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Torino tra architettura e pittura. Filippo Juvarra

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

1) Filippo Juvarra

Stiamo lentamente avanzando verso la primavera, le giornate si fanno poco a poco più luminose e più tiepide e la natura che ci circonda presto inizierà a sgranchirsi, intorpidita dal lungo sonno invernale. Non rimane che incrociare le dita e sperare che l’arrivo della bella stagione porti con sé anche la possibilità di fare qualche passeggiata in più, anche se muniti ovviamente di mascherina, outfit ormai egualmente essenziale e indispensabile. Nella speranza che questi pensieri possano trasformarsi in realtà, mi piace immaginare di poter organizzare un’uscita didattica con i miei studenti alla scoperta delle bellezze barocche di Torino; ribadisco infatti il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.

Sono consapevole di quanto sia utopico il mio pensiero, non solo per la drammatica situazione pandemica che pone ovvi divieti e limitazioni alle nostre abitudini quotidiane, ma anche perché il tempo scolastico pare trascorrere a ritmi insostenibili, le lezioni si susseguono e le ore non sono mai abbastanza per stare al passo con i programmi ministeriali. Non mi dilungo poi su quanto sia diventato complicato a livello burocratico organizzare attività sia dentro che fuori le aule.
Facciamo un gioco, facciamo finta che quanto appena premesso non sia del tutto vero, e fingiamo di poter organizzare un tour della Torino barocca. Prima di tutto occorre mettere in evidenza la personalità che più di tutte ha contribuito alla trasformazione dell’aspetto del capoluogo piemontese, si tratta di Filippo Juvarra, nato a Messina in una famiglia di orafi e cesellatori, è stato scenografo, disegnatore e architetto, la sua formazione è stata decisamente “pratica”, volta a migliorare le qualità tecniche artigianali.
Filippo Juvarra, (1678-1736), arriva a Torino nei primi anni del Settecento. Quando l’architetto messinese mette piede nel territorio si trova circondato da cantieri, lavori di ammodernamento e di ristrutturazione urbanistica, tutti interventi volti a rendere la città esteticamente degna del ruolo di capitale che le era stato decretato da Emanuele Filiberto nel 1563. In questo senso era risultato essenziale il contributo di Guarino Guarini, al servizio dei Savoia a partire dalla seconda metà del Seicento; all’architetto si deve infatti l’edificazione di vari edifici, tra cui la chiesa di San Lorenzo e la realizzazione della Cappella della Sacra Sindone.

E’ tuttavia con Juvarra che la città acquista effettivamente un nuovo aspetto, degno delle idee innovative che investono il Settecento.
Nel 1714 Vittorio Amedeo II di Savoia chiama a suo servizio l’artchitetto siciliano e lo nomina “primo architetto del re”, grazie a questo titolo Juvarra ottiene immediata visibilità all’interno dell’ambiente artistico e la sua ben più che meritata fama viene riconosciuta in poco tempo anche in territori stranieri. Egli infatti intraprende molti viaggi durante la sua vita, lavorando in Austria, Portogallo, Londra, Parigi e Madrid, città in cui morì improvvisamente nel 1736.
La sua formazione avviene prevalentemente a Roma, dove frequenta lo studio di Carlo Fontana e ha l’occasione di studiare dal vivo le opere classiche, rinascimentali e barocche, soffermandosi soprattutto sugli esempi di Michelangelo, come attestano i numerosi schizzi sui quali era solito appuntare le sue osservazioni. A Roma Juvarra esordisce anche in qualità di scenografo, come attestano i fondali che egli realizza per il teatrino del cardinale Ottoboni, al cui circolo arcadico era strettamente legato. I fogli juvarriani del periodo romano evidenziano i suoi molteplici interessi: progetti per architetture e apparati effimeri, capricci scenografici e vedute equiparabili a quelle del Vanvitelli, con cui in effetti Juvarra era entrato in contatto.
Juvarra esercita la sua opera come architetto soprattutto in Piemonte, più precisamente a Torino e dintorni. Egli non solo progetta chiese e residenze reali ma si occupa anche di riorganizzare interi quartieri periferici; lavora sullo spazio urbano e si conforma ai dettami dell’urbanistica torinese, riuscendo tuttavia a creare nuovi punti focali, quali i “Quartieri Militari” nei pressi di porta Susa, la facciata principale di Palazzo Madama (che di conseguenza rinnova anche l’aspetto di Piazza Castello), le chiese di San Filippo Neri, Sant’Agnese del Carmine, e, soprattutto, la Basilica di Superga, che si erge sulla collina e determina un nuovo confine visivo della città. Decisamente degni di nota sono anche i suoi interventi extraurbani, come dimostrano i nuclei architettonici nei pressi di Venaria, Rivoli e Stupinigi.

Tutte le sue costruzioni si inseriscono nell’ambiente in modo armonioso e studiato, ogni cantiere viene soprinteso con rigorosissimo controllo dallo steso architetto messinese; per ogni progetto egli recupera sapientemente il proprio ricco bagaglio culturale, riuscendo di volta in volta a riplasmare e innovare i modelli di riferimento in senso moderno e suggestivo, secondo una razionalità e una sensibilità del tutto settecentesche.
Continuiamo il gioco e immaginiamo di poterci fisicamente spostare per il territorio alla ricerca delle realizzazioni architettoniche di Juvarra. Partiamo da Palazzo Madama: per la ristrutturazione di tale edificio Juvarra parte da modelli francesi, (fronte posteriore di Versailles), e romani, (palazzo Barberini), e arriva però a una soluzione originale: conferisce unità alla parete grazie all’utilizzo di un unico ordine corinzio sopra l’alto basamento a bugnato piatto e sottolinea la zona centrale dell’ingresso con colonne aggettanti e lesene plasticamente decorate. Il palazzo, classicheggiante nella netta spartizione degli elementi, risulta settecentesco nelle ampie finestre attraverso le quali una ricca luce illumina adeguatamente i vani interni. Nella realizzazione dello scalone d’onore, opera unica nel suo genere, Juvarra fa invece affidamento alla sua esperienza teatrale: lo spazio che la gradinata marmorea occupa è uno spazio scenografico. La struttura si presenta di grande impatto visivo ma al contempo è calibrata e misurata, le decorazioni, segnate da delicati stucchi a forma di conchiglie e ghirlande floreali, aderiscono alla scalinata e si amalgamano all’architettura, rendendo più incisivo l’effetto della luce che trapassa le vetrate.

Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.
Impossibile non ricordare la tragedia di Superga, avvenuta il 4 maggio 1949, alle ore 17.03, quando l’aereo su cui viaggiava il Grande Torino si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica, provocando trentuno vittime. Certi luoghi assorbono tristezza e per quanto siano architettonicamente belli, rimangono velati di malinconia e accoramento. Sempre rimanendo sul nostro iniziale filone dell’ipotetico tour scolastico, immagino che mi sarei allontanata dalla Basilica riferendo ai miei allievi una certa superstizione: meglio non visitare la chiesa in compagnia della propria metà, pare infatti che porti sfortuna alla coppietta innamorata.
Saliamo sul nostro pullman e dirigiamoci ora verso un’altra meta.

Nella Palazzina di Caccia di Stupinigi (1729-1733), troviamo un oscillamento tra la tradizione francese e la pianta italiana a forma di stella. Qui ritorna il motivo della rotonda, ma da essa fuoriescono quattro bracci a formare una croce di sant’Andrea, schema su cui Juvarra medita fin dagli anni giovanili. Il nucleo centrale e centralizzato costituisce il punto focale di un disegno vasto e articolato: esso è preceduto da una corte d’onore dal perimetro mistilineo, che si innesta nell’ambiente naturale e per gradi conduce fino al palazzetto vero e proprio; lungo il perimetro della corte d’accesso si dispongono le costruzioni dedicate ai servizi. L’impianto del grande salone richiama precedenti illustri, ma il tutto è trasfigurato in senso rococò, grazie ai ricchi stucchi, alle elaborate pitture, agli arredi e al particolare cadere della luce sui dettagli preziosi delle decorazioni artistiche e artigianali. La muratura esterna è scandita da una successione di lesene piatte nettamente profilate. Tutta la struttura della Palazzina risulta raffinata e in studiato rapporto dialettico con la natura che la circonda; le numerose finestre che si trovano su tutto il perimetro contribuiscono a dare un senso di generale leggerezza, controbilanciando l’impatto visivo dato dalle dimensioni imponenti dell’edificio.
Siamo alla fine del nostro gioco immaginato e ci manca ancora una meta per terminare la lezione sul Barocco.

Le chiese juvarriane presentano soluzioni architettoniche originali, soprattutto la chiesa del Carmine (1732-1735), dove le alte gallerie aperte sopra le cappelle si rifanno ad uno stile nordico e medievale. In queso edificio (che si trova in via del Carmine angolo via Bligny) l’impianto tradizionale a navata unica con cappelle lungo i lati è rinnovato dalla riduzione del muro delimitante la navata a una ossatura essenziale di alti pilastri di ribattutta e dalla sapiente modulazione della luce che, piovendo dall’alto fra i pilastri, si diffonde nella navata e nelle cappelle. Lo storico dell’arte Cesare Brandi così descrive l’elaborata chiesa del Carmine: “L’invenzione appare così una felice contaminazione coll’architettura del teatro e aggiunge un segreto senso di festa e di leggerezza all’ardita struttura della chiesa che solo nella volta, appunto a somiglianza di un teatro, ha una superficie unita, e quasi un velario teso sugli arredi delle grandi pilastrate.”
Ecco, il tour fantastico è terminato, e così anche l’articolo che concretamente sto scrivendo: come nelle favole realtà e immaginazione si mescolano, si sovrappongono e si uniscono, in una sorta di “kuklos” che alla fine fa quadrare tutto.
D’altronde sognare è gratis. Per ora.

Alessia Cagnotto

Torino tra architettura e pittura. I Sei di Torino

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

7) I Sei di Torino

Ho già detto la mia sul fatto che il Novecento sia di per sé un periodo assai complicato, non solo per quanto riguarda gli accadimenti storici, ma anche per i movimenti artistico-letterari che si susseguono a ritmo incalzante per tutto il secolo. Nell’articolo scorso ho accennato a “Novecento”, complesso movimento artistico basato sui concetti di “monumentalismo” e di “ritorno all’ordine”, è ora opportuno parlare della società artistica che, nel medesimo periodo, si pone in netto contrasto con la poetica sostenuta dai novecentisti: “I sei di Torino”.
Tra il finire degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del Novecento, si riuniscono intorno alla figura di Felice Casorati e sotto l’insegna del “realismo magico” diversi artisti, poi conosciuti con l’appellativo di “I sei di Torino”; di questa cerchia fanno parte Francesco Menzio, Carlo Levi, Luigi Chessa, Jessie Boswell, Enrico Paulucci, Nicola Galante.
Il sodalizio artistico, favorito dagli intellettuali e critici d’arte Edoardo Persico e Lionello Venturi, è sostenuto economicamente dal mecenate e collezionista torinese Riccardo Gualino.
L’azione di questi pittori si inscrive in un contesto più ampio, volto a creare un movimento di opposizione alla pittura novecentista, portata avanti dagli esponenti dell’ “entourage” di Margherita Sarfatti.

La critica milanese, infatti, organizza nel medesimo periodo storico, una corrente artistica meglio nota come “Novecento”, e nel 1922 fondano il collettivo Mario Sironi, Achille Funi, Leonardo Dudreville, Anselmo Bucci, Emilio Malerba, Pietro Marussig e Ubaldo Oppi. Negli anni il gruppo si farà sempre più numeroso, e ospiterà al suo interno artisti tra loro molto differenti per stile, personalità e formazione, seppur tutti uniti dal comune desiderio di rappresentare lo spirito del secolo. Essi sostengono un ritorno all’ordine dopo le avanguardistiche sperimentazioni del primo Novecento (Futurismo e Cubismo); le tele novecentiste presentano chiari rimandi all’antichità classica, alla purezza delle forme e all’armonia generale che deve dominare la composizione. Lo stile “Novecento” è anche definito “Neoclassicismo semplificato”, espressione con cui si indica una tipologia architettonica apprezzata da molti regimi totalitari, un’architettura che riprende i modelli classici ma ne alleggerisce gli elementi e i dettagli, eliminando o semplificando la decorazione. In Italia il maggior esponente di tale tendenza è l’architetto Marcello Piacentini, che domina la scena del ventennio fascista con progetti razionalisti che conciliano i temi del Movimento Moderno con i propositi del regime. I progetti architettonici di Piacentini influiscono sull’urbanistica, come dimostrano la costruzione del campus universitario di Roma, nel quartiere Tiburtino e le demolizioni e ricostruzioni di centri storici di città come Brescia e Livorno.

In netta opposizione a tale sentire si pone il gruppo de “I sei di Torino”, con la loro arte tutta rivolta verso l’esperienza artistica europea, che i novecentisti rifiutano “in toto”, soffermandosi in particolar modo sulla pittura francese. È proprio Lionello Venturi a spingere il circolo pittorico ad appropriarsi di un lessico impressionista, mezzo espressivo attraverso il quale –sostiene Venturi – si può contrastare la cristallizzazione formale del gruppo “Novecento”. Gli esponenti torinesi seguono pedestremente il consiglio dell’intellettuale: la quasi totalità delle opere dei diversi autori segnala chiari riferimenti all’Impressionismo francese, in particolare alle opere di Monet. È pur vero che essi apprezzano anche il Fauvismo e dunque i lavori di Matisse, subiscono l’influenza della stagione dei Macchiaioli e prendono spunti dalle opere di celebri autori come Amedeo Modigliani, Pierre Bonnard e Raoul Dufy.
I componenti del circolo presentano tra loro evidenti differenze espressive, ognuno tiene a sottolineare e a mantenere la propria personalità e il proprio stile; tali diversi approcci contribuiscono alla breve durata del sodalizio, che dura appena due anni.

La prima mostra del gruppo si tiene a gennaio del 1929, presso la Galleria Guglielmini di Torino; nello stesso anno, ad aprile, essi espongono al Circolo della Stampa di Genova e a novembre alla Galleria Bardi di Milano; l’ultima collaborazione si tiene alla Galleria Bardi di Roma, nel 1931, in concomitanza e in aperta polemica con l’apertura della Quadriennale romana.
“I sei di Torino” esaltano il primato della forza del colore sul disegno e sui volumi, e si basano su una pittura tonale che si pone in forte contrasto con le caratteristiche dell’arte “ufficiale”, segnata da un taglio falsamente classico e dal totale rifiuto degli influssi stranieri.
Vediamo ora di scorrere più da vicino i sei componenti del gruppo.
Francesco Menzio, (1899-1979), si forma a Torino ed è una delle figure più attive nel panorama artistico italiano. L’autore, oltre alla lezione di Casorati, guarda con particolare attenzione all’arte francese post-impressionista. I soggetti che predilige variano dalla figura umana, alla natura morta, al paesaggio; emerge dalla sue tele una raffinata sensibilità cromatica, come si evince per esempio da quadri come “Natura morta con ciliegie” o “Corridore podista”.

Carlo Levi (1902-1975), di famiglia ebraica torinese, e militante politico, è sicuramente la personalità di spicco del gruppo. Laureato in medicina, egli non abbandona l’interesse per la pittura e la scrittura; a partire dagli anni Venti del Novecento frequenta assiduamente lo studio di Casorati, luogo in cui approfondisce il suo percorso artistico. Tra il 1927 e il 1928 si sposta a Parigi per approfondire la pittura europea e post-impressionista. Le sue opere, forse ancor più di quelle degli altri componenti della cerchia, si pongono in netta antitesi all’accademismo tipico del gruppo “Novecento”, caratterizzato dall’assidua ricerca di monumentalità e ritorno al classicismo. Egli si dedica alla realizzazione di ritratti, paesaggi e nature morte, in tutti i suoi elaborati emerge un intenso e vibrante linguaggio espressionista, seppur piegato a esplicite istanze realistiche. Pittore, e anche scrittore attento e incisivo, Carlo Levi scrive, tra il 1943 e il 1944, il romanzo “Cristo si è fermato ad Eboli”, pubblicato nel 1945, un ritratto morale e sociale, veridico ma anche poetico, delle semplici popolazioni della Lucania. L’autore, con peculiare abilità artistica, crea delle atmosfere “mitiche” in cui figure e paesaggio si armonizzano e si fondono insieme, in una prosa sempre ferma e sicura. Scrive anche vari libri di viaggio, ricchi di spunti di analisi politica e sociale, tra cui “Le parole sono pietre” (1955), sulla Sicilia, e “Il futuro ha un cuore antico” (1956), sulla Russia sovietica, e “La doppia notte dei tigli” (1959), e “Tutto il miele è finito” (1964).
Luigi Chessa (1898-1935) meglio noto come “Gigi”, è persona dai molteplici interessi, egli è pittore, scenografo, arredatore e pubblicitario. Trascorre l’infanzia a Parigi, in seguito si trasferisce a Torino, dove frequenta L’Accademia Albertina ed entra nelle grazie del pittore Agostino Bosia.

I soggetti che predilige sono vari, egli spazia dai paesaggi ai nudi alle nature morte, pur dimostrandosi sempre un raffinato colorista e un moderno interprete dell’Impressionismo.
In ambito teatrale, nel 1925 esegue i disegni per le scene e i costumi de “L’italiana in Algeri” di Rossini, mentre l’anno successivo si dedica a scenografie e abiti per “La sacra rappresentazione di Abraham e Isaac” di Ildebrando Pizzetti, diretta dall’autore, e per Alceste di C. W. Gluck. La sua maestria è conosciuta anche nell’ambito del balletto, in questo settore progetta scene e costumi per “La luna” di L. Perrachio, tratto da un racconto dei Fratelli Grimm e per “La Giara” musicato da Alfredo Casella, ospitato al Metropolitan di New York nel 1926.
In qualità di pubblicitario Chessa porta avanti diversi impegni, tra cui la collaborazione con le ditte Venchi Unica,Vis Securit e Solaro, gli allestimenti delle vetrine per la Mostra della moda a Torino e degli arredi per il bar Fiorina.

Jessie Boswell (1881-1956), unica donna all’interno del gruppo, è originaria di Leeds (West Yorkshire) ma trascorre gran parte della sua vita in Italia e nel 1936 ottiene la cittadinanza italiana. Studia e si diploma in pianoforte nella città d’origine, in seguito si sposta con la sorella a Biella e poi a Torino. Giunta nel capoluogo piemontese inizia a frequentare la famiglia Gualino, entrando in contatto anche con il ritrattista Mario Micheletti e il pittore Felice Casorati. La sua adesione al gruppo dura solo un anno, dal 1929 al 1930, ed espone a Torino, Genova e Milano.
Nonostante la critica non si dimostri lusinghiera nei confronti delle sue opere, la Boswell prosegue nella sua pittura, riuscendo a organizzare anche una personale presso la Galleria d’Arte Garlanda di Biella, (1944).
Le sue tele hanno in genere dimensioni modeste; oltre a paesaggi e fiori, i soggetti riflettono tranquille scene familiari che si svolgono in ambienti interni.
Altra personalità di rilievo all’interno del gruppo è Enrico Paulucci (1901-1999), che, insieme a Casorati fonda lo studio “Casorati-Paulucci”, dove organizza diverse esposizioni di arte astratta e, sempre insieme all’amico Felice, dirige “La Zecca”; nel 1938 fonda e dirige il “Centro delle Arti” dove offre ad artisti ancora poco conosciuti la possibilità di esporre i propri lavori.
Paulucci mostra inclinazioni artistiche già dall’adolescenza e durante gli anni universitari partecipa a diverse mostre locali. Verso la fine degli anni Venti, Paulucci si avvicina all’ “entourage” dei più noti pittori torinesi, e conosce Lionello Venturi ed Edoardo Persico.

Nel 1928 si reca a Parigi per studiare da vicino le opere degli impressionisti, ma non perde l’occasione di interessarsi a Pablo Picasso, Henri Matisse, Raoul Dufy, e Georges Braque.
Nel 1939 insegna pittura all’Accademia Albertina di Torino e ne diviene direttore nel 1955; il suo insegnamento aperto e innovativo segna l’inizio di un’attualizzazione degli studi. Tra i suoi allievi vi è Mattia Moreni, uno dei maggiori interpreti del naturalismo astratto italiano.
Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Paulucci si trova ad affrontare un periodo difficile, lo studio e la scuola sono distrutti e lui si vede costretto a trasferirsi a Rapallo, dove riparte con la sua attività. Terminata la guerra l’artista fa ritorno a Torino e la sua pittura subisce una forte rielaborazione, lenta e continua, che confluirà nella mostra delle “Barche” alla Bussola.
A partire dagli anni Settanta del Novecento Paulucci attraversa un felice periodo colmo di riconoscimenti e avvenimenti che accrescono la sua notorietà: oltre alle esposizioni collettive de “I sei di Torino” partecipa alla XXXIII Biennale di Venezia; nel 1993 riceve il Premio Pannunzio a Torino; nel 1994 gli viene conferita la medaglia d’oro della Presidenza della Repubblica per i Benemeriti della cultura e dell’arte; nel 1995 si aggiudica il Premio Cesare Pavese.

Paulucci è conosciuto anche all’estero, come dimostrano l’esposizione alla Bloomsbury Gallery di Londra (1930) o le due partecipazioni nel 1951 e nel 1953 alla I e alla II Biennale di San Paolo del Brasile.
Nicola Galante (1883-1969) è prima di tutto incisore; nel 1922 inizia a dedicarsi alla pittura, attraverso la quale cerca di raffigurare l’essenza di ciò che vede. Nicola si ispira prevalentemente ai macchiaioli toscani, a Cézanne e a Georges Braque. L’artista, soprattutto dagli anni successivi al secondo conflitto bellico, usa colori puri che stende a campiture piatte, anche se talvolta ritorna all’esempio della pittura “Fauve”, come dimostrano i quadri “Campagna a Pavarolo” (1957) e “Pesci e ventaglio” (1955).

Alessia Cagnotto

Lo spettro

IL PUNTASPILLI di Luca Martina 

 

L’aumento dei prezzi delle materie prime (gas, petrolio e carbone in primis) unitamente alla lenta ripresa della produzione di beni e servizi che fatica a tenere il passo della domanda sta provocando due fenomeni preoccupanti.

 

Da un lato l’inflazione (l’aumento dei prezzi) si è risvegliata con forza da un lungo torpore e dall’altro la crescita economica, dopo il rapido recupero degli ultimi 12 mesi, sta segnando il passo.

 

Ed è così che, dopo più quarant’anni, uno spettro è tornato ad aggirarsi per il mondo: la stagflazione.

 

La presenza di una inflazione elevata e di una economia in stagnazione, sino a provocare una recessione, la stagflazione, è storicamente una situazione molto rara.

 

Questi due fenomeni, infatti, quasi mai sono in grado convivere per troppo tempo.

 

Ciò in quanto durante una fase di forte rallentamento dell’economia si assiste ad una riduzione dei consumi che si traduce in una discesa della domanda e dei prezzi delle materie prime e, in ultimo, dei prodotti e dei servizi che ne fanno uso.

 

I mercati finanziari, sempre pronti a fiutare, anticipandoli, i cambiamenti di umore dell’economia, hanno iniziato ad innervosirsi trascorrendo questo scorcio di fine estate/inizio di autunno un po’ come le foglie sugli alberi.

 

Anche gli operatori, preoccupati dall’andamento perturbato degli indici, hanno ridimensionato drasticamente il loro ottimismo, che regnava sovrano ad inizio anno, ed a dominare ora è la cautela.

 

Lo testimoniano una serie di sondaggi che fotografano le opinioni dei principali investitori, professionali e non, e che attestano una situazione non troppo diversa rispetto a quella dell’autunno del 2020, quando i timori e le incertezze legati al diffondersi della pandemia, in assenza di vaccini efficaci, erano ben peggiori di oggi.

 

A questa congiuntura ha contribuito anche la politica del governo cinese che, nel tentativo, sempre più chiaro, di riportare l’economia sotto il controllo centrale e di ridurre le “derive capitalistiche” della speculazione e della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, sta rallentando sensibilmente la crescita economica.

 

L’innalzamento dei toni nei confronti della “provincia ribelle”, Taiwan, rafforza la sensazione di un ritorno al passato anche se le azioni di forza non sono mai preannunciate (perderebbero di efficacia) e si tratterebbe, quindi, di una strategia di logoramento di lungo termine, che ricorrerà in futuro sempre di più alle sanzioni economiche (come sta avvenendo nei confronti dell’Australia) ed agli attacchi informatici.

 

La sessione plenaria del comitato centrale cinese, a novembre, è vicina e sarà seguita da parte di tutti i leaders mondiali con un’accresciuta attenzione rispetto al passato (in attesa del, ben più importante, Congresso Nazionale che avrà luogo a fine 2022) per cogliere ogni possibile segnale sulla politica, sia interna che estera, di Xi Jinping.

 

Tutto ciò non può che ricordarci come i sistemi economici (così come i mercati finanziari) non sono affatto universi governati da rigorosi criteri matematici, l’economia non è certo una scienza esatta, bensì organismi viventi che dopo una lunga corsa o una faticosa camminata hanno bisogno di riposarsi e, in qualche caso, di essere sottoposti a test o a cure intensive per potersi poi completamente riprendere.

 

Nel nostro caso l’ipotesi più probabile è che si tratti solamente di una pausa che, seppur fastidiosa, servirà a recuperare le forze grazie all’energia che verrà fornita, in porzioni generose, dai pacchetti di spesa in corso di approvazione in tutto il mondo, per poi tornare a percorrere la strada intrapresa dopo le riaperture della seconda parte dello scorso anno.

 

I prezzi dei combustibili, dopo la salita vertiginosa degli ultimi mesi, torneranno a scendere passata la stagione invernale e questo contribuirà ulteriormente a sostenere una situazione economica già in fase di miglioramento (e a riportare il tasso di inflazione sotto controllo, non troppo più elevato del tasso ritenuto “ideale” del 2%).

 

Naturalmente non si possono escludere incidenti di percorso ma non sembrerebbe ancora essere tempo di archiviare la speranza di assistere ad un decennio di crescita e di riforme, indispensabili per garantirci una fetta importante di risorse europee e, ancor più, per rendere più solide le prospettive future del nostro Paese.

 

Questo soffitto viola No, non esiste più

Music Tales, la rubrica musicale 

Quando sei qui vicino a me

Questo soffitto viola

No, non esiste più

Io vedo il cielo sopra noi

Che restiamo qui

Abbandonati

Come se non ci fosse più

Niente, più niente al mondo”

La canzone fu scritta dal giovane Paoli quando non era ancora iscritto alla SIAE, per questo nei crediti delle varie versioni del disco figurano Mogol come autore del testo e Toang compositore della musica. Solo successivamente sarà depositata con la firma corretta del solo Paoli.

Il brano, rifiutato da interpreti come Jula de Palma e Miranda Martino, fu proposto a Mina dal paroliere Mogol. Mina, poco convinta e all’inizio anche riluttante, decise di registrarla solo dopo averla sentita eseguita al pianoforte dallo stesso Paoli, ma soprattutto a seguito delle pressioni dei discografici.

Con questo singolo tuttavia, la cantante raggiunse il 15 ottobre 1960, per la seconda volta nella sua carriera (dopo Tintarella di luna/Mai), il traguardo discografico del primo posto nelle vendite. Il pezzo infatti, entrato al quinto/sesto posto nell’estate 1960, rimase in classifica fino all’inizio dell’anno successivo, dopo aver raggiunto il primo posto per 14 settimane diventando il 45 giri più venduto dell’anno, sfiorando nel tempo i 2 milioni di copie vendute.

Non tutti sanno che il testo descrive l’incontro con una prostituta avvenuto in un bordello di Genova riconoscibile dal “soffitto viola”.

Nonostante l’argomento trattato, è comunque considerata una delle più rilevanti espressioni della canzone d’autore italiana e un capolavoro artistico.

L’immagine di alta poesia, che evoca l’atto d’amore consumato nella stanza col soffitto viola, trasfigura circostanze e ambienti.

La raffinata melodia, inizialmente lenta e confidenziale, conduce gradatamente verso spazi infiniti e trasognati raggiungendo il massimo dell’intensità musicale e poetica, per poi tornare nel finale all’intimità iniziale.

Un eccellente lavoro di dinamiche e colori, che è stato oggetto di citazioni e riferimenti nella cultura popolare. (Film, citazioni in brani, Commedie n.d.r.)

La versione che ho voluto riservarvi è di un tale Michael Allan Patton (in arte Mike Patton) cantante, tastierista e compositore statunitense noto per essere il leader di gruppi quali Faith No More e dei Fantomas nato nel 1968 ad Eureka negli Stati Uniti.

“ il cielo in una stanza” fa parte di un disco da lui prodotto che porta il titolo di Mondo Cane e contiene solo brani in lingua italiana.

Cario, fresco, perché è anche bello sentire gli stranieri che azzardano la nostra meravigliosa lingua. Ditemi che ne pensate!

L’amore può derivare da un sentimento generoso: il gusto della prostituzione; ma è corrotto ben presto dal gusto della proprietà.”

Buon ascolto

https://www.youtube.com/watch?v=3HVPImBI95M&ab_channel=probalmend

Chiara De Carlo

 
 
 

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Ecco a voi gli eventi della settimana!

TORINO DESIGN OF THE CITY

 15-09-2021 / 31-10-2021
 

DI PIETRA E FERRO: 150 ANNI DEL TRAFORO DEL FREJUS

 18-09-2021 / 31-10-2021
Sabato 18 Settembre 2021 / Domenica 31 Ottobre 2021 Piazza Carlo Alberto 8 Torino

Chiuso: Lunedì

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PREZZO

€ 0,00 Gratuito possessori di Abbonamento Musei
€ 10,00 Intero
€ 8,00 Ridotto maggiore 65 anni; militari

L’isola del libro

Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

Benjamin Myers “All’orizzonte” -Bollati Boringhieri- euro 16,50

Questo romanzo dello scrittore e giornalista inglese Benjamin Myers ha riscosso subito un enorme successo, forse perché è un incantevole inno alla natura, una boccata di aria salubre e fresca, e tocca corde profonde dell’animo umano. Ma è anche un romanzo sul significato che si vuole dare alla vita.
Narra del viaggio alla scoperta di sé stesso (ma non solo) che il 16enne Robert decide di intraprendere, prima di restare inguaiato nel lavoro in miniera al quale è destinato per tradizione familiare; ma anche perché nel villaggio in cui vive la forma di sostentamento arriva proprio dai cunicoli bui e pericolosi a centinaia di metri sottoterra per estrarre il carbone.

Un destino che Robert rifugge e al quale oppone la sua curiosità per il mondo. Così prima di scendere nel ventre della terra e consegnarsi a un destino che odia, parte da solo per una sorta di periodo sabbatico alla scoperta della natura. Sarà anche il viaggio che cambierà per sempre la sua esistenza.
Siamo nell’Inghilterra del 1946, l’estate successiva alla fine della guerra, e il giovane si avventura nella brughiera dello Yorkshire, che descrive a fondo, raccontando le emozioni che prova strada facendo. Per mantenersi lungo il tragitto si offre per qualche lavoretto in cambio di vitto e alloggio per una notte, accontentandosi di giacere in capanni o tra il fieno e gli animali. Poi al sorgere del nuovo giorno riprende la marcia verso altre scoperte.
Determinante è l’incontro con Dulcie Piper, eccentrica e affascinante signora che vive sola con il suo pastore tedesco in una baia sulla costa dello Yorkshire. Una donna diversa da quelle conosciute da Robert; si veste in modo stravagante e predilige i pantaloni come un uomo, guida la macchina, fuma sigari e all’occorrenza bestemmia e impreca. Soprattutto, gronda esperienza come se avesse viaggiato per l’intero globo ed è di una cultura strabordante. Dulcie ha un’intelligenza sopraffina ed è sensibile e generosa.
Offre ospitalità a Robert, il quale in cambio svolge lavoretti al cottage, e lo ammalia con i suoi racconti e suggerimenti di lettura.
A partire dai romanzi di David Herbert Lawrence (l’autore de “L’amante di Lady Chatterley” romanzo all’epoca scandaloso e bandito). Dulcie ha conosciuto e incontrato più volte lo scrittore, nel Nuovo Messico, dov’era insieme alla moglie Frida, e che lei chiamava amichevolmente Bert. E qui scorrono pagine magnifiche per chi ama lo scrittore inglese.

Il legame tra Robert e Dulcie è di una bellezza profonda e vi incanterà con la magia di questa donna che mostra al giovane un’infinità di spiragli sulla vita. Gli propone cibi esotici, gli insegna a fare il miele e a preparare infusi vari con i doni della natura,…più di tutto lo inizia alla letteratura e alla poesia. Il loro legame cresce profondo e bellissimo e con esso Robert fa ordine nei suoi pensieri e scopre se stesso. Poi il ritrovamento di un dattiloscritto che sembrava perduto, firmato Romy Landau, riporterà a galla fantasmi del passato di Dulcie e sarà anche una svolta importante nel loro rapporto….

 

Stacey Swann “Infelici gli Dei” -Bompiani- euro 18,00

E’ il romanzo di esordio dell’americana Stacey Swann che ha imbastito una corposa e caleidoscopica saga familiare in cui gli equilibri sono precari e le svolte molteplici.
Siamo nella remota provincia texana, a Olympus, dove vivono i Briscoe. Una famiglia notevole e complicata su cui comanda il patriarca Peter. Potente, ricco, magnate immobiliare e non esattamente un marito fedele, dal momento che ha seminato uno svariato numero di figli: 6, da tre donne diverse. Una è la moglie June che, pur covando un intimo rancore, lo ama nonostante tutto ed è rimasta al suo fianco.

E’ lampante il richiamo ai temi tipici della mitologia, a partire dalla location, Olympus, come l’Olimpo degli Dei. Poi l’autrice usa gli archetipi dei personaggi, a partire da Peter che incarna una sorta di Zeus, il Giove che ha dato vita alla progenie, a capo del clan. Di fatto una famiglia altamente disfunzionale in cui intrighi, offese, malintesi e tradimenti la fanno da padroni.

La trama inizia con il ritorno a casa del secondogenito March dopo oltre 2 anni di esilio. E’ una sorta di Marte dio della guerra perché fin da piccolo ha mostrato un animo violento e bellicoso, incapace di dominare gli attacchi di ira funesta che lo hanno sempre scagliano contro i fratelli e gli amici.
In più, l’aveva fatta davvero grossa portandosi a letto la bellissima Vera, moglie del fratello Hap; figlio prediletto di June, dal carattere mite, responsabile e profondamente buono.

In rapida successione arrivano anche gli altri figli e la trama divampa.
Thea che si era allontanata dalla famiglia appena possibile, diventata un avvocato di successo a Chicago.
I gemelli Arlo e Artie, nati da una relazione che Peter aveva avuto prima che nascesse March. Il loro è un rapporto simbiotico, che però si sta sfilacciando.
Arlo (potrebbe essere Apollo, dio della musica) ritorna da un tour come cantante country e scopre con grande delusione che la gemella si è innamorata di un uomo che complica tutto. Probabilmente Artie non vorrà più seguire Arlo in giro per concerti… e quello che era un legame al limite del morboso prenderà una piega inaspettata e foriera di sventura.

Aspettatevi di scoprire gli animi e i doppi fondi di questa tormentata famiglia, sullo sfondo di una cittadina del Texas rurale, dove tutti si conoscono e mantenere i segreti diventa impossibile.

 

Rebecca Kaufmann “La casa di Fripp Island” -BigSur- euro 17,50

Questo è il terzo romanzo della scrittrice americana nata in Ohio ed oggi residente in Virginia. Come il precedente “La casa dei Gunnar” (del 2020), è ambientato in un’altra casa che l’autrice evidentemente privilegia come microcosmo in cui ambientare le sue storie e delineare i personaggi. E’ in parte un thriller, ma parla anche di amicizia e di morte; avvertiamo fin da subito che qualcosa di grave accadrà e leggiamo presi dall’ansia di scoprire chi ucciderà chi.
Siamo su un’isola esclusiva della costa della Carolina del Sud; in una lussuosa villa sulla spiaggia, dove
per una settimana alloggiano due famiglie che in un certo sono amiche, sebbene molto diverse.
I Daly appartengono all’alta borghesia e sono velatamente snob; invece i Ford sono della classe lavoratrice impoverita, ma decisamente orgogliosi. Due donne, i loro mariti, e la loro prole.
Lisa, sempre molto curata e impeccabile, ha sposato un uomo che ha accumulato una fortuna e pertanto può concedersi il lusso di una casa come questa. Poppy invece è la moglie complessata e un po’ sciatta, di un onesto lavoratore precario quanto a salute e situazione economica.

Sono con i loro 4 figli; un quasi 18enne chiuso e scontroso, una 14enne con le prime tempeste ormonali, e poi le figlie più piccole sui 10-11 anni.
Non sappiamo chi dei due nuclei familiari subirà il lutto, però veniamo subito avvisati che sull’sola c’è anche un individuo sospettato di essere un predatore sessuale.

Il delitto avrà luogo solo verso la fine del libro, e nel frattempo aumentano quasi sotto traccia le tensioni tra gli adulti e tra i ragazzi. Un clima carico di incomprensioni, non detti e segreti, sguardi malevoli o male decodificati, che mettono in bilico il già precario equilibrio tra i due nuclei familiari.
Invece dopo il delitto la Kaufmann racconta come si può sopravvivere al lutto…ma in queste pagine c’è molto di più.

Giuseppina Torregrossa “Al contrario” -Feltrinelli- euro 17,50

E’ una Sicilia amara e povera quella che la scrittrice e ginecologa palermitana Giuseppina Torregrossa descrive nel suo ultimo romanzo.
Siamo nel 1927 nell’immaginario paesino di Malavacata, quasi il terzo mondo tra miseria, tifo che miete vittime, stamberghe umide e miserevoli; abitato da gente ruvida abituata a faticare per sopravvivere a stento. E’ lì che arriva il nuovo medico condotto Giustino Salonia che si è trasferito da Palermo; dove è invece rimasta la moglie Gilda che lo raggiungerà in un secondo tempo, nel tentativo di rimettere sulla giusta carreggiata il matrimonio.
Intorno all’ambulatorio la scrittrice fa vorticare un romanzo corale, in cui si alternano le voci di una folla di personaggi; sono dei vinti che poco hanno e tanto faticano per un tozzo di pane. Dalla giovane ragazza che rischia la morte per un aborto clandestino e imbastisce poi una storia clandestina con Salonia, al padre-padrone del paese don Ettore. E poi ancora tra gli altri; un ferroviere di fede socialista, uno strozzino e un viscido sensale che si dibattono tra guerre dei poveri, zuffe e tanta fatica per sopravvivere in un mondo di miseria. Personaggi spesso al limite, sfrontati o disperati; sicuramente assai coloriti.
Sullo sfondo c’è il volgere della Storia del Novecento con i contadini che reclamano le terre, il fascismo che avanza e la guerra che svuota il paese richiamando gli uomini nelle trincee.
Ed è l’inizio della seconda parte del romanzo che potremmo definire “Il tempo delle donne” in cui alla ribalta ci sono gli animi femminili che faticosamente inseguono una nuova armonia; mentre le bombe cadono lontano e, paradossalmente, a Malavacata non c’era mai stata tanta pace come ora, in tempo di guerra….

 

Stanley Middleton “Holiday” -SEM- euro 18,00

Middleton, prolifico scrittore inglese –nato nel 1919 e morto nel 2009- fino ad ora inedito in Italia, pubblicò più di 40 romanzi e con “Holiday” nel 1974 vinse il Booker a pari merito con Nadine Gordimer.
Siamo nell’Inghilterra di inizio anni 70, il professore di lettere e pedagogo, Edwin Fisher, si reca a Bealthorpe, stazione balneare in cui era solito soggiornare da piccolo insieme al padre, un bottegaio dedito alle furbizie che però resterà sempre al palo.
Edwin, è in piena crisi: deve superare la tragedia della morte del figlio, spirato in ospedale a soli 3 anni. Un improvviso e inaspettato macigno di dolore che ha spalancato un baratro tra lui e la bellissima e un po’ instabile moglie Meg. Dopo 6 anni di matrimonio la crisi sembra inarrestabile.

Le origini di Edwin sono ben diverse da quelle dell’altolocata moglie, figlia di Vernon, un uomo partito dal basso che con la professione legale è riuscito ad arrivare in cima alla piramide sociale ed ora brilla nell’alta società.
Meg ed Edwin arrivano da mondi diversi e nella crisi coniugale anche questo avrà il suo peso, tanto più quando i genitori di lei si metteranno di mezzo per sistemare le cose.

Le pagine che scorrono raccontano uno spaccato di vita di provincia inglese dove apparentemente non c’è violenza evidente, anche se sotto traccia serpeggia una ferocia letale.
Attraverso le storie e i rapporti dei personaggi -analizzati con una penna simile a un bisturi- Middleton rappresenta una sorta di infelicità latente che aggroviglia un po’ tutti i personaggi. Ma lo fa senza noiosi intenti moralizzatori, piuttosto con una sensibilità acuta e lasciandoci una storia sulla quale meditare.

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La notizia è di quelle che rattristano il mondo della cultura e dell’Università’, ma anche i molti torinesi che amano il Risorgimento e il suo Museo di piazza Carignano

E’ mancato improvvisamente a San Mauro Torinese il 6 ottobre il professor Umberto Levra, illustre docente di Storia del Risorgimento dell’Universita’ di Torino. Voglio dedicargli l’intera rubrica domenicale perché Levra merita un’attenzione che non ha inspiegabilmente avuto nei media perché da vero studioso non ha mai voluto fare del protagonismo.

Ci eravamo visti pochi giorni fa, come facevamo spesso nel caffè di piazza Carignano, per intraprendere insieme la pubblicazione del diario inedito di guerra di Marcello Soleri, il deputato liberale giolittiano neutralista che era partito volontario per la Grande Guerra.  Il giovane studioso Levra aveva dedicato nel 1976 a quel tema un suo lavoro di cui mi fece omaggio e che sarebbe stato il punto di partenza della pubblicazione concordata con Antonio Patuelli, direttore della rivista “Libro aperto” di cui Umberto fu collaboratore autorevole. Io avevo già ripubblicato le “Memorie “ di Soleri edite da Einaudi nel 1949 e poi non più ristampate, malgrado una prefazione di Luigi Einaudi.

Il prof. Levra aveva concluso nel 2020 il suo lungo mandato di Presidente del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino, il
più importante d’Italia ( fondato nel 1878 alla morte di Vittorio Emanuele II ), iniziato nel 2004 , ma di cui soprattutto aveva creato il nuovo allestimento nel 2011 dopo anni di intenso lavoro.  Oggi il Museo e’ davvero all’avanguardia per merito suo e consente al visitatore un percorso eccezionale. Il contenitore,  Palazzo Carignano, con il suo Museo, e’ diventato un’attrattiva per turisti, scolaresche ed appassionati di storia risorgimentale, perché i nuovi percorsi museali sono in grado di interessare studiosi e studenti contemporaneamente. La pandemia ha messo in crisi il flusso di visitatori, ma sicuramente il ciclopico impegno di Levra rappresenterà un richiamo che sarà alla base del rilancio del Museo.

Io ricordo di averlo visitato la prima volta, giovanissimo, nel 1961 con un allestimento che non era affatto consono, specie se si rapportava al fatto che in quell’anno si festeggiava “Italia 61”. Mario Soldati, partecipe attivo delle manifestazioni torinesi del Centenario, mi disse,  molti anni dopo, di aver avuto allora un pessimo rapporto con il Museo e di non aver più voluto andare a visitarlo successivamente, malgrado gli avessi presentato il grande Vittorio Parmentola, un direttore davvero straordinario che oscuro’, fortunatamente, la non esaltante gestione di Luciano Vernetti.

Dopo tanti allestimenti poco convincenti del Museo, a partire in primis da quello molto discutibile di Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon che lo sovverti’ in chiave sabaudo-fascista per giungere alla versione resistenziale ispirata da Franco Antonicelli,  quello creato da Levra non ha ricalcato interpretazioni ideologiche ma aperture importanti internazionali ed ha espresso una costante e rigorosa attenzione storica ai fatti del Risorgimento di cui il Presidente fu uno dei più grandi studiosi, con oltre 200 pubblicazioni.

Un nome conosciuto ed invidiato in Italia e all’estero. Era stato autorevole Professore Ordinario all’Universita’ di Torino dove fu successore di Alessandro Galante Garrone di cui siamo stati entrambi allievi. Non seguimmo le stesse strade, ma nel corso degli anni ci fu un amichevole, direi affettuoso riavvicinamento. L’occasione fu il suo coraggioso smantellamento del salone dedicato alle bandiere sindacali che non avevano nulla da spartire con la storia del Risorgimento, che fu attaccato dai sindacati e dalla sinistra. Forse fui soltanto io a difendere Levra che aveva seguito il rigore storico rispetto a valutazioni politiche.

L’insegnamento di Rosario Romeo- il grande storico di Cavour – che aveva negato la legittimità storica di considerare l’antifascismo, la guerra partigiana e il movimento operaio come un nuovo Risorgimento, aveva lasciato un segno indelebile. La fedeltà a Romeo fu l’elemento che ci accomunò. Nel 2020 avrebbe voluto che fossi io a ricordare a Palazzo Carignano dove nacque, Vittorio Emanuele II, ma la pandemia lo impedi’.  Il 20 settembre di quello stesso anno in coda al discorso che tenni per i 150 anni della Breccia di Porta Pia parlai anche Vittorio Emanuele a cui nessuno aveva tributato un sia pur minimo ricordo nemmeno al Pantheon dove è sepolto come come primo re d’Italia e Padre della Patria. Era uomo di animo gentile ma di ferme convinzioni che sapeva rispettare quelle diverse dalle sue : una virtù oggi rarissima  L’ultima volta che ci parlammo si mostrò molto preoccupato per l’elezione del nuovo sindaco di Torino .Lui aveva avuto nel Consiglio del Museo Valentino Castellani e pensava ad un modello di sindaco ineguagliato.

Gli studi risorgimentali torinesi che hanno avuto maestri importanti, pensiamo a Walter Maturi, Aldo Garosci e  il dimenticato  ingiustamente Narciso Nada, dalla sua morte subiscono una battuta d’arresto. L’abolizione della cattedra di Storia del Risorgimento all’Ateneo di Torino, città culla del Risorgimento, già avvenuta in altre città, aveva  dato una mazzata alla crescita di nuovi studiosi della disciplina che si sta sentendo in quanto la storia del Risorgimento è diventata il pascolo per scorribande pseudo-storiche da parte di chiunque.
Quando “La Stampa” affido’incredibilmente al medievista Alessandro Barbero il ricordo di Vittorio Emanuele II nel bicentenario della nascita, telefonai ad Umberto e gli dissi che sarebbe toccato a lui che, fiero repubblicano come Luigi Salvatorelli,  avrebbe saputo valutare senza pregiudizi la figura del primo Re d’ Italia.  Lo scrissi  con spirito di amicizia anche al direttore Maurizio Molinari, unendogli l’articolo di Salvatorelli pubblicato dal giornale nel 1961. Non basto’ un bell’articolo di Gianni Oliva per correggere quello di Barbero che di lì in poi rivelò la sua vera identità politica e la sua faziosità senza pudore.
Con Levra,  tra le molte iniziative realizzate insieme, avevamo organizzato un bel convegno su Benedetto Croce a Viu’ dove il filosofo era andato in vacanza  nel 1918  e aveva scritto una delle sue pagine più alte sulla guerra. Anche in quell’occasione il non crociano Levra seppe essere lo studioso di razza di sempre.
Con lui scompare uno storico importante e davvero la sua morte lascia un vuoto incolmabile. Non è un modo di dire usato in certe luttuose circostanze,  è purtroppo la nuda e cruda verità.

Turin Confidential. Cosa succede a Torino: informazioni per chi arriva in città

What’s on in Turin: events and attractions for tourists, occasional visitors and expats

The cold season is gently approaching and we can say goodbye to swimwear and light clothes. For me, this means sweaters, warm jackets and scarves. And of course, indulging on food a bit more since the terrible bikini season is quite far now. While waiting for the Panettoni fest on 4 and 5 December, the city, as well as the entire Piedmont region, is giving space to festival and events where food is the main protagonist. So, let’s wear comfortable shoes and garments and go food hunting.

 

Events and festivals

Until Sunday 10, at Docks Dora there is the Tripel B Fest, an amazing occasion to taste Belgian Beers, while in various locations of the city you can find the Play With Food Festival, with a program of theatre and performing arts that revolve around food.

From 9 to 10 October the Hunting Residence of Stupinigi hosts Floreal, the festival dedicated to flowers and plants. The program also includes conferences, book presentations, exhibitions, workshops and… food. In fact, you can find cooking lessons, chefs as well as the stand of Costadoro, renowned coffee roaster from Turin and Birra Exit, artisanal beer producer.

From 14 to 18 October, the international book fair awaits you at Lingotto. The program includes also events all around the city.

From 8 to 10 October, Torino Stratosferica presents the Festival entitled Utopian Hours, a gathering for visionary and creative people.

 

Music

Oscar Giammarinaro, leader of the iconic ska and Turin-based band Statuto, will perform at Caffè Neruda Saturday 9 October. The artist with a 30-year long career is presenting his solo project marked by a refined style, intimate songs and elegant atmosphere.

 

Museums and Exhibitions

At Fondazione Merz  the exhibition dedicated to Marisa and Mario Merz continues, while, from October 12,  one of Merz’s iconic igloo can be seen near Fontana del Cervo, the deer fountain, inside Reggia di Venaria.

 

On October 14, Gam opens the exhibitions dedicated to Giovanni Fattori, with masterpieces of the 20th Century.

From October 7, Palazzo Madama hosts the exhibition dedicated to the European Renaissance of Antoine de Lonhy.

Few days remain to visit the  exhibition entitled Un acquario sotto la città, which is part of Biennale di Democrazia  at Accademia Albertina, Turin’s fine arts academy. The exhibitions is open until October 10, but from 8 to 24 October you can find Persistenze, an exhibition included in the Biennale of Ars Captiva. The location is the enchanting Rotonda Talucchi, that is worth a visit even only for its architectural structure.

And how about taking a ride out of town? At Torre Pellice, the Tucci Russo art gallery hosts an exhibition dedicated to Tony Craig, from Sunday 10 October to January 30. A great occasion also to visit the town famous for the Waldensian community and taste traditional delicacies such as bunet or bollito misto.

 

And for a moment of little pleasure…

Autumn is knocking at our doors, and so is the Piedmontese anti-vampire dish called bagna cauda. This sauce prepared with garlic (a lot of garlic) can be found in traditional restaurants and it is generally paired with vegetables and potatoes. But let me warn you: this is not the right dish for a romantic first dinner or if you have a business meeting the next day. Try bagna cauda with your long-term partner, family or friends. Or, as I said before, if you need to fight against Dracula.

 

Lori Barozzino

Take a look at the last articles HERE as many events are still taking place.

Lori is an interpreter and translator who lives in Turin. If you want to read more, here’s her blog.