2020 quando tanti politici dimostrarono di aver sottovalutato la gravità dell’epidemia . Solo alla fine di febbraio si cominciò ad agire seriamente, anche se le mascherine restano un problema ancora oggi. Siamo invece nel pieno di una crisi economica che può ammazzare l’Italia ,rendendola un Paese marginale forse ancora peggiore della Grecia .Il Governo non appare idoneo a mettere in campo provvedimenti adeguati, anzi la scelta verso il credito e il conseguente ulteriore indebitamento delle aziende in crisi appare scellerata ,come scellerato appare il ricorso ad una patrimoniale. L’ Europa finora ha dimostrato di non voler realmente aiutare l’Italia e l’eventuale ricorso al Mes appare un colpo micidiale all’economia italiana boccheggiante .Sembriamo un Paese in balìa di principianti assolutamente inadeguati ad affrontare i tempi eccezionali che dobbiamo affrontare .L’Europa ha dimostrato di non esistere come fatto politico ,trattando l’ Italia come un Paese di straccioni . Di fronte ai colossi degli USA e della Cina l’Europa rischia essa stessa di liquefarsi in nome degli egoismi nazionali. Pandemia, crisi economica e fine della UE sono i segni della fine di un’epoca storica a cui subentra il caos internazionale. Per il bene del Paese spero di essere troppo pessimista e mi auguro di sbagliare. Spero di essere io in errore e di non comprendere una situazione ingarbugliata, la più difficile della storia italiana  dall’unità in poi.
Buona Pasqua a tutti i lettori
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A tu per tu con Luca Balbiano, ultima guida della famiglia che ridiede lustro alla Freisa

in Rubriche
A tu per tu con Luca Balbiano, ultima guida della famiglia che ridiede lustro alla Freisa

Rubrica a cura di ScattoTorino

Il filosofo britannico Herbert Spencer sosteneva: “L’uomo saggio deve ricordarsi che è un discendente del passato, ma anche un genitore del futuro”. Questo pensiero è condiviso dalla Famiglia Balbiano, che vanta 79 anni di storia e notorietà nel settore vitivinicolo. Le loro uve crescono in Piemonte, sulla collina torinese, e danno origine al celebre Freisa di Chieri e ad un considerevole numero di etichette che si suddividono in vini rossi, bianchi, rosati, spumanti, vini per dolci e grappe che da Andezeno, sede delle Cantine Balbiano ricche di charme e tradizione, vengono distribuite in Italia e all’estero grazie anche all’e-commerce. Perché la storia non esclude l’innovazione. ScattoTorino ha incontrato Luca Balbiano, terza generazione alla guida dell’azienda oltre che Presidente del Consorzio di Tutela delle DOC Freisa di Chieri e Collina Torinese, Cavaliere del Tartufo e dei Vini di Alba e Cittadino Onorario della Republique du Montmartre. Curioso, dinamico e attento alle sfide che il presente gli offre, da poco ha lanciato l’interessante iniziativa #stappatincasa, la campagna in diretta social per condividere l’amore per il vino anche durante la quarantena che il Covid-19 ci impone.

L’azienda vitivinicola nasce nel 1941. Ripercorriamo la sua storia?

“Il fondatore della Balbiano Melchiorre snc fu mio nonno che era un mediatore di uve e gestiva le cascine del territorio. Nel ’41 si mise in proprio e iniziò a vinificare. Molti di coloro che vivevano nelle campagne piemontesi possedevano delle terre, ma la vigna era la più laboriosa da gestire e raggiungere un buon risultato era punto di orgoglio. La parte del Piemonte in cui operiamo è spesso conosciuta per la propensione alla meccanica e alla meccatronica, ma la grande espansione viticola sulla collina di Torino è stata la culla di molte varietà autoctone già citate in scritti di 500 anni fa. Il primo documento storico che parla di Freisa, ad esempio, è una bolla doganale di Pancalieri del 1517. Con l’avvento di mio padre Francesco in azienda, nella metà degli anni ‘70, c’è stato un innalzamento della qualità a scapito della quantità. Il concetto su cui ha puntato era: bere meno, ma bere meglio. Si è passati dal vino sfuso nella damigiana al vino in bottiglia, si è posta maggiore attenzione alla vigna e alla cantina e c’è stata una rivoluzione tecnologica per cui la vinificazione veniva fatta a temperatura controllata e si impiegavano fondi per le ricerche scientifiche in modo da conoscere meglio il vino del territorio. In quegli anni abbiamo trasferito la sede da Andezeno a quella che era la casa di campagna di famiglia, una villa del 1700 che oggi ospita la cantina di produzione, la cantina di invecchiamento e il Museo Balbiano. Io mi sono laureato in giurisprudenza nel 2006, ma lavoravo già in azienda durante gli studi. Desideravo continuare la tradizione dei Balbiano, consapevole che fare il vignaiolo è una professione difficile dove non ci sono week end e neppure vacanze. Ho appreso le dinamiche di questo mondo vivendolo, ma l’università mi ha permesso di avere una visione diversa del settore. Come mio padre e mio nonno, ho sempre amato coltivare passioni diverse che nel tempo sono servite per il mio lavoro e che oggi mi aiutano, in qualche caso, anche per apportare delle innovazioni”.

Una delle vostre eccellenze è la Freisa di Chieri

“Abbiamo scelto di vinificare solo vitigni autoctoni, soprattutto la Freisa che nel chierese trova la sua sede storica e che un tempo era uno dei vitigni più diffusi in Piemonte. Le difficoltà di vinificazione l’hanno reso meno modaiolo per cui la nostra è stata una scelta un po’ donchisciottesca, ma volevamo una varietà che raccontasse la storia delle nostre terre. Con mio padre c’è stata la grande trasformazione che ha salvato la Freisa dal rischio di scomparire dal panorama vitivinicolo piemontese, che in quegli anni si proiettava su qualità più gentili come Barbera e Dolcetto perché erano più facili da coltivare. La Freisa per secoli è stato un vitigno di supporto ad altre varietà, ad esempio al Nebbiolo con il colore. Era un vitigno da taglio, per cui l’altra grande operazione di mio padre è stata la rinascita del blasone Freisa che è sempre stato poco amato dall’intellighenzia vinicola piemontese. È stato un percorso complesso portarlo all’attuale rango, ma oggi il comparto Freisa rappresenta il 2% della produzione locale ed è entrato nei salotti buoni grazie a papà e agli altri viticoltori. In Italia è più difficile sradicare la sua nomea, ma il pubblico giovane è interessato a scoprirlo e siamo contenti di averlo preservato dal suo declino. Siamo una delle cantine pioniere”.

Tradizione fa rima con innovazione?

“Ho sempre avuto interesse per la tecnologia e cerco di applicare le dinamiche moderne ad un mondo che per certi versi è ancora legato al passato e alla storia. Infatti il vino si produce più o meno sempre nello stesso modo da secoli. A me piace andare oltre le abitudini, soprattutto nella comunicazione. Non si può parlare ad un trentenne con un linguaggio aulico e i millennial hanno un accesso rapido alle informazioni, verificano, vogliono essere consigliati dai coetanei e il dialogo con loro deve essere diverso. Rispetto al cibo, che ha un’esposizione mediatica notevole grazie anche ai format televisivi, il vino non parla al grande pubblico. Il nostro racconto è quindi più arretrato, ma si può attualizzarlo, ad esempio è possibile comunicare in modo targetizzato in base all’età. I social network hanno un ruolo importante in questo senso, ma sarà sempre più fondamentale che i produttori ci mettano la faccia e comunichino in modo diretto. La strada da fare è ancora lunga perché occorre mettere in gioco certezze cristallizzate, ma ogni produttore nel suo piccolo può fare la differenza e nei prossimi anni vincerà la sfida”.

Grazie a voi Vigna della Regina è una delle pochissime vigne urbane del mondo. Come è nato questo progetto?

“È un pezzo di cuore perché è il primo progetto che ho seguito in prima persona, dal 2004 quando è nato. È un lavoro entusiasmante perché all’inizio sembrava una missione quasi impossibile. Come sa, Villa della Regina è stata ripresa da uno stato di abbandono e ci sono voluti 10 anni per restaurarla. L’architetto Fontana, persona di grande visione, voleva che tornasse alla sua vocazione agricola ed essendo nostro cliente, ci ha contattati per avere un’opinione sulla fattibilità del progetto. Siamo andati a fare la supervisione al versante nord della proprietà in un giorno cupo di novembre e vedendo dove l’architetto voleva che crescesse la vigna, eravamo propensi a non accettare la sfida. Il tempo di andare dalla Villa in azienda e lo abbiamo chiamato per dare la nostra disponibilità.

Per mesi abbiamo fatto le analisi dell’aria, dell’acqua, delle falde e abbiamo cercato di capire cosa fosse stato piantato in passato. Siamo riusciti a recuperare alcune radici che sono state studiate da Anna Schneider, una delle più grandi ampelografe italiane, e dal Professor Vincenzo Gerbi della facoltà di Agraria dell’Università di Torino e pare che un tempo in quelle terre ci fosse proprio la Freisa. Così abbiamo reimpiantato 2700 barbatelle di Freisa nel 2005, nel 2009 c’è stata la prima vendemmia e dal 2011 il vigneto di Villa della Regina è a Denominazione di Origine Controllata, oltre che uno dei pochi vigneti urbani. È stato complicato e faticoso, ma ci siamo riusciti. L’orgoglio di ridare a Torino il suo unico vino è stato importante. La vigna è sotto la tutela del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e l’azienda Balbiano lo gestisce per conto del Ministero per cui sappiamo che, allo scadere del contratto, potremmo perdere questo ruolo, ma non importa perché questo vino è un distillato d’amore in bottiglia”.

In questi giorni di quarantena lei ha ideato #stappatincasa. Di cosa si tratta?

“È un’operazione di azione-reazione. Il 9 marzo, dopo il discorso del Presidente Conte alla nazione, ho pensato che non volevo rimanere passivo nei confronti della situazione e mi sono chiesto cosa potevo fare per essere di aiuto. Lavorando nel settore vitivinicolo so che il nostro è un mondo fatto di socialità: il vino è un collante importante che spesso viene consumato in compagnia. Con lo stop forzato delle attività si rischiava di fermare il racconto del vino, che è fortemente legato al territorio, alle epoche e alle persone.

Con la nostra azienda ho sempre cercato di portare avanti una comunicazione che raccontasse le emozioni, perché altrimenti il vino sarebbe solo una bevanda. Avendo il tempo, il mattino dopo ho registrato un video dove invitavo i colleghi e gli appassionati che hanno un feeling con il vino a realizzare un video o una diretta per raccontare una bottiglia del cuore legata ad un ricordo. L’idea era potenzialmente semplice, ma ha avuto un enorme riscontro e in pochi giorni migliaia di persone hanno iniziato a seguire le pagine Facebook e Instagram. Sono contento perché vuol dire che questo tipo di approccio ha un senso e che la passione per il vino è vera”.

Qual è lo step successivo di #stappatincasa?

“Una campagna di raccolta fondi per la Croce Rossa di Bergamo perché abbiamo amici e colleghi della zona che ci raccontano le grandi difficoltà che purtroppo stanno vivendo. Abbiamo chiesto alle circa 60 cantine che fanno parte del progetto di offrire degustazioni nelle loro strutture. Chi donerà più di 10 euro per la CRI di Bergamo riceverà in cambio una degustazione: un’occasione per fare del bene, per degustare – quando si potrà uscire – vini di qualità, e per aiutare il comparto a ripartire”.

Torino per lei è?

“Per me è senso di appartenenza. Senza questo legame per il territorio e per la città un’operazione come la vigna di Villa della Regina non l’avrei mai intrapresa. Questo mix tra l’understatement sabaudo e l’orgoglio di voler fare qualcosa di unico e lasciare un piccolo segno nel grande libro di Torino ha spinto mio padre e me a fare cose che forse non avremmo fatto. Il mio è un legame vero, fisico, viscerale che mi rende orgoglioso e che mi porta a parlare di Torino e della mia terra prima ancora che dei miei vini. Credo infatti che sia importante raccontare la provenienza di qualcosa prima della cosa stessa”.

Un ricordo legato alla città?

“Se chiudo gli occhi e penso a Torino vedo la vigna di Villa della Regina con la Mole sul fondo e le montagne e in quel ricordo è sintetizzata la storia della città e la voglia di rinascere. Un po’ come la vite che ogni volta nasce, cresce, dà i suoi frutti poi si ferma per ricominciare, anche Torino ha saputo covare sotto la cenere la sua bellezza ed ora è pronta a farsi vedere. L’understatement sabaudo rischia di svalutare ciò che abbiamo, ma in realtà a noi Torinesi non manca nulla. Forse in questo momento dobbiamo rivedere le nostre idee e capire che ci sono tantissime cose vicino a noi che parlano di storia, arte, tradizione millenaria e non sono affatto scontate”.

La vigna Balbiano, accanto a Villa della Regina, che guarda Torino dalla collina

Coordinamento: Carole Allamandi

Intervista: Barbara Odetto

Le rolatine in crosta de La Cuoca Insolita

in Rubriche
Le rolatine in crosta de La Cuoca insolita

Non so voi, ma io mi sto organizzando per preparare il pranzo di Pasqua senza bisogno di uscire di casa a fare la spesa. La cosa più divertente è scoprire che si possono preparare da zero tanti piatti deliziosi, a casa propria, con ingredienti semplici, quasi sempre già nella dispensa. Nella grande difficoltà che tutti noi stiamo vivendo in questi mesi, la cucina può essere un bel momento di condivisione con la famiglia. E così sarà anche la Pasqua, che auguro a tutti di festeggiare in modo sereno, tra le mura di casa propria, resistendo alla tentazione di uscire. E gli agnellini, almeno con questa ricetta, saranno stati risparmiati!

Tempi: Preparazione 1 ora; Cottura 30 min

Attrezzatura necessaria: Tagliere e coltello a lama liscia, robot mixer tritatutto, leccapentole, 2 ciotole di medie dimensioni, pellicola da cucina, teglia da forno, matterello, rotella per losanghe (non essenziale)

Difficoltà (da 1 a 3): 2

Costo totale: 4,40 € (3,60 €/kg)

Ingredienti (4 rolatine da 150 g cad):

Per la pasta brisée

  • Farina manitoba – 75 g
  • Olio di oliva – 2 cucchiai
  • Acqua + vino bianco – 25 g in tutto (metà e metà)
  • Lievito di birra secco – 1 g
  • Sale fino – 3 pizzichi

Per l’impasto del polpettone

  • Ceci cotti e sgocciolati – 130 g
  • Noci sgusciate – 40 g
  • Verdure cotte – 40 g (finocchi e carote)
  • Uovo intero miscelato – 40 g
  • Cipolla – 40 g + Aglio – 1 pezzetto piccolissimo (1 g)
  • Olio e.v.o. – 15 g
  • Rosmarino (1 rametto) e prezzemolo fresco tritato (2 cucchiai)
  • Sale fino (1/2 cucchiaino) e pepe
  • Farina di semi di lino – 55 g
  • Farina di mais – 35 g

Per completare la rolata

  • Spinaci in padella – 160 g
  • Parmigiano – 4 cucchiai
  • Olio extra vergine – 4 cucchiai
  • 1 rosso d’uovo

Per completare il piatto

  • Patate – 500 g

1 rametto di rosmarino, olio e sale

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • Valori nutrizionali: 236 Kcal/100 g (escluse le patate)
  • Oltre alla soddisfazione di aver fatto tutto voi, andate a vedere su un’etichetta qualsiasi di un prodotto industriale quanti conservanti e additivi ci sono.  In questa ricetta non ne avete neanche uno.
  • Le noci sono ricche di Vitamina E, utile a contrastare la formazione dei radicali liberi.
  • Grazie alle noci e ai semi di lino, ci garantiamo la dose giornaliera raccomandata (RDA) di acidi grassi Omega 3 (la stessa quantità in un filetto di salmone) = riduzione del rischio di malattie cardiovascolari.
  • In 100 g di impasto delle rolatine c’è una quantità di fibre circa 3-4 volte superiore rispetto a 100 g di una carota. Aggiungete anche gli spinaci e saranno ancora di più!

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link: https://www.lacuocainsolita.it/ingredienti/).

In caso di allergie…

Allergeni presenti: Cereali contenenti glutine, latte, uova, anidride solforosa e solfiti (da vino bianco)

Preparazione

FASE 1: LA PASTA BRISEE

Mescolate tutti gli ingredienti tranne il sale fino ad ottenere una palla omogenea. Aggiungete quindi il sale e mescolate ancora per un minuto. Chiudete in un foglio di pellicola e fate riposare per mezz’ora a temperatura ambiente.

Fase 2: L’IMPASTO DELLE ROLATINE

Se avete un robot con una buona potenza, potete preparare in casa la farina di semi di lino. Strappate le foglioline di rosmarino dal gambo e tagliatele a piccoli pezzetti con un coltello a lama liscia. Nel contenitore del robot mixer mettete tutti gli ingredienti tranne le farine (di lino e di mais). Tritate a massima velocità fino ad ottenere un composto cremoso (va benissimo che resti qualche pezzetto intero). Aggiungete la farina di semi di lino e la farina di mais e mescolate ancora con il robot. L’impasto dovrà risultare morbido ma non appiccicoso. Se necessario, aggiungete altra farina di semi di lino o di mais. Lasciate riposare per 15 minuti circa.

FASE 3: IL MONTAGGIO DELLE ROLATINE E LE PATATE

Tritate grossolanamente gli spinaci già cotti in modo che non siano filosi. Dividete la palla di pasta brisée in 4 parti uguali e formate con il matterello 4 fogli più o meno quadrati. Con la rotella per losanghe create una maglia e aprite i fori in modo regolare.

Dividete in 4 pezzi uguali l’impasto delle rolatine e ponetene una parte alla volta in un foglio di pellicola: con le mani schiacciate l’impasto per formare un rettangolo di circa 10 x 15 cm. Ripetete l’operazione per ogni pezzo. Distribuite gli spinaci sulla superficie di ogni rettangolo di impasto delle rolatine, spolverate con il parmigiano, un filo d’olio e una macinata di pepe.

Ora arrotolate ogni rettangolo su sé stesso e con le mani sigillate le due estremità del rotolo, formando una rolatina. Avvolgetela ora con la maglia di pasta brisée, che chiuderete nella parte inferiore, eliminando l’esubero di pasta con un coltello. Spennellate la pasta brisée con il rosso d’uovo.

Spelate le patate e tagliatele a cubetti piccoli (2 cm). Se possibile mettetele a bagno per 30 min in modo che rilascino parte dell’amido. Scolatele e asciugatele.

FASE 4: LA COTTURA

Accendete il forno a 190° C in modalità statica. Disponete in una teglia da forno le patate, condite con olio, rosmarino e sale e le rolatine in crosta. Cuocete per 30 minuti circa. Se la pasta brisée non è ben cotta nella parte inferiore, girate le rolatine e cuocete ancora per qualche minuto.

CONSERVAZIONE

In frigorifero: 4-5 giorni (cotti)

Nel surgelatore: 3-6 mesi (da crudi)

Chi è La Cuoca Insolita

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog (www.lacuocainsolita.it) e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

Tante ricette sono pensate anche per i bambini (perché non sono buone solo le merende succulente delle pubblicità). Restando lontano dalle mode del momento e dagli estremismi, sceglie prodotti di stagione e ingredienti poco lavorati (a volte un po’ “insoliti”) che abbiano meno controindicazioni rispetto a quelli impiegati nella cucina tradizionale. Usa solo attrezzature normalmente a disposizione in tutte le case, per essere alla portata di tutti.

Calendario corsi di cucina ed eventi con La Cuoca Insolita alla pagina https://www.lacuocainsolita.it/consigli/corsi/

La stecca

in Cosa succede in città/Rubriche

PAROLE ROSSE di Roberto Placido /  Naturalmente non è quella da biliardo, e nemmeno quella che lasciava chi aveva finito il servizio militare, altri tempi, ma quella che prende un’artista durante un’esecuzione. Dispiace che a prenderla, attraverso le sigle sindacali, siano i dipendenti e, sembra, principalmente i maestri, della più grande fabbrica di cultura della città di Torino e della regione Piemonte.

E sì, con i suoi quasi quattrocento dipendenti, oltre trecento a tempo indeterminato, più di cinquanta a tempo determinato e diversi collaboratori, sono numeri da grande azienda. Azienda speciale, culturale, una vera e propria fabbrica di cultura non solo artistica e musicale ma anche di scenografie e di sartoria. Meritorio, come tante altre realtà italiane, il lavoro delle sarte del Regio nel produrre mascherine, il bene di prima necessità di questo sciagurato momento che stiamo vivendo. Dopo la lunga parentesi alla sovrintendenza del Teatro Regio di Torino di Valter Vergnano e la breve, negativa e chiacchierata, di William Graziosi, è arrivato l’ex direttore artistico del teatro An der Wien di Vienna, Sebastian Schwarz. Sicuramente nel bando di selezione non c’era la situazione dei conti del nostro teatro lirico, ne’ di quelli passati e nemmeno di quelli recenti. A complicare la situazione, come si usa dire “piove sul bagnato” il blocco del cartellone e delle attività determinato dal Corona Virus. Così Schwarz, nell’assenza del Presidente del Consiglio d’indirizzo della Fondazione Teatro Regio di Torino, per statuto è il Sindaco della città, -che ancora una volta si segnala nel defilarsi da qualsiasi situazione difficile o impegnativa-, ha incominciato a cercare le risorse per evitare il tracollo, in attesa che si arrivi a sapere, intendo ufficialmente, l’ammontare esatto dei conti del Teatro, quei due milioni e mezzo di euro necessari.

Gli interlocutori naturali ed obbligati le fondazioni bancarie, la vera cassaforte, i veri padroni, e qualcuno ne è anche convinto comportandosi in tal senso, non solo dell’esangue se non moribonda cultura torinese ma anche di molto altro. Difficile districarsi nel contratto delle fondazioni liriche, che a detta dei bene informati è tra i migliori, in senso di garanzie per i lavoratori, del mondo dello spettacolo, e legittimo proporre in alternativa ferie non godute un po’ meno comprensibile proporre la realizzazione di una rassegna estiva in queste condizioni. Mi hanno spiegato anche la differenza tra stipendio base e i vari aspetti accessori del salario legato a spettacoli e rappresentazioni e ad altri aspetti ma onestamente, me ne dispiace, faccio fatica a capirli ed a condividerli. Vuol dire non capire lo stato di salute dell’ente lirico, il discorso sulle responsabilità lungo ed annoso, il momento che stiamo attraversando. In un paese che prova a garantire altri lavoratori, le partite iva, con seicento euro al mese, quelli in “nero”, che non hanno garanzie, con cifre simili, i senza reddito con buoni acquisto e di cittadini ed associazioni che si inventano i “panieri sospesi” per i disperati e si potrebbe continuare. La sinistra, i lavoratori, hanno sempre avuto tra i propri valori la solidarietà, l’attenzione verso gli ultimi ed io, a meno che non mi convincano con argomenti forti, nel rifiuto da parte dei lavoratori del Regio della richiesta di cassa integrazione, in questo momento attesa, sperata da milioni di altri lavoratori precari e non garantiti, non ritrovo più quei valori.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche
(1986: Giorgio Bocca, Sandro Viola, Bernardo Valli)

Questa settimana: Il centenario di Giorgio Bocca – Le Regioni

Il centenario di Giorgio Bocca


Ho avuto un costante rapporto per un po’ di anni con Giorgio Bocca,di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita. Considerato un maestro di giornalismo, a lui è intitolato il Master che si svolge presso l’Università di Torino. Era una persona difficile, spigolosa ed anche abbastanza superba. I nostri rapporti erano addolciti dall’amicizia che io avevo con la sorella Anna che aveva sposato il capo partigiano Benedetto Dalmastro e con Aldo Viglione che era stato partigiano nelle valli cuneesi come Bocca, Aldo autonomo e Giorgio giellista. I nostri rapporti si interruppero quando Bocca attaccò aspramente Giampaolo Pansa per il “Sangue dei vinti” che io ritenni un libro coraggioso che colmava una lacuna che gli storici della Resistenza non avevano avuto il coraggio di affrontare. Bocca fu politicamente ondivago: in gioventù fu fascista convinto con toni volgarmente antisemiti. Poi andò in montagna dopo l’8 settembre e rimase sempre attaccato all’esperienza partigiana di cui scrisse una storia che appare disomogenea:la sottovalutazione delle Divisioni Alpine di Mauri ne sono un esempio clamoroso. Socialista,non si può considerare tra quelli che si accodarono al PCI e questo risulta già di per sé un gran merito. Il suo libro su Togliatti, spesso non citato tra le sue opere, è forse l’opera migliore perché incominciò a smantellare il mito che i comunisti avevano costruito attorno al loro leader. <<Un libro senza timori reverenziali>>, lo definì il comunista Luciano Canfora,ma altri comunisti lo considerarono un’eresia dissacrante. Oltre all’iniziale fascismo, Bocca prese anche altre cantonate quando nel 1975 considerò le BR una favola raccontata dai servizi segreti . Dopo qualche anno dovette ricredersi pubblicamente di questa  incredibile sottovalutazione. D’altra parte, nel 1971, fu tra i firmatari del manifesto che armò la mano dei sicari del commissario Luigi Calabresi ingiustamente accusato dell’omicidio dell’anarchico Pinelli. Bocca collaborò a lungo con le televisioni di Silvio Berlusconi ,salvo poi diventarne acerrimo nemico. Inizialmente fu sostenitore di Craxi,che  poi divenne  uno dei suoi bersagli preferiti. Si considerò un “Antitaliano” dal titolo delle sua famosa rubrica su “L’Espresso”. Ebbe all’inizio persino qualche simpatia per Bossi e la sua furia giacobina e giustiziera. Fu anche coraggioso quando si chiese il perché del silenzio attorno a due giornalisti di destra come Giovannino Guareschi e Gianna Preda. E non fu tra gli esaltatori di Pier Paolo Pasolini, scrivendo con durezza che era di “una violenza spaventosa nei confronti dei suoi amici puttaneschi”. Di fronte ad un personaggio imprevedibile e anche contraddittorio, mancato da poco più di dieci anni, lo storico deve rinviare un giudizio, riconoscendo le indubbie capacità giornalistiche di Bocca che sicuramente è entrato nella storia del giornalismo.Un giudizio di sintesi oggi non è possibile.

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Le Regioni

Il Vice Segretario del Pd Orlando intende togliere in futuro alle Regioni le competenze in materia sanitaria alla luce dell’esperienza che stiamo vivendo. Lui stesso mette le mani avanti difendendosi a priori dall’accusa di statalismo. Ma togliere alle Regioni quella competenza, che equivale ad oltre circa l’80% delle risorse finanziarie delle medesime, significa svuotarle ,rendendole di fatto  inutili. Io credo che Malagodi non avesse tutti i torti quando si oppose alla loro creazione e i 50 anni passati dal 1970 dovrebbero far riflettere serenamente anche se i tempi attuali non lo consentono . In un momento tanto grave i protagonismi di certi governatori appaiono un errore,ma anche gli errori del Governo centrale sono evidenti. Togliere la competenza regionale sulla sanità significa di fatto abolire le Regioni. Questo è il punto,al là delle polemiche strumentali di oggi. E si ripropone il ruolo delle Province che in modo maldestro sono state abolite,senza che i loro compiti siano stati delegati ad altri. Lo Stato accentrato di tipo napoleonico veniva considerato del tutto superato e secondo alcuni l’Italia nasceva vecchia perché nel 1861 fu scelto lo Stato accentrato ,andando contro al decentramento voluto da Minghetti. Io sono convinto che  senza l’accentramento non si sarebbe fatta l’Italia perché le forze centrifughe e disgregatrici erano molto forti. Poi si è cominciato con le Regioni a Statuto speciale come la Sicilia che ha sprecato quasi tutte le opportunità che lo Stato le ha offerto. Persino la Valle d’Aosta non ha dato buona prova di  sé. Non sono contrario all’autonomia regionale in linea di principio,ma oggi sorgono dei legittimi dubbi. Non sono per lo statalismo come Orlando ma non posso neppure concepire come Musumeci pretenda di avere in Sicilia poteri speciali per comandare polizia ed esercito. In questo caso sarebbe il tracollo dello Stato, sarebbe un nuovo separatismo alla Finocchiaro Aprile sfruttando la pandemia. Per combattere la pandemia ci vorrebbe una Autorità europea forte e capace, un organismo internazionale in grado di imporsi. Lo Stato nazionale non basta,figurarsi la regione Sicilia.
Scrivere a quaglieni@gmail.com

Le parole tradizionali della Settimana Santa

in Rubriche
parole settimana santa

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi 

Prendiamo da Alberto Viriglio, Voci e cose del vecchio Piemonte (prima edizione Lattes 1917, ultima Viglongo, 1992), alcune parole tradizionali della Settimana Santa:
‘l di che le fomne a comando /il giorno in cui comandano le donne: Martedì Santo
‘l di dël përdon/il giorno del perdono: Giovedì Santo, giorno dedicato alle visite del Sepolcro allestito nelle chiese.
la mëssa suita, la messa del Venerdì Santo, senza rintocchi di campane;
ma i ragazzi scuotono le cantaran-e (Raganelle)
…fino al Sabato Santo quando risuoneranno liete le ciòche dël Glòria!

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