LIFESTYLE - Page 2

Petto di pollo al limone: semplice e gustoso

Una ricetta appetitosa, sorprendentemente profumata che vi stupirà per la sua leggerezza, morbidezza e bontà

 

La carne di pollo apprezzata per le sue propreita’ nutritive e’ adatta a tutta la famiglia. Pochi semplici ingredienti per una ricetta appetitosa, sorprendentemente gustosa e profumata che vi stupira’ per la sua leggerezza, morbidezza e bonta’.

***

Ingredienti:

1 Petto di pollo intero

1 bicchiere di vino bianco secco

1 limone non trattato

1 spicchio di aglio

Olio,sale,pepe, rosmarino q.b.

 ***

In una pentola scaldare l’olio con l’aglio e il rametto di rosmarino. Rosolare a fuoco vivace il petto di pollo, salare, pepare e sfumare con il vino bianco, abbassare la fiamma, lasciare insaporire e cuocere coperto per circa un quarto d’ora. Lavare il limone e con un rigalimoni o un coltellino affilato, prelevare stiscioline di scorza sottilissime da aggiungere al pollo poi, aggiungere tutto il succo filtrato del limone. Lasciar cuocere lentamente per circa mezz’ora aggiungendo, se necessario, un mestolino di acqua calda. Lasciar consumare la salsa, affettare la carne e servire caldo.

Paperita Patty

Storie di cibo e di passione

Settimana culturale dal 21 giugno al 27 giugno al Centro congressi Unione Industriale

Il secondo appuntamento, martedì 22 giugno alle ore 15.00, sarà dedicato alla presentazione del nuovo libro di Luca Iaccarino “Appetiti. Storie di cibo e di passione” edito da EDT Editore. Con lui sarà presente anche il collega giornalista di La Repubblica, Stefano Cavallito, per immergere il pubblico davanti allo schermo in un viaggio che del tema culinario ha fatto il suo punto di partenza. Il libro è articolato in quattro sezioni, il lavoro, i prodotti, la società e i viaggi: ventisei “avventure gastronomiche”, più tre “intermezzi”, di cui Iaccarino è stato il protagonista. Ha fatto il cameriere nel più famoso ristorante del mondo (l’Osteria Francescana di Massimo Bottura) e traversato il Mediterraneo a bordo di una nave di cuochi; ha provato il “social eating” e raggiunto Virgilio Martinez nel suo ristorante a Moray in Perù, a 3600 metri, nella valle degli Incas; ha mangiato trentanove piatti di fila a Copenaghen (pranzo al Geranium e cena al Noma) e si è seduto a tavola con i bambini delle mense scolastiche; ha raggiunto Ferran Adrià nel suo futuristico centro ricerche catalano e scovato una brace segreta in mezzo ai container del porto di Lisbona.

Rasputin e Cri-Cri

All’altezza della piazzetta nel quartiere Domo, dove c’è Casa Morandi, camminando soprappensiero, sono inciampato in un gatto che stava lì, lungo e tirato, a prendere il sole. Barcollando, mi sono appoggiato al muro e solo grazie alla mia prontezza e ad un po’ di fortuna non sono caduto a faccia in giù

Al ritorno da una passeggiata sul lungolago di Baveno, dopo una breve sosta sulla panchina del parco giochi dove spunta dal terreno la scultura in granito rosa di “Maggi”, il mostro del lago Maggiore, ho imboccato la via Zanone. All’altezza della piazzetta nel quartiere Domo, dove c’è Casa Morandi, camminando soprapensiero, sono inciampato in un gatto che stava lì, lungo e tirato, a prendere il sole. Barcollando, mi sono appoggiato al muro e solo grazie alla mia prontezza e ad un pò di fortuna non sono caduto a faccia in giù. Spavento a parte, guardando il felino che – nonostante il trambusto – non aveva fatto una piega, mi è venuto in mente Rasputin. Era il gatto dell’Amalia ed era campato quasi vent’anni, prima  “da tirà i sciampitt”, di passare a miglior vita. Era pelle e ossa, magro da far paura. Quasi del tutto cieco, negli ultimi tempi brancolava per la piazzetta, miagolando stancamente. Persino i topolini che stavano rintanati nella cascina del Gèra, preso coraggio, gli correvano intorno, sfottendolo. Eppure c’era stato un tempo in cui Rasputin era il terrore di tutta Domo. Quando era “in caccia”, gli uccelli volavano alti, stando ben attenti a non abbassarsi troppo per evitare la “quota-rischio”. E gli altri animaletti che vivevano nei paraggi, negli orti o al margine del bosco (topi, lucertole, scoiattoli, ghiri e così via) erano impauriti. Aveva coraggio da vendere, Rasputin: il pelo fulvo, i lunghi baffoni, le unghie affilate, pronte a graffiare, erano il suo “biglietto da visita”. Una cosa sola lo metteva a disagio: i ciottoli bianchi delle stradine che scendevano dallo slargo davanti alla chiesa e “scivolavano” verso lago. Il perché discendeva dal ricordo, pressoché indelebile, di una scorpacciata di burro alla quale aveva fatto seguito una tremenda indigestione con dolori e nausee. Il gatto non aveva saputo resistere al desiderio di ingoiare, in un solo boccone, il bel pezzo di burro profumato che stava – coperto da un tovagliolo – sul piatto appoggiato sulla credenza. Con un gran salto – ovviamente, ”felino” – era balzato sul tavolo, affamato e goloso. La signora Amalia l’aveva trovato lì, qualche minuto dopo, ancora intento a leccarsi i baffi. Non aveva perso tempo, scacciandolo via, minacciandolo infuriata con la scopa di saggina.

***

A Rasputin – vuoi per l’ingordigia con cui aveva “sbafato” l’intero panetto, vuoi per lo spavento e la precipitosa fuga – si era bloccata la digestione ed il burro, nello stomaco, si era trasformato in mattone. Da quel giorno, la sola vista di un sasso bianco, equivaleva a fargli rivivere quei momenti e, dunque, scappava via, con i crampi allo stomaco. Ma non c’era solo Rasputin.Rammentando gli animali che giravano lì attorno non si può non menzionare il piccolo “Cri-Cri”, il cagnolino del dottor Segù. Medico condotto, filosofo ed indagatore dell’animo umano, il dottore aveva un suo motto che sintetizzava, per così dire, la sua “funzione”: “ Se in cielo c’è Gesù, in terra c’è Segù”. Insieme a lui, in simbiosi perfetta, viveva il volpino “Cri-Cri”. Non era di razza pura, vivacissimo, dal pelo corto, bianco e nero, sempre affamato. Un giorno, mentre il suo padrone visitava la signora Gina, “cri-cri” addentò – rapido come un fulmine – il mezzo pollo, già pulito, che la moglie del Merico Birgoli stava per mettere in pentola. Inseguito e costretto a “mollare la presa” dopo un difficile “tira e molla”, ringhiava alla povera donna, mostrandogli i denti. “ Ma va da via i ciapp, bestiaccia boia. Vàrda, che disastro. La gallina l’è tuta ruinada, capito? Ro-vi-na-ta Adesso mi tocca buttarla via, mondo ladro. Come la mettiamo, eh dottore?”. E il buon Segù, serafico, senza scomporsi, rispose con voce calma: “Cara Gina, hai tutte le ragioni del mondo ma non devi prendertela così. Cosa vuoi mai: anche il piccolo Cri-Cri  è una creatura di Dio. E’ così perché risponde alla sua natura. E’ l’istinto a fargli perdere la trebisonda, capisci? Io non ti chiedo di comprenderlo ma, ti prego, non essere così dura con lui”. Lo giustificava, il dottor Segù. Ed il piccolo cagnetto, scodinzolando, a modo suo “ringraziava”. E Gina? Solo l’educazione religiosa e l’attaccamento alla fede le consentivano di non pronunciare parole peccaminose (anche se, secondo me, nessuno sarebbe stato in grado di garantire che non n’avesse pensate di irriferibili). Con gli animali, del resto, aveva già avuto esperienze che l’avevano – come spesso gli capitava di dire – “segnata”. Ad esempio, quella volta che aveva tagliato il collo all’oca per la cena dell’epifania, richiudendone il corpo nello stipetto sotto il lavandino. Quando, meno di un’ora dopo, aveva aperto lo sportello, l’oca era uscita sulle sue gambe, girando per la cucina. Alla Gina gli prese un sintomo. Stette lì lì per svenire e, gridando che era “opera del diavolo”, riuscì a scappar fuori in cortile. Toccò a suo marito, che stava girando le zolle di terra nel piccolo giardino dove coltivavano l’insalata e le patate, ad accorrere con la zappa e “finire” l’oca. Che non finì in pentola. La Gina si rifiutò fieramente di mangiare quella “bestia indemoniata”. E l’oca  dalla testa mozza finì sepolta come un cristiano, sotto mezzo metro di terra, vicino al bosco di castagni.

 

Marco Travaglini

“I pifferi di montagna vennero per suonare e furono suonati”

Un giorno che stavamo pescando in barca dalle parti di Oira – eravamo, mi pare, a fine marzo – Faustino si appisolò, tenendo la canna appoggiata sotto le gambe incrociate. L’abbiocco gli era venuto perché, la sera prima, era stato al circolo di Brolo a far bisboccia con una compagnia di tiratardi.

Nel dormiveglia aveva assunto quella posizione da fachiro che, a prima vista, non doveva nemmeno trovare tanto scomoda. Stavamo pescando le tinche a fondo, con la polenta. Il galleggiante – una bella e robusta “trottola” di sughero bianca e blu – sparì improvvisamente sott’acqua. Una tirata così secca lasciava intuire, senza margine d’errore, l’abboccata famelica di una bella sberla di pesce.La canna subì uno strappo netto, deciso. Faustino, svegliandosi bruscamente, l’agguantò al volo, scattando in piedi. Un movimento fatale che gli fece perdere l’equilibrio. La scena era quasi comica. Cominciò ad annaspare nell’aria, ricercando un appiglio che non c’era. Sembrava un goffo gabbiano che, dispiegate le ali, cercava di volare senza staccarsi da terra. Cadde pesantemente in acqua prima che potessi in qualche modo aiutarlo. L’attaccatura del  mulinello s’incastrò nello scalmo, bloccando la canna, ormai per metà inabissata. Faustino, nuotando a cagnaccio , stava faticosamente a galla. Aggrappatosi alla mia mano tesa, non senza fatica, riuscì a issarsi nuovamente sull’imbarcazione, facendola dondolare pericolosamente. Mancò poco che la barca si rovesciasse e che finissi anch’io in acqua. Bagnato fino al midollo, si levò i vestiti fradici. La cerata con cui coprivo la barca tornò utile al fine d’evitare lo spettacolo poco attraente del mio amico in mutande. Le parole che pronunciò, per quanto scarse, non credo sia il caso di trascriverle. Tra lago e cielo, i destinatari erano facilmente intuibili. Tempo una decina di minuti e, attraccata la barca al molo di Oira, eravamo nella cucina del Clemente Cristoforo, detto “Cavezzale”.

***

Il nostro amico, pescatore anche lui, appena aperta la porta di casa e viste le condizioni di Faustino che, oltre a tremare come una foglia per il freddo, ansimava come un mantice, organizzò il pronto intervento: mastello d’acqua calda per il pediluvio, coperta di lana e un bel bicchiere di Barbera. Rinfrancatosi nel corpo e nello spirito,davanti ad una bottiglia di quello buono (Cavezzale ne teneva una sempre pronta, a portata di mano, per le “emergenze”)  Faustino diventò loquace e in vena di ricordi. Il tuffo fuori stagione gli rammentò la volta in cui dovette nascondersi nel fosso di una risaia dalle parti di Vignale, alle porte di Novara. Era di maggio, verso la metà del mese. L’anno non poteva certo scordarselo: il 1953. “ A quel tempo ero un giovane operaio e da meno di un anno ero stato indicato dal partito a rappresentarne l’organizzazione

 

giovanile a livello provinciale. Allora mi avanzava poco tempo per pescare le anguille”. Faustino  Girella-Nobiletti era stato uno dei più brillanti e vivaci dirigenti della gioventù comunista novarese nei primi anni cinquanta. Un’attivista coi fiocchi. Tanto bravo e affidabile che un giorno, su richiesta del senatore Leone, venne inviato a Vercelli.I comunisti della città del riso avevano

 

***

Nel tentativo di ottenere quel premio di maggioranza nelle elezioni politiche di giugno,la Democrazia Cristiana e altri cinque partiti (Partito Socialdemocratico,Partito Liberale, Partito Repubblicano,la Südtiroler Volkspartei e il Partito Sardo d’Azione) effettuarono fra loro l’apparentamento. “Noi, tutta la sinistra e personalità come Ferruccio Parri e Piero Calamandrei avversammo con forza quella legge”. Aggiunse come nel Paese fosse ancora vivo il ricordo della “legge Acerbo”, voluta da Mussolini pochi mesi dopo la Marcia su Roma. In base a quella legge, la lista che prendeva più voti otteneva i due terzi dei seggi. E fu così che il “listone fascista” , grazie ai brogli e alle intimidazioni delle squadracce, nel 1924 ottenne il 64,9 per cento dei voti, dando il via libera al regime. Comunque, tornando al racconto, in quei giorni Faustino preparò il suo “corredo”. Infilò nel tascapane un po’ di vestiario di ricambio, la tuta, due pennelli ( “per le scritte murali”), una pagnotta di segale e una piccola toma di formaggio del Mottarone. Giunto a Vercelli con il treno, si recò alla sede del Pci dove ad attenderlo c’era Francesco Leone. Il senatore era un personaggio di prim’ordine. Noto antifascista, tra i fondatori del Partito Comunista, era stato comandante di formazioni antifranchiste durante la guerra civile spagnola e dirigente di spicco della Resistenza. La prima sorpresa l’ebbe in quel momento. L’incarico che egli era stato riservato consisteva nel contattare i vecchi monarchici vercellesi e, spacciandosi per un inviato della casa Reale ( i Savoia erano in esilio a Cascais , in Portogallo), doveva invitarli a mobilitarsi contro quella legge-tagliola.

***

Del resto, in Parlamento, i rappresentanti del Partito Nazionale Monarchico avevano votato contro. Il “corredo” restò nel tascapane e gli venne consegnato un completo grigio scuro che gli andava un po’ stretto di spalle, corto di maniche e lungo di gamba ma a quei tempi non si badava troppo ai particolari. Anche a un inviato dei Savoia, in quegli anni del dopoguerra, si potevano perdonare dei difettucci sartoriali. Il falso anello con il sigillo della Real Casa invece gli andava a pennello. Bello, grande, solido:sarebbe parso vero in tutto per tutto anche all’esame dei più esperti conoscitori. Merito di Gianandrea Fiorino, un artigiano orafo di Valenza che aveva fatto il partigiano in Valsesia con Cino Moscatelli. “Mi venne da ridere, guardandomi allo specchio”, confidò Faustino. Rise ancora di più quando, appreso che sua madre vedova dimorava a Pratolungo, una frazione di Pettenasco, sfruttando il suo doppio cognome, il Partito decise di affibbiargli il titolo nobiliare: Fausto Girella-Nobiletti, Conte di Pratolungo. Si sganasciò pensando a un suo amico e compagno, sindacalista della FIOT-CGIL, la federazione nazionale italiana operai tessili. Lui sì che portava un nome e un cognome che era tutto un programma: Umberto Re. In fondo, sarebbe bastato invertire la sequenza con cognome e nome e, voilà: la più alta carica dei Savoia. Ma, forse, non era il caso di esagerare. Comunque, da quel momento e per oltre due settimane, con la nuova identità, girò in lungo e in largo il vercellese. Dal tè e pasticcini nei salotti di anziane dame ai cascinali dove vivevano contadini, mezzadri e fittavoli rimasti fedeli alla Corona, Faustino si dava da fare come un dannato per spiegare e convincere i suoi interlocutori che Sua Maestà , il Re Umberto II d’Italia, vedeva come il fumo negli occhi quel disegno ordito dai democristiani e dai loro alleati, del quale“l’ignobile legge” rappresentava l’arma più subdola e pericolosa. In fondo, da quanto s’intuiva, il “Re di Maggio” non la pensava in modo poi tanto diverso. Dunque, bastava calcare la mano un po’ qua e un po’ là per scaldare le passioni represse dei fedelissimi dei Savoia. Tutto andò liscio, tra baciamano e saluti militareschi, finché non accadde il guaio. E che guaio! In uno dei giri, sull’aia di un cascinale dove aveva appuntamento con un anziano veterinario nostalgico, udì un canto che conosceva bene, anzi, benissimo: “Son la mondina, son la sfruttata, son la proletaria che giammai tremò:mi hanno uccisa, incatenata, carcere e violenza, nulla mi fermò. Coi nostri corpi sulle rotaie,noi abbiam fermato i nostri sfruttator; c’è molto fango sulle risaie,ma non porta macchia il simbol del lavor..”.

***

Si era imbattuto, colmo della sfortuna,in un gruppo di mondine. Alcune di loro, l’anno prima, avevano partecipato alle lotte sindacali per i contratti, il salario e l’occupazione nelle risaie di Lumellogno, nella bassa novarese. Lì avevano conosciuto Faustino nella sua veste di dirigente dei giovani comunisti. Una di loro, oltretutto, una morettina di un paese vicino a Reggio Emilia, l’aveva conosciuto proprio bene e a fondo. Quando lo videro, vestito come un signore, parlare fitto con quel vecchio monarchico, tenendolo per di più sotto braccio, ammutolirono. Lo sconcerto durò pochi secondi e poi, come un temporale estivo, si scatenò il putiferio. Insultandolo in tutti i modi possibili ( “traditore”, “venduto”, “carogna”, “voltagabbana” )fecero correre il malcapitato a perdifiato fin quando riuscì a nascondersi in un fosso pieno d’acqua. A mollo, insieme alle rane, ci stette fino a notte tarda. Scampato il pericolo, nei giorni successivi tornò a casa, con una tosse carogna e un raffreddore tremendo. La settimana dopo, il 7 giugno 1953, all’apertura dei seggi,la vittoria del blocco centrista sembra scontata. I “forchettoni”, come li chiamava Pajetta, si apprestavano a spartirsi la torta elettorale. E invece accadde il miracolo. Con grande sorpresa, lunedì 8, dal voto degli italiani le forze politiche della coalizione ottennero solamente il 49,85% non usufruendo così del premio di maggioranza, annullando gli effetti della legge che più tardi venne pure abrogata. Per circa 57 mila voti non scattò il premio di maggioranza. Rispetto al 1948 la Dc perse l’8,4 per cento e tutte le liste apparentate arretrarono. Il Pci ottenne il 22,6 per cento, il Psi il 12,7. I monarchici, a loro volta, passarono dal 2,8 al 6,9, più che raddoppiando i consensi. Il leader dei socialdemocratici, Giuseppe Saragat, sconsolato, esclamò: “La colpa è del destino cinico e baro”.Faustino, in cuor suo, restò convinto di aver dato una bella mano per far crescere il “cinismo” del destino. E pazienza se il giornale della Curia vercellese  – non si è mai saputo come –  gli dedicò un corsivo al vetriolo, titolato “pifferi di montagna vennero per suonare e furono suonati”. E così anche oggi, pur essendo passati tanti anni, nel ricordare la storia del suo “bagno” più famoso, non nascose il rammarico per “l’incidente” con le mondine. Si erano sì spiegati, più avanti, con alcune di loro ma aveva la sensazione che, pur fidandosi più del partito che di lui, non avessero compreso le ragioni strategiche che l’avessero portato a vestire, in quelle due settimane, i panni del Conte di Pratolungo.

 

Marco Travaglini

Superga maestosa

In questa suggestiva foto di Giada Grigoli la basilica di Superga in tutta la sua bellezza e solennità

La galleria fotografica di Flor

/

Si chiude domani (domenica 20 giugno) FLOR21 edizione Primavera che per tre giorni sta colorando e profumando il centro di Torino tra Piazza San Carlo, Via Roma, Via Principe Amedeo e Via Carlo Alberto.

Oltre alla mostra florovivaistica, nella giornata di domani, a partire dalle 11  presso Fiorfood Coop in Galleria San Federico 26, è in programma l’incontro dal titolo “Esempi e pratiche di riforestazione urbana” per andare alla scoperta di progetti di riforestazione già in atto o in procinto di essere realizzati nel tessuto urbano. Tra questi, il progetto “Forestopia” ideato dall'”Associazione Società Orticola del Piemonte”, che punta, attraverso un insieme di circoscritti e diffusi interventi a “riforestare” Torino donandole nuovi spazi colorati e profumati, in collaborazione con istituzioni, scuole, Associazioni di quartiere o semplici cittadini.
Ecco una piccola galleria fotografica della rassegna:

“Un sabato insieme” alle cantine Balbiano

Sabato 19 giugno le Cantine Balbiano saranno aperte tutto il giorno con degustazioni all’aria aperta, visite gratuite all’azienda e al Museo del giocattolo. Nel corso dell’evento verrà presentata la nuova Balbox, cofanetto in partnership con la distilleria Quaglia e la pasticceria Coppo con gli ingredienti per realizzare il Balbiano Sling, originale cocktail fresco ed estivo. Il ricavato della giornata verrà devoluto all’associazione Vale un Sogno 2 che promuove l’inserimento lavorativo di ragazzi con disabilità intellettive

 “Dopo un anno e mezzo di chiusura forzata a causa della pandemia, siamo estremamente felici di poter aprire nuovamente le porte della cantina al pubblico – racconta Luca Balbiano – Abbiamo organizzato una giornata speciale che sarà una vera e propria festa collettiva nel pieno rispetto delle normative anti Covid“.

Sarà infatti “Un sabato insieme” a tutti gli effetti sabato 19 giugno presso le Cantine Balbiano (Corso Vittorio Emanuele 1, Andezeno). La storica azienda di Andezeno, guidata dal giovane produttore Luca Balbiano, ha in programma una giornata aperta al pubblico per conoscere i segreti del Freisa di Chieri DOC e scoprire la storia di una famiglia dedita alla coltura della vite da tre generazioni.

A partire dalle 10:30, fino alle 19:30, sarà possibile visitare gratuitamente Villa Balbiano, il quartier generale dell’azienda, le cantine e l’originalissimo Museo Balbiano che custodisce centinaia di giocattoli e oggetti antichi, con alcuni pezzi risalenti all’inizio del ‘900. All’esterno, nel parco della Villa, sarà allestito invece l’angolo degustazioni gratuite con possibilità di assaggiare le etichette dell’azienda all’aria aperta. I più appassionati potranno acquistare una speciale box (costo €10, per prenotazioni scrivere a info@balbiano.com) per assaporare le tipicità gastronomiche chieresi in abbinamento alle etichette in degustazione. Il ricavato verrà devoluto all’Associazione Vale un sogno 2, cooperativa sociale che promuove l’inserimento lavorativo di ragazzi con disabilità intellettive.

Freisa e Charity ma non solo. Durante la giornata sarà infatti presentata la Balbox, cofanetto in legno dedicato ai progetti di collaborazione con le aziende d’eccellenza del territorio. La prima Balbox è stata creata unendo i vini Balbiano ai prodotti della Distilleria Quaglia di Castelnuovo don Bosco e della Pasticceria Coppo di Andezeno. All’interno del cofanetto ci saranno tutti gli ingredienti per realizzare il cocktail dell’estate: il Balbiano Sling a base di Spumante Brut Rosè Chiulin con i liquori della Distilleria Quaglia e la frutta essiccata della pasticceria Coppo.

UN SABATO INSIEME”

Sabato 19 giugno dalle 10.30 alle 19:30

Cantine Balbiano, Corso Vittorio Emanuele 1 – Andezeno (TO)

Per prenotazioni telefonare allo 0119434044 oppure scrivere a info@balbiano.com

“A Picciridda”: la Sicilia è in piazza Carducci

Nella sconfinata letteratura che racconta di Sicilia e di cibi siciliani la pagina del Gattopardo – forse il più bel romanzo italiano di sempre, scritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa – nella quale è descritto il timballo di maccheroni, è davvero sublime: in poche righe ti fa pensare all’isola con la “I” maiuscola, ai suoi sapori, ai suoi profumi, ai suoi colori.

Se anche a Torino volete immergervi in un’atmosfera “gattopardesca” dal punto di vista gastronomico, allora andate in piazza Carducci.

E’ proprio dove non immaginereste, a due passi dalla fermata Molinette del Metrò,  che potrete  scoprire i veri sapori di Trinacria in un ampio locale aperto da poco.

 

Là, dove per decenni ebbe casa la Mela stregata, punto di riferimento per i nottambuli torinesi di più generazioni.

Stiamo parlando di A Picciridda, caffetteria, ristorante, gastronomia e ancor più, dove ritroverete la bella isola siciliana.

Ad accogliervi con simpatia, efficienza ed autorevole esuberanza sarà la signora Laura, pronta a farvi scegliere tra brioche col “tuppo” e non, cannoli, cassate, pasta di mandorle e altri dolci tipici.

E che dire del salato di antipasti come le panelle e i buonissimi primi come la pasta alla Norma? E le arancine?  O la pasta alle sarde catanesi con alici, finocchietto e uvetta?

Oppure il pesce ottimo (Puppu cu a sassa, Tonno alla messinese, un freschissimo crudo e tante altre proposte) accompagnato da una ricca scelta di vini.

Tra questi prevalgono i bianchi profumati di etichette che sono una garanzia, come Planeta, Donnafugata e lo “champagnoso” brut Duca di Salaparuta.

La professionalità e la gentilezza della Sig.ra Laura e di tutto il personale vi accompagnerà in questo tuffo nel mare di Sicilia con tutti i suoi colori e sapori dove riscoprire in città un piccolo angolo di prelibatezze accompagnate dal sorriso e buon umore che vi darà A Picciridda.

Potrete consumare i piatti anche con l’asporto scegliendo dal ricco menu pronto a soddisfare ogni esigenza portando con voi un assaggio di Sicilia, l’isola più bella del mondo.

.

“A Picciridda”, Piazza Carducci, Torino. Tel. 011 6634365

Torta con crema e albicocche, morbida dolcezza

Ecco un dolce irresistibile
Una base e una copertura di friabile pasta frolla che racchiude un cuore morbido di delicata crema pasticcera e albicocche fresche. Deliziosamente buona!
***
Ingredienti
250gr. di farina 00
20gr. di maizena
120gr. di burro
60gr.+ 70gr. di zucchero
2+3 tuorli
250ml. di latte
10 albicocche
1 pizzico di sale
Scorza di limone q.b.
Zucchero vanigliato q.b.
***
Preparare la frolla. Impastare velocemente la farina 00 con il burro freddo tagliato a dadini, 60gr. di zucchero, 2 tuorli ed un pizzico di sale. Formare una palla, avvolgerla in pellicola da cucina e riporla in frigo per almeno mezz’ora. Sbollentare per pochi secondi le albicocche intere, scolare e asciugare. Preparare la crema pasticcera. Portare a bollore il latte con la buccia di limone. Sbattere i 3 tuorli con 70gr. di zucchero e la maizena, versare a filo il latte e cuocere a bagnomaria per 7/8 minuti. Tagliare il panetto di frolla in due parti, stendere una parte con il mattarello e sistemare nella teglia rivestita di carta forno, bucherellare il fondo. Farcire la frolla con la crema pasticcera, tagliare le albicocche a meta’, togliere il nocciolo e sistemarle sulla crema. Stendere con il mattarello la frolla rimasta e coprire la base di frolla e crema. Bucherellare la superficie con i rebbi di una forchetta. Cuocere a 200 gradi per 45 minuti. Lasciar raffreddare e cospargere con zucchero vanigliato prima di servire.

Paperita Patty