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Riflessioni di un ateo praticante

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PAROLE ROSSE  di Roberto Placido   L’omelia di Papa Francesco di venerdì 27 marzo, nella sua eccezionalità è stata straordinaria sotto tanti punti di vista. In un momento terribile, che sta facendo vacillare oltre che le persone anche molti dei più importanti stati al mondo, la figura del Papa sovrasta un panorama di uomini di stato e delle istituzioni, non solo nel nostro paese, mai così debole ed inadeguato

Un gigante circondato da nani. L’elenco è desolatamente lungo dove spiccano i sovranisti, sia quelli nostrani che di altre nazioni, i vari Boris Johnson, primo ministro inglese e Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Naturalmente i nostri si accontentano di rilanciare video cialtroneschi e notizie false e gli altri prendono misure terribili e superficiali per i loro paesi, nessuna chiusura o immunità di gregge, per poi dovere fare ingloriose marce indietro. Alla prova dei fatti, quando ci sono reali difficoltà e gli slogan e le facili parole d’ordine non bastano più, le figuracce dei leader sovranisti sono evidenti e clamorose. La loro inadeguatezza è lampante. In una piazza San Pietro mai così vuota eppure mai così piena in una scenografia di una suggestione straordinaria, sotto la pioggia che la rendeva ancora più desolatamente coinvolgente. Nemmeno i più grandi scenografi, sia del passato, come Alessandro Sanquirico, che del presente, Dante Ferretti, sarebbero riusciti a fare meglio. Quanti hanno assistito all’omelia oppure l’hanno letta successivamente sono rimasti colpiti dalle parole del Pontefice che ha messo prepotentemente al centro la vita e la persona con parole di una semplicità straordinaria. Anche nella capacità di adeguare la millenaria Chiesa Cattolica alla situazione utilizzando le moderne tecnologie per impartire la benedizione urbi et orbi con l’indulgenza plenaria. Naturalmente non quella di Leone X che citavo nello scorso numero di questa rubrica e, se permettete, molto simile alla citazione di due numeri fa con il “salvarsi tutti insieme” di una delle più belle frasi di Enrico Berlinguer.

Coincidenze e riferimenti a parte, questa indulgenza plenaria rimane un fatto straordinario preparato con un apposito provvedimento. In una situazione dove le certezze vengono meno e le angosce fanno breccia, non solo nei caratteri più deboli, un punto di riferimento importante. La mia educazione cattolica, le scelte personali, che si intuiscono perfettamente dal titolo, non sono assolutamente sufficienti, così come gli studi fatti, ad interpretare o commentarla sotto l’aspetto religioso. E’ evidente che la statura morale di Papa Francesco, la sua dimensione mondiale, la capacità di trattare i temi della solidarietà, dell’uguaglianza, dei diritti, fanno risaltare ancora di più l’assenza, a sinistra, non solo di programmi e proposte adeguate, in questo momento quasi impossibili, ma soprattutto di leader o almeno di personalità adeguate e riconosciute. Sembra la legge del contrappasso, mentre arrivano medici, infermieri, materiali da Cuba, Cina, Albania ed una colonna di mezzi militari russi, il video ha intasato la rete, e ritorna in mente un vecchio manifesto della fine degli anni ’40 della DC (Democrazia Cristiana), il pericolo se si fosse votato per il P.C.I. (partito comunista italiano), con i cosacchi russi che si abbeveravano in Piazza San Pietro, molti a sinistra sono affascinati e, più che altro, riconoscono il primato etico e morale di Papa Francesco.

 

(Nell’immagine in alto papa Leone X)

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

in Cosa succede in città/Rubriche

Grandi figure – Papa Francesco – L’editore Cairo – La morte di Arbasino

Grandi figure

In questi momenti di immensa difficoltà sovvengono al ricordo grandi figure del passato a Torino e non solo. Il medico Giovanni Francesco Fiochetto (1564-1642) che fu pedagogo dei figli di Emanuele Filiberto . Si distinse nell’affrontare con coraggio, competenza e rigore la peste a Torino tra il 1630 e il 1631. Lasciò anche un celebre” Trattato sulla peste e il contagio di Torino” che nel 1631 fu pubblicato a spese del Comune e venne ripubblicato con un nuovo titolo durante la peste nera di Marsiglia del 1720 . Fu nobilitato dai Savoia e gli venne concesso il titolo di Conte di Bussoleno. Una via secondaria nelle vicinanze di Porta Palazzo lo ricorda. Un’altra figura esemplare fu il beato Sebastiano Valfrè (1629-1710),per certi versi anticipatore dei grandi santi sociali torinesi.Durante l’assedio di Torino del 1706 si distinse nel soccorso ai soldati e nel sostegno alla popolazione civile .Il Consiglio Comunale gli affidò l’incarico di promuovere novene di preghiere per salvare la città assediata. Fu lui a suggerire al re Vittorio Amedeo II il voto di edificare la Basilica di Superga. Oggi è passato tanto tempo,ma il loro ricordo potrebbe ancora essere di esempio per il presente.

 Papa Francesco

 La benedizione al mondo di Papa Francesco nel corso di una cerimonia austera e solenne nello stesso tempo di fronte ad una piazza San Pietro assolutamente vuota,è un fatto difficile da dimenticare.Un episodio di pari valore ,anche se più circoscritto, evoca un altro papa ,totalmente distante da Francesco, Pio XII che di fronte al bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 si precipitò tra la folla a San Lorenzo.Il Papa si mescolò con la gente da solo e senza scorta. Il gesto di Francesco risalta ancora di più in Italia dove si sente il bisogno di una guida riconosciuta da tutti e dal forte carisma politico in un momento  così drammatico della nostra storia .
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L’editore Cairo

Apprendiamo da una nota del Comitato di Redazione del “Corriere della Sera” che l’editore Cairo intende dare anche quest’anno un dividendo di quindici milioni agli azionisti dell’editrice. In tempi normali apparirebbe un’assurda interferenza quella del CdR di criticare le decisioni di Cairo. Ma di fronte al prepensionamento di oltre cinquanta giornalisti motivato dalle cattive condizioni dell’azienda,appare davvero incredibile il comportamento di Cairo che pure vorrebbe apparire un editore modello.
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La morte di Arbasino

Ho conosciuto Alberto Arbasino, che fu collaboratore del “Mondo” di Pannunzio e fu anche deputato repubblicano. E’ mancato novantenne. Fu lui a coniare l’espressione divenuta famosa della “casalinga di Voghera”, città dov’era nato. A molti lettori invece il nome di Arbasino dirà poco e in futuro ancora meno. Ha scritto moltissimo,ha riscritto tre volte il suo libro “Fratelli d’Italia” con un’umiltà che gli fa onore. Si è dedicato,oltre alla scrittura, a tante attività collaterali dalla carriera universitaria alla televisione. Di lui direi quello che ingiustamente Indro Montanelli scrisse di Soldati: fu un dissipatore della sua intelligenza. Aveva un modo di fare affettato ,falsamente cortese,che non mi è mai piaciuto, il suo sofisticato modo di scrivere, spesso intriso di un’ironia non sempre azzeccata, rispecchiava il dandy che era rimasto. L’aver partecipato all’avanguardia del Gruppo ’63 fu una scelta di rottura contraddetta dal resto della sua attività letteraria successiva.
C’e’ chi niente meno lo ha paragonato a Parini e all’Illuminismo  con un raffronto privo di significato, in quanto i suoi articoli su “Repubblica “ non sono certo di alto valore etico- politico ,sono molto lontani dalla tradizione settecentesca lombarda e molto vicini al radical – chiccume scalfariano. Spadolini, divenuto direttore del “Corriere!” nel 1968, lo allontanò dal giornale, malgrado vi fosse entrato l’anno prima. Dichiaratamente omosessuale, non ha mai voluto immischiarsi con i vari Pride che anzi  criticò  con asprezza. La sua opera dispersa in mille rivoli difficilmente costituirà un riferimento culturale significativo ,se non come espressione di una letteratura in crisi e di un mondo intellettuale incapace di esercitare la sua funzione: il “birignao”, come diceva Arbasino.

 

Croissants di pasta brisée alle zucchine

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La cuoca insolita Croissants

Rubrica a cura de La Cuoca Insolita

Eh sì, in questi giorni non possiamo raggiungere il nostro adorato bar per fare colazione. Dobbiamo affrontare il “problema” con una soluzione casalinga. Ecco quindi la ricetta dei croissants alle zucchine di pasta brisée. Per non rinunciare al piacere delle cose buone, in questi giorni difficili. Croissants salati, perfetti a colazione o per uno spuntino, anche per i bambini. Buoni come quelli del bar, ma con il 35% di grassi e calorie in meno. Ci sono riuscita sostituendo il latte, il burro e le uova con altri ingredienti… insoliti. Se a casa vi manca qualche ingrediente, non c’è problema: vi ho messo anche delle alternative!

Perché vi consiglio questa ricetta?

  • Rispetto ad un croissant “industriale”, farcito con salumi, la ricetta della Cuoca Insolita ha il 72% in meno di grassi saturi (un buon motivo per sostituire il burro con l’olio ) e il triplo di fibre.
  • Bene quindi per tenere a bada il colesterolo alto!
  • Questi croissants alle zucchine di pasta brisée sono senza burro, senza uova e senza formaggio. Eppure buonissimi!

Qualche curiosità sulla Canapa sativa: è perfetta per preparare il latte di canapa in ricette salate (guardate qui come ho fatto io) ed è piena di proprietà benefiche: potente antinfiammatorio, è composta per il 20-25% circa da proteine che contengono tutti gli otto aminoacidi essenziali (quelli che il nostro organismo non è in grado di sintetizzare da solo per comporre le proteine che servono per tutte le funzioni vitali). Nei semi di Canapa sativa il rapporto tra gli acidi grassi precursori degli Omega 6 e degli Omega 3 è di circa 3:1, che è considerato il rapporto ottimale secondo le più recenti ricerche scientifiche. I semi di canapa sono composti da 25-30% di fibre.

Tempi: Preparazione (40 min); Lievitazione (30 min), Cottura (10 min per ripieno + 20 in forno)

Attrezzatura necessaria: Robot mixer tritatutto (non essenziale), contenitore rotondo di medie dimensioni, tagliere e coltello a lama liscia o mandolina, padella da 24 cm diametro, casseruola piccola, mattarello da 40 cm, grosso tagliere di legno o tappetino in silicone 40 x 60 per stendere la pasta brisée (non essenziali), cucchiaio di legno, frusta.

Difficoltà (da 1 a 3): 2

Costo totale: 2,64 € (4,44 €/kg)

Ingredienti per 8 croissants:

Per la pasta brisée:

  • Farina manitoba – 75 g
  • Farina di farro tipo 1 (o altra farina adatta alla panificazione) – 75 g
  • Olio di girasole o di oliva – 3 cucchiai
  • Acqua – 55 g
  • Sale fino integrale –5 pizzichi
  • Lievito di birra disidratato – 1 cucchiaino da caffè (o lievito di birra fresco)
  • Semi di sesamo – 2 cucchiai

Per il ripieno di verdure:

  • Zucchine pulite – 85 g
  • Tofu (o ricotta) – 70 g
  • Porro (o scalogno o cipolla) – 20 g
  • Olio e.v.o. – 1 cucchiaino
  • Zenzero in polvere – 1/4 di cucchiaino
  • Sale fino integrale – 3 pizzichi abbondanti

Per la besciamella:

  • Latte di soia o di canapa (o di mucca) – 125 g
  • Farina di farro integrale (o altra farina) – mezzo cucchiaio
  • Olio e.v.o. – 1 cucchiaio
  • Sale fino integrale – 4 pizzichi
  • Lievito alimentare in scaglie (o parmigiano) – 1,5 cucchiai

Per la doratura dei cornetti:

  • Latte di soia – 50 g
  • Malto di orzo – 1 cucchiaino (20 g)
    (Oppure spennellato con rosso d’uovo)

Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link.

In caso di allergie…

Allergeni presenti: Cereali contenenti glutine, soia, sesamo

La cuoca insolita CroissantsPreparazione dei croissants

FASE 1: LA PASTA BRISEE

Mescolate tutti gli ingredienti (tranne i semi di sesamo) in una terrina rotonda e impastate per 2-3 minuti. Lasciate riposare l’impasto, coperto da un canovaccio, per circa 30 minuti.

FASE 2: LE VERDURE DEL RIPIENO

Sbriciolate a pezzettini molto piccoli il tofu con il robot tritatutto o con le mani. Lavate e tagliate le zucchine a fiammifero, in pezzetti lunghi circa 2-3 cm.

Nella padella mettete l’olio a scaldare a calore sostenuto. Intanto tagliate il porro finemente e fatelo rosolare nell’olio caldo. Quando ha preso colore versate un dito d’acqua e lasciate evaporare completamente. Versate nella padella il tofu e fatelo insaporire per 3 minuti. Aggiungete le zucchine e mescolate. Abbassate il fuoco e fate cuocere per 5 minuti, girando ogni tanto. Verso la fine aggiungete il sale e lo zenzero.

FASE 3: LA BESCIAMELLA

In un pentolino mettete olio e farina e sale e amalgamateli tra loro. Scaldate il latte a parte e versatelo a poco a poco nel mix di farina e olio. Intanto mescolate con la frusta in modo che non si formino grumi. Unite quindi il resto del latte e mettete a cuocere a calore moderato fino a quando la besciamella inizia ad addensarsi (ci vorranno un paio di minuti al massimo). Spegnete il fuoco, aggiungete il lievito alimentare in scaglie e date un’ultima mescolata. Unite la besciamella alle verdure del ripieno (in proporzione circa 1:1).

FASE 4: STENDERE LA PASTA BRISEE E PREPARARE I CORNETTI

Disponete farina in abbondanza sul tagliere o sul tappetino di silicone (se non avete nessuno dei due, basta un piano di lavoro ben infarinato). Spolverate quindi con i semi di sesamo (vedi ingredienti pasta brisée) e stendete la pasta brisée (tutta in una volta per una porzione da 6 croissants), cercando di darle una forma rotonda. La pasta dovrà essere stesa sottile il più possibile (circa un disco da 40 cm diam). Con un coltello tagliate la pasta in 8 spicchi.

Disponete nella parte superiore di ogni spicchio il preparato per il ripieno (verdure e besciamella già mescolate). Bagnate i lati lunghi del triangolo con dell’acqua (o del rosso d’uovo). Chiudete il triangolo, cercando di non stringere troppo la parte in cui c’è il ripieno (gonfierà durante la cottura). Lasciate riposare i cornetti per almeno 2-3 ore in forno spento e chiuso, mettendo dentro un pentolino con dell’acqua bollente. Il volume dovrà quasi raddoppiare.

In una ciotolina sciogliete il malto d’orzo nel latte di soia e spennellate la superficie dei cornetti. A fine cottura resteranno dorati, quasi come se aveste usato il rosso d’uovo!

FASE 5: LA COTTURA

Fate cuocere a 170° C (ventilato) per 25 minuti.

Chi è La Cuoca Insolita

La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari.

Tante ricette sono pensate anche per i bambini (perché non sono buone solo le merende succulente delle pubblicità). Restando lontano dalle mode del momento e dagli estremismi, sceglie prodotti di stagione e ingredienti poco lavorati (a volte un po’ “insoliti”) che abbiano meno controindicazioni rispetto a quelli impiegati nella cucina tradizionale. Usa solo attrezzature normalmente a disposizione in tutte le case, per essere alla portata di tutti.

 

Chi è Cristina Di Bari, imprenditrice e attenta al sociale

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Cristina Di Bari Imprenditrice

Rubrica a cura di ScattoTorino

Cristina Di Bari è un’imprenditrice di successo che sa unire testa e cuore. La passione per il lavoro, trasmessa prima dal papà Nicola e poi dallo zio Giovanni Cottino, unita alla costanza e all’impegno in qualsiasi progetto la veda protagonista, sono il leit motiv della sua vita. Dopo gli studi, a 25 anni subentra al padre nella conduzione dell’azienda che operava nel settore del commercio e nel 1994 è chiamata dallo zio a creare e dirigere un’altra azienda di famiglia, la TRA.SMA Spa che si occupa di produzione di fili di rame trafilati, della quale oggi è Socio e Amministratore Unico.

Infaticabile ed entusiasta, ricopre con successo altri ruoli apicali: è infatti Vice Presidente della Fondazione Giovanni ed Annamaria Cottino, del Cottino Social Impact Campus e di Unionchimica Torino, è Membro del Comitato di indirizzo della Fondazione CRT, Consigliere di Amministrazione di Corep e Confapifidi oltre che Membro della Commissione Finanza di Confapi nazionale. Imprenditrice, donna sensibile e attenta al sociale. Cristina Di Bari agisce con etica e savoir-faire in tutti i settori e crede fermamente che il futuro si costruisca oggi.

TRA.SMA S.p.A., della quale è Amministratore Unico, opera ponendo attenzione alle politiche ambientali e sociali. In che modo?

“Io appartengo alla seconda generazione di questa azienda, che è un’eccellenza nel suo settore. È infatti una delle prime tre in Italia e una delle prime cinque in Europa. Nella gestione della società ho avuto la fortuna di poter esprimere non solo attenzione al profitto economico, essenziale per ogni impresa, ma anche alle politiche ambientali e sociali. Da 20 anni abbiamo ottenuto la certificazione ambientale e in azienda ormai è una prassi collaudata per tutti operare nel rispetto di tali norme.

Cristina Di Bari Imprenditrice

Abbiamo poi installato due cogeneratori per l’autoproduzione di energia elettrica da gas metano ottenendo efficienze energetiche anche per il riscaldamento ed il raffrescamento dello stabilimento e degli uffici, ma siamo orgogliosi di poter attuare anche una significativa politica di inclusione sociale. Collaborando con il Sermig di Torino, e grazie alla sensibilità sviluppata all’interno del team, abbiamo oggi presenti in azienda lavoratori di tante etnie diverse– filippini, rumeni, africani, italiani – e abbiamo sperimentato anche l’inclusione di detenuti in semilibertà. È una bella soddisfazione offrire l’opportunità a noi e ai nostri dipendenti di convivere con persone di altre culture e diversi stati sociali”.

Ci presenta la Fondazione Cottino, della quale è Vice Presidente?

La Fondazione nasce nel 2002 per volontà dei miei zii Annamaria Di Bari e Giovanni Cottino per realizzare l’ideale di restituzione rispondendo ai bisogni semplici del territorio in termini di assistenza ai più deboli. E’ stato poi avviato un percorso evolutivo verso la così detta filantropia strategica che, ispirandosi a modelli imprenditoriali a noi cari, mira a essere propulsore di sviluppo. Questo tipo di filantropia opera in tre diverse aree: Formazione Trasformativa, Charity e Territorio, Ricerca & Innovazione.

Rispetto alla prima area, l’iniziativa più recente e rilevante è l’istituzione del Cottino Social Impact Campus che è il primo campus in Europa dedicato ad un’offerta formativa innovativa per la creazione di worldmakers for social impact. L’area Charity & Territorio è quella che costituisce da sempre il DNA del nostro ente. Operiamo direttamente e sosteniamo organizzazioni che agiscono sul territorio a favore dei più fragili per il bene delle famiglie, dei bambini e degli anziani. È l’area di tanti interventi tra i quali quelli della ricostruzione, dopo il sisma del 2016, della scuola dell’infanzia del Comune di Loro Piceno e della costruzione, nel 2018, del nuovo oratorio Onda Giovane Salus di Torino. Innovazione e Ricerca, infine, è l’area di focus che vede la Fondazione Cottino direttamente coinvolta nel percorso di sviluppo: dall’idea all’impresa. Attraverso molteplici strumenti e forme di intervento, l’obiettivo è quello di promuovere e sostenere progetti imprenditoriali che con l’innovazione tecnologica e la ricerca siano in grado di valorizzare il capitale umano, la sostenibilità e l’impatto sociale. È l’area del fare e del fare impresa, del Premio Applico, di H4O (Hackathon for Ophthalmology) e dell’Ospedalizzazione a Domicilio (OAD)”.

Il Cottino Social Impact Campus è un progetto nuovo: di cosa si tratta?

“Sono due le anime innovative in gioco ed entrambe hanno in comune il modello di intervento di stampo imprenditoriale. Una è relativa alla costruzione del futuro Cottino Learning Center del Politecnico di Torino, un centro di quasi 4.000 mq che verrà realizzato all’interno della Cittadella politecnica con un esempio innovativo di progettazione e realizzazione condivisa pubblico-privato e l’altra è relativa alla realizzazione di un Social Impact Campus che sarà il primo centro in Europa ad occuparsi di Impact Education”.

La filosofia del Campus si basa sulla cultura trasformativa. Approfondiamo il tema?

“Si tratta di un progetto attraverso il quale generare un cambiamento sistemico attraverso la cultura. Vogliamo contribuire a formare giovani, imprenditori, manager, professionisti e organizzazioni in grado di rispondere alle sfide sociali contemporanee e immaginare nuove soluzioni. Vogliamo portare una cultura – oggi di nicchia – ad essere di massa per generare un vero cambiamento. Attraverso un percorso di apprendimento e sperimentazione unico ed altamente distintivo, il Campus Cottino formerà queste figure dotandole di nuovi strumenti, metodologie e prospettive perché sappiano produrre nei rispettivi ambiti di lavoro un impatto sociale positivo.

Vogliamo offrire una visione che coniughi la redditività economica alla sostenibilità economica, ambientale e soprattutto sociale. Non si tratta di classiche lezioni in aula, ma di reali esperienze dove la teoria si integra alla pratica con progetti concreti su cui docenti e studenti si confrontano. Grazie alle partnership strategiche con il Politecnico di Torino, l’Opera Torinese del Murialdo, Social Fare e anche con Torino Social Impact, Assifero, EVPA, ESCP Business School – realtà tutte eccezionali e di esposizione internazionale per una proposta ben oltre i confini locali – svilupperemo veri e propri Impact Leader”.

Da imprenditrice, qual è il suo ruolo nel direttivo di APID?

“Sono molti i miei impegni associativi sia a livello locale che nazionale. Per più di 8 anni sono stata Vice Presidente Vicario di Api Torino e oggi sono parte della governance a livello nazionale. Apid è il luogo dove ho mosso i primi passi associativi e dove ho sperimentato l’importanza ed il valore del dialogo, del confronto e della rete tra imprenditori condividendo le parole della past President Giovanna Boschis: “da soli siamo invisibili, insieme siamo invincibili”.

Noi donne abbiamo un’incredibile innata capacità di fare le cose bene e velocemente e più di altri abbiamo la sensibilità, il coraggio e la resilienza per affrontare i cambiamenti e gestire la rivalità. Il mio ruolo è fare squadra ed essere complementare per lo studio e la realizzazione dei progetti, ma anche fare squadra per condividere momenti di socialità e divertimento”.

Quali sono le parole chiave per la Torino di domani?

Cristina Di Bari ImprenditriceInnovazione tecnologica e sociale, formazione, investimenti. Torino deve diventare un laboratorio di innovazione grazie ai nuovi progetti creati in sinergia sul territorio tra università, imprese e fondazioni. Abbiamo delle eccellenze rappresentate dalle Università e dal Politecnico di Torino che devono essere implementate per offrire una formazione nuova come la making school e come gli Itis professionali, perché oggi c’è bisogno di nuove figure. Occorre anche attrarre nuovi investimenti per far sì che la città possa offrire lavoro, e quindi residenza, ai tanti che popolano le nostri eccellenti università in modo che possano restare, mettere su famiglia e vivere in un contesto ottimale dal punto di vista sociale e ambientale. Come imprenditrice credo che occorra creare una Torino nuova che punti sulla cultura e sul rilancio attraverso grandi eventi che attraggano il turismo”.

Torino per lei è?

È la mia casa. Qui c’è la mia grande famiglia. Ci sono mio marito Nicola, mio figlio Edoardo, mia mamma, i miei nipoti, i cugini e i diversi parenti. Qui ho mosso i primi passi imprenditoriali seguendo le orme di mio padre prima e di mio zio successivamente. Ho avuto modo, grazie ai miei impegni istituzionali, di vedere Torino sotto tanti aspetti: imprenditoriale, culturale, politico, sociale. Questa è una città che ha radici solide nei suoi cittadini e un potenziale di sviluppo e di crescita enorme. È sempre stata un grande incubatore di innovazione: basta pensare alle tante cose che sono nate a Torino e a quelle che ancora oggi stanno nascendo. Infine è la città ideale per vivere e per lavorare e può diventare un modello per il futuro”.

Un ricordo legato alla città?

“Ho la fortuna di abitare in una posizione dove posso godere di tre viste ogni mattina: la collina, le montagne e la città. Ognuno di questi panorami suscita in me dei ricordi passati e presenti. La bellezza delle passeggiate in bici o a piedi nel verde della collina o in riva al fiume sin da quando ero bambina, la forza che mi ispira ogni giorno il Monviso con le sue cime innevate e il cielo azzurro e la città, con i suoi palazzi storici, i suoi portici e i grattacieli e poi la bellezza delle persone, il valore degli amici in una dimensione tutt’altro che da bugia nen”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Foto Cristina Di Bari e Campus – Ph: MybossWas e Nicola Gaudiomonte

La lotta al maggiolino giapponese per proteggere le nostre colture

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maggiolino giapponese

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per Piante da Legno e per l’Ambiente

Rinvenuto in Italia, nel Parco del Ticino, per la prima volta nel 2014, questo coleottero, scientificamente chiamato Popillia japonica, sta divenendo un problema importante per la nostra agricoltura. Ne sanno qualcosa gli abitanti del Novarese e del Vercellese orientale che lo hanno già sul loro territorio. Gli adulti del maggiolino giapponese, assai voraci e numerosi, si nutrono collettivamente a spese di molte specie coltivate e spontanee. Le larve, invece, vivono nel terreno cibandosi degli apparati radicali delle specie erbacee. L’UE ha inserito questo insetto nelle cosiddette “specie da quarantena”, contro le quali la lotta è obbligatoria.

L’IPLA e l’impegno per contrastare il maggiolino giapponese

L’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA SpA) segue per conto del Settore Fitosanitario da 3 anni le attività di contrasto, che negli anni scorsi hanno compreso l’immissione nelle aree di riproduzione di una particolare specie di nematode e una di un fungo, capaci di parassitizzare le larve. E dallo scorso anno la disposizione sul territorio complessivamente di migliaia di trappole per gli adulti.

maggiolino giapponeseLe trappole per la lotta a questo coleottero così invasivo

Per andare nello secifico, nell’estate 2019 sono state installate 600 trappole a cattura massale degli adulti (già utilizzate dall’inizio in collaborazione con il Parco del Ticino), le quali vengono svuotate periodicamente. Solo nel 2018 con questa modalità sono stati catturati 24 milioni di adulti. Sono inoltre state posizionate 400 trappole per la disseminazione di un fungo entomopatogeno che agisce sull’insetto, causandone la morte. Non solo: sono state posizionate altre 1500 trappole a rete insetticida per l’abbattimento diretto degli adulti del maggiolino giapponese. Queste ultime possono possono abbattere fino a 26.000 adulti per trappola al giorno.
Tutte le trappole suddette sono innescate con un attrattivo a due componenti: il feromone sessuale femminile (che attira i maschi) e un’essenza floreale (che attira entrambi i sessi) proprio per condurre gli insetti nella trappola. Le trappole sono installate secondo schemi precisi e in modo da evitare di attirare il coleottero in zone ancora indenni e limitare quindi il più possibile l’espandersi dell’infestazione. Durante i mesi primaverili-estivi sul territorio sono in azione numerose squadre per la gestione e il monitoraggio delle trappole, anche per evitare eventuali azioni di vandalismo.

Quali progetti per la lotta al maggiolino giapponese?

Per l’annata 2020 le azioni di contenimento sono già programmate e saranno essenzialmente concentrate nella disposizione sul territorio infestato di circa 2500 trappole a ombrello, progettate e realizzate secondo le direttive tecniche dell’IPLA e del Settore Fitosanitario della Regione Pimeonte, che hanno dimostrato una efficacia maggiore rispetto ad analoghe trappole utilizzatein altri territori.
Per approfondire il tema si può consultare la pagina dedicata sul sito della Regione Piemonte.
Per approfondire le schede tecniche e le caratteristiche della Popillia ma anche di altri patogeni inseriti nella lista delle specie da quarantena individuate dalla UE si può consultare la seguente pagina sul sito istituzionale dell’IPLA.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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Farinetti e la patrimoniale – Manlio Brosio grande italiano – La centralità del Parlamento

Farinetti e la patrimoniale

Oscar Farinetti non è una persona simpatica , si crede, insieme a Carlin Petrini, un oracolo della sinistra enograstronomica che discetta su tutto e tutti. Un esponente delle Coop chic che fa grandi affari e vuole anche dettare legge in politica e persino nell’etica pubblica attraverso compiacenti interviste televisive e giornalistiche. Ha perfino scritto libri banali e faziosi che hanno avuto vasta eco nei soliti ambienti della sinistra snob. E’ un ospite gradito di Lilli Gruber e di altre trasmissioni simili.  Adesso il guru  del cibo genuino lancia l’idea di una patrimoniale sui risparmi, sempre più ridotti e precari, degli Italiani, già quasi decimati dall’ epidemia e dalle tasse. Speriamo che sia solo una sua idea molto peregrina e non sia stato ispirato da qualche politico che non sa più a chi votarsi.
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Manlio Brosio grande italiano

Ricorrono quarant’anni dalla morte di Manlio Brosio, avvocato, ministro, ambasciatore, senatore, grande piemontese. Brosio andrebbe ricordato adeguatamente e forse in altri tempi scriverò su di lui in modo più esaustivo. Nel 1945 fu ministro della Guerra e vice presidente del Consiglio. Era negli Anni Venti  amico e stretto collaboratore  di Piero Gobetti, ma in età matura fu molto critico sul gobettismo, le sue ambiguità illiberali e le sue aperture a Gramsci e ai comunisti. Nel 1946 fu il leader della componente repubblicana del PLI e non venne eletto alla Costituente perché il Partito Liberale fu prevalentemente monarchico, seguendo Croce ed Einaudi. Uscì dal partito insieme a Franco Antonicelli, dedicandosi all’attività diplomatica, essendo stato nominato ambasciatore a Mosca. In quella veste si occupò del dramma dei prigionieri italiani in Russia che tornarono in Italia in diecimila su un contingente di circa sessantamila. Per tentare di tenere un rapporto con i sovietici sconsigliò di aderire all’ Alleanza atlantica , anche se poi le vicende successive portarono proprio Brosio a ricoprire la carica di Segretario Generale della NATO, una carica che esercitò con grande dignità ed autorevolezza. Fu anche  ambasciatore a Londra e seguì la vicenda di Trieste e del suo ritorno all’Italia con tatto e passione di italiano e di ex combattente nella Grande Guerra. Al contrario di Antonicelli che finì senatore nelle file del PCI, Brosio scelse di tornare nel Partito Liberale dove venne eletto senatore nel 1972. La sinistra del partito pensava che l’ex gobettiano si sarebbe schierato dalla sua parte, invece Brosio assunse posizioni sue che alcuni giudicarono conservatrici, ma che in effetti era solo coerentemente liberali. L’ho conosciuto ed anche un po’ frequentato. Era un grande italiano di statura internazionale, un uomo che ormai era già entrato nella Storia, ma aveva mantenuto il tratto gentile nei suoi rapporti con le persone e con i giovani in particolare. I liberali per primi si dimenticarono molto presto di lui,  forse perché inadeguati a reggere il confronto con la sua figura. Insieme a lui tornò nel 1972  nel PLI  un altro grande liberale che aveva aderito alla scissione radicale con Bruno Villabruna, l’avvocato Gaetano Zini Lamberti che era stato internato militare in Germania. Un’altra grande figura dimenticata che meriterebbe attenzione.

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La centralità del Parlamento

Ormai in Italia si governa solo più a colpi di decreti legge riconvertiti in legge molto rapidamente dal Parlamento.  Ma soprattutto a colpi di decreti del Presidente del Consiglio che sono una vera anomalia costituzionale ai sensi dell’articolo 77 della Carta   che andrebbe rispolverato. Si tratta di  un’accelerazione  dovuta all’emergenza , ma anche potenzialmente molto pericolosa e lesiva per la stessa democrazia. L’ idea malsana di far votare i soli capi gruppo è davvero una follia  se non un attentato alla Costituzione .In Italia non esiste la regola degli Orazi e dei Curiazi. Anche il televoto da casa dei parlamentari appare un precedente grave. Le istituzioni parlamentari, presidio delle nostre libertà, vanno salvaguardate. Le alte cariche dello Stato non possono permettere che si deroghi in presenza dell’ampliamento smisurato che sta avendo il potere esecutivo. C’è perfino chi ritiene che chiedere un dibattito parlamentare sia ostruzionismo. Una frase poco intelligente, rivelatrice  di un forma mentis antidemocratica e profondamente illiberale.

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(La foto di Oscar Farinetti è di Pietro Vitti)

Il senso del momento

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PAROLE ROSSE di Roberto Placido   Ha fatto molto parlare, specialmente a sinistra o presunta tale, la somma, dieci milioni di euro, che Silvio Berlusconi e, per fortuna anche altri, ha destinato al sostegno dell’azione delle istituzioni per combattere la pandemia di Corona Virus

L’elenco è lungo e comprende singoli, appunto Silvio Berlusconi, e aziende come Ferrero, dieci milioni, la famiglia Agnelli, altri dieci, la Reale Mutua, cinque milioni, Giovanni Rana, il Gruppo Miroglio con la produzione, donata alla Regione Piemonte di 700.000 mascherine ed è stato, cosa importante, lo stimolo per altre aziende a riprendere la produzione di mascherine chirurgiche quanto mai necessarie in questo momento.

E poi ancora il Gruppo Generali Assicurazioni, con un fondo di 100 milioni di euro, Apple, Pirelli, Snam, Benetton, Moncler, Barilla, UBI Banca, Novartis, Amadori, Unipol, giocatori di calcio e di altri sport, e tanti altri ancora con un elenco che si allunga sempre di più. Le critiche, dico subito che non condivido, specialmente rivolte a Berlusconi, che nonostante i suoi 84 anni ha dimostrato ancora una volta di essere veloce e di cogliere l’attimo essendo stato il primo dell’elenco sopra indicato. Qualche giornale, il Fatto Quotidiano, ha elencato alcune delle “grandi evasioni” o leggi ad personam che hanno favorito lui, le sue aziende o la sua famiglia, confondendo a mio parere, le cose ed i momenti, definendola carità pelosa. Non si tratta di azioni caritatevoli pur nel rispetto del senso cristiano di carità e dell’essere una delle virtù teologali. Non è nemmeno e non potrebbe comunque esserlo un’indulgenza come fece nel lontano 1515 Leone X che, per pagare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, decise di venderle in tutta la Germania. In tanti ne approfittarono convinti così di acquistare, dopo la morte, il lasciapassare per il Paradiso. Per i reati, sia quelli fiscali, che quelli penali, servono condoni ed amnistie. Per i secondi se ne sta parlando con sempre maggiore insistenza e quanto prima ci sarà sicuramente. Il nostro paese non è in grado, in questo momento, di gestire troppe emergenze. Tornando al tema, quanto fatto è un’azione di solidarietà in un momento drammatico per l’Italia. La solidarietà, lo sa bene chi è di sinistra, non è solo un sostantivo, ma un impegno etico-sociale in determinati momenti e situazioni. Con dieci milioni non si cancellano le leggi ad personam e tutto il resto per Silvio Berlusconi, non si cancellano le responsabilità per il crollo del ponte Morandi per il Gruppo Benetton e così via. Di queste e di altre vicende se n’è occupata e se ne occuperà la magistratura. Ora è il momento della solidarietà e della coesione a tutti i livelli e non dei distinguo e delle polemiche. In una situazione così drammatica non ce lo possiamo permettere. Arriverà il momento per ragionare sui ritardi del governo, della Protezione Civile, delle Regioni, dei singoli cittadini che non rispettano, sciaguratamente, le disposizioni, che vive lo stare in casa come un sacrificio insopportabile dimostrando la fragilità di milioni di italiani mentre tutto il sistema sanitario, medici, infermieri, paramedici e tanti altri fanno i veri sacrifici. Ogni cosa a suo tempo. Ora è il momento dell’impegno e della solidarietà e ben vengano sottoscrizioni come quella lanciata, oltre quattro milioni di euro, da Chiara Ferragni e da Fedez, o da quotidiani ed emittenti televisive. L’Italia ha bisogno che prevalga la parte migliore, ha bisogno, oltre che di solidarietà, di unità.

Chi è Luca Vicini, bassista dei Subsonica, producer e scrittore

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Luca Vicini bassista dei Subsonica

Rubrica a cura di ScattoTorino

Non si può parlare di musica a Torino senza parlare dei Subsonica. Grazie alla band, infatti, la nostra città – un tempo simbolo industriale – si è fatta conoscere anche per le sue sonorità. I “5 di piazza Vittorio” hanno saputo segnare una svolta nel panorama musicale italiano e internazionale, come dimostrano i tanti riconoscimenti: dal disco di platino per Microchip Emozionale (2000), Amorematico (2002) e Terrestre (2005) ai due MTV Music Awards come Best Italian Act (nel 2000 e nel 2002). ScattoTorino ha incontrato Luca Vicini, in arte Vicio, che oltre ad essere il bassista dei Subsonica è anche un producer affermato e autore di due libri: Il silenzio tra le note, edito da Ultra, e Quattro corde pubblicato da Arcana.

L’amore per la musica quado è nato?

“Mia madre dice che a quattro anni imitavo Riccardo Cocciante e cantavo Bella senz’anima. A otto anni una cugina mi ha fatto scoprire Message in a bottle dei Police e sono impazzito. Mi piaceva il rock e avevo un animo da dj: mi divertivo a far sentire la musica agli altri e con un amico giocavamo alla radio”.

Luca Vicini bassista dei Subsonica

E la passione per il basso?

“Ero al liceo e seguivo gruppi dark e punk, ma soprattutto metal. Suonavo la chitarra, ma mi piacevano le band dove il basso era in evidenza e così ho cambiato strumento. Sono entrato in un gruppo, ma ero autodidatta. Solo in seguito ho studiato al Centro jazz di Torino”.

L’avventura Subsonica come è iniziata?

“Quando sono nati i Subs il bassista era Pierfunk. Poi lui ha abbandonato la band mentre io ero in Spagna con una persona amica del loro fonico che mi ha suggerito di farmi avanti. Ho chiamato Boosta (il tastierista n.d.r.), che conoscevo, e da lì è nato tutto”.

Ci presenti il Punto V?

È il mio studio di registrazione. Un luogo accogliente in bassa Valle di Susa in cui io, ma anche tanti musicisti, possiamo creare, arrangiare e registrare. Ci sono sintetizzatori analogici, strumenti etnici, percussioni, e naturalmente bassi di ogni tipo”.

Da lì sono nati tanti progetti. Ce ne segnali qualcuno?

“All’interno del Punto V hanno preso forma produzioni come i singoli The Color Inside Her di Jeffrey Jey, Show Me The Way To Heaven di Raf, la traccia su album La sedia di Lillà di Antonella Ruggero. Ho collaborato con Ermal Meta a La vita migliore che è nell’album Vietato morire e sono passati dal Punto V artisti come Antonello Venditti e Zero Assoluto”.

Il tuo ultimo libro è Quattro corde. Di cosa tratta?

Il sottotitolo è Passato, presente, futuro e Subsonica. È uscito a fine febbraio e si compone di dodici capitoli che prendono spunto da alcune canzoni cruciali per il mio sviluppo come persona e come bassista dei Subsonica. Sono canzoni che oggi non hanno più un significato specifico per me e che sono fuori dal tempo. Quelle che racconto sono storie singole e storie che si intrecciano. Sono ricordi semplici, divertenti e a volte dolorosi, ma che fanno parte di me. Descrivo anche come sono arrivato ai Subsonica e i primi momenti di condivisione con la band. Attimi simili ad un amore, fatto di sentimenti positivi e negativi, di avvicinamenti e allontanamenti, ma anche parentesi di stabilità come quello che sto e stiamo vivendo adesso. Purtroppo lo scenario nazionale attuale ha imposto di far slittare le presentazioni del libro. Quando si tornerà alla normalità ricomincerò a promuoverlo e sarà bello condividere senza essere ad un metro di distanza”.

Luca Vicini bassista dei SubsonicaHai altri progetti extra Subsonica?

Come producer sto curando il primo lavoro da solista di Linda Messerklinger e tutto sta procedendo velocemente e in maniera entusiasmante. Si tratta di un progetto musicale che dedicherà molta attenzione a ciò che ognuno di noi è chiamato a vivere quotidianamente. Tra le tracce ci sono alcuni mash up di brani rivisitati in chiave nuova, che potete ascoltare su Spotify, Apple Music e su tutte le principali piattaforme di streaming: Enjoy the silence dei Depeche mode con Moments in love degli Art of noise e In our sleep di Laurie Anderson con All is full of love di Bjork. Ci saranno anche pezzi inediti scritti da lei e accompagnati da me per la parte musicale: il primo è Voyage dans la lune il cui titolo si rifà al film di George Meliès e che presto sarà accompagnato da un video curato da Alla Chiara Luzzitelli e Linda Messerklinger in cui si parla di temi contemporanei: dall’utilizzo delle biotecnologie alla sostenibilità. Tra i protagonisti ci saranno il designer Piergiorgio Robino, il filosofo Leonardo Caffo, il sottoscritto e molti altri personaggi di rilievo del panorama italiano”.

Torino per te è?

“Anche se da tempo ho scelto di vivere in Valle di Susa, ci ho abitato dai 30 ai 37 anni. Mi piace stare vicino alla natura, ma ho comunque bisogno di avere una metropoli accanto perché ho costantemente contatti con la cultura, con l’arte e con tutto ciò che è in fermento all’ombra della Mole. Per me è fondamentale uscire, andare ai concerti, scoprire nuovi luoghi in cui bere un aperitivo e ritrovare un ambiente stimolante dove spesso nascono le idee, i progetti artistici e le stesse unioni che servono per far crescere la società. Non potrei mai stare troppo lontano da Torino”.

Un ricordo legato alla città?

“Ero single e vivevo nella zona del Balon. Una sera doveva passare da me Maurizio Lobina degli Eiffel 65, che si è presentato a casa alle 2.30 del mattino. Decisamente molto dopo rispetto all’orario che mi aveva detto. Insieme siamo usciti per andare ai Murazzi e siamo rientrati alle 8. Quel ricordo è legato ad un momento nostalgico, un periodo leggero in cui la musica era sempre dietro l’angolo e insieme abbiamo composto molti lavori. Un altro ricordo è legato a piazza Vittorio quando ancora il parcheggio era sterrato. Era la piazza dove c’era Casasonica, ma anche il simbolo di un tempo passato, di una Torino diversa e meno sterile”.

 

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Foto Luca Vicini in bianco e nero – Ph: Luca Carlino
Foto Subsonica – Ph: Pasquale Modica

 

Contacc, una parola piemontese per indicare il contagio

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Contacc Centro Studi Piemontesi

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi 

Contacc! Parola che negli anni ha assunto un significato “quasi” simpatico, come espressione di meraviglia, o dispetto. Pensiamo alla poesia Ij Bogianen di Angelo Brofferio; all’uso che ne fecero Cavour o Massimo d’Azeglio (se ne trova traccia nei rispettivi Epistolari).
Letteralmente da tradurre con Contagio! “Espressione divulagata in ambiente medico e sanitario e riferita al pericolo di pestilenza, soprattutto durante le epidemie di peste del 1559 e del 1630, disatrose anche in Piemonte…” (per storia e etimologia vedi REP Repertorio Etimologico Piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015).

Il fattore “C”

in prima pagina/Rubriche

PAROLE ROSSE di Roberto Placido / Neanche tanti anni fa si sarebbe detto il fattore “K” ma oggi non può che dirsi, pena l’incomprensione da parte di molti, il fattore “C”. Naturalmente la lettera sta ad indicare il Corona Virus o Covid 19 che dir si voglia ma anche, aggiungo io, Cina e Cuba

Non ritorno sulla gestione iniziale, altalenante, della Pandemia ma su quello che stiamo vivendo in questi giorni di chiusura totale di tutto il paese. Il provvedimento, dopo le critiche o le sottovalutazioni di altre nazioni, penso che sarà il riferimento per molti governi e stati ma su quanto è emerso, sono venuti a galla tutti gli errori di gestione della Sanità pubblica degli ultimi dieci anni. Alcuni gravi e che rischiano di diventare tragici, altri meno ma che pesano terribilmente nella situazione che si è creata a causa della pandemia da Covid 19.

Il decennio indicato è stato costellato da tagli indiscriminati e pesanti alla sanità pubblica. Dove più dove meno le regioni, sia quelle di sinistra che di destra, hanno calcato pesantemente la mano. Senza un piano strategico nazionale e nemmeno nelle singole regioni. Si è permesso così di non difendere, ma questo purtroppo è avvenuto sciaguratamente in tutti i settori. Aziende strategiche per l’interesse nazionale che non vuol dire solo i camion pesanti o qualche infrastruttura ma, abbiamo scoperto ora, anche la produzione di mascherine o di respiratori, vendute o delocalizzate senza che i vari governi avessero nulla da obiettare. In Piemonte ha risposto in uno slancio di generosità il Gruppo Miroglio Tessile di Alba, marchi Vestebene , Elena Mirò ed altri, con la produzione straordinaria e manuale di circa 700.000 mascherine di stoffa lavabili e riutilizzabili una decina di volte. A costo zero per la Regione Piemonte! Il tutto coperto da “monsù” Miroglio e d altre realtà cuneesi. In tema di mascherine fanno da contraltare quelle, incredibili, inviate dalla Protezione Civile nazionale nelle varie regioni ed anche in Piemonte, una specie di striscia di carta igienica inutilizzabile, che tanto hanno fatto infuriare il mitico presidente lombardo, quello del video della mascherina, Attilio Fontana ed il suo assessore alla sanità Giulio Gallera. La Lombardia paga la scelta di avere puntato tanto e per tanti anni sulla sanità privata ed ora si trova drammaticamente senza posti letto sufficienti, senza posti di terapia intensiva e tutto il seguito ad essi legati. La situazione piemontese merita qualche approfondimento, sia per i posti letto che per la gestione complessiva. Scrivevo prima del dissennato taglio dei posti letto e degli investimenti degli ultimi dieci anni, va bene scendere da quasi 4 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti alla media europea di tre ma , in una gara suicida, negli ultimi anni sono arrivato a 2,5 e di conseguenza il numero dei letti di terapia intensiva. Alle critiche ed osservazioni che molti a sinistra facevamo le risposte erano i dati del bilancio che imponevano i tagli quando andava bene se non risposte a noi di essere “statalisti e passatisti” se non spallucce di scherno in qualche caso.

Così senza i numeri della Lombardia abbiamo Torino che regge, in affanno il Maria Vittoria ed in parte il San Giovanni Bosco, ancora bene le Molinette, saturo un reparto su tre, mentre in difficoltà sono le altre parti della regione. Ad Alessandria sono bastate poche monache con alcune linee di febbre o risultate positive per intasare l’ospedale. Ospedali che hanno i Pronto Soccorso praticamente vuoti in quanto non solo i codici bianchi e verdi sono scomparsi, ma anche molti codici gialli. Per paura del contagio non portano le persone o non vanno in ospedale e molte di queste persone muoiono di altre patologie ma hanno evitato, “per fortuna”, il contagio. Anche in Piemonte una protezione civile debole e non guidata lascia le farmacie senza mascherine da oramai un mese per non parlare degli operatori, dai quali dipende tutto il funzionamento del sistema, lasciati quasi completamente senza strumenti come mascherine, guanti, occhiali ecc. Pensiamo che al tempo della SARS (Severe Acute Respiratory) sindrome acuta respiratoria grave, che nel 2002-2003 causò circa 8 mila casi e oltre 700 morti nel mondo, tutti i medici di famiglia ricevettero, mai usate, una tuta con tanto di casco scafandro tipo Guerre Stellari che ancora fanno mostra di se in qualche armadio o vetrina di studi medici. In compenso si sta dimostrando all’altezza della situazione il presidente della Regione Alberto Cirio che seppur positivo al Covid 19 ed in quarantena domestica interviene con toni adeguati, positivi, nel senso non medico, e determinati. Ma tornando al “fattore C” assistiamo al comportamento della Cina, di sostegno materiale, un intero aereo carico di respiratori, mascherine ed altro materiale medico ed una squadra di nove medici esperti nella lotta al Virus. Esperienza fatta al centro del problema e cioè nella città di Wuhan. L’iniziativa dell’Associazione Italia-Cina che ha destinato un importante quantitativo di materiale sanitario alla nostra regione ed il bel video di sostegno ed incitamento all’Italia ed agli italiani di decine di cinesi di ogni età. Questo da un paese al quale, unici, abbiamo chiuso i voli diretti e mentre i paesi amici ci hanno rifiutato persino quantitativi di mascherine già ordinate e pronte alla spedizione.

E poi l’offerta arrivata dalla storica associazione Italia-Cuba di medici cubani, formatisi in Africa nella lotta all’Ebola. Dal comportamento e dall’atteggiamento di Cina e Cuba una riflessione viene spontanea, in quei paesi dove il servizio sanitario è garantito dallo stato la lotta a fenomeni come il Corona Virus sono più facili da contrastare alla faccia del liberismo e del mercato regolatore. La cosa positiva, l’ho già scritto, è la risposta della stragrande maggioranza degli italiani, al netto dei deficienti di ritorno, quelli che sono tornati al sud e nelle isole da mammà, o degli imperterriti di parchi e camminate inutili, degli operatori della sanità pubblica e dei lavoratori delle aziende che, giustamente, pretendono maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro. In attesa di vedere cosa succede nel sud Italia, potrebbe essere drammatico l’evolversi della pandemia per la carenza e la colpevole inadeguatezza delle strutture mediche, bisogna incominciare a pensare al dopo. Il comportamento e la reazione degli italiani con video, canzoni, messaggi da l’idea di un senso di paese quanto mai utile in un momento molto difficile e per certi versi drammatici per il nostro paese. Mi è tornata in mente una frase molto bella di Enrico Berlinguer: ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno. Speriamo che la lezione serva ad invertire la riduzione dei posti letto negli ospedali, dei posti di terapia intensiva, ne abbiamo molto meno di Francia e Germania e degli stessi Stati Uniti dove la sanità pubblica di fatto non esiste. Speriamo si faccia un piano sulle aziende strategiche dei vari settori del nostro paese e non solo quello medico-sanitario, si utilizzino risorse nel medio lungo periodo per modernizzare il paese e le strutture ed infrastrutture altrimenti ancora una volta avremo sprecato risorse ingenti sempre e solo in termini emergenziali.

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