Rubriche

In Riviera nel rispetto delle regole con più serenità

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Questo fine settimana in Riviera è stato caratterizzato dal rispetto delle norme a cui i sindaci hanno richiamato tutti in modo molto fermo: essere in zona gialla -hanno ribadito – non significa un liberi tutti.

Proprio per poter ripartire occorre prudenza e civismo, a tutela di se’ stessi e degli altri.
Certamente nelle località marine pesa il coprifuoco alle 22 e il fatto che i ristoranti possono solo servire all’esterno. In questo fine settimana c’è stata una forte mobilitazione di Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza per verificare il rispetto delle regole. Un locale di Alassio, poco conosciuto, è stato multato ed è stato chiuso per cinque giorni perché i clienti pranzavano anche all’interno. Non c’è altro modo per evitare ciò che accadde lo scorso anno nei mesi estivi durante i quali la trasgressione in alcuni casi diventava la regola nel ricordo delle stagioni passate in cui la frenesia dell’estate aveva il sopravvento su tutto e le poche norme stabilite non venivano rispettate. Alassio e Albenga e la Baia del Sole riprendono con il piede giusto. La voglia di ripartire è tanta, ma il timore di dover di nuovo chiudere ha il sopravvento. In alcuni condomini lo scorso anno la mascherina all’interno delle parti comuni e persino degli ascensori era quasi un optional. Quando intervenni per richiedere il rispetto delle norme venni insolentito. Da tempo la situazione è cambiata e sono rarisssimi i casi di irresponsabilità: la mascherina è diventata una parte di noi stessi anche se a molti da’ fastidio. I mesi invernali e le zone rosse hanno lasciato il segno. Credo che con prudenza vada ripresa gradualmente se non la vita normale almeno un modo di vivere migliore o meno angosciante. Dobbiamo aver fiducia nei vaccini anche se ci vorrà molto tempo per riscoprire quella che Mario Soldati proprio ad Alassio definiva la “gioia di vivere”. Le estati inventate da Mario Berrino con la gran cagnara estiva resteranno un bel ricordo. In effetti da molti anni, per tutta una serie di motivi, le vacanze in Riviera non erano più quelle del secolo scorso. Fa impressione persino scrivere secolo scorso, ma questo primo ventennio del nuovo secolo non è stato felice al di là della pandemia che ci ha sconvolto l’esistenza. Ad Alassio però quest’anno è tornata la spiaggia di un tempo, quella spiaggia mitica dove abbiamo in molti giocato da bambini e dove Giovannino Guareschi portava i suoi figli. Fa piacere vedere i locali che hanno resistito ai mesi durissimi che hanno paralizzato ogni attività. Lo stile coriaceo, ad esempio, del mitico Jano ha prevalso su tutto. Tanti ristoranti meriterebbero di essere citati.  Che si riprenda nel rispetto delle regole è un buon segnale ed è un invito molto convincente a fare le vacanze in Italia e per noi piemontesi in Liguria. Tornare all’antico appare anche bello e suggestivo. L’importante è il civismo e il non pretendere un divertimento senza regole che era comunque qualcosa di non accettabile anche prima del Covid.

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Nguyên Phan Que Mai “Quando le montagne cantano” -Nord- euro 18,00

Diciamo subito che è uno dei libri più belli, emozionante e scritto benissimo, che abbia mai letto.
Perché in 380 pagine racchiude molteplici tesori letterari: la tragedia di un popolo, la persecuzione di innocenti, la precarietà della vita, il buio; ma anche lo splendore dell’animo umano, la forza del perdono….e tantissimo altro che scoprirete leggendo. E’ il romanzo di esordio della giornalista e poetessa nata nel 1973 in Vietnam, dove per sopravvivere ha fatto anche la venditrice ambulante e la coltivatrice di riso. Poi, grazie a una borsa di studio ha lasciato il paese ed ora vive a Giacarta con il marito diplomatico e due figli.
Il libro portentoso è ispirato in parte alla storia della sua famiglia, sullo sfondo del Vietnam travagliato dalla guerra.
Narra la vita, i dolori e la forza di 3 generazioni di donne travolte dalla storia atroce del loro paese; tra conflitti, carestie, rivoluzione e dittature, bombe al napalm e orrore infinito.
Inizia nel 1972 ad Hanoi con la piccola Guava e sua nonna Diệu Lan in fuga dalle bombe americane che radono al suolo la loro casa. Senza scoraggiarsi decidono di ricostruirla ed è anche l’inizio del racconto della vita della nonna e della sua famiglia. E’ la storia del Vietnam ripercorsa in modo magistrale da una vietnamita: senza retorica o vittimismo, solo la cruda e spietata realtà, più affilata di un coltello nel colpire il lettore. Attraverso la saga familiare si ricostruisce il dramma di un paese martoriato: il colonialismo francese, la spietata occupazione giapponese, la divisione tra nord e sud in guerra tra loro, la grande carestia, le ingiustizie della riforma agraria che trasformano il vicino in nemico mortale, il ruolo degli americani.
Quella della nonna era una famiglia benestante di proprietari terrieri che lavoravano sodo e trattavano bene i dipendenti; poi con l’avvento dei comunisti possedere terra è diventato un crimine punito con la morte ed è l’inizio dell’odissea. Di colpo a Diệu Lan –che a 25 anni ha visto uccidere entrambi i genitori e a 28 aveva già 5 figli e ne voleva altri- viene portato via tutto. Il fratello ucciso, un figlio fuggito chissà dove e lei in fuga con i bambini più piccoli che è costretta a mettere al sicuro, presso famiglie e suore. Dunque la tragedia di una scelta dilaniante: abbandonarli sperando di ritrovarli quando le acque saranno più calme. Il libro è anche racconto dell’attesa straziante dei parenti andati a combattere: dramma nel dramma il ritorno di vite stravolte come quella della mamma di Guava, o il nulla di chi è disperso senza un luogo in cui poterlo piangere. Un libro che l’autrice ha scritto in 7 lunghi anni ed è la testimonianza di una voce femminile che rivive le sofferenze di un popolo e lo strazio che i singoli personaggi hanno dovuto attraversare.

 

Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza” -Mondadori- euro 18,00

In questo romanzo Teresa Ciabatti riconferma la sua bravura nel raccontare l’universo femminile, e sviscera a fondo le emozioni e le dinamiche di madri, sorelle, figlie e amiche.
Voce narrante è quella di una scrittrice 47enne che, dopo un’adolescenza un po’ ai margini e in secondo piano rispetto alle coetanee più ricche e blasonate, si prende una gran bella rivincita sul piano professionale diventando una scrittrice di successo.
Nella vita privata, invece ci sono più macerie: è separata ed ha una figlia di 20 anni, Anita, che vive a Londra e stravede per il padre, mentre con la madre è perennemente in rotta di collisione poiché la ritiene la principale artefice del divorzio (anche se così non è).
Dopo 30 anni di silenzio, nella vita della scrittrice torna a farsi viva la sua amica ai tempi dell’adolescenza, Federica, e il rapporto tra le due si rinsalda, anche se le loro traiettorie di vita hanno seguito direzioni diverse. Federica tiene in piedi un matrimonio scricchiolante, ha due figli e vive a Genova. Soprattutto è la sorella di Livia, che ai tempi del liceo era la più bella e corteggiata, quella perfetta, l’ape regina in famiglia e tra i coetanei. Ed ecco che la protagonista torna indietro con la memoria, alla giovinezza negli anni 80, e a un fattaccio che ha distrutto più vite.
Livia dapprima sembrava scomparsa, poi viene trovata in frantumi e agonizzante in mezzo ai cespugli sotto casa, dopo un volo di metri. Mentre le ipotesi sulla dinamica dell’incidente si sprecano, la ragazza resta in coma per 20 giorni, subisce una craniotomia che lascerà cicatrici, e quando si risveglia deve riappropriarsi di tutta una serie di conoscenze e abilità che richiedono una lunga e faticosa riabilitazione. Ma soprattutto le è stato rubato il futuro, perché resterà per sempre al palo dello sviluppo cerebrale di una 18enne, con un ritardo cognitivo e mentale per il resto della vita.
La tragedia ha pesanti ripercussioni sui genitori di Livia che non sanno bene come muoversi e scaricano su Federica il fardello di occuparsi della sorella minorata. Federica diventa di colpo madre e badante di Livia, una responsabilità che pesa più di un macigno e determina le sue scelte di vita future, come la fuga in un matrimonio affrettato.
La scrittrice ripercorre le fasi dell’amicizia con Federica «movimento continuo di rovesciamenti, che vedeva primeggiare una nella sofferenza dell’altra, e viceversa».
Il romanzo parla del tempo che passa, di ferite che non si rimarginano, di incomprensioni, e a movimentare le cose torna sulla scena Livia all’alba dei 50 anni anagrafici ma cristallizzati ai 18.

 

Mary Gaitskill “Questo è il piacere” -Einaudi- euro 15,00

La storia è ambienta nella New York blasonata dei party dell’editoria, e racconta di due editor affermati, Quinn e Margot, che dopo un inizio imbarazzante- lui cerca di infilare la mano sotto la gonna di lei- finiscono per diventare grandi amici. Entrambi felicemente sposati e realizzati nelle loro carriere, sono legati da un rapporto consolidato.
Lui è sempre pronto a sostenerla nei momenti down e le fornisce preziose dosi di autostima.
Lei è depositaria delle confidenze di Quinn che le racconta apertamente, anche con battute pesanti e sconvenienti, delle donne che ruotano nella sua orbita, che lui corteggia, umilia, usa, manipola o protegge.
Già, perché Quinn è abituato ad approcci non sempre limpidi con il genere femminile, sia nella vita privata che in ambito professionale.
Ma in epoca di Mee Too, questo modus operandi risulta inaccettabile e finisce in aule di tribunale con tanto di caduta negli inferi di chi non ha saputo tenere a freno le mani.
Il romanzo alterna la versione di Quinn a quella di Margot: lui stenta a rendersi conto della gravità delle sue azioni, dimostra notevole incapacità emotiva ed è lontano anni luce dal comprendere il punto di vista delle donne.
Margot veleggia tra il senso di colpa per non aver messo un freno ai comportamenti inappropriati di Quinn e, d’altro canto, il concetto di lealtà dovuta a un amico. E pone un’amletica domanda: dove si colloca e finisce l’amicizia e dove sconfina nella complicità deprecabile?
Questo il nocciolo del breve romanzo della scrittrice 66enne diventata famosa con il racconto che aveva ispirato il film “Secretary” del 2002, con James Spader e Maggie Gyllenhaal. Da allora ha scritto altri romanzi e racconti che scavano a fondo nei rapporti umani.
Dall’esperienza di un suo amico travolto dalle accuse in clima Mee Too ecco questo romanzo che a lui si ispira per i lineamenti di Quinn, in una vicenda decisamente attuale.

 

Ma Jan “Il sogno cinese” -Feltrinelli- euro 15,00

Il 67enne scrittore cinese Ma Jan da tempo vive esule a Londra e i suoi libri sono proibiti nella sua patria: un ostracismo del regime scattato anni fa, a partire dal suo pamphlet -denuncia sui fatti di Piazza Tiananmen “Pechino è in coma” del 2009.
Proprio perché in esilio Ma Jan può permettersi uno sguardo lucido e realista sul suo paese e può pubblicare un romanzo come questo che è uno spietato affresco della Cina odierna, una satira dark che non fa sconti a nessuno e punta l’indice contro l’obbrobrio dei regimi totalitari.
Al centro della vicenda c’è Ma Daode: mediocre funzionario di provincia, corrotto fino al midollo, ricco sfondato, sposato ma famoso per le sue 12 amanti, devoto seguace e ammiratore del presidente Xi Jinping. Daode è il direttore dell’Ufficio del Sogno cinese, da poco istituito nella città di Ziyang e suo preciso compito è indottrinare la popolazione.
Deve entrare nella testa delle persone e convincerle ad aderire alla grande campagna per realizzare il “sogno cinese” e l’ambizioso progetto di “ringiovanimento nazionale”. Ovvero fare tabula rasa di pensieri e ricordi, cancellare memoria del passato, non avere libero arbitrio e seguire in massa il sogno del presidente che promette a tutti una “vita di gioia senza freni”.
Ma il passato si mette di traverso nella mente di Ma Daode che continua ad essere rincorso da pensieri allucinati, visioni e angosce che riportano alla superficie immagini del suo passato: violenze a cui ha assistito quando era una giovane Guardia Rossa, ma anche quelle di cui è stato artefice e responsabile.
A perseguitarlo più di tutto è il ricordo del suicidio dei suoi genitori, dopo essere stati malmenati e umiliati da militanti maoisti ai quali lui stesso li aveva denunciati. Poi lui e la sorella che li seppelliscono di nascosto in una cassa modesta, in un luogo che ormai non c’è più.
La modernizzazione l’ha raso al suolo, come cerca di fare anche con l’antico villaggio di Yaobang, costringendo con la forza gli abitanti ad abbandonare le loro case, promettendo un luogo migliore in cui vivere e un indennizzo che non ci sarà mai.
Ma non è facile per il regime cancellare dalla memoria collettiva del paese il passato, così come è complicato per Daode sconfiggere i suoi fantasmi, ed ecco una possibile soluzione: un microchip da impiantare nel cervello per sostituire i ricordi con la visione del leader.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La decrescita demografica – Marco Giordano – Paolo  Damilano –  Lettere

La decrescita demografica

Sono la persona meno adatta a parlarne perché non ho figli. L’unico mio “figlio” è una cosa molto atipica: il Centro “Pannunzio” che al massimo ha occasionato qualche matrimonio tra associati. Ma credo sia dovere di ogni italiano denunciare la decrescita costante come un problema vitale. Non voglio recuperare il “fate figli” di Mussolini che li mandò a combattere e morire in guerra, ma non sono neppure d’accordo con Giuseppe Saragat quando diceva che i problemi degli italiani si sarebbero risolti se fossimo calati a 30 milioni. Automaticamente i problemi della carenza di scuole, ospedali e servizi sociali  si sarebbero risolti. La sua era naturalmente   una politica opposta a quella del regime fascista che premiava le famiglie numerose. Tra il resto abbiamo perso  122 500 Italiani per COVID , mentre abbiamo un incremento costante di immigrati regolari e irregolari che procreano con abbondante generosità. Senza un incremento delle nascite questo Paese è destinato al declino a cui è già in parte condannato dalla crisi economica legata al COVID. I nostri parlamentari si scontrano su leggi che suscitano grandi polemiche ideologiche , ma non affrontano i problemi legati alla difesa della famiglia naturale , fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna , come afferma la Costituzione. Le famiglie e le donne in particolare devono trovare adeguato sostegno alla maternità. Sembrano discorsi del tutto disattesi , mentre il futuro d’Italia e’ legato all’incremento della natalità. C’è un nichilismo che intacca il matrimonio , uno scadimento di valori che degrada la vita a fatto meramente vegetativo. I valori dello spirito sono calpestati da giovani e meno giovani. Stiamo arrivando al disastro sociale . Le fedi religiose e i comportamenti etici disprezzati. Nuove Sodoma e Gomorra pasoliniane e no non sono distanti.

Marco Giordano

Marco Giordano è un artista che vive e lavora a Torino ed è nativo di Pietrasanta. E’ apprezzato pittore e musicista di successo. Due arti universali per eccellenza. La sua mamma, la dottoressa Patrizia Valpiani , è  un medico  ed è  una scrittrice molto nota che presiede a livello nazionale la storica associazione dei medici scrittori che ebbe tra i suoi soci Tobino, Carlo Levi, Dogliotti. Giordano ha fatto mostre a livello internazionale ed ha un genere di pittura che ha creato con estrema originalità. Al sax e al pianoforte riesce a creare atmosfere musicali molto suggestive. Persino io che non amo quel tipo di musica, ne sono entusiasta. Giordano aveva messo con generosità dei locali attigui alla sua bella casa- studio  in corso Francia  a disposizione per un’associazione culturale che il COVID ha posto in crisi.”Arte“, il suo nome, era un covo di artisti  molto vivo. Le difficoltà economiche hanno ucciso una realtà culturale importante a causa del disinteresse per la cultura libera dimostrato dalle istituzioni. Una perdita di cui sentiremo le conseguenze. Resta però  la sua arte di pittore e musicista che nessuna insensibilità burocratica potrà uccidere. Giordano è  un uomo libero e coraggioso che sta avendo successo, senza asservirsi a nessuno e senza montarsi la testa.
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Paolo  Damilano

Ho avuto un cordiale colloquio telefonico con il candidato sindaco  Paolo Damilano, persona colta e garbata, imprenditore di grande successo. Io sono amico di suo padre Gianni (95 anni il 13 giugno) da tanti anni. Apprezzo il Barolo che la famiglia produce da generazioni, ma adesso apprezzo l’impegno civile a cui si è dedicato. Se penso ai politicanti che litigano per candidarsi come sindaci, balza evidente la personalità umana di Damilano a cui voglio fare un augurio sincero di successo che travalica la politica  E’ l’uomo in sè che merita attenzione e suscita fiducia.

Lettere    scrivere a quaglieni@gmail.com

Napoleone
Ho letto i suoi articoli e ho sentito i suoi discorsi su Napoleone. Posso concordare o meno, ma lei è uno storico libero. Grazie!    Vittorio Rege
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Essere liberi è un dovere, non una virtù. Uno storico schierato politicamente è un non senso , è persino un po’ truffaldino  ed è sempre inaffidabile. Ma la Tv promuove solo quelli politicamente etichettati. Una jattura che genera confusione tra i lettori. Le cose scritte sulle foibe da poco sono un esempio di cosa non deve essere la storia.
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Zingaretti e Chiamparino
Zingaretti adesso ambisce a fare il sindaco di Roma, Chiamparino si accontenta di fare l’allenatore del candidato sindaco del Pd che non si trova . Cosa ne pensa di questi politicanti?  Io sono
indignato       Enzo Selvaggi
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Non faccio questioni di partito che non mi interessano. Zingaretti ha fatto il presidente di provincia e di regione, il deputato europeo e il segretario, in questo ruolo con esiti fallimentari, vergognandosi persino del partito che dirigeva. Credo che farebbe bene a stare un po’ in panchina a riposare. Che dire poi di Chiamparino che è sulla scena da almeno quarantacinque anni? Chi lo invoca come salvatore della coalizione ha una scarsissima considerazione della parte a cui appartiene. D’altra parte questo strano personaggio  era andato con Renzi, salvo poi ritornare di corsa al Pd, sperando nell’oblio degli elettori. Mi piacerebbe vederlo candidato per capire quante preferenze raccoglierebbe. Con gente così non faranno molta strada. Solo Valentino Castellani ha le idee chiare, ma non sembra essere molto ascoltato. Ed è un vero peccato.
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I diritti dei pescatori siciliani
E ‘ almeno cinquant’anni che i libici colpiscono o sequestrano i pescherecci siciliani che vanno a pescare in acque internazionali che i libici ritengono loro . E’ una vergogna che i nostri governi non abbiano mai fatto nulla per difendere i nostri diritti.      Calogero Vullo
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Concordo con Lei .Il confine nazionale  è  di 12 miglia, Gheddafi lo ha portato a 74con decisione unilaterale. Anche la Tunisia ha seguito la Libia ed d a poco anche la Turchia si è uniformata nel violare il diritto internazionale    Gheddafi è morto, ma l’arroganza antitaliana continua a perseguitare i nostri pescatori. Neppure Berlusconi, quando ricevette in pompa magna il dittatore libico a  Roma, si occupò del problema. Figurarsi Di Maio. Eppure i diritti italiani vanno tutelati. Non è solo questione di gamberi rossi, come ha titolato il Corriere della Sera. La nostra Guardia costiera bada solo ai migranti, non ai nostri pescatori. Una vergogna. Draghi ha la forza per imporsi.

Una vita operaia

LIBRI / RILETTI PER VOI   Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel 2013), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra

“Una vita operaia”, scritto da Giorgio Manzini e pubblicato da Einaudi negli “Struzzi Società” nel 1976, non è certo un libro nuovo e nemmeno si può dire sia stato un bestseller anche se vendette parecchie copie. E’ però un libro importante e persino attuale. Giuseppe Granelli, classe 1923 ( morto a novant’anni nel dicembre di due anni fa ), operaio colto dell’acciaieria Falck di Sesto San Giovanni, è il protagonista di questo libro-inchiesta di Giorgio Manzini. Cresciuto nel villaggio Falck divenne, grazie a “Una vita operaia”, emblema della condizione dei lavoratori metalmeccanici nell’Italia del secondo dopoguerra. Manzini, giornalista e redattore di “Paese Sera” ( scomparso, a 61 anni, nel 1991)  interrogò a lungo Granelli, scelto tra decine di migliaia di operai  di Sesto San Giovanni perché era conosciuto come un sindacalista di fabbrica che non ha mai sgarrato e perché era una persona libera e intelligente. Una vita come tante, chiusa in un giro ristretto, ma anche investita “dai bagliori dei grandi avvenimenti politici”:la Resistenza, le illusioni del ’45, le difficoltà economiche del dopoguerra,la rottura del fronte operaio,la restaurazione, la caduta del mito di Stalin, la lenta riscossa sindacale.

Questo libro di Giorgio Manzini – saggio, inchiesta, romanzo vero – ripubblicato recentemente dall’Archivio del Lavoro, oggi assume un significato ancora più profondo perché racconta di un uomo – Giuseppe Granelli, il protagonista in carne e ossa – che per quarant’anni ha lavorato alla Falck di Sesto San Giovanni. La sua esistenza è stata quella della città dove ha vissuto, dagli stabilimenti dell’acciaieria al villaggio operaio al Rondò da dove partivano le grandi marce solidali. Storie che sono diventate una parte della nostra storia nazionale: un simbolo altalenante di conquiste, di sconfitte, di risalite, di cadute, un microcosmo che può rispecchiare la vita dell’intero Paese. La fabbrica amata e odiata – il pane, la fatica, il conflitto – non c’è più. I resti, certi resti, dei vecchi capannoni (Concordia, Unione, Vittoria: si chiamavano così i vecchi stabilimenti della Falck),le fonderie, i laboratori, il forno sono come ombre e fantasmi di un passato. Resta la memoria di “una vita operaia”, di quel Giuseppe Granelli che, una volta andato in pensione, diventò la “voce degli operai” e raccolse le biografie di quasi 490 sindacalisti della Fiom,militanti, semplici operai che avevano speso la vita in fabbriche come l’Alfa Romeo, la Falck, l’Innocenti, la Breda, la Pirelli, la Richard Ginori, la Magneti Marelli e tante altre di cui non ci si ricorda nemmeno più il nome. Un lavoro prezioso, certosino, cosciente che quelle “sue vite”, raccolte con la consueta pazienza, catalogate nell’Archivio del lavoro di Sesto, erano la sua eredità, la medaglie al valore che nessuno gli ha mai messo sul petto. Il padre di Granelli, Tone, aveva lavorato anche lui alla Falck Concordia per quarant’anni, manutentore al laminatoio. Giuseppe (detto Giuse, Tumìn, Granel) cominciò a faticare, ragazzo di fabbrica, a 14 anni, per 84 centesimi l’ora a portar l’olio, scopare i trucioli di ferro, allungare gli stracci ai compagni alla macchina. Manzini seppe fare di Granelli il simbolo di milioni di uomini di un passato ora morto e sepolto.

Questo libro appartiene, come ha scritto Corrado Stajano, “alla letteratura industriale”, quella dei Carlo Bernari, Ottiero Ottieri, Paolo Volponi, Primo Levi, Vittorio Sereni. Granelli, nel portafoglio, conservò per anni una fotografia di Stalin, per lui l’uomo della guerra patriottica, il vincitore delle armate naziste. Il XX Congresso del Pcus fu un trauma, la rivolta di Budapest un colpo al cuore. Granelli tenne sempre fede ai suoi principi di giustizia sociale: tolse dal portafoglio la foto di Stalin e non ne rimise altre. Amava il dubbio, il confronto. Aveva un grande rispetto per il sapere, era curioso, frequentò a Milano la Casa della Cultura diretta da Rossana Rossanda, era attratto dal fascino di Cesare Musatti e lesse i grandi libri della storia e della letteratura. Il libro di Manzini lo rese felice. Gli fece capire che una vita come la sua, simile a quella di infiniti altri, poteva  e doveva essere ricordata. Le ultime tre righe del libro raccontano la sua pazienza, la sua tenacia e la saggezza di quest’operaio che sapeva fare “i baffi alle mosche”: “ L’importante è continuare il rammendo, sostiene Granel, e avere fiducia. Se non si avesse fiducia si starebbe qui a diventar matti tutti i giorni?”. Manzini è morto da quasi venticinque anni. Anche Granelli non c’è più : è sepolto nel silenzio del cimitero del paese dei suoi genitori, a  Moio De’ Calvi, nella bergamasca. Rimane questo libro, “Una vita operaia”, troppo bello e troppo importante per non essere ripreso in mano, per leggerlo o rileggerlo.

 

Marco Travaglini

Il liberalismo, Napoleone e Barbero

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Siamo ormai abituati a leggere le opinioni più strane e contraddittorie sul liberalismo e solo chi non ha dimestichezza con la cultura liberale può stupirsene.

Infatti non esiste una bibbia del liberalismo a cui richiamarsi e ci sono diverse sensibilità culturali che hanno contribuito a formare il pensiero liberale che è plurale per definizione. La scuola inglese, non è quella austriaca, Croce non è Einaudi, per fare solo alcuni esempi. La “Storia del liberalismo europeo“ di Guido De Ruggiero pubblicata nel 1925, l’anno del fascismo diventato ufficialmente e drammaticamente dittatura, è un documento di questo “pluralismo” liberale. Per altri versi lo stesso De Ruggiero scandalizzo’ Croce aderendo a quel partito d’azione che il filosofo napoletano considerava un ircocervo ,“ l’animale favoloso metà capro e metà cervo che stava ad indicare la chimerica e contraddittoria politica che derivava dalle origini di quel partito collegate a “Giustizia e libertà” , un binomio equivoco che il liberale Croce non poteva accettare. Anche oggi esiste ancora un gruppuscolo di persone invasate che, pur ribaltando la denominazione in “Libertà e giustizia”, sono state protagoniste di tante battaglie profondamente illiberali e giacobine. Non c’è da stupirsi di nulla. Gobetti, ad esempio, viene considerato un grande liberale, mentre altri negano il suo liberalismo ed altri ancora in nome suo tengono in piedi un centro studi che da sempre è stato filocomunista.
Si può quindi parlare anche di una babele liberale che è comunque sempre preferibile rispetto al dogmatismo di certe ideologie che impongono obbedienze cadaveriche.
Ma accettare la conclusione di un articolo di Alessandro Barbero su Napoleone, non risulta proprio possibile per chi sappia qualcosa del liberalismo, anche il più eretico e controverso. Il medievista e tuttologo di Vercelli è giunto a scrivere che “è anche grazie a Napoleone se alla lunga in Europa hanno trionfato il liberalismo e la democrazia”.
Mi sono occupato di Napoleone nei giorni scorsi ,cercando di non scrivere la manzoniana “ardua sentenza” a duecento anni dalla sua morte, ma di capire l’opera di uno dei più grandi personaggi che abbia avuto la storia. Non mi sono lasciato invischiare nei pregiudizi ed ho cercato di vedere in lui uno statista rinnovatore e non semplicementei un tiranno. Ho cercato di evidenziare il suo sforzo titanico di piegare la storia alla sua volontà. Ma non si può ragionevolmente convenire con Barbero nel vedere in Napoleone anche solo un barlume di liberalismo. Forse nella fase rivoluzionaria abbraccio’ il democratismo che sostituì molto presto con quello che sarà un regime militare in piena regola. Napoleone che amava leggere e non era un militare incolto, non sentì assolutamente il liberalismo come un qualcosa che potesse appartenere alla sua visione politica che ruotava su uno stato accentratore ed autoritario e quindi naturaliter illiberale. Il liberalismo nacque in Inghilterra con Locke e Smith nel 1700. In Francia fu Tocqueville, andando oltre la Rivoluzione e Napoleone, a mettere le basi di un pensiero liberale, guardando alla democrazia americana. Il bonapartismo successivo, quello di Napoleone III, fu fortemente liberista, ma non certo liberale. Napoleone III fu nella sua giovinezza di sentimenti liberali, poi rapidamente abiurati.  Solo chi sa poco di liberalismo, può vedere in Napoleone un personaggio che in qualche modo abbia favorito il “trionfo del liberalismo.” Napoleone resta un grande anche se fu illiberale perché a giudizio di uno storico liberale la grandezza di un personaggio non si misura in base all’ideologia, ma da un giudizio di più ampio respiro.

Oggi al cinema

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Le trame dei film in uscita nelle sale di Torino

A cura di Elio Rabbione

 

Corpus Christi – Drammatico. Regia di Jan Komasa. Daniel è chiuso in riformatorio, colpevole di vari reati. Il suo desiderio è sempre stato quello di farsi sacerdote ma il suo passato glielo ha impedito. Tuttavia, quando la direzione lo manda, in permesso di lavoro, in un luogo lontano da quello dove ha sempre vissuto, si finge prete, immediatamente creduto tale dall’intera popolazione: andrà a sostituire in quell’occasione il parroco e la propria vocazione sembrerà realizzata. Film di enorme successo in patria, è una produzione polacca, e pluripremiato. Durata 115 minuti. (Centrale anche V.O.)

 

Due – Drammatico. Regia di Filippo Meneghetti, con Barbara Sukova e Martine Chevalier. Siamo in una piccola città della provincia francese, due donne circa settantenni vivono nella stessa casa, sullo stesso pianerottolo e da molti anni, all’insaputa di tutti, portano avanti la loro relazione. Nina e Madeleine, un viaggio a Roma progettato, la vendita di un appartamento, la disperazione di Madeleine all’idea di dover confessare ai figli la sua partenza (definitiva?). Verità a lungo nascoste che vengono a galla, decisioni nascoste, sotterfugi, una crepa nella vecchia passione, una malattia che scoppia a minare un solido rapporto. Candidato dalla Francia come miglior film straniero. Durata 95 minuti. (Nazionale sala 1)

 

Fino all’ultimo indizio – Thriller. Regia di John Lee Hancock, con Denzel Washington, Rami Malek e Jared Leto. I primi due sono poliziotti, Washington è finito in un dipartimento di provincia, spinto dai superiori ad andare in pensione, e si porta appresso un angoscioso segreto, Malek sogna una carriera di successi in primo luogo la cattura di un serial killer che a Los Angeles, negli anni Novanta, sta uccidendo barbaramente giovani donne. Leto è il sospettato, già coinvolto in un caso di omicidio anni prima, che non perde occasione per schernire il vecchio detective e condurlo nelle indagine dove più gli piace. Sospettato o davvero autore materiale degli omicidi? Colpi di scena e finale a sorpresa. Durata 128 Minuti. (Greenwich Village sala 3)

 

Minari – Commedia drammatica. Regia di Lee Isaac Chung. Gran premio della Giuria al Sundance Festival, Golden Globe 2021 per il miglior film straniero e Oscar alla miglior attrice non protagonista, Yoon Yeo-Jeong. Un’opera autobiografica, la storia del piccolo David, un bambino nato e cresciuto in una famiglia coreana emigrata negli Stati Uniti, anch’essa ad inseguire il sogno americano (un nuovo lavoro per il padre), la ricerca di altri luoghi e un altro viaggio, dalla California all’Arkansas intrapreso negli anni Ottanta, l’arrivo della nonna dalla Corea, una anziana donna con abitudini e un modo di vivere completamente diverso da quello del piccolo David. Durata 115 minuti. (Eliseo Blu, Nazionale sala 2)

 

Nomadland – Drammatico. Regia di Chloe Zhao, con Frances McDormand e David Strathairn. Leone d’oro alla Mostra di Venezia e vincitore di tre premi Oscar, miglior film, miglior regia, miglior attrice protagonista. La storia di Fern, una donna sessantenne, alle prese con la crisi economica che ha colpito la sua piccola città, Empire nel Nevada, un’economia che sino ad ora si era basata sulla produzione del cartongesso. Un’altra sciagura l’ha colpita, la morte del marito: la donna abbandona tutto, carica ogni suo avere su un furgone e si mette in viaggio, solitaria e libera, alla ricerca di una nuova vita, di paese in paese, tra piccoli lavori che di volta in volta riesce a fare, tra gli incontri nuovi cui va incontro, nomade. Una nuova esistenza, un lutto da elaborare, nuovi paesaggi in cui cercare la tranquillità e la pace. Non più sola soprattutto, la nascita di nuove comunità, con lei altre mille case viaggianti, tutte alla ricerca di un futuro. Il nuovo sogno americano, un altro, che guarda a quello di Lee Isaac Chung, quello degli anni Duemila, una nuova filosofia di vita. Durata 108 minuti. (Ambrosio sala 1 e sala 2 V.O., Classico anche V.O., Eliseo Grande, Romano sala 1)

 

Pieces of a woman – Drammatico. Regia di Kornél Mundruczò, con Vanessa Kirby, Shia LaBeouf e Ellen Burstyn. Coppa Volpi alla Kirby per la migliore interpretazione femminile e candidatura all’Oscar. L’attesa di Martha e la nascita della bambina che ne segue, l’arrivo di un’ostetrica che non è quella che l’ha sempre seguita, l’arresto cardiaco della piccola e la morte che ne segue. Nei mesi successivi la relazione tra Martha e Sean inizia a risentire della disgrazia che li ha colpiti, i loro sentimenti si affievoliscono e l’uomo allaccia un nuovo rapporto con una cugina di Martha, iniziando, dopo sette anni di sobrietà, a riassumere cocaina. Sean si allontanerà dalla donna che ha amato: Martha tuttavia saprà ricostruirsi un futuro, avrà accanto una nuova bambina. Durata 128 minuti. (Ambrosio sala 3)

 

Rifkin’s Festival – Commedia. Regia di Woody Allen, con Wallace Shawn, Gina Gershon, Louis Garrel e Christoph Waltz. Durata 92 minuti. Sue è al Festival di San Sebastian per il suo lavoro di addetto stampa cinematografico e Mort Rifkin, professore in pensione, l’ha seguita per un periodo di riposo. Coinvolti dalla bellezza del paese e dalla magia del cinema, Sue inizia una relazione con un giovane regista, affascinante, e Mort, colpito dall’inaspettata avventura della moglie, comincia ad avvertire problemi cardiaci. Reali o non, Mort si precipita immediatamente dal medico: che ha le sembianze della bella Jo, un matrimonio in bilico da gestire, amante dei classici, il piacere di scoprire parecchie affinità con il suo nuovo cliente. Se da un lato si consolida la passione che s’è creata tra Sue e il giovane regista, dall’altra Mort riscopre il senso della vera amicizia e un amore in fondo mai scomparso per l’antico cinema classico. (Ambrosio sala 2, Eliseo Blu e Rosso, Greenwich sala1, Romano sala 2)

 

Sesso sfortunato o folle porno – Commedia. regia di Radu Jude, con Alexandru Ptocean e Katia Pascarin. Film vincitore dell’Orso d’oro alla 71ma Berlinale. La storia di Emi, nella Bucarest di oggi, una professione di insegnante che corre il rischio di essere distrutta quando un filmino sexy, girato amatorialmente con il marito, finisce in rete. Il film, diviso in capitoli, vede prima l’esposizione esplicita delle immagini incriminate e la donna che tenta inutilmente di cancellarle e di far sì che non diventino virali, poi la cronistoria – attraverso altri filmati –  raccontata documentaristicamente dei “peccati” che ieri come oggi hanno travolto il territorio e la vita della Romania. In ultimo il processo scolastico a cui Emi deve sottostare, la lotta contro il proprio licenziamento, l’affermazione della libertà di due persone nel proprio intimo. Tutto girato in piena pandemia cosicché il regista ha deciso di far girare ogni scena con gli attori provvisti di mascherina. Durata 106 minuti. (Massimo sala Cabiria V.O.)

 

Un divano a Tunisi – Commedia. Regia di Manele Labidi Labbé, con Goishifteh Farahani. Selma è una giovane psicanalista, dal carattere forte, è sempre vissuta a Parigi con il padre: un bel giorno decide di tornare nella sua città d’origine, Tunisi, dove conta di aprire uno studio privato tutto suo. Ma il suo ottimismo dovrà scontrarsi fin da subito con la diffidenza di chi gli sta intorno, anche la sua famiglia le è contraria, per lo meno scettica di avere sopra il proprio appartamento uno studio di psicanalista. Davanti alla porta, in coda, un variegato panorama di esseri umani, ciascuno con i propri problemi da raccontare. Durata 87 minuti. (Romano sala 3)

Napoleone in Francia Vittorio Emanuele in Italia

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni  Il presidente della Repubblica  francese Macron ha reso omaggio ieri  alla tomba di Napoleone  con una cerimonia austera e solenne nel bicentenario della morte avvenuta il 5 maggio 1821.

Lo scorso anno, bicentenario della nascita del Padre della Patria e primo Re d’Italia, Vittorio Emanuele II  nessuna alta carica dello Stato italiano ha fatto anche solo un gesto
per ricordare uno degli artefici del Risorgimento e dell’ Unità d ‘Italia, al Pantheon, al Vittoriano o a Palazzo Carignano dove nacque. Due modi opposti di sentire la storia nazionale perché Macron ha affermato che Napoleone è parte della Francia e che il passato non va valutato con le nostre idee del presente. Osservazioni ovvie perché gli anacronismi sono l’esatto opposto della storicizzazione. E’ stato proprio un grande storico francese Marc  Bloch ad invitare a comprendere prima di giudicare. Non da oggi c’è invece la tendenza propria degli ignoranti e dei politicanti di giudicare senza neppure tentare di comprendere. Macron ha fatto un discorso in cui sono emerse luci ed ombre , distinguendosi dall’estrema destra esaltatrice della grandeur napoleonica  a prescindere e della gauche legata a pregiudizi ideologici volti a confondere Napoleone personaggio storico con il Bonapartismo politico. E’ un dovere elementare di un Paese  civile ricordare la propria storia senza demonizzazioni che, a duecento anni dalla morte, appaiono ridicole. Come condottiero militare Napoleone è confrontabile, ad esempio, con Alessandro Magno e Giulio Cesare e come tale va ricordato , senza far prevalere giudizi pacifisti e antimilitaristi che son nati nel secolo scorso e ci impediscono di comprendere il passato. La Francia anche sotto la pandemia ha saputo ricordare un grande francese. L’Italia repubblicana lo scorso anno non ha saputo dedicare un minimo di attenzione per il Re che venne considerato un Galantuomo e che non ha nessuna ombra anche solo lontanamente paragonabile con quelle del Corso. Siamo all’assurdo che in alcune città italiane e’ stato o verrà onorato Napoleone, mentre persino Torino, dove nacque nel 1820, ha riservato un agghiacciante silenzio al Re del nostro Risorgimento. Una  ennesima prova di una classe politica formata da pavidi e mediocri, asserragliati nel fortino del potere ed incapaci di fare i conti con la storia perché il loro destino è, al massimo, la cronaca del presente.

Napoleone 200 anni dopo

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni  Oltre un anno fa in previsione del bicentenario della morte di Napoleone ,5 maggio 1821, si stava costituendo sotto la presidenza di Philippe Daverio un comitato nazionale presso il Ministero dei beni culturali per celebrare l’anniversario dell’Imperatore dei Francesi. Credo che la morte improvvisa di Daverio abbia bloccato  l’iniziativa che non è stata varata dal Ministero per i Beni culturali.

E’ giusto valutare a due secoli di distanza con il più assoluto equilibrio la figura di Napoleone che sicuramente, almeno per la Francia, ha rappresentato una pagina importante di storia, al di là delle osservazioni stupide sullo schiavismo e sul misoginismo che appaiano del tutto decontestualizzate dall’epoca in cui visse Napoleone.
Anche Manzoni, scrivendo “Il Cinque Maggio” comprese la grandezza dell’uomo che riuscì a conciliare “ due secoli l’un contro l’altro armati”, lasciando comunque “ai posteri l’ardua sentenza”. Oggi, a distanza di due secoli, il momento dell’ardua sentenza  è sicuramente arrivato e il giudizio storico per il Corso non può essere positivo almeno per noi italiani. Ed è per questo che l’iniziativa di Daverio era sbagliata e mi sottrassi alla sua richiesta di sostenerla. Se lo si vede  invece sotto un profilo europeo, egli sconquassò l’Europa ,tentando di imporre dappertutto l’egemonia francese con la scusa di portare sulle sue bandiere le idee  di una Rivoluzione tradita.
Fu responsabile di guerre con milioni di morti, combattute  soprattutto per un suo personale delirio di onnipotenza. Non ci sono dubbi sulle sue grandi doti di condottiero militare capace di entusiasmare i suoi soldati e inventare  strategie e tattiche militari  molto geniali. Si può anche considerarlo uno statista e un legislatore innovativo che contribuì a rinnovare la vecchia Europa. Dopo Napoleone con la Restaurazione il Congresso di Vienna non poté tornare all’antico perché il “tornado Napoleone” impedi’ il tentativo di ricacciare l’Europa alle parrucche incipriate prerivoluzionarie. Le nazionalità oppresse dal dominio napoleonico sorsero a nuova vita, malgrado i tentativi retrogradi e repressivi  della Restaurazione e nacquero i primi segni dei diversi risorgimenti in tante realtà europee. Ma non si può dimenticare che il dominio napoleonico ,specie in Italia, significò un periodo di furti, violenze e saccheggi senza precedenti. Egli è il responsabile del più grande furto di opere d’arte avvenuto in Italia e non solo. Furono saccheggiati Milano, Roma, il Vaticano, Parma, Modena, Napoli e tanti altri centri.
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Il giovane Foscolo che acclamò Bonaparte come un un liberatore ,si convinse quasi subito, dopo il trattato di Campoformio, che egli era un tiranno. Torino e il Piemonte vennero annessi alla Francia e subirono le stessa spoliazione di opere d’arte; il re dovette rifugiarsi in Sardegna fino al 1815 durante tutto il periodo napoleonico. Napoleone fece abbattere le porte e un tratto cospicuo dei bastioni di Torino, salvando solo la cittadella e Palazzo Madama. Per sue utilità specifiche  fece costruire il ponte in pietra  sul Po davanti a piazza Vittorio.  In sintesi si presentò come un finto liberatore d’Italia ,ma gli italiani che furono  soprattutto carne da macello per le sue guerre ,subirono un regime di stampo giacobino, tirannico ed  accentratore che peggiorò ulteriormente quando Napoleone divenne imperatore. A partire dal 1796 una parte del popolo italiano si oppose all’invasione francese e diede vita a quelle che vengono definite le insorgenze, quando cominciò la campagna d’Italia napoleonica. Le insorgenze furono numerose in tutta Italia. Comunque, sarebbe bastato pensare al saccheggio e ai furti di opere d’arte, per esprimere  un netto parere contrario alla costituzione di un comitato nazionale per le onoranze del bicentenario napoleonico presso il ministero dei Beni Culturali. Fu un abbaglio in cui  proprio il grande Daverio non sarebbe dovuto cadere.
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Sicuramente si tengono e si terranno, pur tra le polemiche, delle manifestazioni in Francia ,ma non aveva alcun senso – pandemia a parte – che l’Italia celebrasse un uomo che fu un dominatore senza scrupoli che, tra l’altro, come disse Foscolo, vendette Venezia all’Austria. Diede l’idea di un’effimera Italia unita che non fu certo il preannuncio di un Risorgimento nazionale. In Italia bisognerebbe invece  ricordare nel 2021 il bicentenario dei moti  carbonari che ebbero protagonista il grande patriota Santorre di Santarosa ,ingiustamente dimenticato. Questi patrioti napoletani e piemontesi, anzi italiani della prima ora,  sono stati trascurati , dimostrando una insensibilità verso un passato degno invece  di essere ricordato. Santarosa mori’ combattendo a Sfacteria per l’ indipendenza della Grecia, un anelito europeo che è l’esatto opposto del rullo compressore napoleonico che cercò  di sottomettere, senza riuscirci, persino la  Russia al giogo francese.
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