Rubriche

Torino tra architettura e pittura. Alighiero Boetti

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Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)
8) Alighiero Boetti (1940-1994)

8 Alighiero Boetti (1940-1994)

In genere, a scuola, quando si arriva ad uno dei capitoli finali del libro di testo e si leggono titoli quali “Neoavanguardie” e “ultime tendenze” ci si deve preparare ad una reazione di scetticismo estremo che sovente si manifesta sotto forma di sonora risata corale.
Sono convinta che, per fare bene il mestiere dell’insegnante, sia importante costringersi a ricordare che anche noi siamo stati studenti sospettosi, soprattutto nei riguardi di certe materie.
Reazione non del tutto incomprensibile di fronte a un Kosuth, un Anselmo o una montagna di caramelle messe lì da Gonzalez-Torres; di fronte a un Michelangelo certo non possiamo che meravigliarci, anche se non si conosce appieno il senso dell’opera, ma la maestria con la quale l’autore ha eseguito i suoi lavori basta a convincerci che siamo di fronte a vera “arte”, ciò non avviene con i Dada, con l’astrattismo o con gli artisti concettuali. Niente di strano comunque, perché la peculiarità delle opere nate a partire dalle prime avanguardie è che queste debbano essere sempre accompagnate da una accurata spiegazione.

E poi proviamo a capirli questi studenti. Chiediamo loro di studiare l’imponenza dei Dolmen, la “kalokagathìa” greca, di memorizzare la nomenclatura architettonica delle chiese romaniche e delle cattedrali gotiche, vogliamo che si cimentino nel far proprio il lessico adatto per analizzare alcune delle più importanti opere d’arte dal Rinascimento al post-impressionismo, dopodiché forse non dovremmo stupirci più di tanto se i nostri cari fanciulli si sentono “sballottati” e dubbiosi di fronte a un Munch o all’astrattismo geometrico di Mondrian. E quando i miei giovani pensano che non possa esserci nulla di più “strambo”, ecco che mi diverto – lo ammetto- a proporre alla classe una lezione sulla provocatoria “Arte povera”.
Sono sempre molto attenta a creare un clima disteso durante le mie ore, affinché i ragazzi si sentano a proprio agio e possano intervenire dando la propria opinione o ponendo domande. Questa sentita loro partecipazione fa sì che io riesca a contrastare il loro scetticismo e indurli ad ascoltare quanto ho da dire.
L’utilizzo della lavagna elettronica mi è di grande aiuto, ottengo rapidamente l’attenzione degli studenti e, proiezione dopo proiezione, mi accorgo che l’iniziale diffidenza si tramuta in curiosità.
Parliamo dunque di “Neoavanguardie”, tra le quali una delle più interessanti è l’ “Arte povera”, un movimento artistico tipico italiano, sorto nella seconda metà degli anni Sessanta del Novecento, al quale aderiscono molteplici autori, diversi di ambito torinese.


La data simbolica che segna ufficialmente la nascita della corrente è il settembre 1967, anno in cui Germano Celant (1940-2020), illustre critico d’arte e direttore artistico, organizza un ‘esposizione presso la Galleria “La Bertesca” di Francesco Masnata a Genova, a cui partecipano Boetti (1940-1994), Fabro (1936-2007), Kounellis (1936-2017), Paolini (1940-), Pascali (1935-1968) e Prini (1943-2016).
I lavori dell’ “Arte povera” si basano sull’associazione ambientale di materiali prelevati dal quotidiano, oggetti comuni, che possono essere definiti appunto “poveri” -legno, sassi, paglia, cartone, stoffa, vetro- presentati in maniera disadorna e nella loro essenzialità. Tale poetica è portata all’estremo, solo per citare un esempio, dal greco Jannis Kounnellis, che arriva a palesare autentici spaccati di realtà, come dimostra l’allestimento di cavalli vivi esibito nel 1969 alla Galleria l’ “Attico” di Roma.
L’ “Arte povera” prende dalla “Land Art” il gusto di modificare la percezione di un ambiente o di uno spazio interno attraverso l’uso di installazioni. Tali installazioni possono essere creazioni molto diverse fra loro, ma tutte con un unico intento: stravolgere l’aspetto di una stanza o di un paesaggio, perfino con la sola presenza di mucchi di pietre o di patate sul pavimento, o con la mostra di veri alberi nella sala di un museo.
In molti aderiscono al movimento, ma, come spesso avviene, le opere di alcuni artisti divengono più celebri di altre. Impossibile dunque intraprendere questo discorso senza citare nemmeno di sfuggita Michelangelo Pistoletto (1933 -) e la sua iconica “Venere degli stracci”.

La ricerca dell’artista è varia e multiforme, sempre spiazzante e libera da schemi codificati; centrale nella sua poetica è il rapporto dialettico tra “arte e vita” e fra “oggetto e comportamento”. Egli inizia ad affermarsi con i noti “quadri specchianti”, lastre d’acciaio inossidabile con immagini fotoserigrafiche di persone e cose sulla superficie, di cui alcuni esemplari sono esposti a Torino, presso la GAM. È tuttavia la serie degli anni 1965-1966 “Oggetti in meno” che segna l’aderire di Pistoletto all’ “Arte povera”. I lavori più “poveristici” sono sistemazioni di stracci multicolori, la cui versione più conosciuta è titolata “Venere degli stracci”, messa in scena per la prima volta nell’ottobre del 1969 ad Amalfi, nella manifestazione artistica “Arte povera + Azioni povere”, come una “performance live”. In questa occasione la moglie di Pistoletto, Maria, nuda, di schiena e in una posa che ricorda l’iconografia della Venere classica, rimane in piedi e immobile di fronte a un grosso e informe cumulo di vecchi abiti. Nel 1970 il lavoro diventa un’installazione stabile, composta da un calco di gesso di “Venere”, in sostituzione della modella vivente, e sempre con una pila di indumenti raffazzonati. L’opera, con evidente efficacia estetica, mostra il contrasto “arte-vita”, tra la bellezza canonica e formale e la caotica espressività di elementi quotidiani.
Altro grande nome che domina la scena dell’ “Arte povera” è quello del torinese Alighiero Boetti (1940-1994), artista e autodidatta, protagonista indiscusso della stagione artistica degli anni Sessanta-Settanta.

9Egli entra a far parte del gruppo nel 1967, partecipando all’esposizione organizzata da Celant; in seguito il suo lavoro diventa internazionale, e l’artista accede a “When Attitude become Form” alla Kunsthalle di Berna. Boetti è un grande viaggiatore, trascorre diverso tempo a Kabul, dove apre l’ One Hotel e dove fa realizzare dalle ricamatrici locali i suoi celebri “arazzi”. Tra i suoi cicli più famosi vi sono “I lavori postali”; “Mettere al mondo il mondo”, tracciati con penna a sfera; “Arazzi” sulla quadratura di parole e frasi come “Ordine e Disordine”; “La natura è una faccenda ottusa”; “Due mani e una matita”. È opportuno ricordare anche le tre retrospettive che gli sono state dedicate al Reina Sofia di Madrid, alla Tate Modern di Londra e al MoMA di New York.
Boetti è sicuramente fra i protagonisti più eccentrici della scena artistica di quegli anni.
L’artista porta avanti una ricerca complessa e multiforme, caratterizzata da una raffinata concettualità apparentemente ludica, ma legata a questioni tutt’altro che lievi. Tra le problematiche da lui affrontate vi sono la dimensione del doppio, la categoria temporale e quella spaziale, il gusto analitico, ironico e sistematico per le catalogazioni, la visualizzazione di criptiche formule matematiche, infine la dialettica fra ordine e disordine e fra caso e necessità.

Boetti è solito dare un’interpretazione filosofica del mondo, che tuttavia non offre mai risposte tranquillizzanti.
Con i suoi lavori l’artista ci attrae nel labirinto del “non-senso” della vita, da cui è impossibile salvarsi, ad esso ci si può sottrarre solo per poco tempo, attraverso l’energia dell’immaginazione creativa.
Tra gli elaborati più conosciuti dell’artista -come sopra indicato – vi sono gli “arazzi”, tessuti prima da ricamatrici afghane a Kabul e in seguito, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, nei campi profughi di Peshawar, in Pakistan; in questi oggetti, generalmente di difficile decodificazione, in cui colori “pop” si mescolano con composizioni/combinazioni di cifre o segni grafici e lettere, emerge una forte tensione concettuale di diretto impatto visivo. Tra le creazioni che possono essere considerate di più “immediata comprensione” vi sono le “Mappe” del mondo, dove ogni nazione è rappresentata con i colori e i simboli della propria bandiera. Queste tessiture, che ad un primo sguardo ci colpiscono per la maestosità, la grandezza e la gioiosità delle tinte, affrontano tuttavia tematiche complesse come i nazionalismi, le lotte politiche e le guerre che incessantemente segnano il destino dell’uomo.
Ancora una volta l’arte diventa spunto di riflessione; ancora una volta gli artisti utilizzano l’ “escamotage” della leggerezza per esprimere significati reconditi.
Ai miei studenti lo faccio sempre notare, siamo partiti da una “grossolana risata” per poi arrivare a dibattere su questioni di ben altro spessore e tutte le volte i miei ragazzi rimangono stupiti: non solo hanno incrementato le loro nozioni, ma sono stati capaci di gestire il proprio comportamento, passando dal momento “ludico” a quello del “serioso apprendimento”.
Non tutti gli adulti ne sono in grado.

Alessia Cagnotto

Vogliono cancellare il 10 febbraio Giorno del ricordo

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Un libercolo di tal Eric Gobetti (che intende minimizzare e persino giustificare le foibe) e adesso il solito, stantio manifesto di intellettuali, neppure troppo qualificati, volto a chiedere alle massime istituzioni italiane un ennesimo riconoscimento dei crimini di guerra commessi dall’Esercito italiano in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale, appaiono due elementi di uno stesso, evidente disegno politico : quello di cercare di cancellare dal nostro calendario civile il Giorno del Ricordo, quel 10 febbraio (che sempre meno è oggi  motivo di manifestazioni pubbliche), istituito nel 2004  per non dimenticare le foibe e l’esodo Giuliano – Dalmata e Fiumano 

Noi che tra i primi abbiamo sostenuto la legge istitutiva del Giorno del Ricordo avremmo mille motivi infatti  per denunciare il fatto che amministrazioni pubbliche e scuole statali  snobbano la data e non organizzano nessuna iniziativa in proposito. Forse la data scelta del 10 febbraio 1947 ,quando venne firmato l’iniquo Trattato di pace la cui ratifica venne osteggiata da uomini come Benedetto Croce,  fu errata perché non realmente rappresentativa del dramma degli italiani dell’Adriatico orientale. Croce, all’Assemblea Costituente tenne una vera e propria grande lezione di storia che fece comprendere il dramma della guerra in una dimensione che pochi avevano capito, travolti dagli eventi o accecati dalle ideologie. Il filosofo,  che aveva combattuto il fascismo ed aveva espresso ovviamente la sua contrarietà all’ingresso in guerra nel 1940, non esitò a sostenere che quella guerra sciagurata l’avevano perduta tutti gli italiani ,anche quelli che vennero perseguitati dal regime, perchè quella guerra, ”impegnando la nostra patria impegnava, senza eccezioni, anche noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte“. Il patriota Croce prevaleva su tutto il resto, ma il filosofo contestava, dopo aver ricordato che ”la guerra è una legge eterna del mondo che si attua al di là da ogni ordinamento giuridico“, contestava la legittimità di umiliare i vinti con un Trattato di pace che metteva l’Italia in ginocchio . Egli si espresse anche contro il Tribunale di Norimberga.  Un discorso che certamente i firmatari del manifesto odierno non solo non hanno mai letto, ma non ne conoscono neppure l’esistenza. Oggi c’è chi afferma che fu un grave errore non aver fatto una Norimberga anche in Italia, dimenticando, ad esempio, l’amnistia voluta da Togliatti nel 1946 per fascisti e partigiani. Ma non basta. Va ricordato che anche in Italia ci furono Tribunali militari (oltre a quelli improvvisati del popolo che avallarono fucilazioni  senza processo) che affrontarono il tema dei crimini di guerra commessi da italiani. Nel 1951la Procura Generale Militare  archiviò le istruttorie non in base a cavilli, come è stato scritto, ma al fatto che la Jugoslavia di Tito rifiutò la reciprocità nel perseguire  i crimini di guerra contro cittadini italiani, in primis le foibe. In questi decenni, scomparsa la Jugoslavia dopo una guerra civile mostruosa che ha rivelato ancora una volta la violenza atroce  di quelle genti, tutto è stato fatto a livello internazionale per sanare le ferite di tanti anni fa. Oggi le vicende di quel passato sono superate da una prospettiva europea che, per quanto faticosa e contraddittoria, ci ha liberati dai nazionalismi nefasti di 80 anni fa.  Solo gente un po’ fanatica e del tutto priva di quel senso della storia  di cui parlava Omodeo,   può sostenere come fa Gobetti, che i fatti della seconda guerra mondiale “pesano come un macigno sulla memoria collettiva italiana“. Come ha ricordato Gianni Oliva, uno storico che fra i primi ha scritto di foibe e delle atrocità commesse dal nostro esercito durante la seconda guerra mondiale , con gli ultimi due nostri Presidenti della Repubblica è stato fatto tutto quanto era possibile per un’opera di pacificazione tra italiani, croati e sloveni. Addirittura nel 2020 è stata conferita la più alta onorificenza dello Stato ad un poeta ultracentenario  che continua a negare le foibe. Ma se ci mettiamo sul piano delle contrapposizioni frontali, io non posso allora dimenticare, ad esempio, che la Medaglia d’Oro al V. M . , conferita motu proprio dal Presidente Ciampi nel 2001 , al libero comune in esilio di Zara, la Dresda d’Italia per i bombardamenti subiti e città martire per le vittime provocate da Tito , non venne mai consegnata  per l’opposizione del tutto illegittima del governo croato. L’Italia ha chiuso quei conti dopo il Trattato di pace del 1947, dopo il martirio di Trieste tornata italiana solo nel 1954, con il Trattato di Osimo che sancì per sempre la cessione a Tito di altro territorio italiano. L’antifascista originario di Fiume Leo Valiani definì infame quel trattato voluto dalla peggiore diplomazia democristiana. Speravamo che fosse più o meno da tutti considerato in qualche modo  superato il dramma di una storia lacerante. Invece non è così e gli italiani che non negano la loro storia dovranno continuare a presidiare il Giorno del Ricordo messo in discussione dai nostalgici di Tito. Le chiassate polemiche  di Eric Gobetti non sono storia, ma sono gli ultimi residuati  di una ideologia che pensavamo finita proprio perché condannata dalla storia. E’ triste doversi intrattenere a discutere di un omonimo di un grande con il quale condivide soltanto casualmente il cognome.

La villeggiante triste a Portofino, i vip e la gente normale

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / La Pasqua e la Pasquetta di quest’anno sono state, almeno in termini psicologici, persino peggiori di quelle dello scorso anno. Oggi, dopo mesi di sacrifici, vediamo situazioni allarmanti, mentre il vaccino va a rilento.

I negozi e i bar sono  rimasti chiusi e  oggi non c’è spazio  per chi voglia vivere come se niente fosse. Siamo arrivati al momento più difficile.
L’aver concesso di andare all’estero con due tamponi e cinque giorni  di quarantena ( senza controlli  ) ha creato un fortissimo malumore nelle persone, a partire dagli operatori alberghieri e ai ristoratori italiani che stanno soffrendo le pene dell’inferno. Milioni di italiani sono rimasti a casa e i trasgressori sono stati un numero limitato. Ha creato un certo sconcerto apprendere da un’intervista a “Repubblica“ ,testata di famiglia, che la contessa Antonella  Camerana, imparentata con gli Agnelli e partecipe delle  loro fortune  finanziari, si sia sentita  “triste “ ( il titolo di “Repubblica“ diceva  “prigioniera“, parola poi smentita) nella sua casa, con vista sulla piazzetta, a Portofino che le è apparsa “un deserto dove non c’è nessuno”. La contessa era in fuga dalla tristezza di Milano dove abita  e dove presiede un ente benefico.  Forse si aspettava con una certa ingenuità una Portofino brulicante di gente allegra, con negozi, bar e ristoranti zeppi di clienti festanti. Un’isola di beatitudine nella tempesta del Covid. Sul web questa intervista ha scatenato l’inferno e la contessa è stata letteralmente aggredita e derisa. Il clima sociale che si respira diventa ogni giorno più difficile e l’intolleranza e l’invidia  si fanno sempre  più palpabili. La signora Camerana, villeggiante triste, è stata lapidata, in fondo, per aver fatto delle considerazioni banali che chiunque avrebbe potuto fare, andando in posti meno chic di Portofino. Sembra infatti che anche a Borghetto Santo Spirito l’atmosfera non fosse molto più allegra. Sarebbe invece  interessante sapere dov’erano  i tanti vip che avevano deciso di spassarsela all’estero ed  avere rassicurazioni certe (non alla Speranza,tanto per intenderci)  che le loro vacanze non siano causa di un’ulteriore diffusione del Covid e  motivo per ulteriori restrizioni per chi è rimasto a casa sua,  come  ha fatto, sia pure malvolentieri, la contessa Camerana.

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Don Delillo “Il silenzio” -Einaudi- euro 14,00

Questo è un libro smilzo di appena 102 pagine ma il suo contenuto è di portata globale.
Siamo nel 2022 e di colpo tutta la tecnologia digitale va in black – out, silenzio e buio, panico,
incomprensione e angoscia diventano sentire comune di uomini e donne che, privati della
tecnologia, restano spaesati e senza rotta.
Dellillo fa scendere in campo alcuni personaggi che incarnano lo sbandamento e la divorante ansia
di fronte all’apocalisse digitale
Tessa e Jim sono la prima coppia che incontriamo, di ritorno dal primo viaggio post epidemia.
Volano per la prima volta in business e di colpo ogni comodità e ogni strumentazione a bordo
svaniscono, l’aereo è costretto ad un atterraggio di fortuna, in assenza di direzione e punti di
riferimento.
A New York sono attesi da loro 3 amici in un appartamento dell’East Side per assistere tutti insieme
al Super Bowl, e anche per loro il mondo si oscura di colpo.
5 persone molto diverse tra loro, al freddo e a lume di candela, che cercano di fare i conti con
questa sfida estrema.
Nulla più funziona: Internet tace, post, tweet e bot scompaiono, tutti gli schermi diventano neri,
ogni luce si spegne. In una New York surreale, buia e deserta nessuno capisce cosa sia successo, né
riesce a sapere se il black-out è solo locale o ha fermato l’intero globo.
Facile intuire il profondo spaesamento dei personaggi nei quali riusciamo a immedesimarci grazie
alla bravura dello scrittore che a 84 anni riflette sulla definizione di uomo come animale sociale, e
su una modernità che sempre più spesso ci lascia in balia di una profonda solitudine.
E come in tanti altri suoi romanzi scrive di un mistero che resta insoluto e con un finale aperto. Ma
intanto ci ha costretti a meditare sul nostro presente e possibile futuro quasi apocalittico.

Don Winslow “Ultima notte a Manhattan” -Einaudi- euro 18,50

Don Winslow è uno dei più affermati autori di crime e nel corso della sua lunga carriera ha creato
svariati detective, agenti e investigatori sotto copertura.
In questo libro sciorina un’altra delle sue trame avvincenti che richiama a personaggi veri, famosi e
secondo me riconoscibili.
Siamo a Manhattan alla fine degli anni 50, il giovane ambizioso e rampante senatore Joe Keneally
punta dritto alla presidenza degli Stati Uniti.
E’ brillante, sa come muoversi, fiore all’occhiello si porta dietro la bellissima moglie Madeleine che
sprigiona fascino ovunque vada, è la “principessa d’America” e sembra nata per diventare First
Lady. Ma decisamente non è oro tutto quello che luccica e il senatore ha il brutto vizio di non farsi
scappare le innumerevoli occasioni di tradirla continuamente.
E’ anche aiutato dal fratello minore Jimmi che gli fa da braccio destro ed è «.suo capo del personale,
consigliere, confidente, e solutore di problemi», insomma gli copre le spalle e spazza per lui tutta la
polvere sotto il tappeto.
E fin qui ci sembra di incontrare copie romanzate di John Fitzgerald Kennedy, del fratello Bob e
della moglie Jaqueline.
Poi c’è Walter Withers che ha lavorato per la Cia in piena Guerra Fredda reclutando agenti; ora è
investigatore privato in una grande agenzia di sicurezza ed ha l’incarico di fare da scorta a
Madeleine Keneally durante un importantissimo party.
Sarebbe un compito di semplice routine, ma la situazione si complica con la presenza della giovane
e seducente amante del senatore, Marta Marlund che viene trovata morta, apparentemente
suicidatasi.
Ed ecco che scende in campo Withers, la trama si infittisce, e dietro le quinte ci sono anche i
maneggi del potentissimo capo dell’Fbi J.Edgar Hoover …….

Clare Hunter “I fili della vita” -Bollati Boringhieri- euro 18,50

Come dice il sottotitolo questa è una storia del mondo attraverso la cruna dell’ago, e svela come a
volte ago e filo sono stati più importanti della penna e della scrittura per dare voce a proteste, eventi
storici e privati.
Il libro – una sorta di percorso storico-antropologico del cucito- scorre magnificamente a partire dal
famoso arazzo di Bayeux, uno dei manufatti più celebri di tutti i tempi, risalente al medioevo. Un
ricamo lungo 68,30 metri raffigurante 632 uomini, 200 cavalli, 55 cani e altri 500 tipi di animali.
Opera sontuosa e mastodontica che descrive la conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066, con la
battaglia di Hastings, ma anche con scene di vita quotidiana.
Dietro a questo capolavoro c’era uno stuolo di ricamatrici capaci di fare miracoli con pochi colori e
punti a disposizione.
Clare Hunter –creatrice di bandiere, artista e curatrice della community tessile di Glasgow- del
ricamo sa davvero tutto e in queste 368 pagine ci porta a spasso nei secoli e in vari paesi –
dall’Europa alla Cina, dall’Australia al Giappone e all’Africa- raccontandoci la delicata arte del
cucito e del ricamo. Praticata non solo dalle donne, ma in alcuni frangenti storici, anche dagli
uomini.
In Europa la prima ad aver intuito la valenza comunicativa dei tessuti fu Maria Stuarda, regina di
Scozia. Abilissima nel ricamo (che aveva imparato in Francia), durante gli anni della prigionia
decretata dalla sovrana cugina d’Inghilterra Elisabetta I°, prima della ghigliottina, usò questa arte
per inviare messaggi e piani di fuga. In sostituzione delle lettere che venivano censurate optò per
l’invio di cuscini da lei ricamati con una simbologia criptica.
Anche nei secoli successivi, i ricami su arazzi, bandiere, stendardi e stoffe di vario tipo hanno avuto
spesso una fortissima valenza di comunicazione politica.
Dagli aneliti alla libertà degli schiavi africani, alle suffragette inglesi rinchiuse in carcere, per
arrivare alle Madri di Plaza de Mayo che sfilavano in protesta con fazzoletti sulla testa in cui erano
ricamati nomi e date di nascita dei figli desaparecidos.
E ancora gli Hmong del Laos, popolazione falciata dopo la proclamazione della Repubblica
Democratica nel 1975, le cui donne nei campi profughi realizzarono ritagli di stoffe grondanti
dolore, bombardamenti, marce forzate e il pericoloso attraversamento del Mekong.
Questi solo alcuni esempi della portata storica, umana, artistica del cucito che, sottolinea l’autrice
«..è un linguaggio visivo. Ha una voce. Le persone lo hanno usato per comunicare qualcosa di loro
stesse: storia privata, convinzioni, preghiere, proteste».

Rebecca Serle “Tra cinque anni” -Solferino- euro 17,00

Questo romanzo della giovane scrittrice e autrice televisiva Rebecca Serle -che vive tra New York e
Los Angeles- parte leggero e scanzonato come una classica commedia romantica…poi diventa
potente e profondo alle prese con una tragedia.
E’ la storia della grandissima amicizia tra Dannie Kohan e Bella, di fatto e di nome, artista
fantasiosa a capo di una galleria d’arte.
Le due sono caratterialmente diversissime.
Dannie è un avvocato d’affari in carriera, precisa, puntuale, maniaca del controllo e dell’efficienza,
lavoratrice instancabile innamorata del suo lavoro. Da anni è fidanzata con il tranquillo ed
equilibrato David, che lavora nella finanza come consulente d’investimento. La loro love story li
porta alla convivenza in un magnifico appartamento di Manhattan e il loro è un menage senza
particolari scossoni, anche se lei nicchia parecchio all’idea del matrimonio.
Bella, invece, è estrosa, piena di fantasia, apparentemente incostante, incapace di portare a termine
i mille progetti che s’inventa, figlia di due ricchi genitori distratti e parecchio assenti, si innamora
spesso, salvo poi non concludere più di tanto neanche a livello affettivo.
Poi Dannie fa un sogno misterioso che la porta avanti di 5 anni, in un appartamento sconosciuto,
amata da un altro uomo che non sa chi sia. Scoprirà che è il nuovo fidanzato dell’amica Bella e la
cosa sarà alquanto inquietante.
Lui è Aaron e fa di tutto per entrare nelle grazie di Dannie. La storia qui accelera, Bella e Aaron
sono innamoratissimi, progettano una vita insieme e sembrano avviati a un futuro luminoso con
tanto di prole.
Peccato che un destino beffardo stia per travolgere la 33enne Bella e i suoi sogni di futuro.
Di più non vi anticipo, però sappiate che il sogno di Dannie non è del tutto campato in aria e che
l’amicizia profonda che lega le due donne sarà centrale.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La Pasqua 2021 – Mario Cervi, un piccolo uomo – Lettere 

La Pasqua 2021

La Pasqua è stata spesso contaminata dal consumismo commerciale, dalle mangiate, dalle vacanze mordi e fuggi. Anche lo stesso Natale ha subito una progressiva degenerazione. Ricordo una Pasqua a Venezia piena di confusione e i ristoranti che approfittavano dei troppi clienti. Oggi tutto è drammaticamente cambiato nel turismo e il  clima festaiolo non c’è più. A Firenze durante una Pasqua, con arroganza inaudita, il personale alberghiero scioperò,  rifiutandosi di rifare le stanze. Follie! Da allora cancellai Firenze dalle mie vacanze pasquali. Ho registrato su Facebook un mio augurio ispirato alla tragicità dei tempi. Essi tuttavia ci consentono di recuperare il valore della Pasqua cristiana che da bambini sentivamo profondamente. Non si andava al ristorante , ci si accontentava di un uovo di cioccolato. Si andava tutti insieme alla veglia pasquale e alla  Messa di mezzanotte. Era un’Italia umanamente migliore , fatta di valori antichi e di sobrietà .Stavamo uscendo  lentamente dalla miseria del dopoguerra. Quando mio padre nel ‘60 comprò una macchina americana, essa diventò motivo di curiosità per tanti: era una rarità. Oggi tutto è cambiato, i tempi difficili non si tramuteranno rapidamente in normalità , ma io sento un po’ di nostalgia delle Pasque non inquinate dai gozzovigliamenti e dalle bevute . Ho sempre avuto fastidio per chi si ciba di agnelli, simbolo per eccellenza di mitezza e di sacrificio. Oggi è una cosa che non tollero pensare ad un vitello sgozzato .

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Mario Cervi, un piccolo uomo

Montanelli e Quaglieni

Si ricorda in questi giorni il centenario della nascita del giornalista Mario Cervi che collaborò con Indro Montanelli alla stesura della “Storia d’Italia”, un’opera meramente divulgativa che non ha nessun valore storico. Scritta bene, è attrattiva , ma  non è fondata su criteri storiografici. Invitai, a cinque anni dalla morte di Montanelli, Cervi a ricordarlo a Torino. Credo sia stato l’unico ricordo torinese del maestro di giornalismo. Mi stupii e mi indignai in silenzio quando in modo maramaldesco Cervi si approprio’ nel corso della sua commemorazione dell’intera opera di Montanelli  in cui al massimo ebbe il ruolo dell’amanuense. Invitai al “Cambio“ a cena Cervi e anche in privato ne ebbi una pessima impressione. Più che ad Indro con cui ho intrattenuto un rapporto molto cordiale (era un uomo superiore) , ho pensato a Feltri padre senza la coerenza di quest’ultimo. E’ Pasqua e mi fermo qui.

 

              Lettere    scrivere a quaglieni@gmail.com

 

Bertolo e Tobino

Ho letto il Suo elzeviro dedicato al bel libro di Bruna Bertolo alle donne e alla follia in Piemonte, un libro che rivela le qualità di scrupolosa ricercatrice storica, messe a dura prova da un tema difficilissimo, incancrenito dalla vulgata di Basaglia e dei suoi sostenitori piemontesi. Mi stupisco che lei non abbia contrapposto a Basaglia Mario Tobino, psichiatra e scrittore, che ebbe il coraggio di esprimersi nettamente  contro le tesi basagliane. Tobino ha scritto libri molto importanti che ci hanno fatto conoscere il dramma delle donne ricoverate negli ospedali psichiatrici, pagine esemplari, ma fu fermissimo nel non accordarsi ai vari Fo e Pasolini. Visse e lavorò nella rossa Toscana, ma non fu mai comunista. Lei mi ha deluso nel non averlo citato. Buona Pasqua.             Antonello Cagliero

L’articolo era già troppo lungo e a Tobino non si possono dedicare quattro righe. Meriterebbe un articolo, anzi un saggio meditato. Ebbe la “colpa” di non essere mai stato comunista e di aver scritto sul “Mondo” di Mario Pannunzio, quello vero. L’ho conosciuto ,l’ho frequentato ed invitato a parlare a Torino. Tanto fu deludente il povero Cervi, tanto mi  apparve grande Tobino su cui ha scritto delle bellissime pagine Carla Sodini. Il toscano Tobino lo portai al “Gatto nero“, da sempre il tempio della cucina toscana e fu straordinario commensale come lo fu più volte in altre circostanze Giovanni Spadolini: Tobino e Spadolini, l’Italia laica e civile non solo a tavola …

Un nuovo libro di Bruna Bertolo sulle donne e la follia

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni /Il tema della follia mi ha sempre molto turbato, pur non avendo fortunatamente  mai avuto contatti con situazioni, anche solo comparabili con essa.
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Ricordo però con turbamento la storia di un nostro contadino  sfociata in un ricovero da cui non uscì vivo. Ero bambino, ma le parole dei grandi mi lasciarono ricordi che non ho mai dimenticato.
Va detto che la malattia mentale è stata una dura  e costante realtà nei secoli  – sarebbe inevitabile il contrario- e continua a serpeggiare anche nella società d’oggi. Il modo in cui essa venne affrontata nel passato  va storicizzato come tutto il resto, va cioè  capito e valutato, sforzandoci di evitare giudizi sommari che sono l’esatto opposto della storia il cui compito è quello di “intelligere”. La psichiatria contemporanea è invece una materia che forse più di ogni altra si è prestata ad interpretazioni politiche che poco storicizzano il dramma della follia.
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Se rimaniamo a Torino, la costruzione per iniziativa di Carlo Alberto (che pochi conoscono come re riformatore) del Regio manicomio di via Giulio
rivela un’attenzione indiscutibile ad un problema medico e sociale grave. E ci sarebbero tante altre osservazioni che non danno ragione a chi ha finito di ridurre un problema drammatico molto complesso al nome di un noto psichiatra che ispirò una legge che decise la chiusura dei manicomi alla fine degli anni Settanta del secolo scorso  L’aver avuto nel Piemonte tardo ottocentesco e positivista un’egemonia che non esiterei a definire soffocante, da parte di Cesare Lombroso, celebratissimo scienziato,  ha sicuramente avuto anche  delle ripercussioni nefaste che hanno imperversato non solo nel campo della medicina.
Tornando a tempi recenti,   io ricordo con piacere gli psichiatri Fiorentino Liffredo,  Mario Fulcheri, Donato Munno, tutti e tre miei cari amici, che non ebbero forse la notorietà che meritavano , ma io non posso dimenticare che la loro disponibilità umana verso il malato di mente non si lasciò condizionare da militanze che sentivano intimamente incompatibili con il loro essere medici. Altri preferirono fare scelte diverse ed ebbero tutto sommato in Piemonte una notorietà abbastanza relativa. Si tratta di persone degnissime ed anche coraggiose  e benemerite, da cui però mi sento lontano.
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La legge a cui tutti fanno riferimento,  è quella intitolata al mai abbastanza celebrato Basaglia che certo pose fine a situazioni inumane e “medievali“ intollerabili , senza tuttavia prevedere delle alternative percorribili. Il dramma di molte famiglie che convissero con dei congiunti malati di mente resta un grumo di quella storia penosa e terribile che non può essere trascurato.
Bruna Bertolo nel suo documentatissimo libro “Le donne e la follia in Piemonte“, edito da Susalibri, ricostruisce la storia delle donne ricoverate negli ospedali psichiatrici piemontesi, dopo un lavoro di tre anni di ricerca. Era un lavoro che mancava.

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La realtà che balza fuori dal libro  è una storia fatta anche di miseria e di arretratezza della società e della cultura medica del tempo. Sarebbe stato un grave errore fare dell’anacronismo storico ,giudicando con i criteri di oggi la realtà di ieri e dell’altro ieri, come hanno fatto spesso coloro che si sono occupati  giornalisticamente di questi temi. Il libro di Bruna Bertolo scava nella storia di tante donne, interessata in primis alla situazione umana perché la malattia mentale, più che altre patologie, fa risaltare questa situazione.  Tra le storie di donne anonime abbandonate dalle famiglie che non erano comunque in condizione di offrire nessuna cura (non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia fino agli anni Sessanta del secolo scorso era un Paese povero prima di dare giudizi etici), balzano all’attenzione quelle di donne in qualche modo note come la moglie dello scrittore Emilio Salgari che l’autrice tratteggia con maestria. Ma è la vicenda umana delle tante donne fino ad ora dimenticate quella che dà al libro un valore storico corale e gli conferisce un’alta dignità morale. Oltre al manicomio di via Giulio, il libro offre un ampio e dettagliato resoconto dei manicomi di Collegno, Savonera , Racconigi,Grugliasco. Un grande interesse ha il capitolo dedicato alla struttura denominata “Casa di convalescenza per le dimesse dal manicomio” creata per le donne considerate “guarite” dalla malattia.

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Il capitolo dedicato a Grugliasco e il fascismo ha una particolare valenza storica perché il manicomio durante il fascismo ( e in verità non solo durante il Ventennio ) venne usato, sostiene l’autrice , come strumento per affrontare la devianza,  il dissenso, il
“disturbo “attraverso una rigida applicazione della legge giolittiana del 1904 che rimase in vigore fino al 1978  La causa delle tante situazioni  situazioni negative, che il libro riporta con dovizia di documentazione e’, a parere  dello scrivente, il permanere ben oltre il fascismo la legge Giolitti  degli albori del secolo , frutto di una cultura medica e giuridica riconducibile al secolo precedente . Il vero scandalo è questa sopravvivenza del tutto ingiustificata sotto qualunque punto di vista che chiama in causa per intero la classe politica che fece la Costituzione , ma dimenticò di applicarla ad una fascia debole e indifesa di cittadini . L’opera della Bertolo ci porta in evidenza  lo strazio dell’elettroshock e cosa accadeva nei manicomi degli anni Sessanta e Settanta del
Novecento.  Qualche grave responsabilità politica locale e nazionale ed anche medica ci sembra inevitabile  evocarla .Annibale Crosignani ha denunciato il comportamento indegno di alcuni medici in servizio nei manicomi che avrebbero meritato il licenziamento immediato  e la radiazione dall’Ordine.

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Mi è piaciuto leggere che la Bertolo abbia citato l’Assessore alla Sanità del Comune di Torino e medico di chiara fama Filippo Franchi, che era ben consapevole della gravità della situazione di via Giulio e premeva per cambiare . Filippo Franchi era un liberale che aveva capito – me lo
disse una volta nel 1968 – che la legge del 1904 era già illiberale quando nacque ed ora era diventata anche una ”legge inumana“.

Torino tra architettura e pittura. I Sei di Torino

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

7) I Sei di Torino

Ho già detto la mia sul fatto che il Novecento sia di per sé un periodo assai complicato, non solo per quanto riguarda gli accadimenti storici, ma anche per i movimenti artistico-letterari che si susseguono a ritmo incalzante per tutto il secolo. Nell’articolo scorso ho accennato a “Novecento”, complesso movimento artistico basato sui concetti di “monumentalismo” e di “ritorno all’ordine”, è ora opportuno parlare della società artistica che, nel medesimo periodo, si pone in netto contrasto con la poetica sostenuta dai novecentisti: “I sei di Torino”.
Tra il finire degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del Novecento, si riuniscono intorno alla figura di Felice Casorati e sotto l’insegna del “realismo magico” diversi artisti, poi conosciuti con l’appellativo di “I sei di Torino”; di questa cerchia fanno parte Francesco Menzio, Carlo Levi, Luigi Chessa, Jessie Boswell, Enrico Paulucci, Nicola Galante.
Il sodalizio artistico, favorito dagli intellettuali e critici d’arte Edoardo Persico e Lionello Venturi, è sostenuto economicamente dal mecenate e collezionista torinese Riccardo Gualino.
L’azione di questi pittori si inscrive in un contesto più ampio, volto a creare un movimento di opposizione alla pittura novecentista, portata avanti dagli esponenti dell’ “entourage” di Margherita Sarfatti.

La critica milanese, infatti, organizza nel medesimo periodo storico, una corrente artistica meglio nota come “Novecento”, e nel 1922 fondano il collettivo Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Anselmo Bucci, Emilio Malerba, Pietro Marussig e Ubaldo Oppi. Negli anni il gruppo si farà sempre più numeroso, e ospiterà al suo interno artisti tra loro molto differenti per stile, personalità e formazione, seppur tutti uniti dal comune desiderio di rappresentare lo spirito del secolo. Essi sostengono un ritorno all’ordine dopo le avanguardistiche sperimentazioni del primo Novecento (Futurismo e Cubismo); le tele novecentiste presentano chiari rimandi all’antichità classica, alla purezza delle forme e all’armonia generale che deve dominare la composizione. Lo stile “Novecento” è anche definito “Neoclassicismo semplificato”, espressione con cui si indica una tipologia architettonica apprezzata da molti regimi totalitari, un’architettura che riprende i modelli classici ma ne alleggerisce gli elementi e i dettagli, eliminando o semplificando la decorazione. In Italia il maggior esponente di tale tendenza è l’architetto Marcello Piacentini, che domina la scena del ventennio fascista con progetti razionalisti che conciliano i temi del Movimento Moderno con i propositi del regime. I progetti architettonici di Piacentini influiscono sull’urbanistica, come dimostrano la costruzione del campus universitario di Roma, nel quartiere Tiburtino e le demolizioni e ricostruzioni di centri storici di città come Brescia e Livorno.

In netta opposizione a tale sentire si pone il gruppo de “I sei di Torino”, con la loro arte tutta rivolta verso l’esperienza artistica europea, che i novecentisti rifiutano “in toto”, soffermandosi in particolar modo sulla pittura francese. È proprio Lionello Venturi a spingere il circolo pittorico ad appropriarsi di un lessico impressionista, mezzo espressivo attraverso il quale –sostiene Venturi – si può contrastare la cristallizzazione formale del gruppo “Novecento”. Gli esponenti torinesi seguono pedestremente il consiglio dell’intellettuale: la quasi totalità delle opere dei diversi autori segnala chiari riferimenti all’Impressionismo francese, in particolare alle opere di Monet. È pur vero che essi apprezzano anche il Fauvismo e dunque i lavori di Matisse, subiscono l’influenza della stagione dei Macchiaioli e prendono spunti dalle opere di celebri autori come Amedeo Modigliani, Pierre Bonnard e Raoul Dufy.
I componenti del circolo presentano tra loro evidenti differenze espressive, ognuno tiene a sottolineare e a mantenere la propria personalità e il proprio stile; tali diversi approcci contribuiscono alla breve durata del sodalizio, che dura appena due anni.

La prima mostra del gruppo si tiene a gennaio del 1929, presso la Galleria Guglielmini di Torino; nello stesso anno, ad aprile, essi espongono al Circolo della Stampa di Genova e a novembre alla Galleria Bardi di Milano; l’ultima collaborazione si tiene alla Galleria Bardi di Roma, nel 1931, in concomitanza e in aperta polemica con l’apertura della Quadriennale romana.
“I sei di Torino” esaltano il primato della forza del colore sul disegno e sui volumi, e si basano su una pittura tonale che si pone in forte contrasto con le caratteristiche dell’arte “ufficiale”, segnata da un taglio falsamente classico e dal totale rifiuto degli influssi stranieri.
Vediamo ora di scorrere più da vicino i sei componenti del gruppo.
Francesco Menzio, (1899-1979), si forma a Torino ed è una delle figure più attive nel panorama artistico italiano. L’autore, oltre alla lezione di Casorati, guarda con particolare attenzione all’arte francese post-impressionista. I soggetti che predilige variano dalla figura umana, alla natura morta, al paesaggio; emerge dalla sue tele una raffinata sensibilità cromatica, come si evince per esempio da quadri come “Natura morta con ciliegie” o “Corridore podista”.

Carlo Levi (1902-1975), di famiglia ebraica torinese, e militante politico, è sicuramente la personalità di spicco del gruppo. Laureato in medicina, egli non abbandona l’interesse per la pittura e la scrittura; a partire dagli anni Venti del Novecento frequenta assiduamente lo studio di Casorati, luogo in cui approfondisce il suo percorso artistico. Tra il 1927 e il 1928 si sposta a Parigi per approfondire la pittura europea e post-impressionista. Le sue opere, forse ancor più di quelle degli altri componenti della cerchia, si pongono in netta antitesi all’accademismo tipico del gruppo “Novecento”, caratterizzato dall’assidua ricerca di monumentalità e ritorno al classicismo. Egli si dedica alla realizzazione di ritratti, paesaggi e nature morte, in tutti i suoi elaborati emerge un intenso e vibrante linguaggio espressionista, seppur piegato a esplicite istanze realistiche. Pittore, e anche scrittore attento e incisivo, Carlo Levi scrive, tra il 1943 e il 1944, il romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli”, pubblicato nel 1945, un ritratto morale e sociale, veridico ma anche poetico, delle semplici popolazioni della Lucania. L’autore, con peculiare abilità artistica, crea delle atmosfere “mitiche” in cui figure e paesaggio si armonizzano e si fondono insieme, in una prosa sempre ferma e sicura. Scrive anche vari libri di viaggio, ricchi di spunti di analisi politica e sociale, tra cui “Le parole sono pietre” (1955), sulla Sicilia, e “Il futuro ha un cuore antico” (1956), sulla Russia sovietica, e “La doppia notte dei tigli” (1959), e “Tutto il miele è finito” (1964).
Luigi Chessa (1898-1935) meglio noto come “Gigi”, è persona dai molteplici interessi, egli è pittore, scenografo, arredatore e pubblicitario. Trascorre l’infanzia a Parigi, in seguito si trasferisce a Torino, dove frequenta L’Accademia Albertina ed entra nelle grazie del pittore Agostino Bosia.

I soggetti che predilige sono vari, egli spazia dai paesaggi ai nudi alle nature morte, pur dimostrandosi sempre un raffinato colorista e un moderno interprete dell’Impressionismo.
In ambito teatrale, nel 1925 esegue i disegni per le scene e i costumi de “L’italiana in Algeri” di Rossini, mentre l’anno successivo si dedica a scenografie e abiti per “La sacra rappresentazione di Abraham e Isaac” di Ildebrando Pizzetti, diretta dall’autore, e per Alceste di C. W. Gluck. La sua maestria è conosciuta anche nell’ambito del balletto, in questo settore progetta scene e costumi per “La luna” di L. Perrachio, tratto da un racconto dei Fratelli Grimm e per “La Giara” musicato da Alfredo Casella, ospitato al Metropolitan di New York nel 1926.
In qualità di pubblicitario Chessa porta avanti diversi impegni, tra cui la collaborazione con le ditte Venchi Unica,Vis Securit e Solaro, gli allestimenti delle vetrine per la Mostra della moda a Torino e degli arredi per il bar Fiorina.

Jessie Boswell (1881-1956), unica donna all’interno del gruppo, è originaria di Leeds (West Yorkshire) ma trascorre gran parte della sua vita in Italia e nel 1936 ottiene la cittadinanza italiana. Studia e si diploma in pianoforte nella città d’origine, in seguito si sposta con la sorella a Biella e poi a Torino. Giunta nel capoluogo piemontese inizia a frequentare la famiglia Gualino, entrando in contatto anche con il ritrattista Mario Micheletti e il pittore Felice Casorati. La sua adesione al gruppo dura solo un anno, dal 1929 al 1930, ed espone a Torino, Genova e Milano.
Nonostante la critica non si dimostri lusinghiera nei confronti delle sue opere, la Boswell prosegue nella sua pittura, riuscendo a organizzare anche una personale presso la Galleria d’Arte Garlanda di Biella, (1944).
Le sue tele hanno in genere dimensioni modeste; oltre a paesaggi e fiori, i soggetti riflettono tranquille scene familiari che si svolgono in ambienti interni.
Altra personalità di rilievo all’interno del gruppo è Enrico Paulucci (1901-1999), che, insieme a Casorati fonda lo studio “Casorati-Paulucci”, dove organizza diverse esposizioni di arte astratta e, sempre insieme all’amico Felice, dirige “La Zecca”; nel 1938 fonda e dirige il “Centro delle Arti” dove offre ad artisti ancora poco conosciuti la possibilità di esporre i propri lavori.
Paulucci mostra inclinazioni artistiche già dall’adolescenza e durante gli anni universitari partecipa a diverse mostre locali. Verso la fine degli anni Venti, Paulucci si avvicina all’ “entourage” dei più noti pittori torinesi, e conosce Lionello Venturi ed Edoardo Persico.

Nel 1928 si reca a Parigi per studiare da vicino le opere degli impressionisti, ma non perde l’occasione di interessarsi a Pablo Picasso, Henri Matisse, Raoul Dufy, e Georges Braque.
Nel 1939 insegna pittura all’Accademia Albertina di Torino e ne diviene direttore nel 1955; il suo insegnamento aperto e innovativo segna l’inizio di un’attualizzazione degli studi. Tra i suoi allievi vi è Mattia Moreni, uno dei maggiori interpreti del naturalismo astratto italiano.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Paulucci si trova ad affrontare un periodo difficile, lo studio e la scuola sono distrutti e lui si vede costretto a trasferirsi a Rapallo, dove riparte con la sua attività. Terminata la guerra l’artista fa ritorno a Torino e la sua pittura subisce una forte rielaborazione, lenta e continua, che confluirà nella mostra delle “Barche” alla Bussola.
A partire dagli anni Settanta del Novecento Paulucci attraversa un felice periodo colmo di riconoscimenti e avvenimenti che accrescono la sua notorietà: oltre alle esposizioni collettive de “I sei di Torino” partecipa alla XXXIII Biennale di Venezia; nel 1993 riceve il Premio Pannunzio a Torino; nel 1994 gli viene conferita la medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per i Benemeriti della cultura e dell’arte; nel 1995 si aggiudica il Premio Cesare Pavese.

Paulucci è conosciuto anche all’estero, come dimostrano l’esposizione alla Bloomsbury Gallery di Londra (1930) o le due partecipazioni nel 1951 e nel 1953 alla I e alla II Biennale di San Paolo del Brasile.
Nicola Galante (1883-1969) è prima di tutto incisore; nel 1922 inizia a dedicarsi alla pittura, attraverso la quale cerca di raffigurare l’essenza di ciò che vede. Nicola si ispira prevalentemente ai macchiaioli toscani, a Cézanne e a Georges Braque. L’artista, soprattutto dagli anni successivi al secondo conflitto bellico, usa colori puri che stende a campiture piatte, anche se talvolta ritorna all’esempio della pittura “Fauve”, come dimostrano i quadri “Campagna a Pavarolo” (1957) e “Pesci e ventaglio” (1955).

Alessia Cagnotto