Rubriche

I teatri torinesi: Teatro Gobetti

Torino e i suoi teatri

1 Storia del Teatro: il mondo antico
2 Storia del Teatro: il Medioevo e i teatri itineranti
3 Storia del Teatro: dal Rinascimento ai giorni nostri
4 I teatri torinesi: Teatro Gobetti
5 I teatri torinesi :Teatro Carignano
6 I teatri torinesi :Teatro Colosseo
7 I teatri torinesi :Teatro Alfieri
8 I teatri torinesi :Teatro Macario
9 Il fascino dell’Opera lirica
10 Il Teatro Regio.

4 I teatri torinesi: Teatro Gobetti

La storia del Teatro Gobetti è una storia a “matrioska”, la sua stessa vicenda continene al suo interno almeno altre due narrazioni, inscrivibili ad essa ma di pari importanza. Manteniamo dunque la metafora del tipico “souvenir” russo: la forma più esterna rappresenta la vicenda dell’Accademia Filodrammatica di Torino, a cui si deve la costruzione dell’edificio, la bambolina mediana invece costituisce le attività del Teatro Stabile, di cui il Teatro Gobetti diventa sede ufficiale a partire dagli anni Cinquanta e, infine, il guscio più piccolo e interno è il corrispettivo di un aneddoto sonoro che tange entrambi i contesti appena accennati: è proprio in questo palazzo che è avvenuta la prima esecuzione assoluta del “Canto degli Italiani”, meglio conosciuto come “Inno di Mameli” o “Fratelli d’Italia”, nel novembre del 1847. Approfondiamo dunque questa storia “a cipolla” e iniziamo a sbucciare dall’esterno le vicende, affrontandole una alla volta, senza fretta e senza perder tempo. Tutto inizia nel 1828, quando nasce l’Accademia Filodrammatica di Torino, un’associazione amatoriale di appassionati di arte teatrale; il gruppo decide di utilizzare come propria sede una sala di “Palazzo Pallenzo” – situato nell’attuale via Alfieri- in questo luogo si tengono dibattiti e rappresentazioni teatrali riservate ad un pubblico assai ristretto.
Qualche anno più tardi risulta necessario cambiare sede, così i membri dell’associazione acquistano un terreno in quella che all’epoca era chiamata “Contrada della Posta” – attuale via Rossini- non lontano dai Giardini Reali, e incaricano l’architetto Barnaba Panizza di progettare un edificio da far sorgere proprio in quella zona.

A dirigere i lavori subentra il ticinese Giuseppe Leoni, anche lui abile architetto e membro stesso dell’Accademia. Ci vogliono due anni per ultimare il progetto; nel 1842 il teatro inaugura l’apertura ufficiale, all’evento partecipa anche il principe Vittorio Emanuele II e per l’occasione si eseguono “La Pia dei Tolomei”, tragedia di Carlo Marenco -anche lui membro dell’associazione Filodrammatica- e la commedia di Eugène Scribe, titolata “Una visita a Bedlam”. Il palazzo progettato da Leoni è di stile neoclassico; l’edificio presenta delle proporzioni peculiari, dovute alla specifica conformazione del terreno su cui sorge, originariamente destinato ad accogliere un campo da gioco per la pallacorda.
La facciata dell’immobile di tre piani è costituita da un basamento con tre ingressi, su cui poggiano sei lesene scanalate di ordine corinzio, che si alternano a cinque finestre sormontate da timpani, di cui tre balaustrate in marmo. All’ultimo piano vi era un’incisione ormai non più visibile riportante il nome dell’ “Accademia Filodrammatica”.
Il palazzo era senza dubbio sontuoso ed elegante, così come riporta Pietro Visetti, che descrive il salone riservato all’accoglienza come una “graziosa saletta ottagona appositamente costruita per servire da camera d’aspetto”; Visetti racconta anche di un vestibolo ellittico da cui partiva una importante scala che si collegava al piano superiore, dove c’erano la sala per gli spettacoli e gli spazi di servizio; egli si sofferma anche sul “maestoso proscenio, sorretto da quattro colonne scanalate”, nonchè sul soffitto a cassettoni decorati con “eleganti emblemi musicali rappresentati sui binari di fianco”.

Leoni dunque è stato assai abile nel ricavare da locali decisamente angusti un edificio “impeccabile nella classicità delle proporzioni”.
La compagnia dell’Accademia Filodrammatica si scioglie negli anni Sessanta dell’Ottocento. L’edificio rimane prima inutilizzato, successivamente passa sotto l’amministrazione cittadina, che ne adibisce i locali per le aule del Liceo Musicale, infine, nel 1928, diviene “Casa del soldato”, ossia un centro d’accoglienza e conforto per i militari di stanza in città.
È solo nel secondo dopoguerra che la struttura ritorna alla sua funzione originaria di “teatro”, a seguito della decisione del Comune di dedicare l’edificio al critico e intellettuale antifascista Piero Gobetti.L’inaugurazione del “Teatro Gobetti” ha luogo il 22 dicembre 1945, con la rappresentazione della commedia di Vittorio Bersezio “Le miserie ‘d Monsù Travet”.
A settembre dello stesso anno il Comune affida il teatro a un’associazione formata dal “Piccolo Teatro Eleonora Duse” di Genova e da una compagine cittadina, il gruppo prende il nome di “Piccolo Teatro di Genova e Torino”. A metà degli anni Cinquanta l’edificio è indicato come sede ufficiale del “Piccolo Teatro della Città di Torino”. Per tale occasione viene messa in scena la commedia goldoniana “Gl’innamorati”, affiancata dall’atto unico di Alfred De Musset “Non si può pensare a tutti”.
Il tempo non si arresta, neanche per i fabbricati, così nel 1956 sono necessari diversi interventi di manutenzione. Le modifiche però non sono sufficienti e negli anni Ottanta la struttura non risulta idonea alle norme di sicurezza, il teatro deve dunque affrontare un altro lungo periodo di chiusura.

Solo negli anni Novanta lo stabile viene riaperto, grazie allo stanziamento di diversi fondi approvato dalla giunta comunale; in questi anni sono gli architetti Luigi e Maria De Abate a seguire il cantiere, ultimato solo nel 2001. Questa volta è una commedia di Pirandello, “La ragione degli altri”, a sancire l’inagurazione, (18 aprile 2001). Lo spettacolo è prodotto dalla compagnia del Teatro Stabile di Torino, in collaborazione con il Teatro Stabile dell’Umbria. Nel 2016 proseguono i lavori di restauro, dell’atrio e della “hall”, affidati allo “Studio De Ferrari”.
Ed ecco che senza quasi accorgercene abbiamo cambiato “strato”. Dovremmo dunque trattare ora delle vicende del Teatro Stabile di Torino, che surclassa il Piccolo Teatro nel 1957, dopo la prima vera restaurazione del palazzo. Il Teatro Stabile di Torino è tra i principali enti di produzione e ospitalità per il teatro di prosa a livello italiano ed europeo.
Mi risulta tuttavia rischioso dedicare un intero paragrafo alle vicissitudini dello Stabile, perchè finirei per trascrivere un lunghissimo e monotono elenco di nomi altisonanti che si succedono nelle varie epoche, a partire da Nico Pepe e Gianfranco De Bosio, che dirigono le stagioni teatrali tra gli anni Cinquanta e Sessanta, passando per il turbolento Sessantotto, in cui il nome di riferimento è Giuseppe Bartolucci, per arrivare poi a tempi più recenti, dove è opportuno citare la direzione di Luca Ronconi che, tra i vari allestimenti memorabili, propone una versione “tutta sua” de “Gli ultimi giorni dell’umanità” di Karl Kraus, allestita nella Sala Presse dello stabilimento dismesso di Fiat Lingotto. Non mi dilungherei su questa via dunque, ma prima di arrivare al “nocciolo interno”, tengo a ricordare ancora l’essenziale contributo di Guido Davico Bonino al quale succede Gabriele Lavia. A partire dal 2018 la direzione artistica è affidata a Valerio Binasco.
Siamo così arrivati alla “matrioska” più interna, cuore del metaforico “souvenir”, ma anche del presente articolo. Ho detto fin da subito che un evento particolare contraddistingue le vicissitudini del Tetaro Gobetti e di conseguenza del Teatro Stabile: il teatro, inteso come struttura, è stato sede, nel novembre del 1847, della prima esecuzione assoluta del “Canto degli Italiani”, composto da Goffredo Mameli (Genova,1827-Roma,1849) e musicato dal genovese Michele Novaro, secondo tenore e maestro dei cori dei teatri Regio e Carignano.

Il testo di quello che diventerà “il nostro inno” viene scritto da un giovane Goffredo, sul finire degli anni Quaranta dell’Ottoscento; egli è all’epoca uno studente appassionato ma sopratuttutto un fervente patriota. Le strofe del canto infatti sono pregne non solo dei suoi ideali, ma anche del generale patriottismo diffuso che preannuncia i moti del 1848 e lo scoppio della Prima Guerra di Indipendenza (1848-1849). Il giovine Mameli vuole inizialmente adattare il suo testo a qualche musica già esistente, tuttavia non trova soddisfazione in questi suoi tentativi, così prova a inviare il lavoro a Michele Novaro, il quale ne è subito conquistato e –come alcuni raccontano – si mette a musicarlo la sera stessa in cui gli è arrivato il celebre testo.
Sono sicura che, mentre state leggendo queste righe, già un po’ state canticchiando, magari anche perchè siamo tutti “freschi di ripasso” dopo gli Europei appena terminati.
Mi fa piacere allora continuare a fischiettare il motivo insieme a voi, provando però a rispolverare il significato del testo, specie di quelle parti meno note, perchè generalmente non vengono eseguite. Mano sul cuore e… “Fratelli d’Italia/ L’Italia s’è desta/ dell’elmo di Scipio/ s’è cinta la testa”. Goffredo qui propone un richiamo metaforico alla seconda guerra punica, quando Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano (253-183 a. C.), sconfisse a Zama (202 a.C.) i Cartaginesi guidati da Annibale, il senso è che l’Italia è ormai pronta alla guerra d’indipendenza contro l’Austria.
Proseguiamo, nella seconda strofa si incita la dea Vittoria – immaginata come una bellissima donna dai lunghi capelli – a “porgere la chioma”, il simbolico gesto richiama l’usanza di tagliare i capelli alle schiave in segno di sottomissione, ma in questa quartina Mameli suggerische che nessuno potrà privare la dea dei suoi capelli, nè l’Italia della sua vittoria.
Si parla poi di “coorte”, cioè un’unità di combattimento dell’esercito romano, esattamente la decima parte di una legione. È questa una vera e propria esortazione a impugnare le armi e allontanare l’oppressore straniero.

Nelle successive strofe si legge “Perchè non siam popolo/ perchè siam divisi”, verso che a suon di contrasti con le frasi successive sottolinea il desiderio tutto mazziniano, strenuamente condiviso anche da Goffredo, di unire i sette Stati in favore di una sola repubblica italiana. In altre strofe ancora meno conosciute, si accenna a degli episodi militari, alla battaglia di Legnano (1176) e alla coraggiosa difesa della Repubblica di Firenze che, tra il 12 ottobre del 1529 e il 12 agosto del 1530, viene assediata dall’esercito imperiale di Carlo V d’Asburgo.
Vi è anche la parola “Balilla” (“I bimbi d’Italia/ si chiaman Balilla”) nel nostro inno, ma l’attuale sentore di “politically correct” non ci fa arrivare a tale punto del canto, nè ci permette di capirne il significato. Balilla è il soprannome del mitico fanciullo genovese – probabilmente un certo Giambattista Perasso – che nel dicembre 1746 scaglia la prima pietra contro gli ufficiali della coalizione austro-piemontese, dando così avvio alla rivolta che porta alla liberazione della città. Siamo quasi giunti alla fine, siamo al “suon d’ogni squilla”, ossia di ogni campana; Mameli vuole qui richiamare l’episodio dei “Vespri Siciliani”, quando, il 31 marzo 1282, il lunedì di Pasqua, tutte le campane di Palermo si misero a suonare per incitare il popolo a insorgere contro i francesi.
Chiudiamo infine: “Stringiamci a coorte/ Siam pronti alla morte/ L’Italia chiamò.” Un ultimo invito a combattere, a dare il colpo di grazia all’ “aquila bicipite” degli Asburgo, un incitamento per i popoli oppressi a liberarsi dagli oppressori, gli Italiani dal giogo austriaco, come pure i Polacchi da quello russo (il “cosacco”).
Possiamo ora toglierci la mano dal cuore, felici e fieri di aver cantato fianco a fianco il nostro inno, che sempre ci rende orgogliosi e ci convince fermamente che, parafrasando il detto dazegliano, “oltre ad aver fatto l’Italia abbiamo anche fatto gli italiani”.

Alessia Cagnotto

 

 

 

 

“L’orto fascista” Romanzo / 7

ERNESTO MASINA

L’Orto Fascista

Romanzo

PIETRO MACCHIONE EDITORE

 

In copertina:
Breno, Piazza Generale Ronchi, già Piazza del Mercato, fotografia d’epoca.

 

 

XXIII

Quella porta semiaperta era un invito palese. Forte della propria certezza, la aprì completamente e, senza bussare, entrò nella stanza. Franz se ne stava seduto sul bordo del letto con l’ampio torace scoperto, di un biancore mai visto. Portava solo un paio di boxer e, stranamente, un paio di cortissime calze bianche tendenti al rosa, quasi da bambina. Benedetta trovò così strane quelle calzine a ricoprire i due piedoni enormi, abituati a calzare scarponi o stivali, da non riuscire a distoglierne gli occhi. Chiusa la porta, era rimasta ferma in piedi in mezzo alla stanza senza sapere come comportarsi. Franz, dopo aver- le sorriso, si era alzato dal letto e le si era avvicinato. Le aveva preso la mano destra tra le sue e se l’era portata lentamente alle labbra per un breve bacio.
Benedetta ne era rimasta sconvolta. Mai in tutta la sua vita aveva ricevuto un gesto di affetto e di considerazione alla sua persona come quel semplice baciamano. Si era commossa al punto che, per riconoscenza, stava per buttare le braccia al collo dell’uomo. Ma, questi, forse vergognandosi del gesto affettuoso che aveva fatto, si era bruscamente girato ed era ritornato a sedersi sul letto.
Imbambolata Benedetta lo guardò: era uno sguardo di gratitudine ma anche di disagio: cosa doveva fare?
Franz le venne ancora una volta in aiuto. Sorrise nuovamente e le tese le braccia. Benedetta allora si tolse il vesti- to rimanendo nuda. Non sarebbe mai riuscita a spiegarsi come avesse potuto compiere quel gesto, per lei così spregiudicato, con tanta naturalezza. Poi si avvicinò al letto.

 

XXIV

I trenta metri circa che lo separavano dall’obbiettivo gli sembrarono interminabili, quasi dovesse percorrere una distanza superiore a quella del pratone della Concarena con le roccette che portano in vetta. Appaiono sempre a portata di mano ma non ci si arriva mai. Camminava il più velocemente possibile, piegato in due per limitare la sua visibilità. Finalmente arrivò a toccare la parte posteriore dell’auto. Si sdraiò a terra, sistemò i due candelotti con le parti terminali delle micce annodate tra loro. Mentre prima era nervoso ed eccitato, ora erano sopraggiunte calma e tranquillità. Avvicinò l’accendino, con un gesto deciso l’accese e die- de fuoco alle due cordicelle impregnate di resina.

 

XXV

I suoi grossi seni erano giusto all’altezza del viso di Franz. Lui vi affondò la testa, irritando leggermente la pelle delicata con i suoi ispidi baffi. Poi le posò le due mani sulle natiche attirandola a sé. Le baciò il seno, prese in bocca un capezzolo succhiandolo dolcemente. Fece lo stesso con l’altro seno. Le mani intanto scendevano verso il basso ad accarezzare l’interno delle cosce.
Per Benedetta erano tutte sensazioni ed esperienze nuove: mai il suo corpo aveva ricevuto delle attenzioni così delicate, almeno per quanto lei si ricordasse. La mano di lui andò a cercare la mano della donna e la accompagnò verso il suo membro, ormai eretto, tenendola sino a quanto lei non lo avvolse con la sua mano. Poi ritornò ad accarezzarle le cosce e infine le grandi labbra.
Per tutti e due il tempo sembrò fermarsi. Benedetta, che aveva temuto un brutale assalto da parte di Franz, ed il tedesco, che temeva volgarità nel comportamento della donna, si ritrovarono a vivere quel momento magico che solo i ragazzi vivono ai primi approcci al sesso.

 

 

XXVI

Il violento scoppio li richiamò brutalmente alla realtà. Lo spostamento d’aria provocato dall’esplosione aveva spalancato la finestra della stanza e tutti vetri erano andati in frantumi. Come un colpo di vento aveva scompigliato i capelli a Benedetta e a Franz. Entrambi rimasero per molti secondi immobili, forse rifiutando di vivere una dimensione differente da quella che erano riusciti a creare con la delicatezza, quasi la dolcezza, dei pochi minuti che avevano passato insieme. Poi Franz spostò bruscamente Benedetta e si precipitò alla finestra, imprecando contro una scheggia di vetro che gli era penetrata in un piede. Quando si affacciò sulla piazza rimase in silenzio, rifiutando di accettare quello che stava vedendo. La piccola auto di servizio era stata scoperchiata dalla violenta esplosione e lasciava vedere l’interno dell’abita- colo che era, ad eccezione dei sedili anteriori, completa- mente vuoto. Sopra la portiera destra, che si era staccata dalla carrozzeria ed era caduta a terra, Franz notò qualcosa ricoperto da una stoffa grigio verde che comprese essere la gamba di un uomo. Il resto del corpo, con la testa completamente ricoperta di sangue, quasi staccata dal collo ed in una posizione innaturale, era a qualche metro di distanza da quello che era rimasto della vettura.“BERND!” urlò Franz. “BERND!” ripeté con voce stra- volta. “NEIN! MEIN GOT! NEIN!” Si girò verso Benedetta con occhi iniettati di sangue. “Scheusliche hure du hast das attentat organisiert” – Brutta puttana tu hai organizzato l’attentato – gridò e poi “Brutta puttana, tu attentato, io te fucilare!” Intanto si era infilato i pantaloni della divisa e una ma- glia bianca. Con un piede che gli sanguinava uscì di corsa dalla stanza. “Achtung, achtung, kameraten, kommt, kommt, es ist was fuerchterliches passiert!” – Attenzione, attenzione, camerati, venite, è successo qualcosa di terribile! – urlava intanto il tedesco correndo nel corridoio verso le scale. Benedetta, inebetita, non riusciva a rendersi conto di cosa potesse essere accaduto. Era rimasta ferma appoggiata al muro dove Franz l’aveva spinta quando era corso alla finestra. Lo sguardo stravolto del tedesco l’aveva terrorizzata e nella sua mente continuava a rimuginare le uniche parole che le erano rimaste impresse: “Io te fucilare!”

 

XXVII

Lo spostamento d’aria creato dalla forte deflagrazione lo investì quando ancora non aveva raggiunto l’androne e per poco non lo fece cadere a terra. Continuò la corsa senza voltarsi indietro.
Poco dopo udì i vetri delle finestre che, andati in frantu- mi, cadevano sull’acciottolato e una voce, con l’odiato accento tedesco, che urlava parole incomprensibili.

 

 

XXVIII

Don Arlocchi aveva appena terminato la messa delle sei. Cominciava a far freddo alla mattina presto, e le vecchiette che intervenivano alla celebrazione mattutina erano ormai solo una dozzina. Col passare delle setti- mane, quando il freddo si sarebbe fatto pungente, il numero non avrebbe superato le sei, sette. Le irriducibili, le chiamava il buon prete. Don Pompeo Cappelletti aveva pensato di abolire quella messa nel periodo invernale, ma le vecchiette si erano ribellate a questa ipotesi. Tanto avevano urlato contro il Parroco che lui aveva dovuto rinunciare al suo proposi- to. La pretesa era tanto più assurda perché le donne, quando rientravano a casa verso le sette, passavano il resto della mattina al freddo, senza qualcosa di concreto da combinare se non rigovernare la casa. Erano, per lo più, vedove e convivevano solo con la loro solitudine. Don Arlocchi stava togliendosi i paramenti pregustando il ritorno nella sua povera casa, dove avrebbe però trovato un caffellatte ben caldo, con i biscotti che la sua vecchia perpetua gli preparava freschi ogni due giorni. Era il momento migliore di tutta la giornata e quel piccolo peccato di gola si ripeteva tutte le mattine alle sette, perché lui, da anni, era stato incaricato di officiare la prima messa. Con fastidio il prete si accorse che qualcuno, senza far rumore, si era introdotto in sagrestia. Miope com’era, vedeva solo la sagoma di una persona intabarrata. – Un uomo in chiesa a quest’ora? Chi può essere? – pensò. “Vieni avanti, figliuolo. Chi sei?” disse per sollecitare l’intruso vedendo, con la mente, la tazza di caffellatte che iniziava a raffreddarsi sul tavolo della cucina. L’uomo si avvicinò guardando dalla porta della sagrestia la chiesa per sincerarsi che il Silestrini, che faceva da sacrista ed aveva servito la messa, avesse spento le candele e se ne fosse andato.

“Ah, ma sei il Russì!” esclamò il prete. “Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ti ho visto in chiesa? Vediamo, vediamo… forse dal funerale della tua mamma. Una decina di anni fa. Se sei venuto per denunciare i tuoi innumerevoli peccati torna più tardi perché ce ne vorrà di tempo e io adesso ho… un impegno” disse e pensò – col mio caffellatte. –
“Non posso aspettare, padre” rispose il Russì con voce triste e deferente. “Ho ammazzato un uomo”. Don Arlocchi, nonostante la stazza e l’età, a quelle paro- le fece un salto. La stola, che stava piegando, gli cadde a terra e il Russì corse a raccoglierla. “Tu hai cosa? Tu sei impazzito. Io non capisco, o mi prendi in giro o… o… vade retro Satana!” e si fece più volte il segno della croce. Ma dallo sguardo dell’uomo capì che stava dicendo la verità. Poi riprese: “Senti, qui non possiamo stare, neanche in confessionale e poi, poi io non voglio sapere… soprattutto se è un delitto politico. Io, io… come faccio ad entrarci e poi, poi… non posso mica darti subito l’assoluzione. Io devo consultare il diritto canonico, mica si fa così a dare l’assoluzione come se avessi rubato un cucchiaio di marmellata. Io non so, non mi è mai capitato. Devo chiedere lumi. Cominciamo a dire un Pater noster insieme che magari ci schiariamo le idee. In ginocchio, però. In ginocchio. Oh Maria Vergine ora pro nobis! Ma guarda te se alla mia età doveva capitarmi una cosa del genere, a me che non mi è mai capitata. Preghiamo, dai preghiamo”. E cominciò a recitare il Padre nostro. Quando finì la preghiera, il prete era più confuso e inquieto di prima. Prese il Russì per un braccio, lo condusse fuori della sagrestia, chiuse la porta a doppia mandata e si diresse verso casa.
Qui arrivato, fece accomodare l’uomo nel suo piccolo studio e si diresse in cucina. In tre sorsi finì il caffellatte, che era diventato tiepido, sgranocchiò un biscotto e tornò nello studiolo.
“Dunque, vediamo un po’, torniamo da capo, come se ci incontrassimo adesso. Allora tu arrivi da me e mi dici: ‘Mi voglio confessare’. Io allora mi metto la stola, ah già la stola, la stola l’ho lasciata in sagrestia… beh Signore, perdonaci per questa volta, tu che perdoni sempre”. Questa frase gli era scappata, ma sperava che il penitente non la prendesse buona per lui. Gesù avrebbe perdo- nato, ma prima quell’assassino doveva dimostrare di essersi pentito. “Andiamo avanti senza stola, che speriamo vada bene lo stesso. Mi fai fare certe cose tu che mai ho fatto. Allora tu cominci a confessarti. Guarda che non è mica neces- sario che tu mi dica dove, come e quando… che io da queste cose voglio restare fuori. E neanche perché. Tanto tu di giustificazioni non ne hai di sicuro!”
“E invece sì” intervenne il Russì. “Io non avevo nessuna intenzione di uccidere. Io volevo solo dare una lezione ai tedeschi facendo saltare in alto la loro vettura. Mica potevo sapere che all’interno ci dormiva uno di loro”. “Aspetta, aspetta. Tu vuoi dire che non sapevi di uccide- re? Attento non dire falsa testimonianza durante una confessione, che la cosa diventa ancora più grave! Tu devi guardare dentro la tua coscienza e devi dire assolutamente la verità. E poi sei pentito di quello che hai fatto? Pensaci bene prima di rispondere!”

“Se è per quello sono più incazzato che pentito. Certo che mi spiace che quel ragazzo sia finito a pezzi, ma io mica volevo farlo. Come si fa a essere pentiti di una cosa che non si voleva fare e che è capitata per caso? Forse sono pentito di aver fatto saltare l’automobile dei tedeschi. Questo sì lo volevo fare, l’ho fatto e me ne dispiace”. Al prete si ingarbugliavano ancora di più le idee in testa. In effetti il ragionamento del Russì non faceva una piega. Ma non si può liquidare così l’uccisione di una persona. Però lui non sapeva quali argomenti trattare, come si doveva comportare da sacerdote: cosa dire, in definitiva al penitente. Improvvisamente si udì un gran bussare alla porta d’ingresso. – Ma chi può essere a quest’ora che viene a casa mia? Mica saranno i tedeschi che hanno seguito il Russì?- pensò. – Ma tutte oggi devono capitare. Mi fossi sveglia- to malato grave ed impossibilitato a dir messa, sarebbe stato molto meglio. – Si alzò ed andò ad aprire. Al di là della porta trovò il farmacista. “Buongiorno dottore” lo salutò. “Come mai da queste parti ed a quest’ora?” domandò. “Ho una cosa urgente da dirle, anzi da confessarle” rispose il Temperini tentando di farsi strada e di entrare nella casa. “Adesso non posso, sono occupato. Non posso proprio” rispose il prete cercando di difendersi dall’invadenza. “Ma io ho urgenza di parlarle. Di confessarmi, anche se non lo faccio da anni. Ma questa volta è grave. Ho aiutato ad uccidere un uomo”. A don Arlocchi mancarono improvvisamente le forze e, con un sospiro che sembrava un rantolo, si lasciò cadere pesantemente sulla seggiola che, provvidenzialmente, aveva alle spalle. Dalla porta dello studiolo si affacciò il Russì per vedere chi era arrivato. Trovatosi davanti il Temperini fece un passo indietro, quasi per nascondersi. Si sentiva in colpa per averlo coinvolto, anche se incolpevolmente, nell’uccisione del tedesco.
Il farmacista che aveva visto con grandissima meraviglia il Russì, trascurò di portare soccorso al prete ed entrò decisamente nello studio. “Che ci fai qui?” quasi urlò al Russì. “Tu sei matto, matto. Sei sulla lista nera, lo sai. Uno dei primi che vengono a cercare sei tu. Scappa perdio, scappa!” Don Arlocchi, che si era un po’ ripreso anche se non riusciva ad entrare in possesso di tutte le proprie facoltà mentali, intervenne anche lui alzando la voce verso il farmacista. “Qui non si bestemmia, non si deve mai bestemmiare, ma qui è casa di Dio. Farlo è ancora più grave. Diamoci tutti una calmata. Voi sedetevi e vediamo cosa fare.” Si sedette alla sua scrivania, appoggiò il gomito al tavolo e con due dita cominciò a massaggiarsi gli occhi chiusi. Quasi che privandosi della vista potessero anche scompari- re i problemi enormi che lo assillavano. Recitò mentalmen- te una breve preghiera chiedendo aiuto a Dio perché gli facesse comprendere chiaramente quanto stava succedendo e gli desse la forza e la saggezza per gestire la situazione. “Raccontatemi tutto quello che sapete. Tutto! Devo sapere tutto! In effetti è una confessione un po’ fuori del normale, ma Dio capirà: questa è una situazione tutta fuori del normale.”

Poi si rivolse al Russì. “Avanti, parla tu per primo, che mi sembra sia tu quello che ha le maggiori responsabilità.” “Cosa è successo? Quello che è successo non ci voleva, non doveva succedere ed invece è successo” rispose l’in- terpellato al quale oltre che le idee si erano confuse anche le parole. “Quello là cosa ci è andato a fare alle nove di sera nella macchina. Cosa ne sapevo io che lui era lì? Mica ce l’ho mandato, ed adesso ce l’ho io la colpa!” “Ascolta, figliuolo” lo interruppe il buon prete, “lascia stare tutti commenti e spiegami bene quello che è successo. I commenti, se mai, li faremo dopo. Comincia da capo e spiegati bene!” “Io e il farmacista, con altri, dei quali non farò il nome neppure se mi torturano, avevamo deciso di dare una lezione, quasi uno scherzo, a quei crucchi di tedeschi. Volevamo fargli saltare in aria quella stramaledetta mac- china e chi s’è visto s’è visto. Abbiamo preparato tutto per bene. Io ci avevo l’esplosivo, me l’ero procurato, l’avevo messo sotto la macchina, acceso la miccia e poi bum: tutto era saltato in aria ed io ero scappato a nascondermi. E invece quel cretino di un crucco – qui don Arlocchi, sentendo nominare il morto, si fece il segno della croce – era andato, a far cosa? A passare la serata in macchina. Le pare normale? Come si faceva a sapere una cosa del genere? E adesso io sono un assassino e chissà cosa combine- ranno i tedeschi per vendicarsi.” “Mi sa che ha ragione il dottore. Tu è meglio che te ne vada” riprese il prete che non trovava nessun’altra soluzione possibile. Ormai il guaio era fatto e non si poteva certo andare a dire ai tedeschi che era stato un errore. “Vai in montagna. Lascia detto al tuo socio qui presente dove poterti rintracciare se c’è bisogno di te. Io non lo voglio sapere. Non so ancora cosa fare, ma se mi viene in mente qualche soluzione voglio essere libero di agire senza correre il rischio di tradirti. E lei, Temperini, torni alla sua vita quotidiana come se quanto successo non la riguardasse. Per adesso l’unica cosa da fare è questa. Poi vedremo. Il buon Dio non mi lascerà solo, ne sono certo, e mi aiuterà a trovare qualche soluzione. E adesso sparite tutti e due. Tu Russì aspetta un attimo che ti do qualcosa”. Si alzò, andò in cucina e ritornò con un salame che gli avevano appena regalato e che teneva appeso nella fredda cucina in attesa di una occasione speciale per affettarlo.“Tienilo” disse porgendolo al Russì. “Mettilo insieme alle altre cose che riuscirai a trovare. Non puoi mica partire senza nulla da mangiare, soprattutto in questa stagione. Vi farò sapere.” Poi li accompagnò alla porta, rimanendo fermo qualche istante a guardare con preoccupazione i due che si allontanavano e con nostalgia il sala- me che si allontanava con loro.

(continua…)

 

 

Oggi occorre disciplina. Cacciari taccia

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni


Finché e’ il segretario dei comunisti italiani Rizzo a dire che il Green pass è  una cosa per ricchi, non mi stupisco, anche se in qualche modo un po’ mi sorprendo perché Rizzo è persona che reputo intelligente

La propaganda finisce però di prevalere e quindi il partito comunista fa una questione di classe anche nella lotta alla pandemia.  Un po’ come ebbi modo di leggere mesi fa su Fb che il poter raggiungere la seconda casa era un privilegio intollerabile dei ricchi. Ma chi scriveva quella frase piena di odio classista era invece persona davvero da quattro soldi. Che adesso anche il professore di Filosofia Massimo Cacciari scriva tante frasi senza costrutto per criticare il green pass come un qualcosa che fa pensare al regime sovietico, mi indigna non poco. Non l’ho mai considerato un filosofo come invece vuol far credere di essere, ma lo ritenevo un piacevole intrattenitore televisivo non allineato e quindi interessante. Questa sua presa di posizione aspramente ostile al Governo Draghi la giudico un tradimento del chierico Cacciari. Il famoso tradimento dei chierici di Benda anche se a scartamento ridotto. Un pensatore critico come Bobbio avrebbe avuto il buon senso comune di tacere perché in certi momenti chi può influire sull’opinione pubblica deve astenersi dal dare giudizi emotivi che possono avere un che di sedizioso. La responsabilità oggi deve prevalere su tutto. Più che mai oggi abbiamo bisogno di disciplina. Non abbiamo bisogno di seminatori di dubbi (ci sono già i virologi che abbondano nel loro intollerabile protagonismo mediatico che semina terrore), ma di uomini di cultura che infondano fiducia. Cacciari che è stato deputato del Pci, non ha titolo di parlare dell’ Italia come un regime sovietico. I veri comunisti in alcuni momenti decisivi della nostra storia hanno saputo essere patrioti. Lo colse molto bene lo storico Raimondo Luraghi che andò nei garibaldini a combattere nella Resistenza perché non poteva più accettare la faziosità dei giellisti. Certo giellismo fazioso si rivelò come un qualcosa di inutile, se non di dannoso.
Oggi i radical-chic alla Cacciari sono deleteri. E non sarà comunque un articolo di Cacciari a salvare l’Italia che ha bisogno della probita’ dei suoi intellettuali che Croce paragonava al pudore delle donne:  cose di altri tempi che suscitano lo scherno dei più. Può sembrare strano, ma io mi ritrovo totalmente nelle parole responsabili di Massimo Giannini da cui mi separa quasi tutto. I veri uomini di cultura devono dare una mano per evitare che la barca affondi come tutti gli altri cittadini, ponendo cultura e intelligenza al servizio della Patria, come fece Benedetto Croce dopo Caporetto, pur avendo criticato l’intervento nella Grande Guerra dell’ Italia nel 1915. Noi oggi siamo in guerra contro un nemico insidioso e non è concesso a nessuno di fare la mosca cocchiera e meno che mai il dispensatore di moralismo a buon mercato. Anche il prof. Cacciari deve abbandonare la sua presunzione di sapiente e tirare anche lui la carretta. Non creda di essere il nuovo Socrate, perché il suo pensiero è davvero poca cosa di fronte alla tragedia che sta vivendo il mondo. Sto quasi riapprezzando Vattimo perché tace. Ma non sono affatto sicuro che tacerà prevedo che solidarizzerà con Cacciari. Donne come Mara Antonaccio e Patrizia Valpiani stanno trascurando la professione privata per andare a vaccinare le persone. Questi sono gli esempi civici di alto valore morale da indicare agli italiani, non le chiacchiere di bastian contrari per partito preso che, ripeto,debbono tacere: siamo già abbastanza disorientati e non ci servono i Cacciari di turno che pontificano su temi sui quali non hanno titolo per disquisire. E’  proprio il caso di dire: Primum vivere, deinde philosofari.

Le storie di Boscobello. Quando la narrazione aiuta a crescere

LIBRI  / “Le storie di Boscobello” ( Edizioni Press Grafica,2020) scritte da Maria Carfora, maestra in pensione nata a Palermo, cresciuta a Novara e impegnata nelle scuole ossolane di Calasca Castiglione, Ponte di Formazza e Villadossola, non lasciano indifferente il lettore, a prescindere dall’età.

E’ un esempio, non comune, di libro intelligente, utile e piacevole. In puro spirito rodariano, Maria Carfora lo ha scritto durante il lockdown dello scorso anno, immaginando una realtà quasi magica, ideale per viverci. A Boscobello c’è tanta natura, gli animali ( che sono i protagonisti come nelle favole di Esopo e Fedro o La Fontaine) vivono le loro differenze in armonia, non ci sono auto e ci si sposta solo in bici, ognuno può scegliersi il lavoro che preferisce e non circola denaro perché “tutti possono avere tutto, collaborando tra loro e aiutandosi reciprocamente, perché ogni abitante mette a disposizione di tutti la propria bravura, abilità e conoscenza”. Nelle storie che vi si sviluppano l’autrice riesce nel non facile e per nulla scontato intento  di mescolare con grazia un interessante e sano intento pedagogico, una capacità narrativa e una esigenza “didattica” arrivando a proporre qualcosa di veramente bello e utile. Ogni racconto si apre con un disegno da colorare e nella storia ci  spunti su cui riflettere, lasciando a chi legge il tempo per farlo. Nelle nove storie del libro prende corpo il desiderio e la curiosità dei protagonisti di conoscere il mondo in cui vivono, con tutti i problemi della quotidianità, i momenti belli e quelli difficili e complicati imposti dalle restrizioni rese necessarie dalla pandemia (l’invasione dei “cornettini” che immaginiamo parenti prossimi del virus che abbiamo imparato a conoscere e con il quale ci stiamo tuttora confrontando). Realtà, fantasia e razionalità convivono nelle storie della famiglia composta da topi, tra gli uccelli che sapranno superare i pregiudizi e riconoscere il valore delle diversità che non sono mai un ostacolo davanti all’amore, l’anatroccolo Pallino che ritrova fiducia dopo aver sconfitto le discriminazioni che lo amareggiavano facendo intendere a tutti che le differenze rendono unici e insostituibili e, in fondo, sono un valore aggiunto e non uno svantaggio. A volte ci si perde di vista e i fatti della vita allontanano come accade ai gatti Matilda e Camillo ma l’amicizia e il caso ( o forse il destino) possono riunire e rendere nuovamente complici. Stupende le vivaci farfalle che si sono viste assegnare a ogni colore un’emozione così da renderle uniche. Ovviamente non sempre si sa come finiscono le storie perché occorre viverle per scoprirlo ma anche questo è il bello del racconto. Ognuno può metterci del suo, come i protagonisti ( e sono tanti) che in “Aiuto..piove!”, l’ultima storia, raccolgono le idee “antinoia” scrivendole ognuno su un foglio che, ripiegato, verrà deposto in una grossa scatola di legno a scuola, in attesa di poterle condividere. “Le storie di Boscobello” si leggono in un fiato e, leggendole, si imparano molte cose, iniziando dal significato di alcune parole e concetti molto importanti. Come già fece Gianni Rodari anche la maestra Maria ( che non è una “ex” perché maestri si rimane tutta la vita quando si ama così il proprio lavoro) ha dato un contributo a quel filone di pedagogia letteraria che, descrivendo situazioni reali con un linguaggio comprensibile anche ai più piccoli, solleticando la fantasia, fa leva sulla giusta convinzione che a un bambino si possa parlare di tutto, se si sanno usare le parole giuste. E, in ultimo, un grazie di cuore a Maria Carfora per aver dedicato questo suo importantissimo lavoro ai cinque nipoti e “a tutti quei bambini a cui nessuno ha raccontato o letto una storia”.

Marco Travaglini  

Chi è Cinzia Loiodice, AD di Bricks 4 Kidz® Italia

Rubrica a cura di Progesia Management Lab

Laureata in Scienze della Comunicazione e con una specializzazione in Business Communication, Cinzia Loiodice per anni ha svolto diversi ruoli manageriali in importanti agenzie di comunicazione e successivamente in Bosch. La sua decennale esperienza nella multinazionale tedesca le ha permesso di constatare la difficoltà nel reperire professionisti, ma soprattutto professioniste, con una laurea in materie S.T.E.M. (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Approfondendo l’argomento ha scoperto che già in prima o seconda media i ragazzi e le ragazze hanno chiaro se intraprendere un percorso scientifico o umanistico e, appassionandosi al tema, ha cercato informazioni per portare le nuove generazioni verso le discipline del futuro. Dopo un’intensa attività di scouting ha conosciuto la realtà di Bricks 4 Kidz® ed ha deciso di portare in metodo in Italia. Di cosa si tratta? I bambini e i ragazzi dai 3 ai 16 anni possono apprendere le materie S.T.E.M. realizzando, con speciali kit didattici contenenti parti tecniche e motori Lego®, oltre 300 progetti che consentono di approfondire il programma didattico ministeriale. In sintesi, come cita il claim, imparano, costruiscono e giocano unendo il divertimento con la pratica e la teoria. Nel 2017 Cinzia Loiodice e la socia Olivia Musso, ricercatrice al Politecnico di Torino, hanno costituito la Kidding s.r.l. – startup innovativa a vocazione sociale e composizione femminile – che ha acquisito la master license per l’Italia di Bricks 4 Kidz® e aperto il primo centro italiano a Torino. Recentemente la società Kiwi, specializzata nell’organizzazione di eventi e nella produzione di spettacoli per famiglie, ha rilevato una consistente quota societaria, con l’obiettivo di dare un forte impulso alla diffusione di Bricks 4 Kidz® in Italia, dove ad oggi sorgono 6 centri didattici. L’AD di Kiwi, Andrea Sammarco, è inoltre da anni impegnato in attività per il contrasto del gender gap, tematica in focus nell’ambito S.T.E.M.

Che cos’è Bricks 4 Kidz®?

È un metodo proprietario nato nel 2008 a Saint Augustine, in Florida, da un team di architetti e ingegneri che unisce la teoria alla pratica e si basa sull’utilizzo dei mattoncini Lego® per imparare le materie scientifiche. Si rivolge ai bambini dai 3 anni, per i quali usiamo i Duplo®, fino ai ragazzi della seconda superiore con i quali si studia la robotica educativa, il web design ed altre discipline in ambito S.T.E.M.

Le attività core di Bricks 4 Kidz® si basano sull’utilizzo da parte degli studenti di speciali kit didattici sviluppati dai colleghi americani, che contengono parti tecniche e motori Lego® con cui realizzare oltre 300 progetti che consentono di approfondire il programma didattico ministeriale: pannelli solari, molecole del DNA, giostre in movimento per approfondire le leggi della fisica, e molto altro. La parte pratica – che permette di migliorare competenze come il pensiero orientato al processo, il problem solving, le abilità visuo spaziali – è preceduta da una parte teorica erogata con modalità interattive dai tutor Bricks 4 Kidz®, studentesse e studenti provenienti da facoltà scientifiche. Il Kit didattico non è in vendita e prescinde da qualsiasi tipo di rapporto commerciale con la Lego®. Noi andiamo spesso nelle scuole per portare la nostra metodica che si compone di 3 step: we learn, we build, we play. Durante la lezione interattiva di 20 minuti, concepita in base alle diverse età degli studenti, i bambini e i ragazzi costruiscono una pala eolica o un pannello solare o una pompa per l’estrazione del petrolio o altri tra i 300 progetti realizzabili seguendo apposite istruzioni sviluppate dalla sede americana. L’attività manuale è fondamentale perché serve per capire concretamente molte regole della fisica. Il nostro obiettivo è creare la passione per le materie scientifiche ed insegnarle in modo esperienziale e coinvolgente”.

Oltre alle attività con i Lego® e alla robotica educativa, la sede italiana ha sviluppato una serie di percorsi aggiuntivi come l’utilizzo dei videogiochi (es. Minecraft) per le attività didattiche, lo sviluppo di competenze di web design, l’apprendimento della progettazione CAD attraverso programmi basati sui Lego®.

Quali sono i plus del vostro metodo?

Grazie ad esso le materie S.T.E.M. – spesso considerate discipline da fanatici della tecnologia e dell’informatica di appannaggio maschile – diventano interessanti e divertenti, ma soprattutto alla portata di tutti e tutte. Anche chi ha disturbi specifici dell’apprendimento e dell’attenzione in questo modo impara e, così facendo, aumenta la propria autostima perché in 20 minuti porta a termine un progetto funzionante in totale autonomia”.

Quali attività svolgete?

“Anche se abbiamo 6 sedi che si trovano a Torino, Milano, Monza Brianza, Napoli, Lecce e Catanzaro, tendenzialmente siamo noi ad andare nelle scuole. Organizziamo workshop in orario curriculare, corsi pomeridiani, campi estivi, eventi e feste di compleanno, formazione per gli insegnanti.

Avete anche attività per aziende?

“Si, l’area B2B ha una forte rilevanza. Ci occupiamo di team building aziendali, di percorsi per il miglioramento della comunicazione e per lo sviluppo della creatività all’interno dei team, e abbiamo come clienti sia importanti multinazionali sia aziende di piccole e medie dimensioni. Offriamo inoltre eventi aziendali e family days rivolti ai figli dei dipendenti, per sviluppare nelle nuove generazioni l’interesse per le materie scientifiche”.

Come sono organizzati i summer camp per i ragazzi?

I nostri campi estivi sono vere e proprie full immersion con una preponderante parte ludica, necessaria soprattutto in questi ultimi 2 anni in cui la pandemia ha costretto i bambini e i ragazzi alla staticità e allo scarso contatto sociale. I campi sono un mix fra laboratori S.T.E.M. e giochi/attività di animazione all’esterno, che veicolano in modo divertente concetti scientifici. I temi dei camp variano: ad esempio ce n’è uno dedicato allo spazio in cui i ragazzi costruiscono razzi, Mars e Lunar Rover, modelli di orbita, si parla di propulsione, si organizzano giochi all’esterno che simulano la posizione dei pianeti o i training degli astronauti.  Altri che portano i ragazzi in un viaggio attraverso l’evoluzione e le teorie di Darwin, altri ancora che permettono ai ragazzi di approfondire l’archeologia e la storia egizia tramite Minecraft.

Dal 30 agosto e per due settimane saremo in una location d’eccezione, il campus ONU di corso Unità d’Italia a Torino. Con i partecipanti, che avranno età comprese tra i 6 e i 13 anni, parleremo di futuro sostenibile e di materie scientifiche. In quell’occasione affronteremo il tema dei 17 goals della sostenibilità e i ragazzi faranno un viaggio nella cooperazione e nella pace dei popoli. Avremo il contributo di alcuni esponenti che lavorano per le Nazioni Unite e approfondiremo aspetti scientifici come le fonti rinnovabili e il riciclo, sempre con l’utilizzo dei Lego®. Nel corso della seconda settimana faremo un viaggio virtuale nelle Olimpiadi dall’antica Grecia ad oggi e parleremo dell’energia che brucia il corpo durante l’attività sportiva, della fisica dietro le discipline sportive – come le forze che consentono all’atleta di girare sulle parallele – e racconteremo storie virtuose di cooperazione tra sportivi di paesi diversi. L’evento eccezionale è che l’International Training Centre of the ILO normalmente ospita per i summer camp bambini i cui genitori lavorano nel campus, mentre in questo caso ci saranno anche ospiti esterni”.

IL FOCUS DI PROGESIA

L’obiettivo principale del nostro metodo è la valorizzazione dei talenti, spiega Cinzia Loiodice, AD di Bricks 4 kidz®. È evidente che il sistema scolastico di oggi non garantisce ai nostri bambini la possibilità di esprimere pienamente attitudini e potenzialità. Di conseguenza in Italia c’è un notevole calo di interesse dei giovani verso le materie e le professioni scientifiche, considerate poco gratificanti e stimolanti. Solo facendo divulgazione in effetti, è possibile mostrare che le attività scientifiche e tecniche permettono di esprimere una forte componente di creatività, che implica originalità e fluidità di pensiero nell’applicazione di soluzioni e idee innovative.

La nostra prospettiva di diffusione della conoscenza, prevede l’organizzazione di laboratori destinati ai bambini, che attraverso il gioco sperimentano un nuovo modo di interpretare la realtà e di esprimere i propri talenti. La creatività e il gioco diventano uno strumento fondamentale per conoscere se stessi, entrare in contatto con la propria sfera emozionale e abbattere le barriere cognitive e culturali che spesso condizionano la nostra vita di adulti e non solo quella dei bambini.

Siamo consapevoli del forte impatto del nostro approccio su allievi e famiglie. E come mostrano i risultati concreti delle nostre attività, i bambini che seguono i nostri laboratori sviluppano e migliorano le proprie competenze e conoscenze. Nei disturbi dell’attenzione aumenta in modo esponenziale la capacità di concentrazione e di problem solving.

Il risultato più importante però lo riscontriamo nell’educazione e nella consapevolezza delle bambine, che attraverso il gioco superano gli stereotipi tradizionali di genere e di immagine sociale. La sfida, in particolare per le nostre allieve, è quella di sviluppare autostima e fiducia in se stesse”.

Come mostra una recente ricerca della Lego Play Well Study, il 73% dei genitori crede che le differenze di genere siano guidate più dalle aspettative della società che dalla biologia.

Insieme agli Organismi Internazionali e alle aziende sensibili al Gender Gap, Bricks 4 kidz®, si pone l’obiettivo di contrastare gli stereotipi della società, educando i bambini a raggiungere ideali e aspettative personali.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto

Il vero compleanno di Torino è quello sabaudo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni

La Sala Rossa del Consiglio Comunale di Torino   ha approvato, ieri  pomeriggio, una mozione proposta dalla consigliera Viviana Ferrero con la quale si impegna la Giunta a predisporre “tutte le azioni atte a designare la data del 30 gennaio del 9 a.C. quale data della fondazione di Torino”.

Il documento trae spunto dagli studi presentati dal “Comitato 30 gennaio 09 a.C.” che individua in questa data la probabile fondazione romana di Torino, secondo studi interdisciplinari tra archeologia e astronomia, attraverso un algoritmo che avvalora le ipotesi archeologiche legate ad una fondazione della città secondo il corso del sole allineato, nel suo sorgere, con il decumano, l’attuale via Garibaldi.
Il documento impegna inoltre ad organizzare eventi culturali e scientifici sul tema della città romana e ad inserire la data tra le celebrazioni previste dal calendario del cerimoniale ufficiale. Nulla da eccepire, ma appare davvero strano che questa Amministrazione, come le peggiori Giunte di sinistra, abbia trascurato per cinque anni  la storia certa (e non probabile) di Torino,  in primis quella sabauda, da Emanuele Filiberto che la rese capitale  a Vittorio Emanuele II, padre della Patria con cui divenne prima capitale d’Italia. La Torino culla del Risorgimento con Cavour e gli altri patrioti, alcuni dei quali esuli a Torino, è stata sempre volutamente dimenticata. E forse hanno fatto bene a non mettere le mani sopra un passato che non appartiene a questa gente priva di radici culturali e storiche ma stranamente attenta alle origini romane di Torino.  Torino in quell’epoca era piccola  colonia romana, un punto insignificante e dimenticato  nella storia dell’Impero. Bisognerebbe formare con la prossima amministrazione un Comitato “Torino 1861“ che ricordasse  ogni anno solennemente il 17 marzo quando a Palazzo Carignano venne proclamato il Regno d’Italia. Un altro regno (che venne confrontato incredibilmente con quello dei Savoia) è finito proprio in questi giorni, quello della Fiat e degli Agnelli, con la vendita della palazzina del Lingotto da parte di Stellantis, un ennesimo schiaffo di stile squisitamente padronale  degli Elkann, gente totalmente estranea alla nostra città.  La Torino operaia e socialista su cui scrisse Paolo Spriano, è anch’essa finita con la fine della città industriale. Degna di essere ricordata resta la storia del Risorgimento perché a Torino nacque l’Italia, una realtà  che, virus o non virus, non ha nessuna intenzione di chiudere i battenti  perché  ricca di energie intellettuali ed economiche capaci di un nuovo Risorgimento.

“L’orto fascista” Romanzo / 6

ERNESTO MASINA

L’Orto Fascista

Romanzo

PIETRO MACCHIONE EDITORE

 

In copertina:
Breno, Piazza Generale Ronchi, già Piazza del Mercato, fotografia d’epoca.

 

XVIII

Pensò a lungo come affrontare quella che poteva considerare, visto quello che era accaduto, la… “donna dei suoi sogni”. Davanti allo specchio dell’anta dell’armadio in camera, e in assenza di Bernd, mimò una serie di approcci. Ma tutti gli sembrarono puerili e ridicoli. In fin dei conti lui era un uomo d’armi e da duro doveva comportarsi. L’avrebbe affrontata proponendole un incontro nella sua camera e che andasse come andasse. Presa questa decisione uscì baldanzosamente dalla stanza andando quasi a scontrarsi con Benedetta che nella stanza stava per entra- re. Provvidenza divina! Ancora caricato dalla decisione presa, le disse sussurrando, ma con fermezza: “Vuoi fare, come dite, sesso con io?” Lei, tutta rossa, lo guardò meravigliata negli occhi: “Sì” sussurrò, pentendosi subito per l’eccessiva disponibilità dimostrata, lusingata dalla richiesta dell’uomo. “Quando?” disse lui. “Forse domani sera?” chiese lei, appagata dal fatto che le fosse stata data la possibilità di scegliere. “Molto bene” disse lui. “Ore 21 e metà, se per te bene”. Senza attendere risposta Franz girò sui tacchi e si allontanò verso le scale. – E’ fatta – pensò. – Speriamo bene! –

XIX

La mattina seguente Benedetta non andò, come tutti i giovedì, a lavorare in albergo. Un giorno alla settimana la sostituiva Ornella, la figlia minore dei proprietari. Si alzò comunque molto presto, dopo una notte agitata. Aveva sognato, quando era riuscita a prendere sonno, situazioni strane ed allucinanti. – Che sia la mia coscienza che si rivolta per la decisione che ho preso? – pensò e, subito dopo, – Come troverò il corag- gio alla prossima confessione di raccontare le mie colpe? – Ma ciò che le stava capitando era troppo intrigante per lasciarsi invischiare in preoccupazioni e tentennamenti. In fin dei conti aveva sopportato, a volte con vera sofferenza, anni ed anni di castità rifiutando tutte le occasioni che le si erano presentate. – Il buon Dio capirà – concluse. – A suo tempo penserò come affrontare il confessore… – Per prima cosa si lavò i capelli, cercando, mentre lenta- mente si asciugavano, di dare loro una piega passabile. Aveva ancora in casa il vecchio strumento che sua mam- ma usava per arricciarli quando lei era ancora bambina. Una specie di forbice che al posto delle lame aveva due pezzi di ferro tondeggianti. Scaldati sul fuoco, intorno a loro venivano avvolte ciocche di capelli. I ferri venivano poi girati sino a raggiungerne la radice. L’importante era riuscire a raggiungere la giusta temperatura. Se era troppo bassa non serviva a nulla, se troppo alta poteva strinare i capelli cambiandone il colore. Quando fu soddisfatta della piega presa ed aver assestato qualche sforbiciata alle ciocche ribelli, prese dall’armadio i tre vestiti che possedeva e li stese sul letto. Solo uno non presentava i segni dell’età e qualche lisatura. Quindi solo quello avrebbe potuto indossare per l’incontro. Per fortuna l’abito, di un lieve colore celeste, era anche quello che le stava meglio e più si adattava alla sua carnagione rosea. Il grosso problema fu quello della biancheria intima. Era tutta in uno stato pietoso. L’unica soluzione sarebbe stata quella di acquistarne della nuova ma, a parte che in quei giorni era in grosse ristrettezze finanziarie avvicinandosi il giorno del pagamento dell’affitto, andare dalla merciaia per acquistare biancheria intima significava ammettere che ne aveva bisogno per presentarsi ad un uomo. Proprio con quella pettegola dell’Antonietta che l’avrebbe raccontato a mezzo paese, pensò.
– Sotto il vestito non metterò niente – si disse. – Così non ci saranno intralci e i preamboli si consumeranno più velocemente. –
Infatti quello che più temeva era il momento in cui si sarebbe presentata al tedesco, che, magari, la avrebbe attesa con la luce accesa.
Nei dodici anni che aveva passato con l’Angiolino non si era mai fatta vedere, in piena luce, del tutto nuda. Quando il suo sposo, e succedeva spesso, non usciva per andare al bar, voleva dire che aveva voglia di fare all’amore. E allora, senza dire neppure una parola, dopo aver rigovernato la cucina, andava in camera da letto, si metteva sotto le lenzuola in posizione di attesa. L’Angiolino, come quasi tutti gli uomini, d’altra parte, non si preoccupava se e quanto piacere procurasse alla moglie e se questa simulasse o meno un orgasmo. Come un fatto prettamente naturale, scaricava, con un grugnito anima- lesco, il suo desiderio. Un frettoloso bacio della buona notte e si girava dall’altra parte. Dopo pochi minuti si addormentava russando.

Benedetta non aveva mai preteso o cercato qualche soluzione che la appagasse in qualche modo e non la facesse sentire un semplice oggetto. Non ci aveva neanche mai pensato. Le era stato insegnato che le donne esistevano per servire, appagare i mariti e dar loro dei figli. “Rice- vere” il marito e lasciare che soddisfacesse le proprie voglie faceva parte dei suo compiti.
Per tutta la giornata non uscì di casa. Continuava a fare lavoretti inutili mentre il nervosismo le montava addosso. Cercava di non pensare alla sera ma ricadeva sempre sullo stesso pensiero. Forse, anche per rilassarsi avrebbe potuto recitare un rosario. Ma non poteva chiedere alla Madonna che facesse andare bene il compiersi di un peccato. Le sembrava un controsenso. Dopo aver cenato con un pezzo di pane e un po’ di for- maggio – non aveva assolutamente appetito – si sciacquò più volte la bocca. – Mi bacerà? – si chiese pensando anche se non fosse il caso di lavarla con acqua e sapone. Poi decise che, uscendo di casa per andare all’appunta- mento, avrebbe masticato un paio di foglie della pianta di menta che aveva sul davanzale, per essere sicura di avere un alito fresco. Sorrise tra sé: questa era veramente una buona idea. Quando il campanile suonò i rintocchi delle 21 e 15, e stava per iniziare il coprifuoco, uscì di casa avvolgendosi intorno alla testa e alle spalle uno scialle nero, per cercare di nascondersi ad eventuali occhi indiscreti e per ripararsi da una pioggerellina gelida che aveva cominciato a cadere. Non tremava ma non riusciva a governare bene le proprie membra, tanto era il nervosismo che l’aveva presa. Aveva deciso di non passare per la strada principale per raggiungere l’albergo. Aveva preso la stradina che costeggiava il retro della villa De Michelis, poi a sinistra verso il lavatoio. Salì i cinque scalini che portavano alla piazza ma non la attraversò. Girò davanti alla casa dei fratelli Silestrini, passò davanti alla latteria e quindi, raggiunta la casa dei Romelli, sempre costeggiando il lato sud della piazza, dopo pochi passi entrò nel portone che portava al retro dell’albergo Fumo verso i campi da bocce.
Da qui tutto fu più semplice. La strada all’interno del- l’albergo la conosceva a memoria, tante erano le volte che ne aveva percorso scale e corridoi. Il buio non le creava alcun impedimento.
Iniziò a salire le scale quando il campanile suonò la mezza. Giunta al primo pianerottolo fu presa da un at- tacco di panico. Non riusciva quasi più a respirare e sudava abbondantemente. Si sedette sugli scalini cercando di riacquistare la calma. Piano piano ci riuscì, ma ancora non era sicura che le gambe la reggessero. Con lo scialle umido si asciugò il sudore dal viso. Annusò le ascelle per accertarsi che queste non mandassero odore. Si tolse le scarpe per compiere la stessa ispezione. Quindi riprese la salita a piedi nudi. I muscoli delle gambe, sep- pure un po’ contratti, adesso rispondevano bene.

 

XX

Il Russì aveva prelevato due candelotti avvolti nella tela cerata dal gabbiotto degli attrezzi dell’Orto Fascista senza accorgersi della presenza del terzo che era uscito dall’involucro. Li aveva nascosti sotto il tabarro e si era avviato verso la Piazza Mercato con molta circospezione. Improvvisa- mente da una porticina era sbucata una donna con la testa e le spalle avvolte in un lungo scialle. Per non ess re visto si nascose nell’ombra di un portone. – Qualcuna che va a vegliare qualche malato – aveva pensato. La sera era fredda e quella pioggerellina gli dava fastidio e qualche preoccupazione. Temeva che le micce soffrisse- ro l’umidità e potessero non bruciare bene. Continuò verso la piazza e si fermò nella zona d’ombra del lavatoio. Avrebbe atteso che tutte le ante delle fine- stre che davano sulla piazza venissero chiuse. Luce non ne sarebbe filtrata, essendo tutte mascherate per rispettare l’oscuramento.

XXI

Franz occupava l’ultima stanza a destra del corridoio che si affacciava sulla piazza. Il corridoio le sembrò interminabile, ma si accorse che ad ogni passo diventava più sicura di sé, come se camminare la ricaricasse. La porta della stanza era socchiusa e la luce che proveniva, probabilmente dalla abat-jour del comodino, illuminava una striscia del corridoio, quasi fosse un raggio di quel “fanal” nella traduzione di “Lili Marleen”, la struggente canzone d’amore e di guerra che in quel tempo era sulla bocca di tutti. Quel ricordo fece pensare a Benedetta che forse il suo non sarebbe stato un gesto pretta- mente fisico ma quasi un atto di carità verso quell’uomo da tanto, troppo tempo lontano da casa, a una età nella quale gli affetti, la tenerezza e la presenza dei famigliari, e soprattutto di una donna, assumono una grande importanza. Sentì che quello che stava per fare non era del tutto male e che rifiutarsi avrebbe voluto dire negare a Franz conforto ed aiuto.

XXII

Ripassò il piano che si era preparato. Sistemati i due candelotti di dinamite sotto la parte posteriore della vetturetta, avrebbe dato fuoco alle micce e sarebbe corso, il più velocemente possibile, nell’androne che portava al fienile dove l’Isaia, il macellaio, teneva le bestie di notte prima di macellarle all’alba. Nel fienile avrebbe passato la notte in quanto era troppo rischioso cercare di raggiungere la propria baita fuori paese. La mattina avrebbe deciso il da farsi.

(Continua…)

 

“Cronaca di un amore non corrisposto”

LIBRI / A Sestri Levante viene presentato il libro del giornalista torinese Carlo Buonerba

 

Sestri Levante, la città dei due mari, affacciata sulle due meravigliose baie “delle Favole” e del “Silenzio” è stata scelta dal giornalista e scrittore Carlo Buonerba per la presentazione del suo romanzo dal titolo “Cronaca di un amore non corrisposto ( Rossini Editore ), in programma giovedì 29 luglio prossimo, alle 18.30, in piazza Ex Lavoratori F.I.T. 5, Condurrà l’incontro il giornalista e critico cinematografico Matteo Fantozzi e vi interverrà, oltre l’autore, anche lo psicologo e psicoterapeuta Giovanni Rossi, attivo nella professione a Nizza.
“Cronaca di un amore non corrisposto” rappresenta una narrazione autobiografica condotta in prima persona dal protagonista Federico Spes, ingegnere nelle comunicazioni e insegnante, da alcuni anni, in un liceo nella provincia di Milano. L’opera non vuol essere un romanzo di formazione, ma la cronaca di un amore e, in comune con questo genere letterario, di cui abbiamo esempi anche in autori stranieri come Gabriel Garcia Marquez (Cronaca di una morte annunciata), presenta la forma di narrazione storica degli eventi, qui scritti sotto forma di diario.
In realtà però in questo libro la cronaca si arricchisce di dimensioni nuove, non soltanto perché a scriverla è un collaudato e esperto giornalista, ma perché riguarda il sentimento amoroso e, di fronte a questo, il lettore non può rimanere indifferente.
La forma diaristica del libro assume anche tratti intimistici e il protagonista, alter ego dell’autore, dimostra una forte risolutezza nello scrivere i passaggi di un sentimento amoroso, che contraddistingue il suo rapporto con Raffaella e che non verrà corrisposto. Un amore, insomma, impossibile, che non lo condurrà, tuttavia, ad arrendersi, ma a proseguire nella sua missione.
Il sentimento amoroso guida il protagonista, gli fornisce quella energia vitale capace di accettare nuove sfide, anche in un periodo difficile come quello pandemico ( il romanzo inizia ad essere composto nel 2019 e termina nell’aprile del 2020). La scrittura, come per altri autori, anche per il protagonista e per il nostro scrittore, diventa uno strumento per destare l’attenzione dell’amata e per riflettere sulla nascita di un sentimento, quello amoroso, su cui tanti pensatori, in epoche diverse, si sono interrogati.
Il protagonista Federico Spes pare a tratti dimostrarci che il confine tra il sentimento amicale e quello amoroso tra un uomo e una donna può diventare labile e che nella società contemporanea i rapporti interpersonali non risultano sempre facilitati dalle modernissime tecnologie. La messaggistica, come quella WhatsApp, a differenza delle telefonate e dei colloqui dal vivo, può ingenerare a volte equivoci, sia in campo professionale sia quello privato, e in questa società che il sociologo Bauman aveva definito sempre “più liquida”, anche le espressioni più semplici e gentili possono venire fraintese.
Tuttavia l’eredità che lascia un amore non corrisposto rimane presente non solo nell’arricchimento che un simile sentimento può apportare nel protagonista, ma anche nell’insegnamento che gli fornisce, spronandolo a non abbandonare mai il cammino, anche quando questo risulta irto e difficoltoso, perché non si può raggiungere l’alba senza passare prima lungo i sentieri della notte.

Mara Martellotta

No vax e libertà: prima il bene della Nazione

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Vengo letteralmente aggredito dai no Vax e dai loro accoliti perchè difendo le ragioni della vaccinazione di massa e il green – pass.

Solo così ritorneremo a godere delle nostre libertà che la pandemia ha ridotto e in alcuni casi annullato.

E’  una sensazione molto particolare  quella che provo:  mi suona strano essere accusato di intolleranza;  per uno come me che si è sempre battuto per la libertà e la tolleranza  ed ha subito l’intolleranza e la ghettizzazione proprio perchè libero , sembra quasi impossibile dover  leggere certe parole offensive e false. Ma la pandemia altera la  testa di molti, quei molti il cui comportamento irresponsabile porta alle restrizioni contro le quali gli stessi fanatici  scendono follemente in piazza, creando pericolosi assembramenti. E’  spesso gente piuttosto  ignorante che non sa nulla di storia e delle vaccinazioni che hanno salvato l’umanità. Basterebbe anche solo aver letto Manzoni che descrive la peste, ma questa gente non ha mai studiato nulla .Sono istintivi ,quasi  selvaggi ,  decisamente asociali, gente  che dovrebbe vivere in una selva  e non una comunità civile. L’art. 32 della Costituzione, a parere dei più illustri costituzionalisti, consente un trattamento sanitario forzato per ragioni di tutela della salute pubblica. Di fronte alla pandemia ci vogliono autodisciplina e civismo, due cose che sovente non ci sono. Il bene della Nazione , ricorderei alla destra , deve sempre prevalere La Nazione, la Patria, non il paese. Oggi la destra ha dimenticato il dovere di essere patrioti. I liberali veri hanno innato il senso dello Stato che il liberalismo risorgimentale ha creato cento sessant’anni fa. Sono anarchici senza saperlo . Il liberale Popper diceva che gli intolleranti non vanno tollerati. I fanatici che mettono a repentaglio la propria vita e quella degli altri non sono tollerabili in una libera democrazia in cui vale il rispetto dei diritti , ma anche quello dei doveri.  La libertà è responsabilità, altrimenti è licenza libertina ed anarcoide.
Io mi sono sottoposto a decine  di vaccinazioni quando ero bambino e durante i miei numerosi viaggi all’estero che lo imponevano in modo tassativo.
Oggi siamo in guerra contro un virus che ha fatto milioni di morti e mi sento come un soldato con le stellette richiamato in trincea a combattere con la penna per convincere alla responsabilità  e per  rintuzzare le bestialità che leggo. La pandemia ci ha resi peggiori , molto peggiori . Oltre un anno fa richiamavo il detto di Hobbes tratto da Plauto  Homo homini lupus. Ci stiamo  purtroppo arrivando. Stanno seminando la discordia sociale, seminando la paura del tutto fuori luogo di poter perdere la libertà. La vita e la libertà sono a volte due opzioni antitetiche che l’uomo si trova costretto a fare. “Libertà va cercando ch’e’ si’cara come sa chi per lei vita rifiuta“, come scrive Dante. La vita senza libertà non è meritevole di essere vissuta .In alcune occasioni storiche è richiesto agli uomini non banali il sacrificio della vita per la libertà. Così sono nati gli eroi. Ma in questo contesto, pur molto  drammatico, non ci sono possibilità di  scelta di questo tipo che apparirebbero ridicole  perché la  scelta è  oggi una sola : salvare la vita e la libertà, non dando retta alle Cassandre che per motivi di abietto interesse elettorale creano  panico sui vaccini, avvalendosi dei social in modo irresponsabile. Io non credo che un uomo come Draghi possa attentare alle libertà costituzionali . L’ho temuto  più volte con il governo giallo – rosso precedente , ma oggi l’unico reale pericolo contro cui concentrare ogni sforzo è combattere il virus, salvando vite umane .