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Addio a Zavoli, il “socialista di Dio”

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / E’ stato un nome mitico del giornalismo radiotelevisivo, a partire da quello sportivo. Il Giro d’Italia con Zavoli ebbe un ascolto e un  rilievo mediatico che non avrà più. Ha fatto anche grandi inchieste televisive, da quella sul fascismo a quella dedicata al terrorismo intitolata “La notte della Repubblica” che scandagliò nelle viscere gli anni di piombo. Dopo lo Zavoli giornalista ci fu lo Zavoli politico che non ha mai cessato di dirsi socialista, anche quando fu eletto come indipendente nel Pd  e nelle   precedenti sue denominazioni, ma  non fu mai vicino  al  PCI 

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L’ho conosciuto, era persona di estremo equilibrio, lontano mille miglia dalla televisione e dalla politica odierne. Era anche un uomo colto che amava la poesia. Una persona d’altri tempi che sapeva però essere ben ancorato alla sua epoca.  In tanti anni mai una parola fuori posto, mai una polemica inutile, per ottenere visibilità. Era talmente al di sopra  della  rissa politica che un tg, erroneamente, lo ha definito senatore a vita, un riconoscimento che Zavoli avrebbe meritato più di altri. E’ inevitabile accostare il suo nome a Enzo Biagi che il direttore de “La Stampa” Giulio de Benedetti umiliò e di cui il giornale attuale ripubblica gli articoli in una antologia. Zavoli e Biagi collaborarono insieme per tante iniziative. Ma balza subito all’occhio che Zavoli, pur schierato politicamente, mirava ad una certa  terzietà giornalistica, mentre Biagi,  apparentemente  non schierato, fu molto più polemico ed astioso. Zavoli non scrisse i mille libri di Biagi, quelli che ci ha lasciato erano meditati e curati. Conobbi Biagi e mi sembrò molto attento agli aspetti venali, si faceva pagare per presentare un suo libro, indice sicuramente della notorietà acquisita. Zavoli aveva un altro  stile  e un’altra personalità. Era il “Socialista di Dio“, per dirla con il titolo di un suo libro, un insieme di valori umanitari che lo riconducevano al socialismo dei professori e medici condotti, come diceva Spriano, con venature cristiane. Era un unicum. Simile a lui io ricordo solo il poeta Giacomo Noventa  i cui versi in lingua veneziana piacevano sicuramente a Zavoli. La televisione italiana perde un pioniere e un protagonista di eccellenza. Mario Soldati che fu uno dei creatori della Tv italiana, mi parlava con ammirazione di Zavoli vedendo in lui un collega importante. E in effetti oggi bisogna evidenziare senza retorica la grandezza di Zavoli. E’ stato un grande umanista che ebbe come valori la sacralità della vita e della morte  e fu un grande uomo. “ L’homo sum” di Terenzio è rivissuto in lui.
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Gallinara, venduta ma (almeno) non delocalizzata

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IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni /Per molti piemontesi e lombardi che frequentano anche casualmente la Liguria di Ponente, l’isola Gallinara è un topos, un ricordo affettivo che abbiamo sin da bambini, quando si poteva attraccare nel porticciolo dell’isola. Mio padre ci portava all’isola in motoscafo. Tutte le cartoline di Alassio e di Albenga (l’isola è nel territorio di quest’ultima) contengono da sempre l’isola, quasi come fosse una perla, che da tanti anni è proprietà di privati e che ha una  sua grande storia fin dall’epoca romana  e poi nel Medio Evo.

E’ impossibile venire a capo dei reali motivi per cui divenne proprietà privata. Andrò a fare una ricerca in proposito, ma basterebbe chiedere all’avvocato Cosimo Costa, presidente dell’istituto studi liguri per saperlo con certezza. Oggi la notizia dell’acquisto  dell’isola da parte  di un magnate ucraino con cittadinanza monegasca non rende tranquilli soprattutto gli ambientalisti, ma anche tanti semplici cittadini. Pare che fosse in vendita da dieci anni. Il Sindaco di Albenga Tomatis è stato pronto a mettersi in contatto con la sovrintendenza ligure per verificare la situazione. Io, d’istinto, ho pensato al diritto di prelazione che avrebbe lo Stato e la Regione Liguria oltre al Comune di Albenga. Riflettendoci con calma (la richiesta è di 10 milioni di euro) penso alle mille spese prioritarie per il Covid e la crisi economica e sono meno propenso ad un impegno per la Gallinara. Certo un pezzo di Italia cara a molti  finisce in mani straniere, come è capitato per tante industrie italiane. Il magnate ucraino va tenuto d’occhio, ma abbiamo almeno la consolazione che un’isola non si può delocalizzare. In linea di principio un’isola dovrebbe essere un bene pubblico, ma nell’Italia della pandemia tutte le certezze restano sospese. Inoltre non va mai dimenticato  quanti beni pubblici siano mal tenuti e in preda ai nuovi barbari. Anche questo è un altro motivo su cui riflettere. Il ministero dei beni culturali e quello dell’ambiente non sono proprio degli esempi di efficienza. Se l’Italia è in svendita ci saranno pure dei motivi, per quanto molto cattivi.
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Rabadan, la parola piemontese che ricorda “ramadan”

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Rabadan bambino che grida al microfono

Rubrica a cura del Centro Studi Piemontesi

Rabadan. La parola piemontese Rabadan ha diversi significati: baccano, fracasso; ma anche cianfrusaglie (altrimenti dette ciapapoér!); persona di poco conto, e perfino donnaccia. Bella la storia etimologica: nel REP (Repertorio Etimologico Piemontese, Torino, Centro Studi Piemontesi-Ca dë Studi Piemontèis, 2015), la voce rabadan rimanda a ramadan, sempre col significato di baccano, e come “spregiativo riferito a cose e a persone”. La parola viene dall’arabo “RAMADĀN  ‘caldo torrido, mese del digiuno’….voce del lessico religioso giunta in Italia attraverso le città di Genova e Marsiglia che in piemontese ha assunto il significato di ‘rumore’ per la gozzoviglia…” ecc..

Quanto camminano le parole, e cambiano il loro significato originale!

“È difficile dire ‘mi dispiace'”

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Music tales, la rubrica musicale

Tutti hanno bisogno di stare un po’ di tempo lontani,

L’ho sentito dire da lei, gli uni dagli altri

Anche gli innamorati hanno bisogno di una vacanza

Lontani gli uni dagli altri

Stringimi ora

è difficile per me dire mi dispiace

Io voglio solo che tu resti”

Hard to say I’m sorry (“È difficile dire ‘mi dispiace’ “) è una romantica canzone pop-rock, incisa dal gruppo musicale statunitense Chicago nel 1982 su etichetta Fool Moon e WEA/Warner Bros./WEA e facente parte dell’album Chicago 16. Autori del brano sono Peter Cetera, David Foster e Robert Lamm.

Il singolo, prodotto da David Foster, raggiunse la prima posizione in vari Paesi, tra cui gli Stati Uniti, la Svizzera e l’Italia e il quarto posto nel Regno Unito. La versione dell’album è più lunga rispetto a quella del singolo, in quanto vede l’aggiunta in “coda” al brano del pezzo Get Away.

Il brano partecipò anche al Festivalbar 1982.

Hard to say I’m sorry è una delle canzoni d’amore che preferisco perché non è zuccherosa da farti salire la glicemia come a un diabetico, non contiene la parola amore (come Something dei Beatles) ed è l’ammissione di un uomo alla sua donna (che vorrebbe una pausa di riflessione n.d.r.) che invece ha bisogno di lei. Alla faccia dell’uomo duro che, come diceva una vecchia pubblicità, “non deve chiedere mai”.

‘You’re just a part of me I can’t let go’ significa ‘sei una parte di me che non posso perdere’ e rende molto chiaramente l’idea di quanto lui abbia paura di dover rinunciare a questo amore.

I Chicago sono un gruppo rock statunitense, formatosi proprio a Chicago nel 1967. Autodefinitisi come “band di rock and roll coi fiati”, i Chicago cominciarono come rock band impegnata politicamente e talvolta sperimentale, muovendosi poi tra il progressive rock ed il jazz rock fino ad approdare ad atmosfere più melodiche e commerciali. L’apice del successo fu raggiunto negli anni settanta ed ottanta, quando spesso raggiunsero il numero 1 delle classifiche di Billboard: tra i gruppi americani, solo i Beach Boys hanno fatto registrare più hit nelle classifiche di Billboard (sia di singoli che di album). I Chicago sono annoverati tra le band rock più longeve e di maggior successo della storia, avendo venduto più di 100 milioni di dischi. Secondo Billboard, negli anni settanta i Chicago furono leader assoluti negli Stati Uniti nella vendita di singoli con oltre 40 milioni di copie nei soli Stati Uniti, che fruttarono 23 dischi d’oro, 18 di platino e 8 di doppio-platino. Nel corso della loro storia hanno avuto cinque album al numero uno e 21 singoli da top-ten.

Dal volgere degli anni ottanta, pur mantenendo una notevole fama, hanno visto un lento e graduale declino delle loro fortune discografiche.

Tutti abbiamo perso qualcosa o qualcuno. Un amore, una battaglia, una speranza, o semplicemente un soffio di vento, una manciata di stelle nella mano, il riflesso di uno sguardo sul vetro. Smettetela di tornare nello stesso posto in cui avete perso la felicità.”

Oggi vorrei “regalarvene”una versione un po’ insolita. Ascoltate, se volete, e ditemi che pensate.

https://www.youtube.com/watch?v=KeIVtoX2_3I

 
Chiara De Carlo

Chiara vi segnala i prossimi eventi …mancare sarebbe un sacrilegio!

Il Retail Park “Settimo Cielo” di Settimo Torinese, il grande parco commerciale alle porte di Torino, propone per questa particolare estate 2020 il Drive-In per tornare a vedere i film come negli anni ’50. L’evento a Torino è organizzato in collaborazione con Cinema Drive-in®.
Dal 17 di luglio al 30 agosto 2020, il venerdì, sabato e domenica, dalle ore 21.30, il Drive In di Settimo Torinese vi aspetta con una serie di grandi classici del cinema. Le proiezioni, senza prenotazioni e a ingresso gratuito, si svolgeranno nel parcheggio “area food” di fronte al supermercato Carrefour. L’accesso è consentito fino ad esaurimento posti.
Durante la proiezione sarà attivo anche il servizio di Food & drink delivery: basterà collegarsi al sito  http://www.cinemadrivein.it per ordinare bibite e snack che riceverete direttamente nella vostra auto.
                   scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!

La foto di Vincenzo Solano

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Magnifica Torino / Il monumento al Duca d’Aosta e il Teatro Regio

L’isola del libro

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Rubrica settimanale a cura di Laura Goria

 

John Grisham  “L’ultima storia”   -Mondadori-   euro  22,00

Grishan è un autore cult che questa volta fa centro con una vicenda ambientata a Camino Island, travolta e devastata dall’uragano Leo. Mentre la furia della natura spazza via tutto quello che trova sulla sua strada, perde misteriosamente la vita anche un noto scrittore che sull’isola si era ritirato per scrivere. E’ Nelson Kerr, autore di thriller di successo, ex avvocato, amico del libraio e collezionista di libri antichi, Bruce Cable, che anima la vita culturale dell’isola.

La morte di Kerr non convince nessuno e fin da subito si pensa a un omicidio, ma chi può aver voluto il suo silenzio? Mentre la polizia locale brancola nel buio ed ha come priorità l’emergenza uragano, gli amici della vittima, con in testa Bruce, si danno da fare per risolvere il mistero. E se la sua morte fosse legata all’ultimo libro che stava scrivendo..?

A voi scoprire un mondo spietato in cui interessi milionari stanno dietro case di cura per anziani e farmaci non autorizzati, killer a pagamento e truffe varie.

 

 

Sarah Blake  “Le ombre del nostro passato”  -Tre60-     euro  18,00

E’ affascinante questa saga familiare che ruota intorno alla Famiglia Milton e all’isola che possiede al largo della costa del Maine, e scorre su due piani temporali.

Nel 1935 Ogden e Kitty Milton sono una coppia dorata, ricca e felice con tre magnifici bambini. Lei si dedica ai figli e a una rutilante vita mondana nell’alta società newyorkese.

Ogden è l’erede di una ricca famiglia di banchieri, spesso lontano per viaggi di lavoro che lo conducono in Europa, soprattutto nella Germania dove i nazisti sono in ascesa. Mentre il pericolo rappresentato da Hitler è sottovalutato da tutti, i banchieri Milton finanziano le acciaierie tedesche che producono aerei per la Wermacht.

Quando una terribile tragedia colpisce la famiglia, Ogden decide di ricominciare e compra un’affascinante isola: ristruttura la grande casa in cima alla collina da cui si domina il mare ed elegge questo magico luogo come destinazione delle vacanze future dei Milton. Molte cose accadranno nel corso degli anni, tra dolori, feste, buona società e amori difficili tra esponenti di classi sociali diverse.

L’altro filone narrativo è invece ambientato ai giorni nostri, a New York: ormai il patrimonio dei Milton è solo più leggenda, ma  l’isola e la casa sono ancora degli ultimi eredi che devono decidere cosa farne. La nipote di Kitty, Evie, e i suoi cugini cercano di mantenere questo luogo che è memoria dei loro antenati  e valutano le possibili opzioni per recuperare i fondi necessari.

Ma nel romanzo c’è molto di più: passioni, ambizioni, destini tragici, ombre e segreti del passato di questa grande famiglia che vi entrerà nel cuore.

 

 

Piero Armenti   “Una notte ho sognato New York”    -Mondadori-  euro  18,00

Se amate e sognate la Grande Mela questo libro fa per voi. E’ la cronaca di avventure, incontri, delusioni, entusiasmi dell’autore -giornalista e urban explorer- che dopo l’università ha deciso di trasvolare l’oceano per ritrovarsi allo sbaraglio a New York.

Ed è stato subito amore a prima vista.

Giovane, con pochi soldi e senza sapere bene che direzione dare alla sua vita, si avventura in una New York che per lui è innanzitutto simbolo di libertà. Di essere e fare ciò che vuoi, perché nella Big Apple con un po’di fortuna, tanta inventiva, spirito di adattamento e voglia di mettersi in gioco, puoi davvero dare una sferzata al tuo destino.

Seguiamo il protagonista nei suoi spostamenti, tra modeste camere in affitto di anziane sole e soffocanti, a case condivise con altri giovani in cerca di fortuna, transitando in un magnifico appartamento nel cuore d’oro di Manhattan, messo a disposizione da uno sconosciuto incontrato da poco.

Poi ci sono i vari lavoretti per mantenersi, come quello di andare a prendere i turisti in aeroporto che frutta soldini e conoscenze nuove.

Sottofondo di tutta l’avventura il tentativo di ottenere la green card per non dover abbandonare le mille luci di New York….

E giusto perché lo sappiate, Piero Armenti oggi è quarantenne e ce l’ha fatta. Dal suo immenso amore per questa città unica è nata l’idea di un tour operator sui generis e di grande successo, con sede a Times Square.

Si chiama“Il mio viaggio a New York”, e offre tour (in discoteche, terrazze, Bronx, Queens, Brooklyn,etc.), servizi, consigli ed esperienze uniche, pensati per fare risparmiare tempo,denaro e avere una guida in italiano.

Perché come ha dichiarato «sono uno che a furia di camminare, girare e conoscere sa tutto, anche cose che non sempre si vedono».

E se poi volete saperne di più seguite il suo blog o la sua pagina Facebook in cui, in modo divertente, racconta la città più bella del mondo, lo stile di vita a stelle e strisce, e vi fa entrare anche in case da sogno.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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La strage di Bologna dopo 40 anni – Il Polo del ‘900 – La laicità  – Lettere 

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La strage di Bologna dopo 40 anni

Alle ore 10,25 del 2 agosto 1980 l’Italia e in particolare Bologna vennero scosse dal più grave atto terroristico avvenuto negli anni di piombo. Furono 85 le vittime e 200 i feriti. Ci vollero molti anni per arrivare ad una sentenza, anche se la lapide posta sulla stazione sconvolta  e in parte distrutta dall’attentato indicò  subito, molto prima della sentenza, la matrice neofascista della strage. Sono stati molti a dubitare sulla matrice neofascista, dal Presidente Cossiga ad Adriano Sofri. Si parlò e si sta riparlando di un legame con il terrorismo palestinese. Ci fu chi tentò di depistare le indagini, in primis il capo massone Licio Gelli che venne condannato per questo tentativo che apparve persino ridicolo. E di queste cose lo storico  saluzzese della Massoneria non parla. A 40 anni di distanza bisogna rendere omaggio alle vittime in silenzio. Fu la pagina più nera della vicenda terroristica e forse non avremo mai una ricostruzione autenticamente storica dei fatti. In quegli anni il terrorismo fascista ebbe delle gravi responsabilità, ma non si deve dimenticare il terrorismo rosso che sicuramente prevalse. Ricordo che il Presidente Cossiga mi disse una volta che c’erano dietro a quegli accertamenti giudiziari troppi interessi politici e credo avesse ragione. Il che non significa non considerare il peso del terrorismo nero. Verità storica e verità giudiziaria, ha scritto Gianni Oliva, non coincidono in questa tragica vicenda italiana. I due condannati Fioravanti e Mambro anche dopo 40 anni si dichiarano innocenti e si appellano al Presidente della Repubblica.

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Il Polo del ‘900

Per iscriversi alla newsletter del Polo del  ‘900, oltre al nome e cognome e alla mail, è richiesto anche di dichiarare il sesso, quasi non si desumesse dal nome ma forse, per eccesso di privacy e di politicamente corretto, è anche prevista una terza ipotesi di risposta: <<preferisco non dichiararlo>>. Una forma forse un po’ ipocrita, quasi ci fosse qualcosa di male a dichiararsi omosessuali o transessuali. In linea di massima l’orgoglio, quasi la superiorità omosessuale viene sbandierata ai quattro venti anche in modo sguaiato e fastidioso. Al Polo del ‘900 stranamente è prevista solo l’ipotesi del non rispondere. Ma in definitiva che necessità di richiedere il genere per ricevere le newsletter del Polo? Il genere che c’entra?

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La laicità

Continua il dibattito con i miei lettori – innescata da un mio articolo di giugno –   sulla laicità che è cosa diversa dal laicismo, come dimostrò Norberto Bobbio. La vera laicità è pluralista e non nega il fatto religioso, ma tutela tutte le fedi e tutte le idee. La laicità consiste nel rispetto di tutte le opinioni, non nell’assenza di simboli religiosi, come accade in Francia  dalla III Repubblica in poi. Macron ruppe la continuità con il laicismo francese ,dicendo che l’elemento religioso non va sottovalutato o ignorato. Aggiungerei una riflessione in più: l’estremista non può mai essere un vero laico perché l’estremismo comporta l’intolleranza ed il rifiuto del dialogo. L’estremismo in campo religioso  si definisce fondamentalismo e può comportare la morte per gli infedeli, come è   accaduto con il terrorismo jihadista. Solo chi si richiama ai valori moderati della tolleranza  può praticare la laicità senza incoerenze. Ho conosciuto tanti laicisti intolleranti. I marxisti nel loro materialismo erano nemici delle religioni considerate oppio dei popoli. Oggi queste distinzioni sulla laicità alcuni, come i 5 stelle, non sanno neppure che esistano e si crogiolano nella loro ignoranza <<laica o non laica>> che sia, avrebbe detto Croce.

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Lettere           scrivere a quaglieni@gmail.com

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Enzo Fedeli 

Mi chiamo Luciano Collina, sono un genovese di 84 anni, da circa 60 residente a Torino. Oggi ho letto sul quotidiano online “il Torinese” quanto scritto dal Prof. Pier Franco Quaglieni in ricordo del Cav. Salvatore Guerrieri deceduto in Perù. Premetto che non ho avuto il piacere di conoscere il Cav. Guerrieri, sono invece rimasto colpito trovando citato in tale ricordo il Col. Enzo Fedeli. Infatti il Col.Fedeli, Direttore del Personale alla CEAT Cavi, mi assunse quale giovane  impiegato dandomi fiducia e per circa 15 anni sono stato alle sue dirette dipendenze affrontando con lui, ovviamente nel rispetto dei ruoli, quegli anni molto tribolati della gestione del personale, sia in sede sindacale che in sede di rinnovi contrattuali. Anche per me il col. Fedeli è stato esempio di rettitudine, impegno e serietà massima. Grazie a Lui ho poi potuto, quando purtroppo per  la Ceat a Torino ha chiuso, continuare a lavorare con professionalità ed impegno come per altri 20 anni. Sarà probabilmente l’età, ma trovarmi a leggere il nome di chi ha rappresentato una parte molto importante della mia vita, non sono riuscito ad esimermi da esprimere queste mie sensazioni. Grazie al Prof. Quaglieni per questo “amarcord”. Saluti cordiali e auguri di buon lavoro.      Luciano Collina

Il Col. Fedeli merita di essere ricordato adeguatamente. Lo farò nella rubrica prossimamente. Grazie per la Sua attenzione.
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Gli Esuli Giuliano-Dalmati e la “Croce” inopportuna

Egregio Prof. Quaglieni, nel ringraziarLa per lo spazio dedicato nella sua Rubrica domenicale per la vicenda del 13 Luglio a Trieste, oltre ad apprezzare l’essenzialità delle parole da Lei trovate per esprimere una condivisibile perplessità circa il conferimento della più alta onorificenza dello Stato ad uno scrittore noto per il suo ‘negazionismo fuori dalla storia’, vorrei solo precisare che oltre alla degnissima  l’Associazione Venezia Giulia Dalmazia tutto il mondo degli Esuli Giuliano-Dalmati è in rivolta. E molti sono stati gli scritti inviati alle redazioni di giornali, ai media, sui social e anche, proprio in questi giorni, al Presidente Mattarella, affinché revochi tale ‘Croce’, che pesa davvero troppo sui nostri cuori. Con stima,
Simona Pellis
(esule di seconda generazione, nata a Roma ‘in Esilio’ come usiamo dire noi)
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Da sempre mi interesso al tema delle foibe e dell’esodo e spesso ho parlato per il Giorno del ricordo del 10 febbraio, quest’ anno ad Imperia. Mi fa quindi molto piacere la sua stima che ricambio con viva cordialità. Noi apparteniamo a quella parte di Italiani che ama disperatamente l’Italia, come diceva Francesco Carnelutti.

Chi è Brigitte Sardo, General Manager di Sargomma

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Brigitte Sardo

Rubrica a cura di ScattoTorino 

Determinata e open mind, madre, moglie e Direttore Generale dell’azienda di famiglia, Brigitte Sardo riveste, con un forte impegno personale, un ruolo che la vede interagire con i principali players del settore automobilistico italiano e internazionale. Concentrata sul proprio business, ma anche sensibile nei confronti dell’attività imprenditoriale in genere e delle donne in particolare, Brigitte Sardo è al secondo mandato come presidente Apid e guida le titolari delle piccole e medie imprese del torinese nella promozione e nello sviluppo delle competenze femminili in vari ambiti professionali.

Curiosa e infaticabile, nutre una profonda passione per il cinema e, con la figlia Carolina, nel 2014 ha fondato la Gran Torino Production, una società cinematografica che ha coprodotto vari film. In questo momento Brigitte Sardo sta traghettando l’azienda Sargomma verso una nuova visione di realtà industriale che cresce e si svilupperà sul territorio piemontese, a fronte di un grosso sforzo imprenditoriale, economico e manageriale; Brigitte inoltre crede fortemente nel valore di fare cultura di impresa e nella forza dei giovani, sostenendo molti progetti innovativi e di welfare aziendale.

Dal 1981 Sargomma è protagonista del mercato. Ripercorriamo la storia?

Nell’home page del sito di Sargomma si legge: “Siamo di gomma: resistenti e tutti d’un pezzo, ma anche flessibili, con una naturale vocazione al cambiamento”. Un claim che è anche uno stile di vita della famiglia Sardo e del padre Giuseppe, fondatore dell’azienda Sargomma nata a Torino nel 1981, con un credo che resta lo stesso nel tempo, ovvero trovare nuove soluzioni tramite prodotti di qualità e realizzare soluzioni sempre più innovative ed efficienti. Mio padre collaborava con le maggiori carrozzerie torinesi, lavorava con gli ingegneri costruttori e forniva soluzioni di componenti per gli interni delle auto più note, per macchine per il movimento terra e macchinari agricoli. Insieme con gli uffici tecnici dei suoi clienti, a un certo punto intravide la possibilità di inserire nelle innovative cabine chiuse delle macchine agricole tutti gli elementi di confort di cui è dotata un’automobile. I componenti Sargomma, montati su questi nuovi macchinari, gli garantirono un successo immediato. Oggi i 15 milioni di prodotti venduti all’anno a 150 clienti nel mondo, per lo più grandi aziende, sono destinati a mezzi di trasporto molto diversi: dalle utilitarie alle berline di lusso, dalle macchine agricole agli yacht. A fronte di questo con grande forza e impegno professionale ho messo in moto un programma di investimenti in organizzazione e tecnologia. Per il 2019, grazie agli incentivi messi a disposizione dal programma di governo industry 4.0, abbiamo avviato un’operazione di insourcing, con l’acquisto di nuovi macchinari e l’ampliamento dell’area industriale. Stiamo importando le lavorazioni di fustellatura e del taglio ad acqua. Con più garanzie per noi: saremo più competitivi, i clienti avranno un miglior servizio e ci sarà lavoro per tutti. Questo ha creato nel tempo un valore aziendale che resta alla base della storia di Sargomma. Una regola che ha contribuito e contribuisce, in modo più che sostanziale alla crescita dell’azienda, unita ad un’altra, dettata dal fondatore: il rapporto diretto con i clienti in tutto il mondo. Perché una squadra di professionisti è prima di tutto una squadra di persone”.

Brigitte Sardo

Re-generation: una parola chiave del vostro organigramma?

“Se con la parola re-generation intendiamo l’accezione di un ‘impresa che rigenera, che recupera forza e vigore, tramite le nuove generazioni, che di volta in volta nutrono e si nutrono in azienda in modo innovativo, allora sì. Nella Sargomma di oggi il nostro organigramma corrisponde all’idea di Re-generation, senza però escludere la crescita personale ed aziendale che si può compiere solo nel tempo. Abbiamo una struttura dove ogni settore si adatta perfettamente in età, competenze e conoscenze, al bisogno e al compito aziendale che gli compete. La Sargomma di domani, che stiamo già “costruendo”, ovvero una realtà in itinere, seguirà questa linea di innovazione e rispetto di tutti i collaboratori e dipendenti, inserendo nuove figure e nuovi progetti con un’attenzione naturale verso i giovani”.

Andare avanti è nel vostro DNA: quali sono i prossimi step?

“Sargomma sta cambiando e si sta avviando verso un processo davvero innovativo, naturalmente la gomma rimane il nostro prodotto, ma l’uso che ne faremo spazierà in diversi territori, dal design, all’ecosostenibilità, all’arte e grazie al nuovo ufficio di ricerca e prodotto saremo sempre più competitivi verso le nuove esigenze del mercato. In un mercato che cambia rapidamente bisogna essere flessibili e innovativi e la nuova Sargomma lo sarà ancora di più. A questo si aggiunga che il progetto di riqualificazione dell’ex area Pininfarina, sarà una svolta multi-funzionale in seno alla nuova Sargomma. Si inseriranno di fatto nuovi stakeholders e collaboratori. L’area prevede un progetto di riqualificazione ampio, l’occasione di creare una nuova realtà aziendale, che è stata proprio in questo periodo materiale di studio degli studenti dello IAAD, con ottimi risultati, oltre ad essere motore di vari progetti di innovazione e welfare, che si sta già attuando nella sede di partenza e che sarà davvero una modalità pilota per Torino di vivere lo spazio aziendale. Giardini sopra i tetti, arte, cucina, spazi destress… insomma sembrerà di non lavorare, ma di cercare nuove opportunità di vita e per la vita. Sargomma cresce ed è sempre cresciuta nel tempo con un’attenzione particolare non solo al prodotto, al mercato e ai clienti; il nuovo scenario post Covid è senza dubbio complesso, da qui l’attenzione alla comunicazione e al marketing, una sfida che i miei collaboratori e dipendenti stanno affrontando insieme e io con loro. Sargomma cresce con radici sane, nuovi frutti e promettenti fronde ampie e ristoratrici, come l’albero, rigorosamente della gomma, che sarà il simbolo della nostra nuova sede con un’attenzione forte all’ecosostenibilità”.

Qual è la mission di Apid – Imprenditorialità Donna?

“Fin dalla sua fondazione nel 1989, l’obiettivo di Apid è quello di portare avanti le istanze delle imprenditrici di Torino e provincia; per fare questo è necessaria una rappresentanza che si muova dal livello territoriale a quello internazionale, con una presenza attiva in sede europea. Questo è possibile attraverso le azioni di networking e lobbying che APID ed il suo consiglio conducono quotidianamente”.

Come Presidente di Apid Torino, a quali temi si dedica maggiormente?

“Cerco di fare la mia parte oltre che come imprenditrice, anche come presidente al secondo mandato di Apid, costola dell’Api sul versante femminile; Apid riunisce 380 iscritte ed è inserita, tra l’altro, all’interno della Cabina di regia dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali). Sono subentrata a una grandissima donna, Giovanna Boschis Politano, dopo 16 anni di mandato. Apid è un mondo completamente diverso da quello industriale, una sfida continua. L’associazione aiuta molto le piccole e medie imprese, mi confronto con chi capisce le esigenze delle imprenditrici, e la sezione di Torino ha il maggior numero di aziende e di dipendenti a livello nazionale. Apid lavora su progetti europei, ricordiamo il bando vinto sui business angels, della durata di due anni, per aiutare le start up al femminile. Anche con il Club degli investitori, di cui faccio parte, mi adopero per trovare finanziamenti. È ora di restituire quello che per la mia tenacia e fortuna sono riuscita a ottenere, è fondamentale trasmettere il valore della responsabilità sociale di impresa. Il social impact che può essere prodotto e diffuso dalla buona pratica aziendale, può portare il nostro territorio ad un livello superiore, in cui trasparenza e responsabilità vanno di pari passo. Già prima dell’emergenza Covid-19 erano diverse le iniziative rivolte in tal senso, ad oggi non possono che essere incrementate. Apid dovrebbe essere sostenuta anche economicamente dalle istituzioni, riconoscendogli però quella libertà di pensiero che aiuta a sostenere le donne imprenditrici in quanto persone che fanno la differenza nel tessuto sociale ed economico piemontese”.

APID Brigitte Sardo

Fare rete tra donne fa la differenza?

“Assolutamente sì. Quella tra le imprenditrici è una rete di portatrici di interessi comuni che, senza un’azione coesa, rischia di disperdere possibilità ed opportunità di crescita che spesso vanno oltre le esigenze aziendali. Fare rete è una necessità strutturale del presente e un irrinunciabile passaggio per il futuro. Le donne conoscono da sempre il significato del ‘fare rete’. Il senso di condivisione e comunità è innato. La rete aiuta a comunicare contenuti di vario tipo, prodotti, ma anche idee nuove da realizzare, progetti comuni da condividere, ci permette di spaziare in varie realtà e di sentirci ‘sostenuti’ nelle differenze e nella nuova complessità. Fare rete è vitale e il femminile conosce bene l’esigenza dello scambio e del sostegno. La rete porta verso una nuova collettività, più smart e più dinamica, scambiando competenze e conoscenze, la formazione diventa ‘liquida’. Quindi fare rete vuol dire anche avere un gruppo di persone con cui puoi confrontarti, alla pari, potendo mostrare i tuoi dubbi e aumentando la tua professionalità”.

In cosa consiste il progetto SAFE?

Il progetto chiamato A Safe & Normal Day è il primo crowfunding in Italia rivolto alle Piccole e medie imprese che premia la responsabilità sociale d’impresa e diffonde la buona pratica di contrasto alla violenza di genere ed alle discriminazioni nelle scuole secondarie di primo grado. Il progetto verterà su quattro regioni italiane e coinvolgerà 100 studenti nella realizzazione di quattro docu-film, uno per ogni istituto coinvolto, che porteranno alla sensibilizzazione sul tema facendo leva sull’educazione dei più giovani. È una grande opportunità per le imprese di dare il loro contributo al cambiamento e all’abbattimento degli stereotipi di genere. A tal proposito l’agenzia Fund for SAFE, ha creato un sistema di premialità per le aziende che effettueranno una donazione al sito “Produzioni dal Basso”, come deducibilità per le imprese, opportunità di visibilità per merito sociale, seminari in azienda sulla gestione dei conflitti basati sulle differenze di genere ed una valutazione in azienda per ricevere il bollino “AZIENDA SAFE” per certificare la neutralità dell’ambiente di lavoro ai temi di genere. Sono già tantissime le PMI che hanno donato per A Safe & Normal Day, ma è necessario l’aiuto di tutti per raggiungere l’obiettivo e apportare un cambiamento positivo e tangibile nella società con un progetto unico nel suo genere”.

Torino per lei è?

“Rispondo con una serie di parole; opportunità, bellezza, imprenditorialità, compostezza accoglienza, creatività, consapevolezza. Torino è un cuore che pulsa, antico, radicato, forte della sua storia, spesso in bilico. Torino è provata, ma sempre pronta a rialzarsi con dignità e inventiva. È una delle più belle città europee, sono molte le testimonianze in questo senso, continuiamo ad amarla, rispettarla e farla vivere… Torino è davvero la Mia Città”.

Un ricordo legato alla città?

Torino è piena di ricordi, è la città che amo, che porto con me ogni volta che viaggio nel mondo, ogni angolo è un pensiero, un respiro, qui sono nati i miei figli, qui è nata la Sargomma, qui sono arrivati i riconoscimenti al mio impegno, qui è nato il mio amore per il cinema. I ricordi sono tanti non sempre luminosi, ci sono stati giorni bigi, ma a volte basta camminare per le sue vie piene di scorci belli, luminosi, incantati e severi al contempo, per riconciliarsi con la vita. Ricordo passeggiate, discussioni, sorrisi e risate, che sono risuonate per le sue vie. Non un solo ricordo, ma tanti e tutti insieme sono una parte importante della mia vita, così come lo è la mia città”.

Coordinamento: Carole Allamandi
Intervista: Barbara Odetto
Ph: Silvano Pupella

Troppa leggerezza nell’assegnare il reddito di cittadinanza

in Rubriche

IL COMMENTO  di Pier Franco Quaglieni / Pietro Maso che nel 1991 uccise in modo barbaro a sprangate entrambi i genitori in concorso di tre amici, e’ riapparso alle cronache come detentore del reddito di cittadinanza. Il suo fu delitto orribile commesso allo scopo di fruire dell’eredità dei genitori. Venne condannato a 30 anni di carcere con il riconoscimento della seminfermità mentale al compimento del fatto,una formula ambigua, quasi una scappatoia da azzeccagarbugli di alto livello. Scontò 22 anni da detenuto e venne rimesso in libertà nel 2013 

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Dal 2016 venne  ricoverato in clinica psichiatrica .Venne anche  accusato anche di estorsione nei confronti delle sorelle che vennero messe sotto scorta. Nel frattempo, dopo essersi sposato, si separò.
Nel 2019 ottenne il reddito di cittadinanza, malgrado la sentenza contemplasse il divieto di poter fruire di erogazioni, data l’interdizione  perpetua dai pubblici uffici, di stipendi o assegni a carico dello Stato o di enti pubblici. Lo scorso anno si era parlato di una ex terrorista figlia di un magistrato ed ex parlamentare del pds che fruiva del reddito di cittadinanza e la cosa creò scandalo. Oggi il reddito di cittadinanza a Maso ha provocato  altra indignazione. Il delitto premeditato commesso è davvero grave, anche se la condanna che non comportò l’ergastolo, poteva apparire in qualche modo non rapportata al reato commesso. Va detto che Maso ha scontato almeno 22 anni di pena,cosa che molti terroristi, dissociandosi, non hanno scontato. Certo, appare scandalosa la leggerezza con cui venne concesso il reddito di cittadinanza  senza rispettare le norme di legge. E balza anche fuori il fatto che il reddito e ‘ un sussidio certamente non finalizzato, almeno in questo caso, alla ricerca di un lavoro.E forse in tantissimi altri casi e’ mero assistenzialismo. E’ giusto il reinserimento nella società del condannato al carcere. Io esaminai nel carcere delle Vallette uno studente condannato a decine di anni di carcere per mafia che desiderava laurearsi in Scienze Politiche. E’ giusto che vengano offerte opportunità di reinserimento, ma il reddito di cittadinanza a Maso lascia molto perplessi.  Ma forse è proprio il reddito di per sè che rivela dei limiti molto evidenti. Il caso di Pietro Maso lo dimostra in maniera quasi lapalissiana.
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(foto Corriere Veneto)

Torino e i suoi musei. Palazzo Madama

in CULTURA E SPETTACOLI/Rubriche

Con questa serie di articoli voglio prendere in esame alcuni musei torinesi, approfondirne le caratteristiche e “viverne” i contenuti attraverso le testimonianze culturali di cui essi stessi sono portatori. Quello che desidero proporre sono delle passeggiate museali attraverso le sale dei “luoghi delle Muse”, dove l’arte e la storia si raccontano al pubblico attraverso un rapporto diretto con il visitatore, il quale può a sua volta stare al gioco e perdersi in un’atmosfera di conoscenza e di piacere.

1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM (Galleria d’Arte Moderna)
7 Castello di Rivoli
8 MAO (Museo d’Arte Orientale)
9 Museo Lombroso- Antropologia Criminale
10 Museo della Juventus

 

3 Palazzo Madama

Ci si vede “al Cavallo”. Negli anni più alternativi della mia adolescenza, uno dei luoghi di ritrovo più gettonati per gente “strana” era proprio sotto il massiccio cavaliere a dorso del suo fiero destriero, parte del ben più ampio monumento memoriale, dedicato al Generale Emanuele Filiberto e ai caduti della prima guerra mondiale, che si innalza dietro Palazzo Madama.
Ecco, facciamo conto di esserci dati appuntamento lì, ora dirigiamoci verso la meta di oggi: una rilassante passeggiata all’interno e all’esterno del peculiare edificio di Palazzo Madama.
Siamo nel cuore pulsante di Torino e la regale costruzione è una perfetta sintesi architettonica di duemila anni di storia della città. Le origini dell’edificio risalgono all’età romana, nel I sec. d.C., la costruzione sorge infatti sulle fondamenta delle porte di accesso alla città , in corrispondenza del decumano maximo di Augusta Taurinorum. Due torri incorniciavano quattro grandi aperture ad arco, destinate all’entrata e all’uscita dall’urbe, verso est e verso Roma.  Nel corso del Medioevo la porta fu trasformata in fortilizio e adibita a funzioni difensive, fino alla ristrutturazione promossa da Filippo d’Acaia nei primi decenni del XIV sec., quando l’edificio prese le forme di un vero e proprio castello, con due nuove torri addossate a quelle romane e un cortile interno porticato.
Incorporata nella costruzione è la Porta Decumana, risalente al I sec. d.C. e inizialmente formata da due torri di sedici lati che delimitavano quattro ingressi ad arco: due centrali per i carri e due laterali per i pedoni.

All’inizio del XIII sec. la Porta Decumana fu inglobata in una struttura difensiva addossata esternamente al muro romano, chiudendo le arcate di attraversamento. La nuova porta per il passaggio pubblico, Porta Fibellona, è ancora oggi visibile lungo la scala che porta al piano fossato. È l’unica porta medievale di Torino sopravvissuta agli ampliamenti della città. È costituita da un arcone a doppia ghiera laterizia, impostato su sostegni in pietra di recupero. L’arco a tutto sesto imita il modello della vicina porta romana inserendosi in un contesto di rinascita e riutilizzo dell’antico.
Alla fine del XIII sec. il castello di Porta Fibellona passa al ramo dei Savoia d’Acaia. Nel 1317 Filippo I d’Acaja avvia un radicale intervento di ricostruzione del vecchio edificio ridimensionando la funzione militare a vantaggio di quella di rappresentanza. Fa innalzare due nuove torri di pianta quadrata accanto a quelle romane e realizza una struttura porticale intorno al cortile centrale. Giacomo d’Acaja fa abbattere le abitazioni di alcuni privati che confinavano con l’edificio verso la città, ampliando la piazza davanti al castello.
Tra il 1402 e il 1418 il principe Ludovico d’Acaja raddoppia i volumi del castello di porta Fibellona, e associando alle antiche funzioni di difesa quelle di residenza cortese. Si costruiscono nuove torri verso levante collegate al piano terra dall’ampia «sala magna bassa» (sala Acaia) ritmata da quattro pilastri centrali di sostegno. Nella corte trecentesca viene tamponato il porticato verso nord per ricavare una nuova sala ( sala Staffarda).Il capomastro piemontese Giacomo da Santhià realizza una torre ottagonale con scala a chiocciola elicoidale (viretum) che serviva per collegare i diversi piani del castello.

Nel 1638 Cristina di Francia, diviene reggente dello Stato a seguito della morte del marito Vittorio Amedeo I di Savoia ed elegge il vecchio castello Acaia a sua stabile residenza di rappresentanza. Elemento cardine della campagna di lavori da lei promossa fu la copertura dell’antica corte medievale a cielo aperto. Questo spazio viene trasformato in un salone voltato su pilastri di pietra di Chianocco, e viene ricavata una grande sala per le cerimonie al piano nobile. In seguito progetta il riallestimento e la decorazione delle stanze del suo appartamento con affaccio privilegiato verso piazza castello. La grande balconata diviene lo scenario per assistere alle feste e alle pubbliche cerimonie promosse dalla corte, tra cui l’Ostensione della Sindone.
Il castello divenuto palazzo fu l’oggetto di protagonismo della seconda Madama Reale: Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours. Nel 1688 inizia il rinnovamento della decorazione degli interni e tra il 1718 e il 1721 l’architetto Filippo Juvarra porta a termine la nuova facciata e lo scalone. Si tratta di esigenze di nuove funzionalità cerimoniali: l’angusta scala a chiocciola situata nella torre sud dell’antico castello Acaia era inadeguata alle nuove necessità e non all’altezza di un apparato di accoglienza degno della duchessa. L’interno dello scalone viene ideato da Juvarra come una scenografia costruita in un unico grande spazio aperto e permeabile alla luce.

Dopo questa lunga spiegazione si è fatta l’ora di entrare. A questo punto ci si imbatte nel celebre e scenografico scalone, definito uno dei capolavori dell’architettura europea, realizzato tra il 1718 e il 1721 per volere di Maria Giovanna Batista di Savoia-Nemours da Filippo Juvarra, (Messina, 7 marzo 1678 – Madrid, 31 gennaio 1736), architetto e scenografo italiano, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino sotto le direttive di casa Savoia.
Impossibile non immaginarsi regali e sfarzose sfilate su e giù per quei gradini antichi ed eleganti, abiti ingombranti, guanti leggeri che si appoggiano al mancorrente marmoreo, un continuo cicaleggio che non si discosta poi molto dall’odierno brusio insistente di turisti e visitatori. Mentre sono così sognante, una maschera gentilmente mi ricorda le mie origini plebee, e mi indica la biglietteria sulla sinistra, lontana dallo storico ingresse regale, da sempre precluso alla gente comune.

All’interno, la collezione è divisa in Arti decorative, (sala delle maioliche e delle porcellane, la Sala Atelier, la Sala Vetri); Barocco, (percorso cronologico e stilistico delle collezioni tra Sei e Settecento presentato negli antichi appartamenti delle Madame Reali); Gotico e Rinascimento, (sculture, dipinti e oggetti preziosi realizzati tra XIII e XVI sec. Quattro secoli di cultura figurativa piemontese dall’arte gotica al Rinascimento); Medioevo, (percorso cronologico sullo sviluppo stilistico e iconografico della scultura piemontese in pietra dal dodicesimo al tredicesimo secolo).
Una volta entrata, mi rendo subito conto che la meraviglia va ricercata nei lussuosi ambienti, più che negli oggetti esposti, seppur preziosi e particolari.
Degni di nota sono gli stalli lignei del coro provenienti dall’Abbazia di Staffarda (Cuneo), mirabilmente intagliati ma maestri artigiani purtroppo ignoti. A colpirmi sono le bislacche creature che si sporgono dagli stipiti e si affacciano minacciosi verso i visitatori; si tratta di creature fuoriuscite dalle pagine dei “Bestiari”, testi particolarmente diffusi in epoca medievale, contenenti brevi descrizioni di animali (reali e immaginari), accompagnate da spiegazioni moralizzanti e riferimenti tratti dalla Bibbia. L’origine remota di questi libri, che oggi hanno importanza più che altro storica, è da ricercarsi, per il mondo occidentale, in antichi volumi, come l’opera greca “Il Fisiologo” (cioè “lo studioso della natura”) che offriva l’interpretazione degli animali e delle loro caratteristiche in chiave simbolica e religiosa (quindi, per esempio, il leone, re degli animali, è associato a Cristo).

Prima di perdermi tra le belle sale ai piani superiori mi imbatto in quella che forse è l’opera più nota contenuta all’interno del Palazzo: “Ritratto d’uomo” di Antonello da Messina, databile al 1476, opera di cui colpisce l’acutezza psicologica dello sguardo, l’ironica bocca sorridente e il realismo dei dettagli anatomici.
Proseguo per il mio percorso e decido di perdermi tra le sale riccamente adornate, come la Sala delle Feste o quella delle Quattro Stagioni e con grande forza d’animo mi costringo a non toccare i preziosi broccati che ricoprono le pareti. La residenza è senza dubbio un gioiello architettonico, prezioso e minuziosamente decorato, come dimostrano tutte le aree che lo costituiscono: la luminosa veranda e il Gabinetto Rotondo, chiamato anche “Stanza dei Fiori”, alle cui pareti sono appesi i ritratti della famiglia reale.
Numerose sono le mobilie che mi accompagnano nella passeggiata museale, firmate Piffetti, genio ebanista parigino, abilissimo nell’utilizzare materiali assai complessi da lavorare, come l’avorio. Eppure tra le molte realizzazioni del maestro artigiano, una mi colpisce profondamente, si tratta del modellino di un planetario, realizzato tra il 1740 e il 1750, detto anche “orrery”, dall’inglese Charles Boyle, che fece realizzare il primo strumento di questo genere nel 1704. Si tratta di un modello meccanico che riproduce la configurazione del sistema solare come era conosciuto all’epoca e i moti dei pianeti e dei loro satelliti intorno al Sole. Il cerchio esterno è articolato in tre registri, di cui due sono divisi in 360 parti con i dodici simboli dello zodiaco e uno centrale che scandisce i 365 giorni dell’anno.

Nel prezioso oggetto la scienza si mescola alla superstizione e alla magia, quasi una graziosa provocazione che invita i visitatori a riflettere sull’impossibilità di dividere nettamente realtà e misticismo.Ed è proprio con questo pensiero che mi avvio a concludere la visita, ma prima di uscire “a riveder le stelle” mi accingo a prendere l’ascensore panoramico, che porta fino ad una delle torri: da qui mi affaccio sulla bella Torino, vedo l’elegante collina e le montagne che si sfumano all’orizzonte, Palazzo Reale è illuminato dal sole che al tramonto si tinge di rosso, le persone passeggiano, corrono, si aggirano frettolose. Forse, come me, stanno per tornare a casa e, dopotutto, “la casa di ogni torinese è il suo castello.”

Alessia Cagnotto

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